«Che terrore quella notte!»

Simona Galeandro, le canzoni e il terremoto nel 2010 in Cile

«Paura negli occhi, avevo appena vinto il Festival internazionale di Viña del Mar, edifici crollati come castelli di carte da gioco». Tarantina, vincitrice di Castrocaro, ripercorre quei momenti. «Quando canto “I will always love you”, ricordo i miei otto anni e l’espressione incredula di genitori e parenti. Studio in Coservatorio a Milano, voglio crescere, migliorarmi. Scrivo una canzone per due ex dipendenti Ilva, e spero che Diodato ricordi una sua promessa…»

«Pensi a tutto e niente, pensi ai tuoi cari e a salvarti, a fuggire, seguendo la gente che urla e corre all’impazzata e prova a lasciare le abitazioni che si stanno piegando su se stesse, come fosse un castello di carte da gioco!». L’ultima volta che avevamo sentito Simona Galeandro, voce e talento straordinari, non si era trattato di una intervista all’artista, ma alla cittadina tarantina che dieci anni fa si era trovata nel mezzo di un terremoto magnitudo 8.8 che aveva scosso l’intero Cile. «Ero lì per il Festival internazionale di Viña del Mar: il tempo di festeggiare la vittoria alla rassegna considerata in Sud America come l’Eurofestival da noi, che ecco che alle tre e mezzo del mattino, arriva lo scossone».

Dieci anni fa, solo a ricordarlo le vengono i brividi. «Mi sembrava di vivere su un set cinematografico, a differenza che se stai sul set sai perfettamente che si tratta di fiction, quando invece accade per davvero e i tuoi occhi osservano qualcosa che non si può raccontare, vivi il terrore allo stato puro: ti passa la vita davanti come fossero fotogrammi, per restare in tema, alla velocità della luce».

Centinaia i morti, altrettanti dispersi, una ferita ancora aperta nel cuore di quel Paese, straordinario per bellezza e accoglienza. Oggi Simona, trentatré anni, risiede a Milano per motivi di studio. E’ protagonista insieme con Graziano Galàtone di “I love musical”, progetto all’interno del Magna Grecia Festival. Subito via il primo dubbio, cantante o interprete. «Interprete. In questi ultimi anni di attività, inoltre, mi sto cimentando in brani scritti da me stessa e, di recente, in collaborazione con Nica Leo, pugliese come me, molto brava. Sono tornata ad esibirmi con l’orchestra, qualcosa che mi ha aiutata a fugare gli ultimi dubbi, così da farmi sentire interprete a tutto tondo, tanto che sono stata felice di partecipare al progetto “I love musical”».

L’esordio con l’orchestra non si scorda mai. «La “prima”, con l’Orchestra della Magna Grecia. Risale a dieci anni fa, sempre con Graziano Galàtone, partner eccezionale, forza della natura, il suo curriculum esagerato racconta il suo successo meritato».

Festival vinti meritatamente, Castrocaro 2008 e, si diceva, nel 2010, Viña del Mar, gemellato con il Festival di Sanremo (Laura Pausini fra gli ospiti). Cosa è accaduto dopo tour e un ciclo di studi importante cui si sta dedicando. «Ho iniziato da piccola, ma quando mi confronto con colleghi del settore comprendo che devo portare a compimento un percorso fatto di grande impegno che mi dia gli strumenti per confrontarmi con gente che, a sua volta, ha compiuto un ciclo di studi importante; così anche io ho deciso di intraprendere un corso di laurea al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, indirizzo pop, tanto nuovo quanto rivoluzionario, appassionandomi contemporaneamente al mondo della musicoterapia».

Taranto, cosa la lega e cosa l’allontana. «Per fare quello che prima consideravo un hobby e, da qualche anno, è una professione, devo confrontarmi con altri, guardare a nuovi orizzonti, aprire la mente, entrare in contatto con altre culture; è stata la fame di conoscenza che mi ha condotto inevitabilmente a viaggiare. Cosa mi lega alla mia città: la famiglia, il mare, la voglia di difenderla a spada tratta, tanto che uno dei progetti su cui sto lavorando con Nica è la storia di due operai ex Ilva che hanno scelto di lasciare il siderurgico per aprire un’attività di ristorazione: la scelta di mettersi in gioco, provo a dirlo con parole loro…».

I progetti che più di altri l’affascinano in questo momento. «Il mio primo album. Ho partecipato a numerose manifestazioni, vinto rassegne importanti, ma trovare una mia strada, comprendere cosa in realtà ho voglia di fare e come voglio dirle certe cose, è un altro discorso: è stato questo desiderio che mi ha quasi suggerito di attendere tempi più maturi, aspettare per comprendere chi fossi e con cosa potessi confrontarmi. Così sto lavorando al mio debutto: è il mio primo album il mio nuovo orizzonte».

Una canzone che più di altre avrebbe voluto cantare. E un autore contemporaneo che vorrebbe le regalasse una canzone. «Mi scopro spesso a cantare a squarciagola “Call my name” di Prince, nella versione di Morgan James; fra gli autori, adoro il nostro Diodato, felicissima della sua vittoria a Sanremo: anni gli chiesi una canzone per me, mi rispose “Perché no? Proviamo…”, così spero che un giorno o l’altro si ricordi e mi faccia questo regalo».

La canzone più impegnativa interpretata in questi anni. «“I will always love you” di Whitney Houston, che eseguirò anche in versione orchestrale con l’ICO Magna Grecia. C’è una storia legata a questo titolo: i miei genitori hanno scoperto la mia vocazione canora mentre mi ascoltavano cantare questo brano, avevo appena otto anni. Cantarla con l’orchestra, il tappeto di violini poi, è motivo di grande emozione: quando la ricanto mi commuovo al punto tale da versare qualche lacrima, provo a trattenermi, ma ogni sera è un’impresa…».

Progetti nell’immediato futuro, riepilogando. «L’album e il mio impegno per Taranto, cui tengo tanto. Non vedo l’ora che esca questo mio primo lavoro, sarà l’occasione per accendere un riflettore su una città che ha voglia di riprendersi, riscattarsi».

Mali, colpo di Stato

Destituito Boubacar Keita

La capitale Bamako nelle mani dei militari. Proteste contro il presidente, mancanza di sicurezza e brogli elettorali. Sul territorio la presenza di forze straniere. Negli ultimi due anni il Dipartimento di Stato americano ha destinato 323milioni di dollari per addestramento e forme di assistenza ai “Paesi del G5” (Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad e Mauritania).

Colpo di Stato in Mali. Lo ha compiuto l’esercito ai danni dello stato e del presidente Boubacar Keita, presidente da sette anni e, oggi, dimissionario. La capitale Bamako da giorni è nelle mani dei militari. Sciolto anche il parlamento, decisione accelerata per via degli arresti di alcuni ministri da parte dei soldati intervenuti nella capitale.

Tutto, che sia pretesto o episodio acclarato, come riportato da più fonti, fra queste “il Post” di Luca Sofri, è accaduto dopo le proteste contro Keita, che secondo le accuse avrebbe compiuto brogli elettorali durante le consultazioni dello scorso marzo. L’intervento pare fosse nell’aria, alla luce del malcontento della popolazione a causa di una incapacità del governo nel contrastare corruzione e gruppi islamisti armati molto attivi, in particolare nella zona a Nord del Paese.

La popolarità di Keita negli ultimi anni pare avesse registrato una caduta in verticale. Lo stesso dicasi la percezione di sicurezza, nonostante l’appoggio di forze straniere. In particolare, in una regione, quella del Sahel, fascia di territorio dell’Africa subsahariana che include anche il Mali, sono attivi militari di Stati Uniti e Francia. Negli ultimi due anni il Dipartimento di Stato americano ha destinato 323milioni di dollari per l’addestramento di forze di sicurezza e altre forme di assistenza ai “Paesi del G5” (lo stesso Mali, insieme con Burkina Faso, Niger, Ciad e Mauritania). In breve, la Francia è diventato lo stato straniero con la maggior presenza militare nella regione: cinquemila soldati e basi militari.

Quanto sta succedendo in Mali è importante non solo per il futuro del Paese, ma anche per l’intera regione dell’Africa occidentale, senza contare che da anni sul territorio sono presenti soldati occidentali (statunitensi e francesi, si diceva) impegnati contro gruppi jihadisti.

CRISI IN MALI…

La crisi ha inizio otto anni. Ribelli e jihadisti prendono il controllo di zone del Nord del Mali, al confine con Algeria e Niger. Non più di un anno prima era stata combattuta la guerra civile in Libia contro l’allora presidente, Muammar Gheddafi. Anche in quell’occasione avevano partecipato Francia e Stati Uniti. Dopo la caduta di Gheddafi, ribelli maliani armati (fra questi membri di Al Qaida schieratisi al fianco del leader libico) erano tornati in Mali attaccando città del Nord, fino a prenderne il controllo. In virtù di ciò, le zone governate dai gruppi jihadisti furono sottoposte a rigorose regole religiose. Da questo stato di cose, scaturì il successivo colpo di stato compiuto dai militari, che destituirono l’allora presidente maliano, Amadou Touré, facendo avanzare le quotazioni  di Keita, politico molto popolare.

Prima del rovesciamento del governo di Touré, Keita era stato primo ministro e presidente del Parlamento godendo dell’appoggio soprattutto dei giovani. Keita ci mise poco a guadagnarsi rispetto, tanto da essere considerato “un politico onesto e giusto”, come aveva riportato il New York Times. Sette anni fa, ad un anno e mezzo dopo il colpo di stato, Keita fu eletto presidente a larghissima maggioranza. Nel suo programma, fra i primi impegni: combattere la corruzione. Durante la presidenza di Keita, e dopo l’avanzata dei gruppi islamisti nel Nord del Paese, la Francia aveva aiutato le forze maliane nel riprendere il controllo dei territori perduti. All’inizio l’intervento fu un successo, anche se successivamente i ribelli continuarono a compiere attacchi contro la popolazione civile.

E LA SICUREZZA PROMESSA?

Keita, purtroppo, nonostante i suoi annunci non fu in grado di sostenere le promesse fatte, a cominciare dal garantire sicurezza ai cittadini. Questo malcontento avvertito fra il popolo maliano sarebbe stato il principale motivo dell’ultimo colpo di Stato militare. Le principali accuse rivolte a Keita sarebbero riconducibili all’incapacità nel migliorare la situazione economica del Paese e mettere in campo strumenti a contrasto della corruzione. Da qui il crollo in termini di fiducia. Rieletto presidente, Keita aveva raccolto una maggioranza molto più bassa rispetto alle elezioni di cinque anni prima che lo videro trionfare. Fra le accuse: brogli e irregolarità nel voto.

Infine, le ultime elezioni parlamentari. Da qui in poi, manifestazioni antigovernative con decine di migliaia di persone in piazza, fino all’intervento dei militari che hanno rovesciato il governo di Keita. I problemi cominciano alla fine di marzo. Pochi giorni prima delle elezioni, uno dei leader dell’opposizione, Soumaila Cisse, viene sequestrato da uomini armati non identificati nel centro del Paese, tra le preoccupazioni della popolazione: il contagio e l’attività di gruppi islamisti.

Contro Keita e il suo partito, oltre alle accuse sulla mancanza di sicurezza assicurata ai propri connazionali, anche i brogli elettorali. A fine aprile, la Corte costituzionale del Mali aveva ribaltato gli esiti elettorali relativi a trentuno seggi parlamentari. Una condizione che aveva permesso al partito di Keita di avere la maggioranza in Parlamento. Una manovra che non aveva del tutto convinto il popolo maliano che aveva cominciato a manifestare apertamente il proprio malumore. Meno di cinque mesi dopo, arriva il colpo di Stato, Keita a casa.

«Amare le differenze»

Karima, origini algerine, ci racconta

Dal titolo del suo debutto alla difesa dei ragazzi africani. A Taranto per un concerto dedicato a Bacharach. «Sogno un mondo che non abbia padroni, tutto dovrebbe appartenere a tutti. Molti di loro vengono in Italia per trovare un’occasione di vita. I tg enfatizzano spesso qualche episodio, mostrando di essere loro i primi ad essere intolleranti. Rispetto chiunque, la spiritualità, la religione. Burt, maestro in tutto, a cominciare dall’umiltà…».

«Siamo figli di un mondo in cui non dovrebbe esistere un padrone, tutto dovrebbe appartenere a tutti. Dico cose forse qualcosa che qualcuno troverà scontate, ma queste cose le penso davvero: siamo di passaggio e la vita di ognuno di noi ha lo stesso valore di quella di un altro». Karima, all’anagrafe Karima Ammar, padre di origine algerina e mamma italiana, è stata a Taranto, ospite del Magna Grecia Festival, rassegna a cura dell’OMG, realizzata in collaborazione con il Comune di Taranto e con la direzione artistica del maestro Piero Romano. Lo spettacolo in programma all’Arena Peripato di Taranto, “Bacharach Forever”, è stato un successo.

Protagonista la cantante lanciata da un reality forte, importante, come può essere “Amici”, il programma ideato da Maria De Filippi, ha una visione precisa a proposito della vita, della tolleranza. Se non altro, perché ha pubblicato una decina di anni fa un EP dal titolo “Amare le differenze”. Un titolo non casuale, come non è stata casuale la collaborazione con un artista come Enzo Avitabile, uno dei nostri più grandi musicisti, aperto ad esperienze e studi di musiche ed etnie, stili diversi. A proposito della tolleranza, Karima. «Ognuno di noi ha la sua visione del mondo, della vita, padrone di credere in ciò che sente, essere più o meno spirituale, ben sapendo che l’attaccamento alle cose ci avvelena e può condurci allo scontro».

RISPETTO DEL CREDO

Lei, un’artista di statura internazionale. Detto della spiritualità, affrontiamo la religione. «Ho il massimo rispetto per chiunque, detto questo non discrimino religioni, anzi provo sempre a comprendere a fondo i motivi che esasperano e portano a una cosa insopportabile: l’intolleranza; posso anche arrivare a comprendere la paura che si può avere nei confronti dei migranti, spesso messi alla berlina; detto che i reati violenti vanno condannati, a volte capita che extracomunitari commettano reati identici a quelli di certi italiani: radiogiornali e telegiornali trattano spesso – non sempre, sia chiaro – la notizia in modo diverso; il più delle volte reati commessi per fame, come a dire che sia certi extracomunitari, che certi italiani, hanno lo stesso problema: non c’è lavoro, dunque, che importanza può avere il posto dal quale vieni, se anche un qualunque italiano che arriva a fine mese fra qualche stento, può vedersi costretto a fare gli stessi errori di un africano?».

Prima di parlare dei giorni nostri, della sua empatia con un autore come Marcello Pieri, Enzo Avitabile. «Lui arriva dalla cultura musicale napoletana, molto vicina a quella araba, a partire dalle note e dalle scale che vengono utilizzate nella composizione di canzoni. Lui ha questo amore sviscerato per il mondo arabo e per le sue sonorità; quando ci siamo conosciuti, è stato curioso di ascoltare la mia storia, quasi come cercasse lo spunto per scrivere una canzone che mi calzasse a pennello: gli ho raccontato le mie origini, quelle dei miei genitori e lui ha scritto un pezzo che praticamente racconta la mia storia».

«CANTI COME CAREY E DION»

Manca da un po’ dal Festival. Fra gli altri ricordiamo quello nel quale cantò accompagnata dal grande Bacharach. «Ci ho riprovato nelle ultime edizioni, non mi è andata bene, non sono stata selezionata, riproverò quest’anno; per quanto riguarda il grande Burt, che dire, mi ritengo fortunatissima nell’averlo interpretato, averlo incontrata, essere stata ospite e avere aperto i suoi concerti italiani. Avevo ventidue anni quando l’ho conosciuto personalmente, qualcuno pensava non sapessi chi fosse, invece lo studiavo da quando avevo sedici anni: è così che ho coronato il mio primo sogno; a seguire una sua produzione, la presenza al Festival di Sanremo accanto a me, insieme con Mario Biondi, che la sera della riproposizione dei brani, mi accompagnò nel brano “Come in ogni ora”».

Durante il concerto tarantino, Karima racconta Bacharach, una semplicità disarmante, tipica dei grandi. «Sono stata a casa sua per la pre-produzione dell’album, in questa occasione ho potuto constatare quanto sia umano ed essenziale in tutto, nonostante le comodità cui potrebbe affidarsi avendone le risorse: penso che i grandi si vedano anche da queste cose. Un professionista ineccepibile: durante la “prova dei suoni ” si presenta in tuta, poi, prima del concerto indossa il suo “abito da sera”».

Un complimento che le ha rivolto il maestro. «“Canti come Mariah Carey e Céline Dion!”. E io, emozionatissima per un complimento così esagerato: “Maestro, ma è proprio sicuro?”. Mi fece un cenno col capo accompagnandolo con il suo inconfondibile sorriso, come a dire “Dico proprio a te…”».

«Tutto e niente»

Graziano Galàtone, da “I fatti vostri” a “Notre Dame de Paris”

«Fare l’attore è un po’ come essere uno, nessuno o centomila», dice l’artista nato a Palagianello. «Devi misurarti con più ruoli, dal brillante al drammatico. In teatro è un’altra cosa, deve essere sempre “buona la prima”. Ai miei allievi insegno a credere in se stessi e non pensare ad eventuali “aiutini”: se non hai gli elementi fai poca strada»

 Graziano Galàtone, nato a Palagianello, da anni è apprezzato interprete di numerosi musical nei quali ha rivestito il ruolo principale. Basti pensare al primo, originale, “Notre Dame de Paris”, che riprenderà il prossimo anno con un tour internazionale. Fra le altre interpretazioni, “Tosca-Amore disperato” di Lucio Dalla, “Il principe della gioventù” ispirato alla figura di Lorenzo il Magnifico, “Bernadette, il miracolo di Lourdes”, “I promessi sposi”. E’ stato protagonista su Raidue anche dell’ultima edizione de “I fatti vostri” per la regia di Michele Guardì, nella quale gestiva uno spazio musicale insieme con il maestro Demo Morselli.

Ti abbiamo lasciato con “Notre Dame de Paris” e ti ritroviamo mattatore.

«Il mio obiettivo è quello di essere eclettico, per dirla con Pirandello: essere uno, nessuno, centomila; fare l’attore è sapersi misurare con più ruoli, interpretazioni dal brillante al drammatico. Amo le sfide, ritengo importanti i workshop che svolgo con i ragazzi che mi seguono: metto a loro disposizione la mia esperienza, ma allo stesso tempo prendo da loro energia, fondamentale per chi ogni sera sale su un palcoscenico; importante, poi, la tv fatta con il maestro Demo Morselli nel programma “I fatti vostri” con la regia di Michele Guardì, un’esperienza che mi ha portato ad imparare ritmi da intrattenitore».

Dalla tua Palagianello, provincia di Taranto, a spettacoli in Italia e all’estero, il passo non è breve. Nel musical, per giunta, le attività artistiche sono diverse, tocca recitare, cantare, ballare.

«Il teatro richiede massimo rigore, vietato sbagliare: al cinema o in tv un “ciak” puoi ripeterlo, in teatro come nella diretta televisiva deve necessariamente essere “buona la prima”. Massima concentrazione, come un atleta che deve affrontare una gara devi dare il massimo: importante il momento di raccoglimento perché una volta in scena non perda il ritmo; non smettere mai di pretendere di più da te stesso: con il passare del tempo impariamo a conoscerci meglio e capire cosa possiamo dare ancora; è il bello di questo lavoro, provare a migliorarsi, avvicinarsi il più possibile alla perfezione».

Che effetto fa esibirsi con una orchestra importante come quella della Magna Grecia?

«E’ emozionate, intanto perché l’Orchestra della Magna Grecia, in forte crescita, è destinata a grandi successi e palcoscenici sempre più importanti; doppia emozione, se penso, invece, al periodo di confinamento cui siamo stati obbligati a causa del Covid-19; l’ho detto in scena, la mia porzione di spettacolo l’ho dedicata a quanti sono impegnati a vario titolo nel campo della musica, dell’arte, dello spettacolo: bisogna tornare ad essere una cosa sola, uniti come tutti gli elementi dell’orchestra e lo stesso pubblico che ha voglia di rompere ogni indugio e tornare a divertirsi. Sempre nel massimo rispetto delle norme previste dal DPCM, sia chiaro…».GALATONE 2 - 1Quanto ci vuole a catturare il pubblico, poco, molto. Quanto è il “giusto”?

«La cosa che più mi affascina è lo stabilire una certa complicità con il pubblico: conquistare e farmi conquistare dalla platea; faccio ricorso a qualche elemento – ma, attenzione, non è un principio matematico – per tastare il polso agli spettatori: il pubblico, del resto, non puoi ingannarlo, se fa partire l’applauso è perché ha avvertito la sensazione che stai dando il massimo».

L’esperienza al servizio di chi vuole intraprendere questo mestiere.

«Spesso faccio stage, insegno arte scenica per mostrare come si sta su un palcoscenico, sul quale bisogna entrare dando il massimo, scrollandosi da qualsiasi incertezza».

Una cosa che Galàtone ai suoi allievi?

«“Semplice: credere in se stessi, prima che siano gli altri a credere in voi!”, è la massima che ripeto a quanti partecipano ai miei stage; insomma, se non siamo noi a volere una cosa, difficilmente gli altri ce la offriranno: i famosi “aiutini” che qualcuno spera di ottenere nel corso dell’attività artistica, servono a poco, la capacità non puoi inventartela».

Primo consiglio che, invece, si è dato?

«Essere forte. Chi fa questo lavoro ogni giorno è chiamato a gestire uno stato d’ansia, che poi non è tutto questo male: ritengo sia giusto alimentare quella fiammella che al momento giusto diventi sacro fuoco; prima di arrivare al successo ti assalgono i dubbi, è bene saper coltivare anche quelli, in quanto le certezze tante volte giocano brutti scherzi…».

C’è stato un momento in cui è stato assalito da un dubbio? E, se questo ci fosse stato, come lo ha risolto?

«Per chi fa questo mestiere, la famiglia è fondamentale; anch’io ho chiesto aiuto, incoraggiamento, alla mia famiglia; per uno che fa questo mestiere è importante avere un porto sicuro nel quale rifugiarsi quando viene assalito da un dubbio. Una volta raccolte le energie e avvertita la sensazione di esserti ricaricato a dovere, ecco che hai la percezione che un altro piccolo miracolo si sta compiendo: torni a credere in te stesso, senti che la tua vita è su quelle tavole e non vedi l’ora di tornarvi sopra, perché sai che quella polvere è il tuo ossigeno».

«Mi volevano i Genesis…»

Bernardo Lanzetti, cantante della PFM, videointervista esclusiva

«Me lo confessò Steve Hackett, una sera…». Icona degli Anni 70 e 80, prima con Acqua Fragile poi con la Premiata Forneria Marconi e una carriera solistica di successo. «Dal lockdown è nato il mio ultimo album: canto con David Jackson dei Van der Graaf, David Cross dei King Crimson e Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Ci sarà da divertirsi». E il passato. «Godevamo di grande considerazione all’estero, oggi non è più così, purtroppo. Meglio i Beatles che…»

Voce storica del rock italiano, prima con Acqua Fragile, poi con la Premiata Forneria Marconi, per tutti PFM. Album che hanno fatto la storia del rock italiano e internazionale e del gruppo più amato dalla metà degli Anni 70 in poi: Chocolate Kings, Jet Lag e Passpartù.

Che periodo è stato quel periodo?

«Magico, la musica era importante e quella prodotta in Italia aveva autorevoli riconoscimenti all’estero che, nel tempo, purtroppo non ha più avuto».

Uno dei tuoi ispiratori, Demetrio Stratos degli Area, autore fra l’altro dello sperimentale “Cantare la voce”. Anche tu, in quanto a “maestro della voce”, non sei da meno.

«Sono un totale autodidatta. Credo che un cantante per imparare debba sapere ascoltare altri cantanti, più bravi possibilmente, in grado di insegnarti sempre qualcosa».

Che effetto fa ritrovarsi a scrivere come fosse il primo giorno di scuola?

«Dischi o album che siano, video, concerti: sono solo un elemento della musica del tuo lavoro. Come fossero, insieme, un book fotografico; come per un attore, la foto non è l’istantanea del complesso lavoro di un interprete: allo stesso modo una canzone, pure interpretata magistralmente, è solo un documento di quel preciso momento».

Bernardo, quando ti riascolti…

«Ho un atteggiamento a volte compiaciuto, a volte critico. Mi spiego: quando riascolto delle mie cose mi dico “Cavoli, ma come avrò fatto ad ottenere quel risultato?”, altre volte “Accidenti, avrei potuto far meglio!”, perché evidentemente nel frattempo ti sei aggiornato. In studio, ecco il lavoro. E’ importante che ci sia qualcuno, oltre il vetro, che scelga per te le versioni, i passaggi migliori della canzone che stai interpretando. Per me è una cosa molto bella che in quel momento qualcuno ti incoraggi, ti sproni a migliorare certi aspetti di una canzone: “Questa parola, prova a “spingerla” meno…”, oppure “Quando arrivi a questa “a”, cerca di aprirla un po’ di più!”. E ancora, “Quella strofa buttala via, passa subito alla frase successiva!”. Ecco, a me piace sentire qualcuno che mi indichi la strada…».

Album con Acqua Fragile e PFM, poi da solista. Qual è stato il momento più importante nella tua carriera?

«Tanti, a cominciare dal debutto con Acqua Fragile, la mia prima volta in una sala di registrazione. La mia esperienza con la PFM: nel gruppo sono entrato appena tre giorni prima che entrassimo in studio a registrare “Chocolate Kings”: ho avuto pochissimo tempo per calarmi nel mio nuovo impegno; oppure quando ho realizzato un album di ricerca come “I sing the voice impossible”, i miei esperimenti vocali; oppure l’ultimo album dell’Acqua Fragile, il terzo: grande soddisfazione nel vedere che la critica mondiale, non solo quella italiana, abbia recepito l’operazione, che non era riproporre brani degli Anni 70, ma riprendere quel senso musicale e svilupparlo…».

Storia o leggenda, per dirla con le Orme: quando è andato via Peter Gabriel dai Genesis, è vero che il gruppo aveva una intenzione di chiamarti a sostituirlo?

«Di questa storia ne sono venuto a conoscenza tempo dopo. Ho avuto la fortuna di diventare amico di Steve Hackett dei Genesis. Un giorno ero ad un suo concerto, mi chiamò sul palco, per poi confessarmi – dichiarazioni riportate in una sua intervista rilasciata tre anni fa… – che il mio nome era saltato fuori in occasione dei saluti al gruppo da parte di Peter Gabriel. Evidentemente non se ne fece niente a causa di un conflitto di interessi: il manager contattato, Franco Mamone, era anche manager della PFM e lui, il consenso, non lo avrebbe mai dato… Comunque, Hackett questo episodio lo ha ricordato in una intervista tre anni fa».

Conservi un buon rapporto con il tuo passato?

«Alti e bassi, c’è stato un periodo in cui pensavo che la mia voce avesse “elementi di disturbo” per un certo pubblico, altre volte, al contrario, mi dicevo, invece, che questa era la mia strada ed era giusto che continuassi a fare quello che facevo: magari in salita, ma questo era il mio destino…».

Quanto era avanti la musica italiana a quei tempi e quanto è indietro, ora, quella attuale?

«Quando c’è una proposta, un contenuto musicale, strumentale, un arrangiamento, deve essere sempre bilanciato con quella che è la melodia vocale, un mix calibrato fra tutte queste componenti. Faccio un esempio: prendi un pezzo dei Beatles, vai da un ragazzo che studia la chitarra, gli dici di ascoltarlo ed eseguirlo: intanto non troverà difficoltà nell’apprezzarlo ed eseguirlo e, nello stesso tempo, ti ringrazierà perché ha imparato qualcosa di concreto. Viceversa, prendi un brano italiano e chiedi allo stesso ragazzo di impararlo: lo farà, ma a malavoglia e, alla fine, ti dirà che ha imparato un bel nulla».

Lanzetti ieri e oggi. Domani?

«Dunque, durante il lockdown ho sentito diversi messaggi a proposito della musica: prima del 2021, dicevano, niente musica; così mi sono dedicato alla ricerca, alla composizione. Una volta realizzato tutto questo, ho ricevuto proposte di vari lavori, dal vecchio materiale a quello appena realizzato: dunque, ho un album nuovo, appena completato con ospiti artisti internazionali, da David Jackson dei Van der Graaf a David Cross dei King Crimson, poi Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Dunque, si è aperto un ventaglio di possibilità che oltre ad inorgoglirmi, mi metteranno in condizione di vederne delle belle…».

«Dio ci chiede di sbarcare»

Papa Francesco, l’omelia sui migranti

«Affamato, assetato, forestiero, chiede di essere assistito», dice il Pontefice. «La Chiesa povera e per i poveri. Libia, un inferno, di quel Paese ci danno una versione “distillata”. E la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro. La Vergine Maria ci aiuta a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra a causa di tante ingiustizie», ha spiegato ancora il Santo Padre.

«Dio bussa alla nostra porta: affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare». E’ uno dei passaggi di papa Francesco in una sua omelia durante la Santa messa dedicata ai migranti. La funzione religiosa la celebra a sette anni dalla sua visita a Lampedusa.

Compie un’attenta analisi. Parte da una precisa disamina, da quegli italiani che si sentono minacciati nel loro status di benestanti. «La cultura del benessere – spiega Sua Santità – ci fa pensare a noi stessi, quasi a renderci insensibili alle grida di aiuto invocato dai più deboli, dagli altri , che evidentemente non sono nelle stesse condizioni: quel benessere del quale siamo gelosi ci fa vivere in bolle di sapone, belle sicuramente, ma nulle, in quanto illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso il prossimo, fino a scadere nell’indifferenza».

«DOV’E’ TUO FRATELLO?»

Sette anni dalla visita di papa Francesco a Lampedusa e da quella domanda rivolta all’umanità nella Messa celebrata al campo sportivo dell’isola nel cuore del Mediterraneo: «“Dov’è tuo fratello? – disse il Pontefice – la voce del suo sangue grida fino a me”, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi».

«Dov’è tuo fratello?», una domanda che risuona ancora oggi, dopo quel viaggio considerato – lo ricorda l’Organo d’informazione della Santa sede – in qualche modo “programmatico” per il Pontificato di Francesco.

Nell’avamposto del Sud dell’Europa, Lampedusa, il Papa ha mostrato cosa intenda quando parla di «Chiesa in uscita». Rende concreta l’affermazione in virtù della quale «la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro». Parole del Santo Padre. In mezzo ai migranti fuggiti dalla guerra e dalla miseria, ha fatto toccare con mano il suo sogno di una «Chiesa povera e per i poveri». E ancora a Lampedusa parlando di Caino e Abele, Francesco aveva anche posto in primo piano l’interrogativo sulla fratellanza.

E FRANCESCO CITA MATTEO

«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». E’ il verso dal Vangelo di Matteo che Francesco riprende per evidenziare che questo vale «nel bene e nel male». «E’ un monito – dice papa Francesco – risulta oggi di bruciante attualità; dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza che siamo chiamati a compiere tutti ogni giorno». «Penso alla Libia – prosegue il Pontefice – ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti». La Libia è un “inferno”, un “lager”. «Di tutto questo ci danno una versione “distillata”: la guerra è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione? Mentre questa gente ha un solo desiderio: la speranza e di attraversare il mare».

E nel finale dell’omelia, l’invocazione alla Madonna. «La Vergine Maria ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo». Un richiamo alla generosità, alla preghiera, perché questa possa fare aprire il cuore, non solo ai cristiani, ma a tutta la gente di buona volontà.

«Mediterraneo, mare di pace»

Mario Incudine, cantautore, attore, regista

«I migranti portano sulle nostre coste nuovi linguaggi musicali. La nuova musica popolare ha intercettato nuove ondate migratorie regalandoci meraviglie. La mia rivoluzione con un tamburello al posto della chitarra elettrica. Abbiamo studiato, imparato la tradizione, gli stilemi, la grammatica, e poi riscritto il canto siciliano. Magna Grecia, Taranto, la Sicilia…». La taranta nel racconto di un artista che in venti anni ha trasformato una platea di trenta persone in trentamila.

«I flussi migratori che arrivano sulle nostre coste ci portano la musica, nuovi linguaggi musicali, nuove sonorità; la nuova musica popolare di oggi è riuscita ad intercettare queste nuove ondate migratorie con le meraviglie che questa ci porta…».

Cantautore, attore, regista, musicista e autore di colonne sonore, Mario Incudine è uno dei personaggi più rappresentativi della nuova world music italiana. Suona chitarra, mandolino, mandola e tammorra, ha collaborato, fra gli altri, con Moni Ovadia, Peppe Servillo, Eugenio Bennato, Ambrogio Sparagna, Mario Venuti, Tosca, Antonella Ruggiero e Kaballà, duettato con Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Alessandro Haber e Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. Numerose le sue partecipazioni a programmi televisivi sulle reti Rai e Mediaset.

Incudine, la tradizione torna ad essere un fenomeno popolare.

«Tutto comincia nel ’97, ai concerti c’erano trenta persone, pochissimi giovani; adesso, ventitré anni dopo, ai miei concerti incontro ventimila, trentamila persone; il fenomeno della Notte della taranta, poi, ha avuto un ruolo centrale in questo e fatto in modo che tantissimi giovani si avvicinassero alla musica popolare e, allo stesso tempo, agli strumenti popolari; chi collabora con me, il maestro Antonio Vasta, uno dei più grandi virtuosi di zampogna, è un insegnante che ha numerosi allievi proprio fra i giovani, qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa».

La svolta, a un certo punto ha osato.

«Abbiamo modificato geneticamente il folk, rinnovandolo dal suo interno: prima abbiamo studiato, imparato la tradizione, gli stilemi, la grammatica, e poi riscritto la nuova musica popolare che canta siciliano, ma che suona con la musica del mondo. È la nuova world music che tiene conto delle stratificazioni culturali, quelle di ieri, ma soprattutto di oggi».

Quanto diamo, quanto apprendiamo da quanti arrivano sulle nostre coste?

«I flussi migratori, dicevo, e che arrivano sulle nostre coste portano musica, nuovi linguaggi musicali, nuove sonorità; questa è la nuova musica popolare che oggi è riuscita ad intercettare queste nuove ondate migratorie insieme con le quali sulle nostre rive arrivano cose delle quali non possiamo che meravigliarci…».

Cosa prendiamo, cosa diamo in cambio.

«Diamo l’humus, l’identità di un Mediterraneo da sempre culla di popoli e mare di pace: noi possediamo il sale, provate a pensare alla parola “isola”: “in salum”, “nel sale”, nel mare, nell’acqua, considerando che i latini indicavano mare e sale allo stesso modo, usavano un unico sostantivo; dunque, siamo nell’acqua, pieni di salsedine; i bambini nascono nel liquido amniotico, quelli siciliani nuotano nel liquido salmastro, come a dire che abbiamo nella nostra genetica il sale che ci rende particolarmente “saporiti”: diamo, insomma, questo sapore, una base di salinità importante, attraverso musica, parole, cultura: pensiamo, per esempio, a dove siamo adesso, Taranto, è Magna Grecia, lo stesso la Sicilia».

Dice “Viviamo di melopea”, cioè melodia, greca in questo caso.

«Viviamo anche nelle stesse parole dei latini, nel “cunto”; nei miei concerti propongo un misto, melopea greca e ictus percussivo latino, fra la tradizione del canto, alla “stisa”, e quella del canto “strofico”; dentro di noi c’è tutta questa letteratura; prendiamo il sapere ritmico dei popoli del Maghreb, la ritmica propria di quei popoli, i riti, l’esorcismo, la purificazione non solo dal morso della taranta, ma dell’uomo che attraverso la musica riesce a trascendere e a diventare altro, talmente di scopre diverso da se stesso. Ecco cosa prendiamo da quei popoli: una ritualità comune nei popoli del Mediterraneo con la quale, loro, quando arrivano da questo lato del mare, ci travolgono».

Lei è uno studioso, da giovane, fra le tante, a proposito degli inizi, si sarà posto una domanda, che risposta si è dato?

«Semplice. Quando si è scoperto tutto e non c’è più altro da scoprire, bisogna tornare indietro, andare alle radici, mi piace citare un ossimoro: “bisogna mettere radici nel futuro”, unico modo per sapere chi eravamo e dove andiamo. E i giovani, che hanno scoperto tutto, per sentirsi moderni, essere rivoluzionari, devono tornare indietro: chi è rivoluzionario ha il tamburello in mano, non più una chitarra elettrica».

Il motivo principale che l’ha spinta alla musica etnica.

«L’ho sentita come una missione: cantare in siciliano per salvare un’identità, ma soprattutto dare dignità a una terra».

Il richiamo più forte?

«Una frase di Ignazio Buttitta, grande poeta e filosofo siciliano: “Un populo diventa poviru e servu, quannu ci arrubbano a lingua addutata di patri: è perso pi sempri… mi n’addugno ora, mentri accordu la chitarra du dialetto ca perdi na corda lu jorno…”. Così la chitarra con cui suono ogni giorno la tengo ben stretta: un popolo che perde l’identità è un popolo cieco, muto e sordo».

 

«Venite in Puglia!»

Toti e Tata, intervista esclusiva

Hanno interpretato spot e format in versione cartoon per promuovere il territorio. Raccontano le bellezze di una regione immensa e accogliente. Invogliano i pugliesi a «restarsene a casa!». Antonio Stornaiolo, «Restare qui, una scelta di vita». Emilio Solfrizzi, «Matto per la valle d’Itria, dai trulli alle masserie». «Accoglienti, non dimenticate, siamo stati i primi negli Anni Novanta ad aprire i porti all’ospitalità…». E i selfie da capire e da…ridere.  «E in realtà, nessuno sa fare a meno dell’altro…»

«Fare i cartoni animati ci impegna di meno, fisicamente, fosse per noi faremmo i cartoon a vita!». Toti e Tata, al secolo Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo, hanno prestato il loro volto all’ultima campagna promozionale della nostra regione. I due volti più celebri della comicità pugliese prestano le loro espressioni a una sigla e, in realtà, un vero format in programma ovunque fino al prossimo 15 agosto.

Puglia, promossa. Esami superati brillantemente. Pensate di aver fatto tutto, invece l’attività di cartoon vi mancava.

«E’ la sigla un format dedicato ai pugliesi – dice Stornaiolo – che quest’estate per vicissitudini varie, non potranno andare fuori regione: a questi consigliamo di restare qui, perché la nostra terra è ricca di attrattive; dunque, cari corregionali, le ferie fatele a casa, perché alla Puglia non manca nulla. Poi ci piace strizzare l’occhio agli stranieri a superare l’Ofanto e venire da noi, la regione è lunga, c’è spazio per tutti nel rispetto delle distanze di sicurezza».

Dovessi indicare tre cose della Puglia, non necessariamente nell’ordine di preferenza, per cui vale la pena venire qui?

«Mi permetto di parlare anche a nome di Emilio – dice Antonio – a cui piace immensamente la Valle d’Itria, il suo tramonto, i trulli e le masserie in controluce, lo fanno letteralmente ammattire di gioia: anche io propongo per prima, la Valle d’Itria; poi con tutti i chilometri di costa che abbiamo, sicuramente il mare, fra i più puliti d’Italia; infine, sarà che è un luogo comune, l’enogastronomia. Chi vive in Puglia sa di cosa parlo, chi viene viaggio di piacere torna a casa carico di meraviglie e di qualche chiletto in più, resistere alla bontà e ai sapori genuini della nostra cucina, è impossibile».

Napoletano di nascita e barese d’adozione Antonio, barese al cento per cento, ma per lavoro scelto Roma. Ci sarà un motivo perché hai scelto di restare, anche a dispetto dei santi.

«Sono arrivato in Puglia, che avevo cinque anni: devo tanto, se non tutto alla Puglia, e pur essendo tirrenico nello spirito, sento di essere adriatico nell’animo; sono convinto che le potenzialità di questa terra non siano del tutto state espresse: si mangia bene, l’abbiamo detto, abbiamo 290 giorni all’anno di sole; siamo un popolo accogliente e lo abbiamo dimostrato a partire dagli Anni 90, quando siamo stati i primi ad aprire i porti, senza remore. Abbiamo tutto dalla nostra parte, anche se qualcosa ancora non gira del tutto, ma è uno step che prima o poi arriveremo a compiere: è l’industrializzazione che ci portiamo dietro da decenni e che spesso crea problemi ad una città, Taranto, che ritengo sia un paradiso in terra e che abbia condizioni e strumenti per riposizionarsi come uno dei principali attrattori “non solo pugliesi”; dobbiamo prendere coscienza delle buone pratiche, smarcarci da un’idea in qualche modo borbonica, pensando che la cosa pubblica sia del “re” e, invece, è nostra, però ancora due, tre piccole correzioni e diventiamo insuperabili».

Rai, Mediaset, il cinema. Quando lavori non vedi l’ora di tornare a casa, in serata stessa. E’ stato un limite o un pregio?

«Vero – sorride Stornaiolo – registravo le puntate del programma con l’Immenso Foggiano (Renzo Arbore, ndc) e tornavo subito a casa; adoro la famiglia, la vita di quartiere, mi manca perfino Paki, il mio cane… Non sono mai stato profondamente attratto dalle luci del varietà: preferisco vivere nella penombra, tranquillo, lavorare il giusto per campare piuttosto che passare a osservare dati d’ascolto o incassi al cinema, farmi fermare per strada per un autografo o un selfie. Sto bene così. Qualcuno potrebbe eccepire: grazie, non ti è capitata l’occasione, è comodo giustificarsi in questo modo. Sincerità per sincerità, qualcosina mi è capitata, però il successo non l’ho vissuto come un traguardo; il mio traguardo è avere a disposizione il tempo da dedicarmi e fare solo quello che mi piace».

L’ultimo selfie in ordine di tempo?

«Ne racconto due. Il primo con Emilio, lo abbiamo però rifiutato educatamente, per evitare che senza mascherine e senza il distanziamento necessario, la posa fosse strumentalizzata: ai tempi dei social devi pensare anche questo; noi, io ed Emilio, che ai tempi, a cena, dopo una spettacolo, ci alzavamo da tavola anche dieci volte: ci spiace se il rifiuto a questo signore con bambino appresso, possa essere stato confuso  con un atteggiamento snob. Altro selfie, questo per dire la disponibilità: ero in giro con Paki, aveva appena depositato un bisognino che stavo raccogliendo com’è giusto che sia, quando un signore senza porre tempo in mezzo ha scattato una foto, piegato insieme a me, che dire: contento lui…».

Emilio e la Puglia, Antonio?

«Quando ne parliamo ad Emilio vengono i lucciconi – spiega – nonostante sia un grande attore, bene, questo sentimento di nostalgia non riesce a mascherarlo; così quando ci è arrivata questa proposta, non ci ha pensato su due volte, “Facciamola!”, mi ha detto. Oggi, grazie al Cielo, siamo sommersi di foto e video, siamo diventati una piccola comunità, che InchiostrodiPuglia programma; un “grazie” anche ad Annamaria Ferretti, che nella vita fa tutt’altro, ma che ho costretto a darci una mano: siamo una bella squadra, non c’è che dire…».

Per concludere. Cosa resta di una esperienza irripetibile come Toti e Tata?

«Resta tutto, anni importanti della nostra carriera, uno dei periodi importanti della nostra vita. Non rinneghiamo neppure una virgola, anzi, ancora oggi è vivo il ricordo di un’epoca in cui si coltivavano sogni e progetti».

Quante volte avete provato, tu ed Emilio, a convincervi a compiere un passo avanti o uno indietro e ritrovarvi a Roma, piuttosto che a Bari?

«Abbiamo due temperamenti diversi. Emilio un giorno disse “Voglio diventare un attore, non so se più Robert De Niro o Al Pacino… tu, Antonio, vieni a Roma con me e vediamo che succede?”. Io gli risposi, “No, grazie, come se avessi accettato…”, voglio restare a casa, con mamma, con la mia famiglia…».

E lui?

«“Anto’, allora io vado…”, e io: allora, vai, “quand’è” poi torni. E, in realtà, fra i mille impegni, è tornato; da cosa nasce cosa, abbiamo realizzato tre diversi lavori insieme, poi quest’ultimo progetto: in realtà, nessuno può fare a meno dell’altro. Però bene così, Emilio ha fatto una grande carriera, e io ho avuto la soddisfazione di aver campato sereno, tranquillo, cosa c’è di meglio della Puglia…».

«Ricomincio dal jazz»

Nino Buonocore, concerto nell’Arena della Villa Peripato

Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Gianluca Podio. Quattrocento spettatori, rispettate le norme sul distanziamento sociale. «Il mio coautore, Michele De Vitis, è tarantino, mi ha chiesto di salutarvi. La mia musica è stata sempre vicina a sfumature raffinate. Oggi faccio quello che mi va, Sanremo ha ribaltato il principio di canzone…». Intervista esclusiva.

«Qualcuno, magari, non lo sa, ma l’autore dei miei testi è un tarantino: Michele De Vitis. Bene, oggi l’ho sentito al telefono e mi ha pregato di rivolgervi un saluto, soprattutto dirvi che, nonostante viva a Roma da tanti anni, la “sua” Taranto la porta sempre nel cuore!».

Nino Buonocore, prima di cantare nell’Arena della Villa Peripato, ospite del Magna Grecia Festival, si concede ad una intervista esclusiva (sul nostro sito anche il breve “corpo a corpo” in versione-video) al canale youtube di Costruiamo Insieme. Schietto, sincero, come sempre, un piacere scambiare due battute con il popolare cantautore napoletano.

Dunque, partiamo dal suo concerto, dai saluti dell’autore dei testi di numerosi successi, Michele De Vitis appunto. Autore, in particolare, di quelli firmati con Nino, nel corso di oltre trent’anni e con il quale è entrato in perfetta sintonia. E’ un bel successo, anche di pubblico.

Considerando le restrizioni dovute al Cvid-19 e il distanziamento obbligatorio (è notizia di questi giorni, per i prossimi eventi in programma, secondo l’ultimo Dpcm, le platee potranno accogliere un maggior numero di presenze), nell’Arena sono presenti quattrocento spettatori. Breve introduzione al concerto. Applausi a scena aperta per brani inossidabili che hanno spesso invogliato il pubblico a cantare insieme con il protagonista della serata, che non ha risparmiato il bis. Fra i brani, “Rosanna”, “A chi tutto e a chi niente”, “I treni d’agosto”, “Così distratti” e, naturalmente “Scrivimi”. Infine, un piccolo omaggio al pubblico tarantino, l’inedita “L’amore è nudo”.

Nino Buonocore con l’Orchestra della Magna Grecia. A proposito, parola di Buonocore…

«Ho suonato di recente con la London Simphony e, vi assicuro, non è una sviolinata, per restare in tema: l’Orchestra della Magna Grecia non è da meno, anzi…». Applausi anche per il maestro Gianluca Podio, dieci anni insieme con Ennio Morricone, e il pianista Antonio Fresa, artista che lo scorso anno a Taranto era stato ospite del Lokomotive Jazz Festival.Buonocore 1Arrangiamenti jazz e orchestra. La buttiamo lì, galeotto fu l’incontro con Chet Baker?

«Non direi, la mia scrittura – ma questo è il mio punto di vista – è stata sempre molto vicina a questo mondo musicale, tanto che credo si possa accostare a una tessitura jazzistica; diciamo che uno spettacolo così e di queste dimensioni era il mio sogno nel cassetto, anche perché spesso ripeto che le fasi artistiche si dividono sicuramente in tre periodi: il primo, quando sei giovane, vuoi “scassare” tutte cose, cominci dal rock, un genere aggressivo; seconda fase, quella dello studio, cominci a moderare certi aspetti e pensare a un tuo linguaggio e al come rivolgerti al pubblico; terzo periodo, il più bello: ti senti libero da costrizioni e condizionamenti, fai praticamente solo quello che ti passa per la testa, e io voglio farmi trascinare da qualsiasi cosa mi vada di fare…».

Allora, che effetto le fa quando le chiedono successi come “Scrivimi”, “Rosanna”, “Una canzone d’amore”?

«Mai rinnegato le canzoni, i successi, che sono poi gli strumenti che, oggi, mi permettono di scegliere liberamente cosa fare: continuare su quella strada, pop anche se raffinato, oppure sterzare verso altri sentirei, il jazz per esempio; forse oggi quelle canzoni le scriverei diversamente, ma come faccio a rinnegare capitoli che hanno contribuito alla mia crescita, oppure, per dirla tutta, a rimediare ad eventuali errori che ho inavvertitamente commesso? Non ho la macchina del tempo, dunque va bene così, pertanto lunga vita a “Scrivimi”, “Rosanna” e le altre…».

Colgo la palla al balzo, ci dica quali errori sente di aver commesso, il giovane Buonocore?

«Per esempio – non si nasconde dietro una battuta, Buonocore, anzi, si apre – che il Festival di Sanremo fosse un punto d’arrivo, e invece non è nemmeno un punto di partenza: è una trasmissione televisiva e basta. Per dirla tutta, una kermesse, uno show come un altro, dove la canzone – che invece dovrebbe essere protagonista – viene messa all’angolo, perdendo quello che dovrebbe essere il ruolo principale di una manifestazione che non a caso è considerata “Festival della canzone italiana”: la musica non chiede di essere spettacolarizzata, è uno spettacolo a sé stante, anche chitarra e voce…».Buonocore 2 copiaCome e quanto è intervenuto, allora, in chiave jazz nelle sue canzoni?

«Non molto, la scrittura è assimilabile, è stato un percorso quasi naturale, anche grazie ai musicisti che hanno quella cultura e che mi hanno affiancato in questo progetto; credo sia stato un processo naturale, un lavoro già semplificato».

Ma, insistiamo, Chet Baker, un supergruppo con l’indimenticato Rino Zurzolo?

«Il passaggio allo stadio jazz è arrivato in modo naturale, anche se mi sono tornati utili certi passaggi, per così dire pop; premesso che tengo alla mia integrità di pensiero, non certamente statica – quella appartiene agli sciocchi – volevo però mantenere le ragioni che mi hanno avvicinato alla musica, cosa che ho sempre tutelato; mai imposizioni, solo felici incontri; esperienze diverse senz’altro, anche se credo di avere preso, ma anche di avere dato negli incontri con i musicisti con i quali mi sono relazionato in tutti questi anni».

Non le manca il profumo dello studio, chiudersi in sala di registrazione per scrivere e realizzare album?

«Lo studio mi sta molto stretto – conclude Buonocore – io che fra quelle quattro mura ci ho vissuto a lungo: io che ho cominciato a diciotto anni, mi sono stancato della musica autoreferenziale, oggi in qualche modo voglio dare, lanciare – se vogliamo – un boomerang perché mi faccia comprendere come questo mio modo di intendere la musica, possa tornarmi indietro…».

«Sosteniamo il turismo culturale»

Eva degl’Innocenti, direttrice del MArTà, riparte da uno degli attrattori del territorio

«E’ la strada per riprendersi dopo il lockdown. Invogliamo il turismo a visitare le bellezze custodite nel Museo Archeologico Nazionale. Il dopo-confinamento ha attivato progetti mai realizzati finora. Tariffe e abbonamenti con formule promozionali. Francesi e tedeschi i più interessati ai beni archeologici»

Taranto si riprende a grandi falcate. Sempre nella massima prudenza, ma con un certo ottimismo alla ripresa dopo il periodo di confinamento a causa del Covid-19. Ci sono note positive per il turismo balneare e quello enogastronomico, ma anche per quello culturale. Uno dei più importanti attrattori culturali cittadini è il MArTà, il Museo archeologico nazionale diretto dalla dottoressa Eva degl’Innocenti. Cominciamo dalla fine. Dalla ripresa delle attività e, dunque, delle visite al Museo archeologico nazionale.

«Anche durante il lockdown abbiamo sempre mantenuto un rapporto continuo con i nostri visitatori, nel frattempo diventati visitatori virtuali; alla sua riapertura il Museo si è presentato con una programmazione culturale e didattica che ha suscitato interesse registrando un’adesione per certi versi inattesa”.

Il tour virtuale in cosa consisteva?

«Abbiamo creato una programmazione, il MartaVisione: tutti i giorni eravamo nelle case di chiunque fosse interessato al Museo attraverso i nostri social, Youtube, Facebook, Instagram; tour virtuali con video a cura del nostro personale; abbiamo svelato le fasi del nostro lavoro, una sorta di “dietro le quinte”, che il pubblico ha potuto osservare in poche occasioni».EVA - 1Sta riportando alla luce altri tesori custoditi dal MArTà.

«Stiamo cercando di offrire programmazioni diverse per fascia di pubblico. I bambini, per esempio, hanno avuto la loro parte di contenuti attraverso un linguaggio appropriato e, soprattutto, giochi, indovinelli; abbiamo colto l’occasione per lanciare il concorso “Crea la mascotte del MArTà”, che ha riscosso grande successo: siamo stati piacevolmente inondati da una risposta considerevole del territorio, centinaia e centinaia di disegni molto belli: a tempo debito sveleremo il nome del vincitore…».

Lockdown, un periodaccio, durante il quale ha fatto squadra con i suoi collaboratori.

«Con l’intero staff abbiamo dato vita a un importante lavoro. Non ci siamo mai fermati; detto che il Museo ha una vigilanza H24, i curatori hanno assicurato rotazioni, il personale ha lavorato in smart-working; abbiamo creato presìdi di sicurezza per tenere sotto stretto controllo i reperti; ogni giorno vengono misurate le temperature, controllati i depositi del Museo e tutto ciò che riguarda la sicurezza dell’edificio, le manutenzioni; ci siamo dedicati con grande attenzione a tutte queste attività, anche approfittando dell’assenza del pubblico per curare, per esempio, tutta la manutenzione e la cura delle collezioni; dedicarsi alla pulitura dei reperti contenuti nelle vetrine, dunque a quelle attività che richiedono tempo e massima sicurezza».
Quanto le è dispiaciuto il blocco di un trend positivo che stava registrando una costante crescita di pubblico e gradimento?

«Quando ha assunto lo status di autonomia speciale, dunque prima del lockdown, il Mueo aveva registrato un incremento di visitatori fra il 40 e 50%, con un 80% in più di introiti; numeri molto positivi: fossimo un’azienda privata staremmo a festeggiare un trend con una crescita esponenziale; sottolineo con orgoglio l’aumento dei visitatori tarantini che hanno cominciato o ripreso a frequentare il Museo; ma non misurerei le performance con i numeri, ma con tutte le attività e i progetti che abbiamo creato insieme con il territorio. E’ evidente che oggi ci troviamo in una situazione diversa, la flessione di numeri si registra in tutta Italia, in quanto il nostro è un comparto legato al turismo: lo stop ha creato anche un blocco psicologico, ma abbiamo voluto vedere il bicchiere mezzo pieno: è cambiato il paradigma dell’immaginario nei confronti del Museo, sono finite le visite mordi e fuggi, soprattutto quelle che interessavano un turismo di massa assolutamente negativo, che è tutt’altro che un valore aggiunto. Sono fiorentina, conosco quali disastri questo possa provocare. Quindi, se da un lato abbiamo avuto una flessione dei visitatori dovuta al contingentamento, io ho visto questo momento in modo positivo, considerando che il rapporto con l’opera ci permette di offrire al visitatore qualcosa di più empatico, relazionale».MARTA 1 - 1Insomma, ha fatto di necessità virtù.

«Abbiamo utilizzato questo momento, laddove il decremento del pubblico poteva sembrare negativo, per realizzare, per esempio, la programmazione “Tesori mai visti”: tre giorni a settimana, più un giorno a settimana dedicato al pubblico “familiare”, abbiamo svelato attraverso la voce dello staff, personale tecnico-scientifico, reperti e tesori conservati fino a quel momento nei depositi, dunque totalmente inediti, mai esposti. Questo ha permesso allo staff un approfondimento scientifico e di ricerca e, al contempo, di proseguire nell’attività di educazione al patrimonio, riservata a un numero ristretto di visitatori osservando la massima sicurezza dell’opera. In tempi diversi, non avremmo potuto offrire questo tipo di lavoro, una cosa che è stata molto apprezzata. Questo ha incoraggiato l’adesione agli abbonamenti. Oggi, infatti, si può visitare il Museo a una tariffa più che promozionale, la chiamerei simbolica; dal “My MArTà”, agli abbonamenti “Family”, dalla coppia alla formula due adulti con minori, poi “Young” dai diciotto ai venticinque anni, infine “Forever young” per gli over 65, quella “Corpored”, stipulata con convenzioni con il mondo imprenditoriale a cui teniamo molto in quanto crediamo molto in una progettualità pubblico-privata».

Quali sono i turisti stranieri più interessati alle bellezze custodite dal MArTà?

«Quello più interessato, mediamente, è il pubblico francese, seguito da quello tedesco; gente molto colta e, soprattutto, molto interessata all’archeologia; il turismo culturale italiano è rappresentato da questa presenza significativa, Francia e Germania vantano una lunga tradizione di studi e fruizione dell’archeologia. Francesi e tedeschi, lo dicono i numeri espressi da altri siti pugliesi, non sono interessati al solo turismo balneare».

Se domani venissimo al Museo davanti a quali novità ci troveremmo?

«Intanto il nostro FabLab, nostro fiore all’occhiello: crea stampe in 3D dei nostri reperti; è in corso il progetto di digitalizzazione: 40mila opere open date, tanto che si potranno ammirare operatori e tecnici che lavorano alacremente, impegnati per i prossimi venti mesi a completamento del progetto; come detto, la visita dei nostri “Tesori mai visti”, per un pubblico di famiglie a cui teniamo in modo particolare; infine, un invito: il 12 luglio, con prenotazione obbligatoria sulla piattaforma, si potrà prendere parte a visite guidate per ammirare “I Capolavori del Museo”, occasione imperdibile».