«Il virus ci ha messi al tappeto»

Amadou, senegalese, ventotto anni

«Lavoravo nei mercatini, riuscivo a guadagnare dieci, quindici euro al giorno. Ora è dura anche per gli italiani che spendono i pochi soldi che circolano solo per i generi alimentari». Poi si fa amaro, racconta la vicenda in mare. «Mio fratello inghiottito dal mare, come la nostra imbarcazione, poco prima che una nave mercantile ci traesse in salvo».

«La vera crisi è questo maledetto virus!», esclama Amadou, senegalese, ventotto anni, uno che sembra saperne una più del diavolo. «Solo esperienza, e una vita spesa fra mille stenti, poi completata da una storia bruttissima e, in coda, da un lieto fine, purtroppo solo per me: durante il viaggio per l’Italia, in una imbarcazione piccola e strapiena di gente come me, solo desiderosa di fare una vita che non fosse disumana, c’era anche mio fratello, Issa – ironia della sorte, come dirà più avanti – scomparso fra le onde di un mare agitato e un mezzo piroscafo che imbarcava acqua…».

Prima di farci raccontare la sua storia a tinte fosche, la sua idea sulla crisi. «E’ il virus che l’ha provocata – sostiene, prova un’analisi di pancia, non ha gli strumenti per sostanziare le sue considerazioni, ma ha comunque una sua idea, che ascoltiamo volentieri, hai visto mai… – più di un anno fa, prima che sul mondo si abbattesse questa sciagura, mi riferisco alla pandemia, lavoravamo più o meno tutti: noi senegalesi, per abitudine, educazione se vuoi, siamo abituati a guadagnarci anche un solo tozzo di pane con il lavoro; non troverai mai uno di noi fuori da un bar o un supermercato, un parcheggio a chiedere spiccioli».

 

PRIMA A GONFIE VELE…

Insomma, provochiamo, prima del virus andava tutto a gonfie vele. «Prima che su tutti si abbattesse questa sciagura, bene o male la giornata la riempivamo di qualche euro: chi vendendo monili e roba di artigianato, chi facendo mercati e mercatini fra Taranto e provincia: io, per esempio, vendevo roba usata, non solo abbigliamento, ma anche oggetti, mobiletti, strumenti di qualsiasi tipo, cose che potevano tornare utili ad altri; io e i miei amici fra i banchi dei mercatini eravamo riusciti a guadagnarci la fiducia della gente che visitava le nostre piccole, ma dignitose esposizioni; c’era chi acquistava, tirava un po’ sul prezzo, poi nel tira e molla, si convinceva e dopo la trattativa eravamo entrambi soddisfatti; altri, invece, a me e ai miei soci portavano oggetti di qualsiasi dimensione anche per il solo piacere di farci un regalo; e anche in questi casi, noi per principio cerchiamo di ricambiare il gesto: intanto per riconoscenza, poi perché magari a una prossima occasione avrebbero potuto portarci dell’altro».

Ottimo rapporto, pare di capire, con gli italiani. «Non penso nemmeno a come possa essere un pessimo rapporto, con un italiano, come con chiunque altro: ho visto cose brutte sulle quali non voglio tornarci, al solo pensiero ci sto male; ne ho viste davvero tante, tanto che quando qualcuno si allontanava dai nostri banchi brontolando o urlandoci cose irripetibili non ci facevamo nemmeno caso».

Ma ne ha viste davvero tante, Amadou. «L’importante era che ci lasciassero fare il nostro lavoro – spiega il ventottenne senegalese – mettere insieme dieci, quindici euro e poter mangiare, pagare il fitto di casa e poter mandare qualche soldo a casa: ora che non stiamo lavorando, quegli euro che avevo da parte o che spedivo ai miei familiari, li spendo solo per mangiare e pagare l’affitto; la crisi, non sembra, ma la paghiamo tutti: la pagano gli italiani, che non dispongono più di grandi risorse; la paghiamo noi, perché gli italiani i soldi li spendono solo per comprare cose da mangiare: il virus ci ha messi al tappeto, tutti nessuno escluso».

 

QUEL VIAGGIO MALEDETTO

Torniamo al viaggio, al fratello, Issa. «Tre anni più giovane di me – ricorda con grande tristezza, Amadou – ci eravamo imbarcati insieme, eravamo passati fra le mani di civili libici, armati fino ai denti, che spesso incrociavano i militari del posto: non li ho mai visti entrare in conflitto, avevano quasi rispetto gli uni degli altri, penso che alla fine facessero affari insieme. Misi insieme cinquecento dollari, trovai un mio connazionale che si occupava del trasferimento; mio fratello Issa non si staccava un attimo da me, avevamo in mente un sogno di libertà da realizzare insieme; con una barchetta ci accompagnarono ad un piroscafo che ispirava poca fiducia: io e lui, Issa, ci chiedevamo se quella “cosa” potesse portarci dall’altra parte del mondo, posto che fuggivamo dalla povertà e dai maltrattamenti cui eravamo sottoposti dai libici».

Una volta su quella “bagnarola”, mare aperto. «Il viaggio non prometteva niente di buono, non faceva paura se non a chi non sapeva nuotare e, a sua volta, si raccomandava al vicino di barcone nel caso fosse successo quello che tutti scongiuravamo: in mare aperto iniziò ad accadere quello che, invece, avevamo previsto, l’acqua cominciò ad entrare da tutte le parti; i tre dell’imbarcazione ci minacciavano, dovevamo svuotare quel mezzo con qualsiasi cosa ci capitasse a tiro, un secchio, una scodella, e chi non trovava nulla, doveva usare le mani».

 

«PENSA PER TE…»

Niente da fare, quel mezzo nel quale avevate posto le vostre speranze e ciò che avevate guadagnato, cinquecento dollari, stava per scomparire in mare. «Nello stesso momento avvistammo in lontananza un mercantile, la barca era per metà sommersa d’acqua, nel fuggi-fuggi generale tutti si sbracciavano, urlavano per farsi sentire e si lanciavano in mare, anche chi non sapeva nuotare: io ero ancora sulla barca, cercavo di far risalire a bordo mio fratello, lo tiravo su, nonostante non avessi più forza; ricordo le sue ultime parole “Ce la faccio, stai tranquillo!”: mi disse una bugia, come a dire “Pensa a te, altrimenti finisce che non ce la fa nessuno dei due…”; avevo provato a tirarlo su, ma tutto era risultato vano. Dopo qualche settimana in Italia, mentre fornivo le mie generalità con un sorriso amaro un uomo delle forze dell’ordine mi disse “Amadou, sai che in Italia “issa” lo usiamo quando dobbiamo tirare su qualcosa, qualcuno, a bordo di una imbarcazione?”. Purtroppo, Issa mio fratello, non avevo potuto tirarlo su, trarlo in salvo: mentre salivo a bordo del mercantile che aveva salvato me e un po’ di amici, fissavo quel grande specchio d’acqua; urlavo il nome di mio fratello, ma ormai non c’era più niente da fare: devo costruirmi un futuro anche per lui, che nel momento di maggior pericolo mi aveva urlato di stare tranquillo e pensare a me…».

«Non faccio più notizia!»

Themba, somalo, ventidue anni, da sei in Italia

«Non sono più un fenomeno da monitorare. Io e i miei connazionali e fratelli africani ci sentiamo più liberi, ma anche un po’ trascurati dalle istituzioni. Causa covid e crisi, si parla sempre meno di noi immigrati. Arrivato a Lampedusa per inseguire un sogno, studiare e fare una vita serena»

 «Non torno più a casa, resto in Italia dove sono arrivato sei anni fa; ma prima che scoppiasse il covid avevamo la sensazione che qualcuno si fosse dimenticato di noi: niente più interviste o domande nei bar, nei supermercati: gli immigrati non fanno più notizia».

Themba, somalo, ventidue anni, in Italia da sei, era minorenne quando è sbarcato a Lampedusa. «Ricordo perfettamente quel giorno – parla l’italiano con una certa proprietà di linguaggio, che fosse sveglio lo si capisce subito, che fosse intelligente e riflessivo anche – era come se fossi stato restituito a nuova vita, quella che avevo sempre sognato nel mio Paese, dove ho lasciato la mia famiglia, mamma e sei fratelli…».

C’è tempo per raccontare la storia, incuriosisce il suo atteggiamento disincantato a proposito dell’ascoltare o intervistare un africano  «sempre più raramente».  «Non so, ormai, se per me e i miei connazionali – dice Themba – fratelli africani, sia un bene essere più o meno ignorati, certamente rispetto a qualche anno fa non siamo più i “fenomeni” da intervistare, ai quali offrire un caffè – anche con un solo euro schiacciato sul palmo di una mano aperta – e poi, “arrivederci e grazie”; insomma, non facciamo più notizia, sarebbe bello chiedeste oggi agli italiani cosa rappresentiamo per loro: una risorsa, un peso, o peggio, qualcosa davanti alla quale restare indifferenti».

 

 

UN FENOMENO

Themba, lo sai che sei un fenomeno, vero? «Lo dicevano anche a casa mia – ricorda il ventiduenne somalo – capisco anche il senso della parola: fenomeno sta per sveglio, vispo, nel peggiore dei casi per rompiscatole, e io in effetti un po’ rompiscatole mi sento; ma non di quelli che importunano, no, ma di quelli che si fanno e pongono mille domande; personalmente vivo alla giornata, lavoro un po’ nelle campagne, un po’ al mercato: da una parte con un contratto saltuario, dall’altra a nero…».

Ride, Themba, noi con lui perché capiamo dove voglia andare a parare. «Nero, mi ha sempre fatto ridere questa cosa da quando l’ho sentita per la prima volta: intanto perché identifica con il colore della mia pelle e di tutti i miei fratelli, poi perché con quel colore si intende significare qualcosa di poco pulito, anzi talmente sporco da essere nero, appunto; ma non abbiamo mica la presunzione di cambiarvi il dizionario…».

E i connazionali, i fratelli, come li chiami tu, che fanno? «Quello che possono: la voglia di realizzare un sogno non è svanita, diciamo che si è affievolita, ma non vediamo l’ora che finisca la pandemia per poter tornare a vivere senza ostacoli, poter circolare senza problemi; nonostante qualcuno rinnovi il visto per restare in Italia, perché ha un contratto di lavoro – anche saltuario, poco importa – non manca occasione perché venga fermato per i controlli di routine; sacrosanti, se fossero rivolti anche ai “bianchi” che circolano senza mascherina, ma quando qualche anno fa eravamo più numerosi, questo non accadeva così di frequente, ma non voglio fare del vittimismo, altrimenti finisce che do ragione a qualche mio amico italiano, che dice “certe cose, The’, te le vai proprio a cercare!”: vero, ho la polemica in corpo, ma non vorrei essere frainteso…».

 

BOTTA E…RISBOTTA

In questo gioco di botta e risposta, sembra che lui stesso si rivolga interrogativi e li risolva a suo modo, perché ha maturato una sua idea in questi sei anni. «Sarò eternamente grato a questo Paese – puntualizza Themba, evita di essere frainteso – per avermi accolto a braccia aperte, avermi ospitato, ora però è crisi, crisi covid e crisi per tutto, poco lavoro, la gente è abbattuta, i problemi non si risolvono, ma si spostano: prima avevamo urgenza di conoscere il nostro futuro, che tipo di prospettiva potesse offrirci l’Europa, oggi dobbiamo accontentarci di quanto ci passa il quotidiano; la crisi, come fosse un virus, ha contagiato tutti, dall’Italia alla Francia, dalla Spagna alla Germania».

Meglio che in Somalia, però Themba. «Sono arrivato sbarcato sei anni fa a Lampedusa, con due miei amici, ospitato nel Centro di accoglienza dell’isola siciliana; lì, responsabili di “Save the children” mi hanno aiutato, fornendo per quanto possibile consulenza legale e servizi di mediazione culturale». Cosa ha raccontato quando ha messo piede in Italia.  «Che in Somalia era estremamente pericoloso viverci; un mio vicino, uscito di casa per lavoro, quando è rientrato ha trovato la sua famiglia completamente distrutta: moglie e figli uccisi». Cosa si aspetta, oggi, dall’Italia. «Lo stesso sogno che avevo da ragazzo – conclude il ragazzo somalo – scappare da un Paese nel quale non si viveva più, anzi si finiva di finire morti ammazzati; resto in Italia perché voglio migliorare la mia posizione sociale, studiare, trovare un lavoro – anche saltuario – ma qualcosa su cui poter contare, rifarmi una vita, possibilmente serena».

«Una vita normale…»

Mahdi, nigeriano, trent’anni

Prima uno zio, poi il papà, assassinati da malfattori, nessun colpevole assicurato alla giustizia, scappa per evitare ricatti. «Voglio vivere sereno, come tanta gente, riabbracciare mia moglie e i miei figli al più presto: intendo lavorare, non elemosinare. In Libia, ho fatto di tutto per mettere insieme i soldi per pagarmi il viaggio verso la libertà. Poche ore di mare, una nave mercantile spagnola, finalmente l’Italia»

 

«Prima zio Mansur, poi papà Sunday, aggredito e accoltellato il primo, assassinato a colpi d’arma da fuoco il secondo. Uno e l’altro, in momenti diversi, muoiono a breve distanza di tempo, uno dall’altro». Brutte storie. «Chiedevano soldi, le scuse più strane, come comprarsi da mangiare, studiare, pagarsi un viaggio per l’Europa: non sempre potevamo elargire danaro, ma si erano fatti insistenti, con mio zio e mio padre».

Non tutta la Nigeria è così, ma le gang di malfattori sono più o meno all’ordine del giorno. Ragazzi che non hanno grande voglia di lavorare, mettono in conto che possano essere ammazzati, proprio durante un “chiarimento”. «Durante una resa dei conti – spiega Mahdi, nigeriano, trent’anni – proprio come accade nei film, tirano fuori di tutto, coltelli, scimitarre e pistole, qualche fucile: non sono armi all’ultimo grido, qualche volta non funzionano, ma quando parte un colpo, vi assicuro che sono dolori: è la fine…».

«Zio Mansur era un avvertimento – ricorda Mahdi – ci è cascato come una frutta matura cade da un albero fra le braccia: l’ultimo sguardo rivolto al cielo, gli assassini se la danno a gambe levate, la mia famiglia è avvisata!». Non c’è tregua da queste parti, comanda il più forte, gang organizzate, guidate da pazzi scatenati come fosse una riedizione, tutta africana di “Pulp fiction”. Questa è la storia di Mahdi, trent’anni, fisico possente, uno che non si tirerebbe indietro di fronte a qualsiasi cosa, tranne che a un paio di pistole puntate sulla faccia. «E’ un attimo – ricorda – è come se la pellicola del film della tua vita scorresse di corsa, questi ci mettono poco a premere un grilletto, lo hanno già fatto, una vittima in più è solo un numero, uno che non ha nemmeno un nome».

 

ELEMOSINARE, MAI!

Mahdi, non trascina le giornate, si industria, fa quello che può fare. Lavora saltuariamente, il fisico gli permette di non passare inosservato e un paio di braccia come le sue fanno comodo al mercato come nei campi. «Di sicuro – spiega – non chiederei mai l’elemosina, non rientra nell’educazione che mi hanno impartito mia madre e mio padre». Mahdi, non una, ma tre famiglie. Quella dello zio, che l’ha cresciuto come fosse un figlio, prima che fosse ferito a morte; quella di papà, fino a quando anche lui è campato, prima cioè che tre, quattro proiettili, non li ricordo nemmeno, lo strappassero per sempre all’amore dei figli; infine, la sua di famiglia, quella di Mahdi, moglie e quattro figli.

«Ho assistito mio padre – racconta – gravemente malato, come ho potuto, trascurando anche il mio lavoro, riparavo auto e moto; papà Sunday doveva essere seguito tutto il giorno, la malattia lo stava divorando, anche se riusciva a fare le cose più importanti in modo autonomo; avevo già perso mia madre per una malattia simile, una di quelle che dalle nostre parti sembrano incurabili e, invece, potrebbero essere curate come se fosse un’influenza; ma è così che funziona lì, dalle nostre parti: l’assistenza sanitaria è insufficiente, così le malattie prima si  complicano, poi diventano casi estremi, infine incurabili».

Trent’anni, quattro figli, una famiglia numerosa. «Quattro fratelli, rimasti tutti a casa, erano zio e papà ad avere cura di noi tutti: non che navigassimo nell’oro – avessimo avuto tanti soldi, avremmo affrontato cure costose – ma vivevamo bene, per come può essere una vita tranquilla dalle nostre parti; quando papà si è ammalato, mio zio era stato già ammazzato; avevamo voluto risparmiare questo dolore a papà, ma il mio genitore lo capì quasi subito non vedendo più suo fratello fargli visita come invece accadeva tutti i giorni;  morto papà, ecco i problemi: lavoravo, ma dovevo stargli accanto, finì che dovevo trascurare la mia attività di riparatore; poi il suo assassinio, nonostante fosse in quelle condizioni: qualcuno fuori controllo lo aveva condannato».

 

ADDIO ZIO, ADDIO PAPA’

Niente più zio, né genitori. Solo la sua famiglia. «Sono sposato – rivela Mahdi – mia moglie e i miei quattro figli, tre ragazzi e una ragazza, fra i nove e i tre anni, sono rimasti a casa: ci sentiamo quando è possibile, ogni volta è una forte emozione, sentirli tutti insieme è un’impresa: le telefonate costano, oggi non posso permettermelo».

Mahdi parla della fuga. «Rappresaglie continue – ricorda – un problema fare fronte a gang senza scrupoli e che agiscono con una polizia assente; proveresti anche a difenderti, ma poi rischieresti la tua vita e, soprattutto, quella dei tuoi cari; così due anni fa sono partito senza un obiettivo preciso, se non quello di provare a ricostruirmi ovunque capitasse una vita normale e, appena possibile, tornare a casa, ma solo per riprendermi moglie e figli e portarli nella mia nuova casa».

Mahdi e la Libia. «Posso ritenermi fortunato, non sono stato vittima di bande di sequestratori che ti prendono in ostaggio e ti svuotano le tasche, ti affidano a persone che ti danno lavoro e riscuotono i soldi al tuo posto; nella sfortuna posso ritenermi fortunato: non mi sono mai tirato indietro quando c’è da prendere fra le mani attrezzi da lavoro; in Libia ho fatto praticamente di tutto: lavorato nei campi, costruito mobili, perfino fatto il giardiniere,  il custode e lo spazzino; l’unico scopo era mettermi da parte quei soldi necessari per pagarmi il viaggio verso l’Italia, una volta qui avrei visto cosa fare, se restare o ripartire, verso Francia o Germania; raggiunta una certa somma ho contattato qualcuno che mi mettesse su uno dei tanti gommoni in partenza per il vostro Paese».

Finalmente Mahdi il mare, una grande emozione. «L’ho vissuto come un senso di liberazione: pensavo a quanto accaduto a casa, provando ad accarezzare una sorta di riscatto, perfino un futuro: quello che è stato, quello che potrebbe essere, con mia moglie e i miei figli».

Il trentenne nigeriano muove, dunque, il primo passo verso una nuova vita. «Arrivo in spiaggia, un gommone che potrebbe ospitare non più di una quarantina di persone, ne imbarca centocinquanta: dopo aver salpato ci troviamo in mare aperto, otte ore di mare, quando una nave mercantile spagnola ci avvista e ci viene incontro: tutti sani e salvi. Trovo un primo lavoro, mi piacerebbe studiare, dimenticare il dolore e tornare un’ultima volta a casa per riabbracciare mia moglie, i miei figli e portarli via con me e, finalmente, riabbracciare la speranza di una vita normale».

«Ibrahim, sei tu?»

Billy, guineano, riabbraccia un giovane gambiano salvato da morte certa

«Incontrato sul Lungomare di Taranto. Ci siamo corsi incontro e stretti quasi fino a farci male. Non sapeva nuotare, invocava aiuto: ne avevo visti già tanti inghiottiti dal mare, lui non doveva fare la stessa fine. Sopravvissuto a quella sciagura del mare, ho aiutato lui, il figlioletto di un mio connazionale e mia sorella, diventata ostetrico»

Salvare un ragazzo da morte certa, perderlo di vista una volta sbarcati, prima daccapo in Libia, più avanti a Catania e, infine, riabbracciarlo, da non crederci, mesi dopo sul Lungomare di Taranto. Una storia a lieto fine, quella di Billy e Ibrahim, una di quelle che più di altre ci piacciono. Nonostante di mezzo ci siano, purtroppo, centotrenta dispersi, cioè centotrenta morti. Quell’aggettivo, “dispersi”, lo usano i cronisti, i notiziari, le istituzioni che alimentano speranze flebili. Quei centotrenta che non si sono più trovati, secondo i calcoli di Billy, un ragazzone con la voglia di fare, tanto, riscattarsi e dimostrare al più presto la sua riconoscenza per l’Italia, ma che ha solo voglia di lavorare.

A proposito di notiziari, ancora oggi Billy non si capacita. «Possibile che centotrenta persone scompaiano in mare e nessuno ne dia notizia?», s’interroga. Telegiornali, un notiziari, un quotidiani, tacciono. «Ancora oggi penso a quella gente che non è ancora ancora a conoscenza di quello che possa essere accaduto ad uno dei loro familiari: non sanno nemmeno che i loro cari siano stati dati per “dispersi”, in realtà morti in uno dei tanti viaggi della speranza».

Billy, guineano, fede musulmana, ventiquattro anni, si è impegnato in mille lavori. Comincia dalla fine, da quel romanzo che è la vita. «Non volevo crederci, passeggiavo sul Lungomare di Taranto e quel ragazzo che mi stava venendo incontro, a piccoli passi, perché anche lui sembrava non credesse ai propri occhi, era Ibrahim!». Da non crederci, come dare torto a Billy. «Un grande abbraccio, ci stringemmo con forza, quasi fino a farci male, non ricordo nemmeno chi dei due cominciò a singhiozzare per la forte emozione: piangemmo insieme; in un attimo nella mente passò quel brutto film che fu il naufragio…».

 

ERA IL 27 SETTEMBRE…

Ibrahim, gambiano, più giovane di lui, quella notte in mare in preda alla disperazione.  Ricorda come fosse ieri, Billy. Tiene a mente la data. «27 settembre 2017, tirai fuori trecento euro per pagarmi quel viaggio della speranza, ancora non sapevo cosa mi aspettasse: pensando a quelle ore disperate, mi viene ancora da piangere: mi rimbombano nella mente pianti a dirotto e urla strazianti: tutto buio, gente che vedo a stento, illuminata a a malapena dalla luna, che purtroppo scompare inghiottita da flutti del mare; tutti, me compreso, disperati, in cerca di salvezza: uno strattona l’altro, si aggrappa a qualsiasi cosa lo circondi: tavole galleggianti, bidoni, camere d’aria, insomma quel poco che resta di quell’enorme gommone; ci sono anche bidoni di benzina, qualcosa che potesse rappresentare la nostra salvezza: qualcuno provava a svuotare quei bidoni dal carburante che, inevitabilmente, ci finiva addosso, sulla faccia, le braccia, sul dorso delle mani, fino a ustionarci la pelle: meglio le ustioni che non morire affogati, risucchiati dal mare». Quei bidoni erano un salvagente, scatenavano una disperata lotta per la sopravvivenza: mi guardavo intorno, uno spettacolo agghiacciante, chi provava ad impossessarsi di un bidone o una camera d’aria; non tutti sapevano nuotare e, allora, addio, un istante dopo non li vedevi più, ma anche chi sapeva nuotare alla fine, sopraffatto dalla stanchezza veniva ingoiato dalle acque. Fu in uno di quei momenti che vidi scomparire fra le acque Thierno, un mio connazionale: durante quel breve viaggio mi aveva raccontato la nostalgia che avvertiva per aver lasciato moglie e figlio, Mamadou, piccolino, rimasto in Guinea con la mamma…».

 

ADDIO THIERNO, AMICO MIO…

Thierno non c’era più. C’era Ibrahim, piuttosto, un ragazzo che vedeva per la prima volta. Rischiava di annegare, non sapeva nuotare. «Sentii un morso a una mano, vidi un ragazzo giovanissimo, magro, disperato: voleva quel bidone al quale ero abbracciato, aveva paura di morire e qualsiasi cosa facesse, pensai subito, era giustificata; lo rasserenai con un sorriso e un gesto, gli allungai quel “salvagente”; potevo resistere, ho un buon fisico: Ibrahim era salvo, io poco dopo trovai un altro bidone al quale mi aggrappai; ero salvo anche io!».

Ibrahim, viveva fra Martina Franca e Grottaglie. «Felice per lui, ma ancora con il cuore a pezzi per il dolore, quei centotrenta compagni di viaggio dispersi in mare, che brutto destino!». C’è un altro risvolto umano nel racconto di Billy, altrettanto nobile. «Durante i primi tempi – spiega il ragazzo guineano – con metà del mio pocket-money aiutavo il piccolo Mamadou, figlio del povero Thierno: proseguiva gli studi, inviavo i soldi alla mamma, che con qualche altro risparmio ha aperto un piccolo commercio tanto che oggi è lei stessa a provvedere al figlioletto». Il cuore di Billy è immenso. «Ho aiutato anche mia sorella Fanta, nel frattempo diventata ostetrica: aiuterà mamme a mettere al mondo tanti bei bambini che non dovranno conoscere quell’inferno attraverso il quale sono passato io e tanti altri come me, come il povero Thierno e il mio amico fraterno Ibrahim, che fortunatamente ce l’ha fatta».

«Luigi, insegnaci!»

Anche un pugno nello stomaco può indicare una strada (da evitare)

Calciatore, baciato dalla fortuna e dal talento, aveva giocato con Ronaldo il Fenomeno. Dopo il calcioscommesse, una seconda tegola: l’arresto per coltivazione di marijuana. Per i nostri ragazzi: «Giocare al calcio è una festa, figurarsi vivere di popolarità». E, ancora: «Conosciamo i sacrifici e chi, fra noi, ha la fortuna di giocare in serie B o C: non si dimentica del passato e dei suoi fratelli. La fortuna è un dono che abbiamo in prestito e questo lo sappiamo…»

 

Luigi, ex calciatore di Serie A, è stato arrestato. Coltivava una serra di marijuana. Ex difensore di Juventus, Inter, Roma e Parma, oggi quarantasei anni, è stato colto in flagrante mentre stava curando insieme ad un complice più di un centinaio di piante di marijuana in un casolare abbandonato sull’Appennino emiliano. Dopo l’interrogatorio di garanzia è stato posto agli arresti domiciliari.

Questa la notizia. Non amiamo i clamori, le cooperative sociali hanno il compito di recuperare piuttosto che schiacciare un essere sotto le sue responsabilità. Anche quando commettere errori sarebbe umano e diabolico perseverare. Il cognome di una delle stelle del calcio italiano finita nuovamente in una storiaccia di droga, dopo aver fatto parte di un sistema legato al calcioscommesse, dunque alla truffa, lo trovate altrove. A noi interessa la storia di Luigi, purtroppo non un caso isolato, un atleta invidiato da un sacco di ragazzini all’inizio degli Anni Novanta, quando indossava i colori di Juventus, Inter e Roma, perfino il Parma più vincente della storia, ma scivolato sulla strada di un benessere malato.

 

LUIGI E IL FENOMENO

Luigi aveva giocato anche con Ronaldo il Fenomeno. Qualcuno si domanda cosa potesse chiedere di più alla vita un ragazzo baciato dalla fortuna e dal talento. Non abbiamo risposte, ma solo domande. Quelle, tante, circolano nella nostra mente come un martello pneumatico. Quante volte abbiamo visto i ragazzi ospiti della nostra cooperativa indossare magliette di calcio, preferibilmente della Juventus piuttosto che del Barcellona. E quante volte abbiamo chiesto loro il perché di quella scelta, perché il calcio. Le risposte, più o meno sempre le stesse.

«In Africa quello che non manca – confessano i ragazzi ospiti di Costruiamo Insieme – sono le distese e quattro canne, quelle che ci servono per delimitare una porta di calcio e giocare con una palla il più delle volte ricavata da un po’ di stracci tenuti con la corda o, peggio, perché fa male prenderlo a calci; ogni volta che giochiamo è una festa, una delle poche volte in cui ci viene il sorriso: ecco, diciamo che prendiamo a calci la sfortuna correndo all’inseguimento dei sogni e qualche volta ci capita di far gol».

Le magliette. «Nei nostri Paesi guardiamo le partite nei bar che hanno una tv e un abbonamento alle gare di Champions e ai campionati di calcio, italiano, inglese e spagnolo; qui stesso, nella cooperativa, ci capita di riunirci per assistere alle partite più importanti: anche questo è un momento di gioia, una goccia in un mare di pensieri che vanno dalla nostalgia di casa ai nostri cari che sono rimasti lì, non senza qualche problema…».

 

«FOSSI STATO CALCIATORE…»

 «Magari fossi calciatore, in un attimo guadagnerei rispetto e posizione sociale – ci spiegava settimane fa uno dei nostri ragazzi – in Italia è lo sport più popolare e quando gli assi del calcio parlano, la gente sta ad ascoltarli: ultima in ordine di tempo, la storia di Romelu Lukaku, l’attaccante dell’Inter che ha raccontato il dramma familiare, i sacrifici che dovevano affrontare papà e mamma originari dello Zaire (ex Congo, ndc); essere un calciatore è bello, siamo in tanti a sognarlo e quando leggiamo storie di calciatori che si sono rovinati con le scommesse o la droga, ci viene tristezza; non giudichiamo, ma quanto ci avrebbe aiutato e fatto crescere partire dalle cosiddette “scuole alte” nelle quali la prima parola che insegnano è “rispetto”; ma ognuno risponde a se stesso e al Cielo di scelte sicuramente non condivisibili: miei amici e fratelli lavorano nei campi, nei mercati ortofrutticoli, nei mercatini domenicali o vendendo piccoli articoli; pensate se a qualcuno di questi fosse capitata la fortuna di giocare anche in serie B o serie C…».

I guadagni li avrebbero gestiti in modo diverso. I ragazzi vengono dai sacrifici, conoscono il peso di un euro. «Ho amici che hanno avuto la fortuna di farsi strada nel calcio – ci spiegano i ragazzi – senza diventare dei fenomeni; nessuno di loro dimentica da dove viene e che la fortuna è una cosa che ti è stata donata, ma qualcuno può togliertela quando meno credi, così aiutano i propri fratelli venuti dall’Africa, come loro e le loro famiglie: difficile che qualcuno di questi si dimentichi di noi…».

 

«UN ALTRO PASTICCIO!»

Luigi di sciocchezze ne ha combinate più di una. L’ex calciatore, dopo essersi ritirato dal calcio giocato, undici anni fa aveva scelto di restare a vivere a Parma. E qui, l’altro giorno, all’ora di pranzo, gli agenti della Fiamme Gialle lo hanno trovato assieme ad un complice intento a curare la coltivazione che, secondo le stime, avrebbe potuto fruttare oltre due chili di sostanza stupefacente. Ad insospettire gli inquirenti la richiesta del raddoppio della potenza del contatore di un casolare di una piccola frazione della montagna parmense, all’apparenza completamente disabitato. Nemmeno un po’ di astuzia, Luigi.

Una volta tradotto davanti al giudice, nell’interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere per poi finire agli arresti domiciliari presso la propria abitazione. Per Luigi, purtroppo, non è la prima volta in cui ha a che fare con la giustizia. Era finito, infatti, in carcere in seguito all’inchiesta sul Calcioscommesse partita dalla Procura di Cremona. Due anni fa l’inchiesta per lui si era conclusa con la dichiarazione di prescrizione con il tribunale di Bologna che dichiarò estinta la sua partecipazione all’associazione a delinquere oggetto dell’inchiesta. Speriamo che questa seconda ricaduta faccia riflettere una seconda volta Luigi. Si può ricominciare da mestieri modesti, riabilitarsi poco per volta, leggendo un po’ di storie di ragazzi scampati alla guerra, ai pericoli della politica e alla fame. Ma questo, quel ragazzone che sfiorava il metro e novanta, fisico da bersagliere, amato dal grande pubblico del calcio, lo sa. Se qualche volte passasse da queste parti non ci dispiacerebbe incontralo e organizzare un incontro con i nostri ragazzi. E non solo per imparare, ma anche per insegnare.

«Un solo tetto: il cielo»

Fatimah, musulmana, volontaria, sogna un futuro da legale

«Siamo tutti uguali, nel cassetto ho la voglia di fare rispettare i diritti. Chiunque esso sia, italiano o straniero. Ho prestato soccorso ai profughi, lavorato nei campi e studio da avvocato. Viaggio fra Puglia, Calabria e Sicilia, ovunque ci sia da aiutare il prossimo. Amo questo Paese, sono felice che anche al Nord ora pensino che ospitare gli extracomunitari sia una buona cosa…»

 

Fatima, in Italia e nel mondo cattolico è un nome evocato per indicare e pregare “Nostra Signora” e la località in Portogallo dove sarebbe apparsa più di un secolo fa. Fatimah, acca finale è, invece, un nome arabo, tipicamente islamico, che significa, fra le altre cose, “colei che svezza i bambini”.

E’, però, anche il nome della protagonista della nostra storia. Fatimah, fede musulmana, da tempo residente in Puglia, è impegnata con un’associazione di volontariato. Questa sua attività la conduce spesso a ricordare esperienze fatte in soccorso al prossimo, a cominciare dai profughi, quella gente che fugge dal proprio Paese in guerra.

«Viaggi lunghi e brevi, i miei – racconta Fatimah, collo e capo avvolti da una kefiah – quando il mio impegno nei campi e nello studio, mi permettono di allontanarmi per un po’ di giorni da casa». Vive a Massafra, pochi chilometri da Taranto. Quando può, lavora nei campi. Ce l’ha presentata Samuel, nigeriano, suo collega, anche lui residente nel comune della Terra delle gravine. Lei, proveniente dal Benin, oggi di Samuel è in qualche modo concittadina. «Mi muovo all’interno della Puglia, spesso mi reco in Calabria e in Sicilia, dove ho tanti amici: ovunque chiedano la mia presenza – parlo ovviamente di attività lavorativa e volontariato – lì ci sono io: se mi spaventa muovermi così spesso? Basta farci il callo, cominciare a pensare che il nostro tetto non è casa nostra ma l’intero cielo, e i nostri fratelli non sono i nostri vicini di stanza, ma quanti hanno bisogno di noi, da chi sta bene e chiede solo un sorriso, a chi sta male e invoca cure».

 

AMICI OVUNQUE…

Non le dispiace doversi spostare da una città all’altra, salutare gli amici e andare a trovarne degli altri. «E se non conosco ancora quanti incontrerò – puntualizza – vuol dire che sono in procinto di allargare la cerchia di amicizie; tutti, me compresa, abbiamo bisogno di un sorriso, una mano tesa, qualcuno che si prenda cura di noi nel caso ne avessimo bisogno; c’è stato un tempo in cui mi sono divisa fra una città e l’altra, in seguito agli sbarchi di extracomunitari: era richiesta la presenza di mediatori, ma anche di chi conoscesse francese, inglese e, naturalmente arabo, e io ero fra gli interpreti».

Dicono di nuovi arrivi. «Arrivano in Italia e altri ancora arriveranno – racconta Fatimah – i motivi che spingono i nostri fratelli a scegliersi un altro angolo di cielo, sono sempre i soliti: fame, politica, guerra; in una sola parola: disperazione; molti extracomunitari, però, proseguono il loro viaggio, non si fermano al Sud; dopo aver fatto un documento d’identità valido per viaggiare in Europa, scelgono altre destinazioni».

Parla di un aspetto, Fatimah, in qualche modo politico. Lo fa con la discrezione di chi non vuole essere fraintesa. Misura le parole. «Ricordo che alcune città del Nord – spiega il suo punto di vista – agli inizi degli sbarchi non volevano sentir parlare di extracomunitari; sindaci e cittadini si trovavano di punto in bianco d’accordo sul respingere gli “invasori”, che altro non cercavano se non un po’ di serenità, dopo aver visto morire parenti e rischiato di fare la stessa fine: meglio così, però, mi dico; spero solo che quanti sbarcano da queste parti, Sicilia, Calabria o Puglia che sia, abbiano anche altrove la stessa accoglienza che gli italiani hanno saputo dare qui, in Meridione».

 

FRA GIORNI INCREDIBILI…

La sua esperienza. «Giorni incredibili, ho incontrato uomini, donne e bambini, spesso questi ultimi senza genitori – mandati avanti per poi essere raggiunti dai propri cari, da non crederci… – e, dicevo, profughi. Ogni volta che incontro questa gente, “la mia gente”, la speranza è sempre la stessa: scacciare quella tristezza, quella disperazione che hanno sul loro volto per provare a sostituire queste espressioni con un bel sorriso aprendo il cuore a un futuro migliore. Nei miei viaggi verso destinazioni diverse, la missione è una sola: portare abbracci, sorrisi, una parola di incoraggiamento, dicendo loro che il peggio è passato e, volesse il Cielo, prima o poi riabbracceranno il resto della famiglia o quel che resta, purtroppo, del loro passato».

Una o mille esperienze, hanno in comune la disperazione, spiega Fatimah. «Fadi, ragazzo siriano, meno di trent’anni, una moglie e un figlio, mi ha spiegato il freddo e il disagio, un viaggio infinito e straziante; le notti trascorse al freddo, in una tenda, abbracciato con moglie e figlio per darsi calore e coraggio nello stesso tempo».

…E VOGLIA DI ALTRUISMO

Ha un sogno Fatimah. «I miei amici italiani lo sanno – sorride la ragazza beninese – ne ho uno in un cassetto grande grande, tanto che non so se ci entra tutto, provo ad aprirlo: voglio diventare avvocato, con l’obiettivo di difendere i più deboli, quanti hanno bisogno di conforto e di un minimo di assistenza legale, per fare rispettare i diritti umani: non parlo solo dei miei fratelli africani, ma anche di quanti in questo stesso Paese, italiani, sono spesso ignorati nonostante i loro problemi».

Tira fuori la sua esperienza e il suo spirito di osservazione, Fatimah. «Ne dico una, ma non voglio essere fraintesa – dice – provo a misurare le parole: spesso mi trovo ad assistere a gente che fa la voce grossa per farsi rispettare e chi, magari, avrebbe più bisogno, perché vive con la famiglia in uno stato di grave sofferenza, ma viene puntualmente trascurato; ecco, voglio che tutti, civilmente, avanzino le loro richieste e abbiano tutti un trattamento onorevole».

Onorevole, aggettivo buttato lì. Anche se poi il riferimento potrebbe essere a un sostantivo, considerando il ruolo di parlamentare. «Non parlo di politica – conclude Fatimah – non mi scaglio contro nessuno, non mi schiero da questa o quella parte: mi sono imposta il ruolo di spettatrice nelle vicende politiche che interessano un Paese, l’Italia, che io amo, tanto da sentirmi italiana a tutti gli effetti; mi piacerebbe, però, che il sentimento di uguaglianza fosse non solo teoria, ma sostanza; io, il mio modesto contributo in termini di soccorso lo metto spesso in pratica, lavoro e, quando posso, mi rendo utile al prossimo, chiunque esso sia».

«Il paradiso può attendere»

Habib, pakistano, ventotto anni

«Papà era medico, un giorno fu sequestrato da un gruppo di talebani: voleva che i piccoli studiassero e non si facessero saltare per aria. Faccio il mediatore, ma sogno una laurea in Medicina. Mio fratello è in Italia, ma l’ho visto una volta sola, con mamma mi sento spesso, ma ci raccontiamo piccole bugie a fin di bene…»

 

«Vengo dal Pakistan, mi dicono che in qualche modo la fuga dal mio Paese me la sono cercata: evidentemente non ho saputo farmi i fatti miei, che poi era combattere l’ingiustizia e difendere la libertà di pensiero, mia e dei miei connazionali…». Non è semplice la storia di Habib, pakistano di ventinove anni, da otto in Italia. Ha una moschea e un imam di riferimento. La sua religione è l’Islam, ma anche questa non volendo gli ha provocato qualche problema. «Non dal mio imam, né tantomeno dai miei fratelli con cui pregavo, mi è stato dato dell’infedele: l’accusa è scaturita da un gruppo di talebani, quanti seguono fanno dell’annientamento religioso altrui il loro credo e non ammettono repliche».

E’ stato perseguitato Habib. «Ovunque andassi mi facevano terra bruciata intorno, e non solo terra, questi hanno dato fuoco anche ad un circolo dove incontravo ragazzi, si parlava del più e del meno e ci si scambiava punti di vista, non solo religiosi: anzi, la religione era l’ultima cosa, nel senso che pregavamo quando c’era da pregare e il resto del tempo parlavamo di studi, dell’importanza di imparare una, due lingue che ci sarebbero tornate utili per conoscere meglio gli altri e, perché no, se un giorno avessimo avuto occasione di crearci un futuro, nel nostro Paese oppure all’estero, considerando che avevamo messo in preventivo che poteva accadere di essere perseguitati solo a causa di un punto di vista diverso…».

 

ONESTAMENTE, HABIB…

E’ onesto Habib. «Ammetto di avere sbagliato – confessa – di aver sfidato i mulini al vento, come scriveva Cervantes nel suo Don Chisciotte: contro una moltitudine guidata da un religioso squilibrato, non puoi farcela, basta che questo urli “Dagli all’infedele!”, tutti ti si rivoltano contro: e una volta questo è accaduto davvero, sono stato picchiato; tornato a casa, gente letteralmente invasata ha dato fuoco a quel piccolo appartamento che condividevo con mio fratello, anche lui picchiato e messo in fuga: la mia vita da quel giorno è letteralmente cambiata».

Voleva studiare Habib, che cita Cervantes, Shakespeare, Dante, Neruda ed altri autori occidentali. «Studiare, aprire la propria mente – spiega – aiuta a capire altre civiltà, a relazionarsi con gli altri, a comprendere se tutto quello che hai fatto fino a quel momento è giusto o sbagliato: capisci che la verità può stare a metà strada, tutto sta nell’avere il coraggio di riflettere, parlare alla propria coscienza e cercare di ragionare come ho provato a fare io in questi anni…».

Orfano di padre, Habib aveva deciso di fare lo stesso percorso di papà Dalir, medico stimato. «Brutta storia la sua – ricorda il ventinovenne pakistano – un po’ come la mia, solo che la sua è finita nel dramma più completo e io, ad oggi, ho scritto in coda alla mia di storia un lieto fine; i talebani lo minacciarono prima a parole – volevano che si mettesse al loro servizio, che lavorasse solo per loro e non per quanti ritenessero “infedeli” – poi con i fatti: lo picchiarono selvaggiamente, fino a quando un giorno papà non tornò più a casa; cosa possa essergli accaduto posso solo pensarlo, non ci hanno restituito il suo corpo; io ero troppo piccolo per ricordarmi questa storia per filo e per segno, ma me lo raccontò un giorno mia madre quando trovai una pila di libri di papà alta così; cominciai a leggerne uno, poi un altro e un altro ancora; non era semplice capirne il contenuto, specie per me che ero un ragazzino: mi sembrava di recuperare quel rapporto con mio padre leggendo i suoi libri: Tolstoi, Proust, Borges, Pessoa… Mi si aprì un mondo intero, tanto che anche io volevo fare il medico, ma poi capii che era meglio sorvolare e provare a volare basso, non erano tempi maturi per alzare la testa».

 

PERSEGUITATO, LA FUGA

Poi, il momento giusto, lo decidono gli altri. «Fuggo, perseguitato, viaggio nella pancia di uno, due, tre tir per arrivare finalmente in un Paese straniero: arrivo in Italia, mi riconoscono lo status di rifugiato, perfeziono il mio italiano, l’inglese e il francese; oggi non solo scrivo arabo, ma anche in tutte le lingue che conosco: faccio il mediatore linguistico-culturale in una città del Nord, in Puglia torno spesso per incontrare i miei vecchi amici conosciuti nel campo profughi; qui ho lavorato grazie all’interessamento di due avvocati che si interessavano di migranti, poi l’occasione di lavorare, mettere a frutto quello che avevo imparato con l’idea fissa di continuare a studiare: voglio diventare un medico, ci sono miei connazionali, fratelli arabi, che hanno bisogno di cure e di essere seguiti».

Fratello, Ismail, e mamma, Jala. «Mamma la sento spesso – conclude – dopo la tragica scomparsa di papà, ha cresciuto me e mio fratello, ci ha dato quell’istruzione necessaria per poi costruirci la nostra strada: il distacco da lei è quello che si dice un brutto momento; le telefonate non si contano, qualche volta per alleggerire il distacco, la nostalgia, il desiderio di un abbraccio; ci raccontiamo qualche piccola bugia a fin di bene; con lo stesso Ismail, anche lui da otto anni in Italia, ci sentiamo spesso, ci promettiamo di vederci, ma ci siamo visti una volta sola».

Ma per mamma e fratello Habib ha un posto caldo nel cuore. Lo stesso posto occupato da papà Dalir, che gli ha lasciato in eredità un sogno, fare il medico, e un insegnamento, essere utile al prossimo. «Ho trovato dei suoi scritti, aveva bene in mente cosa intendesse per libertà: consigliava ai più deboli di non uccidere perché i Paesi stranieri ne traessero vantaggio e, soprattutto, di mandare i propri figli a scuola, a studiare invece di farsi saltare con una carica di dinamite per andare in paradiso…».

Un calcio alla sfortuna

Seydou, dalla fuga dal Senegal al “Mirto”, società di Prima categoria

«Non vivevo bene nel mio Paese, non mi restava che inseguire un sogno», racconta il trentenne. «Arrivato in Italia, i primi sorrisi, l’accoglienza e l’occasione di giocare con una squadra vera». Scoperto da Domenico, suo futuro allenatore, il trentenne senegalese diventa uno dei protagonisti dei play-off di una squadra di Prima categoria calabrese. Come se non bastasse, di cognome fa Diouf, come il suo idolo.

 

Figli di un Diouf minore, per dirla prendendo a prestito il titolo di un film diretto da Randa Haines e interpretato da William Hurt e Marlee Matin. Quel cognome di origine senegalese, come i due attori del pallone, il primo professionista, il secondo dilettante, ma di identica statura umana, è il primo aggancio per raccontare la storia di uno dei ragazzi partiti da quella regione africana, fra Guinea e Mali. Il nostro si chiama Seydou, è un ragazzo di trent’anni che sogna un’altra vita rispetto a quella che vive nel suo Paese, il Senegal appunto; l’altro, El Hadji, il miglior calciatore della storia che la nazionale giallo-verde-rossa abbia mai avuto e indicato come uno dei campioni africani di tutti i tempi.

Ammirati dalla grandezza dirompente di El Hadji, siamo più affascinati dalla storia di Sydou che attorno a sé richiama attori e interpreti, piccoli e grandi, che insieme hanno sceneggiato una storia come tante, ma stavolta a lieto fine.

«Volevo un futuro migliore», spiega con un sorriso contagioso Sydou, «credo che sognare sia consentito a tutti, poi è l’unica cosa dalle mie parti che non costa niente». Ha ragione quel ragazzone dal fisico asciutto che si farà notare per attitudini e lealtà sporti. «Non me la passavo bene in Senegal – riprende – come molti ragazzi della mia generazione che vedono trascorrere settimane, mesi inutilmente, senza poter dare sostanza ad un’aspirazione, che poi non è giocare al calcio, ma avere un lavoro decoroso e vivere umanamente: da qui la decisione di compiere un lungo viaggio come molti dei miei connazionali, fratelli africani per un posto migliore: l’Italia, un Paese bello e ospitale, magari è quello giusto nel quale porre le basi per scrivere una vita migliore, lavorare, mettere su famiglia; “Vediamo”, mi dissi, gambe in spalla e un viaggio interminabile, soste che duravano giorni, mesi, poi la ripresa del viaggio, perché una volta presa la decisione di partire certamente non mi sarei fermato nella stessa Africa…».

 

«COME IL MIO IDOLO!»

Sydou, come El Hadji, il suo campione preferito, è uno che non si spaventa davanti a un lavoro di fatica, dove c’è da rimboccarsi le maniche e sollevare pesi che fanno paura. Insomma, è uno che ci sa fare con le mani, ma anche con i piedi. I compagni con cui condivide le prime, saltuarie, esperienze lavorative non sfugge la sua solarità, una simpatia innata e contagiosa. Ma ad un tecnico di provincia, acuto come può esserlo uno che viene dalla gavetta e vive ai margini di quello che dicono sia “il calcio che conta”, non sfugge il carattere e soprattutto quello che, questa pertica che sfiora il metro e ottanta, sa fare con i piedi. Domenico Prantera, è lui il tecnico, che guida la Polisportiva Mirto Crosia, società dilettantistica, ad accorgersi del talento di quel ragazzo. Qui, in provincia, il Cielo la benedica, gli allenatori fanno anche gli osservatori, fanno tutto, si inventano talent-scout, dirigenti e quanto c’è da fare quando la società è piccola e devi inventarti mille attività per assecondare la grande passione per lo sport più popolare al mondo.

Partita di calcio a cinque. Prantera viene richiamato dal rettangolo di gioco, più piccolo evidentemente di quello sul quale si misurano ogni settimana i suoi ragazzi che militano con successo nei campionati dilettantistici. In quel campetto di periferia ci sono ragazzi che indossano magliette e tute di mille colori, lo stesso dicasi per gli scarpini.

 

«L’ATTACCANTE CHE CERCHIAMO!»

«Uno di questi ragazzi, Sydou – spiega Prantera – richiama più di altri la mia attenzione; ha un bel possesso palla, un dribbling non indifferente, considerando spazi non infiniti rispetto alla praterie di un vero campo di calcio: “Alle volte fosse l’attaccante che stiamo cercando?”».

Detto, fatto. «Sono stato avvicinato dal tecnico al quale in quel momento non pensavo potesse diventare il mio allenatore, invece…». Sydou, è felice di ripercorrere quei momenti. «Mi sono sentito importante – ricorda – come mi è accaduto poche volte, al primo denaro intascato dal mio primo lavoro o dal primo sorriso e la prima mano tesa una volta arrivato in Italia: stavolta, una persona, dal grande peso umano, si era accorta di me senza che fossi stato io a candidarmi, un’emozione indescrivibile».

Il resto sarà anche storia da calcio di provincia, ma la vicenda prende la strada della ribalta nazionale grazie all’emozione che una cittadina, un tecnico e un ragazzo d’oro riescono a scambiarsi reciprocamente. Diouf disputa un campionato eccezionale, con la sua tecnica, i suoi assist e compagni altrettanto bravi, contribuisce alla crescita della squadra fino a raggiungere notevolmente i playoff, bel traguardo per la formazione biancoceleste. Sydou vuole giocare ancora, ricambiare l’affetto con cui è stato accolto. Gli piace giocare al calcio, sognare qualche volta di essere il suo idolo, El Hadji, che di cognome fa Diouf, proprio come lui.

«Salute, lavoro e…»

Sakou, ventidue anni, gambiano

«L’amore dei propri cari, sono le cose principali. Ho nostalgia di moglie, figlia e del mio Paese. In Gambia ci sposiamo giovanissimi, con le videochiamate annulliamo la distanza, ma mi manca il loro calore. Appena rinnovato il permesso di soggiorno, abito e lavoro a Palagiano, nei campi: datori di lavoro rispettosi e puntuali. Mascherina, covid, distanziamento e caffè…»

 

«Buongiorno, signore, una mascherina: devo gettare quella che indosso, la porto da due giorni e altro non hanno detto i miei colleghi di lavoro se non che devo prestare molta attenzione alle disposizioni per evitare il contagio da covid, una vera sciagura».

Sakou, ventidue anni, da quattro in Italia, parla già bene l’italiano. «Sono felice di stare qui, ho lasciato casa, moglie e una figliola, ma era l’unico modo perché potessi dare un futuro a me e ai miei cari…».

Prendiamo un caffè insieme, separati da un paio di metri, davanti ad un tavolino sul quale Luigi, titolare del bar, dispone le due tazzine di plastica. «Mi spiace, non posso servire al banco – giustifica il servizio il titolare del bar – le disposizioni del Ministero sono chiare, possiamo anche non condividere misure restrittive e talvolta eccessive, ma dobbiamo rispettare le regole».

Sakou sorride. Lo dicono i suoi occhi, poi l’intero volto, non appena fa scivolare la mascherina sotto al mento, quel tanto che basta per gustarsi il caffè. «Conosco perfettamente le regole – spiega il giovane ventiduenne – in città sono rigorosi, ma vi assicuro che anche nella mia Palagiano fanno rispettare il distanziamento con la stessa pignoleria…».

 

LA “MIA” PALAGIANO

Palagiano, Sakou spiega. «Lavoro e abito lì – riprende – con miei connazionali, vicino di casa di altri ragazzi, come me, arrivati in Italia dall’Africa, un viaggio lungo, ma fortunatamente senza le tante paure vissute da altra gente venuta in Europa in cerca di fortuna: sembra un romanzo d’amore e, in effetti, lo è stato, lieto fine compreso; non mi è sembrato vero mettere piede nel vostro Paese, godere di accoglienza e assistenza e, successivamente, trovare lavoro».

Da quattro anni in Italia, più o meno lo stesso periodo da quando è impegnato in lavori a volte saltuari, altre volte stagionali. «Lavoro nelle campagne, con un contratto in piena regola, in questo momento sono a Taranto, avendo appena rinnovato il permesso di soggiorno: come vede, non sono solo rispettoso delle regole per combattere il contagio da virus, rispetto anche quelle del lavoro, guai non fosse così…».

Proprio i suoi colleghi, italiani e africani, più esperti, gli hanno detto quanto sia importante il permesso di soggiorno. «E’ l’unico sistema per stare sereni –ammette Sakou – i primi tempi quando ho cominciato a lavorare nei campi, non appena vedevo agenti in divisa a fare controlli tremavo di paura al solo pensiero che potessero prelevarmi, mettermi su una imbarcazione, un aereo e rispedirmi a casa: ero in regola già allora, ma i colleghi mi spiegavano che, a volte, basta un piccolo contrattempo burocratico a rimettere in discussione la tua posizione; anche i miei datori di lavoro, gente per bene, sono molto attenti a tutto questo: puntuali nei pagamenti, ci chiedono di dare il massimo quando lavoriamo e, io e gli altri colleghi, ripaghiamo il rispetto che loro hanno per il nostro impegno dando il massimo».

 

NOSTALGIA CANAGLIA

Sakou confessa la nostalgia. «Non solo del mio Paese, io che abito non lontano da Serekunda, per proporzioni un po’ come la vostra Milano rispetto a Roma; questa città è immensa, la più popolata del Gambia, dieci volte più grande della capitale, Banjul; certo che ho nostalgia, ma quello che mi manca è l’affetto familiare, vedo mia moglie e mia figlia con videochiamate, la piccola mi è cresciuta praticamente sotto il naso, ho come l’impressione di vedere un quadro cambiare espressione di settimana in settimana: una bella sensazione, purtroppo mista a tanta malinconia; l’ideale sarebbe che un giorno mi raggiungessero in Italia, magari quando avrò regolarizzato del tutto la mia posizione con un lavoro in pianta stabile».

A proposito di rispetto, Sakou non ha fretta. «In Italia se la passano male gli stessi italiani – dice – figurarsi se ho fretta e voglio scavalcare chi, in realtà, mi ospita; a mia moglie ho spiegato tutto questo e lei stessa mi dice che è giusto così: non vogliamo passare per quelli che rubano lavoro agli italiani; se possibile, voglio mettere a disposizione la mia voglia di lavorare seriamente e sentirmi, poco per volta, anche io italiano: una famiglia già ce l’ho, quando i tempi saranno maturi, volesse il Cielo, allora farò venire in Italia mia moglie e la piccola, che mi auguro possa vedere direttamente crescere e studiare qui, in Italia…».

Caffè sorseggiato, tazzina di plastica nel raccoglitore di rifiuti. «Devo andare a prendere il bus da Taranto per Palagiano, ho avuto il permesso per il rinnovo, domani mattina riprendo il lavoro in campagna, dopo giorni di pioggia, siamo tornati a lavorare, fa freddo ma quello è l’ultimo dei problemi: le cose importanti sono la salute e il lavoro; manca l’affetto della famiglia, ma anche quello arriverà al momento giusto».

«Riflettere, sempre…»

Mahadi, nigeriano, ventotto anni

«Spesso l’istinto è un cattivo consigliere», spiega riferendosi a una discussione con un connazionale. «Ho litigato con un amico, questione di spiccioli, abbiamo preferito sorvolare per chiarirci con più calma. Chiedo soldi davanti a un bar, ma il virus ha provocato gravi danni, alle attività commerciali e alla gente, che ha perso il sorriso. E’ così che il denaro è diventato “piccolo” e l’affitto bisogna pagarlo lo stesso…»

 

Via Anfiteatro, pieno centro a Taranto. Due ragazzi, nigeriani, litigano fra loro. Da uno dei due, Mahadi, qualche minuto dopo sapremo il motivo dello scontro, verbale per fortuna, con il suo connazionale. Del quale non dice il nome. E’ ancora scosso dal diverbio, ma ha un codice, quello del silenzio e dell’uomo che di solito preferisce spiegarsi con un “faccia a faccia”.

Fa anche il diplomatico Mahadi. Questa è l’impressione che ricaviamo dal tono della sua voce che, ora, trova frequenze più o meno normali. Fino a poco prima, la discussione, aveva avuto accenti violenti. I due davano l’impressione di essere incuranti nei confronti della gente che gli passava accanto. Non che cambiasse molto, ma alle volte si fosse trovato a passare un agente di polizia, magari avrebbe chiesto loro il motivo della discussione, diciamola tutta, accesa anziché no.

Mahadi, dunque, dieci in diplomazia. «Discutevamo per una donna, un’amica – spiega – appena arrivata in Italia, di più non voglio dire: situazione complicata». Il giovanotto, ventotto anni, dice, adesso è quieto. Purché non se la prenda, gli diciamo che una spiegazione così immediata e arida di particolari, non ci convince del tutto. «Davvero, una donna…”. Sorride, adesso. Sembra più tranquillo. “Una storia legata a un’amica e, inevitabilmente, ai soldi, pochi intendiamoci, che in un periodo così complicato sono diventati più “piccoli”». Va già meglio. Proviamo ad andare dritti al nocciolo della questione. «Elemosine?».

 

CIRCOLANO MENO SPICCIOLI…

Si guarda intorno, come se volesse sincerarsi di essere a distanza da occhi e orecchie indiscrete. «Trovare un lavoro che sia umano – torna a spiegare, quasi volesse prendere l’argomento alla larga – non è molto semplice, allora, chiediamo ospitalità a un connazionale; quando non hai una documentazione completa – io ce l’ho, ma periodicamente mi tocca rifare la richiesta d’asilo – può scattare il ricatto, involontario, se vuoi, ma se prima l’amico ti chiedeva duecento euro al mese per un letto al caldo, magari venendo a conoscenza che il permesso di soggiorno sta scadendo, ti chiede almeno cinquanta euro in più, quasi corresse un rischio…».

E i soldi, Mahadi, dove li trova. «Elemosine, appunto – dice – scelgo un locale, un supermercato, un bar nel mio caso, e mi metto in un angolo, aspetto la gente che esce dall’attività commerciale nella speranza che abbia in una mano gli spiccioli del resto… Non appena esce, dico “Buongiorno, signore…”. Non sempre va bene, ma alle volte ci scappano i venti, trenta, ogni tanto i cinquanta centesimi: una volta che mi hanno allungato quelle monetine, “Grazie, signore, buona giornata…”».

Allora, la discussione. «Il bar davanti al quale sostavo io, ha chiuso: rifà i lavori, mi hanno detto, suggerendomi di andare a trovare un altro esercizio, perché ne avranno per almeno due mesi: all’amico stavo spiegando che doveva avere un po’ di pazienza, mancando quei pochi euro giornalieri non avevo di che pagarlo, così mi stava urlando che a lui poco importava…».

 

ACCENTI PIU’ FORTI

Discussione più accesa. «A un certo punto mi ha detto – ma non metterei la mano sul fuoco che stesse dicendo davvero, per questo ho fretta di incontrarlo daccapo e chiarire questo aspetto – che a lui non fregava niente, che potevo anche andare a rubare, purché gli portassi i soldi; non gli ho fatto finire il discorso, l’ho zittito con un onesto “Ma stai scherzando? Rubare per portarti quei quattro soldi che ti prendi ogni mese senza far nulla?”. La discussione a quel punto è degenerata. Non ci siamo messi le mani addosso perché siamo amici, lo siamo davvero, ma questo malessere da virus che sta interessando tutto il mondo, sta creando un malcontento: negli italiani che restano in casa, rischiano di perdere il lavoro e non hanno più tanta voglia di sorridere, men che meno di darti quei venti centesimi che a me facevano comodo».

Mahadi, prendi un bel caffè. «Preferisco un cornetto – spiega con educazione – non ho fatto colazione, devo mettere qualcosa sullo stomaco». Vada per il cornetto, accompagniamolo con una bella tazza di latte. «Vuoi sapere com’è andata – sorride il ventottenne nigeriano – vuoi “comprarmi”… L’ho capito subito, che volevi conoscere il motivo del litigio, a tutti i costi». Tutti i costi, ci sembra esagerato. Come grossa sembra “comprarti”. Non cerchiamo scoop, e questo non può esserlo, è solo una delle tante storie di cui ragazzi come te sono protagonisti, purtroppo. Facciamo a meno del finale e non perché siamo permalosi, ma perché quel certo senso di diffidenza potrebbe portarti a raccontarci qualsiasi cosa, una bugia per esempio.

Un aspetto positivo, comunque c’è. Per quanto possa esserlo un diverbio, è che Mahadi e il suo connazionale si chiariranno, senza problemi. Che ci sia di mezzo un’amica o solo un imprevisto, come la chiusura di quel bar che, dopo il Covid, proprio non ci voleva.

«Dovessimo incontrarci un’altra volta – conclude il ragazzone – ti dirò come è andata, vedrai tutto va a posto da solo: una cosa ho imparato stando qui, che le ferite le cura la saggezza, i minuti di una giornata che scorrono lenti: hai litigato al mattino? La sera hai già dimenticato, rifletterci sulle cose può fare solo bene…».