«Non lavorare, che fatica!»

Musa, ventitré anni, gambiano

«Mi manca l’attività, il Covid ha bloccato i campi; aspetto, impaziente, una telefonata dal mio datore. Da quattro anni in Italia, ho lavorato al mercato, giocato al pallone. Sento spesso i miei cari, mi assale la nostalgia, ma tornare indietro sarebbe un errore. Soccorso da una nave mercantile spagnola, arrivai a Taranto…»

Musa, ventitrè anni, gambiano, fede musulmana. Da quattro a Taranto. «Sono sbarcato direttamente in città – racconta – uno di quei viaggi dei quali sai quando parti e non sai quando e, soprattutto, come arrivi a destinazione. Proprio questo aspetto, il viaggio, che nasconde sempre gravi insidie, fin dal mio proposito di partire ha fatto preoccupare i miei genitori, papà 45 anni, mamma 44».

«“Sei proprio convinto del passo che stai per compiere ?” – dice Musa – mi ripetevano e io a rassicurarli, a dire loro che avrei fatto molta attenzione, e una volta fuori dal Gambia, al primo sospetto o alla prima occasione non del tutto chiara, sarei scappato via: di storie ne ho sentite a non finire, alcune a lieto fine, altre un po’ meno e, altre ancora, conclusesi in tragedia. E quando dico tragedia mi riferisco ai morti ammazzati di cui ancora oggi sentiamo parlare, di naufraghi che trovano la morte in mare, in quello che dovrebbe essere il viaggio della speranza: legittimo, dunque, il timore da parte di mamma e papà».

Ha gli occhi lucidi Musa, specie quando parla di genitori e comunicazione. Nonostante gli strumenti disponibili oggi, «ci sentiamo saltuariamente, spesso sì, ma non tutti i giorni». Le domande sarebbero sempre le stesse. «Mi chiedono come sto, se sto lavorando, se mi manca qualcosa: l’affetto della famiglia, per esempio. E ogni volta è una telefonata toccante, io che provo a farmi passare come possibile la nostalgia, loro che invece, e non volendo, me la fanno tornare in modo assai sostanzioso».

«TORNARE A CASA, IMPROBABILE»

A proposito di tornare, Musa non ci pensa. «Non sono nelle condizioni di partire e tornare – spiega – il viaggio per arrivare qui, a Taranto, mi è costato un anno di lavoro in Libia; ho dovuto mettere da parte duemila dinari, pari a 1.200 euro, una bella cifra per me e quelli come me che collezionano sacrifici da che sono nati; ci sono restrizioni nel mio Paese come altrove, intanto per il Covid, una sciagura: se oggi sono qui, seduto davanti a un bar, in attesa di una telefonata per tornare a lavorare nei campi, purtroppo lo devo proprio alla pandemia; non se l’aspettava nessuno, il lavoro nel bene e nel male filava liscio, avevo trovato un certo equilibrio, invece: capisco gli italiani quando invocano il Cielo perché i contagi finiscano e tutti possano riprendere la vita di tutti i giorni; detto del coronavirus, invece, passiamo al viaggio di andata nel mio Paese e quello del ritorno in Italia: complicato; oggi saprei, forse, quando partire, controlli medici compresi, ma non saprei come rientrare, perché a quel punto dovrei essere bravo intanto ad uscire dal mio Gambia e fra mille sentieri arrivare in Libia, scampando alle bande armate o persone prive di scrupoli; lavorare ancora e tanto, infine ripagarmi il viaggio per l’Italia: ma questa volta avrei la stessa accoglienza di quattro anni fa? No, i tempi non sono più quelli di allora…».

Dunque, salto indietro. «Una volta in mare – ricorda per noi Musa – il viaggio della speranza, non senza momenti di panico: in mare aperto può accadere di tutto, dal maltempo e, dunque, onde alte quanto un palazzo di venti piani che ti possono spazzare in un attimo, al vedere lontano una imbarcazione: non sai se sbracciarti o meno per attirare l’attenzione, potrebbero essere militari libici che ti riportano indietro, oppure pirati del mare che ti privano delle ultime cose che hai addosso; o, magari, navi militari o mercantili: a me e i miei amici, tanti, stretti in una bagnarola – chiamarla imbarcazione è un’offesa all’intelligenza – andò bene, una nave mercantile spagnola ci venne incontro, ci fece salire a bordo e accompagnò direttamente al porto di Taranto dove era attivo l’hotspot».

«FINALMENTE A TARANTO…»

Una volta a Taranto, fine dell’avventura. «Non proprio – ricorda il ventitreenne gambiano – la mia prima destinazione è stata Ostuni, un campo riservato a quanti, come me, fuggivano dalla miseria e dalle persecuzioni; vero è che in Gambia è stato rovesciato un governo militare, ma è anche vero che quello attuale dà l’impressione di fare poco per il popolo, sembra quasi mascherato: ne parliamo spesso fra noi, chi amministra il potere prima o poi si lascia tentare da politica e dinamiche che non sto qui a spiegare…».

Musa si è espresso perfettamente. «Chi va al mulino prima o poi si sporca di farina…», diciamo di solito in Italia. Compreso il senso, il ragazzone gambiano, treccioline appena pronunciate, sfodera un sorriso contagioso. Ma torniamo all’esperienza in quel campo ad Ostuni. «Non era il massimo stare lì – poche occasioni di lavoro, che però io ho colto al volo, e 75euro mensili di “pocket money”, non sempre puntuale; ho giocato anche al pallone in una squadra del posto che hanno chiamato “Banana”, ma non perché giocavano dei neri, era solo per divertimento e per partecipare a tornei stracittadini».

Uno dei lavori. «Uno dei primi – spiega Musa – è stato in un mercato, aiutavo un fruttivendolo di una certa età, mi trovavo bene con lui, ma non avendo chi seguisse il suo mestiere a un certo punto ha chiuso la sua attività». Poi a Taranto. «Insieme con un amico ho preso casa, un monolocale, ci cuciniamo da soli, un po’ speziato, ma soprattutto cucina italiana, tutto condito con pomodoro, dal riso agli spaghetti: la vostra tavola non si batte; lavoro nei campi, anche quattro mesi di seguito, ora sono in attesa che il Covid molli un po’ la presa e possa permettermi di tornare finalmente a lavorare…».

Ultimo pensiero rivolto a casa. «E’ complicato pensare a riabbracciare papà, mamma e le mie due sorelline, una di nove e l’altra di otto anni, che adoro: le ho lasciate quattro anni fa, cominciavano a diventare grandi, mi mancano. Ecco, ogni volta che sento i miei cari mi viene un nodo alla gola, una forte emozione: non so dove e non so quando ci vedremo. E questo è il pensiero che mi perseguita da quattro anni, nostalgia sì, ma anche paura di riabbracciarli fra un po’ di anni, sempre troppi…».

«Buon compleanno!»

Maria Chiara, morta di overdose, il fidanzato le aveva regalato una “dose”

Francesco è accusato di omicidio preterintenzionale. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me lo avrebbe fatto con qualcun altro», confessa il ragazzo. Domanda: ma all’informazione è concesso proprio tutto, anche riportare frasi fuori controllo? Nessun tipo di rispetto. E nella chiacchierata, mai una parola di affetto per la povera diciottenne trovata priva di vita in un letto, dopo quella tragica esperienza. E, intanto, le cooperative sociali, senza grandi aiuti, si spendono ogni giorno per strappare anche una sola anima ad un tragico destino

«Tanti auguri a te, tanti auguri a te!». E, ancora, «Buon compleanno, Maria Chiara!». Maria Chiara, ha compiuto i suoi diciotto anni poche ore prima e il suo Francesco, come confessato dallo stesso ragazzo ad un organo di informazione, le fa scartare il “regalo” davanti ai suoi occhi: una dose di eroina. Una dose che risulterà mortale. «Buon compleanno, Maria Chiara!».

Da non crederci. E non tanto perché un giovanotto che ha cominciato il giro delle sette chiese, e ci riferiamo a quanti fanno passare per informazione una lunga teoria di frasi senza senso. Francesco che ha di fronte un giornalista e la sensazione che un dramma in qualche modo paga, racconta una tragedia senza un briciolo di rispetto per la famiglia della povera Maria Chiara. E il giornalista, la testata che pubblica la storia, ma soprattutto frasi da codice pensale, fa lo stesso. Facile dire «Facciamo i cronisti, c’è una notizia, un reo confesso e ci lanciamo a capofitto!». Esistono etica, buon senso, buon gusto. Forrest Gump, santa ingenuità, avrebbe esclamato «Sono un po’ stanchino». Come a dire: è complicato digerire certe modalità, far passare per “diritto di cronaca” simili esternazioni. E, invece, ne abbiamo le tasche piene. Per un lettore o uno share in più.

Cooperative sociali, associazioni e attività di volontariato si spendono per recuperare, tentare di strappare anche una sola anima ad un tragico destino, e che fanno un organo di informazione e un suo cronista? Attaccano un registratore, spianano un taccuino e usano strumenti di comunicazione come fosse un megafono, peggio, un programma in prima serata. Non ci importa perfino la rete che la programmerebbe una confessione  così, anche se un’idea sulla trasmissione “a tutta rissa” ce l’avremmo.

«LEI AVEVA VOGLIA DI PROVARE…»

Sentite cosa dice Francesco, fidanzato o “tipo”, come usano dire i ragazzi di qualcuno con cui hanno una relazione, e cosa devono sentire i genitori di Maria Chiara. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me lo avrebbe fatto con qualcun altro». Lui che viene dall’esperienza del “buco” non si sogna nemmeno di dissuadere la ragazza, anzi la “roba” può essere il regalo di compleanno. Un pensiero in meno.

Il cronista, a quelle parole, non si indigna, raccoglie la seconda parte dello sfogo e scrive, registra, riverbera la seconda serie di sciocchezze. «Non ho nulla da nascondere – prosegue Francesco – mi voglio difendere: è vero faccio uso di sostanze stupefacenti ed è vero che quella dose di eroina a Maria Chiara l’ho fatta io!». E’ talmente chiaro che lui, generoso com’è, aveva intercettato il desiderio della sua “piccola”. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me l’avrebbe fatto con qualcun altro», garantisce dall’alto della sua esperienza il tipo.

Nessuno fa notare a Francesco che certe dichiarazioni il più delle volte sarebbero frasi fuori controllo. Puoi riportarle a un giudice, un inquirente che vuole vederci chiaro e non ad un giornalista. Lui, il fidanzato di Maria Chiara, studentessa, morta il giorno del suo compleanno, per una presunta “overdose” da eroina, non ci pensa su due volte e parla a ruota libera. Il giovane, accusato di omicidio preterintenzionale, per il momento unico indagato, quasi ribalta la sua posizione. «Voglio sapere anch’io come è morta – dice – anche io ho preso quella stessa roba e non mi è successo niente: ho comprato una dose a venti euro e l’ho divisa in due, una più piccola e una più grande; ce la siamo fatti a Roma: siamo tornati a casa mia, lei è andata a farsi un aperitivo con le amiche, poi siamo stati qui a farci una birra e andati a dormire».

«MAI VISTO UN MORTO…»

Prosegue il racconto di Francesco. «La notte aveva il respiro pesante, russava, ma era normale; solo la mattina verso le nove, quando l’ho chiamata per andare al bar visto che a casa non c’era caffè, ho visto che era bianca, l’ho trascinata in bagno e ho provato a rianimarla: non lo so se era viva, non l’ho mai visto un morto e così ho chiamato il 118…».

C’è attesa per l’autopsia di Maria Chiara. La posizione di Francesco si è aggravata. Non è omissione di soccorso, come era emerso fino a qualche giorno fa: il giovane è accusato di omicidio preterintenzionale. In attesa dell’esame autoptico la Procura ipotizza anche il “reato di morte come conseguenza di altro delitto”, ma in questo caso a carico di ignoti.

Maria Chiara è stata rinvenuta morta a casa del fidanzato, che ha raccontato di averle donato una dose di eroina come regalo per il compimento della maggiore età, diciotto anni. I due, dunque, avevano trascorso la notte insieme. Ora, per chiarire se il decesso sia stato provocato da un’“overdose”, saranno decisivi i risultati dell’autopsia. Le operazioni peritali, saranno accompagnate da un esame tossicologico. Questo l’aspetto formale di una brutta vicenda. In tutto questo, l’assenza di disperazione, commenti e, soprattutto, di una parola dolce all’indirizzo della vittima. A questa età non dovrebbe mancare. E invece, «Tesoro», «Amore», «Le volevo bene», «Non mi sembra vero» e via così, non pervenute.

«Momo, uno di noi!»

Un vero fuoriclasse, anche fuori dal campo

Mohamed Salah difende Craig, un senzatetto, dall’aggressione di quattro ragazzacci. All’uomo regala cento sterline, ai ragazzi una lezione di vita. Ecco un altro grande esempio di civiltà. Il campione non è nuovo a gesti di generosità: nel suo Paese ha contribuito alla costruzione di un centro medico e una scuola.

«Mi ha difeso dall’aggressione verbale di quattro ragazzacci, poi mi ha regalato cento sterline: una volta passati quei pochi minuti, tremendi, non sapevo se essere più felice del suo intervento, che mi ha restituito il sorriso, oppure di quei soldi che, ad uno come me, che vive di espedienti e della generosità della gente che incontra, sono tanta roba: una cosa è certa, quel campione, di sport e di civiltà, per una sera mi ha reso felicissimo». David Craig, senzatetto, non avrebbe parole. Ma quelle poche che ha le mette in riga per i cronisti e i lettori del Sun, cui il pover’uomo, ha raccontato la breve storia che lo ha visto protagonista. Ci sono le immagini in un video. La storia in due battute, la racconta l’uomo sfortunato, al quale è arrivato in soccorso Mohamed Salah, per tutti “Momo”, noto per le sue prodezze in campo (e fuori, come vedremo), che hanno permesso alla sua squadra, il Liverpool, di conquistare il campionato inglese trent’anni dopo l’ultima volta, oltre alla Champions arrivata la stagione precedente con la finale tutta inglese vinta contro il Tottenham.

Ma torniamo alla storia, a David, il senzatetto. «Camminavo per fatti miei, un abbigliamento per me normale, evidentemente per altri trasandato, specie per dei ragazzi che non avevano meglio da fare, quando per qualche minuti, per questi, sono diventato il loro passatempo preferito». Per un uomo in età e con difficoltà quotidiane, essere preso di mira a fine giornata, quelle parole pronunciate al suo indirizzo da quattro scavezzacollo, sono dei macigni. «Fanno anche più male – ha confessato David – perché ti arrivano dentro, dritte nello stomaco, vuoto, tanto per cambiare, a causa della fame; specie se a rivolgertele sono dei ragazzi, che non conoscono quale futuro possa riservare loro la vita».

«VERGOGNATEVI!»

A proposito di lezione e di futuro. «Dovreste vergognarvi per quello che state facendo, vi ci mettete in tanti a prendere in giro un uomo indifeso: pensate, potrebbe essere un vostro amico, un vostro congiunto, uno di voi fra dieci, venti anni: adesso fate i bravi e andate via!». Così, Momo, apostrofa l’atteggiamento spavaldo di quei quattro amici, ineducati, forse annoiati, che in un tratto di strada, non molto lontano da Anfield, non trovano di meglio che deridere David. E’ una stazione di servizio, il calciatore egiziano, che brilla per generosità, grazie ad alcuni progetti finanziati nel suo Paese, come una scuola e un centro medico, si ferma per fare il pieno alla sua auto. Esce dall’auto, si avvicina a una colonnina per fare il pieno, quando in quello stesso momento sente delle urla e assiste a una scena alla quale sicuramente non avrebbe voluto assistere. Dei ragazzi hanno preso di mira un uomo – il calciatore scoprirà poco dopo l’identità dello sfortunato, quella di homeless, un senzatetto –  lo offendono con parole grosse. E’ un attimo, come avere il pallone fra i piedi e decidere una frazione di secondo prima dell’avversario cosa fare. Momo, che fa sognare i tifosi dei Reds (questa la definizione degli appassionati del Liverpool), invece della fantasia, stavolta tira fuori il suo carattere. Non ci pensa un istante. Si dirige verso i ragazzi, come se cercasse un incontro faccia a faccia con un avversario. Dritto nel sette. «Ma come vi viene in mente di insultare un uomo, sfortunato, che non vi ha fatto niente: dovreste vergognarvi e pensare che un giorno, il Cielo non voglia, uno di voi potrebbe essere al posto di quest’uomo!».

L’AGGRESSIONE, IL “SUN”

I ragazzi restano inceneriti da quelle parole, riconoscono il campione, si vergognano. Gli danno ragione, chiedono scusa e vanno via, tante volte finissero su un giornale. Restano, però, le immagini di quella breve, vile aggressione nei confronti di un uomo indifeso. Non succede tutti i giorni che un campione, un eroe, prenda le difese di un debole. Questa volta è andata bene, la posizione dei senzatetto per un giorno, in Inghilterra, è diventata notizia in attesa diventi un impegno del governo: aiutare gli ultimi.

Al Sun, il giornale inglese, che ha dato eco all’episodio, le parole di David. «E’ stato meraviglioso quanto lo è per il Liverpool in campo. Ha sentito cosa mi stava dicendo un gruppo di ragazzi, poi si è rivolto a loro e ha detto: “Potreste esserci voi al suo posto tra qualche anno”. Ho capito di non avere le allucinazioni solo quando Momo mi ha regalato 100 sterline. Quei ragazzi mi molestavano, chiedendomi il perché delle mie richieste e dicendomi di trovarmi un lavoro. Quando ho visto Salah ero felicissimo, ai miei occhi è un eroe anche nella vita reale e voglio ringraziarlo».

Che altro aggiungere, se non che Salah è conosciuto in patria per l’attenzione dedicata ai progetti benefici come la costruzione di un centro medico e di una scuola. Altro gesto significativo del fuoriclasse egiziano, la sua esultanza per una rete replicando la gioia dopo un gol di Moamen Zakaria, connazionale di Salah, costretto a ritirarsi dopo la diagnosi di una rara forma di SLA, la sclerosi laterale amiotrofica (rigidità muscolare, graduale debolezza, difficoltà di parola, deglutizione, respirazione). Insomma, ci sono sventure che alcuni ragazzi ignorano ed è bene ricordare, ogni tanto, che la vita riserva anche drammi inattesi. Pertanto, meglio regalare un sorriso che non un insulto.

«Sono una star…»

Ibrahima, gambiano, da Taranto alla tv dei grandi chef

«Mio malgrado, in realtà miro a migliorarmi nella mia attività, orgoglioso dei miei datori di lavoro…», dice il trentunenne ragazzo sbarcato in Italia sette anni fa. Concorrente per “Cuochi d’Italia” con la cucina locale, Bruno Barbieri lo ha invitato a gareggiare al campionato del mondo di cucina. Da orecchiette, riso, patate e cozze all’afra, passando per il chere, uno dei piatti prelibati del suo Paese. «Ho fatto il preparatore in una scuola-calcio, il giardiniere, il lavapiatti: in cucina spiavo ricette e tempi di cottura, fino a quando un bel giorno…»

«Sono già felice così, orgoglioso di avere compiuto un passo dopo l’altro e dalla strada, dal mare e dal deserto, attraversati in fuga dal mio Gambia, essere passato dietro ai fornelli di un ristorante molto noto a Taranto». Così noto e coraggioso da meritare la menzione, Le Vecchie cantine, un ristorante che raccoglie solo indicazioni positive, di più, sui social. Segno che la scelta di Ibrahima, trentuno anni, da sette anni in Italia, paga. Quel ragazzone dal sorriso contagioso da più tre anni è diventato simile al brand del ristorante-pizzeria in via dei Girasoli, alle porte della città.

Ibrahima Sawaneh, trentuno anni, si mette in gioco e per gioco si candida per la Puglia nella trasmissione “Cuochi d’Italia”, il popolare format in onda su TV8. Lui, però, viene dal Gambia e sebbene la sua cucina parli pugliese, anzi tarantino, la selezione va così bene che gli propongono di gareggiare per il suo Paese natale,  il Gambia appunto, per “Cuochi d’Italia – Il Campionato del Mondo”.

«Da quando sono arrivato in Italia – confessa Ibrahima – ho studiato, non solo sui libri, ma in qualsiasi occasione ci fosse da apprendere e potesse migliorarmi, come professione e come uomo». Ibrahima, fin da piccolo, orfano di mamma ad appena due anni, si rimbocca le maniche, fa qualsiasi lavoro. Ovunque, dice, c’è da imparare: anche socializzare è un bell’insegnamento. Filosofia allo stato puro, bravo Ibra. Prova a fare il tecnico in una scuola-calcio. «Una quarantina di allievi – ha raccontato agli autori del programma “Cuochi d’Italia – Il campionato del mondo” – a cui provavo a dare lezioni più tecniche che tattiche, per quello c’erano fior di allenatori a pensare come fare imprimere uno scatto in avanti ai ragazzi più talentuosi; ho sempre amato il calcio, quello dei fuoriclasse senz’altro, ma amo questo sport perché credo che, come nella vita, sia importante fare squadra, sempre: ognuno deve dare fondo a tutte le sue risorse e metterle a disposizione del prossimo; quando parlo di squadra mi riferisco sì al calcio, ma anche al lavoro…».

«I FORNELLI, IL MIO REGNO»

Ibrahima, prima di diventare cuoco, attraverso tutti gli step richiesti da questo lavoro, ha fatto il preparatore di giovani calciatori, ma anche il giardiniere. «Anche il lavapiatti – non c’è da vergognarsi, anzi Ibra lo dice con legittimo orgoglio – perché qualsiasi cosa presa dal verso giusto ti dà esperienza: così puoi comprendere quanto tempo ci voglia ad avere nella massima disponibilità piatti e posate; fra fuochi e fiamme conoscere profumi e tempi di cottura di qualsiasi pietanza».

Come fosse un debutto in serie A, raccontano di Ibrahima. Il suo esordio arriva quando meno te lo aspetti. Centocinquanta coperti, ci pensa lui. Lo fa talmente bene che, se fosse stata davvero un incontro di calcio, a fine gara gli avrebbero consegnato il pallone, come se avesse messo a segno una tripletta in un derby. La sua tripletta sono quei centocinquanta coperti, straordinariamente soddisfatti. Con buona pace anche del titolare che, quasi fosse un talent-scout, vede bene in quel giovanotto alla soglia dei trenta. Ora, in tv, Ibra passa dalle  orecchiette al riso, patate e cozze all’afra, passando per il chere, uno dei piatti prelibati del suo Paese.

«GRAZIE, A CHI HA CREDUTO IN ME…»

«Orgoglioso dell’orgoglio di chi mi ha dato questa occasione di lavoro e crede in me, e dei conduttori del programma: durante le registrazioni non ho avuto nemmeno un po’ di paura, emozione quella sì: bravi gli autori a spiegare che, intanto, è un gioco ed essere lì, in tv, è già una vittoria, per me e per quanti mi hanno spinto a candidarmi prima a “Cuochi d’Italia”, per poi essere stato invitato dagli stessi autori e da Barbieri a provare a rappresentare il Gambia, il Paese dal quale sono venuto via sette anni fa…».

“Cuochi d’Italia” è un programma televisivo condotto dallo chef Alessandro Borghese, prodotto da Sky Italia e trasmesso su TV8 (replica su Sky). Dal 6 gennaio, in onda uno spin-off (una costola di quella trasmissione di successo): “Cuochi d’Italia – Il campionato del mondo”, condotto da Bruno Barbieri. In ogni puntata due cuochi, rappresentanti di altrettante regioni italiane, si sfidano in una doppia manche. A giudicarli, altri due chef stellati, Gennaro Esposito e Cristiano Tomei.

«Caro, Luis…»

Sule, nigeriano, parla del pasticcio-Suarez e passaporti facili

«Tifo Juventus, ma a noi africani, se tutto va bene, tocca aspettare mesi e mesi. Ma non è solo in Italia che qualcuno aiuta i poteri forti. Altrove è peggio, molto peggio. Alla fine mi sto convincendo che avere quei documenti sia solo un sogno…».

«Passaporto? L’ho solo sognato, non so che forma abbia, comincio a pensare che sia una parola astratta e non concreta, cioè che il passaporto sia un sostantivo di fantasia». Usa aggettivi e sostantivi in modo puntuale, Sule, un cellulare per amico, che agita come fosse un’abitudine. Come se la sua conoscenza, il suo borsello con il quale spostarsi, sia tutto là dentro. «Lo usavo quattro anni fa, quando sbarcai in Italia: non conoscevo una parola, sfioravo un tasto ed ecco il significato della parola: poi seguendo, quando era possibile le tv e le partite giocate in Italia, avevo già imparato qualcosa». Ecco, il calcio e il passaporto. Come se non bastasse è tifoso anche della Juventus, la squadra italiana che avrebbe voluto rinforzarsi mettendo sotto un profumato contratto Luis Suarez. «Il Pistolero, come no…». La frase è accompagnata con una espressione locale. Della serie, «Come se non sapessi di chi stiamo parlando».

Difende i bianconeri, Sule. Potrebbe essere un buon consulente dello studio legale della Juventus che sarebbe stato intercettato in una conversazione con personale docente dell’Università di Perugia. «Una faccenda all’italiana? Non credo che queste cose succedano solo qui, tutto il mondo è Paese: fidatevi di me, ho davvero girato…».

A qualcuno potrebbe essere sfuggito, non a Sule, così informato e così informatizzato. Dunque, veniamo ai fatti. L’esame sostenuto a Perugia, giovedì scorso, da Luis Suarez per ottenere la cittadinanza italiana diventa di colpo un caso giudiziario, con l’accusa di rivelazioni di segreto d’ufficio e falsità ideologica per i cinque indagati: le domande sarebbero state anticipate al candidato dalla stessa Università per Stranieri del capoluogo umbro. La procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, ritiene che quello del Pistolero sia stato un «esame farsa» in una seduta fatta «ad hoc», racconta, per filo e per segno, la Gazzetta dello Sport.

Non sai se ridere o piangere, scriveva l’altro giorno Valerio Piccioni, interpretando i nostri sentimenti. Noi che conosciamo e abbiamo scritto storie sui nostri ragazzi straordinari che di strada (e mare) ne hanno fatta tanta. Insomma, questo sentimento del ridere o piangere, si scatena quando ti arriva addosso una storia così, come quella del pasticciaccio brutto, appunto, dell’esame di italiano di Luis Suarez. Un episodio che tira giù dalla soffitta altre vicende di un bel po’ di anni fa che legarono pallone e passaporti (la Juventus viene menzionata in questa occasione, ma in passato altre squadre avevano gradito scorciatoie…).

PASSAPORTO FACILE, NON PER TUTTI

Passaporti italiani, passaporti facili, preceduti dall’esame-farsa presso l’Università per stranieri di Perugia dello scorso 17 settembre, di cui scrive nella sua ordinanza per autorizzare i decreti di perquisizione, Raffaele Cantone, ora capo della procura di Perugia dopo aver guidato l’Autorità anticorruzione. I reati per cui si indaga in questi giorni sono quelli di falsità ideologica e rivelazione di segreti d’ufficio, ma nello spettro dell’inchiesta spunta l’ipotesi corruzione. «Di gente disposta a farsi corrompere ne ho incontrata – dice Sule – ma non in Italia: soldi per farti rilasciare, non farti far male, tagliare la gola, soldi per imbarcarti, soldi per fare i primi documenti per avere un permesso di soggiorno, possibilmente con vista su un passaporto: un sogno; non so se esista davvero, dicevo e confermo. Insomma, ne avessi trovato uno disposto ad “aiutarmi”…». Lo abbiamo aiutato noi, nel suo italiano invidiabile aveva usato un termine, per così dire, improprio. Scivoliamo noi, figurarsi un ragazzo straniero.

Certe chiacchierate intercettate dalla Procura per caso nell’ambito di un procedimento precedente, certi post su Facebook fanno pensare a una botta di provincialismo fantozziano, scriveva Piccioni. L’incontro con un padreterno del pallone che manda in tilt i protagonisti della vicenda. La storia, purtroppo, è maledettamente seria. Perché il passaporto è una di quelle cose in cui anche il divo milionario dovrebbe condividere almeno un po’ delle ansie dei comuni mortali, quelli per i quali i giorni diventano settimane e i mesi addirittura anni per conquistare un traguardo che vale una vita: diventare italiano. «Mi farò la tessera della Juventus, intanto per vedere le partite della Signora poi per chiedere a qualche legale se c’è la possibilità di arrivare al passaporto: sono disposto ad attendere tutto il tempo che ci vuole!». Adorabile Sule, a conoscenza che la squadra bianconera è chiamata anche «La Signora del calcio italiano» e per la pazienza olimpica in fatto di attesa.

«NON DICE UNA SOLA PAROLA…»

Gli investigatori, intanto, ricostruiscono i vari passaggi ma non è emerso nessun tipo di pressione da parte della società, come dice il tenente colonnello che ha guidato le indagini della Guardia di Finanza. Le intercettazioni, per gli indagati, però, forniscono uno spaccato che evidenzia un contesto originale. Come quando una professoressa che conduce i corsi di preparazione a distanza, dice in vista dell’esame che Suarez «non spiccica una parola». O un «ti pare che lo bocciamo?», che non annuncia particolare severità degli esaminatori di fronte al Pistolero.

In pratica, gli indagati sono accusati di avere organizzato una sessione straordinaria «ad hoc», su misura, per Suarez citando «esigenze logistiche» (lo sdoppiamento dell’appello) che non sussistevano, di aver detto a Suarez su che cosa sarebbe stato interrogato e di aver dato un via libera, il livello B1, che non corrispondeva alla conoscenza della lingua italiana da parte del calciatore.

Michael, anche lui nigeriano, laureato in geologia proprio a Perugia, ha rilasciato una battuta. «Non ci giriamo intorno, è una cosa brutta molto brutta; personalmente ci ho messo tanti anni per diventare italiano, ce l’ho fatta dopo la laurea, ma non credete che la laurea abbia spostato qualcosa. Contano le carte della burocrazia, non si finisce mai».

Per dirla con parole di Sule, filosofo della vita e appassionato bianconero, «Il passaporto sarebbe lo stesso, ma la strada per arrivarci non è la stessa per tutti».

«Stiamo con Willy!»

Storia del ventunenne capoverdiano, massacrato di botte a Colleferro

«Picchiato, steso a terra, gli aggressori si sono accaniti saltandogli addosso». Come un complimento degenera nella periferia della capitale. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Arrestati due fratelli e un paio di loro amici. Chi conosceva la vittima di origini africane non si capacita. «Non vedremo più il suo sorriso, da non crederci, puntuale sul posto di lavoro, voleva migliorarsi, diventare uno chef…».

«Gli sono saltati addosso per completare l’opera, dopo averlo scaraventato a terra con un calcio». Come se volessero spegnere cartacce che hanno preso fuoco con una sigaretta ancora accesa su un marciapiedi, con una furia bestia. Ingiustificabile. L’opera alla quale si riferisce uno dei testimoni del pestaggio mortale del povero Willy Monteiro Duarte, ventuno anni, originario di Capo Verde, arcipelago dell’Africa occidentale. I primi indizi incastrano Marco e Gabriele Bianchi, due fratelli palestrati, Francesco Belleggia, loro amico, avrebbe un ruolo defilato in quello che gli organi di informazione indicano come «pestaggio mortale».

Alla base del contrasto, fatto di offese, telefonate per chiedere rinforzi, come fosse una guerra, non c’è proporzione. Non c’è proporzione fra le parole e un pestaggio finito nel sangue. Ma così va, da anni a questa parte nelle periferie delle grandi città. Non esistono presidi militari, una volta invocato l’intervento di una pattuglia di polizia o una gazzella dei carabinieri, passano venti, trenta minuti. E quando arrivano, se arrivano, da un comune vicino, tutto è già accaduto. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Fra una frase e la “lezione” inferta da due, tre energumeni, a un povero ragazzo subito accasciatosi a terra, dunque inerme, impossibilitato anche a difendersi, perché quel colpo di karate sferratogli all’improvviso lo ha già annientato.

UNA LEZIONE DA COMPLETARE

Niente, la “lezione” va completata, Willy è come se fosse una cicca di sigaretta, ancora accesa, va spento. Accidenti alle regole della mattanza, non scritte, ma che nei quartieri sopravvivono, specie ai bordi della capitale, dove le bande della Magliana, i protagonisti di “Romanzo criminale” (scritto dal tarantino Giancarlo De Cataldo), sono eroi. Non ci sono posti di polizia, esistono invece i boss. Vivono in ville lussuose e blindate, come fossero stanze dei bottoni. Riscuotono e ordinano. Ordinano e riscuotono. Impartiscono ordini, più stupidi sono i loro soldatini, più fanno al caso dei boss. Sventolano mazzetti di banconote sotto il naso di questi giovanotti pieni di muscoli e privi di cervello. «Andate lì, dategli una ripassatina, dategli una lezione: se non riscuotete, non posso assicurarvi benessere, casa, vacanze, moto, camicie e scarpe costose, orologi e collane che pesano quanto un “fero” da stiro».

Torniamo dal povero Willy, che non potrà più sorridere alla vita, agli amici, al suo lavoro da cuoco, ai suoi sughetti, alla sua amatriciana.  «Ah bella!». E’ solo una frase innocente, rivolta davanti a un locale di Colleferro, il “Duedipicche”, all’indirizzo di una ragazza di un altro gruppo. Che sarà mai, se ne sentono talmente tante che la cosa più ragionevole sarebbe un lasciar perdere, sorriderci su. Toh, berci sopra. Non c’è volgarità, non c’è offesa. Invece è la miccia di una scalata alla violenza culminata nel pestaggio mortale del ragazzo capoverdiano. Matteo, un amico della vittima, ricorda. «Uno degli aggressori ha sferrato un calcio all’altezza del petto di Willy, facendolo stramazzare al suolo, mandandolo a sbattere contro un’auto parcheggiata all’esterno del locale; Willy era anche riuscito a rialzarsi, ma su di lui si è abbattuta una gragnuola di calci e pugni tanto che il ragazzo è caduto daccapo a terra».

SCHIACCIATO COME UNA “CICCA”

Non finisce lì. La “lezione” va completata. Non è sufficiente un drammatico ko tecnico. Prosegue Matteo. «Mentre Willy è a terra, proseguono a sferrargli calci e pugni, tanto che stavolta proprio non ce la fa a rialzarsi». Samuele, un altro amico di Willy, aveva provato a fare da scudo al corpo di Willy per proteggerlo, ma è stato colpito anche lui. E’ sconvolto, mette a verbale gli ultimi istanti di vita del poveretto. «Mentre giaceva in terra, gli aggressori proseguivano passandogli sopra con i piedi: ricordo due di loro, gli aggressori, che saltavano sopra il corpo di Willy steso a terra e già inerme». Un altro amico della vittima, Marco. «Nello scendere dall’auto gli aggressori hanno subito aggredito Willy, senza pronunciare una sola parola, dritti al bersaglio!».

Faiza, altro testimone, indica uno dei due fratelli, Gabriele Bianchi. «E’ stato lui, ha sferrato un calcio in pancia a Willy, caduto a terra; quando si è rialzato ed è stato colpito ancora, dallo stesso aggressore, poi è arrivata la security del locale ed è scappato insieme agli altri». Belleggia, amico dei Bianchi, riporta l’ordinanza dei carabinieri, rende una sua versione. «Marco va verso Willy, gli tira un calcio e lui cade all’indietro, Gabriele picchia, invece, l’amico di Willy, a poca distanza: Marco gli sferra un calcio sul petto, Willy cade indietro sulla macchina e Gabriele si dirige verso l’amico di Willy picchiandolo…».

Non esistono video sull’accaduto. Non è facile individuare chi ha sferrato il colpo fatale a Willy. Dopo l’accaduto, i fratelli Gabriele e Marco Bianchi di venticinque e ventiquattro anni, Francesco Belleggia, ventitré anni, e Mario Pincarelli, ventidue anni, vengono accusati di omicidio preterintenzionale, si difendono. Nessuno di loro, asseriscono, avrebbe toccato Willy. Tesi ripetuta durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto davanti al gip di Velletri. Belleggia, secondo la difesa, sarebbe stato presente ai fatti, ma non avrebbe colpito Willy. L’avvocato che segue i fratelli Bianchi, ha annunciato di essere in possesso di nuove prove riconducibili alla notte in cui è stato ucciso Willy. Le ha depositate. Contraddicono quelle della Procura in particolare per quanto riguarda il ruolo che hanno ricoperto i fratelli Bianchi nella rissa.

BIANCHI, NULLATENENTI E VITE DA STAR

Una vita esagerata, tra vacanze in Costiera amalfitana, abiti firmati e orologi di lusso e tutto grazie ad un negozio di frutta aperto da soli tre mesi. Questo raccontano le immagini social dei fratelli Bianchi, Marco e Gabriele, arrestati e accusati dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte, che risultano anche nullatenenti. Scrive il Messaggero. «Marco, da qualche mese, subito dopo il lockdown, aveva aperto un piccolo negozio di frutta verdura a Cori, comune della provincia di Latina. Non un grande locale su cui tra l’altro il sindaco della cittadina, Mauro De Lellis, ha già avviato le pratiche per il ritiro della licenza. Marco e Gabriele, però, al netto della frutteria di Cori risultano nulla tenenti. Motivo per cui non si escludono accertamenti di natura patrimoniale nei prossimi giorni».

Infine, Mimmo, uno dei colleghi del ventunenne capoverdiano, che lavorava con lui nella cucina dell’Hotel degli Amici di Artena. «Aveva tanta voglia di darsi da fare, era appassionato del suo lavoro con il desiderio di migliorare e crescere professionalmente: un ragazzo sorridente, così come si vede nelle foto, era un angelo», ha spiegato. E’ questa la cosa della quale non ci capaciteremo mai. Si può spegnere un sorriso con tanta violenza? E anche su questo, gli amici di Willy, i suoi conoscenti, i familiari, tutti noi, vogliamo risposte. Non solo chiediamo giustizia, ma anche che certe cose non debbano ripetersi. Dunque, ci sia prevenzione, educazione al rispetto. Prima di invocare condanne che, per quanto giuste, non ci restituiranno il sorriso di Willy, uno di noi.

«Vivranno negli altri»

Malal e Jannat, morte schiacciate da un pioppo enorme

I genitori autorizzano la donazione degli organi: «Le loro vite salveranno altre vite». Una vacanza si trasforma in una tragedia. Famiglia di origine marocchina, residente a Torino, dopo anni di lavoro si prepara per una vacanza a tempo. Tutti insieme, marito, moglie e quattro figli. Rimandano di un giorno il rientro a casa, il maltempo abbatte l’unico albero del villaggio seppellendo le due vittime.

«Quest’anno si va in vacanza e tutti insieme! Non a due passi da casa, ma in un campeggio, vicino Marina di Massa: c’è la pineta, c’è il mare, sarà divertimento a tempo pieno». Papà Hicham Lassiri e mamma Fatima, origini marocchine, in Italia da diversi anni, lo avevano comunicato ai loro quattro figli, fra questi, Malal e Jammat, quattordici anni la prima, tre anni non ancora compiuti la seconda. Alla notizia le urla di gioia, i lunghi preparativi insieme con Nissrin, diciannove anni, la più grande dei quattro, e Tari, nove anni, per riempire i bagagli di giocattoli e attrezzi per il mare. E vestitini, buoni per andare in spiaggia e per la sera, metti ci fosse stata qualche festicciola all’interno del campeggio. Quando si tratta di organizzare il viaggio di ritorno, sui volti dei ragazzi scende la tristezza. «Peccato, mamma!», esclamano i più grandi.

«Abbiamo fatto tante di quelle amicizie, perfino scambiato i numeri telefonici, i profili sui social, che al solo pensare di andarcene, ci viene una tristezza». Papà Hicham e mamma Fatima, si guardano negli occhi, rinunceranno a un giorno di riposo una volta tornati nella loro Torino, tanto vale dare ancora un po’ di gioia ai loro figlioli. «Restiamo ancora un giorno!». Altre urla di gioia. Come alla partenza. Quel giorno in più servirà ad ammorbidire il distacco con tutti quei nuovi amici conosciuti al campeggio e a mare.

DALLA GIOIA ALL’INCUBO

E, invece, quel viaggio, quella vacanza, tanto desiderati in tutti questi anni, diventerà un incubo. Peggio, una tragedia che lascerà un segno indelebile nella famiglia Lassiri. E’ in arrivo il maltempo, pioggia e vento di una forza inaudita. Un impeto tale da sradicare anche un albero, un enorme pioppo, che si abbatte con tutto il suo peso e la sua violenza sulla tenda sotto la quale c’è tutta la famiglia, comprese Malal e Jannat. Loro erano in una tenda accanto, meglio stare tutti insieme però. Una serie di circostanze, una fatalità. Quell’albero si abbatte sulle due ultime arrivate. «Qualcuno mi dia una mano, faccia qualcosa, vi prego!». Hicham stringe fra le braccia il corpicino di Jannat. E’ disperato, la sua piccola non dà segni di vita.

Nonostante il maltempo, inesorabile, i villeggianti che sentono le urla si precipitano all’esterno di tende, roulotte e camper. «Ci siamo accorti subito della tragedia, così abbiamo avvertito il primo presidio sanitario perché si precipitassero nel campeggio», dicono i primi soccorritori. «Il medico intervenuto poco dopo ha provato ad allertare un elicottero per prestare soccorso, ma il maltempo, il forte vento, sconsigliavano di alzarsi in volo, si sarebbe potuta consumare una tragedia nella tragedia». Il terrore piomba sull’intero villaggio, la gente piange. Quella piccoletta, vispa, diventata una delle mascotte del campeggio, non dava più segni di vita. Molti si abbracciano disperati, non riescono a dare conforto ai due genitori, che stanno per seguire i soccorsi nel vicino presidio ospedaliero. Dopo tre ore, giunge la seconda notizia. Dolorosa quanto la prima: anche Malal non ce l’ha fatta. Le ferite riportate alla testa, schiacciata da quel peso inaudito, le hanno provocato ferite insanabili.

UNA BAMBOLINA, UNO ZAINETTO…

Doveva essere un momento di grande gioia quella vacanza, si è trasformato in una tragedia. Così dolorosa da spegnere non solo i sorrisi, ma la voglia di vivere. Il sindaco di Massa, Francesco Persiani, proclama un giorno di lutto cittadino. Il Comune da lui presieduto, promette, presterà aiuto alla famiglia Lassiri.

Dopo ore di maltempo, ecco ciò che resta nella zona in cui la famiglia Lassiri trovava riparo dopo una giornata di svago fra mare e pineta. Un secchiello arancione, presumibilmente di Jannat, un ombrellone da mare, una bambolina, una collanina, un paio di scarpe e uno zainetto. E un asciugamano, con su stampato il volto di un’eroina dei cartoni animati, rimasto appeso a un filo dell’albero-killer.

Oggetti e giochi delle sorelle Lassiri, torinesi, figlie di genitori arrivati anni fa in Italia da Casablanca, in Marocco. Avevano finito i pochi giorni di vacanza, ma, si diceva, avevano ritardato il ritorno a casa di un giorno, tanto che sarebbero partiti nella giornata di domenica. Quando i medici hanno comunicato loro la morte delle figlie, papà Hicham, 43 anni e mamma Fatima, 36, hanno abbracciato gli altri due figli, Nissrin e il piccolo Tari. Hanno raccolto le loro ultime forze e autorizzato la donazione degli organi delle due piccole: «Le loro vite salveranno altre vite».

«Siate fratelli!»

Don Lorenzo, parroco di Floridia invita i fedeli ad amare il prossimo

«Se siete convinti che l’ordinanza del governatore della Sicilia, Musumeci, risolva il problema delle migrazioni, non venite a messa», dice ai parrocchiani. «Forte preoccupazione e dissenso nei confronti del presidente della Regione Sicilia», l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. Infine, il Viminale spegne le ultime resistenze dei politici: «L’ordinanza non ha valore: l’immigrazione è materia di competenza statale».

«Se siete convinti che l’ordinanza del presidente della Regione Sicilia, Musumeci, risolve il problema delle migrazioni, vi do un consiglio spassionato: non venite a messa, state perdendo tempo». Don Lorenzo Russo, parroco della chiesa di San Francesco d’Assisi a Floridia, un tiro di schioppo si diceva un tempo, da Siracusa, lo abbiamo cercato, chiamato. Volevamo, intanto, ringraziarlo per aver dato voce a chi non gode della stessa benevolenza degli organi di informazione, i migranti, e poi per aver tenuto la barra dritta. «Quello che dovevo dire è riportato sul mio primo messaggio su Facebook, non ho altro da aggiungere, se non confermare il mio punto di vista». Ormai noto a tutta Italia. Ma non solo quello di un parroco di una cittadina, Floridia, appunto, un comune di ventimila abitanti situato nello spigolo più vicino alle coste africane di una regione che fino a poco tempo fa, Lampedusa docet, era stata un esempio sull’accoglienza.

Ma gli scenari cambiano, don Lorenzo non vuole entrare nel merito politico, «Ci mancherebbe solo questo…», dice. Ma con l’avvicinamento alle consultazioni elettorali, ecco che partono gli spot. Giornali, siti e social diventano uno sfogatoio che dice una cosa e dopo cinque minuti l’esatto contrario. Piatto ricco, mi ci ficco, si dice dalle nostre parti. I fratelli africani che leggono le nostre (e le loro) “storie”, non sanno forse a cosa alludiamo. Il “piatto ricco”, in senso figurato, è una posta in gioco elevata che fa gola. In senso mediatico, invece, è l’occasione per avere una vetrina elettorale su un tema che da anni interessa e fa discutere gli italiani.

AMATE IL PROSSIMO…

Ma torniamo a don Lorenzo, la sua chiesetta nel cuore di una comunità attenta, partecipe. Qualcuno i primi tempi ha accolto i ragazzi che sbarcavano sull’Isola con grande affetto. Poi un po’ meno, fino a quando qualcuno ha pensato di metterla sul confronto politico. Così le decine, centinaia al massimo, dei ragazzi in fuga da Paesi in cui si patiscono ingiustizie e fame, di colpo sono diventate migliaia. Potenza dei social. Generoso agli inizi, qualcuno è stato indotto al ragionamento inverso. Ci si è messa di mezzo la politica. Il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, ha imposto lo sgombero degli hot spot regionali. Risponde il governo, che impugna il provvedimento sui Centri di accoglienza: un presidente regionale non può farlo, le decisioni spettano solo al governo.

I fedeli, pochi in verità, ma evidentemente molto attivi sui social, provano a tenere i due piedi in una scarpa: non amerebbero il prossimo come se stessi, uno dei principali dogmi della Chiesa, ma continuerebbero andare lo stesso a messa come se nulla fosse. Respingerebbero i fratelli dalla pelle scura, mentre a parole invocherebbero Dio, confermandogli nelle preghiere massimo rispetto («sia fatta la tua volontà»).

Per restare nell’esempio ecclesiale: predicherebbero bene, ma razzolerebbero male. Dunque, la provocazione di don Lorenzo. «A quanti gioiscono per l’ordinanza di Musumeci convinti da domani di essersi liberati del problema delle migrazioni dico: non venite a messa, state perdendo tempo». Il messaggio su Facebook dopo l’ordinanza di Musumeci che imponeva lo sgombero degli hot spot siciliani.

POVERI DI SERIE “A” E “B”?

Invece, don Lorenzo. «Chiedete coerenza a chi vi circonda, imparate piuttosto voi ad essere coerenti con la fede che dite di professare». L’iniziativa del governatore siciliano, già contestata dal Viminale, per sgomberare centri e hotspot è stata criticata anche da altre voci della chiesa siciliana. Dunque: «Se dividiamo l’umanità in persone di serie A e di serie B siamo destinati al fallimento umano e politico».

La mano di un bambino nero stretta a quella di un adulto bianco, è l’immagine che accompagna dal duro post di don Lorenzo. Il concetto è rivolto principalmente a chi guarda con favore al provvedimento del presidente della Regione. L’ordinanza di sgomberare centri di accoglienza e hotspot «non ha valore: l’immigrazione è materia di competenza statale», ha chiarito subito il Viminale.

Dunque, don Lorenzo ha scritto ai suoi parrocchiani sul social più diffuso, perché il concetto fosse breve, ma chiaro. «Scrivo ai miei parrocchiani convinti, da domani, di essersi liberati del problema delle migrazioni; a quanti osannano scelte politiche che non fanno il bene dei poveri di questo mondo ma guardano solo al proprio interesse, dico: non venite a messa, state perdendo tempo!». L’amaro post del parroco punta il dito, poi, contro l’ipocrisia di alcuni fedeli, si diceva. E ancora. «La vostra ipocrisia vi precede: chiedete coerenza a chi vi circonda, imparate voi ad essere coerenti con la fede che dite di professare, sennò saremo solo come i “sepolcri imbiancati” di cui parla Gesù: che si lasciano ammirare dalla gente per la loro bellezza esteriore, ma che all’interno custodiscono solo odore di morte».

Il messaggio scatena subito diverse reazioni. «Alcuni non hanno capito che la parola di Dio è per tutti», ha scritto qualcuno. Tantissimi i messaggi di condivisione con il parroco, non mancano i distinguo: «Il problema serio è che il nostro stato chiude le porte a coloro che interpellano in quanto poveri e non certo ai turisti, concordo con padre Lorenzo», dice suor Maria Grazia D’Angelo, carmelitana di Santa Teresa del Bambin Gesù.

CONCORDE LA CHIESA SICILIANA

All’iniziativa di don Lorenzo, si sono aggiunte le reazioni della chiesa siciliana, da un angolo all’altro dell’Isola. L’ordinanza di Musumeci ha provocato le reazioni anche della Caritas Diocesana di Palermo e dell’Ufficio Migrantes, organi presieduti dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, che in una nota esprime «forte preoccupazione e fermo dissenso nei confronti dell’ordinanza emanata dal presidente della Regione Sicilia». «Se dividiamo l’umanità in persone di serie A e serie B, se non ci facciamo carico del dolore di tutti siamo destinati al fallimento umano e politico», scrivono i religiosi palermitani. Anche se sottolineano le premesse condivisibili che mettono in luce «l’enorme disagio in cui versano oggi la popolazione siciliana e i migranti affluiti sulle nostre coste in questi mesi estivi; i motivi: penuria di strutture idonee all’accoglienza, assenza di servizi adeguati, mancata redistribuzione in ottemperanza agli accordi europei, deresponsabilizzazione degli altri Stati membri della CE, fughe da hotspost e centri sovraffollati».

«Ma non è soffiando sul fuoco della paura e della rabbia sociale che faremo passi avanti per superare il momento complesso che stiamo attraversando», l’opinione di don Alessandro Damiano, arcivescovo coadiutore di Agrigento. Infine, Matteo Salvini. «Tutto il mio appoggio al governatore della Sicilia che difende la salute e la sicurezza della sua gente», secondo il leader della Lega. Bastasse bloccare gli sbarchi per restituire sicurezza e salute ai siciliani.

«Restate umili»

Adriano, asso del calcio, invita alla riflessione

«Ero un idolo, ho bruciato guadagni e amicizie. Quando penso all’Italia mi assalgono nostalgia e rimorso. Ai ragazzi suggerisco di essere modesti, è l’unico sistema per continuare a ragionare. Tornassi indietro, forse…»

«Oggi è il tuo giorno, stupirai tutti!». Quel giovanotto di un metro e novanta, un fascio di muscoli, ha un sorriso contagioso. Viene dalla sofferenza, e con un collega lo incontro a Lecce, due volte. Una volta a maggio, qualche mese dopo ad ottobre. Gioca al calcio, è diventato una star. In qualche modo gli portiamo bene, segna sempre, perfino una doppietta. «Sono in forma, sono felice: faccio il mestiere che ogni ragazzo brasiliano sogna, gioco al calcio; non solo ti pagano, ma ti fanno ricco, cosa posso volere di più dalla vita?!». E’ un ragazzo che ragiona con il cuore. Ci avesse messo anche la testa non staremmo a raccontare questa sua storia.

«Eppure è accaduto», dice. «Quando meno te lo aspetti, ti ubriachi di benessere, non solo di alcol; le amicizie, poi, quelle te le raccomando, tutte interessate: quando hanno bisogno ti cercano; quando vorresti un conforto, scappano». Mette insieme queste parole a malincuore. «Tornassi indietro – dice – non rifarei gli stessi errori; o li rifarei, avendo le stesse debolezze cui ero sottoposto a quei tempi». Aveva tutto: successo, danaro, l’affetto dei compagni, di un presidente, di un tecnico del capitano, che insieme coprivano le sue fragilità. Ma la parabola discendente è impietosa. Non rispetta i sorrisi. Quel ragazzo ha il papà che non sta bene, purtroppo viene a mancare nel momento di maggior successo del figliolo. E’ la svolta a perdere. Adriano alla notizia della scomparsa del papà, ribalta la sua vita.

ALCOL E “BAD COMPANY”

Finisce dall’altare alla polvere. Cosa saranno, toh, un paio di metri. Con un po’ di fortuna puoi cavartela. Qualche frattura, poi ti rimetti in piedi. Quando, invece, quella miscela velenosa si impossessa della tua mente e poi del tuo corpo, sono dolori. Gli amici, buoni quelli. Sanno dividere con te solo le scorribande, bevute, donne e coca “no limits”. Poi, quando il conto in banca è bello e prosciugato, tu cominci a riflettere un attimo, provi a riprenderti il tuo sogno, è ormai troppo tardi. Quei due metri di altezza fanno più male di qualsiasi caduta.

E’ la storia di Adriano, stella del calcio. Conosciuto personalmente, nessun tipo di frequentazione, se non la condivisione per il calcio. Non esiste altro sport che possa raccontarti meglio la parabola della vita; lui, un semidio, talvolta rimette in sesto una domenica cominciata male, con un gesto sportivo straordinario. Aveva folgorato tutti alla vigilia di un Ferragosto di venti anni fa, lui che all’epoca di anni ne aveva appena diciannove. Ultimo minuto di gara a Madrid. E’ il suo debutto in amichevole. E’ entrato qualche minuto prima, per fargli sentire il profumo della prateria del Bernabeu, campo del Real inviolato. I compagni, campioni, fra questi Seedorf e Vieri, nonostante l’esperienza, si fanno da parte. Manca una manciata di secondi dalla fine, risultato ancora sul pari (1-1). Lo avranno visto in allenamento, è un predestinato. Nel piede sinistro, quella sera, il ragazzo che viene dalle favelas brasiliane, ha il tritolo. Lunga rincorsa, cannonata e palla sotto la traversa: 1-2, è il gol-vittoria.

FORTE E FRAGILE

Forte fisicamente, debole psicologicamente. Fra le ultime esperienze, Miami. Non è calcio, è un baraccone. E così, Adriano, che avevano ribattezzato l’Imperatore, torna a casa. In Brasile, Rio de Janeiro. Forse non ha più soldi, La stampa locale dice che avrebbe vissuto nella favela “Vila Cruzeiro”, fra le più povere e pericolose di tutta la città.

«Gli anni passati a Milano – ricorda Adriano – ma anche Parma e Firenze, li porterò per sempre nel cuore, in quegli anni pochi sono stati fortunati come me. A Parma e Firenze giocai bene, a Milano, colpa, forse, di una città che imprime alla tua vita ritmi esagerati, mi persi un po’: venivo dal Brasile, da un contesto sociale particolare, povero, così soldi facili, donne e alcool ti complicano la ripresa».

Era diventato un asso della sua Nazionale, aveva vinto coppe e classifiche di marcatori. Poi quel bivio davanti al quale la debolezza sceglie per te. «Facevo il giro delle discoteche, bevevo in compagnia di gente fuori dall’ordinario che finiva all’alba con la polvere. L’ambiente calcistico mi proteggeva, sapevano che non ero cattivo, ma solo tanto confuso. Vivevo un sogno, che ho distrutto per colpa mia. L’Italia e il calcio italiano mi mancano, ma cerco di stare distante da quei ricordi, avverto troppi rimorsi».

Dovesse dare un suggerimento a qualsiasi ragazzo entrato non necessariamente nel mondo dello show-business, ma nel mondo del lavoro. «Massima umiltà. Fino a quando ho tenuto a mente questo insegnamento, le difese tremavano , le reti si gonfiavano, la gente mi rispettava e mi trattava da idolo. Perso per strada il senso di  umiltà, è crollato tutto: dunque, ragazzi, testa sulle spalle e piedi ben piantati a terra, la vita è una sola e va vissuta con il cuore sicuramente, ma anche con la testa».

«Si fa presto a dire “terrone”»

Alex e Rino, storia di insofferenza e razzismo

Una gara di calcio si trasforma in un ring. Un addetto ai lavori non trova di meglio che offendere pesantemente il tecnico avversario. Scoppia la bagarre, il primo si scusa e si dimette, l’offeso tira dritto. Luigi Garlando, grande giornalista, inviato della Gazzetta dello sport, interviene sul tema. E noi gli siamo grati.

Si fa presto a dire terrone. Non sappiamo cosa, ancora oggi, scatti nella mente di un essere umano, di così cattivo, quando consapevole di offendere pesantemente una persona gli indirizzi espressioni tipo «Terrone!», «Muso nero!». Siamo tutti sulla stessa barca verrebbe da dire, invece, la comunicazione attraverso lo sport più amato del pianeta si trasforma in un doloroso boomerang. Il calcio insegna sempre meno, una volta educava al rispetto dell’avversario, alla stretta di mano a fine gara fra vincitori e vinti, come il “terzo tempo” nella palla ovale inglese.

La storia è quella di due uomini, Rino, meridionale orgoglioso, e Alex, settentrionale nato in provincia di Brescia, altrettanto orgoglioso, supponiamo, se uno scatto d’ira lo porta a tracciare un solco così deciso fra il “suo” Nord e il “nostro” Sud, che poi insieme sono una cosa sola, il nostro Paese, l’Italia.

Fuori dalla retorica, l’episodio di intolleranza si scatena durante una gara di calcio. Da una parte è in gioco il prestigio, dall’altra un piazzamento onorevole, che potrebbe cambiare impercettibilmente, mica tanto, il corso della storia. Eppure c’è qualcosa che esaspera gli animi, a condurre un ospite, un fisioterapista, Alex, ad alzarsi e inveire contro il tecnico avversario, Rino. Quest’ultimo, calabrese purosangue, quand’era in campo non le mandava a dire, seduta stante chiariva con l’avversario. «Cosa vogliamo fare? I cretini e farci male oppure le persone perbene e giocare al calcio? Sappi che, in un modo o nell’altro, io ti seguo». Questo, Rino calciatore, campione del mondo, una bacheca infinita nella quale il trofeo che lo rende più orgoglioso è l’umiltà, la rara arte di imparare qualcosa e da chiunque ogni giorno.KOULIBALI 2 - 1GRAZIE, LUIGI…

Dunque, non allontaniamoci troppo dalla sfera e dall’offesa. Luigi Garlando, firma autorevole della “Gazzetta dello sport” e del settimanale “SportWeek”, per il quale cura la rubrica “Con questa mia…”, amico sincero e autore di decine di libri per ragazzi, fra gli altri “Per questo mi chiamo Giovanni” (dedicato alla memoria di Falcone), è intervenuto sull’argomento. Mi ha autorizzato ad utilizzare il suo scritto, carico di metafora e di rara sensibilità, come le stesse cronache che scrive dagli stadi di tutto il mondo. Una lettera aperta che, sono certo, segnerà in modo significativo il dimissionario Alex Maggi (ecco, mettiamoci anche il cognome), reo della grave offesa («Terrone!») all’indirizzo di Rino Gattuso (ma si era già capito…).

Dunque. «Egregio Signor Alex Maggi – scrive Garlando – con questa mia voglio tornare sulla parola “terrone” che lei ha rivolto a Rino Gattuso, sotto forma di insulto colorito, durante una fase particolarmente nervosa di Napoli-Lazio. A freddo lei ha chiesto immediatamente scusa al tecnico del Napoli e gliene do atto. Ma non le scrivo per condannarla o rimproverarla, non ne ho il ruolo né l’intenzione, le scrivo semplicemente per condividere alcune considerazioni dal termine da lei evocato».

Fatta questa premessa, Garlando prosegue. La prima considerazione. «Innanzitutto questa: il pallone è gioiosamente “terrone” per costituzione, perché lo giochiamo con i piedi che sono all’estremo sud del nostro corpo. Come diciamo per disprezzare qualcuno? “Quello ragiona con i piedi…”. Appunto. I piedi, da sempre, godono di pessima letteratura, eternamente contrapposti al cervello che sta a nord, depositario della conoscenza e dell’invenzione artistica. Il calcio ha operato una rivoluzione garibaldina, ha liberato il meridione del nostro corpo riconoscendo ai piedi la facoltà di poetare».

CALCIO, POESIA E VITA

La metafora fra calcio, poesia, vita. «Lei, signor Maggi, è bresciano, se non sbaglio, quindi sa bene che cosa intendo dire. Quanta poesia hanno scritto, a Brescia, Roberto Baggio e Andrea Pirlo? Se lo ricorda quel gol che poetarono insieme al Delle Alpi, contro la Juventus? Lancio transoceanico di Pirlo, aggancio e rete di Baggio. In quale parte colpì il pallone Andrea? In quella inferiore, a sud della sfera, sotto, per farla decollare. E Robi? Pure, a sud, per addomesticarlo con lo stop a seguire più dolce della storia del calcio, portarlo oltre Van der Saar e accarezzarlo in rete. Un meraviglioso gol “terrone”, costruito a sud del pallone. I cross di Garrincha, il cucchiaio di Totti… Tutte le cose più belle vengono create calciando la sfera nella regione meridionale».

Prima di concludere, Garlando pone una domanda al suo lettore-interlocutore, con allegata riflessione. «Sa qual è la cosa veramente importante, signor Maggi? Che il sud del pallone, dopo solo mezzo giro, diventa nord e, dopo mezzo giro, torna sud e poi ancora nord… Una smentita continua. Un pallone che rotola è una lezione di saggezza e di integrazione: sud e nord non esistono. Tutto è relativo. Siamo tutti a sud di qualcosa, siamo tutti terroni agli occhi di qualcuno. Il valore di una persona (e di un pallone) non la dà la provenienza, ma la direzione e le intenzioni. La prossima volta che le capiterà di sbroccare in panchina, se lo ricordi e lasci perdere i punti cardinali. Intanto, da laziale, si goda i gol di Ciro, ragazzo del Sud. Con cordialità, Luigi Garlando». Infine, sgombriamo il campo dall’ultimo dubbio. Garlando, giornalista, cinquantotto anni, all’attivo Champion’s League, Campionati del Mondo di calcio e Olimpiadi in qualità di inviato, è nato a Milano. Era giusto sistemare i proverbiali puntini sulle “i”.