«Un vita terrificante!»

Mdhelal, racconta violenze inaudite e fuga

«Mio padre morto per un male incurabile, mio fratello assassinato a diciassette anni, mia sorella rapita e mai più riabbracciata. Mia madre mi implorò di fuggire per evitare la stessa fine. Denunce e processi mai celebrati, è così che va…»

Sembra uno di quei film di Coppola o Scorsese, pieni di sangue. E la vita che costa meno di un proiettile. E’ una storia di una violenza inaudita, protagonista Mdhelal, una trentina di anni, origini bengalesi, passato attraverso India, Grecia, Francia e Italia. Trova ospitalità nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” e, poco dopo, un lavoro, in un caseificio. Ragazzo attivo, perbene, fa subito amicizia con i colleghi di lavoro, diventa uno dei più apprezzati e stimati collaboratori del titolare dell’attività nella quale è impiegato. Sorride, dicono gli amici, vederlo ridere pressoché impossibile. E ha tutte le ragioni di questo mondo. I colleghi sanno che Mdhelal ha lasciato il Bangladesh per trovare lavoro, vivere una vita normale, fatta di lavoro e soddisfazioni, anche piccole, non importa. Non è così, purtroppo.

La storia di questo giovanotto, a tratti silente, altre volte un fiume in piena, è di quelle che provocano brividi solo a pensarci. Figurarsi a lui, che questa vicenda l’ha vissuta sulla sua pelle per almeno una quindicina di anni. «Mio fratello, Dulal, due anni più grande di me, aveva diciassette anni: freddato con due colpi alla schiena, lo avevano trascinato in affari sporchi, non poteva più uscirne; mia sorella Nearon, rapita con un violento blitz in casa nostra e usata come strumento di persuasione: di lei, da quel maledetto giorno, mai più traccia; mio padre, purtroppo, a causa di un brutto male ci aveva lasciati soli e con pochi risparmi…».

Anche quei pochi soldi entrano in scena. Non servono, se non ad accelerare la condanna di Dulal. «Non c’era verso di fare uscire mio fratello da quel “business”, un traffico di droga internazionale: offrimmo denaro, quel poco che avevamo per riscattare mio fratello; purtroppo con quel gesto firmammo la sua condanna a morte».

DULAL, DUE “COLPI” ALLA SCHIENA

Una storiaccia. «Lo avevano prelevato da casa – racconta Mdhelal – avevano notato quanto fosse sveglio, quello che faceva al caso loro: Dulal avrebbe dovuto presidiare la linea di confine fra Bangladesh e India; dalle mie parti per certi reati non si scherza, il codice penale prevede condanne feroci, così avevano messo in conto anche che facendo quella sporca attività più di qualcuno ci avrebbe rimesso la vita: mio fratello, un predestinato. Gli avevano subito messo in mano una pistola, come fosse stato un rito, una sorta di patto di sangue: da quel momento la sua vita era compromessa, i suoi compagni di affari avevano un volto e un nome e lui non avrebbe potuto più tirarsi indietro».

Il malessere quotidiano per questo ragazzo che ha il suo destino segnato, esplode in una notte. Ha il volto e la voce di alcuni amici di famiglia. «Arrivarono a casa, al buio, sottovoce le prime parole, sussurrate a mia madre che un istante dopo non riesce a trattenere le urla: mio fratello è stato rinvenuto in un fosso, due colpi di pistola alla schiena, una esecuzione in piena regola».

Più che vendetta, sete di giustizia. «Un amico poliziotto ci consiglia che il sistema per farla pagare cara agli assassini ci sarebbe: una denuncia in piena regola, con nomi, cognomi e dettagli su malfattori, ricatti e arruolamento forzato di mio fratello. Ci vuole coraggio, una cosa che ci aveva lasciato in eredità mio padre: denunciamo capo e complici, che vengono tratti in arresto. La legge in Bangladesh è molto articolata, troppo. La sensazione che si ricava è che, come al solito, l’unica cosa che conti è il denaro: con quello puoi pagarti la cauzione e comprare qualsiasi cosa, anche i processi: infatti a un certo punto spariscono le carte per istruire il processo, così in attesa che la causa venga ricomposta, la banda al completo viene rimessa in libertà».

NEARON, MIA SORELLA, RAPITA

Durante la notte Mdhelal e famiglia, cioè mamma e sorella, subiscono una spedizione punitiva. «Entrano in casa, da porte e finestre, spengono i lumi: in pochi istanti succede di tutto, ci picchiano violentemente e non c’è verso che la mamma implori di lasciare stare i due figlioli – noi appena ragazzini – e di prendersela solo con lei, autrice della denuncia; io avevo provato a trovare scampo sotto il letto, mi afferrarono dalle gambe e mi tirarono fuori riempiendomi di botte: mi risvegliai poco dopo; avevano trascinato via con forza mia sorella: era diventata la loro assicurazione, con lei nelle loro mani noi non avremmo più mosso un dito, ma da quel giorno non abbiamo avuto più sue notizie».

La mamma piange in continuazione. «Adesso implorava me perché fuggissi: parto per l’India, arrivo in Grecia, mi fermo in Francia, ma è in Italia che riesco a trovare un po’ di serenità. Prima di arrivare qui, incontro solo facce preoccupate, mai un sorriso, quando chiedi di una strada oppure offri una parte della tua colazione. E’ qui che ho trovato il mio primo impiego: ho girato e rigirato, non volevo essere un peso, ospite sì ma dovevo attivarmi, trovare qualcosa da fare; così ho imparato un primo mestiere e, soprattutto, un po’ di serenità, la cosa che conforta mia madre a distanza quando le parlo di me e dell’Italia: una famiglia distrutta, mio padre portato via da un male incurabile, mio fratello giustiziato dalla malavita, mia sorella rapita. Di Nearon nessuna traccia. La speranza è quella che un giorno o l’altro possa tornare fra le braccia di mia madre, che sento spesso: è addolorata, mi incoraggia a proseguire nel lavoro e a non cadere in qualsiasi tentazione». Una vita costellata da atti di violenza. «Spero sia finita, sono musulmano, prego perché un giorno mia sorella Nearon possa tornare a casa, sono trascorsi più di quindici anni ma nutriamo sempre la speranza che un giorno la si possa riabbracciare».

«A casa, di corsa!»

Dramane, maliano, ha in testa il ritorno

«Quando si aggiusteranno un po’ di cose, voglio riabbracciare mio padre. Fuggito a causa della guerra civile, torturato in Libia, arrivato in Italia. Ho imparato l’arte della frutta e della cucina…»

«Ho visto cinque, poi sei cadaveri in mare, durante il mio viaggio per l’Italia: orribile, non dimenticherò mai quelle immagini, ho ancora gli incubi!». Dramane, omonimo di un altro ragazzo ivoriano ospitato dal Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta il suo viaggio dalle coste libiche a quelle italiane. «C’è una bella differenza – spiega – fra cinque o sei cadaveri, me ne rendo conto, ma sfido chiunque ad essere imbarcato in alto mare con onde alte quanto palazzi a sbatterti da una parte all’altra, con la paura che possa finire tu stesso in acqua e contare quei corpi che galleggiano davanti ai tuoi occhi: ognuno di noi – eravamo a decine – si era rifugiato sul primo barcone avvistato, svuotate le tasche dal denaro che avevamo e pagato chi ci avrebbe condotti in salvo; in quei momenti, in mare, avevamo una paura esagerata: pensavamo solo a portare in salvo la pelle, non a contare i defunti che ci galleggiavano ora a dieci, ora a cento metri: pregavamo, invocavamo il Cielo che quella tempesta finisse, che il mare tornasse una tavola – si dice così, vero? – e che potessimo viaggiare più serenamente verso l’Italia, perché era qui che volevo sbarcare».

Pregavano, terrorizzati, fissavano le vittime di quel viaggio della speranza. Temevano che il prossimo, in mare, potesse essere uno di loro. Dunque, cinque o sei. «Il mare mescolava quei cadaveri come fossero carte da gioco, provavi anche a contare quelle vittime: “Uno, due…un altro laggiù in fondo, tre! Alle nostre spalle, ecco, quattro! No, è un relitto che galleggia, per fortuna non è una vittima…”».

Il racconto del maliano Dramane è circostanziato. «Quando ero in Mali, con mio padre, Seidou, parlavamo spesso di una mia fuga: non un viaggio, ma una fuga, proprio così; i rapporti con il resto dei familiari a causa della guerra civile scoppiata nel mio Paese erano ormai tesi: poteva accaderci qualsiasi cosa, di notte come in pieno giorno; non lasciavo il Mali, ma scappavo dal Mali; ed è lì, a casa, che un giorno voglio tornare, riabbracciare i miei affetti, anche se mi rendo conto che non è molto semplice, anche se la speranza è l’ultima a morire».

LIBIA, DELUSIONE E BOTTE

La fuga, una costante nella vita di un ragazzo di nemmeno venti anni. «Pensavo di fermarmi in Libia – spiega – a prima vista mi sembrava una terra accogliente, c’era lavoro e circolavano soldi, non molti, ma non ti sentivi schiavo, né minacciato, fino a quando le cose sono cambiate: i soldi di colpo sono diventati “piccoli” e i miliziani si sono incattiviti; forse non servivamo più come prima o forse volevano trattenersi più soldi dal nostro lavoro quotidiano, sta di fatto che abbiamo cominciato a sentirci perseguitati senza un motivo; era cambiata l’aria, il lavoro c’era, ma non più per lo stesso danaro: a un certo punto abbiamo cominciato a lavorare con un salario settimanale e mano a mano che ci avvicinavamo a fine settimana, ci dicevano che avrebbero pagato a metà mese, poi a fine mese: un casino!».

Un «casino», in Italia questo vocabolo indica “confusione”. Ecco, «…era scoppiato il casino». E, allora, dopo essere scappato dal Mali, gli tocca mettere gambe in spalla e fuggire con una di quelle barche che galleggiano per scommessa. «Eravamo perseguitati ormai; il colore della pelle, inequivocabile: ci riconoscevano fra mille e, allora, fucile spianato, prima ci chiedevano le generalità delle quali, francamente, se ne infischiavano, ma servivano per tenerci lì e studiarci; poi le tasche: “Cosa avete in tasca? Non fate i furbi, non scherziamo, vi mettiamo a testa in giù e vi facciamo sputare fino all’ultimo dinaro!». Quando uscivamo dal locale nel quale ci eravamo rifugiati, in tasca ci mettevamo pochi spiccioli, se non avessimo avuto un solo dinaro ci avrebbero massacrati di botte, così avevamo messo in conto di perdere quei soldi, già pochi».

Un brutto viaggio, le onde sbattevano quella barchetta a venti, trenta metri di distanza. Ma come fosse un miracolo, finalmente l’Italia. «Avevo sognato quel momento – ricorda con emozione Dramane – appena sbarcai pensavo che l’Italia o un altro Paese europeo, considerando quello che avevo passato fino a quel momento, sarebbe andato bene; avevo nella testa, però, sempre casa mia: in qualsiasi nazione fossi arrivato, una volta realizzato denaro con il lavoro e calmate finalmente le acque in Mali, sarei tornato».

AMORE A PRIMA VISTA

Con l’Italia è amore a prima vista. «Tutta un’altra cosa rispetto a quello che avevo passato negli ultimi tempi prima a casa mia, poi in Libia: fuga, umiliazioni, torture che non auguro a nessuno, perché quando le subisci non sai mai quando e se un giorno finiranno; con l’arrivo in Italia finalmente un sospiro di sollievo».

Dramane e il futuro. «Ho imparato le prime parole in italiano, sono più bravo nel comprenderle più che pronunciarle, ma ormai afferro il senso e mi faccio capire». Non si è spaventato davanti a nulla il giovanotto maliano. «Ho fatto i calli alle mani, ho solo voglia di lavorare, dimostrare che voglio guadagnarmi stima e possibilmente danaro con il sudore della fronte; la prima esperienza con un fruttivendolo: qualcuno dirà “Bel lavoro!”, invece io dico che qualsiasi lavoro fatto con impegno è un bel lavoro; questo signore si è fidato ciecamente di me, mi faceva esporre le cassette della frutta, mi insegnava come riconoscere un frutto buono e la tecnica di vendita: la merce più bella doveva essere esposta in bella vista, così che la gente possa avvicinarsi e comprare».

Non solo ortofrutta. «Ho lavorato anche in qualche ristorante; nei giorni e nelle ore in cui ero senza impegni giravo per locali, in particolare nei ristoranti: riordinavo la sala, cominciavo con lo scopare e poi lavare a terra; poi raccoglievo i rifiuti e andavo a gettarli nei cassonetti; uno di questi titolari, si è complimentato, mi ha rivelato che i ragazzi italiani vogliono fare subito gli chef, la tv li sta rovinando, non farebbero mai quello che ho fatto io; sincerità per sincerità, gli ho confessato che mi sarebbe piaciuto passare in cucina, anche come lavapiatti, ma stare vicino ai fornelli, imparare la cucina italiana, poi al Cielo spetterà l’ultima parola; ho imparato tanto, se in Mali si aggiustassero un po’ di cose, tornerei a casa di corsa: saprei darmi al commercio di frutta, gestire una trattoria, non mi stancherò mai di ringraziare l’Italia e gli italiani».

«Tornerò a casa…»

Boubacar, maliano, musulmano e un desiderio

«Amo l’Italia, anche la Francia è bella, ma l’Africa è nel mio cuore. Morti papà e mamma, i miei zii non mi fecero continuare gli studi: per cinque euro. Volevano mi sposassi con una vicina, ma volevo essere io a scegliere. La fuga, le botte in Libia, ferite che fanno ancora male…»

«Voglio sdebitarmi con l’Italia, Paese accogliente; farei davvero di tutto qui, ma il mio sogno è la mia Africa, un giorno voglio tornare a casa, non necessariamente dove sono nato, in Mali, anche altrove va bene, ma voglio tornare in Africa…». Boubacar, maliano, poco più di venti anni, musulmano, una pertica di due metri, anche più, fa una sintesi della sua storia che coincide con l’approdo in Italia. «Dovessi restare qui, non avrei problemi, mi impegnerei nel lavoro che so fare meglio, l’elettrauto; anche la Francia non mi dispiace».

Spiega il suo punto di vista sull’Italia e la Francia. «Due Paesi simili fra loro, quando studiavo passavo il tempo a fare ricerche, trovavo – e trovo – bello il senso di democrazia che esiste in queste due nazioni: il rispetto per chiunque, che tu sia bianco o nero, siamo tutti fratelli e fortuna o sfortuna non guardano al colore della tua pelle».

Sfortuna. «Non credo molto alla fatalità, ma ci sono stati episodi, due in particolare, che hanno segnato la mia vita: quando meno credevo, questi due argomenti sono diventati il tema principale della mia scelta, della mia fuga dal Mali».

Parla come fosse un libro, si arrampica nel suo italiano già buono. Si aiuta con i gesti, ma rispetto alla lingua parlata, mostra progressi importanti, da non crederci. «Devo questi passi avanti nel mio italiano ancora approssimativo – spiega “Bouba” – a una donna di servizio impegnata in “Costruiamo Insieme”, il Centro nel quale sono stato ospitato: devo molto alla cooperativa, si è presa cura di me, mi ha fatto sentire subito rispettato, quasi coccolato, rispetto a come ero stato trattato a casa mia…».

ITALIANO “APPROSSIMATIVO”

Usa l’aggettivo “approsimativo”, non è da tutti, mostra un bagaglio culturale più che rispettabile. Proviamo ad approfondire nel carattere e nei motivi della sua fuga. «Ho perso padre e madre – racconta Boubacar – quando ero ancora piccolo, un dolore che non si può spiegare: perdi buona parte di te stesso, ti manca l’insegnamento, il loro amore: fossero ancora in vita, sicuramente non sarei fuggito, mi sarebbero stati accanto, i genitori pensano sempre a dare il meglio ai propri figli».

Cosa accade, la scuola comincia a diventare un peso. Una cosa per volta. «Quando ho scelto la fuga, ho salutato mia sorella: non potevo più restare lì, venivano a mancare le cose essenziali per la mia crescita; la scuola, per esempio, la frequentavo con profitto, prima che i “miei” morissero, avevo ottimi voti: la mattina andavo a scuola e studiavo, il pomeriggio frequentavo un’officina dove apprendevo i primi insegnamenti per fare l’elettrauto; miei zii mi avevano preso con loro, mi avevano mostrato subito grande affetto, poi qualcosa è cambiato nei miei confronti: piccolo com’ero, e non lavorando, avevo bisogno di cinque euro – non è una cifra esagerata in Mali – con cui comprare penna e i quaderni sui quali scrivere appunti e studiare; un brutto giorno questo loro sostegno è venuto a mancare, di colpo sono diventati ostili nei miei confronti, come se volessero provocare una qualsiasi discussione e avere un motivo con cui allontanarmi: il loro affetto, sbocciato di colpo era sfiorito nello stesso modo, senza una ragione…».

Provassimo a cercarla, una ragione. «L’episodio che ha fatto il paio con quei cinque euro, forse, il rifiuto di allacciare un rapporto con una ragazza vicina di casa: nonostante fossi un ragazzino, loro – i miei zii, i vicini di casa, genitori della fanciulla – avevano già pensato a tutto, sarebbero diventati parenti, gli uni degli altri; non ne facevo un fatto di bellezza – una donna può o meno piacere – ma una questione di principio: avevo ancora da imparare, fidanzarmi o sposarmi la vedevo una cosa fatta troppo in fretta, volevo pensare serenamente al mio futuro: avrei potuto scegliere di vivere solo, per esempio…».

FUGA DA UN MATRIMONIO COMBINATO

Dunque, la fuga. «Non avevo altra scelta, salutai mia sorella, promettendole che un giorno sarei tornato – e tornerò davvero – ma non era il più il caso di vivere con addosso una forte tensione, con il pericolo che una parola fuori posto provocasse un litigio e poi una violenta discussione: non ci stavo, non volevo cascarci, così feci i bagagli – un borsone, non di più – e andai via».

Ancora una volta, fortuna, sfortuna. «Sfortuna – non era difficile capire da cosa fossi perseguitato – arrivai in Libia; fermato da miliziani, pestato a sangue, rinchiuso insieme ad altri in uno stanzone: non avevo soldi per riscattarmi, né parenti disposti a pagare la mia scarcerazione: lavoravo e prendevo botte, prendevo botte e lavoravo; quegli uomini che tenevano me e altri segregati in quei locali, picchiavano duro: avevano un solo principio, usare le armi come fossero un martello; non si accontentavano di infliggerti uno, due colpi alla testa e farti un male che non si può raccontare: volevano vedere il sangue, aprirti una ferita profonda, solo allora si sarebbero fermati…».

Alla fine, un raggio di sole. «Prima della fine, un’altra fuga, lavoretti, pochi soldi, utili a pagare il viaggio a bordo di un gommone: in settanta, tutti stretti come fossimo in una cassetta di frutta, ammassati; l’arrivo in Italia: finalmente il vento che cambia…».

«Volevo morire!»

Dramane, ivoriano, ventuno anni

«Fuga e deserto, botte e caldo al mattino, freddo la notte. Prigioniero, andavo nei campi a spezzarmi la schiena e per tre giorni senza pane né acqua. Poi il viaggio, iniziato male, ma conclusosi bene grazie al Cielo!»

«Ho pregato perché morissi!». Frase forte, ma è Dramane, ivoriano, più maturo dei suoi ventuno anni, a pronunciarla. Spiega. «Avevo preso botte nel mio Paese, le avevo incassate anche in Libia, dove ero stato ridotto in schiavitù; mi ero ritrovato in pieno deserto esposto la mattina sotto un sole cocente e la notte a un freddo che accarezzava gli zero gradi; non c’era via di fuga da quei giorni, se non rivolgerti al Cielo e invocarlo di farla finita, di annientarti completamente».

Non era una fuga, bensì una tortura. Dramane si è ripreso poco per volta, una volta arrivato in Italia, ospitato in un Centro di accoglienza di Costruiamo Insieme. «Qui è come se avessi trovato una famiglia – dice – finalmente ho ripreso a studiare, cosa che facevo nel mio Paese, prima che un episodio cambiasse la vita a me e i miei cari, ma questa è un’altra storia: era stata la mia matrigna a decidere che non dovevo più studiare…». Non gli andrebbe di parlarne, ce ne aveva già fatto cenno in passato. Torneremo, a tempo debito, se Dramane lo vorrà. Dunque, cominciamo dalla fine, l’accoglienza, lo studio. «Ho sempre amato i libri e la scuola, non c’è bisogno che qualcuno ti spieghi da cosa dipenda la tua crescita, se non dallo studio e dalle relazioni umane, io che di umano intorno a me cominciavo a vedere ben poco, ormai…».

LIBIA E DESERTO, IL CIELO MI AIUTI!

Allora, il deserto, la Libia, bruttissime esperienze. «Il peggio che potesse capitarmi, nonostante avessi sentito amici e altra gente, più avanti, che mi incoraggiava a tentare “il viaggio”, imbarcarmi, superare il Mediterraneo e arrivare lì, in Italia, poi vedere quali sarebbero state le condizioni per restare o proseguire il cammino». Dunque, la fuga, l’arrivo in Libia. «Sembrava aspettassero me per scatenare una guerra civile così violenta, avevo trovato un Paese profondamente cambiato. Carri armati schierati, militari armati fino ai denti, spietati non solo a parole, ma anche con i fatti: non ascoltavano le tue preghiere, le tue invocazioni per avere acqua e cibo; qualsiasi cosa gli fosse avanzata, a me e gli altri compagni di viaggio, sarebbe andata bene; niente da fare, ci picchiarono senza un attimo di sosta, ci spinsero in un capannone dal quale era praticamente impossibile fuggire: lo scopo era semplice, la mattina ci svegliavano e andavamo a compiere mille lavori, da quelli di fatica a quelli nei campi; a schiena piegata, non c’era verso, e se rivolgevi lo sguardo a un sorvegliante, giù altre botte, il fatto che incrociassi il loro sguardo lo vedevano come una mancanza di rispetto: loro erano armati, dunque superiori; noi, a mani nude, esseri “inferiori!».

E, invece, le cose non stavano come quei militari pensavano. «Prima che guerra di nervi e ostaggio finissero, ci sono state di mezzo giornate e giornate di lavoro, settimane: finita la giornata, giusto il tempo di essere ricondotti nel capannone per dormire su un pagliericcio ed essere svegliati la mattina dopo, come se le ore di sonno fossero passate in un baleno; addosso avvertivamo ancora stanchezza e dolori del giorno prima…».

Avessero sfamato quei ragazzi che si ammazzavano ogni giorno di lavoro. «Ho lavorato anche tre giorni di seguito – ricorda Dramane, difficile dimenticarlo – senza toccare cibo: era così, con quei militari, ti picchiavano ferocemente e se non erano soddisfatti di te, del lavoro e del tuo comportamento, ti lasciavano a bocca asciutta, senza acqua, né un morso di pane».

AFFAMATI E MORIBONDI…

Alla fine, più che muoversi a compassione, vista la sopraggiunta debolezza, Dramane e i suoi compagni, furono abbandonati al loro destino. «Trovammo dove rifugiarci, deboli, sfiniti da fame e sete; non dovevano più trovarci, però. Per un accordo, più o meno condiviso, dovevamo letteralmente sparire dai loro occhi, altrimenti a farci sparire, e per sempre, ci avrebbero pensato loro. E lo dicevano per davvero, non certo solo per spaventarci. L’idea che avevamo ricavato dai loro comportamenti e da quanto qualcuno ci aveva raccontato, è che ci mettevano un attimo a fare fuoco per un qualsiasi motivo, anche il più banale».

Un rifugio, pochi soldi e la spesa in orari in cui non circolavano veicoli militari e ronde. «Poi tornavamo subito alla base, ma una volta finiti i soldi, l’unica soluzione era rivolgerci a Dio, metterci in cammino e sperare che le preghiere arrivassero fin lassù…».

Il deserto, il caldo, il freddo, invocare la morte. «Non c’era altra via di fuga se non dalla vita, fino a quando non arrivammo su una spiaggia e ci unimmo, disperati come eravamo, ad altri disperati come noi. Eravamo talmente disperati che anche l’imbarcazione era inaffidabile: avevamo preso da qualche ora il largo, quando cominciammo a vedere che il gommone cominciava a sgonfiarsi e imbarcare acqua. Una volta tanto, il destino ci venne incontro sotto forma di nave militare italiana: l’equipaggio ci avvistò, i militari italiani videro che stavamo per andare a picco e ci issarono a bordo; il viaggio per arrivare finalmente in Italia era durato quattro giorni, ero sano e salvo. Davanti a me la prospettiva di studiare e trovare lavoro, anche da artigiano: in Costa d’Avorio riparavo e lucidavo mobili, un lavoro che ho sempre amato fare, credo di essere bravo, ma sarei disposto a imparare qualsiasi lavoro, perché qualsiasi cosa facessi un giorno sarà sempre poca cosa rispetto a quanto ho subito. La mia famiglia sono mamma e tre fratelli rimasti lì; mio padre si è risposato, la mia matrigna mi aveva fatto prima ritirare da scuola e poi mi aveva di fatto scacciato, non sopportava l’idea che vivessi di studio e lavoretti: dovevo andarmene, così fu…».

«Datemi un autolavaggio!»

Benjamin, nigeriano, il suo sogno

«Non voglio dipendenti, non sono abituato al comando, saprei sbrigarmela da solo. Anche fare il cameriere non mi dispiacerebbe. Costretto a lasciare il mio Paese alla scomparsa di papà. I miei zii ci estorsero un terreno con le cattive. La fuga, in Libia a lustrare auto, poi finalmente l’Italia»

«Sogno un autolavaggio tutto mio, non uno di quelli grandi da gestire con tanto personale da comandare: “comandare” è un verbo che non mi piace, sottintende qualcuno che deve obbedire senza fiatare e i miei ventitré anni vissuti in un Paese nel quale la regola principale è “Non esistono regole”, mi basta e avanza».

Benjamin, nigeriano, da due anni in Italia, potrebbe scrivere un romanzo, tanto la sua storia è articolata e piena di colpi di scena, molti dei quali dai toni drammatici. Un autolavaggio. Nelle “due chiacchiere” questo suo sogno sbuca da ogni parte. E’ diventata una fissazione. Ci fosse uno psicanalista magari penserebbe che da piccolo giocava con sapone e spugna. «Non è molto remota questa ipotesi, ho cominciato da adolescente a lavorare in una stazione di servizio in Nigeria: posso smontare un’auto, dai sedili ai fanali, tirare fuori posacenere e altri strumenti di bordo in un attimo; nessuno sa riconoscere un’auto dal suo interno meglio di me…», dice il giovanotto nigeriano, autolavaggio nella testa e sulla punta delle dita.

FRA SPUGNE E PRODOTTI PROFUMATI…

«In Nigeria lavoravo tutta la giornata, quasi mi dispiaceva dover staccare dal lavoro, quando questo non era massacrante, e c’è un perché…». Si spiega. «L’ho fatto anche in Libia, per guadagnarmi qualche spicciolo che mi sarebbe servito per pagarmi il viaggio per l’Italia: lì era tutta un’altra storia, le cose stavano cambiando, ero appena scappato dal mio Paese e mi ero temporaneamente rifugiato in una nazione nella quale si avvertiva, chiara, la guerra civile; lì i turni erano massacranti e i soldi li vedevi solo se al titolare di quello che era più un piazzale che una vera stazione di servizio, scivolavano dalle tasche: poco per volta, con molti sacrifici, stavolta con la schiena spezzata e sempre più spesso con la speranza che la giornata finisse al più presto, mettevo da parte i soldi per il viaggio per l’Italia…».

Ma se proprio Benjamin non riuscisse a realizzare il suo sogno, lustrare le auto a vita, avrebbe pure un piano B. «Il cameriere! E’ la seconda cosa che accetterei di fare con grande gioia: forse per tutti quei film visti in tv, dove il cameriere è sempre elegante; come seconda scelta servirei volentieri in un ristorante, sì è proprio quello che, alla fine, farei altrettanto volentieri».

Prima di tornare all’autolavaggio o in un ristorante o  una casa nella quale circolano maggiordomi, Benjamin racconta la sua storia. Comincia con un grande dolore. Fa uno sforzo, smorza il suo sorriso. «Mio padre morto, a causa di un male che non perdona: di questi, in Nigeria, ne circolano molti, ma a volte abbiamo l’idea che non sia stato la fatalità, bensì lo zampino di qualcuno cha ha dimestichezza con veleni o misture che nel giro di poco ti annientano letteralmente: fatto sta che mio padre è morto, prima di spirare convocò me, mia madre e mia sorella, per dirci che i suoi fratelli si sarebbero fatti avanti per reclamare il terreno di proprietà di mio padre: qui non esistono leggi, le regole di cui ti dicevo; sei il proprietario, sbandieri il tuo atto di proprietà, te lo strappano, gli danno fuoco e ne producono di nuovi, d’accordo con le autorità del posto».

O CEDI ALLA CORRUZIONE, OPPURE…

Nessuna trasparenza. «Anche gli avvocati si allineano a questo modo di fare, se non si fanno corrompere vengono minacciati di morte. Insomma, chiunque si avvicini ai tuoi interessi che, evidentemente, non coincidono con quelli del corruttore, sono guai!».

Con la scomparsa del capofamiglia i guai per Benjamin non tardarono ad arrivare. «Alla morte di papà, come aveva previsto il mio genitore quando era ancora moribondo, i miei zii si fecero immediatamente avanti: prima il nostro terreno ceduto con le buone, in cambio di pane e acqua; a modo loro si sarebbero presi cura di noi, ma avremmo dovuto lavorare per una razione di cibo giornaliera; poi le minacce: o cediamo con le buone o peggio per noi, le armi e la promessa di fare la stessa fine di papà, da qui il dubbio che papà fosse morto a causa di una malattia indotta…».

Così Benjamin, gambe in spalla scappa dal suo villaggio, dalla sua Nigeria. «Un Paese dopo l’altro, poi finalmente la Libia e l’Italia distante una traversata; mi sono sfiancato per settimane, ho messo da parte una somma modesta e poi avanzato la proposta al proprietario di una imbarcazione. “Non ce la faccio più, o ti prendi questi pochi soldi oppure io muoio e tu non vedi nemmeno questi spiccioli”». Il mare, l’Italia. «Palermo, il porto, un mezzo con il quale ci accompagnarono a Taranto, è qui che è cominciata a cambiare la mia vita: attendo una proposta per un autolavaggio, hai visto mai, qualcuno legge la mia storia e mi rintraccia attraverso il sito di “Costruiamo Insieme”?».

«Se mi salvo…»

Sow, guineano, ventuno anni, scrive e canta

«…Scrivo una canzone! Fuggito dal mio Paese, ne ho attraversati tanti. Lavorato da schiavo, poi finalmente libero. Su un barcone una paura matta, mi sono rivolto al Cielo, se mi salvo racconto questa e tante altre storie…». 

«Se mi salvo, scrivo una canzone!», si ripeteva su un barcone sbattuto da onde che facevano paura, tanto erano alte. «Canzoni: è quello che ho imparato a fare negli ultimi cinque anni, tradurre i sentimenti in musica e parole!». Il suo volto nero, preoccupato, fissa la prua di un barcone. Uno dei tanti con il muso diretto, almeno questo sembra, verso la libertà. «Viaggiamo senza bussola, uno che guida l’imbarcazione ci ha detto che sa orientarsi anche senza: “Non preoccupatevi!”, ci ripete. E più ce lo ricorda, più ho la sensazione che nemmeno lui sappia dove ci porteranno bagnarola e vento». Non vorremmo stare nella testa, né al suo posto, in quel tratto di mare abbandonato da tutti, perfino dalle vedette. Dalla Libia all’Italia. Quelle acque interessano relativamente. Chi si è spinto fino a lì, mare aperto, lo fa a sua rischio e pericolo.

Appena ventuno anni, cappellino e occhiali neri, da sole, a Sow la passione per la musica è arrivata relativamente tardi. «Avevo quindici anni – racconta – ascoltavo solo musica giamaicana: quasi quasi invece di cantarle, le canzoni le scrivo, ma prima dovevo imparare a suonare uno strumento, la chitarra mi sembrava il più semplice e il meno costoso».

Torniamo in mare aperto. L’imbarcazione ha un nome, spiega Sow Ibrahim, guineano, ventuno anni, in arte fa Manby Kapororail. E’ così che lo gettonano sul web un pugno di amici e migliaia “navigatori”. «Zodiac, lo dico nella canzone che poi ho scritto – non senza sofferenze paura, agitato in uno specchio d’acqua del quale non si vedeva l’inizio e nemmeno la fine – è il nome dell’imbarcazione a bordo della quale, alla fine, sono arrivato in Italia; sbattuto dalle onde e da un brutto presentimento, non sapevo nemmeno cosa invocare: che finisse bene o che finisse la storia; il confine è sottile, ripensandoci non mi rendo nemmeno conto a che punto fossi arrivato: se invocare la salvezza o la fine. In più di qualche momento, quello stato d’animo mi sembrava uguale».

PRIMA UNA BRUTTA SENSAZIONE

Avevo la sensazione di non appartenermi più, non avevo sentimenti: me lo hanno detto compagni di viaggi, una volta sbarcati insieme; fissavo il vuoto, non pensavo, mi ero completamente estraniato. E’ durato un’ora, un giorno, francamente non lo so, certo è che sono stato scosso da un brivido di freddo, come se qualcuno mi avesse gettato sul volto un secchio d’acqua, come fanno con i pugili quando le hanno prese di santa ragione e non sanno che sono sul ring».

Il suo ring è quella barca. Non può scappare. Quella doccia gelata è stata salutare. Lo ha ricondotto al ragionamento di partenza, quando ha deciso di lasciare la sua Guinea per tentare un po’ di fortuna. «Nemmeno io – dice Sow – sapevo dove le mie gambe mi avrebbero portato, tanto che di Paesi – prima di arrivare in Italia – ne ho attraversati diversi, una decina forse:  Mali, Togo, Benin, Niger, Algeria, Libia… Una fuga durata due anni, perché nessuno Stato era quello giusto per fermarsi a vita, provare a costruire qualcosa, c’era sempre un elemento che mi spingeva a riprendere quella corsa a piedi, fino a quando avrei avuto benzina nelle gambe».

Contento di aver scritto quella canzone. Ricorda un versetto, “Bianco, nero, giallo, nero, nero” il titolo. «Tanti colori di facce perdute – canta Sow, come fosse un rapper disinvolto – forti profumi di pelli sudate; lingue mischiate, trecce di razze, mille speranze, sogni infiniti; tutti stretti dentro “Zodiac”, grande barcone, sul grande mare…». L’ha scritta in italiano. «Un omaggio alla terra che mi ha abbracciato: le sono riconoscente, come a tutti gli italiani, la gente che incontro ovunque: mi sono attrezzato, ho gli strumenti che trascino sul troller, mi sento un dj, “suono” e faccio animazione e se i ragazzi che mi invitano in qualche serata, canto anche».

POI, HO OCCUPATO LA MIA MENTE…

«L’idea mi è venuta lì – ricorda Sow – sul un barcone: se mi salvo la scrivo, mi ripromisi; sogno di fare l’artista per mestiere, risparmio per produrmi un mixtape e un videoalbum».  C’è anche qualcosa di molto familiare. «Nella canzone un passaggio l’ho dedicato a “Costruiamo Insieme”, che mi ha accolto come fossi uno di famiglia: era il minimo che potessi fare per ricambiare il regalo più grande della mia vita, la mia stessa vita…».

Cura la sua immagine, Sow. Lavoricchia nelle discoteche, in qualche serata è una piccola star, canta, anima, suona. «…La chitarra, ma attenzione, non sono un professionista, anzi, sono sincero: ogni tanto le corde dello strumento stridono, esprimono quasi dolore – sorride con un’aria furba per poi tornare serio – come è successo a me quando sono stato in Libia, dove ho passato brutti momenti: non sapevo quale fine mi toccasse, chiuso in uno stanzone, sottochiave, insieme a tanti altri compagni; la sera a letto, pane e acqua, il giorno dopo, sveglia per farti scegliere da qualcuno che ti avrebbe pagato poco e male, magari anche picchiato se ti avesse visto per un attimo a fare pausa nei campi…». Funzionava così, spiega amaro Sow, che ora ha un piccolo sogno. «Continuare a fare canzoni, ho un canale Youtube sul quale ho messo le mie prime cose, compresa “Bianco, nero, giallo, nero, nero”: prima un mixtape: due canzoni in italiano, due in inglese, due in francese, voglio che tutti capiscano un linguaggio unico, universale: la libertà».

«Voglio una famiglia»

Saikou, guineano, meno di venti anni, una vita da orfano

«Formarne una al più presto, avere figli, stringerli e trasmettere loro il calore e l’affetto che a me è mancato. La prigionia, le botte, poi la fuga verso la libertà. Qui ho trovato accoglienza, un corso da saldatore e un lavoro saltuario di magazziniere»

«Picchiato perché non avevo soldi con cui pagarmi la libertà». E’ successo anche questo a Saikou, guineano, meno di venti anni, passato attraverso una fuga, una cattura e tre mesi di carcere. «Non si trattava di militari – ci spiega – ma una banda di civili che fa business con la disperazione della gente; armati all’inverosimile minacciavano me e altri nelle mie stesse condizioni: vietato fissarli negli occhi, chiedere anche con il solo sguardo un po’ di pietà: puntuale arrivava un calcione, ovunque capitasse, o un colpo in testa, con il calcio di un fucile o una pistola: ricordo che non si fermavano se prima non vedevano il sangue; quello, per loro, era evidentemente il segno che la punizione aveva avuto il suo doloroso effetto».

Ma Saikou è un osso duro. «Per quello che ho passato nonostante la mia giovane età, non mi scomponevo più di tanto; avevo messo in preventivo tutto, anche la vita, dopo tutto quello mi era successo». «Non ho papà, né mamma, il progetto di una nuova vita lontano da casa, l’ho presa da solo, avevo sedici anni: un giorno prima che andasse ad aprire una piccola attività commerciale di borse e scarpe, fermai mio fratello Moumo, appena più grande di me, è lui il resto della mia famiglia; “vado via!” gli dissi, non è più possibile restare qui, “non è vita quella che facciamo, non ce la facciamo a sopravvivere, da oggi sarò una bocca in meno da sfamare, vedrai ci rivedremo e vivremo meglio quello che ci resterà da vivere”; è questo il mio scopo nella vita, amo l’Italia, un Paese rispettoso e accogliente, mi sta offrendo tanto, ma nessuno può immaginare quanto sarei felice anche di tornare a casa, quella che è più un’idea di casa, piuttosto che un buco nel quale vivere, dormire, far crescere figli…”».

Riconoscente all’Italia. «A vita, anche se sinceramente non sapevo in realtà quale fosse il valore del respiro, della carne, che ti hanno donato i tuoi genitori mettendoti al mondo; cominci ad accorgertene – mi hanno spiegato – all’età della ragione, che poi sarebbe quando cominci a comprendere cosa si il bello e il brutto, le cose da fare e le cose da non fare; quando ero in Guinea, quelle volte che capitava di mangiare speravo che la fame mi assalisse il più tardi possibile, pregavo il Cielo perché quello che avevo mangiato potesse tenermi in piedi un giorno intero. E ora che ho conosciuto nuova gente, compagni di lavoro – anche se saltuari, non importa – ho un’altra prospettiva; se oggi mi chiedono cosa siano per me i valori importanti della vita, so rispondere…».

Saikou prova a spiegarcene qualcuno, nella vita c’è sempre da imparare. Si dice che il più non conosca il meno. «Il dono della vita, prima di ogni cosa, volersi bene, rispettare il proprio corpo, non farsi del male e molti sanno a cosa alludo; rispetto significa avere la fortuna di non avere malattie, mente altri – sfortunati – lottano per sopravvivere un giorno in più; la famiglia, detto da me che non ne ho mai avuta una nella quale crescere, è la cosa che più ti avvicina al senso della vita: io non ne ho mai avuta una, così la famiglia è la cosa che più di altre dà un senso compiuto a quello per il quale veniamo al mondo: l’amore; amare i genitori che ti hanno dato la vita e la difendono a costo di rimetterci la propria; conoscere una donna, amarla e sentire che è la persona giusta con cui fare insieme un lungo tratto della tua esistenza; i figli, che sono la proiezione dei tuoi ideali, il sangue del tuo sangue».

Parliamo ora dell’Italia. «Mi ritengo fortunato – dice Saikou – sono entrato nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, finalmente sono tornato fra i banchi di scuola, a sentire il profumo del sapere, quei fogli che se li porti al naso ti trasmettono emozione: da piccolo volevo fare il professore, uno di quelli che insegnano tanto, forse perché avendo perso da giovanissimo papà e mamma, non ho avuto chi mi insegnasse qualcosa…». Dettagli che spesso sfuggono a chi è distratto. “Ho frequentato il “Pacinotti”, incontrato insegnanti molto e, soprattutto, molto pazienti; nel giro di un anno ho imparato le frasi e le espressioni più utili a vivere nella vostra società; penso di aver fatto progressi, ma non sono soddisfatti: i miei professori mi hanno suggerito di sforzarmi nel parlare italiano; “Prima sbaglierai otto parole su dieci, poi cinque, finalmente una…”, mi hanno detto, e così è stato: piccolo segreto, questo l’ho imparato subito, accompagnare le frasi in un italiano anche se approssimativo aiutandomi con i gesti, gli italiani sono bravi».

Pensa anche al lavoro. «Da quando sono in Italia, ho in mente una sola cosa: cosa fare per ricambiare l’ospitalità che mi hanno dato gli italiani; studio, ho fatto un corso da saldatore e, magari, un giorno qualche impresa edilizia mi chiamerà per qualche giorno; nel frattempo, saltuariamente, faccio il magazziniere in un’attività commerciale in provincia di Taranto, ho compagni di lavoro splendidi, loro mi hanno fatto sentire subito cosa significhi vivere in armonia, venire la voglia di costruire una famiglia».

«Non ho ancora vent’anni, forse perché non ho mai avuto una famiglia – se non mio fratello Moumo, che sento spesso – ho voglia di formarne una al più presto, avere uno, due figli, stringerli e trasmettere loro il calore e l’affetto che a me è mancato, spero che questo avvenga il più presto possibile».

«Le prigioni del silenzio»

Amadou, spiega le “lupare bianche” in Guinea

«Mio padre, una vittima: picchiato brutalmente, è scomparso nel nulla; mia sorella violentata, l’uomo assolto per insufficienza di prove; mio cugino morto in mare nel tentativo di raggiungermi: “questione di ore, sto arrivando”, il suo ultimo messaggio. Studio, un giorno vorrei insegnare filosofia»

In Italia le chiamano “lupare bianche”. Vittime i morti ammazzati dalla mafia, del potere sporco che compie l’azione più vigliacca che esista: far sparire due volte, togliendogli la vita e non facendo trovare più il cadavere, chi non è d’accordo con il “sistema”. Quello accaduto nel suo Paese, la Guinea, ad Amadou è qualcosa di simile alla “lupara” mafiosa. «Mio padre, Mamadou, non era d’accordo con il partito politico che voleva prendersi il potere a tutti i costi, tanto da provocare una guerra civile, un conflitto etnico: così un maledetto giorno, l’ultimo in cui vidi mio padre, vennero a casa a prelevarlo; una scusa banale, eravamo scossi, ma lo trascinarono via con violenza».

In Guinea l’anticamera della “lupara” ha un nome altrettanto sinistro: “prigione del silenzio”. Così la chiamano. «Ti trascinano – racconta Amadou – ed è in una di queste prigioni che comincia il tuo annientamento, mentale e fisico; muori quando uno dei due, il corpo o la mente, si indeboliscono al punto tale da abbandonarti: è la fine, non c’è ragione che tenga; ci sono aguzzini, uomini senza cuore che trattano gli esseri umani al pari delle bestie, posto che gli animali non andrebbero maltrattati; cominciano con l’affamarti, proseguono con il picchiarti, non conoscono ragione, la condanna è stata già inflitta, muori nel peggiore dei modi: ti addormenti e, allora, ti svegliano; ti picchiano daccapo, non ce la fai, ti addormenti… Una storiaccia senza fine; invochi, quasi, che la facciano finita in un attimo, non puoi pensare al sangue del tuo sangue a cui stanno infliggendo torture senza fine: anche noi non dormivamo, avevamo nelle orecchie la voce di papà, pensavamo alle sue urla, forse, o ai suoi silenzi, avendo un carattere forte, chi può dirlo».

UNA STORIACCIA

Una lunga agonia. «Chiedevamo alle autorità notizie su papà, ma senza avere soddisfazione, quando tre mesi dopo il prelievo da casa del mio genitore, vennero a riferirci che Mamadou era morto; un avvertimento anche per noi, perché la storiaccia non era finita, il peggio doveva ancora arrivare: nei nostri confronti c’era un atteggiamento sottile, non tanto a dire il vero: cominciarono a renderci la vita impossibile; come gli ebrei nella Germania di Hitler, io e i miei familiari nella mia Guinea venivamo indicati come “etiopi”, come se fosse stato un reato essere di un altro Paese: io sono guineano, lo urlavo a chiunque ci usasse violenza».

Amadou conosce  storia e cronaca, se fa riferimento alla Germania hitleriana e alle “lupare” mafiose. «Ho letto molto, studiato al liceo, poi causa mancanza risorse economiche, ho dovuto lasciare i banchi di scuola: mi mancavano due anni di studio, poi avrei preso la maturità; un giorno vorrei diventare insegnante di filosofia; una volta in Italia, Paese rispettoso, ho ricominciato dalla scuola media, ma va bene anche così, spero di coronare il mio sogno, anche se so che è molto difficile: conosco inglese e francese, con l’italiano già me la cavo nonostante risieda qui da meno di due anni».

VIOLENZA SENZA SOSTA E DOLORE

La scomparsa di papà non è l’unica brutta storia. In mezzo, violenza, fuga, dolore. «Dopo la morte di mio padre, la cattiveria nei nostri confronti non conosceva sosta: mia sorella Aissatou, più grande di me, fu violentata; denunciò l’uomo, puntualmente assolto dal tribunale per mancanza di prove; fu così che mia madre la prese con sé per fuggire in Costa d’Avorio; anche a me non restava che scappare, non esisteva altro modo per evitare la fine di papà. Mi imbarcai in Libia per arrivare in Italia: qui, poco per volta, ho ripreso a vivere, studio, mi tengo in costante contatto con mia sorella Aissatou e Alphaoumar, mio fratello più piccolo; spero un giorno di poterli riabbracciare; mamma, purtroppo, non c’è più».

Altra sventura. «Spero siano davvero finite le brutte notizie che tanto hanno segnato la mia vita, nonostante i miei soli ventitré anni. Doveva raggiungermi un mio cugino, era stato lui ad aiutarmi a mettere insieme un po’ di soldi per pagarmi il viaggio dalla Libia all’Italia; anche lui aveva racimolato del danaro, si era imbarcato, mi aveva mandato una foto non appena salito a bordo della sua imbarcazione; sorridente, il suo messaggio: “questione di ore, fratello, sto arrivando”. E’ stato vittima di un incidente in mare, purtroppo anche lui è morto, un’altra pagina triste. Sento amici al telefono, mi chiedono come stia, le conversazioni finiscono sempre con la promessa di rivederci presto; spero davvero che tutto questo un giorno accada davvero».

Quel fascino della divisa…

Nigeriano, poco più di trent’anni, confessa la sua debolezza

«Sogno di fare il poliziotto locale, sono i più eleganti, i più educati», dice. «Per quanto sono tutti bravi quelli che fanno questo mestiere», corregge. «I carabinieri, quelli sì, ti mandano fuori controllo: ti danno del “tu”, ti dicono di non agitarti e, intanto, ti fanno mille domande», si sbilancia. Sogno di indossarla, per recuperare quel rispetto che nel mio Paese non ho mai avuto».

«Il traffico dalle mie parti è un’opinione». Fa cenni con le mani, Mike, nigeriano, per far comprendere cosa sia la circolazione stradale nel suo Paese. A far rispettare le leggi, un “poliziotto universale”, esiste un solo corpo militare. «Non è come qui da voi, ho visto – dice Mike – ci sono i vigili urbani, la polizia, poi cos’altro… i finanzieri». Lo ha visto su internet. Si sforza per far capire che le divise sono un dettaglio che non gli sfugge. Fosse per quello, ci sarebbero anche i carabinieri. «Più tosti, dimenticavo!». E, invece, Mike che ha compreso la gerarchia dei corpi militari, in un attimo si aggancia alla considerazione apparentemente sfuggitagli.

«E’ vero, i carabinieri, quando ti fermano ti fanno mille domande: gentili sono gentili, ma non si accontentano della prima risposta e se non parli bene l’italiano hanno tutta la pazienza di questo mondo. A me è successo qualcosa di simile: circolavo in città, mi chiesero i documenti, entrai nel panico; da noi, i poliziotti in divisa fanno paura: devi sempre tenere la testa bassa, mai fissarli negli occhi, la prendono come un’offesa, un gesto di sfida; qui, invece, se non li guardi negli occhi è come se avessi qualcosa da nascondere. E il bello è che ti danno subito del “tu” e si prendono tutto il tempo per capire dove il tuo ragionamento stia andando». Storie 02FINALMENTE UN SORRISO…

Ora ride, Mike. «Sapessi, invece, la paura quando mi fermarono: “Normale controllo”, mi dissero. E poi, “Stai calmo, devi avere paura solo se combini qualche pasticcio… hai combinato guai? No? E allora non avere timore…”.  La divisa nel mio Paese mette paura, dicevo, qui in Italia al cittadino dà sicurezza: almeno questo è capitato a me che, come disse il carabiniere, non avevo nulla di cui avere paura».

Da mesi in Italia, Mike le domande in italiano le afferra senza problemi. Riprende a sorridere. «Voi italiani, poi, potreste andare in qualsiasi Paese del mondo, viaggiare fino a dove vi pare: quando parlate muovete le mani, da lì si comprende se siete sereni o agitati, se qualcosa vi è andato di traverso». Fa il gesto del mulinare le mani a un palmo dal viso, Mike. «Quando un italiano fa così, brutto segno». Insomma, il linguaggio dei segni, il giovanotto nigeriano lo ha imparato. Fosse interrogato, per come parla e spiega le sue impressioni, a scuola strapperebbe la sufficienza.

Perché parliamo di poliziotti e carabinieri. «Ho sempre subito il fascino della divisa, per un senso di giustizia che ho dentro, ma da quando sto in Italia è diventata una malattia: vorrei fare il vigile urbano, dirigere il traffico; pensa che bello, alzo il braccio verso l’alto, apro il palmo della mano e… stop! Vero? Le auto al mio segnale si fermano, faccio attraversare i pedoni, aspetto che bambini e anziani si prendano tutto il tempo necessario e poi… segno alle auto ferme, “potete riprendere a circolare”». I vigili, oggi, si chiamano poliziotti locali. «Bella la divisa, blu d’inverno, bianca d’estate; girando per la città ho notato che sono i più eleganti di tutti: gentili come gli altri agenti delle forze di polizia, ma più eleganti, anche se qualcuno ha chili di troppo ha sempre gesti eleganti».

SARA’ PERCHE’ SOGNO RISPETTO…

«Hanno grande rispetto dei cittadini – prosegue Mike – sono disponibili, quando forniscono informazioni lo fanno sempre con il sorriso: che questo, il pedone, sia bianco, nero o giallo». C’è poco da fare, il modo di operare dei nostri “vigili urbani” è rimasto impresso a Mike. «Da pochi giorni a Taranto, un giorno mi sono rivolto a un agente di polizia locale – va bene così? – per chiedere quale strada avessi dovuto fare per tornare da via D’Aquino alla sede di via Cavallotti. Non indossavano ancora la divisa estiva, come invece accade in questi giorni: attesi qualche istante, il tempo che l’uomo in divisa finisse di dare indicazioni ad alcuni turisti: non appena ebbe finito, mi dette con la massima calma tutte le indicazioni per tornare nel mio Centro di accoglienza».

Avesse pelle bianca, Mike arrossirebbe, ma la sensazione è quella giusta, viso e occhi non tradiscono. Con la divisa cerca quel rispetto che a casa sua non ha mai avuto. «E’ la cosa che più ci manca – confessa – e che molti di noi, in Nigeria, cerchiamo dall’età della ragione: non è giusto che un tuo simile si serva della forza, di una pistola per avere ragione di te: sono cristiano, siamo tutti fratelli, abbiamo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti, non è così? Fin da piccolo ho fatto i conti con violenza e ingiustizia: se una divisa invita al rispetto, non c’è niente di male, forse desiderarla, un giorno indossarla è la strada giusta per recuperare un mio diritto».

«Quei corpi privi di vita…»

Sambou, gambiano ricorda per noi, una delle tragedie del mare

«Donne incinte che galleggiavano, non potrò mai rimuovere dalla mia mente quelle immagini: centotrenta su un gommone che galleggiava per scommessa, poi tutti in acqua, salvi in cinquanta. Avevo una grave malattia respiratorio e un destino segnato…»

«Corpi di donne incinte che galleggiavano, prive di vita, davanti ai miei occhi: la Guardia costiera italiana non ce l’aveva fatta; avvertita di due imbarcazioni strapiene di africani che se la stavano vedendo brutta in un mare agitato, aveva fatto quello che aveva potuto; anzi, il Cielo li ringrazi, perché altri superstiti di quella tragedia avrebbero rischiato la stessa fine di donne, uomini e bambini, scomparsi a decine fra quelle onde esagerate per quanto erano alte: ottanta morti, cinquanta in salvo!».

Sambou, gambiano, più di ventiquattro anni, affetto da continue crisi respiratorie, a fine dramma ospitato in un Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, racconta qualcosa di cui poco si è parlato. Non si dà pace, dice di non aver letto molto della vicenda costata la vita a una buona parte di una imbarcazione che avrebbe potuto trasportare appena poche decine di persone e, invece, a bordo di persone ne avevano fatte salire centotrenta. «Erano due i gommoni, roba da non crederci, galleggiavano per scommessa: io non potevo fare troppe cerimonie, dovevo cogliere l’occasione al volo, stavo sempre più male e non avevo soldi per pagarmi i medicinali, figurarsi il viaggio!». Due le imbarcazioni. Già una trentina a bordo sarebbero tanti. «Eravamo centosedici sul mio gommone, sull’altro centotrenta: c’era chi aveva contato per dare un certo equilibrio ai due enormi “salvagente”: eravamo pazzi, molti di noi erano al corrente che avremmo corso seri pericoli, non potevamo spostarci da prua a poppa; intanto, non c’era spazio, poi avremmo fatto “ballare” più di quanto non lo facesse già di suo quel gommone; non ci perdevamo di vista, quando un’onda più alta delle altre fece un solo boccone dei centotrenta…».Sfondo colore 02CORRI SAMBOU, CORRI…

Perché Sambou scappa. La salute, dice. «Avevo crisi respiratorie, asma. Da noi quelle cure costano tanti soldi, eppure papà cercava di fare il possibile per aiutarmi, lavorava dalle prime luci del mattino a tarda sera, un uomo che aveva il senso del sacrificio». Poi le cose cambiano. Sulla sua famiglia si abbatte una seconda sciagura. Niente in confronto alla malattia di Sambou che lo sta trascinando verso una strada senza uscita. «Muore mio padre, il sostegno della nostra famiglia: noi lavoravamo, facevamo quello che potevamo, ma era lui il motore di tutto; si spremeva come un limone, non si riposava un attimo: spezzarsi la schiena per tante ore al giorno, alla fine ti sfianca, ti indebolisce; purtroppo, un brutto giorno, papà si abbatté: non ce la fece a superare una crisi, l’ultimo suo sguardo rivolto ai figli e un attimo dopo al Cielo, quasi lo chiamasse a testimoniare che lui aveva fatto il possibile per sfamarci e farci stare tutti insieme».

Le cure, costano. «Non ce la può fare la famiglia, non che fossi un peso, ma avevo bisogno di medicinali, molto costosi dalle nostre parti; dovevo provare a imbarcarmi per l’Italia, anche perché le crisi respiratorie erano ad intervalli sempre più brevi; mia madre, per amore dei figli si era risposata: così sarebbe stato più facile sfamare i più piccoli; io, intanto, mi ero allontanato da casa con la sua benedizione, tanto che quando possibile sento lei, i miei fratelli e i miei amici; nel cuore un grande dolore: quando mi ero rassegnato a morire nel letto di casa mia, dovevo andare via, con il timore che durante il viaggio potesse capitarmi qualcosa e non essere seppellito nel mio Paese».

C’è stato un momento in cui Sambou ha pensato che fosse davvero finita, in un Paese che non era il suo Gambia. «La Libia. Ci ero arrivato letteralmente distrutto, non ce la facevo a stare in piedi: non avendo denaro in tasca e, dunque, impossibilitato a pagare il riscatto a banditi senza scrupoli, ero stato prima rinchiuso in qualcosa che somigliava a un carcere, poi gettato per strada: un mese in un angolo di quella prigione improvvisata, fra colpi di tosse e crisi sempre più gravi. Una sera non ce la fecero più, due sorveglianti mi presero mani e piedi e mi scaraventarono per strada. Era la fine. Non riuscivo a pensare a un epilogo diverso: crisi di asma, dolori e ferite ovunque a causa della violenta caduta, mi trascinai verso un marciapiedi per aspettare lì la mia fine…».

QUANDO TUTTO SEMBRA FINITO…

Invece, miracolo. «Qualcuno mi svegliò, forse impietosito nel vedermi moribondo. “Ci sono due imbarcazioni per l’Italia, se si stringono un altro po’, c’è posto anche per te”, mi disse l’uomo della provvidenza. Speranze ridotte al lumicino, mare agitatissimo, i due gommoni che sembravano due galleggianti sbalzati dalle onde; anche stavolta invocai il Cielo: io e altri centoquindici su un gommone, centotrenta sull’altro, appena più grande, ritenuto più sicuro tanto da ospitare donne incinte e bambini».

Un attimo e a metà del viaggio l’imbarcazione dei centotrenta, a poca distanza da Sambou, non regge l’urto di un’onda alta quanto un palazzo di dieci piani. «Sotto i miei occhi vedo sbalzare fuori dal gommone tutta quella gente: tutti in mare, urla strazianti, ognuno invoca aiuto nella sua lingua; braccia che si agitano sempre con più forza e quando questa abbandona quella povera gente, quelle braccia spariscono fra le acque: è finita».

Un dolore e una morte annunciata. Uomini, donne e bambini scompaiono uno dietro l’altro. «Dei centotrenta, vengono tratti in salvo appena cinquanta, e sono tanti, perché la Guardia costiera rastrella quelli che riescono a malapena a reggersi a galla, qualcuno aggrappato al nostro gommone, quello “sopravvissuto” al mare in tempesta; arriviamo finalmente in Italia, veniamo assistiti, io vengo accompagnato in ospedale e sottoposto a una serie di cure: sano e salvo!».

Sambou prosegue le cure fuori dall’ospedale. «Adesso va meglio, mi rimetto in sesto e poi sotto con il lavoro: ho imparato a fare l’elettricista, una cosa che mi è sempre piaciuta fin da piccolo. Forse perché dalle mie parti qualcuno che porta luce viene visto come uno spiraglio di speranza».