«Io e Federico, sposi…»

Giglia Marra, attrice, mercoledì si è unita a Zampaglione, leader deI Tiromancino

Ricevimento per centosettanta invitati in una masseria alla periferia della sua Mottola. «L’ho conosciuto in un locale romano, poi a Las vegas la sua dichiarazione. Abbiamo voluto fare le cose a modo, il Covid ci aveva impedito di coronare prima il nostro sogno». Lei in abito bianco, lui in smoking. E a tavola, dal pesce alle orecchiette, alle mozzarelle, e “bomboniere” originali: piatti di ceramica di Grottaglie. E su ognuno di questi, frasi delle canzoni del popolare cantautore-regista. Un sogno che lei aveva anticipato, sottovoce, al teatro Orfeo di Taranto…

 

Giglia Marra, attrice, nata a Mottola, ha coronato il suo sogno d’amore. Nella sua cittadina, due passi da Taranto, ha sposato il cantautore Federico Zampaglione, per tutti l’anima dei Tiromancino. Di questo desiderio, Giglia, nonostante avessimo scambiato due sole battute un paio di minuti prima, ci aveva fatto cenno un sabato, precisamente il 29 maggio, quando con Federico aveva raccolto l’invito dei titolari del teatro Orfeo, Adriano e Luciano Di Giorgio, a presentare il film “Morrison”, scritto e diretto da Zampaglione. A fare gli onori di casa ci aveva pensato la collega Alessandra Macchitella. Si sa, la star della serata è Federico, che, ci perdonerà, convoglia su se stesso buona parte della stampa per spiegare l’anteprima del film, ma la nostra attenzione è rivolta per buona parte della free-conference alla nostra conterranea.

Attrice di fiction e cinema, trentanove anni, Giglia a diciotto anni è pertita per Roma per studiare recitazione. Una laurea in Cinema all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito un altro titolo di studio, il diploma all’Accademia di Beatrice Bracco. Fra i suoi impegni televisivi, «Vivere», «Distretto di polizia 8», «Ris» e «Squadra Antimafia», fino al cinema nel film «Teleaut – Ultima trasmissione», corto «Cristallo» (candidatuture a Nastri d’Argento e Globi d’Oro), fino a «Morrison».
I genitori di Giglia avrebbero voluto per la loro figliola una carriera da avvocato o manager. «Mi è dispiaciuto non poterli accontentare, ma credo che, oggi, siano felici della mia attività di attrice. Da piccola ammiravo Monica Vitti e Anna Magnani, anche se caratterialmente e cinematograficamente diverse fra loro, veri simboli del nostro cinema».

 

 

«UNA COMMEDIA…»
Grande interprete in ruoli drammatici, confessa un altro desiderio, stavolta professionale. «Mi piacerebbe misurarmi in qualcosa di leggero, i miei stessi amici mi riconoscono un carattere brillante, così hai visto mai riuscissi a ritagliarmi un ruolo in un film-commedia?».
Ma prima di entrare nel vivo di cerimonia e matrimonio, passo indietro, dove ha conosciuto Zampaglione. «In un locale di Roma, l’occasione fu una foto che una mia amica, fan di Federico, voleva che le scattassi. E’ stato il momento in cui io e lui abbiamo scambiato appena due battute, poi, silenzio, emozioni, e forse proprio in quel momento abbiamo avvertito che stava scattando qualcosa». Singolare il primo approccio con qualcosa che fosse un legame importante. «Eravamo andati a Las Vegas, a festeggiare il mio compleanno. E’ stato in quell’occasione quando lui, scherzando, mi ha provocata: “Ci sposiamo?”. “Va bene pure per le nozze a Las Vegas, ma prima voglio quelle in chiesa”, sono tradizionalista».
Poche ore fa si sono conclusi i festeggiamenti. Sposi, finalmente: «Se sto sognando non svegliatemi», dice Giglia ad amici e parenti più stretti. La funzione religiosa si è svolta nel pomeriggio nella chiesa di Santa Maria Assunta, mentre il ricevimento per centosettanta ospiti, nella Masseria Bonelli, una location immersa nel bosco, fra trulli e a tanta vegetazione. Lei in abito bianco è arrivata all’altare al braccio del padre, mentre ad accompagnare lo sposo, in smoking scuro, è stata Linda, undici anni, la figlia che Zampaglione ha avuto con Claudia Gerini. Sui social pubblicati due scatti: uno mano nella mano per le strade di Mottola e l’altro in primo piano con la fede al dito. 

 

«CANZONI E ALLEGRIA»
«Non è stato semplice organizzare tutto in meno di due mesi», ha confessato Giglia alla stampa. Per due anni avevamo rimandato il matrimonio a causa del Covid. A fine giugno abbiamo deciso di anticipare a mercoledì 11 agosto per impegni di lavoro. Senza dimenticare l’incognita virus, che avrebbe potuto far saltare i piani». Evento curato in ogni dettaglio, con tanto di green pass, tamponi e, chi più ne ha più ne metta, per evitare il contagio.
Hanno allietato i festeggiamenti, la musica di Zampaglione e quella dei Terraross, gruppo folk che aveva già affascinato la grande cantante Madonna durante le vacanze pugliesi. Canzoni e allegria.
E per finire, il menù. Per il rinfresco la coppia ha scelto un programma a base di pesce, con mozzarelle realizzate sul momento in masseria. Tutto nella tradizione pugliese. Immancabili le orecchiette e una bomboniera originale: piatti in ceramica realizzati per gli sposi da un maestro di Grottaglie. Tutti pezzi unici, con frasi delle canzoni di Federico Zampaglione.

Simone, medaglia al coraggio

La campionessa olimpica che ha fatto outing

Il suo crollo e i suoi «tanti demoni». Il volto umano e fragile di un’atleta di successo alle Olimpiadi di Tokyo. Dietro le lacrime un’esperienza orribile che la stessa Biles ha ricordato a tutti. Un pedofilo seriale condannato a 175 anni di carcere. Medico della squadra di atletica per oltre venti anni. Paghi anche chi lo ha messo lì e difeso dopo le denunce di decine di atlete. «Dormivo tutto il tempo, perché era la cosa più vicina alla morte»

 

La strada per rivedere la luce è lunga e sicuramente non facile, ma il cuore dei campioni fa la differenza. Sempre. Questo ha scritto la stampa a commento di quanto accaduto dell’infanzia molesta e manifestato dalla stessa protagonista, Simone Biles, campionessa olimpionica, poco dopo il suo primo flop a cinque cerchi. Non ha posto tempo in mezzo, l’atleta nera che a Rio aveva trionfato collezionando una medaglia d’oro dopo l’altra. Probabilmente quella più pesante, l’ha vinta dopo quello scivolone causato da quanto la ragazza aveva in mente mentre volteggiava davanti alle telecamere di mezzo mondo puntate su di lei. Nella sua testa c’erano i demoni di una bambina molestata costantemente dal medico della sua squadra. l’uomo che doveva prendersi cura del suo fisico e della sua mente, invece abusava del corpo di Simone. E non solo di Simone, come poi è stato provato da un’inchiesta che ha portato alla condanna di “quel medico”, Larry Nassar, osteopata della Nazionale statunitense di ginnastica dal 1996 fino al 2017, pedofilo seriale condannato a 175 anni. Non è il caso di ironizzare, ma gli americani non potranno cavarsela con un film o una serie tv. Dovranno aiutare Simone e le altre e condannare quell’uomo, messo lì non si sa da chi, per più di venti anni, che scatenava le peggiori bassezze che balenavano nella sua testa. Perché su oltre centocinquanta atlete che hanno denunciato quella vergogna, qualcuno quel Nassar, lo avrà difeso, lasciato lì a compiere le peggiori bassezze che una mente malata possa compiere.
Dunque, come scrive Fanpage. Simone, quattro medaglie d’oro olimpiche vinte a Rio de Janeiro, i diciannove ori mondiali, più un’altra sterminata quantità di argenteria messa in bacheca. A soli 24 anni la ragazza ha già avuto tutto quello che un’atleta può sognare. Il trionfo, la fama, la gloria eterna. Ma ha conosciuto anche “l’altra metà del cielo”, quella buia, quella che viene a trovarti quando di notte sei sola con i tuoi pensieri. Ed è lì che si affacciano i demoni, di cui ha parlato alla stampa Simone, che tornano ad urlare con la faccia truce del male puro. Sono passati anni, ma quel volto è sempre lì.

 

CROLLO IMPROVVISO
Il crollo emotivo della Biles nel concorso a squadre di ginnastica alle Olimpiadi ed il suo successivo ritiro anche dall’individuale, hanno mostrato l’aspetto profondamente umano di una giovane donna alle prese con problemi più grandi di un esercizio alla trave o al volteggio. Problemi di «salute mentale» ha spiegato la stessa ginnasta, aprendo la porta su un mondo instabile. E poi c’è il male, quel male, che torna e fa vedere tutto sotto una luce diversa: non si tratta semplicemente dell’ansia da prestazione di un’atleta o di un momento difficile che nasce e muore a Tokyo. C’è un vissuto orribile che ora la stessa Biles ricorda a tutti, ritwittando cosa le hanno fatto quando non aveva i mezzi per difendersi. Orribile.
È il messaggio di Andrea Orris, ex ginnasta trasformata in fitness trainer: eccolo quel volto che riappare nella notte, quando si vorrebbe dormire ed invece qualcosa soffoca l’anima. «Stiamo parlando della stessa ragazza che è stata molestata dal medico della sua squadra per tutta la sua infanzia e adolescenza. Quella ragazza ha subito più traumi all’età di 24 anni di quanti la maggior parte delle persone ne subirà mai in tutta la vita», scrive la Orris.
E Simone, splendida, trova la forza, ritwitta quelle parole, tracciando una linea precisa che unisce il suo doppio ritiro (diventato la Storia delle Olimpiadi) con gli abusi sessuali subiti da parte di Larry Nassar, osteopata della Nazionale statunitense di ginnastica dal 1996 fino al 2017. Un ventennio di orrori che una volta venuti alla luce sono costati una condanna a 175 anni di carcere per il medico. «Trattamenti personali» nella stanzetta di Nassar, attraverso i quali sono passate decine di ginnaste americane di altissimo livello, tra cui appunto la Biles. Ecco il nostro risentimento: chi difendeva questo orco.

 

AIUTACI, PER FAVORE
Simone ci aiuta a capire. Con questo ritweet la ventiquattrenne dell’Ohio fa capire quanto gli abusi che ha subìto per mano del medico pedofilo siano alla base dei problemi di salute mentale che l’hanno spinta a mettere da parte per un momento la sua carriera per concentrarsi sul proprio benessere. Sulla sua vita, la cosa che conta di più. La Biles è una delle oltre centocinuanta ginnaste che sono state abusate da Nassar: nel 2019 aveva rivelato che il trauma delle aggressioni sessuali l’aveva portata ad avere pensieri suicidi. All’epoca aveva ammesso che dormiva «tutto il tempo» perché era «la cosa più vicina alla morte», mentre era sotto terapia per cercare di lenire per quanto possibile ferite incancellabili.
Simone, oggi, riapre quella porta e mostra a tutti cos’è il male e come può devastare la vita anche di chi all’apparenza ha successo. In queste ore gli Stati Uniti si sono stretti intorno alla sua eroina sportiva e la Biles ha ringraziato tutti con un toccante messaggio. «L’amore e il sostegno che ho ricevuto – scrive – mi hanno fatto capire che io sono più dei miei successi e della mia ginnastica, qualcosa che non avevo mai creduto prima».

«Lazio fascista!»

Ultrà biancocelesti contro Elseid, giocatore albanese giunto nella capitale

«Qui è vietato intonare canti partigiani, noi orgogliosi di essere dell’estrema destra». L’avviso degli ultrà della squadra presieduta dal presidente Claudio Lotito. Tutto nasce da uno scherzo, da “Bella ciao”, canzone della Resistenza di cui il calciatore non conosceva il significato politico. Imperdonabile, secondo certi tifosi. Comunicato della società, in attesa che la Federazione dica qualcosa. Magari anche Lega e Aic, l’Associazione dei calciatori. 

 

«Elseid verme, la Lazio è fascista!». Firmano gli ultras Lazio, che tanto per gradire, aggiungono alle minacce rivolte al calciatore albanese appena acquistato dalla squadra biancoceleste, tanto di fascio littorio stilizzato. Questo perché in futuro non ci siano equivoci. Qui, alla Lazio, e il presidente non assume posizioni, facendo registrare un silenzio assordante, comandano loro: quelli con il braccio steso e a mano aperta, gesto caro a un certo Paolo Di Canio, promosso a fine carriera ad opinionista Sky. Tutto nasce da un equivoco o, comunque, da una leggerezza enfatizzata da certa tifoseria della squadra presieduta da Claudio Lotito.

Lo striscione della vergogna è stato esposto sul ponte di Corso Francia a Roma. Nel mirino, si diceva, il calciatore dei biancocelesti, Elseid Hysaj, finito nell’occhio del ciclone per aver cantato, durante una cena in ritiro, una canzone popolare fra i partigiani che lottavano contro i nazisti e il regime fascista con a capo Benito Mussolini. “Bella Ciao” è il motivo della risposta, vergognosa, di una parte della tifoseria biancoceleste contro l’ex difensore del Napoli: si tratta della frangia più estrema dei sostenitori, quelli riconducibili al “mare nero” della destra capitolina (una canzone di Battisti, forse simpatizzante di certa politica, citava proprio il “mare nero”?).

Deboluccia la nota della società di Lotito per far passare in sordina quella leggerezza scatenata da quel video girato dal compagna di squadra di Elseid,  Luis Alberto, condiviso sui social network e poi sparito in seguito alle contestazioni – fra queste, offese molto pesanti – scagliate contro il difensore albanese.

 

«ATTENTO, GIOVANOTTO!»

«Magari si spacca tutto», aveva augurato al calciatore qualcuno degli appartenenti alla schiera dei “duri” legati ancora a nostalgie di un passato tragico della storia del nostro Paese. Qualcuno era stato più blando, utilizzando frasi ironiche, quasi a sdrammatizzare quel gesto. «Ma benedetto figliolo, possibile che nessuno dei tuoi compagni ti abbia detto dove fossi capitato? Benvenuto nel mondo-Lazio!».

A sostenere il concetto ci ha pensato uno degli esponenti della tifoseria laziale, tale Franco Costantino (Franchino per i curvaioli). Contattato dall’agenzia Adn Kronos ha ammesso: «Storicamente la nostra è una tifoseria di estrema destra, cosa di cui andiamo fieri: ‘Bella Ciao” cantato con la maglia della Lazio è una cosa fuori dal mondo, Hysaj ha sbagliato. Non ha scuse». Insomma, nessuna via di scampo e bordata di fischi annunciata, specie se in campo non dovesse onorare la maglia, dunque l’appartenenza, dunque l’ideologia politica di una parte della curva.

Sull’episodio è intervenuto il club con un comunicato: «È compito della società tutelare un proprio tesserato – si legge nella nota ufficiale della Lazio – e sottrarlo a strumentalizzazioni personali e politiche che certamente in questo caso nulla hanno a che vedere con il contesto informale ed amichevole in cui si è svolto l’episodio. Il ritiro della squadra deve proseguire nel massimo impegno sportivo e nel clima di serenità che si è respirato fino ad oggi».

 

E LA FIGC, COSA DICE?

Non si parla di isolare un’ideologia fuori dal mondo (e dalla costituzione). Ma il calcio e così. Ci sono due porte, dove si fa gol e il centrocampo, dove si fa ammoina. Cioè darsi da fare senza costrutto, né risultati. Ma di questi tempi è così che va. Alla fine, Lotito, Tare (albanese come Hysaj) e il resto della dirigenza, ha scelto di restare a centrocampo. Magari in attesa che intervenga la Lega calcio, organo rappresentativo delle squadre professionistiche, o la Figc, la Federazione che in queste settimane ha occupato le pagine della stampa e le tv dopo la vittoria degli Europei di calcio da parte della squadra azzurra. Certo, il torneo continentale ha avuto grande appeal, specie se si considera l’assenza di quel trofeo nella bacheca delle vittorie da cinquantatré anni. Ma anche quella del caso-Hysaj, piccola, ma pericolosa, sarebbe una bella vittoria se stigmatizzata. Ci sta che uno canti una canzoncina della quale non conosce la storia, peggio i suoi compagni la postino sui social. Ma le reazioni così violente, no. Per giunta facendo apologia a un passato morto e sepolto. Auspichiamo, pertanto, l’intervento di Gabriele Gravina, presidente Figc, su questo e su altri casi simili. Lo stesso dall’Aic, l’Associazione calciatori. Per quanto ci riguarda, massimo incoraggiamento per Elseid, finito suo malgrado in una storia più grande di lui: figuriamoci se fosse al corrente di una simile posizione da parte del suo nuovo tifo. E’ appena arrivato nella capitale, sarebbe stato il biglietto da visita più maldestro della storia. Dunque, coraggio Elseid, a giorni andrai in campo, scrivi la storia e dimentica cori e striscioni.

«Molestia a parte…»

Musa, nigeriano, oggetto di attenzioni da parte di una donna

«Mi è successo altre due volte, per fortuna dell’ultimo episodio è stato testimone un signore. La storia è più o meno la stessa, se non faccio il “bravo” lei potrebbe urlare, denunciarmi o, addirittura, farmi picchiare. Sono fidanzato da due anni con una ragazza di qui, in passato una rinunciò alla nostra storie: si vergognava di presentarmi ai suoi genitori perché ero nero…»

 

«Vieni qua, dove scappi, non fare il prezioso: non vuoi farti mettere le mani addosso? Sai che se non fai il bravo, posso anche urlare e dire che sei tu che mi stai mettendo le mani addosso e farti picchiare?». Il ragazzo, un nero, insieme con un amico, anche lui di colore, non crede alle sue orecchie. Due signore, fra i trenta e quarant’anni, l’aspetto fisico non conta, ci provano. Più intraprendente quella che, occhio e croce, appare più grande. Un signore sui sessanta, di passaggio in quel momento, si ferma. Ha sentito tutto, non può fare finta di niente. Con garbo convince le due donne a lasciare stare in pace i due ragazzi. L’uomo, testimone di quella molestia, promette alle donne di non dire niente, a patto che le due “stalker” non si facciano più vedere da quelle parti. Una decina di metri, il tempo che le due signore compiano pochi passi e che una delle urli all’indirizzo dell’uomo maturo: “Vecchi rimbambito, puoi pure farti un “cofano” di…fatti tuoi!”. Una frase violenta, come è stato il gesto della più intraprendente delle due nel mettere la mani addosso a uno dei due ragazzi, il più alto, quello più prestante fisicamente. E’ un nigeriano, il suo amico un connazionale. All’uomo, il ragazzo, rivela che non è la prima volta che subisce simili affronti. «Sono fidanzato con una ragazza di Taranto – spiega Musa, nigeriano, storia vera, ma nome di fantasia, per motivi di privacy – ci vogliamo molto bene, lavoro saltuariamente, come lei: se solo uno dei due avesse un impiego stabile saremmo già andati a vivere insieme…».

Quella della convivenza fra un africano e una ragazza italiana sta diventando una consuetudine. I sentimenti non hanno nazionalità, sono universali. Ma torniamo al disagio vissuto l’altro giorno sulla sua pelle. «Mi è successo altre due volte – dice – ma niente di importante, non appena ho consigliato di smetterla di seguirmi o di fermarmi, le ragazze hanno capito che con me c’era poco da fare…».

 

«SONO DI SANI PRINCIPI…»

Qualche suo connazionale, senegalese o, comunque, africano, è meno reticente. Diciamo che può capitare che fra “domanda” e “offerta”, alla fine i due possano trovare un punto d’incontro. «Parlo per me, io sono fedele alla mia ragazza: una storia che dura da due anni; miei connazionali hanno “storie” con ragazze del posto, stanno bene, si amano…». Sorride, Musa. Aggiusta il tiro. «Diciamo che si vogliono bene, se l’amore arriverà magari il rapporto sarà ancora più solido: a me è capitata una di queste storie, con una ragazza della provincia, ci eravamo innamorati: almeno io mi ero molto preso dal rapporto, solo che quando ho voluto conoscere i suoi genitori per manifestare intenzioni serie, lei ha prima inventato una scusa dopo l’altra, poi mi ha lasciato: non voleva dire ai suoi genitori che il fidanzato aveva un altro colore…».

Ma lo stalking? «Imbarazzante – dice Musa – di solito sono gli uomini a fare avance, a corteggiare una donna, non viceversa; invece, è successo l’esatto contrario: ma in questo caso, andando ad intuito, la tizia che stava provando a mettermi le mani addosso, non voleva solo conoscermi…». Si spiega meglio il ragazzo nigeriano. «Faccio sempre quello che mi dicono gli amici del posto – risponde – non prendo sul serio queste proposte e cerco in modo educato di evitare che quei pochi secondi prendano una brutta piega: del resto, come può testimoniare quel signore che ha assistito in quei pochi istanti alla scena, sono stato minacciato: se non avessi fatto il “bravo” – ho capito perfettamente cosa intendesse…  – lei avrebbe potuto anche urlare e mettermi nei guai dicendo che ero io a metterle le mani addosso: certo, la gente avrebbe creduto più lei che me, ma per fortuna stavolta qualcuno è stato testimone dell’accaduto».

 

BASTA LA PAROLA, NON SEMPRE

C’era però il suo amico. «La parola del mio connazionale, ha lo stesso valore della mia: è difficile che qualcuno ti creda. Ma ad essere sincero fino in fondo, quella donna doveva essere sposata, aveva una fede al dito, quindi la cosa diventava doppiamente pericolosa: vai a spiegare al marito o al compagno, che tu – cioè io… – sono la vittima delle insistenze della donna; apriti cielo, già mi vedo sulle prime pagine dei giornali: “Nero aggredisce una donna, voleva avere un rapporto con lei!”. Per carità, sto bene così, felicemente fidanzato e con un lavoro del quale sono pienamente soddisfatto. Temo l’informazione. Spesso giornali, radio e tv, per motivi di spazio raccontano troppo velocemente un episodio e il più delle volte a rimetterci la faccia siamo noi: non vogliamo che i rapporti con gli italiani si indeboliscano a causa di incomprensioni o, come vogliamo chiamarle, a causa di certe storie…».

Musa sorride. Prova quasi sollievo che l’altra mattina l’episodio di molestie abbia avuto un testimone. E che un altro, l’autore dell’articolo, abbia in qualche modo registrato le due testimonianze.

«Che dire, spero che cose simili non accadano più – conclude Musa – anche se ho qualche dubbio: forse non dovrei fare footing alle sei del mattino sul Lungomare, non dovrei giocare al pallone, sport che amo tanto; insomma, dovrei trascurarmi, invece io – come molti miei connazionali – abbiamo il culto più che del fisico, del tenerci in forma: alleniamo i muscoli, ma anche mente; ecco perché è raro che qualcuno, oggetto di molestie, reagisca violentemente; abbiamo l’abitudine di pensarle certe cose, alleniamo corpo e anima». Dovesse avere una, due righe per lanciare un appello, Musa. «Amici, fate attenzione: non sempre la prima impressione è quella giusta!».

«Vergogna del nostro Paese!»

Rashford, Sancho e Saka, calciatori inglesi coloured attaccati sui social

E’ bastato che i tre ragazzi neri sbagliassero i penalty decisivi per essere oggetto di offese da parte di decine di migliaia di connazionali. Gravi episodi di razzismo nei confronti di atleti che hanno orgogliosamente indossato la maglia dei Tre Leoni. «I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», sostiene il premier britannico Boris Johnson. «Sono nauseato, è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire questi simili comportamenti abominevoli», l’opinione del principe William.

 

Inghilterra-Italia 3-4, dopo i calci di rigore. La Nazionale azzurra vince il campionato europeo di calcio, il Leoni d’Oltremanica che avevano accarezzato l’idea di stravincerla nello stadio Wembley, perdono. Due volte, la prima sul campo, la seconda lontano dal tempio del calcio londinese. Tre ragazzi coloured hanno sbagliato i penalty, uno sul palo, gli altri due annientati dal portiere della nostra Nazionale, Gigio Donnarumma. Comincia in quel momento il massacro dei tre ragazzi che hanno indossato con onore la maglia dell’Inghilterra. Sui social messaggi di odio nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, sono loro i tre cecchini mancati, che hanno sbagliato i rigori decisivi. Johnson, il premier, giudica le cose che legge come «Commenti terrificanti, vergogna!». Il principe William, «Sono nauseato».

Eppure: «Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…». Cantava De Gregori nella sua “Leva calcistica…”, grande canzone, grande successo. E lui, grande tifoso di calcio. Mai avrebbe immaginato che quella metafora tornasse utile in questi giorni in cui l’Italia calcistica si è laureata Campione d’Europa. E mai avrebbe immaginato che un calcio di rigore potesse cambiare la vita. Invece era già successo a fior di campioni, come Roberto Baggio (Italia-Brasile) e David Trezeguet (Italia-Francia). E accadrà sempre, fino a quando a qualcuno della Fifa non verrà in mente di decidere che una finale va rigiocata, ma non più decisa con la monetina o il golden-gol.

Quella è un’altra cosa, almeno i penalty, come spiegava qualcuno sono un accadimento tecnico: chi ha maggiore personalità e tecnica e non si compone più di tanto, al triplice fischio finale dei supplementari, si avvia verso il dischetto. Prima che accada questo, tutti a filosofeggiare sulla “lotteria”, è solo questione di fortuna, “ma sì, vada come vada…”. Invece, gli inglesi, inventori del calcio, che da giorni lanciavano frasi del tipo “coming home”, come se il calcio, la Coppa d’Europa fosse finalmente “tornata a casa”, ci sono rimasti di sasso. Per usare una metafora.

Dunque, la rabbia dei tifosi inglesi esplode dopo la sconfitta della nazionale dei Tre Leoni contro l’Italia, nella finale di Euro 2020 (slittata al 2021 a causa della pandemia…). All’esterno di Wembley e in altre zone di Londra gruppi di facinorosi avrebbe aggredito alcuni tifosi italiani – come si evince dalle immagini di diversi video sui social – provocando l’intervento delle forze dell’ordine. Secondo la stampa britannica una quarantina di tifosi britannici sarebbe stata arrestata.

La rabbia esplode anche sui social con insulti razzisti nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, i tre giocatori inglesi che hanno sbagliato i tiri decisivi.  Il rigore di Marcus Rashford ha colpito il palo e i tiri dal dischetto di Bukayo Saka e Jadon Sancho sono stati parati da Donnarumma. Il diciannovenne Saka ha sbagliato il rigore decisivo, che ha dato il titolo all’Italia e ha negato all’Inghilterra il suo primo grande trofeo internazionale di calcio atteso dai Mondiali del 1966.

La Federcalcio inglese ha rilasciato una dichiarazione dicendo di essere «Sconvolta dal comportamento disgustoso» di chi lancia in rete questi messaggi. La polizia di Londra ha condannato l’abuso «inaccettabile», aggiungendo che indagherà sui post sui social media «offensivi e razzisti». Vedremo se ci sarà giustizia e se questi animali, evidentemente non ancora in via d’estinzione, la pagheranno. In Inghilterra, dicono, sono più severi.

Interviene la politica, che pensava a una gara di calcio come ad un formalità, poi gli inglesi avrebbero alzato la Coppa. Invece. «Questa squadra inglese merita di essere lodata come un gruppo di eroi, non insultata razzialmente sui social media. I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», scrive su Twitter il premier britannico, Boris Johnson, dopo la rabbia social.

Anche il principe William, secondo in linea di successione alla corona britannica e presidente d’onore della Federcalcio inglese, si unisce – dopo il premier Boris Johnson – alla denuncia degli insulti razzisti contro i calciatori dell’Inghilterra che hanno sbagliato i rigori decisivi. «Sono nauseato – scrive William – è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire simili comportamenti abominevoli». «Questi episodi di razzismo – conclude il principe dal suo profilo ufficiale reale di Kensington Palace – devono finire ora e tutti coloro che ne sono responsabili devono risponderne». I tre ragazzi accettano le scuse, anche gli altri calciatori, gli atleti neri, i lavoratori neri, che contribuiscono ad alzare il Pil britannico. Senza loro sarebbe un’Inghilterra più povera.

«Mi gira la testa…»

Camara, maliano, vittima di un infarto

Ventisette anni, lavorava in un campo. Aveva chiesto ai colleghi di rovesciargli addosso secchiate di acqua fresca. Finito un massacrante turno di lavoro, temperatura a quaranta gradi, prende la strada di casa. Pedala sulla sua bicicletta, quando un altro malore gli è fatale. Un automobilista prova a prestargli soccorso. Diverse le vittime in questi giorni, fra cantieri edili e campi per raccogliere frutta e angurie.

 

«Ragazzi, ho un capogiro, qualcuno prenda dell’acqua e me la versi sulla testa: il sole, oggi, non perdona». Impensierisce un fratello di colore, che in teoria sopporterebbe il caldo più e meglio di un bianco. Invece, quel maledetto giorno non è proprio così. La temperatura è intorno ai quaranta gradi, non si schioda da lì. Hai voglia che qualcuno dica “…al diavolo i soldi, smettiamo di lavorare, qui possiamo rimetterci la pelle”.

E a rimettercela è proprio lui, Camara Fantamadi, appena ventisette anni. E’ lui che aveva avuto uno, due capogiri mentre lavorava nei campi e chiedere ai colleghi dell’acqua fresca per riprendersi da quei giramenti di testa. «Non vorrei mi venisse un colpo di sole», dice agli amici, quasi avesse la sensazione che quel giorno qualcosa proprio non andasse. Il colpo di sole è l’anticamera dello svenimento, del collasso per disidratazione. Se non bevi costantemente, il sudore ti frega, tira fuori quelle forze residue che il caldo ti sta divorando.

Camara aveva 27 anni. Quel giorno aveva lavorato ore nei campi, sotto il sole del nostro sud, non lontano dalla sua Africa, lui che era maliano. All’improvviso un malore, mentre tornava a casa, in sella alla sua bicicletta gli è stato fatale. Camara si è accasciato sull’asfalto e per lui ogni soccorso è stato inutile.

 

BUTTATEMI ACQUA SUL CAPO…

Questa storiaccia, purtroppo non isolata, perché altro è accaduto e, purtroppo, accadrà, si è verificata nel Brindisino, dove il termometro in questi giorni raggiunge spesso i 40 gradi. Camara, che di cognome faceva Fantamadi, potrebbe essere morto per un infarto. Pare che, mentre era al lavoro, avesse accusato – come si diceva, provando a descrivere la dinamica degli eventi rivelatisi fatali – dei giramenti di testa al punto da chiedere ad alcuni colleghi di gettargli dell’acqua fresca sul capo.

Poco dopo, purtroppo, il malore. Gli inquirenti hanno immediatamente provato a fare ipotesi sul fatto che la tragedia fosse in qualche modo legata alla fatica e al forte caldo. Camara Fantamadi, originario del Mali ma residente a Eboli, era arrivato in Puglia da pochi giorni per raggiungere suo fratello e lavorare come bracciante per sei euro all’ora.

Una tragedia che si è verificata sulla strada che collega il quartiere La Rosa di Brindisi alla frazione di Tuturano. Ad accorgersi del giovane immigrato finito disteso a terra, il corpo esanime. E’ stato un automobilista di passaggio ad essersi fermato per prestare soccorso. Il ragazzo era già a terra, privo di sensi. A quel punto l’arrivo dei soccorritori del 118, ogni tentativo di rianimarlo risulta vano. Sul posto anche gli agenti della Polizia locale, mentre il Pubblico ministero dopo le prime indagini dispone la consegna della salma alla famiglia per l’ultimo saluto. Amici e conoscenti fanno una colletta per Camara, per fare in modo che quel ragazzone riposi in pace nel suo paese d’origine.

Intanto, è bene ricordare che solo pochi giorni prima, a Nardò (Lecce) era scattato il divieto di lavoro nei campi tra le 12.30 e le 16.00. Una decisione del sindaco, Pippi Mellone, a tutela dei braccianti, nei giorni considerati di particolare rischio. In questo periodo, proprio per la raccolta di ortaggi e angurie, sul territorio si registra un aumento notevole dei lavoratori.

 

PURTROPPO, NON E’ L’UNICO

Spesso le ore centrali della giornata, quelle più calde, sono potenzialmente più dannose per la salute degli stessi lavoratori, dicono. Attività che si svolgono all’aperto, sotto il sole, e spesso con l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale anti Covid, qualcosa che complica ulteriormente il quadro. Provate voi, con questo caldo infernale, a respirare con una mascherina sistemata su naso e bocca.

Nei giorni scorsi, sempre in Puglia, stavolta a Galatina, un’altra vittima. Un trenticinquenne che stava distribuendo volantini. Un collasso improvviso che non gli ha dato scampo.

A Taranto, invece, è scattata, veloce, la richiesta di bloccare il cantiere per la realizzazione dell’ospedale San Cataldo durante questi giorni di caldo. «Con temperature superiori ai 35 gradi stop all’attività», ha chiesto la Filca Cisl, che ha denunciato tra gli edili i casi di un operaio in coma e altri tre collassati.

«Il gran caldo e i ritmi di lavoro, inaccettabili, rischiano di provocare altre tragedie», dicono. Stando al sindacato, un operaio è risultato completamente disidratato: condizioni preoccupanti le sue, tanto che al momento pare sia ancora intubato. «Lavorare dalle 7.00 alle 16.30, in queste condizioni, è davvero impossibile, ne va dell’incolumità dei lavoratori. E se parliamo di un cantiere pubblico, fate voi stessi le debite considerazioni».

«Ecco i miei eroi!»

Freddie, americano, abbandonato fra i rifiuti e adottato da gente modesta, ma dal cuore d’oro

«I miei genitori adottivi mi hanno insegnato i valori, l’educazione, a ragionare e non reagire». Nathan e Betty, già in età avanzata, lo accolsero in casa, il papà gli comprò un computer scassato, che il piccolo rimise in moto. Poi il brevetto milionario per seguire gli anziani malati di Alzheimer, una compagnia di telecomunicazioni e una fondazione per aiutare i più deboli. 

 

«I miei genitori adottivi sono stati i miei eroi e i miei modelli di vita», dice Freddie Figgers, trentunenne americano, nero, abbandonato dalla mamma dopo appena due giorni dalla sua nascita in un cassonetto dell’immondizia. «Papà e mamma, non più giovani, e che in passato avevano avuto piccoli in adozione, non appena vennero a conoscenza del mio abbandono, per giunta in quel modo abbietto, come fossi un rifiuto, non esitarono nemmeno un momento a chiedermi in adozione».

I suoi genitori, i suoi «eroi», come li chiama lo stesso Freddie, sono l’artigiano Nathan e la moglie Betty, contadina in una comunità agricola. Nonostante non fossero più giovanissimi, avessero una posizione sociale modesta – ecco l’atto eroico, secondo Freddie – decisero di adottarlo dopo aver già cresciuto diversi bambini in affidamento. A due giorni dalla sua nascita e da un destino che sembrava per lui ormai segnato, dunque, il piccolo abbandonato nel cassonetto dell’immondizia, aveva trovato una famiglia, adottiva – ma questo non lo consideriamo nemmeno un dettaglio, i bambini sono di chi li cresce, li educa – ritrovò nuovamente una famiglia adottiva, povera ma felice.

Per Freddie, Nathan e Betty, divennero dei veri e propri modelli da seguire. Un quotidiano nazionale, il Messaggero, che ha ripreso la notizia, ha riportato le dichiarazioni di Freddie Figgers: «I miei genitori adottivi sono stati i miei eroi e i miei modelli di vita».

 

GENIO E MANAGER

Oggi Freddie è  sposato con una avvocatessa e padre di bella una bambina che si coccola non appena i suoi impegni lo consentono. «La mia piccola non deve patire nemmeno un solo istante quanto mi è accaduto: non ne ho memoria, ma deve essere triste crescere con il chiodo fisso di essere stato trattato come se fossi spazzatura», avrà ripetuto mille e mille altre volte ancora.

Nel corso della sua infanzia, infatti, il ragazzo che ha studiato e successivamente diventato un manager milionario, ha dovuto anche lottare contro i soliti imbecilli, bulli da strapazzo, che con miserabile fantasia lo chiamano “immondizia” ficcandolo nei bidoni della spazzatura. Il padre, Nathan, non alimentava in lui l’odio. Il discorso era molto semplice: la dignità va conquistata intelligenza e tenacia, così alla fine Freddie ha deciso di seguire questi saggi consigli.

Il giovanotto oggetto di scherno da parte dei ragazzacci del quartiere, dimostrò subito di essere un vero genio. Papà Nathan riuscì a mettere da parte ventisette dollari per comprargli un MacIntosh, non funzionante, ma che il figlio riuscì a riparare e far ripartire. Iniziò così a riparare i computer della scuola passando poi a quelli del municipio. A quindici anni, come ha scritto “Il Messaggero”, Freddie decise di lasciare la scuola e dedicarsi al lavoro che lo portò a disegnare software.

 

UNA SOCIETA’ DI TELECOMUNICAZIONI

A ventuno anni gestiva già una rete di banda larga diventando il più giovane imprenditore di settore in tutti gli Stati Uniti, tanto che ad oggi è ancora l’unico proprietario afroamericano di una società di telecomunicazioni: la Figgers Communication. Gli anni avanzavano, il padre Nathan ben presto iniziò ad avere i primi sintomi dell’Alzheimer e Freddie riuscì ad inventare un congegno caratterizzato da un circuito, un microfono da 90 MHz e una scheda di rete che permetteva di rintracciarlo fuori casa. La vendita dei diritti di questa sua invenzione gli fruttò oltre due milioni di dollari.

Con parte del denaro avrebbe voluto comprare al padre l’auto dei suoi sogni e una barca, ma il genitore si spense prima del tempo. «L’esperienza – ebbe a dire Freddie – mi ha insegnato che i soldi non sono altro che un mezzo, quel giorno ho deciso che avrei cercato di fare del mio meglio per rendere il mondo migliore prima di quando dovrò lasciarlo».

In comune con il padre adottivo l’uomo sembra avere la grande generosità. Non è un caso, infatti, che Freddie abbia aperto una fondazione che raccoglie fondi per assicurare la copertura delle spese sanitarie per le comunità meno abbienti del nord della Florida. Ma ha fatto anche di più: si è impegnato, inoltre, a pagare la retta universitaria ai giovani talenti provenienti da famiglie meno abbienti.

«Certi amori, non finiscono»

Regina, trentasei anni, accompagnata all’altare dal poliziotto che si prese cura di lei

Nigeriana, arrivò in Italia a tredici anni. Durante un sopralluogo in un Centro di accoglienza di Foggia, Antonio, oggi commissario, incrociò il suo sguardo smarrito. Diventò una di famiglia. Quando ha deciso di coronare il suo sogno d’amore con un connazionale, la ragazza ha voluto che il suo salvatore le facesse da padre.

 

«Certi amori, non finiscono mai…», intonava il poeta. Proprio vero, «…fanno dei giri immensi e poi ritornano». Non solo amori, anche riconoscenza. Insomma, sentimenti forti, se è vero che Regina, trentasei anni, nigeriana, ha voluto che all’altare, alla celebrazione del suo matrimonio con un connazionale, l’accompagnasse un poliziotto. Oggi, commissario. Legato alla protagonista della storia, Regina, appunto, che non ha mai dimenticato, lo sguardo tenero di Antonio D’Amore (un cognome che è tutto un programma…). Uno sguardo di quelli che danno sicurezza e il più delle volte rivolgono i padri ai propri figliuoli indifesi.

Antonio, il poliziotto, si prese cura di lei più di ventitré anni fa, quando l’allora tredicenne Regina arrivò in Italia dalla Nigeria dove aveva lasciato l’intera famiglia. E ora che per lei, Antonio, nel frattempo diventato commissario, è diventato un secondo padre, l’ha voluto al suo fianco fino all’altare della chiesa di Foggia dove ha sposato il suo amato Daniel, nigeriano come lei, conosciuto in Italia.

Il matrimonio è stato celebrato alcuni giorni fa. La Polizia ricorda questa storia su uno dei social più “sfogliati”, Instagram. La foto del poliziotto, oggi commissario, e della sposa: lei sottobraccio a lui. «Fiori d’arancio per Regina, accompagnata all’altare, al posto del papà, da Antonio che 23 anni fa le salvò la vita», scrivono sui social.

 

FOGGIA, CENTRO DI ACCOGLIENZA

«Lui era un ispettore in servizio alla squadra mobile di Foggia – raccontano, orgogliosi, i colleghi – quando conobbe Regina durante un’indagine: lei aveva solo tredici anni, in Italia era sola, tutta la sua famiglia era rimasta in Nigeria».

«Nello sguardo di questa bambina spaventata – ricordano i colleghi di D’Amore – Antonio vide gli occhi delle sue figlie ed aiutandola, poco per volta, conquistò la sua fiducia; l’accolse nella sua famiglia, trascorrendo insieme tanti bei momenti. E’ per questo motivo che Regina l’ha voluto al suo fianco nel giorno più bello della sua vita». «Complimenti al generoso commissario e auguri a questa ragazza», chiude la serie di messaggi.

“Queen Elizabeth”, come una famosa nave da crociera, questo il nome per esteso della sposa conosciuta da tutti, appunto, come Regina, arrivata in Italia a tredici anni (oggi ne ha trentasei).

 

SOLA, SMARRITA…

Era sola, quella ragazzina smarrita. I genitori erano rimasti nel loro piccolo villaggio in Africa. Fu durante alcune indagini in un Centro accoglienza per minori, che Antonio D’Amore, allora ispettore, incrociò lo sguardo di Regina. Ne fu talmente colpito che da allora decise di prendersene cura come una figlia.

Con lui e la sua famiglia, a detta della stessa Regina, ha trascorso tanti bei momenti. Con lui e l’intera famiglia ha stretto un legame fortissimo. Anche con le due figlie di D’Amore, tanto che oggi per lei sono come sorelle. Regina, oggi vive la sua vita fatta di lavoro e soddisfazioni. E’ rimasta in Italia, si rende utile al prossimo, anche di quanti hanno vissuto e vivono momenti di smarrimento come accadde a lei ventisei anni fa, quando incontrò l’uomo che l’avrebbe accompagnata all’altare. Ora, infatti, Regina è una mediatrice culturale, un’attività che le ha permesso di conoscere il suo attuale marito con il quale nei giorni scorsi è convolata, si dice, a giuste nozze. Auguri, Regina. Un forte abbraccio, quale segno di riconoscenza ad Antonio, che ha dimostrato senza clamori, come si fa accoglienza. In modo discreto e con tanto amore.

Un sogno infranto

Daniel e David, i due fratellini di Ardea uccisi da un folle

Stavano giocando davanti a casa. Uno squilibrato li ha freddati con due colpi di pistola, ha ammazzato una terza persona, poi si è tolto la vita. Il più grande, dieci anni, sognava di diventare Donnarumma, il portiere della Nazionale. Il piccolo, cinque anni, già tifava per lui. Avrebbe giocato nelle giovanili della Lazio, il suo più grande desiderio.

 

Daniel, dieci anni, aveva un idolo, Gigio Donnarumma, portiere della Nazionale. Per David, cinque anni, il suo idolo era lo stesso Daniel, suo fratello. Ruolo portiere, stava finendo di compiere la trafila in una delle società-satellite della Lazio per andare a giocare come portiere nei Giovanissimi della squadra biancoceleste e ammirare da vicino un altro suo eroe del campo di gioco, Ciro Immobile. Questo, purtroppo, non potrà più accadere.

Domenica scorsa, Davide e Daniel Fusinato sono stati raggiunti dalla follia omicida di Andrea Pignani, il killer che si è poi barricato in casa e suicidato nella sua casa di Ardea. Un colpo ciascuno: uno al petto e uno alla gola. C’è una terza vittima di Pignani, il settantaquattrenne Salvatore Raineri, anche lui ucciso a freddo, un colpo di pistola alla testa. Lo hanno confermato le autopsie effettuate sui corpi dei due fratellini all’Istituto di medicina legale di Tor Vergata su inchiesta della Procura di Velletri, che a sua volta ha aperto un fascicolo al momento contro ignoti sul caso.

L’autopsia sul corpo del killer prevede anche l’esame tossicologico. Servirà per capire se l’omicida-suicida fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Perché a oggi, la tragedia andata in scena in pochi istanti a Colle Romito ha tutta l’aria di una tragica esecuzione.

 

GENITORI DISPERATI

Al momento non è semplice provare a ricostruire l’esatta sequenza degli spari. Stabilire, per esempio, chi sia morto prima e, semmai, qualcuno abbia provato a fermare Pignani o salvare la vita alla prima vittima. Cinque minuti prima della sparatoria, una pattuglia dei carabinieri di Marina di Ardea aveva controllato che Domenico Fusinato, padre dei due piccoli uccisi, stesse in casa, agli arresti domiciliari.

Diamante Ceci, avvocato del papà di Daniel e David, ha raccontato della madre dei due fratellini. Pare che la donna fosse fuori casa e abbia sentito i colpi. Sulle prime pensava fossero petardi o colpi di cacciatori, considerando che da quelle parti capita spesso di avvertire simili esplosioni. Invece, dopo qualche istante, la donna ha capito cosa fosse avvenuto. Ha cominciato ad urlare tutta la sua disperazione, mentre qualcuno aveva telefonato in centrale per raccontare quanto fosse accaduto pochi istanti prima.

Domenico, invece, il papà dei due sfortunati fratellini si è precipitato in strada appena avvertito dell’accaduto. La nonna materna dei bambini ha detto che i due piccoli sono morti tenendo la mano del padre: non riuscivano a parlare in quei lunghi minuti. Forse è trascorsa mezz’ora in attesa dei soccorsi, poi risultati vani. Una famiglia completamente distrutta.

 

RISPETTO PER IL DOLORE

Non ci sono parole per descrivere cosa stiano vivendo i genitori di Davide e Daniel. Chiedono massimo riserbo e rispetto. I due ragazzi stavano giocando di fronte alla loro casa, quando sono stati avvicinati dall’uomo: uno dei due piccoli è stato colpito al petto, l’altro alla gola, proprio come fosse un’esecuzione.

Una tragedia. E pensare che l’omicida alcuni giorni fa aveva minacciato la propria madre con un coltello. Nel novembre scorso era morto il padre del killer, che deteneva l’arma con la quale è stata compiuta la strage regolarmente. Nessuno dei suoi parenti ha restituito quella pistola. Così quando l’omicida l’ha trovata, è uscito di casa e ha ucciso tre persone. La terza vittima non era del luogo, si trovava ad Ardea a trascorrere il fine-settimana.

Il più grande dei due fratelli, raccontavamo, sognava di diventare un calciatore professionista. Donnarumma, il portiere della Nazionale era il suo idolo. Daniel, portiere dei Pulcini dell’Ostiamare, era cresciuto nel vivaio della società lidense nella quale giocava da oltre quattro anni. A breve avrebbe messo i guantoni nei Giovanissimi della Lazio.

Saman, dolce e ribelle

Diciotto anni, viveva in Italia, rifiutava il matrimonio combinato 

Ma i genitori volevano imporle il marito. Pare le abbiano teso un tranello. Lei voleva fuggire dal fidanzato, anche lui pakistano. L’hanno fatto tornare a casa per poi farla sparire. Gli inquirenti nutrono pochi dubbi. Inutili gli ultimi appelli della ragazza che abitava a Novellara, due passi da Reggio Emilia. Severi in Pakistan: «Non dicano che è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca».

 

 

«Questo non è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca». Il quotidiano più diffuso e antico del Paese, ha pubblicato nei giorni scorsi la notizia del caso di Saman Abbas, la diciottenne scomparsa a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, e su cui la Procura sta indagando i due cugini e lo zio.

Le pagine del giornale non si fermano qui. Hanno  fatto di più, riportando un altro episodio registratosi lo scorso anno. Saman, scrive il quotidiano pakistano, si era ribellata alla famiglia che voleva farla sposare contro la sua volontà. «Matrimonio forzato per una ragazza di 18 anni in terra straniera: queste persone danneggiano l’orgoglio di tutto un Paese, vanno punite».

Intanto proseguono le indagini. Le speranze sono legato ad un filo sottile. «Non ci sono speranze – dice senza giri di parole il procuratore – il padre della ragazza mente, Saman non è  in Belgio».

Poche le speranze che la ragazza pakistana che da un anno combatteva contro la sua famiglia per essere libera, sia ancora viva. «Per noi è morta, vittima di omicidio», ha aggiunto il procuratore. Saman è stata raggirata con l’inganno, perché tornasse a casa, a Novellara. Con ogni probabilità le hanno fatto credere che non sarebbe partita per il Pakistan con il resto della famiglia. Insomma, che sarebbe rimasta in Italia, invece…

 

 

PAKISTANI SEVERI, «VENGANO PUNITI!»

Dal Pakistan la gente reagisce contro genitori e parenti della povera diciottenne. Dopo aver appreso che padre e madre di Saman si sono rifugiati in Pakistan, c’è chiede chiedono che venga negato loro l’ingresso nel Paese e vengano rispediti in Italia, perché gli inquirenti completino il ciclo di indagini e completino il quadro accusatorio.

Le hanno mentito, promesso che non sarebbe accaduto nulla. Così Saman, che aveva denunciato i suoi genitori, è rientrata a Novellara. Avrà vissuto ore di terrore. Si sarà Ma resa subito conto che i suoi le avevano mentito. Era caduta in trappola.

Secondo gli inquirenti è stata trattenuta in casa con la forza, fino a quando è maturata l’idea del delitto. Una decina di giorni senza sue notizie, scatta l’allarme. Il Giudice per le indagini preliminari ricostruisce gli elementi che hanno portato la Procura a chiedere le misure cautelari per i familiari di Saman. La ragazza chiede di nuovo chiede aiuto ai carabinieri. Ha capito che per lei può davvero finire male. Vorrebbe andare via, riprendersi i suoi documenti, decidere da sola se sposarsi e con chi farlo: vuole una vita da scegliersi.

 

 

MINACCE AL FIDANZATO

Il padre dal Pakistan pare minacci la famiglia del fidanzato della ragazza, anche lui pakistano e residente da tempo in Italia. Secondo le indagini, il delitto viene studiato nelle ultime due settimane di aprile. E’ per questo motivo che gli inquirenti contestano l’omicidio premeditato a madre, padre, zio e ai due cugini della povera Saman. Le telecamere di videosorveglianza della zona riprendono lo zio e i due cugini di Saman mentre si dirigono verso la campagna non lontani dall’abitazione. Stringono in mano due pale, un sacchetto e un secchio. Secondo l’accusa starebbero andando a scavare la fossa nella quale seppellire il corpo della ragazza.  Saman voleva scappare, aveva preparato lo zaino. Padre e madre avrebbero provato a seguirla, poi persa di vista si sarebbero rivolti allo zio paterno della ragazza.

Da un giorno all’altro non si hanno più notizie di Saman. I suoi genitori dovrebbero trovarsi in Pakistan. Nell’ordinanza si ricostruisce come suo padre le avesse avesse impedito di andare alle scuole superiori, tanto che spesso la chiudeva fuori casa obbligandola a dormire sul marciapiede. Avrebbero voluto punirla dell’allontanamento dai precetti dell’Islam e per la ribellione. Nel chiamare lo zio, che tutti i familiari sapevano essere un uomo violento, avrebbero accettato di correre il rischio autorizzando in qualche modo a mettere un punto esclamativo alla storia e alla vita della ragazza. Dal Pakistan la fronda che vuole assassini e complici sotto processo. Non vogliono passi un messaggio sbagliato. L’Islam è un’altra cosa. «E’ gente ignorante, l’Italia la punisca».