Buteina

Ricordate Buteina? Abbiamo raccontato la sua storia qualche tempo fa.

Nel frattempo è stata promossa a scuola con ottimi voti e uno dei desideri che aveva espresso è stato esaudito: ha un computer tutto suo regalatole, come premio per l’impegno dimostrato nello studio, da quelle che definisce, a modo suo, una specie di angeli custodi.

E diventa un fiume in piena quando inizia a parlare di loro: «Nicole e Barbara mi hanno organizzato la festa di compleanno. Il primo agosto ho compiuto 11 anni anche se la festa l’abbiamo fatta il giorno dopo. Mi hanno regalato un vestito nuovo bellissimo e la bambola della Principessa Ariel. C’erano tante persone e io sono stata felice perché era la mia festa».

Il computer lo usa per studiare e, ammette, anche per giocare.

Con Patrizia, una delle operatrici del CAS di Bitonto dove è ospite Buteina, ha letto la prima intervista e ha detto che le è piaciuta molto «se no non avrei parlato un’altra volta con te!». È schietta, mostra una intelligenza impressionante e una padronanza di linguaggio che rendono quasi superflua la presenza di Abbas, operatore del Centro, che spesso mi affianca in questi incontri in qualità di mediatore.

Arguta fino al punto che quando le chiedo del «vestito dell’uomo ragno» mi risponde senza pensarci sopra: «E tu che ne sai? Non lavori qua! Come hai fatto a sapere del vestito?».

Io e Abbas scoppiamo in una risata spontanea e le spiego, facendole vedere sul telefonino le foto, che lavoro per la Cooperativa e lei mi riconduce subito alle sue figure di riferimento, Nicole e Barbara, ricordando l’episodio del computer: «E’ vero! Tu lo hai scritto e loro me lo hanno regalato! Ma il vestito l’ho fatto da sola. Non mi ha aiutato nessuno». Le chiedo come e se è la prima volta: «Si, è stato il primo vestito che ho fatto. Quando decido di fare una cosa, cerco le cose che mi servono e la faccio».

Le chiedo come sta trascorrendo l’estate e se incontra gli amici di scuola: «Qualche giorno sono andata al mare con mia madre e mia zia. Mi piace il mare ma non so nuotare. Gli amici di scuola non li vedo. Ma anche prima mi evitavano e mi escludevano perché sono araba. Ora cambierò classe perché passo direttamente in quinta elementare. Spero che i nuovi compagni di classe abbiano un atteggiamento diverso nei miei confronti. A me piace molto andare a scuola e mi piacciono la matematica e la storia. I compiti li faccio da sola e quando non capisco qualcosa mi aiutano loro (gli operatori)».

Si rattrista quando le chiedo come va la vita nel Centro: «All’inizio stavo bene, ora non ho un spazio mio. Ci sono i bambini piccoli e i grandi decidono sempre cosa vedere in televisione». Le scende una lacrima e ci trascina in un vortice di tristezza. Cerchiamo di consolarla ma vede anche le nostre lacrime scendere.

«Voglio andare a vivere in una casa mia, avere una stanza mia. Sono qua già da nove mesi e mi dite sempre che presto cambierà questa situazione. Ma quanto presto? Io voglio bene alle persone che lavorano nel Centro ma penso sempre ad una casa».

Pur sapendo di poter far poco, le prometto di interessarmi e, chissà, così come è arrivato il computer non arrivi anche una condizione di vita diversa per Buteina che chiede di abbracciare Abbas per la foto di rito.

Tutti a lezione!

Aspettando Olagbemi, che si è offerto di raccontarci la sua storia, mi sono intrattenuto qualche minuto con un gruppo di ospiti, quasi tutti arrivati da poco tempo, che ho incrociato nel salone delle attività collettive mentre, in maniera straordinariamente diligente, seguivano il corso di alfabetizzazione tenuto da Simona, una operatrice di Costruiamo Insieme che, nonostante il caldo torrido del pomeriggio, riusciva a tenere viva l’attenzione di una ventina di persone.

Tra loro, anche un paio di ospiti che ci hanno già raccontato le loro storie e che, con Simona, hanno spiegato il motivo della mia presenza in struttura.

E’ così che Mosa Mia, un ragazzo del Bangladesh seduto in prima fila, da soli 2 mesi in Italia ha detto di essere un bravo ceramista e di aver lasciato il suo Paese perché appartiene ad una famiglia molto povera.

Mohammad Uzzal, seduto di fianco a Mosa, racconta di aver viaggiato dal Bangladesh alla Libia in pulmann e che nel suo Paese svolgeva lavori di pulizia.

Mentre gli altri iniziano a lasciare la sala, Amadou, dal 2016 in Italia, dice di essere un bravo sarto.

Compreso che non tutti hanno gradito l’interruzione della lezione abbandonando la sala, Simona mi ha spiegato che “loro tengono molto a queste lezioni. Hanno capito che, oltre la burocrazia, l’ostacolo più grande è quello della conoscenza della lingua. E’ un gruppo che segue assiduamente le lezioni e ieri hanno fatto il loro primo compito in classe”.

A quel punto ho salutato con imbarazzo e mi sono allontanato con un altro operatore sempre in attesa che Olagbemi ci raggiungesse.

Dopo qualche minuto la classe si è ricomposta: tutti con i quaderni aperti e seduti ai propri banchi ad ascoltare Simona!

Senza nulla togliere alle capacità di Simona (che, peraltro, è solare, gentile, paziente e crede nel lavoro che fa), la situazione mi ha sorpreso: guardare senza essere visti con quanto interesse e attenzione questi ragazzi seguono le lezioni mi ha convinto della loro volontà di apprendere, di poter comunicare, di acquisire quello che è uno strumento vitale per restare in un Paese molto diverso e troppo lontano da quello di origine.

Ma Simona non è l’unica: tutti gli operatori dei CAS di Costruiamo Insieme hanno nel DNA una particolare dedizione per quello che diventa difficile definire “un lavoro”: è uno strano naturale rapporto fra dare e avere all’interno di un rapporto di convivenza che si basa sull’umanizzazione di quello che in altri luoghi si chiama produzione.

Finalmente ci raggiunge Olagbemi, un uomo di 37 anni nigeriano originario di Lagos che ci spiega di aver perso tempo perché con se ha portato tutti i documenti di cui è in possesso e, “per fare una intervista bisogna presentarsi bene!”.

Olagbemi è stato dichiarato dalla Commissione Territoriale con ottima scolarizzazione ma, nonostante sia in Italia dal 21 ottobre 2014, non conosce una parola della lingua italiana.

Ha lasciato in Nigeria la moglie e tre figli con i quali ha contatti frequenti.

Ma la sua storia è lunga e complicata per essere riassunta in poche righe. Merita uno spazio tutto suo.

Oggi, ho preferito raccontare un pezzo di vita vissuta in quei Centri di Accoglienza Straordinaria che in tanti, a turno, denigrano, definiscono ghetti, dormitori o “macchine per fare soldi”.

La storia di Olagbemi la rinviamo alla prossima puntata!

Ibrahim, la “star” costretta a partire

Da poco più di una settimana Sow Ibrahim è ospite del Cas di Modugno e già tutti gli vogliono bene. È stato un operatore del Centro a chiedermi di raccogliere la sua storia e così mi sono ritrovato di fronte il figlio dell’ex Sindaco di Conackry, capitale della Guinea. Un ragazzo di soli 19 anni che di strada ne ha fatta tanta: materialmente certo, ma anche inseguendo la sua passione per la musica.

«Dopo la morte del Presidente Touré – racconta – la situazione politica in Guinea è precipitata e nel 1988 tutti i Fulani, etnia alla quale appartengo, sono dovuti fuggire a causa della persecuzione etnica praticata dal nuovo Governo. Mio padre fu arrestato subito per il ruolo che ricopriva e io e mio fratello fummo costretti a fuggire prendendo strade diverse».

Ibrahim ha lasciato il suo Paese quando era ancora un adolescente, e la sua forza d’animo lo ha portato ad attraversare Mali, Burkina, Togo, Benin fino ad arrivare in Nigeria: a piedi, in motocicletta, stipato su un camion.

«Quando viaggi devi fermarti per trovare qualche lavoro che ti consenta di proseguire il viaggio con un mezzo. Se non hai soldi, ti rimangono solo le gambe e i piedi. Nessuno ti aiuta perché sono tante le persone che si muovono da un posto all’altro o che scappano».

In tutti i Paesi che ha attraversato, Ibrahim ha fatto lavori occasionali che lui definisce, in maniera sbrigativa, «qualsiasi cosa».

Ma a spingerlo è la sua passione, la musica. E in Nigeria trova l’occasione che cercava: la sue canzoni iniziano a riscuotere successo e la passione diventa lavoro.

Viene ingaggiato per una tournee che fa tappa anche in Niger e Benin, ma il sogno deve fare i conti con la realtà: i soldi sono troppo pochi e dentro di lui non è mai morta la speranza di racimolare quelli necessari per tornare nel suo Paese che, pensa, prima o poi avrebbe trovato una soluzione politica.

«Non ho mai pensato di venire in Europa. Aspettavo solo che le cose si aggiustassero nel mio Paese per tornarci. Ma le cose non facevano che peggiorare e i miei genitori, dopo la scarcerazione di mio padre, sono fuggiti anche loro e ora sono a Sarajevo»

Sono gli amici a convincerlo a partire nonostante tutti i suoi dubbi: «Non era il viaggio a spaventarmi, ma quello che mi aspettava all’arrivo. Soprattutto i problemi con i documenti e il tempo che avrei dovuto trascorrere in un campo per i rifugiati».

Ma, dietro la spinta degli amici, Ibrahim decide di partire ed è una persona del Gambia che gli paga il viaggio sul gommone: «Mi stimavano come cantante, mi hanno pagato il viaggio convinti che in Italia avrei potuto frequentare una scuola di musica e realizzare il mio sogno. Non pensavo di incontrare su quel gommone persone che ascoltavano le mie canzoni su internet. Mi hanno riconosciuto anche gli scafisti e non hanno voluti i soldi».

Ibrahim oggi frequenta tre corsi di alfabetizzazione: “Voglio imparare l’italiano e tenermi impegnato. In Guinea ho frequentato poco la scuola a causa della situazione che si era creata. Ora voglio restare in Italia, è l’unico posto che mi può offrire delle occasioni, delle opportunità e so che mi devo impegnare”. A giugno si è esibito alla Festa dei Popoli a Bari. Noi vi proponiamo alcuni suoi lavori.

https://youtu.be/PxsDAUrN77Y

https://youtu.be/7jiVOrRBjSo

https://youtu.be/1rs2-OzCHZE

https://youtu.be/7YbQfD6pZVE

Il villaggio, il carcere e l’amore

 

A volte capita che, seduto davanti al computer alle prese con il racconto di una storia di vita appena raccolta, fissi il foglio bianco senza sapere da dove iniziare anche se tutto ciò che hai ascoltato continua a girare nella testa e hai dieci pagine di appunti.

Questa è una di quelle volte, uno di quei giorni in cui ti accorgi di non essere di fronte a una storia qualsiasi e che l’abitudine a parlare e leggere del degrado civile e sociale, della disumanizzazione dei processi che ci ingoiano quotidianamente porta allo scoperto limiti profondi, sovrastrutture delle quali, inconsciamente, restiamo vittime.

Quella di Rosemary ed Edoardo, ospiti del CAS Bitonto, è una storia d’amore che due mesi e cinque giorni fa ha dato alla luce Brithness, una bellissima bambina che non smette di fissarmi . Tiene le manine strette a pugno mentre è fra le braccia del papà.

Lui camerunense di 24 anni, lei nigeriana di 20. Si sono conosciuti in Nigeria dove Edoardo lavorava come commerciante giunto dal Camerun in un mercato e Rosemary in un laboratorio tessile. Tra i due è scoppiato un amore così profondo e indissolubile che li ha portati fino in Italia per vedere realizzati i loro sogni. In realtà, il loro progetto iniziale era diverso: quando si accorgono di aspettare un figlio, Rosemary ed Edoardo decidono di trasferirsi in Camerun, di tornare nel villaggio natale di lui per mettere su famiglia e trascorrere una vita insieme. Ma, giunti a destinazione, le cose non sono andate come si aspettavano: “Se vuoi sposarti devi prendere una di qua e cacciare subito lei!” ha detto a Edoardo la sua famiglia con l’appoggio dei Saggi del villaggio.

Rifiutati dalla comunità, ma trasportati dalla forza dell’amore, i due sono scappati e hanno raggiunto a bordo di un camion la Libia dove li aspettava la permanenza in un campo profughi. In quel campo ci sono rimasti circa sei mesi e, nel frattempo, Edoardo ha lavorato come piastrellista e muratore per mettere insieme i soldi per il viaggio verso il futuro, la partenza  verso l’occasione buona per scappare da quell’inferno. Un giorno entra in contatto con una organizzazione che pianifica i viaggi, trafficanti di uomini pronti a tutto. Nel porto, dopo aver pagato 2400 dinari, vengono fermati dalla polizia libica e arrestati: due mesi di carcere e tanti soldi persi.

Ecco, Brithness nasce in un carcere libico. Senza assistenza sanitaria, nessun ospedale, nessun medico.

Edoardo, che nel frattempo non ha smesso di cercare una via di fuga, riesce a ricontattare i trafficanti: questa volta “bastano” 1200 dinari per imbarcare la famiglia su un gommone. Alle 2 di notte il gommone prende il largo. Loro tre sono a bordo: è il primo viaggio di Brithness. Alle otto della mattina una nave delle ONG li rintraccia al largo. Sono salvi. Brithness, il loro tesoro, è salva. La visione di quella nave sembra spalancare le porte del loro futuro. Sbarcano in Sicilia, a Trapani. Dopo le procedure di rito e un altro lungo viaggio giungono al CAS Bitonto un mese circa fa.

“Ora siamo tranquilli, ma soprattutto fiduciosi –dice Edoardo- e il mio unico pensiero è quello di creare le condizioni per far vivere bene la mia famiglia. Ho sofferto abbastanza e ora credo che le cose possano cambiare”. Rosemary aggiunge: “Non voglio andare in un altro Paese. Vogliamo restare in Italia perché è un Paese accogliente e le persone sono brave. Ora dobbiamo pensare anche a Brithness, a tutto ciò di cui avrà bisogno. E qui non le mancherà nulla”.

Ci salutiamo, la bimba deve mangiare. Non so descrivere l’intensità degli sguardi fra Rosemary ed Edoardo, la loro intesa, il loro essere famiglia nonostante condizioni precarie. Eppure e liberi da pregiudizi e sottomissioni. Questa volta ha vinto l’amore. Speriamo succeda più spesso!

 

Alexandra e la famiglia da costruire

Due occhioni neri che esplodono da un batuffolo adagiato fra le braccia del papà mi hanno accolto al CAS di Bitonto. Sono gli occhi di Alexandra, nata tre settimane e 4 giorni fa in un ospedale di Bari.
La mamma, Prominence, è intenta a sistemare le ultime cose prima di uscire con la sua bimba e il suo compagno per una passeggiata.
È bastato uno sguardo fra i due per accettare di buon grado la mia richiesta di raccogliere la loro storia.
Stanley, il papà, alternando lo sguardo fra me e la piccola, racconta di essere arrivato dalla Nigeria in Italia nel 2014, partito dalla Libia su un gommone con altre 374 persone. «Il gommone è stato rintracciato da una nave delle Organizzazioni non Governative al largo. Ci hanno fatti sbarcare a Siracusa e di la sono stato trasferito a Milano. La mia è una lunga storia – dice dopo aver passato di mano la bimba, che reclama il seno, alla mamma – Non so se ce la facciamo in mezz’ora come hai detto».
Per me il tempo non è un problema, piuttosto mi preoccupo di non sottrarlo a loro perché Karim, un operatore di Costruiamo Insieme che è al mio fianco, mi aveva già detto che Stanley è venuto da Milano per la seconda volta in tre settimane per stare vicino alla figlia ed alla compagna. Si fermerà per due giorni, ospite di amici, ma la sua voglia di raccontare è tanta.
«Sono dovuto scappare dalla Nigeria perché un gruppo paramilitare vicino al Governo, una specie di polizia segreta, voleva arruolarmi. Sono criminali, uccidono persone o le denunciano se parlano contro il Governo. Sono stato picchiato, torturato – dice mentre mi mostra i segni sul corpo – cercano ragazzi giovani e mi hanno perseguitato. Ma io mai avrei accettato di unirmi a loro. In Commissione ho raccontato tutto».
Il papà di Stanley, in Nigeria, fa il falegname e ha una sola sorella. «Ho frequentato la scuola fino alle secondarie poi ho incominciato a lavorare come sarto. Nel mio Paese ho conosciuto Prominence e ci siamo fidanzati. Quando sono dovuto scappare ci siamo fatti la promessa di ritrovarci qui in Italia. Io ho ottenuto il permesso di soggiorno e vivo a Milano in una casa che condivido con altri amici. Ho lavorato per mesi in un laboratorio di sartoria senza contratto e ora sono costretto a fare lavori saltuari».
Mentre Stanley parla, Prominence annuisce, tenendo la bimba attaccata al seno, quasi a voler dire che tutto ciò che sto ascoltando è vero.
Passata fra le braccia del papà, la bimba sazia del latte materno, chiedo a Prominence di parlarmi di lei: «Sono arrivata in Italia all’inizio del 2016. Dopo essere stata sistemata nel CAS ho subito cercato Stanley. Ho aspettato ogni fine del mese per comprare il biglietto per Milano con i soldi del pocket money. Non mi interessava se il viaggio era lungo e potevo stare solo due giorni con lui. Il nostro sogno era ritrovarci e poi è arrivata anche Alexandra. Ora spero soltanto che la burocrazia non ci rubi tanto tempo. Io sono costretta a stare qua in attesa dell’esito della Commissione. E mia figlia deve stare lontana dal padre e lui da lei».
Prominence, figlia di un autista, in Nigeria ha frequentato fino al terzo anno l’Università di Biologia. È una donna forte, risoluta, ha le idee chiare su quello che vuole costruire nel suo futuro: prima di tutto, una famiglia. E per lei famiglia vuol dire stare insieme, avere una casa, accompagnare la bimba all’asilo e avere un lavoro.
Abbiamo fatto tardi e io non voglio rubare altro tempo ai tre che già me ne hanno dedicato tanto sottraendolo a quel poco tempo che possono condividere.
Ma, un’altra domanda mi è venuta spontanea: «Come avete vissuto il momento della nascita della bambina?»
Il primo a rispondermi è stato Stanley: «Quando è nata la bambina ero ricoverato a Milano per un intervento di appendicectomia. Appena uscito dall’ospedale sono corso qui. L’ho vista dopo quattro giorni. Ma se questa cosa mi fosse successa in Nigeria non avrei neanche visto mia figlia. Perché in Nigeria o paghi prima di entrare in un ospedale, o muori!».
Prominence gli accarezza la mano e mi dice: «In ospedale, quando ho partorito, sono stati tutti bravissimi. Medici, infermieri, gli operatori del CAS che venivano a trovarmi. Qui è tutto diverso, è difficile da spiegare. E’ vero che è difficile, Stanley è lontano e fa sacrifici enormi per noi. Non vedo l’ora che tutto si sistemi. Ma Alexandra qua ha trovato una famiglia. Tanti zii e zie che le prestano un sacco di attenzioni, sono sempre presenti, non ci fanno mancare niente, soprattutto l’affetto!».
Mi viene spontaneo mostrarle sul telefonino le foto che ogni mattina colorano il gruppo FB di Costruiamo Insieme con le foto commentate con cuori, baci, faccine da tutti gli operatori.
Lei sorride, non sapeva che condividessimo anche questo e ha capito perché oggi ero la a raccogliere la loro storia.
La sua, quella del suo compagno e, soprattutto, quella di Alexandra che sui documenti troverà scritto «nata a Bari». E la cittadinanza? Ancora non lo sa: anche Alexandra è in attesa che qualcuno smetta di giocare con la vita delle persone, soprattutto con la sua.

Samba: «Ho solo pregato»

«Sì, mi hanno detto che qualcuno si è lamentato che eravamo sulla rotonda, ma sinceramente non capisco perché: noi abbiamo solo pregato, che c’è di male?».

È genuinamente stupito Samba, 18enne del Senegal che pochi giorni fa ha festeggiato la fine del Ramandan sulla rotonda del Lungomare di Taranto. Quella mattina erano in tanti i musulmani che si sono dati appuntamento per condividere un momento di fede e tradizione in una terra nuova che li accolti e prova a fare del suo meglio per offrirgli l’occasione di ricostruirsi una vita. Le foto di quell’incontro sono finite sulla rete e hanno scatenato l’ira di tanti italiani.

«Davvero – rilancia Samba – non riesco a capire: pregare non è una cosa brutta, è qualcosa che unisce: cattolici e musulmani, ma anche altri. Durante la Settimana Santa alcuni ospiti di questa struttura sono stati alla chiesa del Carmine per conoscere i Riti di Taranto: gli operatori ce ne avevano parlato e c’è stato il desiderio di scoprire. Poi abbiamo visto la processione dei Misteri ed è stato bello vedere tanta gente per strada che con fede seguiva queste statue che camminavano lentamente. Io spero che anche da parte di chi qualche giorno fa si è lamentato possa essere la stessa volontà di scoprire, conoscere: è il primo passo per potersi parlare e capire».

Non c’è rabbia nelle sue parole. Il suo sembra più un accorato appello ad aprire gli occhi, le orecchie e il cuore. È scappato a febbraio dello scorso anno dal Senegal per problemi familiari: dopo la morte della mamma, Samba non era ben visto dalla nuova moglie del padre. È stato messo alla porta e così ha dovuto lasciare il suo paese. Sua moglie e sua figlia sono ancora lì, ma lui sogna di portarle qui in Italia: «mi piacerebbe che mia figlia guardasse il mare come ho fatto io e non avesse paura. Sì, ogni tanto penso al viaggio in barca e il mare diventa qualcosa di terribile, ma normalmente mi piace guardarlo, anche per questo quella preghiera sulla rotonda è stata così bello. Io spero solo che la gente non veda in ogni musulmano un terrorista: chi segue il Corano, non uccide. L’Isis è una follia e non devono essere considerati musulmani».

Nel suo cuore, però, le polemiche di questi giorni non hanno scalfito le poche certezze che ha acquisito da quando è qui: «i tarantini non sono razzisti e io non mi sento estraneo: ognuno fa la sua vita e onestamente, nessuno mi ha mai insultato. Taranto è una città di cuore».

Emmanuel, l’arte e i talenti a caccia di futuro

Ho incontrato martedì scorso, presso il CAS di Modugno nel quale è ospite, Emmanuel Sanriemu, un ragazzo nigeriano di 26 anni giunto in Italia a novembre 2016 e ospite del CAS da 7 mesi.
Il racconto del viaggio di Emmanuel non è diverso dai tanti altri che ho ascoltato: dalla Nigeria alla Libia, attraversando il Niger, in autobus senza incontrare grandi problemi. Poi, il solito gommone sul quale erano stipate circa 160 persone abbandonato al largo delle acque libiche.
Emmanuel è stato recuperato e salvato da una delle navi delle ONG che operano nella zona.
Il costo del viaggio riesce a quantificarlo solo in Naira, la moneta nigeriana: 90.000 naire che nel suo Paese rappresentano una somma importante ma che convertita in euro è pari a 247,87.
“Da piccolo sono andato a scuola solo due anni perché in Nigeria la scuola si paga e la mia famiglia non aveva soldi. Poi, dopo la morte di mia madre, mio padre si è sposato con un’altra donna e mi hanno messo fuori di casa”.
Dall’età di 11 anni Emmanuel ha vissuto per strada alternandosi in piccoli lavori occasionali. In questo contesto ha conosciuto un produttore musicale che ha voluto aiutarlo e che gli ha fatto conoscere il mondo della musica.
Messi da parte un po’ di soldi, Emmanuel avvia una sua casa di produzione musicale concentrandosi sul genere hip hop. Nel frattempo riprende gli studi per due anni, ma le cose non vanno bene nonostante nel frattempo facesse anche il muratore ed il portabagagli in maniera saltuaria.
Nel contempo la Nigeria attraversa una grave e profonda crisi politica che si aggiunge alla storica crisi economica aumentando a dismisura i livelli di povertà della popolazione: “Stanno dividendo il Paese, ci sono fazioni in lotta e la situazione si fa sempre più pericolosa. Se non trovano una soluzione, un accordo, scoppierà la guerra civile”.
Ad un certo punto, Emmanuel matura l’idea che l’unica soluzione possibile sia quella di lasciare il suo Paese. Ha già visto tante persone farlo e pensa di dover cercare altrove un futuro migliore: “Ho venduto tutta la strumentazione per l’attività di produzione musicale, ho messo insieme i soldi per il viaggio e sono partito con la speranza di raggiungere l’Italia”.
Come abbiamo già detto, arriva in Italia nel novembre 2016 e da allora è in attesa di essere ascoltato in Commissione per l’ottenimento almeno del permesso provvisorio.
A questo punto gli chiedo se, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, avesse qualcosa da chiedere al Governo Italiano: “Abbiamo bisogno di aiuto. Nella struttura che ci ospita non ci manca niente e gli operatori sono straordinari. Ma viviamo in uno stato di sofferenza, di mortificazione perché non possiamo neanche cercare un lavoro. Fra noi ci sono tanti talenti e professionalità che non possono fare altro che dormire e mangiare tutto il giorno e il tempo sembra non passare mai. Chiedo al Governo Italiano di garantire tempi più brevi per ottenere i documenti. Vogliamo sentirci utili e liberi, cerchiamo una nostra autonomia, vogliamo costruirci un futuro”. Emmanuel vorrebbe continuare a svolgere in Italia la sua attività di produttore musicale anche per portare, fuori dalla Nigeria, le esperienze artistiche che stanno crescendo nel suo Paese ma che non hanno alcuna possibilità per farsi conoscere.
Colgo l’occasione per un’ultima domanda sul tema dello ius soli: “Se davvero facessero questa Legge e io avessi un figlio in Italia non esiterei un attimo a chiedere per lui la cittadinanza italiana per garantirgli tutto quello che a me è stato negato”.
Prima di salutarci vuole farmi vedere un video che ha prodotto in Nigeria prima di partire. Vedere Emmanuel in una veste diversa da quella di rifugiato mi fa ripensare alle sue parole: ci sono tanti talenti tenuti a dormire!

«Alla ricerca di Kassim, mio salvatore»

«È stato lui a salvarmi la vita: sarebbe bello riabbracciarlo, ma non so nemmeno dove si tovi».
Mouhamed Cisse ha 18 anni, è nato e cresciuto a Daloa, una città dell’Alta Sassandria in Costa d’Avorio, a qualche chilometro dal Parco nazionale della Marahoué. Una vita difficile, trascorsa passando da una casa all’altra fino alla strada che lo ha accolto per qualche tempo. Suo padre è morto quando era molto piccolo, sua madre invece è scappata: Mouhamed non sa nemmeno il motivo.
«Sono cresciuto con mio zio – racconta tenendo costantemente una mano tra i capelli ricci – e non era un persona gentile». Accenna un sorriso e poi riprende: «No, non era affatto gentile, anzi. Mi costringeva a fare ogni tipo di lavori e mi bastonava. A volte mi impediva persino di andare a scuola e mi faceva fare i lavori più pesanti. Poi un giorno, dopo l’ennesima bastonata, ho deciso di lasciare quel posto. Non lo chiamo nemmeno casa».
Così ha iniziato a vivere per strada: per quasi un anno ha vissuto grazie alla carità di poche persone. «Non chiedevo soldi, chiedevo qualcosa da mangiare, ma la maggiorparte delle volte nessuno mi ascoltava. Ho trascorso giorni interi senza mangiare nulla».
Quel suo vagabondare lo portò all’incontro che avrebbe cambiato la sua vita. «Quando vivevo per strada conobbi Kassim, l’unico amico che abbia mai avuto. È stato lui ad aiutarmi a sopravvivere e mi ha persino pagato il viaggio per arrivare in Italia. Abbiamo affrontato l’uno accanto all’altro tutti i momenti di un viaggio difficile: anche sulla barca per arrivare in Italia eravamo seduti vicini. Fino a quando siamo giunti nel porto di Taranto: lì siamo stati separati e non ci siamo mai più visti…». Mouhamed si interrompe, forse rapito da un pensiero sulle sorti dell’amico. «Spero che stia bene. Spero che come me abbia trovato un posto bello come Costruiamo Insieme, con persone gentili che ti ascoltano. Mi piacerebbe saperlo dove sta, ma non ho nulla di lui, nemmeno il suo numero di telefono. Non so nemmeno il suo cognome…».
Il 18enne ivoriano, forse, rivede le immagini dei momenti insieme: il volto dell’amico che col passare tempo diventa sempre più sfocato. «Un giorno mi piacerebbe poter ricambiare quello che ha fatto per me. Magari quando aprirò un ristorante tutto mio e cucinerò «attieker» un piatto tipico del mio paese con il pesce, i pomodori, sale, peperoni, cipolle e olio. Anche se te lo spiego, non è buono come quando lo assaggi». Finalmente Mouhamed sorride: «Sì, mi piacerebbe fare il cuoco. Il ristorante? Lo chiamerei “Ivoriana” come una donna del mio paese e chissà, forse avrò trovato Kassim saremmo insieme in una nuova avventura».

Muhammad, vittima della prepotenza dei potenti

Ho scattato dieci fotografie prima di riuscire a ottenere un sorriso da Muhammad, richiedente asilo Pakistano di 48 anni. Ma questo non mi ha sorpreso dopo aver ascoltato la sua storia. La tristezza che traspare dai suoi occhi è penetrante, fa capire immediatamente che hai di fronte un vissuto pesante che stai per raccogliere.

“Non volevo lasciare il mio Paese e, soprattutto, la mia famiglia. Sono stato costretto a farlo” ha iniziato a raccontare senza che gli avessi fatto alcuna domanda.

Lo sguardo è rivolto verso Abbas, suo amico e connazionale al quale ha chiesto di accompagnarlo in questa intervista perché “…anche se il pomeriggio vado a scuola a Modugno ho imparato poco l’italiano e voglio che le cose che dico siano comprensibili”. Abbas, che l’italiano lo mastica ormai bene, ci affianca nel corso di tutta l’intervista.

Partendo dall’inaspettato esordio, chiedo a Muhammad per quale motivo ha abbandonato tutto per giungere in Italia: “A causa di una denuncia nei miei confronti per un problema nato dal fatto che io ero proprietario di un terreno, facevo l’agricoltore e avevo le mie macchine. Un giorno una persona è stata uccisa da un amico che era con me e hanno accusato anche me di omicidio. Avevo paura di essere arrestato e di essere ucciso”. Abbas mi spiega che in Pakistan vige la pena di morte e chi subisce una condanna per omicidio viene punito con la morte.

Chiedo di saperne di più, di capire perché e come fosse rimasto implicato in un caso di omicidio anche perché, avendolo di fronte e guardandolo negli occhi tutto poteva apparire tranne che un assassino.

“Accanto al mio terreno c’era il terreno di un membro dell’Assemblea Provinciale che voleva il mio terreno per costruirci dei negozi. Io gli ho risposto di no e lui mi ha seguito per due o tre volte. Ho parlato con alcune persone perché lo convincessero a non prendersi il mio terreno anche perché io avevo le mie figlie. Un giorno stavo andando con il mio amico Qaiser, che era seduto dietro di me, con la motocicletta: era il 3 giugno 2011 e due amici di chi voleva il mio terreno ci hanno seguiti e hanno sparato alla ruota della moto. Qaiser aveva un fucile, ha sparato e ha ucciso uno di loro. Poi siamo scappati. Per due mesi siamo rimasti nascosti mentre la polizia ci cercava. Ma Qaiser è stato arrestato. A quel punto, tutti mi hanno consigliato di lasciare il Paese, ma non avevo soldi. Ho dovuto contrattare con un trafficante con la promessa che quando li avessi avuti li avrei dati”.

Di qui il calvario di Muhammad: Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria prima di giungere in Italia dove ha fatto domanda di protezione internazionale.

Muhammad è in contatto telefonico con la moglie ma le notizie non sono buone: lui e il suo amico sono stati condannati a morte e quindi, non vedrà mai più il suo Paese. Le figlie non vanno a scuola perché non hanno soldi. Eppure c’è di più: “mi hanno tolto tutto, non ho più niente! Nessuno lascerebbe i propri figli e io sono stato costretto a farlo!” dice mentre il volto si fa ancora più cupo ricordando che una sua figlia di 9 anni, nel frattempo è morta di tumore senza cure mediche.

Tentato di chiudere qui l’intervista, gli chiedo quale futuro immagina stando in Italia: “Ogni mattina vado in cerca di lavoro. Gli operatori del Cas sono bravissimi e mi aiutano. A me non manca niente, sto benissimo qua, ma senza lavoro non posso far venire la mia famiglia. Il mio unico sogno è questo: lavorare e stare con la mia famiglia. Alla mia età vado a scuola perché ho capito che è un passo importante per stare in Italia, ma penso alle mie figlie che a scuola non ci possono andare più”.

Il Ramadan di Kindi “prego per gli amici e la città”.

«Sì, è un sacrificio, ma io sono felice durante il Ramadan: ho la possibilità di pregare per gli amici, per la città e per coloro che hanno bisogno».

Non tocca cibo né acqua da quasi un’intera giornata Kindi, ma non mostra debolezza e nemmeno stanchezza. Il Ramadan e il digiuno che prevede per musulmani è iniziato da qualche giorno, ma non ha scalfito la sua tempra. Anzi. Io so che Allah mi aiuta, è lui che mi offre la forza di portare avanti il digiuno».

Ha compiuto 18 anni lo scorso 28 maggio, il secondo compleanno che trascorre in Italia. Ha perso il padre prima ancora di nascere e sua madre la conosce a malapena. È cresciuto a Mamou, in Guinea coi nonni materni fino al giorno in cui è scappato. «Mio nonno mi voleva molto bene: mi aiutava a studiare, mi comprava i libri per studiare e anche i regali. Sempre. A mia nonna questa cosa non è mai piaciuta, non so perché. Alla fine della scuola, nel 2015: mio nonno mi fece un sacco di sorprese e mia nonna perse la testa. Iniziò a litigare sempre più forte. La rabbia della nonna era incontrollabile, mio nonno si difese, ma lei tirò fuori un coltello e lo uccise. I miei zii mi hanno ritenuto responsabile di quello che era accaduto e così mi costrinsero ad andare via».

Il suo viaggio lo porta prima in Mali e poi in Algeria e infine in Libia dove si imbarca per l’Italia. Quasi 7mila chilometri in un anno e mezzo. «Ringrazio Dio di avermi fatto arrivare qui: ho trovato un ambiente sereno e vivo in pace. Ho anche iniziato a frequentare un corso per saldatore, ma da grande farò il calciatore professionista». Dopo gli studi, Kindi si allena con la Talsano Africa United per continuare a coltivare il suo sogno. Anche in questi giorni di sacrifici, non rinuncia allo sport e alla vita di sempre. «Ho scelto io di digiunare, non me l’ha mai imposto nessuno. Come tanti cristiani che ho conosciuto e con i quali vado d’accordo: ognuno crede nel proprio Dio a modo suo e chi pensa di dover imporre le proprie idee agli altri non ha capito niente».