«Italia, a tutti costi!»

Khalid, marocchino, i sacrifici, il lieto fine 

«Nel mio Paese stavo male, famiglia numerosa, non mangiavamo tutti i giorni», racconta. Trentatré anni, musulmano, disposto a qualsiasi soluzione. «Partito con un mio amico, la fuga sotto un bus per centinaia di chilometri. Clandestino, dalla Grecia all’Albania, sfuggito a bande, finalmente il vostro Paese, i campi, un lavoro e gli esami di italiano, per chiedere cittadinanza e puntare a un lavoro stabile, fra uno o cinque anni, che importa…»

«Non è stato subito benessere, ho dovuto fare sacrifici enormi, ma alla fine essermi realizzato con un lavoro dignitoso e un contratto di lavoro, per me è stato come coronare un sogno». Khalid, trentatré anni, marocchino di Rabat, fede musulmana, un viaggio tutto da raccontare, con la paura nella testa e in tasca un centinaio di euro raccolti qui e là. Poca roba, ma restare nel suo Paese, il Marocco, non era più consigliabile. «Miei connazionali, in patria, conducono una vita decorosa, sia chiaro, ma altri, tanti altri come me, vivono male, fra molti stenti tanto che “sacrificio” è una parola che non passa mai di moda; lo dicono tutti, i miei concittadini per primi, come se si dessero speranza, e i politici, che fanno il loro mestiere: ogni anno è l’anno buono, quello del riscatto, del primo passo verso il benessere, invece…».

Ma Khaled ha una vita sola, per più di vent’anni ha vissuto fra enormi sacrifici. «Non sapevo nemmeno cosa fosse mangiare una volta al giorno, e non è che mio padre non provasse a lavorare, ma le soddisfazioni economiche erano pochissime;la  famiglia numerosa, l’assenza di una figura materna, perché mamma era morta che non avevo nemmeno dieci anni, ci aveva messo di fronte una scelta dolorosa: tentare la fortuna, partire per un Paese che potesse accogliermi, oppure proseguire con una vita avara, sempre più amara…».

Partire per l’Italia, per esempio. «E’ stato sempre il mio primo obiettivo; ogni tanto incontravo connazionali di ritorno dal vostro Paese, gente che lavorava in Italia e tornava per fare visita ai familiari rimasti in Marocco: non so fino a che punto se la passassero bene, ma molti di questi avevano un bell’aspetto, disteso, vestivano bene, avevano l’auto: sembravano americani, avete presente l’ostentare il benessere a tutti i costi?».

AUTO E DANARO, CHE INVIDIA!

America a parte, mostrare che la vita ha riservato una svolta in un altro Paese, è malattia di tutti, non solo dei marocchini “di ritorno”. E’ abitudine insita nell’uomo. «Anche io – confessa Khaled – qualche volta ho avuto questa sensazione, ma volevo pensare in maniera positiva, coltivare quella speranza – che il Cielo mi perdoni – che se ce l’avevano fatta loro, potevo farcela anche io».

Qui comincia l’avventura, diremmo in Italia. «Un centinaio di euro in tasca, la mia unica risorsa: lo so, fa ridere, con cento euro in Italia ti assicuri appena colazione per un mese, così cominciai a consultare un po’ di amici: erano in molti a pensarla come me, ma uno solo di questi, Adil, un coetaneo, assecondò il mio piano, fuggire per l’Italia e giocarci il tutto per tutto, testa o croce, o come si dice qui: “O la va, o la spacca!”».

Non c’era da stare allegri, ma il trentatreenne marocchino, ventotto anni all’epoca, ci provò. «Non è stato facile, il lieto fine era lontano da essere scritto, quello te lo devi creare con fatica e pure in queste cose devi avere una certa dose di fortuna: credo poco a questa, la fortuna, penso che il Cielo abbia già scritto la storia di ognuno di noi, così io e Adil ci facemmo coraggio e partimmo; arrivammo in Grecia, un Paese nel quale certe bande ti picchiano e ti svuotano le tasche, togliendoti denaro e dignità; la polizia fa poco e, in compenso, è molto severa». Come cadere dalla padella alla brace.

«Non stavamo sicuri nemmeno quando trovavamo un buco di casa che insieme ad altri connazionali trovati strada facendo, e altri migranti di altri Paesi, pagavamo con lavoretti saltuari: in campagna o con lavori di muratura e imbianchino; quando qualcuno di noi faceva da guardia all’esterno avvisava che qualcuno si stava avvicinando, malintenzionati, predoni o agenti di polizia, ci davamo alla macchia, raccogliendo quanto potevamo portarci assieme: al ritorno, sul posto, la scena era sempre la stessa: tutto gettato per aria o dato alle fiamme».

VIAGGIO SOTTO UN BUS!

Infine, la decisione. «Dopo un anno vissuto pericolosamente in Grecia da clandestini, io e Adil ci facemmo ancora una volta coraggio e decidemmo di fuggire ancora: non avendo soldi e temendo che ad una biglietteria o una volta su un bus, fossimo segnalati alle autorità locali, pensammo di fare una cosa matta: aggrapparci sotto a un bus e viaggiare in un modo che non mi sento di consigliare; nemmeno oggi che grazie a quel progetto sciagurato ce l’ho fatta; leggerezze che si commettono solo una volta nella vita, aiutati da quel Cielo benedetto».

Cosa dava coraggio a Khaled. «Il fatto che non sapevo dove quel viaggio breve o lungo potesse portarmi: attaccato sotto a quel bus, io e il mio amico viaggiammo per centinaia di chilometri, respirando l’irrespirabile, intossicandoci con il tubo di scappamento e disintossicandoci ogni volta che il mezzo faceva sosta: non potevamo sgranchirci le gambe o fare bisogni, il rischio che ci vedessero e fermassero era troppo alto». Fine del viaggio, Khaled. «Arrivammo in Albania, lì io e Adil trovammo una imbarcazione di fortuna, sbarcammo in Italia. Arrivammo a Napoli, nostri connazionali ci suggerirono di recarci a Foggia, lì cercavano gente che lavorasse nei campi: contratti saltuari, ma denaro vero; io che ero allenato a sacrifici ben più gravi, misi un po’ di soldi da parte».

C’è un lieto fine. «Storia lunga, ma adesso devo fare gli esami di italiano per rinnovare il permesso di soggiorno, lavoro con una certa continuità nei campi, ho grande rispetto per i miei titolari e loro hanno rispetto di me e del mio lavoro: a me e Adil ci hanno preso a benvolere, perché di storiacce e sfruttamenti ne ho sentite anche io… Voglio imparare bene l’italiano, perché il mio prossimo passo è la cittadinanza italiana e un lavoro stabile: fra uno, due, cinque anni, non importa, se c’è da fare ancora qualche sacrificio, non mi tiro indietro, ma voglio restare qua!».

«Solo chi cade…»

Kwame, guineano, venticinque anni

«Ho imparato a mie spese che anche le ferite servono a imparare. Trovai un posto di lavoro, sfruttato, mal pagato e, alla fine, insultato pesantemente. Ma gli italiani non sono tutti così, c’è un sacco di gente per bene: fidatevi, ho trovato un lavoro decoroso, i colleghi mi rispettano e siamo diventati grandi amici…»

«Gli italiani non sono tutti uguali, non appena sbarcato in Italia ho avuto problemi di ambientamento, sono stato bene accolto dal Centro di accoglienza tarantino, poi, con il carattere che mi ritrovo e che forse non aiuta così tanto, mi sono lanciato alla ricerca di un lavoro: la prima attività non è stata una grande esperienza, sono stato trattato male sotto tutti i punti di vista…».

Kwame, guineano, venticinque anni, orfano di papà, mamma e due sorelline in patria, racconta la sua prima esperienza di lavoro nella nostra provincia. Poi glissa, prova a cambiare argomento. Non gli va di parlare di quella breve storia, così umiliante che prima la dimentica meglio è. E, invece, insistiamo, il rispetto nei suoi confronti e la rivincita sua e dei nostri ragazzi deve essere il nostro pane quotidiano.

«Come mi capitava spesso di vedere mentre giravo in città – accetta di parlarne il venticinquenne guineano – miei connazionali, ma anche fratelli di altri Paesi africani, giravano per negozi, attività commerciali per chiedere se ci fosse lavoro per loro, anche saltuario: c’era già chi lavorava al mercato, in un ristorante o in una pizzeria, chi in un supermercato; anche io mi feci coraggio e cominciai a girare per chiedere lavoro…».

Primo impatto, traumatico. «Parlo bene il francese, l’italiano lo capisco abbastanza bene; certo, per comprendere la vostra lingua devo pensare per qualche istante, per tradurlo bene in mente, ma poi so anche farmi comprendere: quella volta non fu molto bello, ma capisco anche una certa seccatura: “Senti, amico mio – mi rispose il titolare di un ristorante-pizzeria – sei già il terzo che passa da qui stamattina, tutti neri come te, non ce la faccio più: andate a lavorare nei campi, lì c’è bisogno di gente che vuole lavorare, vi alzate alle quattro del mattino, andate nei campi e alle due avete finito…”; il primo colloquio di lavoro non era stato incoraggiante, ma non mi detti per vinto fino a quando, un altro signore, il titolare di una trattoria, non mi disse: “Mi sembri un ragazzo per bene, vieni domani mattina, ho per te un lavoro da lavapiatti; anche io ho cominciato da lì, più avanti potresti cominciare a fare l’aiuto cuoco, a stare prima fra i fornelli e poi fra i tavoli”».

 

PRIMA UNA CAREZZA, POI…

Detto così, una prospettiva più che incoraggiante. «Mi accorsi più in fretta del previsto che quel signore non era così tanto per bene come mi era sembrato a prima vista, cioè educato, sorridente, disponibile; un lavoro massacrante, da mattina a tarda sera, a lavare stoviglie, sgrassare posate, pentole e pentoloni, pulire per terra, portare al lavaggio le tovaglie e sostituirle con quelle pulite; il titolare, quello sorridente, aveva cambiato strategia: non faceva che urlarmi, dovevo sbrigarmi, darmi da fare perché i clienti erano prossimi ad arrivare a pranzo e cena».

Primo contrattempo. «I miei seicento euro – ricorda Kwame – non arrivavano mai, era passata una quarantina di giorni, ma non vedevo un euro: un acconto di cento euro, poi più avanti altri cinquanta euro… Era chiaro che non mi volesse più dare la somma pattuita se avevo raccolto appena trecento euro nei primi due mesi: lasciai, non era il caso continuassi, feci in modo che mi cacciasse, mi dette altri cento euro, fui minacciato e andai via. “E non farti più vedere!” e tante altre cose appresso, che ho voluto dimenticare».

Ma per fortuna, diceva il ragazzo guineano, non tutti sono così. «Qui ho imparato la saggezza popolare di frasi come “Si chiude una porta e si apre un portone”, per questo dico che la gente non è tutta uguale: ancora un ristorante-pizzeria e subito un contratto da ottocento euro e, soprattutto, ore di lavoro umane e massima puntualità nello stipendio; facevo turni settimanali, una volta al mattino fino all’ora di pranzo, la volta successiva dal primo pomeriggio all’ora di cena… Poi, nei mesi successivi, anche un piccolo aumento; ecco perché non sono tutti uguali…».

 

…LA SBERLA!

C’è qualcosa che brucia dentro, Kwame. «Da quando cominciai a chiedere i soldi che mi spettavano – dice, ripensandoci, gli occhi lucidi… – iniziò contro di me qualsiasi tipo di offesa, la cosa più grave – per me, igienista convinto – era che non avessi cura dell’igiene personale, così il titolare, spalleggiato dal suo più stretto collaboratore, mi diceva che dovevo lavarmi e mettermi tanto deodorante, perché mentre sistemavo i tavoli un cliente aveva detto – ma ci credo poco… – che puzzavo: una grande umiliazione; dicevano che avrei dovuto lavarmi con il detersivo, sfregarmi con la spugna dalla parte della retina… questa cosa, insieme con i pagamenti che non arrivavano mai, mi fece capire che era meglio cambiare aria».

«Ora da due anni – dice il giovane guineano – lavoro in questo locale, ho degli colleghi in gamba con i quali ho anche un rapporto fuori dall’ambiente di lavoro; penso di essere rinato: è proprio vero, chiusa una porta si apre un portone e poi ho anche imparato che “La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta”».

Condividiamo. Anche se non crediamo sia stato un nostro saggio ad averla pronunciata questa frase. Appartiene più alla cultura orientale. Comunque, il senso è identico. Tanta fortuna, Kwame.

«Vuoi cioccolata?»

Adler, ritrova i bambini cui salvò la vita

Durante la guerra, Bruno, Mafalda e Giuliana, si erano riparati in un cesto. Il militare americano non si dava pace, voleva “riabbracciarli” anche se attraverso il web. Una laboriosa ricerca, poi l’incontro virtuale. La commozione e quella frase d’affetto che sciolse la conversazione fra l’uomo e i tre fratellini. Un giornalista-scrittore, Matteo Incerti, ha dato il via alle ricerche. E tutto è bene…

Dopo settantasei anni quattro amici, un ex soldato americano e tre ex bambini, fratellini, oggi evidentemente in avanti con gli anni e, fortunatamente tutti vivi e vegeti, si rincontrano. Si riabbracciano virtualmente. L’uno, Adler, degli altri, Bruno, Mafalda e Giuliana, aveva perso le tracce. Da anni aveva questo chiodo fisso, ne aveva parlato più di una volta, negli anni, con gli amici, fino a quando non ha insistito nel raccontare la sua storia alla sua badante. «Voglio capire cosa stiano facendo quei tre bambini diventati adulti, cui ofrrii della cioccolata!».

Così, per una volta svoltiamo. Vale la pena raccontare una storia come questa. Tocca tutti da vicino, ma viene da lontano. Lontano negli anni, lo scenario è tutto italiano. E’ una scheggia di umanità che viene fuori dalle pieghe di una guerra che non conosce sentimenti, quando a volte le pallottole diventano “fuoco amico”.

Il ricordo di una cesta e due vecchie foto scattate in una piccola località di Monterenzio (Bologna). Testimoniano uno dei pochi momenti di umanità in un’epoca che di umano aveva poco o niente. In mezzo, un buco di settantasei anni, un lasso di tempo all’interno del quale le vite di quattro persone sono andate avanti, ognuna per la sua strada.

Fino a quando, questione di giorni, l’ex soldato americano Martin Adler, novantasei anni, originario del Bronx, si è ritrovato faccia a faccia (sullo schermo di un computer) con Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi, rispettivamente di ottantatré, ottantadue e settantanove anni. Li aveva visti per la prima e unica volta nell’ottobre del ‘44, quando aveva vent’anni e combatteva sulla Linea Gotica.

MITRA IN PUGNO, CHE PAURA!

Un giorno, insieme al suo compagno d’armi John Bronsky, entrò mitra in pugno in un’abitazione dell’Appennino tosco-emiliano. Da una grande cesta provenivano strani rumori: i due militari del Trecentotrentanovesimo reggimento U.S.A. erano già pronti a fare fuoco, quando una donna corse loro incontro urlando «Bambini, bambini!». Ne uscirono tre fanciulli, due femminucce e un maschietto. E i due militari, sciogliendosi per l’emozione, chiesero il permesso alla mamma dei piccoli di farsi una foto con loro. Un breve momento di felicità, in un’epoca di orrori: non molto lontano da lì si consumò l’eccidio di Monte Sole.

Per settantasei anni le foto di quella minuscola “tregua” dall’incubo quotidiano della guerra sono rimaste in un cassetto dall’altra parte dell’Atlantico. Finché Adler non ha deciso di mettersi alla ricerca dei bambini, aiutato dalla figlia Rachelle. Non conosceva i loro nomi e non sapeva nemmeno il nome del paese in cui si trovava. Ma col suo appello social, che ha raccolto migliaia di condivisioni e commenti, è entrato in contatto anche con Matteo Incerti, giornalista e scrittore reggiano che già in passato ha aiutato persone a mettersi in contatto e riacceso i riflettori su storie quasi dimenticate (l’ultimo libro è “I pellerossa che liberarono l’Italia”).

E BRUNO SENTI’ IL “TG”

Le indagini sono state rapide. È stato Bruno Naldi, il più anziano dei tre fratelli, ad essere raggiunto dalla notizia della ricerca considerata «impossibile»  da tg e stampa: ricordava di soldati americani che presero lui e i fratellini in braccio, donandogli anche dei dolci. E sua sorella Mafalda, in quella foto, si era riconosciuta subito. Bruno ne ha parlato con un suo amico, la cui badante ha poi scritto a Incerti. Chiudendo un cerchio larghissimo. La casa di Monterenzio è ancora in piedi, ma i Naldi non ci vivono più da tanto. Si trasferirono a Castel San Pietro (Bologna) nel ‘53 e vivono ancora lì. Mamma Rosa, che quel giorno gli salvò probabilmente la vita e poi li volle vestiti da festa per la foto con i militari, è morta vent’anni fa.

I tre fratelli, invece, ci sono ancora e in questi giorni hanno incontrato, in videoconferenza, Adler. Il vecchio soldato, alla notizia del ritrovamento, non stava più nella pelle. E oggi come allora, appena partito il collegamento chiede: «Ciao bambini! Vuoi cioccolata?». A raccontarlo è Incerti, nel ringraziare chi in questi giorni ha diffuso la richiesta d’aiuto del soldato Adler: «Come insegnano i miei amici nativi ojibwa e cree il segreto della vita è condividere, perché siamo tutti sull’orlo del tamburo».

«E il sogno diventò incubo»

Fabio, da divo del calcio a panettiere e taglialegna

«Quando sei giovane e diventi un idolo, guadagni tanti soldi. Li spendi tutti insieme, ti fai trascinare negli eccessi. Quando vuoi uscirne è troppo tardi, ma l’affetto della famiglia è importante. Vorrei insegnare ai ragazzi a fare attenzione e non commettere i miei stessi errori»

Fabio, quarantasei anni e un sogno che si infrange contro gli eccessi di una dolce vita. Una di quelle che capitano ad attori e calciatori “per un giorno” ci verrebbe da dire, se la vita di Fabio Macellari, idolo di Lecce, Cagliari, per un po’ di Bologna e, perfino, Inter, non fosse durata anche più di quel fatidico “giorno”. Pressioni e distrazioni, purtroppo per Fabio, sono state tante, così la vita gli è cambiata. E di brutto, pure.

Una vita più che da mediano, da cronista del calcio, e non solo. Diventa mestieraccio quando annoti storie macchiate da doping interpretate spesso da ragazzi belli, prestanti, come fossero semidei, ma che falliscono dagli “undici metri” la realizzazione della vita.

Semidei. Per certi versi, lo sono anche. Se non sei un campione, dentro e fuori, tutto dura dieci anni, non di più. C’è il dimenticatoio ad attenderli al varco, per fagocitare i più deboli. Se hai giocato al calcio e hai allacciato buone relazioni diventi opinionista in una “pay” o in una tv nazionale; se non sei un “pr” nato, allora, per bene che vada, ripieghi sulla tv locale. Altrimenti, altrimenti scrivi un libro. E se pensi che il tuo insegnamento non interessi nessuno, consegni le tue memorie a grappoli da un qualsiasi social. E i vecchi compagni di squadra, quelli più scaltri, quelli che fanno tv, vengono pure a cercarti, a stanarti, farsi raccontare la tua storia, per poi sparire. Buoni quelli…

LA FORTUNA NON E’ ETERNA

I campioni svoltano. E gli altri, le centinaia di ragazzi che fanno la trafila Allievi, Primavera e Prima squadra, che fine fanno? Sono un esercito. Qualcuno completa il ciclo di studi, altri, avveduti e consapevoli che la storia non sarà a lieto fine, si fermano al primo posto di lavoro decoroso, qualsiasi esso sia.

Dunque, una vita da cronista. Quella che se fai non solo con la testa ma anche con il cuore, come il mediano del prato verde, ti porta ad osservare con attenzione quello che accade oltre la fascia che traccia il centro del campo. Quella che ti invita quasi a domandarti se dopo quello spartiacque c’è vita, e se c’è e non è patinata, che vita è. Così, provi ad essere un buon interditore, studi, ti applichi, entri con discrezione nella vita di un artista della “pelota”. Tante volte basta un gol a cambiare la storia di uno di questi attori della domenica, a far firmare un contratto importante, il che significa soldi a palate. Contratti che fanno pensare che il «tutto e subito» di morrisoniana memoria sia arrivato e che, peggio, possa essere «per sempre».

C’era un ragazzo che come noi amava il calcio e le platee. Quella gente disposta ad applaudire fino a spellarsi le mani, ma anche a dimenticarti il giorno dopo, quando applaudirà un nuovo idolo. Quello stesso pubblico che dagli spalti applaudiva alle giocate in campo e perdonava gli eccessi all’esterno del perimetro di gioco. Poi arriva il bivio. Non sempre un “testa o croce” indolore.

Insomma, Fabio. Ottimo calciatore, grande uomo. Non è da tutti fare outing e provare ad essere di esempio a quanti, come lui, hanno creduto in un sogno, poi diventato incubo. «I soldi – confessa – buoni quelli, vengono a trovarti in tanti, tutti insieme e quando meno te lo aspetti, vanno via, senza preavviso: brutta cosa quelli, i soldi: io ne ho speso gran parte in alcol, donne e macchine sportive, il resto l’ho sperperato», raccontava una volta un grande come George Best. Più o meno quello che ha spiegato Macellari, ex terzino di Cagliari, Inter e Bologna in tv e sulla stampa. Come, dopo aver speso tutti i soldi guadagnati con il calcio, adesso si divide fra l’attività di panettiere e taglialegna.

VIA TUTTO, SOLDI E CARRIERA

Non si nasconde, Fabio. E’ intervenuto nella sua vita in tackle, in modo severo, anche troppo. Del resto, Macellari ha fatto solo male a se stesso. «Ammetto, mi sono divertito al punto che servirebbero quattro vite a una persona normale per spassarsela come ho fatto in quegli anni, ma quel modo di fare mi è costato carissimo». Una volta tanto potrebbe essere autoindulgente, invece è sincero fino in fondo. Vuole aiutare il prossimo, quei ragazzi che giocano al calcio e che in un amen diventano divi della tv. «In un attimo ho buttato via tutto, soldi e carriera: certi atteggiamenti, potessi tornare indietro, li cambierei e di corsa».

Macellari, cinquantasei anni, nasce a pochi chilometri da Milano. Decolla a Cagliari, passa all’Inter, gioca con Ronaldo, diventa amico di Laurent Blanc, ammette pubblicamente di aver fatto uso di sostanze stupefacenti.

Fra le cose raccontate in questi anni. «Uscivo con gli amici, facevo notte, rientravo al mattino, arrivavo tardi agli allenamenti; passare alla droga è stato un attimo». Ad aiutarlo a rialzarsi è stata la sua famiglia. «Quando sei giovane – spiega Fabio – non ti rendi conto della fortuna che hai perché guadagni tanto: la bella vita  che vedo fare oggi agli influencer è un po’ quella che ho fatto io; in discoteca offrivo a tutti, sperperavo senza rendermene conto: ho sempre speso per gli altri».

Poi, non sei al banco di un bar, al tavolo di un ristorante, la vita ti presenta il conto. «Quando smetti di giocare i soldi finiscono – confessa Macellari – cerchi di mantenere quello stile di vita e la droga e le sostanze stupefacenti di portano a questo: ci ho sbattuto la testa, ma mi ritengo fortunato per avere avuto il sostegno della famiglia e ricominciare a lavorare. Comincia una seconda vita, del resto o fai così o muori».

FRA PANETTERIA E LEGNA

Oggi, divorziato dalla moglie, ha un figlio e vive nel suo casale a Bobbio, nel Piancentino. Aveva tentato la carriera di allenatore subito dopo aver smesso di giocare, ma ha lasciato definitivamente il calcio. Cosa fa oggi, Fabio, campione di umiltà. «Il panettiere e il taglialegna – racconta – ma, attenzione, il panificio non è mio, io ci lavoro quando ci sono i miei amici; non riesco a stare fermo: se non sono al panificio, sono su un trattore, in montagna, a tagliar legna». A fare legna, come si dice nel calcio di quei giocatori che, forse, non avranno grande tecnica ma hanno un gran temperamento.

Fabio ha un desiderio. Non è da tutti, per questo il cronista non può che apprezzare le spiccate doti di altruismo. «Mi piacerebbe lavorare con ragazzi – conclude – ma così, per trasmettergli tutto quello che ho vissuto; certo, vorrei lavorare in serie A, ma considerando il mio passato e gli errori commessi mi sembra difficile pensarlo; ho la coscienza a posto, però, faccio un’altra vita oggi». Macellari aspetta che qualcuno torni a fidarsi di lui. E un uomo che compie un simile atto di coraggio, merita una seconda chance. Merita di battere per la seconda volta un calcio di rigore. Prendere quella rincorsa dagli undici metri e trasformare quel penalty. Forza, Fabio.

Dumas, il generale nero

Primo ufficiale di colore della storia, ispirò “Il Conte di Montecristo”

La prigionia a Taranto, altro che fortezza d’If. Tom Reiss, scrittore e studioso, pubblicò il best seller “The Black count”. Visitò la città e il Castello aragonese nel quale il papà dello scrittore francese più celebrato dell’Ottocento, fu recluso con infamia nel 1799. Un convegno, una mostra, il lavoro quotidiano dell’Ammiraglio Francesco Ricci, l’impegno del giornalista Tonio Attino, le illustrazioni del disegnatore Nico Pillinini. 

Alessandro Dumas, un convegno e una mostra, forse permanente, nel Castello aragonese di Taranto per celebrare il primo generale nero della storia. Cosa ci fa un nome così roboante, che per similitudine riporta a due miti della letteratura francese come il Conte di Montecristo e D’Artagnan, affianco a una fortezza, onore e vanto di una città che con il suo più grande attrattore turistico guarda al dopo-industria?

Presto detto. Curioso scriverlo, considerando che per duecento e passa anni questa storia è stata tenuta neanche troppo segretamente in un cassetto. Non fosse stato per l’ammiraglio Francesco Ricci, appassionato di storia e archeologia, e Tom Reiss, grande scrittore, tanto da essersi guadagnato il premio Pulitzer per il romanzo “The Black count”, il Conte nero, in Italia pubblicato con il titolo “Il diario segreto del Conte di Montecristo”, non avremmo saputo dove collocare Alexandre Dumas. Dumas, il primo generale nero, nominato da Napoleone Bonaparte che per lui nutriva grande ammirazione. Un nero, all’epoca, per meritarsi un simile riconoscimento sul campo, doveva aver faticato dieci volte di più rispetto agli altri ufficiali.

DA RICCI AD ATTINO…

Merito anche del giornalista Tonio Attino, che cinque anni fa per il Corriere del Mezzogiorno, raccontò in settemila battute quanto riportato nel libro di Reiss, un tomo di 540 pagine, tutte lette, senza tralasciare punti, virgole e sciabolate. E, in luogo di confessione, diciamola proprio tutta, fino in fondo: non ci fosse stato Alexandre Dumas figlio, dalla cui fantasia scaturì la storia di Edmond Dantes, il Conte di Montecristo, staremmo a parlare dell’imponente manufatto, dei centomila visitatori annuali, di cose dall’alto spessore culturale, di scavi infiniti che riportano alla luce reperti che ricostruiscono una storia lunga secoli e secoli. E poi, il quotidiano alzabandiera, canne da pesca e dilettanti con vista sul Canale navigabile, che spesso saluta navi e la nave-scuola “Amerigo Vespucci”.

Dunque, lunga vita al romanzo dei romanzi, ai premi Pulitzer, agli ammiragli e a giornalisti e disegnatori, come Nico Pillinini, che proprio non sanno farsi i fatti loro e, anzi, vanno andati oltre, fornendo spunti, organizzando convegni, mostre e assegnando a Taranto il ruolo da protagonista in un romanzo che nessuno avrebbe osato interpretare. Grazie, dunque, in ordine di apparizione, a Dumas padre, Dumas figlio, Ricci, Reiss e Attino.

Era il 18 gennaio 1797. «Ho appreso che il somaro che ha il compito di relazionarvi sulla battaglia ha dichiarato che sono rimasto in osservazione durante quella battaglia. Non gli auguro di trovarsi nello stesso genere di osservazione, perché si cacherebbe nei pantaloni», scrive Tonio Attino sul Corriere del Mezzogiorno che fa “panino” con il Corriere della sera. E il giornalista che ha scritto libri e pubblicato anche Stampa e Quotidiano, prosegue nella descrizione del personaggio-Dumas, uno forte nel carattere quanto nei muscoli.

A TARANTO, DUE ANNI DI PRIGIONIA

«Anche quando si rivolgeva al suo capo supremo, Napoleone, il generale Thomas-Alexandre Dumas – così, per esteso, all’anagrafe – mostrava il suo carattere di grande condottiero; alto un metro e ottantacinque, formidabile spadaccino, Dumas fu non soltanto il primo generale nero della storia. Fu il vero Conte di Montecristo. La sua parabola si concluse in una cella del Castello di Taranto. Catturato dai sanfedisti nel 1799 dopo un naufragio, Dumas ne entrò forte, baldanzoso, sprezzante. Due anni dopo ne uscì guercio, sordo da un orecchio, zoppo». La prigionia, tremenda, di quelle riservate ai ribelli di pensiero e condannati con accuse infamanti. «Una paresi aveva immobilizzato la parte destra del suo volto. Benché fosse scampato miracolosamente a più tentativi di avvelenamento, la sua vita finì praticamente qui. Si reggeva su un bastone. Aveva trentanove anni. Il figlio scrittore – Alexandre Dumas – si ispirò al papà per il personaggio di Porthos nei “Tre Moschettieri” e descrisse nel “Conte di Montecristo”, il più grande romanzo d’appendice dell’Ottocento, la penosa prigionia di Taranto».

Le ricerche dello scrittore Tom Reiss, con il suo “Conte nero” vincitore del Pulitzer, fu anche ospite a Taranto. «Edmond Dantès – scrive Attino – era in realtà il padre, il generale Dumas. Il castello d’If, nel Golfo di Marsiglia – la terrificante prigione di Dantès – era il Castello di Taranto. La cella in cui 215 anni fa (oggi 221, l’articolo risale a sei anni fa…) s’inabissò la leggenda dell’ufficiale più ammirato dell’esercito napoleonico è, oggi, una saletta grande cinque metri per dieci destinata all’accoglienza dei turisti nel Castello aragonese».

«Grazie, perché…»

Balvir, indiano, da Laterza a Bari, oggi a Reggio Calabria

Tutto in un giorno. Licenziato, mentre fuori nevica, trova il sostegno di una comunità. Una consigliera comunale prenota un b&b, poi il modo di rifocillarlo. Il ragazzo, che parlava un discreto italiano, impara a scrivere e sul social comunica il suo sentito ringraziamento ricordando quella fredda sera del gennaio 2017.

Italia e per un breve periodo impegnato a Laterza, pochi chilometri da Taranto. Si spende in un’attività lavorativa con una piccola società che non appena può fare a meno del suo contributo non ci pensa su due volte a dargli il benservito.

Non entriamo tanto nel merito del suo rapporto di lavoro, puntuale o con qualche falla qua e là, quanto nelle modalità che hanno visto il protagonista di questa storia d’amore (e per certi versi di ingratitudine), in mezzo ad una strada, in un Paese straniero e per giunta nel giro di poche ore.

Una decisione unilaterale. Assunta dal suo datore di lavoro, a dispetto di norme che evidentemente non erano scritte, forse sostenute da una sola stretta di mano. «Mi spiace, non c’è più lavoro, caro Balvir tornatene a Bari, è da lì che sei venuto…». Sembra uno di quei concorsi televisivi nei quali l’animatore spiattella in faccia al concorrente malcapitato frasi del tipo «Balvir, la tua esperienza finisce qui!».

Entriamo, invece, nell’episodio specifico: le modalità sul licenziamento in tronco del ragazzo di origine indiana. «Licenziato!». Si fa presto a dire «…era nel mio pieno diritto». Forse le cose non stanno proprio così. Un datore responsabile avrebbe potuto tenere un solo giorno in più la mano sulla coscienza, aspettare almeno che quella sera smettesse di nevicare (è il gennaio 2017) e poi prendere la sua decisione. E, invece, Balvir, «…la tua avventura finisce qui!».

«VOLEVO DIRE “GRAZIE!”»

Il ragazzo con zainetto a tracolla, di colpo si sente smarrito. Laterza è una bella cittadina, famosa in tutta Italia per il suo pane di denominazione di origine controllata, gente di sani princìpi e disponibile verso il prossimo. Ha dei politici che manifestano subito sensibilità e solidarietà. Un piccolo, ma significativo gesto lo compie Sabrina Sannelli, all’epoca dei fatti – come si usa scrivere in casi come questi… – consigliere comunale, oggi assessore.

Secondo il racconto puntuale di un collega, il politico locale non ricorda neppure l’episodio. A Laterza come in tutto il Sud regna un antico adagio, qualcosa di simile al «Fai bene e scordatene». Quando hanno ricordato l’episodio all’assessore, questa ha prima fatto mente locale, poi manifestato soddisfazione per come era finita quella storia.

Il lieto fine è lo stesso Balvir a scriverlo. «Volevo dirle grazie!». E ti pare poco, di questi tempi, dove spesso la riconoscenza, in primis quella dei datori di lavoro – non tutti, sia chiaro… – va a farsi benedire nello spazio di un amen? La gratitudine è una moneta che scarseggia, specie in un periodo parente stretto del «Si salvi chi può!».

«Balvir, chiese aiuto al Comune – ricorda oggi l’assessore – e l’Amministrazione gli trovò un b&b perché dormisse al caldo per poi partire all’indomani con più calma e sicuramente rigenerato: trovata la sistemazione, gli feci portare una pizza, perché Balvir mettesse qualcosa nello stomaco: l’avrei fatto con chiunque, non faccio differenza fra un amico e un estraneo…». Un gesto del quale, ripetiamo, il politico con delega amministrativa aveva perso traccia. Perché è così che dovrebbe agire chiunque nei confronti del prossimo, sia questo inquilino della porta accanto o un ragazzo venuto da un Paese lontano (seimila chilometri!) in cerca di futuro.

«ADESSO SCRIVO ITALIANO»

Balvir, dunque, ringrazia. «Non è che abbia trovato il tempo solo adesso – in sostanza il suo sentimento di riconoscenza – esprimo la mia gratitudine ora che ho imparato a scrivere quell’italiano che stavo imparando in fretta». Il ragazzo non voleva fare brutta figura. Avrebbe potuto farsi aiutare, comporre una frase di circostanza, prenderne una in prestito – come fanno spesso i leoni da tastiera – con manovra da copia e incolla. Balvir, invece, tira fuori quel «grazie» dal profondo del cuore. E trova un attento cronista a raccogliere la notizia data attraverso uno dei tanti social, riprenderla e pubblicarla attraverso quaranta righe sulla carta stampata.

Attraverso quello stesso social il ragazzo indiano ha informato chi lo stesse leggendo in quel momento che non vive più a Bari. Oggi risiede a Reggio Calabria. Non spiega in quale lavoro sia impegnato, se sta bene o così così. Balvir è un ragazzo alla ricerca di un impegno a misura d’uomo. Lui, come molti ragazzi stranieri che vengono in Italia alla ricerca di speranza e lavoro, sanno anche accontentarsi, quando invece a lui e ad altri nelle sue stesse condizioni, fosse riconosciuto il giusto.

In questi anni, da queste pagine abbiamo raccontato spesso storie di ragazzi sfruttati, ricattati, ridotti in schiavitù. Non solo drammi, anche qualche finale decoroso, sempre pochi; pure storie di datori di lavoro che hanno fatto la fortuna dei loro dipendenti venuti dall’Africa, dall’Asia, dal Sudamerica.

Un sospiro di sollievo, insomma, per Balvir. E per quanti si spendono per la comunità in un momento legato a pandemia e crisi economica. Storie come questa di sicuro aiutano. Aiutano a conoscere le persone e il tessuto sociale nel quale viviamo. E sono queste le storie che rendono orgoglioso un territorio, fanno la felicità di chi appartiene a una comunità dal cuore grande.

«Quel Ponte ci ha uniti!»

Isabel, boliviana, trentasei anni, racconta un addio

«Raccontai bugie a mio figlio, mentre il papà partiva per l’Italia. Prima un lavoretto da meccanico, oggi da trasportatore. Era il momento di raggiungerlo in Italia. Da Taranto la prima cartolina con il Canale navigabile e il castello. Mio figlio, la scuola e il calcio, finalmente Carlos adesso sogna»

«E’ stata una decisione sofferta, i primi tempi è stata dura sopportare la separazione da Juan, mio marito, la mia sofferenza è stata doppia: intanto perché amo mio marito, poi perché mio figlio, Carlos, aveva dovuto salutare il papà all’età di sei anni senza sapere quando lo avrebbe riabbracciato: anche questo, per me, è stato motivo di grande dolore».

Isabel, trentasei anni, immigrata boliviana, ma ormai integrata nel nostro tessuto sociale, si racconta. Tira finalmente un sospiro di sollievo. Pensa ai giorni del distacco. Il solo pensarlo, ancora oggi, le provoca sofferenza e due occhioni neri lucidi. «Ho ancora in questi occhi l’immagine di mio figlio mentre saluta il papà, le piccole bugie che io e mio marito in quel momento gli stavamo raccontando per evitare che il ragazzo rimpiombasse nella tristezza: gli avevamo detto che papà partiva, trovava lavoro e casa subito e poi ci avrebbe chiamati: non si scherza con i figli che si separano dai genitori; avrei potuto venire anche io in Italia, lasciando il piccolo con mia madre, ma non ci ho pensato un solo attimo, il distacco sarebbe stato più doloroso per tutti: o ti raggiungo con lui, dissi un giorno al telefono a mio marito, oppure resto qui, in Bolivia, nel mio piccolo villaggio insieme con Carlos».

Anche Juan, che nel frattempo era riuscito a farsi stimare, prima con piccoli lavoretti da meccanico, tempo dopo trovò un lavoro migliore e più sicuro. «Oggi fa il trasportatore, un’attività di grande responsabilità: anche se con il Covid è diventato tutto più complicato, il suo lavoro riesce a farlo lo stesso; certo, ha dovuto rinunciare a una parte del suo guadagno, perché compie meno viaggi rispetto al periodo precedente i due lockdown, ma si vive, anche se fra mille sacrifici: l’importante è essere tornati insieme».

IMPARIAMO DAI PICCOLI…

Carlos pare si sia ambientato. «Prima le elementari, poi la scuola media – dice Isabel – anche lui avverte il disagio provocato dal virus, ma è lo stesso per i suoi compagni di classe con i quali ha stabilito un ottimo rapporto; i ragazzi non si complicano la vita come invece fanno i grandi, mio figlio ha imparato bene l’italiano – io stento ancora un po’ – ma poi c’è una cosa che mette d’accordo tutti i ragazzi di questa età: il pallone; mio figlio è un appassionato di calcio, dei campionati sudamericani e degli assi del calcio che giocano in Italia e nel resto dei campionati europei; poi, oggi, con internet ci vuole poco a seguire le partite di calcio della Primera Division; tifa per il Bolivar, mentre in Italia tiene per la Juventus; conosce le formazioni a memoria e con i compagni di classe gioca al fantacalcio».

Isabel racconta il suo inserimento nel mondo del lavoro. «Con mio marito ne abbiamo parlato – dice – lui non poteva sopportare tutto il peso della famiglia: lo stipendio è discreto, facciamo economia, ma anche io dovevo impegnarmi, fare lavori per portare a casa qualche soldo; oggi posso ritenermi soddisfatta, faccio la domestica a casa di tre diverse famiglie, due imparentate fra loro, una terza trovata di recente e non lontana da casa mia: credo sia stato il mio carattere, quella che qui chiamano “serietà”, a convincere la gente a darmi piena fiducia; dopo tanta sofferenza comincio a riappropriarmi della felicità».

C’è ancora un rammarico nel cuore di Isabel. «Sono sincera, sono due le cose che mi intristiscono e non saprei quale mettere al primo posto: il distacco dalle nostre famiglie, di sicuro, anche se i nostri “cari” li sentiamo quando possiamo al telefono oppure con videochiamate; non c’è un gran segnale nella zona del villaggio nel quale abitano i miei genitori e quelli di Juan, ma alla fine riusciamo a parlare, dire delle cose: Carlos è un piccolo mago del computer, allora si collega nel tardo pomeriggio approfittando del fuso orario (Italia cinque ore avanti rispetto alla Bolivia, ndc) e così ci vediamo, parliamo, ci salutiamo; Juan è spesso in viaggio, ma ogni tanto anche lui partecipa a queste lunghe chiacchierate: stiamo vedendo i nostri nipoti crescere e i nostri genitori invecchiare…».

…MA IL COVID CHE SCIAGURA!

L’altro dispiacere che prende il cuore di Isabel. «Questo maledetto virus – conferma – sta condizionando e addolorando la vita di ognuno di noi; noi prendiamo il massimo delle precauzioni, indossiamo la mascherina, ma non possiamo fare a meno di preoccuparci o soffrire quando sentiamo che la pandemia sta condizionando la vita degli esseri umani; due mesi fa, il papà di una signora per la quale faccio le pulizie di casa è venuto a mancare: è stato colpito dal virus; soffriva di crisi respiratorie, ma riusciva a curarsi, purtroppo per lui e tanta altra gente, come leggo dappertutto, i contagi sono stati fatali: ecco l’altra mie sofferenza. Se poi a questo aggiungiamo che anche il lavoro che fa mio marito è discontinuo rispetto a un po’ di mesi fa, ecco che il motivo di rammarico non è solo quello della distanza fra noi tre e i nostri familiari».

Un breve passo indietro. Guarda al passato Isabel e tira, al tempo stesso, un piccolo sospiro di sollievo pensando alla posizione raggiunta oggi. «Riusciamo a farci bastare il nostro, noi che sappiamo cosa siano i sacrifici e la lontananza: ci sono comunità boliviane sparse un po’ ovunque, il più verso il nord dell’Italia, ma oggi, io Juan e Carlos, ci troviamo bene qui a Taranto; se mi chiede la cosa che più mi emoziona di questa città, non ho difficoltà ad ammettere il Ponte girevole: la prima cartolina che ci ha spedito dall’Italia il mio Juan, raffigurava il Canale navigabile, dunque il Ponte e il Castello; penso sia il simbolo della città che noi amiamo quanto amiamo La Paz: quando in tv sentiamo il nome di una delle due città ci batte forte il cuore. E’ come se questo Ponte ci avesse uniti, stavolta per sempre!».

«Non ci resta che…»

Nistor, romeno, trentasei anni, vive di elemosine

«Tornare in Romania, in Italia si sta meno peggio, ma i figli rimasti a casa crescono. Mamma ha un problema al cuore, occorrono cinquemila euro per una operazione. Abitavamo in una baracca, poi abbiamo preso in affitto una casetta, un problema arrivare a fine mese. Chiedo pochi spiccioli davanti ai centri commerciali, mia moglie sugli scalini delle chiese: ma i fedeli scarseggiano…»

 Trentasei anni, Nistor, arriva in Italia, a Taranto, dalla Romania, insieme con la moglie, trentatré anni. Nel suo Paese ha lasciato due ragazzi, ha l’espressione triste, di uno che deve averne passate tante, anche se a volte si contraddice. Sorride, comprendendo di aver commesso una gaffe. «In effetti, elemosinare e dire che da quello che raccolgo grazie alla generosità dei tarantini compro appena un panino e delle sigarette, non è il massimo…».

Allora, Nistor, perché non cercare un lavoro, anche mezza giornata. Quantomeno impegnarsi, piuttosto che continuare a stare in una casa un po’ diroccata, senza un contratto di affitto a duecento euro al mese. «Non sempre riusciamo a dare questa cifra al proprietario che, piuttosto che tenere sfitte case così, due stanzette, le mura umide, un bagno in un metro, ogni tanto sorvola».

Prima era peggio, ci spiega. «Appena arrivato ho costruito una baracca, giusto per stare al coperto con mia moglie; poi abbiamo trovato un signore che ha una serie di piccoli appartamenti: è stato chiaro, “Se vedo che non volete saperne di pagare l’affitto, vi chiedo di lasciare casa, con le buone…”». Altrimenti, Nistor? «Penso chiami la polizia per farci andare via; viviamo da qualche anno sul filo del rasoio: se non mettiamo insieme quei sei, sette euro al giorno, rischiamo di fare le valigie: valigie, bella parola; in realtà siamo arrivati a Taranto con bustoni di plastica, dentro qualche vestito un po’ più caldo per l’inverno, due tegami, qualche posata, nient’altro… Ah, sì, la speranza!».

«GIUSTO UN PANINO…»

Duole chiederlo: proprio necessarie le sigarette? Magari chi non ha la dipendenza dal tabacco risulta più semplice “smettere”, fare cioè economia. «Quei pochi soldi che ricavo dalle elemosine mi servono appena per un panino e un pacchetto di sigarette; l’unico vizio, se così possiamo chiamarlo, è il fumo; anzi, no, ce ne sarebbe un altro: mangiare; posso tutto sommato togliermi il primo vizio, il secondo proprio non mi riuscirebbe…». Non è una risposta bislacca, insistiamo sul lavoro.

«Vorrei lavorare: custode, imbianchino, giardiniere… Ma è complicato, quando sono arrivato in Italia mi sono speso un po’ in giro, ho chiesto, ma non c’è stato niente da fare: nel mio Paese c’è la miseria, in Italia non stiamo a quei livelli: c’è la speranza di trovare qualcosa, ma francamente non è mai arrivata l’occasione giusta, nemmeno mezza…».

Nistor è alto, piazzato, dalle sue parti è un viso conosciuto. Saluta tutti, abbozza un sorriso, tira fuori da una borsa una bottiglia di plastica con monetine da cinque e dieci centesimi. Le offre in cambio di «soldi “sani”…», cinque, dieci euro, a un fruttivendolo, che sbuffa un po’ e spiega anche il perché. «Non so che farmene di quelle monetine – dice il commerciante – la gente non le considera più: intanto non circolano da tempo quelle da uno e due centesimi, adesso spariranno anche queste monetine da cinque centesime, sicuro…». Prende, intanto, una busta, l’apre e dopo aver fatto una scelta “al contrario” – selezionare la frutta più matura, quella che sta andando a male – la riempie con banane, pere e mele. «E’ come se lo avessi sullo stato di famiglia – prosegue il fruttivendolo – ma cosa devo fare, cacciarlo? Gli do un po’ di frutta purché si riprenda gli spiccioli e non si faccia vedere per almeno due, tre giorni…».

Il romeno abbozza, sorride, non si offende. Intanto perché ci pare di capire che conosce da tempo il fruttivendolo, poi, un po’ per cultura, un po’ per sopraggiunta rassegnazione, trova che non sia il caso di prendersela più di tanto. «Vivevamo in una baracca – dice Nistor – accanto altri romeni nelle nostre stesse condizioni: circolavano pattuglie di vigili chiamate sicuramente da cittadini che avevano segnalato la baraccopoli; ogni volta ci batteva forte il cuore, la paura che ci cacciassero era davvero tanta, così abbiamo deciso di fare il passo successivo: trovare una casetta in affitto, mura vere e non di legno…».

Pochi soldi con le elemosine, anche l’Italia è in sofferenza. «Anche prima del Covid – dice il trentaseienne romeno – la gente aveva stretto la cinghia, non era eccessivamente generosa, così io e mia moglie ci ritiravamo a casa con una somma media di quindici, a volte venti euro: facevamo risparmio su risparmio; tolto il fitto di casa, qualche euro lo spediamo a casa, ma poca roba…».

…ELEMOSINE, CHIESE E SUPERMERCATI

Le elemosine, lui davanti a un centro commerciale, lei davanti a una chiesa. «Io spesso vengo allontanato dall’ingresso dai vigilanti, allora mi trasferisco nel parcheggio adiacente: l’altro giorno ho raccolto poco più di cinque euro, un panino tre euro, con il resto un pacchetto di sigarette che mediamente dura tre giorni; mia moglie non raccoglie più le somme di una volta: pochi spiccioli, una volta ha perfino trovato un bottone e una medaglina dell’Immacolata; ormai poca gente esce di casa, a causa del coronavirus non ci sono più tanti fedeli che seguono le funzioni religiose: i più anziani seguono le tv che dicono il rosario…».

Una storia nella storia. «Mia madre, cinquantasei anni – tiene con sé i miei due figli che studiano, quattordici e dodici anni – soffre di una malattia al cuore, dovrebbe sottoporsi ad un intervento delicato: occorrono cinquemila euro e io non so proprio dove andare a prenderli quei soldi».

Cosa pensa di fare per il futuro, Nistor. «Non so proprio, forse tornare al mio Paese: i miei ragazzi sono diventati grandi; a breve finiranno il ciclo di studi, devono solo decidere se aspettarci o raggiungerci; in Italia non ci sono le opportunità di una volta che io ho solo sfiorato, dunque su questa scelta di vita al momento giusto dovremo ragionare bene bene…».

«Il mio posto è qua»

Ike, 50 anni, somalo, rifugiato in Italia a causa della guerra

«Avevo vent’anni, vidi morire mio fratello sotto i colpi di un fucile. Non è stato facile i primi tempi, ma alla prima occasione ho mostrato il mio impegno. Oggi ho una moglie, due figli, l’affetto dei miei suoceri, la stima degli insegnanti dei miei ragazzi. Racconto spesso la mia storia, perché possa far riflettere su quanto sia idiota l’uso delle armi. Con il tempo, la nostalgia del mio Paese è passata»

Ha cinquant’anni, Ike, nato a Berbera, Nordovest della Somalia. Una storia tutta da raccontare, meglio, da ascoltare. Fuggito circa trent’anni fa dal suo Paese, in seguito allo scoppio della guerra civile, è arrivato in Italia a soli venti anni. Qui, in provincia, aveva un amico, l’unico, che lo ha subito ospitato. Oggi Ike si esprime in un italiano perfetto. «Non sono stati momenti facili – spiega – intanto perché non sapevo cosa mi aspettasse in Italia, per me un mondo lontano: col senno di poi, dico che era qualcosa di diverso da quanto immaginassi; e non perché lo avessi idealizzato, ma perché nel mio Paese, allora, arrivavano notizie il più delle volte controverse: si stava benissimo, si stava malissimo, si stava così così…».

Un viaggio, l’arrivo in Italia. «Primi sacrifici, se non hai un lavoro la cosa si complica, così il mio amico ha cominciato a darmi una mano: provavo a rispondere agli annunci di ricerca personale, ma non appena incontravo quello che avrebbe dovuto essere il mio datore di lavoro, mi licenziava dal colloquio con un “Grazie, le faremo sapere”: nessuna telefonata successiva».

Poi, per Ike, si fa spazio la prima speranza. «Una ditta per le pulizie, cercava personale: il mio amico insisteva, diceva che intanto poteva essere una soluzione temporanea, ma che era importante entrare nel mondo del lavoro per poi trovare sistemazioni più durature: oggi faccio ancora questo lavoro; quello che doveva essere un impegno trimestrale, una sostituzione estiva, si è rivelata l’occasione della mia vita».

NESSUNA NOSTALGIA, ORMAI

Il suo amico gli aveva detto che gli italiani questo mestiere non volevano farlo e, allora, per lui poteva aprirsi una strada. «Oggi posso dire che la sua – sorride ripensando a quelle parole, Ike – era una previsione completamente sbagliata; intanto non era vero che gli italiani non volessero fare gli addetti alle pulizie: è un lavoro come un altro, di grande decoro, poi, per dirla tutta – puntualizza il cinquantenne somalo – allora, come oggi, la maggior parte dei miei colleghi è italiana: dunque, mi chiedo – capovolge il concetto, sorride – vuoi vedere che questo lavoro non vogliono farlo i neri come me?».

Ama il paradosso, Ike, che nel frattempo, studiando e “sfogliando” internet, sa che il suo nome è lo stesso di un grande artista della canzone. «Me lo hanno fatto notare i miei colleghi di lavoro: Ike Turner – non si fa cogliere impreparato – ex marito della grande Tina Turner; ho letto la sua storia, con tutto il rispetto lui non doveva essere una gran bella persona visto che picchiava la moglie; lei, invece, una voce straordinaria, è una grande star, ma la musica non la seguo molto».

Ci racconta la sua Italia, la sua famiglia. «Non ho la nostalgia che mi assaliva trent’anni fa, quando lasciai il mio Paese; alle mie spalle anche una tragedia: mio fratello raggiunto dal colpo di fucile di un cecchino, durante la guerra civile; un mese dopo partii, la decisione era maturata da tempo, quella brutta storia aveva solo accelerato la partenza. Ho un altro fratello qui in Italia, anche un cugino che, però, dopo qualche tempo si è trasferito in Francia. Ci teniamo in stretto contatto promettendoci di riabbracciarci: il mese, l’anno dopo è sempre quello giusto, ma non ci vediamo praticamente da una vita, se non fosse per le videochiamate con whatsapp; con il dilagare della pandemia, la paura del Covid, non ne parliamo più, l’importante è uscire da questa crisi. Siamo tutti imbottigliati fra zone gialle e zone rosse».

UN BUON LAVORO

Ike, con grande impegno, in Italia ha costruito il suo futuro. «Ho un buon posto di lavoro – conferma – ho grande rispetto da parte di tutti i colleghi; trent’anni fa quando camminavo per strada, entravo in un bar per chiedere solo un bicchiere d’acqua, mi guardavano con sospetto, quasi fossi un alieno: ma, attenzione, mai una parola fuori posto; mi osservavano, questo sì, ma a nessuno veniva in mente di fare anche una modesta battuta».

Futuro significa anche famiglia. «Sì, qui ho trovato l’amore, durante una Festa dell’Unità: mia moglie è italiana, fa la cassiera in un supermercato; bene o male i nostri orari coincidono, stiamo molto tempo insieme: abbiamo due figli, vanno a scuola e sono il nostro motivo di orgoglio; quando i ragazzi frequentavano la scuola media e i primi anni delle scuole superiori, i loro professori mi invitavano a raccontare la mia personale esperienza: come il sottoscritto, anche loro non hanno mai avuto problemi di relazioni con i compagni di scuola, né con gli insegnanti…».

E, a dirla tutta, anche lui con quelli che sono diventati i suoi futuri suoceri. «Vero, persone squisite, aperte mentalmente: vedere una figlia felice è il principale obiettivo per un genitore; penso di averle dato serenità, felicità, un sentimento che avverto forte sulla mia pelle: mi sento l’uomo più felice del mondo. E se penso da dove sono partito e cosa mi ha spinto a venire in Italia, il mio cuore si riempie di tristezza. Ma, ora, posso dire che la Somalia è il Paese che mi ha dato la vita, ma il mio futuro è qui, l’Italia mi ha restituito il sorriso».

«Non sono badante…»

Mariana, romena, trentaquattro anni

Sfata un pregiudizio. «Ho dovuto sudarmi il mio primo lavoro», interrompe educatamente un’intervista a un africano. «Nella sfortuna di dover lasciare casa, loro forse sono più fortunati, rispetto a noi godono di assistenza: io, ottocento euro in tasca, ho lasciato il mio Paese per trovarmi subito lavoro; non voglio scatenare una guerra  fra poveri…»

«Non voglio scatenare una guerra fra poveri – si dice così, vero? – ma quando sono venuta in Italia non avevo nessuno, tranne una mia amica con la quale abito ancora, che mi aiutasse ad inserirmi nel mondo del lavoro; i migranti che da qualche anno sbarcano in Italia, hanno l’assistenza dovuta, godono di assistenza sanitaria e del pocket money: io no, sono arrivata poco più di cinque anni fa con lo scopo di mettere un po’ di soldi da parte e poi tornare in Romania, invece sono ancora qua…».

Mariana, trentaquattro anni, da cinque in Italia, come spiegava, interviene in una chiacchierata a voce alta con Hussain, un nigeriano. Sto prendendo appunti, fino a quel momento. Vista la divertente intrusione, a questo punto scriverò più avanti. Giovane signora di bell’aspetto e in salute, seduta su una panchina del Lungomare, a un metro di distanza, si inserisce con garbo nell’amichevole conversazione.

In realtà in un botta e risposta a voce alta, noi italiani con uno straniero proprio non ce la facciamo a parlare con un tono normale, diciamo anche moderato. Così, mentre provo a fare domande a un fratello che, intanto ascolta e sorride, ecco che Mariana, la signora accanto a noi, insieme con un paio di connazionali non può fare a meno di ascoltare. E’ giovedì pomeriggio, normalmente giorno di riposo concesso alle badanti dalle famiglie o direttamente dagli stessi assistiti. «Premetto che non faccio la badante – puntualizza Mariana, come se quello appena menzionato fosse un lavoro di seconda serie – sto con le mie amiche che, invece, fanno questo di mestiere da anni e per tutta la giornata; io mi occupo di qualcosa che ha a che fare con le case-famiglia, ma non faccio la badante a tempo pieno, mi occupo bensì di più casi, e quando scade il contratto poco dopo grazie a un paio di agenzie fortunatamente riesco a trovare altro».

«NON VOGLIO DISTURBARE…»

Riprende, Mariana. «Quando ho interrotto la vostra intervista non volevo arrecare disturbo, piuttosto volevo fornirvi qualche elemento in più per capire che ci sono migranti e migranti; ci unisce, sia chiaro, la necessità – nel mio Paese, come nel suo, non ce la passiamo bene – allora salutiamo parenti e amici e ci mettiamo in viaggio, destinazione Italia nel mio e nel suo caso».

Il tono dell’intervento di Mariana, confermo, non era provocatorio, piuttosto aveva tutta l’aria di voler puntualizzare. «I migranti africani che ce la fanno a sbarcare in Italia – e, diciamolo, non tutti hanno questa fortuna – godono subito di assistenza, dopo aver fatto un lungo e pericoloso viaggio, vengono assistiti dalle cooperative». Sembra fatto apposta, magari la trentaquattrenne romena è andata per associazione di idee, suggerisce “Costruiamo insieme”. «Qui c’è una cooperativa», indica, senza però ricordarne il nome. «Due strade dopo…», si sbraccia per farsi capire, «C’è un palazzo dove sono ospitati solo africani e più avanti un luogo di preghiera…Via “Cavalotti”..». Le “elle” dovrebbero essere due, ma non fa tanta differenza quando ci si capisce al volo. Sì, più avanti c’è una moschea, le suggeriamo. Arrossisce, prosegue nel suo ragionamento. «In Italia ci sono tanti romeni – spiega la donna – tanti a Taranto: hanno cominciato ad arrivare qua molti anni fa. I miei cari, purtroppo, sono rimasti là. Oggi ho trentaquattro anni, sono partita dal mio Paese cinque anni fa. Fino ad allora, ero vissuta sempre in Romania, dove avevo studiato e fatto corsi di aggiornamento professionale».

«TARANTO, PER CASO…»

Taranto è stata una scelta abbastanza casuale. «Dovuta più che altro al fatto che qui ho l’amica che mi ha ospitato da subito; anche lei lavora saltuariamente come me, a volte le tocca fare da badante, manca le mezze giornate, ma ancora vivo con lei, in una piccola casa in affitto, sempre la stessa». Anche lei lamenta una decisione indispensabile. «Sono venuta qui per lavorare e aiutare la mia famiglia – confessa – sinceramente mi piaceva l’idea di fare esperienza. Prima di decidere di provare a trovare fortuna in Italia, ho parlato con i miei familiari che hanno condiviso la mia scelta non senza una punta di amarezza; sono arrivata qua che avevo ottocento euro in tasca: c’era la mia amica che mi aveva invitata, quindi, per un po’ ero al riparo da brutte sorprese, ma mi sono data da fare subito per trovare un lavoro».

Gli italiani pensano che tutte le romene facciano le badanti, dice. «La maggior parte sì, ma io lavoro con una certa costanza con due agenzie, tanto che spero di continuare fino a quando non mi stancherò; mi trovo bene, non guadagno molto e, detto questo, mi tocca anche mandare soldi a casa. Non ho mai avuto un contratto fisso ma finora, sinceramente, non ho mai avuto problemi: tra le colleghe ci sono altre mie connazionali, ma anche immigrati che provengono da vari Paesi africani».

La puntualizzazione, considerando il fatto che si sia infilata nell’intervista a Hussain. «Prima di entrare nel mercato del lavoro ho dovuto girare un po’, perfezionare il mio italiano, lingua che conoscevo abbastanza bene: ho faticato, questo volevo dire; c’è chi deve farlo un po’ di più, chi un po’ meno: a me è toccata la prima parte con batticuore; perciò dico a questo ragazzone di sentirsi fortunato perché non avrà la mia stessa fretta e la mia stessa paura: quegli ottocento euro che avevo in tasca, una piccola fortuna, dovevo farli durare il più a lungo possibile, finiti quelli la mia amica avrebbe potuto ospitarmi ancora un po’, ma poi sarei dovuta tornare nella mia Romania».

Non si fosse spiegata così bene, avremmo pensato a una leggera punta di invidia nei confronti di Hussain. «Mi sono trovata bene dal primo momento, nonostante i duemila chilometri da casa, le differenze tra i due Paesi, il dovere di abituarmi a nuovi modi di fare della gente. Trovare quasi subito un lavoro mi ha aiutato molto. Ho anche frequentato un corso di italiano per imparare meglio la lingua».

Mariana sta per lasciarci. E’ stata utile. Invece, quasi si scusa. Conclude. «Non so se resterò in Italia per il resto della mia vita: vedo il mio futuro di nuovo in Romania – dove in questi anni sono tornata due volte – forse perché non so vedermi lontana da casa. Voglio tornare lì definitivamente e costruirmi il resto della mia vita».