«A tutti e a ciascuno».

«La nostra società fa ancora fatica a confrontarsi veramente con l’immigrazione, che, se per alcuni può essere un problema, per tutti dovrebbe essere, invece, un’opportunità. È all’immigrazione che Milano deve non poco della sua fortuna: questa città è frutto di ripetuti e successivi processi di integrazione. È una memoria da recuperare. Sicuramente occorre intervenire per regolare doverosamente il fenomeno migratorio, garantendo la legalità, attivandosi di concerto con le altre nazioni. Ed è indubitabile che anche la Chiesa debba fare la propria parte. Purtroppo, invece, spesso accade che a prevalere sia la paura dell’altro».

Con queste parole il Cardinale Dionigi Tettamanzi lasciò la diocesi di Milano, ormai già provato dalla malattia che lo aveva colpito.

Nel marzo 2013 partecipa al conclave che elegge Jorge Mario Bergoglio, Papa Francesco, un uomo come lui, uno che aveva già scelto da che parte stare.

Nonostante fosse stato nominato Cardinale, padre Dionigi è sempre restato un Parroco, un prete come tanti vicino alla gente e che cercava la gente, le persone per ascoltare i loro bisogni, materiali e spirituali, utili a tradurre la carità cristiana in gesti concreti.

Il prete delle provocazioni che fino alla fine, ha dimostrato la sua lontananza dall’”apparato” che discrimina: il cardinale Dionigi Tettamanzi ha accolto a casa sua venti nigeriani. Li ha ospitati nella grande e sontuosa Villa Sacro Cuore a Triuggio, in Brianza, a pochi chilometri di distanza dall’altrettanto sontuosa villa di Macherio, dimora della famiglia di Berlusconi.

“I nostri venti profughi sono quasi tutti musulmani, anche se fra loro ci sono alcuni cristiani metodisti. Tutti loro si sono adattati benissimo alla vita che facciamo qui nel centro spirituale, -ha raccontato don Luigi Bandera, direttore della Villa e stretto collaboratore del cardinale Tettamanzi – Abbiamo deciso di accoglierli dopo l’appello di Papa Francesco che si è rivolto alle parrocchie e ai centri religiosi, invitandoli ad aprire le porte ai migranti. Noi l’abbiamo fatto ormai diverse settimane fa e sta andando tutto benissimo”.

«A tutti e a ciascuno»: così, in maniera semplice, il cardinale Dionigi Tettamanzi rivolgeva il suo saluto, soprattutto quando si trattava di grandi folle. Esprimeva con questo modo il suo desiderio di arrivare a tutti, di essere vicino a ciascuno.

Era consapevole nelle sue azioni che l’altro, il diverso, lo straniero, ci fa paura se visto da lontano. Se lo guardi negli occhi, se gli dai una prospettiva, se cerchi la sua collaborazione e lo rendi responsabile cambi il corso della storia o, perlomeno, inverti una tendenza.

Ciao padre Dionigi, Cardinale rimasto in frontiera!

E grazie per tutto quello che ci hai lasciato!

Tutti a lezione!

Aspettando Olagbemi, che si è offerto di raccontarci la sua storia, mi sono intrattenuto qualche minuto con un gruppo di ospiti, quasi tutti arrivati da poco tempo, che ho incrociato nel salone delle attività collettive mentre, in maniera straordinariamente diligente, seguivano il corso di alfabetizzazione tenuto da Simona, una operatrice di Costruiamo Insieme che, nonostante il caldo torrido del pomeriggio, riusciva a tenere viva l’attenzione di una ventina di persone.

Tra loro, anche un paio di ospiti che ci hanno già raccontato le loro storie e che, con Simona, hanno spiegato il motivo della mia presenza in struttura.

E’ così che Mosa Mia, un ragazzo del Bangladesh seduto in prima fila, da soli 2 mesi in Italia ha detto di essere un bravo ceramista e di aver lasciato il suo Paese perché appartiene ad una famiglia molto povera.

Mohammad Uzzal, seduto di fianco a Mosa, racconta di aver viaggiato dal Bangladesh alla Libia in pulmann e che nel suo Paese svolgeva lavori di pulizia.

Mentre gli altri iniziano a lasciare la sala, Amadou, dal 2016 in Italia, dice di essere un bravo sarto.

Compreso che non tutti hanno gradito l’interruzione della lezione abbandonando la sala, Simona mi ha spiegato che “loro tengono molto a queste lezioni. Hanno capito che, oltre la burocrazia, l’ostacolo più grande è quello della conoscenza della lingua. E’ un gruppo che segue assiduamente le lezioni e ieri hanno fatto il loro primo compito in classe”.

A quel punto ho salutato con imbarazzo e mi sono allontanato con un altro operatore sempre in attesa che Olagbemi ci raggiungesse.

Dopo qualche minuto la classe si è ricomposta: tutti con i quaderni aperti e seduti ai propri banchi ad ascoltare Simona!

Senza nulla togliere alle capacità di Simona (che, peraltro, è solare, gentile, paziente e crede nel lavoro che fa), la situazione mi ha sorpreso: guardare senza essere visti con quanto interesse e attenzione questi ragazzi seguono le lezioni mi ha convinto della loro volontà di apprendere, di poter comunicare, di acquisire quello che è uno strumento vitale per restare in un Paese molto diverso e troppo lontano da quello di origine.

Ma Simona non è l’unica: tutti gli operatori dei CAS di Costruiamo Insieme hanno nel DNA una particolare dedizione per quello che diventa difficile definire “un lavoro”: è uno strano naturale rapporto fra dare e avere all’interno di un rapporto di convivenza che si basa sull’umanizzazione di quello che in altri luoghi si chiama produzione.

Finalmente ci raggiunge Olagbemi, un uomo di 37 anni nigeriano originario di Lagos che ci spiega di aver perso tempo perché con se ha portato tutti i documenti di cui è in possesso e, “per fare una intervista bisogna presentarsi bene!”.

Olagbemi è stato dichiarato dalla Commissione Territoriale con ottima scolarizzazione ma, nonostante sia in Italia dal 21 ottobre 2014, non conosce una parola della lingua italiana.

Ha lasciato in Nigeria la moglie e tre figli con i quali ha contatti frequenti.

Ma la sua storia è lunga e complicata per essere riassunta in poche righe. Merita uno spazio tutto suo.

Oggi, ho preferito raccontare un pezzo di vita vissuta in quei Centri di Accoglienza Straordinaria che in tanti, a turno, denigrano, definiscono ghetti, dormitori o “macchine per fare soldi”.

La storia di Olagbemi la rinviamo alla prossima puntata!

VITE VENDUTE. IL GRANDE BUSINESS DELLA TRATTA DELLE DONNE

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha pubblicato il Rapporto sulla Tratta di esseri umani attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.

Al di la dei dati e dei numeri, che segnalano la forte crescita del fenomeno della tratta di esseri umani, l’aspetto più interessante di questo Rapporto sta nella capacità di raccontare questo particolare tipo di migrazione partendo dall’origine del viaggio ricostruita attraverso i racconti raccolti dagli operatori dell’OIM che operano negli Hotspot italiani.

Il Rapporto OIM descrive il fenomeno della tratta unicamente a scopo di sfruttamento sessuale nel contesto italiano.

Fondamentali e determinanti, nella comprensione dello sviluppo di questa tragica forma di riduzione in schiavitù, sono i vari anelli della catena che decidono le sorti di una persona, quasi sempre donna e sempre più spesso minore: la famiglia e il contesto di origine (di solito villaggi sperduti dove la scolarizzazione non esiste); i riti voodoo (in nigeriano “juju”) ai quali sono sottoposte le vittime per suggellare l’impegno alla restituzione di una somma in denaro; i Boga, gli accompagnatori, veri e propri trafficanti di persone; i connection man, gli organizzatori dei viaggi dalla Nigeria all’Italia passando per la Libia; le Madame, che gestiscono le vittime di tratta una volta giunte a destinazione garantendo la restituzione dei soldi attraverso la prostituzione; la Libia, terra di nessuno ormai sfuggita ad ogni controllo, dove le donne vengono stipate il quelli che chiamano ghetti, luoghi nei quali attendono il momento dell’imbarco sul lapalapa, il gommone.

Dai racconti dei migranti emerge l’immagine di una Libia sprofondata nel caos, dove violenze e abusi sono sempre più frequenti e gruppi armati trovano nel traffico di esseri umani una fonte di finanziamento estremamente redditizia” è scritto nel Rapporto OIM.

E, ancora: “Spesso accade che, data la fiducia riposta nei trafficanti in quanto connazionali a cui si è spesso legate da vincoli di amicizia o parentela, le vittime di tratta non vogliano credere di trovarsi nelle condizioni descritte dall’informativa dell’OIM sui rischi connessi alla tratta di esseri umani, e non si percepiscano come vittime di un reato. È probabile che solo una volta incontrati i trafficanti e subiti gli abusi e lo sfruttamento, le vittime riescano a comprendere la veridicità delle informazioni ricevute allo sbarco, e acquisiscano la consapevolezza di essere vittime di un reato.

… Di conseguenza, il legame tra le vittime di tratta e i trafficanti costituisce un ostacolo maggiore alla loro identificazione tempestiva. Al momento del loro arrivo in Italia, come illustrato da alcune storie presentate in seguito, le vittime credono nei trafficanti più che in qualsiasi altra persona e provano per loro un forte sentimento di gratitudine, per avere permesso loro di arrivare in Europa, facendosi carico del costo del viaggio. Questo sentimento, apparentemente contraddittorio, le porta a credere incondizionatamente alle false informazioni che i trafficanti forniscono loro prima della partenza dai luoghi di origine o dalla Libia. Ad esempio le organizzazioni criminali invitano le vittime di tratta a dichiarare di essere maggiorenni anche quando sono minori, convincendole che qualora dichiarino la minore età saranno rimpatriate oppure che i centri per minori sono strutture di tipo carcerario.

L’impostazione metodologica con la quale è stato redatto il Rapporto offre interessantissimi spunti di riflessione e le storie riportate hanno la capacità di consentire una comprensione profonda quanto drammatica di questo assurdo, disumano, aberrante fenomeno.

Vi invitiamo alla lettura del Rapporto.

Non voglio essere la rana nel pozzo

Da stamattina giro intorno ad una idea per scrivere la rubrica domenicale ma niente che mi sia passato per la testa mi ha appassionato.

Scrivo degli eventi che stanno riaccendendo il conflitto in Palestina? Dei roghi che stanno devastando il patrimonio ambientale italiano? Di quei Paesi europei, Austria in testa, che hanno chiesto all’Italia di chiudere i porti a garanzia anche dei loro confini? Delle donne vittime di femminicidio che si moltiplicano? Della mafia che a Roma non c’è (perché non uccide per strada ma nei Palazzi)?

Tutte cose che passano e ripassano in televisione e sui giornali senza destare più neanche indignazione.

Apprezzo quei commentatori di alto rango capaci di intrattenere per ore, in trasmissioni televisive interminabili, la gente che ormai «sente» più per l’abitudine di avere la Tv accesa che per la voglia di capire.

Avrei scritto ascolta dicendo una grande bugia.

La mia cartina di tornasole è la casa dei miei genitori: il primo pulsante a essere spinto è quello del telecomando della televisione. Prima i telegiornali locali, poi quelli nazionali.

Alle 8:00 della mattina hai l’impressione di sapere tutto ciò che, mentre eri distratto o dormivi, è successo sotto casa tua o nel resto del mondo.

Le voci dei giornalisti o degli invitati a commentare (che sembrano avere sottoscritto un contratto perché sono quasi sempre gli stessi) diventano familiari, abitudinarie.

Di fronte a questo atteggiamento largamente diffuso, accettante, acritico, mi tornano in mente le parole del Presidente Mao:

«Noi pensiamo troppo in piccolo. Come la rana in fondo al pozzo che pensa che il cielo sia grande quanto il cerchio in cima al pozzo. Se giungesse all’esterno avrebbe una visione interamente differente».

Nel chiuso delle proprie case o del proprio quotidiano, matura e cresce la visione della rana nel pozzo dentro quell’alveo di sopravvivenza nel quale la gran parte della popolazione è costretta, spesso sentendosi anche fortunata rispetto alle storie che passano la soglia di ogni limite civile che arricchiscono quella che dovrebbe essere informazione.

Allora penso di essere una persona fortunata per il lavoro che faccio, perché senza filtri, attraverso il contatto diretto con le persone, i migranti dei quali tutti parlano ma quasi nessuno ha mai incontrato, raccolgo storie e ricostruisco situazioni che nessuno racconta.

Alla televisione che parla di numeri e di scaramucce fra capi di Governo, io preferisco le persone: i loro occhi lucidi durante il racconto, il loro modo di tenere fra le braccia figli sottratti alla morte, il loro coraggio nell’immaginare un futuro nonostante tutto, la loro voglia di vivere contro ogni rassegnazione.

E apprezzo il loro modo di salutare che finisce sempre con la mano che tocca il cuore.

Ibrahim, la “star” costretta a partire

Da poco più di una settimana Sow Ibrahim è ospite del Cas di Modugno e già tutti gli vogliono bene. È stato un operatore del Centro a chiedermi di raccogliere la sua storia e così mi sono ritrovato di fronte il figlio dell’ex Sindaco di Conackry, capitale della Guinea. Un ragazzo di soli 19 anni che di strada ne ha fatta tanta: materialmente certo, ma anche inseguendo la sua passione per la musica.

«Dopo la morte del Presidente Touré – racconta – la situazione politica in Guinea è precipitata e nel 1988 tutti i Fulani, etnia alla quale appartengo, sono dovuti fuggire a causa della persecuzione etnica praticata dal nuovo Governo. Mio padre fu arrestato subito per il ruolo che ricopriva e io e mio fratello fummo costretti a fuggire prendendo strade diverse».

Ibrahim ha lasciato il suo Paese quando era ancora un adolescente, e la sua forza d’animo lo ha portato ad attraversare Mali, Burkina, Togo, Benin fino ad arrivare in Nigeria: a piedi, in motocicletta, stipato su un camion.

«Quando viaggi devi fermarti per trovare qualche lavoro che ti consenta di proseguire il viaggio con un mezzo. Se non hai soldi, ti rimangono solo le gambe e i piedi. Nessuno ti aiuta perché sono tante le persone che si muovono da un posto all’altro o che scappano».

In tutti i Paesi che ha attraversato, Ibrahim ha fatto lavori occasionali che lui definisce, in maniera sbrigativa, «qualsiasi cosa».

Ma a spingerlo è la sua passione, la musica. E in Nigeria trova l’occasione che cercava: la sue canzoni iniziano a riscuotere successo e la passione diventa lavoro.

Viene ingaggiato per una tournee che fa tappa anche in Niger e Benin, ma il sogno deve fare i conti con la realtà: i soldi sono troppo pochi e dentro di lui non è mai morta la speranza di racimolare quelli necessari per tornare nel suo Paese che, pensa, prima o poi avrebbe trovato una soluzione politica.

«Non ho mai pensato di venire in Europa. Aspettavo solo che le cose si aggiustassero nel mio Paese per tornarci. Ma le cose non facevano che peggiorare e i miei genitori, dopo la scarcerazione di mio padre, sono fuggiti anche loro e ora sono a Sarajevo»

Sono gli amici a convincerlo a partire nonostante tutti i suoi dubbi: «Non era il viaggio a spaventarmi, ma quello che mi aspettava all’arrivo. Soprattutto i problemi con i documenti e il tempo che avrei dovuto trascorrere in un campo per i rifugiati».

Ma, dietro la spinta degli amici, Ibrahim decide di partire ed è una persona del Gambia che gli paga il viaggio sul gommone: «Mi stimavano come cantante, mi hanno pagato il viaggio convinti che in Italia avrei potuto frequentare una scuola di musica e realizzare il mio sogno. Non pensavo di incontrare su quel gommone persone che ascoltavano le mie canzoni su internet. Mi hanno riconosciuto anche gli scafisti e non hanno voluti i soldi».

Ibrahim oggi frequenta tre corsi di alfabetizzazione: “Voglio imparare l’italiano e tenermi impegnato. In Guinea ho frequentato poco la scuola a causa della situazione che si era creata. Ora voglio restare in Italia, è l’unico posto che mi può offrire delle occasioni, delle opportunità e so che mi devo impegnare”. A giugno si è esibito alla Festa dei Popoli a Bari. Noi vi proponiamo alcuni suoi lavori.

https://youtu.be/PxsDAUrN77Y

https://youtu.be/7jiVOrRBjSo

https://youtu.be/1rs2-OzCHZE

https://youtu.be/7YbQfD6pZVE

Profughi

“MI TUFFO NELLE MIE RIFLESSIONI E VOLO AL DI SOPRA DEL MONDO”
Marc Chagall – pittore e profugo.

In questi anni abbiamo raccolto e raccontato storie di miseria e disperazione, di guerre e distruzioni, di naufragi e persone salvate in mare. Anche di tante persone morte in mare fuggendo da qualcosa: guerra, fame, pregiudizio, persecuzione religione o politica. Non fa differenza.
Nessuno scappa, rischia la morte, abbandona i suoi affetti e la sua terra senza un motivo valido o almeno capace di supportare un viaggio fra una non-vita, la morte e una nuova vita auspicata, immaginata, sperata.
Negli ultimi tempi abbiamo parlato di talenti e di risorse sulle nostre pagine.
«Tenuti a dormire in attesa dei documenti» aveva affermato, non a torto, un ospite del CAS di Modugno che ho intervistato qualche settimana fa.
Ma quanti talenti, quante persone che hanno segnato la storia hanno vissuto una vita da profugo? Quanti sono stati vittime di persecuzioni e costretti a lasciare i propri Paesi, i propri cari, le proprie abitudini?
Il domenicale di oggi propone una piccola carrellata di profughi che hanno lasciato il segno.

«L’umorismo è il più potente meccanismo di difesa. Permette un risparmio di energia psichica e con una battuta blocchiamo l’irrompere di emozioni spiacevoli».
Sigmund Freud fu costretto a lasciare l’Austria, il suo Paese, per raggiungere Londra con la moglie e la figlia per ottenere lo status di rifugiato politico.

«Ti manderò un bacio con il vento e so che lo sentirai».
Pablo Neruda nel 1949 fu costretto a rifugiarsi in Argentina a causa delle persecuzioni autoritarie del Governo di Gabriel Gonzales Videla. Era un oppositore scomodo che avrebbe pagato con il carcere o con la vita il coraggio delle sue idee.

Condannata all’esilio dopo aver testimoniato di fronte al Comitato delle Nazioni Unite contro l’Apartheid, Miriam Makeba dichiarò: «Ci sono tre cose per le quali sono venuta al mondo e ci sono tre cose che avrò nel cuore fino al giorno della mia morte: la speranza, la determinazione e il canto».

Albert Einstein, fuggito dalla Germania nel 1933 a causa delle persecuzioni antisemite, non ha fatto più ritorno nel suo Paese e neanche rimise piede in Europa. Nel 1921 aveva vinto il Premio Nobel per la Fisica. Pose dimora negli Stati Uniti. Una delle sue affermazioni più celebri e profonde: «L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione racchiude il mondo».

Ci sarebbero tante altre persone da citare e ricordare per quanto, nonostante le sofferenze, hanno voluto restituire al mondo, a quel mondo di cui si sentivano parte. Il pezzo di mondo che li ha esclusi è una piccola parte rispetto al mondo che li ha inclusi riconoscendo i loro talenti, le loro intuizioni, il loro apporto alla crescita culturale e scientifica che spesso ha condizionato e cambiato il corso della storia.

Mi piace chiudere con una grande donna, Rigoberta Menchu, attivista per i diritti umani insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1992. A causa del suo impegno in difesa dei diritti umani fu costretta a lasciare il suo Paese, il Guatemala, nel 1981. Ha scritto: «Il razzismo è l’espressione del cervello umano ridotta ai minimi termini».

Il villaggio, il carcere e l’amore

 

A volte capita che, seduto davanti al computer alle prese con il racconto di una storia di vita appena raccolta, fissi il foglio bianco senza sapere da dove iniziare anche se tutto ciò che hai ascoltato continua a girare nella testa e hai dieci pagine di appunti.

Questa è una di quelle volte, uno di quei giorni in cui ti accorgi di non essere di fronte a una storia qualsiasi e che l’abitudine a parlare e leggere del degrado civile e sociale, della disumanizzazione dei processi che ci ingoiano quotidianamente porta allo scoperto limiti profondi, sovrastrutture delle quali, inconsciamente, restiamo vittime.

Quella di Rosemary ed Edoardo, ospiti del CAS Bitonto, è una storia d’amore che due mesi e cinque giorni fa ha dato alla luce Brithness, una bellissima bambina che non smette di fissarmi . Tiene le manine strette a pugno mentre è fra le braccia del papà.

Lui camerunense di 24 anni, lei nigeriana di 20. Si sono conosciuti in Nigeria dove Edoardo lavorava come commerciante giunto dal Camerun in un mercato e Rosemary in un laboratorio tessile. Tra i due è scoppiato un amore così profondo e indissolubile che li ha portati fino in Italia per vedere realizzati i loro sogni. In realtà, il loro progetto iniziale era diverso: quando si accorgono di aspettare un figlio, Rosemary ed Edoardo decidono di trasferirsi in Camerun, di tornare nel villaggio natale di lui per mettere su famiglia e trascorrere una vita insieme. Ma, giunti a destinazione, le cose non sono andate come si aspettavano: “Se vuoi sposarti devi prendere una di qua e cacciare subito lei!” ha detto a Edoardo la sua famiglia con l’appoggio dei Saggi del villaggio.

Rifiutati dalla comunità, ma trasportati dalla forza dell’amore, i due sono scappati e hanno raggiunto a bordo di un camion la Libia dove li aspettava la permanenza in un campo profughi. In quel campo ci sono rimasti circa sei mesi e, nel frattempo, Edoardo ha lavorato come piastrellista e muratore per mettere insieme i soldi per il viaggio verso il futuro, la partenza  verso l’occasione buona per scappare da quell’inferno. Un giorno entra in contatto con una organizzazione che pianifica i viaggi, trafficanti di uomini pronti a tutto. Nel porto, dopo aver pagato 2400 dinari, vengono fermati dalla polizia libica e arrestati: due mesi di carcere e tanti soldi persi.

Ecco, Brithness nasce in un carcere libico. Senza assistenza sanitaria, nessun ospedale, nessun medico.

Edoardo, che nel frattempo non ha smesso di cercare una via di fuga, riesce a ricontattare i trafficanti: questa volta “bastano” 1200 dinari per imbarcare la famiglia su un gommone. Alle 2 di notte il gommone prende il largo. Loro tre sono a bordo: è il primo viaggio di Brithness. Alle otto della mattina una nave delle ONG li rintraccia al largo. Sono salvi. Brithness, il loro tesoro, è salva. La visione di quella nave sembra spalancare le porte del loro futuro. Sbarcano in Sicilia, a Trapani. Dopo le procedure di rito e un altro lungo viaggio giungono al CAS Bitonto un mese circa fa.

“Ora siamo tranquilli, ma soprattutto fiduciosi –dice Edoardo- e il mio unico pensiero è quello di creare le condizioni per far vivere bene la mia famiglia. Ho sofferto abbastanza e ora credo che le cose possano cambiare”. Rosemary aggiunge: “Non voglio andare in un altro Paese. Vogliamo restare in Italia perché è un Paese accogliente e le persone sono brave. Ora dobbiamo pensare anche a Brithness, a tutto ciò di cui avrà bisogno. E qui non le mancherà nulla”.

Ci salutiamo, la bimba deve mangiare. Non so descrivere l’intensità degli sguardi fra Rosemary ed Edoardo, la loro intesa, il loro essere famiglia nonostante condizioni precarie. Eppure e liberi da pregiudizi e sottomissioni. Questa volta ha vinto l’amore. Speriamo succeda più spesso!

 

Servizio civile? Vieni con noi!

Stai pensando al Servizio Civile? Scegli Costruiamo Insieme!

Con la determinazione nr. 40 del 3 luglio 2017, la Regione Puglia ha ufficializzato l’iscrizione di Costruiamo Insieme all’Albo regionale del Servizio Civile Nazionale.

Un nuovo piccolo traguardo che apre la nostra cooperativa al territorio e in particolare a quei giovani che hanno voglia di mettersi in gioco al servizio.

Se sei interessato scrivi una mail a risorseumane@costruiamoinsieme.eu e inserisci nell’oggetto “Servizio civile”: sapremo rispondere a ogni tuo dubbio e aiutarti nei vari passaggi della procedura.

Ti aspettiamo

 

CARTA DI IMPEGNO ETICO DEL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE

Il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale e gli enti che partecipano ai progetti di Servizio Civile Nazionale:

– sono consapevoli di partecipare all’attuazione di una legge che ha come finalità il coinvolgimento delle giovani generazioni nella difesa della Patria con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale. Servizi tesi a costituire e rafforzare i legami che sostanziano e mantengono coesa la società civile, rendono vitali le relazioni all’interno delle comunità, allargano alle categorie più deboli e svantaggiate la partecipazione alla vita sociale, attraverso azioni di solidarietà, di inclusione, di coinvolgimento e partecipazione, che promuovono a vantaggio di tutti il patrimonio culturale e ambientale delle comunità, e realizzano reti di cittadinanza mediante la partecipazione attiva delle persone alla vita della collettività e delle istituzioni a livello locale, nazionale, europeo ed internazionale;

– considerano che il Servizio Civile Nazionale propone ai giovani l’investimento di un anno della loro vita, in un momento critico di passaggio all’età e alle responsabilità dell’adulto, e si impegnano perciò a far sì che tale proposta avvenga in modo non equivoco, dichiarando cosa al giovane si propone di fare e cosa il giovane potrà apprendere durante l’anno di servizio civile presso l’ente, in modo da metterlo nelle migliori condizioni per valutare l’opportunità della scelta;

– affermano che il Servizio Civile Nazionale presuppone come metodo di lavoro “l’imparare facendo”, a fianco di persone più esperte in grado di trasmettere il loro saper fare ai giovani, lavorandoci insieme, facendoli crescere in esperienza e capacità, valorizzando al massimo le risorse personali di ognuno;

– riconoscono il diritto dei volontari di essere impegnati per le finalità del progetto e non per esclusivo beneficio dell’ente, di essere pienamente coinvolti nelle diverse fasi di attività e di lavoro del progetto, di verifica critica degli interventi e delle azioni, di non essere impiegati in attività non condivise dalle altre persone dell’ente che partecipano al progetto, di lavorare in affiancamento a persone più esperte in grado di guidarli e di insegnare loro facendo insieme; di potersi confrontare con l’ente secondo procedure certe e chiare fin dall’inizio a partire delle loro modalità di presenza nell’ente, di disporre di momenti di formazione, verifica e discussione del progetto proposti in modo chiaro ed attuati con coerenza;

– chiedono ai giovani di accettare il dovere di apprendere, farsi carico delle finalità del progetto, partecipare responsabilmente alle attività dell’ente indicate nel progetto di servizio civile nazionale, aprendosi con fiducia al confronto con le persone impegnate nell’ente, esprimendo nel rapporto con gli altri e nel progetto il meglio delle proprie energie, delle proprie capacità, della propria intelligenza, disponibilità e sensibilità, valorizzando le proprie doti personali ed il patrimonio di competenze e conoscenze acquisito, impegnandosi a farlo crescere e migliorarlo;

– si impegnano a far parte di una rete di soggetti che a livello nazionale accettano e condividono le stesse regole per attuare obiettivi comuni, sono disponibili al confronto e alla verifica delle esperienze e dei risultati, nello spirito di chi rende un servizio al Paese ed intende condividere il proprio impegno con i più giovani.

Dal buio alla luce

Il G20 si è concluso in Germania ed è cominciata la passerella dei Capi di Stato per le conferenze stampa di rito.

È stato un G20 «interessante», fitto di incontri bilaterali, durante il quale si è discussa anche la questione dell’immigrazione sulla base di un fatto di Diritto: Tutti gli Stati hanno diritto a difendere i propri confini!

Questione liquidata in poco più di un’ora che ha visto l’Italia confinata in un angolo per lasciare spazio ad altre e più importanti questioni.

Chi non avrebbe abbandonato quel tavolo, paventando altri importanti impegni istituzionali, come ha fatto il capo del Governo italiano?

L’Italia è sola e abbandonata anche dai Paesi che credeva essere vicini, primi fra tutti quelli europei. La giocoliera parolaia Merkel si sfila, dice di averne già tanti di immigrati omettendo di dire che anche grazie al loro contributo la Germania ha potuto raggiungere una stabilità economica che gli consente di decidere, mutuando dalla meteorologia, quando fa caldo e quando fa freddo.

Macron, neo eletto Presidente della Francia, passato sulla stampa internazionale come la giovane promessa per la ricostruzione di una vera idea di Europa, al primo importante passaggio si piega di fronte all’urto dell’onda xenofoba e nazionalista e chiude le sue frontiere con una mossa da politicante: bisogna distinguere fra migranti economici e profughi!

La differenza è sottile, ma è scritta nei trattati internazionali che non hanno alla base il senso della vita o le persone. Sono trattati che guardano in prospettiva, una prospettiva economica, mera speculazione.

Per fare un esempio, chi metterà (o ha già messo) le mani sull’enorme business della ricostruzione della Siria?

Le guerre sono un investimento tanto è vero che ieri Trump e Putin sono stati chiusi per due ore in una stanza per concordare una tregua e impugnare il coltello per dividere la torta: prima gli affari, i miliardi di dollari da spartire! Se avanza un po’ di tempo, penseremo alle persone!

Quelle che dovranno tornare, forse, perché in quelle aree, in quelle città persone ce ne sono davvero poche. I più fortunati sono scappati, i meno fortunati sono rinchiusi nei campi profughi in Libia e Turchia in condizioni disumane, quelli sfortunati sono rimasti sotto le bombe e le angherie dell’ISIS e dei vari eserciti o milizie schierate sul campo di battaglia.

Ma gli amici sono amici, soprattutto se in ballo ci sono interessi economici importanti. Se poi la gente lascia il proprio Paese per fame o perché vengono violati i diritti riconosciuti dalla comunità internazionale, per il solo fatto che fuggono da dittature violente e criminali, si pongono paletti all’accoglienza e si fanno distinzioni.

Ma chi lascerebbe il proprio Paese per andare incontro all’incertezza?

Sarà forse che chi decide di mettere a rischio la vita pensa di poter approdare in terre più civili, dove una persona viene considerata come persona e non come un numero o una quota da distribuire?

Nonostante le critiche, le difficoltà a gestire quella che hanno voluto diventasse una emergenza, l’Italia risponde. Magari è debole sugli scenari internazionali o forse è semplicisticamente il primo luogo di approdo.

Ma è capace di tirare fuori tutta la sua capacità di accogliere.

Passare dal buio alla luce non è difficile: a Torino il Prefetto ha risposto alle aziende che chiedevano di assumere migranti ancora non in regola con i documenti concedendo la protezione umanitaria.

Anche un gruppo di ospiti delle nostre strutture hanno scritto ai Prefetti dichiarando di voler svolgere lavori di pubblica utilità volontariamente. A Torino addirittura gli imprenditori hanno chiesto al Prefetto di essere messi nelle condizioni di assumere i migranti: «Questi ragazzi hanno imparato un mestiere e sono diventati risorse fondamentali per le nostre imprese. Chiediamo solo di poter proseguire il percorso intrapreso».

I primi 30 permessi sono stati concessi.

È un modello ripetibile in tutte le realtà dove sono ospitati migranti che, come abbiamo già scritto, sono portatori di saperi, di conoscenze, tante volte di professionalità che, ormai, in Italia non forma nessuno: quei talenti tenuti a parcheggio che diventerebbero una risorsa per una economia nazionale che aspetta di potersi rilanciare.

Il Presidente dell’Inps Tito Boeri, nei giorni scorsi, ha spiegato quanto sia fondamentale il contributo dei lavoratori stranieri nelle casse dell’ente previdenziale.

Milioni di italiani riscuotono la pensione grazie a questa risorsa aggiuntiva.

E nessuno dica che ci tolgono il lavoro!

Sarebbero falsi, ipocriti, bugiardi!

Nel mercato globale, tanto caro all’occidente, chi ha competenze e le mette in gioco lavora, al di là della provenienza e dal colore della pelle.

Basta creare le condizioni attraverso pratiche condivise e collaborative evitando di lasciare i Prefetti a gestire le emergenze senza lasciare un attimo alla possibilità di programmare e costruire percorsi possibili.

 

Alexandra e la famiglia da costruire

Due occhioni neri che esplodono da un batuffolo adagiato fra le braccia del papà mi hanno accolto al CAS di Bitonto. Sono gli occhi di Alexandra, nata tre settimane e 4 giorni fa in un ospedale di Bari.
La mamma, Prominence, è intenta a sistemare le ultime cose prima di uscire con la sua bimba e il suo compagno per una passeggiata.
È bastato uno sguardo fra i due per accettare di buon grado la mia richiesta di raccogliere la loro storia.
Stanley, il papà, alternando lo sguardo fra me e la piccola, racconta di essere arrivato dalla Nigeria in Italia nel 2014, partito dalla Libia su un gommone con altre 374 persone. «Il gommone è stato rintracciato da una nave delle Organizzazioni non Governative al largo. Ci hanno fatti sbarcare a Siracusa e di la sono stato trasferito a Milano. La mia è una lunga storia – dice dopo aver passato di mano la bimba, che reclama il seno, alla mamma – Non so se ce la facciamo in mezz’ora come hai detto».
Per me il tempo non è un problema, piuttosto mi preoccupo di non sottrarlo a loro perché Karim, un operatore di Costruiamo Insieme che è al mio fianco, mi aveva già detto che Stanley è venuto da Milano per la seconda volta in tre settimane per stare vicino alla figlia ed alla compagna. Si fermerà per due giorni, ospite di amici, ma la sua voglia di raccontare è tanta.
«Sono dovuto scappare dalla Nigeria perché un gruppo paramilitare vicino al Governo, una specie di polizia segreta, voleva arruolarmi. Sono criminali, uccidono persone o le denunciano se parlano contro il Governo. Sono stato picchiato, torturato – dice mentre mi mostra i segni sul corpo – cercano ragazzi giovani e mi hanno perseguitato. Ma io mai avrei accettato di unirmi a loro. In Commissione ho raccontato tutto».
Il papà di Stanley, in Nigeria, fa il falegname e ha una sola sorella. «Ho frequentato la scuola fino alle secondarie poi ho incominciato a lavorare come sarto. Nel mio Paese ho conosciuto Prominence e ci siamo fidanzati. Quando sono dovuto scappare ci siamo fatti la promessa di ritrovarci qui in Italia. Io ho ottenuto il permesso di soggiorno e vivo a Milano in una casa che condivido con altri amici. Ho lavorato per mesi in un laboratorio di sartoria senza contratto e ora sono costretto a fare lavori saltuari».
Mentre Stanley parla, Prominence annuisce, tenendo la bimba attaccata al seno, quasi a voler dire che tutto ciò che sto ascoltando è vero.
Passata fra le braccia del papà, la bimba sazia del latte materno, chiedo a Prominence di parlarmi di lei: «Sono arrivata in Italia all’inizio del 2016. Dopo essere stata sistemata nel CAS ho subito cercato Stanley. Ho aspettato ogni fine del mese per comprare il biglietto per Milano con i soldi del pocket money. Non mi interessava se il viaggio era lungo e potevo stare solo due giorni con lui. Il nostro sogno era ritrovarci e poi è arrivata anche Alexandra. Ora spero soltanto che la burocrazia non ci rubi tanto tempo. Io sono costretta a stare qua in attesa dell’esito della Commissione. E mia figlia deve stare lontana dal padre e lui da lei».
Prominence, figlia di un autista, in Nigeria ha frequentato fino al terzo anno l’Università di Biologia. È una donna forte, risoluta, ha le idee chiare su quello che vuole costruire nel suo futuro: prima di tutto, una famiglia. E per lei famiglia vuol dire stare insieme, avere una casa, accompagnare la bimba all’asilo e avere un lavoro.
Abbiamo fatto tardi e io non voglio rubare altro tempo ai tre che già me ne hanno dedicato tanto sottraendolo a quel poco tempo che possono condividere.
Ma, un’altra domanda mi è venuta spontanea: «Come avete vissuto il momento della nascita della bambina?»
Il primo a rispondermi è stato Stanley: «Quando è nata la bambina ero ricoverato a Milano per un intervento di appendicectomia. Appena uscito dall’ospedale sono corso qui. L’ho vista dopo quattro giorni. Ma se questa cosa mi fosse successa in Nigeria non avrei neanche visto mia figlia. Perché in Nigeria o paghi prima di entrare in un ospedale, o muori!».
Prominence gli accarezza la mano e mi dice: «In ospedale, quando ho partorito, sono stati tutti bravissimi. Medici, infermieri, gli operatori del CAS che venivano a trovarmi. Qui è tutto diverso, è difficile da spiegare. E’ vero che è difficile, Stanley è lontano e fa sacrifici enormi per noi. Non vedo l’ora che tutto si sistemi. Ma Alexandra qua ha trovato una famiglia. Tanti zii e zie che le prestano un sacco di attenzioni, sono sempre presenti, non ci fanno mancare niente, soprattutto l’affetto!».
Mi viene spontaneo mostrarle sul telefonino le foto che ogni mattina colorano il gruppo FB di Costruiamo Insieme con le foto commentate con cuori, baci, faccine da tutti gli operatori.
Lei sorride, non sapeva che condividessimo anche questo e ha capito perché oggi ero la a raccogliere la loro storia.
La sua, quella del suo compagno e, soprattutto, quella di Alexandra che sui documenti troverà scritto «nata a Bari». E la cittadinanza? Ancora non lo sa: anche Alexandra è in attesa che qualcuno smetta di giocare con la vita delle persone, soprattutto con la sua.