Mali, colpo di Stato

Destituito Boubacar Keita

La capitale Bamako nelle mani dei militari. Proteste contro il presidente, mancanza di sicurezza e brogli elettorali. Sul territorio la presenza di forze straniere. Negli ultimi due anni il Dipartimento di Stato americano ha destinato 323milioni di dollari per addestramento e forme di assistenza ai “Paesi del G5” (Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad e Mauritania).

Colpo di Stato in Mali. Lo ha compiuto l’esercito ai danni dello stato e del presidente Boubacar Keita, presidente da sette anni e, oggi, dimissionario. La capitale Bamako da giorni è nelle mani dei militari. Sciolto anche il parlamento, decisione accelerata per via degli arresti di alcuni ministri da parte dei soldati intervenuti nella capitale.

Tutto, che sia pretesto o episodio acclarato, come riportato da più fonti, fra queste “il Post” di Luca Sofri, è accaduto dopo le proteste contro Keita, che secondo le accuse avrebbe compiuto brogli elettorali durante le consultazioni dello scorso marzo. L’intervento pare fosse nell’aria, alla luce del malcontento della popolazione a causa di una incapacità del governo nel contrastare corruzione e gruppi islamisti armati molto attivi, in particolare nella zona a Nord del Paese.

La popolarità di Keita negli ultimi anni pare avesse registrato una caduta in verticale. Lo stesso dicasi la percezione di sicurezza, nonostante l’appoggio di forze straniere. In particolare, in una regione, quella del Sahel, fascia di territorio dell’Africa subsahariana che include anche il Mali, sono attivi militari di Stati Uniti e Francia. Negli ultimi due anni il Dipartimento di Stato americano ha destinato 323milioni di dollari per l’addestramento di forze di sicurezza e altre forme di assistenza ai “Paesi del G5” (lo stesso Mali, insieme con Burkina Faso, Niger, Ciad e Mauritania). In breve, la Francia è diventato lo stato straniero con la maggior presenza militare nella regione: cinquemila soldati e basi militari.

Quanto sta succedendo in Mali è importante non solo per il futuro del Paese, ma anche per l’intera regione dell’Africa occidentale, senza contare che da anni sul territorio sono presenti soldati occidentali (statunitensi e francesi, si diceva) impegnati contro gruppi jihadisti.

CRISI IN MALI…

La crisi ha inizio otto anni. Ribelli e jihadisti prendono il controllo di zone del Nord del Mali, al confine con Algeria e Niger. Non più di un anno prima era stata combattuta la guerra civile in Libia contro l’allora presidente, Muammar Gheddafi. Anche in quell’occasione avevano partecipato Francia e Stati Uniti. Dopo la caduta di Gheddafi, ribelli maliani armati (fra questi membri di Al Qaida schieratisi al fianco del leader libico) erano tornati in Mali attaccando città del Nord, fino a prenderne il controllo. In virtù di ciò, le zone governate dai gruppi jihadisti furono sottoposte a rigorose regole religiose. Da questo stato di cose, scaturì il successivo colpo di stato compiuto dai militari, che destituirono l’allora presidente maliano, Amadou Touré, facendo avanzare le quotazioni  di Keita, politico molto popolare.

Prima del rovesciamento del governo di Touré, Keita era stato primo ministro e presidente del Parlamento godendo dell’appoggio soprattutto dei giovani. Keita ci mise poco a guadagnarsi rispetto, tanto da essere considerato “un politico onesto e giusto”, come aveva riportato il New York Times. Sette anni fa, ad un anno e mezzo dopo il colpo di stato, Keita fu eletto presidente a larghissima maggioranza. Nel suo programma, fra i primi impegni: combattere la corruzione. Durante la presidenza di Keita, e dopo l’avanzata dei gruppi islamisti nel Nord del Paese, la Francia aveva aiutato le forze maliane nel riprendere il controllo dei territori perduti. All’inizio l’intervento fu un successo, anche se successivamente i ribelli continuarono a compiere attacchi contro la popolazione civile.

E LA SICUREZZA PROMESSA?

Keita, purtroppo, nonostante i suoi annunci non fu in grado di sostenere le promesse fatte, a cominciare dal garantire sicurezza ai cittadini. Questo malcontento avvertito fra il popolo maliano sarebbe stato il principale motivo dell’ultimo colpo di Stato militare. Le principali accuse rivolte a Keita sarebbero riconducibili all’incapacità nel migliorare la situazione economica del Paese e mettere in campo strumenti a contrasto della corruzione. Da qui il crollo in termini di fiducia. Rieletto presidente, Keita aveva raccolto una maggioranza molto più bassa rispetto alle elezioni di cinque anni prima che lo videro trionfare. Fra le accuse: brogli e irregolarità nel voto.

Infine, le ultime elezioni parlamentari. Da qui in poi, manifestazioni antigovernative con decine di migliaia di persone in piazza, fino all’intervento dei militari che hanno rovesciato il governo di Keita. I problemi cominciano alla fine di marzo. Pochi giorni prima delle elezioni, uno dei leader dell’opposizione, Soumaila Cisse, viene sequestrato da uomini armati non identificati nel centro del Paese, tra le preoccupazioni della popolazione: il contagio e l’attività di gruppi islamisti.

Contro Keita e il suo partito, oltre alle accuse sulla mancanza di sicurezza assicurata ai propri connazionali, anche i brogli elettorali. A fine aprile, la Corte costituzionale del Mali aveva ribaltato gli esiti elettorali relativi a trentuno seggi parlamentari. Una condizione che aveva permesso al partito di Keita di avere la maggioranza in Parlamento. Una manovra che non aveva del tutto convinto il popolo maliano che aveva cominciato a manifestare apertamente il proprio malumore. Meno di cinque mesi dopo, arriva il colpo di Stato, Keita a casa.

«Viva gli sposi!»

Bonus matrimonio, la Regione incoraggia il “wedding”

«Una piccola cifra, ma utile ad attutire le difficoltà del momento», dice il governatore Michele Emiliano. «Un settore duramente colpito dalla pandemia in tutta la sua filiera: sartorie, fiorai, fotografi, allestitori e catering». Nove su dieci le cerimonie rinviate al prossimo anno. L’intero comparto ha registrato una perdita stimata in circa ventisei miliardi di euro. Nessuna notizia, invece, per l’emendamento all’interno del Disegno di legge in tutta Italia. 

Puglia, millecinquecento euro per gli sposini, ecco il “Bonus matrimonio”. Lo ha annunciato il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, attraverso uno dei social a lui consueti: facebook. «Questo provvedimento è indirizzato a tutte le coppie che si sono sposate in questo periodo, difficile, e che si sposeranno entro la fine dell’anno; per venire incontro a quanti sono intenzionati a compiere questo passo importante abbiamo pubblicato il bando del “Bonus matrimonio”. Si tratta di una piccola cifra, millecinquecento euro, ma utile ad attutire le difficoltà del momento. Ci auguriamo davvero che il vostro amore costruisca un Paese e un mondo più bello. Siamo con voi in questo momento complicato, ma l’allegria e la gioia che il vostro amore scatena nel vostro cuore è anche la nostra».

Emiliano lo aveva annunciato durante il lockdown nel corso delle riunioni con gli operatori del settore wedding e con i cittadini. Il bonus, si diceva, è di millecinquecento euro e, in buona sostanza, a favore delle imprese della filiera “matrimoniale” che possono avanzarne richiesta, su domanda degli sposi, per le feste di matrimonio organizzate nel periodo dal 1 luglio al 31 dicembre 2020 (il provvedimento ha valore retroattivo).

Spiega il governatore della Puglia. «La misura, Puglia Wedding Travel Industry; ha come obiettivo quello di sostenere la filiera del settore wedding affinché le coppie di sposi che abbiano scelto di festeggiare il matrimonio nei mesi successivi alla fase di lockdown siano invogliate a mantenere fermo il loro proposito, confermando le feste nuziali; il wedding in questa regione rappresenta un mercato di riferimento. Questa attività, però, è stata duramente colpita dalla pandemia in tutta la sua filiera: dalle sartorie ai fiorai, ai fotografi, passando per allestitori, catering e wedding planner. Con questo programma la Regione Puglia insieme a Pugliapromozione intende dare un incoraggiamento concreto al settore, ovviamente sempre nel rispetto di tutte le misure previste per evitare contagi e il diffondersi del virus».

NEL RESTO D’ITALIA…

Tace invece l’attività per l’emendamento previsto per il Disegno di legge che intende rilanciare il settore-matrimoni praticamente spazzato via dall’emergenza Covid e aiutare i neosposi, in tutta Italia.

E’ bene ricordare che il rinvio dei matrimoni ha riguardato oltre cinquantamila coppie in tutta Italia e ha provocato una paralisi totale nell’organizzazione degli eventi del settore wedding. Circa il 90% delle cerimonie è stato rinviato al prossimo anno. Nel periodo legato ai mesi di marzo e aprile l’intero comparto ha registrato un calo del fatturato che va dall’85% al 100%: un disastro calcolato con una perdita stimata in circa ventisei miliardi di euro.

Il settore-wedding ha un valore inestimabile, pari a circa dieci miliardi di euro di fatturato, con una media di poco inferiore ai duecentomila matrimoni celebrati ogni anno: diecimila destination wedding(un’attività che porta al turismo oltre quindici miliardi di euro l’anno), più di cinquantamila imprese interessate e oltre milione di persone coinvolte. Di queste, oltre trentamila partite Iva.

ECCO I REQUISITI

Ma torniamo al “Bonus matrimonio” in Puglia. La misura voluta da Emiliano, Puglia Wedding Travel Industry, ha come obiettivo il sostegno della filiera del settore affinché le coppie di sposi che abbiano scelto di festeggiare il matrimonio nei mesi successivi alla fase di lockdown siano invogliate a mantenere fermo il loro proposito, confermando, appunto, le nozze.

Il wedding, come evidenziato, rappresenta un mercato di riferimento per la Puglia, purtroppo duramente colpito dalla pandemia in tutta la sua filiera. Come specificato all’interno del bando, i soggetti che possono farne richiesta, per conto degli sposi, sono: sale ricevimenti, strutture alberghiere, ristorazione, aziende di trasporto passeggeri, aziende produzione/vendita abiti da sposi/cerimonia, aziende produzione/vendita bomboniere, acconciatori e make-up artist, artisti e aziende servizi musicali e intrattenimento dal vivo, wedding planner

Gli operatori economici che presentano richiesta per conto degli sposi devono documentare quanto segue: possedere i requisiti morali di cui all’art.80 del Codice dei contratti pubblici (e cioè non essere esclusi dagli appalti per via delle condanne previste dal Codice degli appalti); essere regolarmente costituiti e iscritti nel Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura competente per territorio, al momento della pubblicazione dell’avviso; essere nel pieno e libero esercizio dei propri diritti, essere attivi e non essere sottoposti a procedure di liquidazione, fallimento, concordato preventivo, amministrazione controllata o altre procedure concorsuali in corso o nel quinquennio antecedente la data di presentazione della domanda; operare nel pieno rispetto delle norme vigenti, con particolare riguardo a quelle in materia igienico-sanitaria, lavoristica e contributiva, della prevenzione di infortuni/contagi/malattie, della tutela ambientale, nonché nel rispetto delle prescrizioni imposte da altre Autorità competenti e nei limiti delle autorizzazioni/licenze di cui siano titolari.

«Restate umili»

Adriano, asso del calcio, invita alla riflessione

«Ero un idolo, ho bruciato guadagni e amicizie. Quando penso all’Italia mi assalgono nostalgia e rimorso. Ai ragazzi suggerisco di essere modesti, è l’unico sistema per continuare a ragionare. Tornassi indietro, forse…»

«Oggi è il tuo giorno, stupirai tutti!». Quel giovanotto di un metro e novanta, un fascio di muscoli, ha un sorriso contagioso. Viene dalla sofferenza, e con un collega lo incontro a Lecce, due volte. Una volta a maggio, qualche mese dopo ad ottobre. Gioca al calcio, è diventato una star. In qualche modo gli portiamo bene, segna sempre, perfino una doppietta. «Sono in forma, sono felice: faccio il mestiere che ogni ragazzo brasiliano sogna, gioco al calcio; non solo ti pagano, ma ti fanno ricco, cosa posso volere di più dalla vita?!». E’ un ragazzo che ragiona con il cuore. Ci avesse messo anche la testa non staremmo a raccontare questa sua storia.

«Eppure è accaduto», dice. «Quando meno te lo aspetti, ti ubriachi di benessere, non solo di alcol; le amicizie, poi, quelle te le raccomando, tutte interessate: quando hanno bisogno ti cercano; quando vorresti un conforto, scappano». Mette insieme queste parole a malincuore. «Tornassi indietro – dice – non rifarei gli stessi errori; o li rifarei, avendo le stesse debolezze cui ero sottoposto a quei tempi». Aveva tutto: successo, danaro, l’affetto dei compagni, di un presidente, di un tecnico del capitano, che insieme coprivano le sue fragilità. Ma la parabola discendente è impietosa. Non rispetta i sorrisi. Quel ragazzo ha il papà che non sta bene, purtroppo viene a mancare nel momento di maggior successo del figliolo. E’ la svolta a perdere. Adriano alla notizia della scomparsa del papà, ribalta la sua vita.

ALCOL E “BAD COMPANY”

Finisce dall’altare alla polvere. Cosa saranno, toh, un paio di metri. Con un po’ di fortuna puoi cavartela. Qualche frattura, poi ti rimetti in piedi. Quando, invece, quella miscela velenosa si impossessa della tua mente e poi del tuo corpo, sono dolori. Gli amici, buoni quelli. Sanno dividere con te solo le scorribande, bevute, donne e coca “no limits”. Poi, quando il conto in banca è bello e prosciugato, tu cominci a riflettere un attimo, provi a riprenderti il tuo sogno, è ormai troppo tardi. Quei due metri di altezza fanno più male di qualsiasi caduta.

E’ la storia di Adriano, stella del calcio. Conosciuto personalmente, nessun tipo di frequentazione, se non la condivisione per il calcio. Non esiste altro sport che possa raccontarti meglio la parabola della vita; lui, un semidio, talvolta rimette in sesto una domenica cominciata male, con un gesto sportivo straordinario. Aveva folgorato tutti alla vigilia di un Ferragosto di venti anni fa, lui che all’epoca di anni ne aveva appena diciannove. Ultimo minuto di gara a Madrid. E’ il suo debutto in amichevole. E’ entrato qualche minuto prima, per fargli sentire il profumo della prateria del Bernabeu, campo del Real inviolato. I compagni, campioni, fra questi Seedorf e Vieri, nonostante l’esperienza, si fanno da parte. Manca una manciata di secondi dalla fine, risultato ancora sul pari (1-1). Lo avranno visto in allenamento, è un predestinato. Nel piede sinistro, quella sera, il ragazzo che viene dalle favelas brasiliane, ha il tritolo. Lunga rincorsa, cannonata e palla sotto la traversa: 1-2, è il gol-vittoria.

FORTE E FRAGILE

Forte fisicamente, debole psicologicamente. Fra le ultime esperienze, Miami. Non è calcio, è un baraccone. E così, Adriano, che avevano ribattezzato l’Imperatore, torna a casa. In Brasile, Rio de Janeiro. Forse non ha più soldi, La stampa locale dice che avrebbe vissuto nella favela “Vila Cruzeiro”, fra le più povere e pericolose di tutta la città.

«Gli anni passati a Milano – ricorda Adriano – ma anche Parma e Firenze, li porterò per sempre nel cuore, in quegli anni pochi sono stati fortunati come me. A Parma e Firenze giocai bene, a Milano, colpa, forse, di una città che imprime alla tua vita ritmi esagerati, mi persi un po’: venivo dal Brasile, da un contesto sociale particolare, povero, così soldi facili, donne e alcool ti complicano la ripresa».

Era diventato un asso della sua Nazionale, aveva vinto coppe e classifiche di marcatori. Poi quel bivio davanti al quale la debolezza sceglie per te. «Facevo il giro delle discoteche, bevevo in compagnia di gente fuori dall’ordinario che finiva all’alba con la polvere. L’ambiente calcistico mi proteggeva, sapevano che non ero cattivo, ma solo tanto confuso. Vivevo un sogno, che ho distrutto per colpa mia. L’Italia e il calcio italiano mi mancano, ma cerco di stare distante da quei ricordi, avverto troppi rimorsi».

Dovesse dare un suggerimento a qualsiasi ragazzo entrato non necessariamente nel mondo dello show-business, ma nel mondo del lavoro. «Massima umiltà. Fino a quando ho tenuto a mente questo insegnamento, le difese tremavano , le reti si gonfiavano, la gente mi rispettava e mi trattava da idolo. Perso per strada il senso di  umiltà, è crollato tutto: dunque, ragazzi, testa sulle spalle e piedi ben piantati a terra, la vita è una sola e va vissuta con il cuore sicuramente, ma anche con la testa».

«Amare le differenze»

Karima, origini algerine, ci racconta

Dal titolo del suo debutto alla difesa dei ragazzi africani. A Taranto per un concerto dedicato a Bacharach. «Sogno un mondo che non abbia padroni, tutto dovrebbe appartenere a tutti. Molti di loro vengono in Italia per trovare un’occasione di vita. I tg enfatizzano spesso qualche episodio, mostrando di essere loro i primi ad essere intolleranti. Rispetto chiunque, la spiritualità, la religione. Burt, maestro in tutto, a cominciare dall’umiltà…».

«Siamo figli di un mondo in cui non dovrebbe esistere un padrone, tutto dovrebbe appartenere a tutti. Dico cose forse qualcosa che qualcuno troverà scontate, ma queste cose le penso davvero: siamo di passaggio e la vita di ognuno di noi ha lo stesso valore di quella di un altro». Karima, all’anagrafe Karima Ammar, padre di origine algerina e mamma italiana, è stata a Taranto, ospite del Magna Grecia Festival, rassegna a cura dell’OMG, realizzata in collaborazione con il Comune di Taranto e con la direzione artistica del maestro Piero Romano. Lo spettacolo in programma all’Arena Peripato di Taranto, “Bacharach Forever”, è stato un successo.

Protagonista la cantante lanciata da un reality forte, importante, come può essere “Amici”, il programma ideato da Maria De Filippi, ha una visione precisa a proposito della vita, della tolleranza. Se non altro, perché ha pubblicato una decina di anni fa un EP dal titolo “Amare le differenze”. Un titolo non casuale, come non è stata casuale la collaborazione con un artista come Enzo Avitabile, uno dei nostri più grandi musicisti, aperto ad esperienze e studi di musiche ed etnie, stili diversi. A proposito della tolleranza, Karima. «Ognuno di noi ha la sua visione del mondo, della vita, padrone di credere in ciò che sente, essere più o meno spirituale, ben sapendo che l’attaccamento alle cose ci avvelena e può condurci allo scontro».

RISPETTO DEL CREDO

Lei, un’artista di statura internazionale. Detto della spiritualità, affrontiamo la religione. «Ho il massimo rispetto per chiunque, detto questo non discrimino religioni, anzi provo sempre a comprendere a fondo i motivi che esasperano e portano a una cosa insopportabile: l’intolleranza; posso anche arrivare a comprendere la paura che si può avere nei confronti dei migranti, spesso messi alla berlina; detto che i reati violenti vanno condannati, a volte capita che extracomunitari commettano reati identici a quelli di certi italiani: radiogiornali e telegiornali trattano spesso – non sempre, sia chiaro – la notizia in modo diverso; il più delle volte reati commessi per fame, come a dire che sia certi extracomunitari, che certi italiani, hanno lo stesso problema: non c’è lavoro, dunque, che importanza può avere il posto dal quale vieni, se anche un qualunque italiano che arriva a fine mese fra qualche stento, può vedersi costretto a fare gli stessi errori di un africano?».

Prima di parlare dei giorni nostri, della sua empatia con un autore come Marcello Pieri, Enzo Avitabile. «Lui arriva dalla cultura musicale napoletana, molto vicina a quella araba, a partire dalle note e dalle scale che vengono utilizzate nella composizione di canzoni. Lui ha questo amore sviscerato per il mondo arabo e per le sue sonorità; quando ci siamo conosciuti, è stato curioso di ascoltare la mia storia, quasi come cercasse lo spunto per scrivere una canzone che mi calzasse a pennello: gli ho raccontato le mie origini, quelle dei miei genitori e lui ha scritto un pezzo che praticamente racconta la mia storia».

«CANTI COME CAREY E DION»

Manca da un po’ dal Festival. Fra gli altri ricordiamo quello nel quale cantò accompagnata dal grande Bacharach. «Ci ho riprovato nelle ultime edizioni, non mi è andata bene, non sono stata selezionata, riproverò quest’anno; per quanto riguarda il grande Burt, che dire, mi ritengo fortunatissima nell’averlo interpretato, averlo incontrata, essere stata ospite e avere aperto i suoi concerti italiani. Avevo ventidue anni quando l’ho conosciuto personalmente, qualcuno pensava non sapessi chi fosse, invece lo studiavo da quando avevo sedici anni: è così che ho coronato il mio primo sogno; a seguire una sua produzione, la presenza al Festival di Sanremo accanto a me, insieme con Mario Biondi, che la sera della riproposizione dei brani, mi accompagnò nel brano “Come in ogni ora”».

Durante il concerto tarantino, Karima racconta Bacharach, una semplicità disarmante, tipica dei grandi. «Sono stata a casa sua per la pre-produzione dell’album, in questa occasione ho potuto constatare quanto sia umano ed essenziale in tutto, nonostante le comodità cui potrebbe affidarsi avendone le risorse: penso che i grandi si vedano anche da queste cose. Un professionista ineccepibile: durante la “prova dei suoni ” si presenta in tuta, poi, prima del concerto indossa il suo “abito da sera”».

Un complimento che le ha rivolto il maestro. «“Canti come Mariah Carey e Céline Dion!”. E io, emozionatissima per un complimento così esagerato: “Maestro, ma è proprio sicuro?”. Mi fece un cenno col capo accompagnandolo con il suo inconfondibile sorriso, come a dire “Dico proprio a te…”».

«Ripartiamo da Taranto»

Francesco Boccia, il ministro degli Affari regionali e il Recovery Fund

La Città dei due mari dopo il lockdown deve tornare a sorridere. Il siderurgico va messo in sicurezza. «Nel progetto di ripresa è in cima alla lista, sogniamo un’Ilva senza carbone, un’acciaieria pulita, la prima del mondo». Covid non ancora debellato: «Attenzione agli irresponsabili: dicono che è tutto finito, in realtà stiamo scherzando col fuoco». Le risorse dall’Unione europea. 

Recovery Fund, «Taranto, in cima alla lista, il sogno è un’Ilva senza carbone, un’acciaieria pulita, sarebbe la prima del mondo». Questo uno dei passaggi di una intervista rilasciata dal ministro agli Affari regionali Francesco Boccia. Stabiliamo, intanto, cos’è il Recovery Fund, letteralmente “fondo di recupero”. Definito anche “Next Generation Eu”, è in qualche modo la risposta dell’Europa alla disastrosa emergenza causata dal Covid-19. Insomma, un “fondo di ripresa” associato al bilancio a lungo termine dell’Unione Europea dal 2021 al 2027. Discusso e osteggiato da una parte dei Paesi dell’Unione Europea, il “Recovery” rappresenta una delle soluzioni per contenere le differenze tra i Paesi e i rischi del mercato unico.

Dunque, Boccia conferma. Non ci sarebbe Paese al mondo che abbia realizzato un pacchetto di aiuti come l’Italia. La maggioranza delle risorse sono destinate al Sud, alle aree in ritardo di sviluppo del Nord. Risorse che vanno utilizzate per fare investimenti strategici che possano preparare la strada al futuro.  Recovery Fund, il ministro Boccia parte da Taranto. «Il presidente Conte ha già detto che, per esempio, Taranto è in cima alla lista: personalmente sogno un’Ilva senza carbone, un’acciaieria pulita, così da sarebbe la prima del mondo. È la nostra idea di sempre, nonostante qualcuno ci avesse deriso. Candidati alla presidenza della Regione, volevano l’Ilva a tutti i costi anche con il carbone e sono gli stessi che volevano le trivelle in mare al tempo del referendum; qualcuno l’acciaieria voleva chiuderla, ma non si capisce come e per far cosa».

LA PUGLIA SECONDO IL MINISTRO…

I pugliesi, secondo Boccia, sanno distinguere tra chi è credibile e chi non lo è. «Ora in Europa l’Ilva “verde” viene vista come strategica per tutto il continente. Sono fiducioso, la Puglia sarà tra le prime regioni, non solo meridionali, a riprendersi. Abbiamo una classe di imprenditori e lavoratori con i fiocchi, si continua a produrre e credo che, se non avremo sorprese sotto il profilo sanitario, ne avremo invece e di positive sotto quello del prodotto interno lordo. Sono molto fiducioso e i sostegni statali e regionali hanno aiutato molto».

A proposito di crisi, Recovery Fund, risorse per sostenere il Paese, il Sud, dai contagi di Covid segnalano un pericoloso aumento. Una situazione che andrebbe peggiorando. «Basta andare in giro – sostiene il ministro agli Affari regionali Boccia in una intervista resa alla Gazzetta del Mezzogiorno – per capire che la guardia si è molto abbassata; comprendo che dopo il lockdown si abbia voglia di vivere, non comprendo gli irresponsabili che dicono che è tutto finito solo perché gli effetti clinici sono più attenuati, stiamo scherzando col fuoco».

Eppure secondo qualcuno il lockdown sarebbe stato eccessivo e il Sud poteva essere preservato. «Il nostro Paese – l’opinione di Boccia – contava mille morti al giorno: è surreale che qualcuno oggi metta in discussione il lockdown. Tra febbraio e marzo ci sono state dichiarazioni dei presidenti, con la richiesta unanime di chiusura urgente del Paese: è tutto agli atti. E se ce l’abbiamo fatta fino ad oggi è perché siamo stati sempre uniti e responsabili. Il lockdown totale ci ha permesso di uscire prima dalla fase più critica, basta vedere quello che succede nel resto del mondo. Chi dice il contrario fa un’operazione per certi aspetti disgustosa».

COVID, SE CI FOSSE STATO…

Una posizione forse troppo severa, quella del ministro agli Affari regionali. «No. Quando l’epidemia è scoppiata in Cina, se ci fosse stato un allarme mondiale più determinato, e quindi con chiusure o attività di prevenzione, oggi il pianeta non conterebbe venti milioni di contagi e un numero spropositato di morti. Chi dice che in Italia così abbiamo danneggiato il Pil del Sud dice una cosa sbagliata: sfido chiunque a venire a dirmi che mentre una metà del Paese restava chiusa e in condizioni drammatiche, l’altra metà avrebbe potuto continuare le proprie attività senza rischi. Il lockdown ha protetto la salute e la vita degli italiani, mettendo in sicurezza gli ospedali del Nord in grave crisi e salvando il Sud da una catastrofe che non riusciamo nemmeno a immaginare».

Adesso è necessaria una maggiore attenzione. «Di più. E non vuol dire essere catastrofisti o allarmisti, ma leggere con lucidità i numeri. Il problema è duplice: contagi di rientro dall’estero e raduni di ogni tipo; poi c’è chi dimentica anche le minime norme di igiene. Si rischia il corto circuito perché il Covid-19 non guarda in faccia nessuno. Se la situazione precipita saremo costretti a ricorrere a restrizioni; non c’è altro modo per fermare le epidemie se non si riesce ad adottare minimi comportamenti virtuosi. E voglio dirla tutta: un altro lockdown sarebbe insostenibile per qualsiasi nazione. Ma se non riusciamo a convivere col virus dovremo adottare limitazioni essenziali per salvaguardare la salute dei cittadini, che viene sempre prima del Pil. Negazionisti e chi afferma il contrario credo debbano essere privati del diritto di cittadinanza universale: prima la salute, poi il business, su questo non ci sono margini di trattativa».

Infine, in PugIia sarebbe stato fatto quanto si doveva. «Emiliano, il presidente della Regione, è stato efficiente e determinato. Ha agito da presidente e da assessore alla protezione civile nello stesso tempo. La rete ospedaliera è a posto, con tutti gli standard in ordine. Credo che anche i pugliesi abbiano dato prova di grande maturità. Ma proprio per questo bisogna stare attenti ed essere prudenti».