Giustizia sociale

Dibattito a più voci in difesa delle fasce deboli

Interventi autorevoli. Studenti, extracomunitari, collaboratrici familiari dell’Est. Una risposta ad ogni domanda. L’impegno del CPA, Centro per l’istruzione agli adulti e la disponibilità del “Pacinotti”.

Si torna a parlare di sociale, a più voci, alla luce del progetto promosso nei giorni scorsi, quando ancora non circolava il decreto della Presidenza del Consiglio sulla sicurezza sanitaria e sulla conseguente chiusura delle scuole in via precauzionale. Nei giorni scorsi, in occasione della Giornata mondiale della giustizia sociale organizzata nell’Aula magna dell’Istituto scolastico “Pacinotti” di Taranto si è svolto un interessante dibattito che aveva per tema “Uguaglianza, rispetto, libertà, onestà (URLO)”. Presenti tutti gli attori utili al dibattito. Da rappresentanti di Asl, Unicef e Regione, medici, legali, una sociologa, un teologo, un assistente sociale, coordinatore  di un Centro di accoglienza. C’è anche una componente sindacale, che non guasta mai, considerando che i ragazzi, le fasce deboli hanno sì bisogno delle indicazioni giuste, ma anche di assistenza. Il poco sì, ma garantito, che non a caso viene liquidato con la locuzione “minimo sindacale”.

Non mancano i ragazzi, gli studenti delle scuole superiori invitati dal CPA, il Centro provinciale per l’istruzione agli adulti, diretto da Oronza Perniola, e con sede in corso Vittorio Emanuele II a Taranto, che organizza il convegno a più voci. Introducono ai lavori, i docenti scolastici del CPA, Alessandra Picaro, ideatrice del progetto, e la vicepreside Daniela Meli.  E, non ultimi, anzi, tutt’altro che ultimi, in quanto attivi anche nel corso del dibattito, ragazzi extracomunitari, provenienti da Paesi africani, e donne dell’Est, impegnate nei lavori domestici e nell’attività di badanti. Fra i diversi interventi, fioccano slide, video e domande. Ai quesiti, dopo il loro intervento, rispondono i diversi ospiti messi in relazione fra loro per animare il confronto.

Fra questi, Giuseppe Stasolla, presidente del Comitato consultivo misto Asl Taranto; Marco del Vecchio, dottorando di ricerca; Ignazio Galeone, assistente sociale, coordinatore CAS; Tiziana Magrì, referente Neet Equity Unicef; Agnese Curri, referente regionale Save the children; Carmine Iannelli, psicanalista; Consuelo Manzoli, docente di Storia e Teologia delle religioni; Francesca Negro, Segreteria territoriale Fai-Cisl Taranto e Brindisi. In veste di moderatore, Claudio Frascella, giornalista in rappresentanza della cooperativa “Costruiamo Insieme”.I GIORNI Giustizia 2 - 1L’incontro scorre in fretta. Ci sarebbero diversi punti di domanda cui dare risposta. Il dibattito si anima quando gli studenti, interessati ai temi dell’incontro, trascurano per un paio di ore cellulari e social. E’ uno dei ragazzi più attivi ad intervenire e parlare di uguaglianza. Nelle sue considerazioni, più volte indirizza lo sguardo ai ragazzi extracomunitari che partecipano anche allo scambio di vedute. “Siamo uguali – dice lo studente – fare oggi un distinguo sul colore della pelle, mi pare una follia; anacronistico, per dirla con quelli che parlano bene: spesso mi sono sentito più vicino per vedute sociali, fratello – per vicinanza – a un ragazzo africano, che non ad uno dei miei compagni di classe, con i quali non sempre certe idee coincidono: forse sbaglio, o magari sbaglia un compagno, motivi di educazione, mi pare più intransigente, ma l’importante è aprire un dibattito piuttosto che chiudersi a ricco”.

A ruoli praticamente invertiti, interviene un extracomunitario. “In Italia mi trovo bene – dice il ragazzo africano, molto applaudito – cercavo accoglienza, ma soprattutto rispetto, cosa che ho trovato in ognuno dei miei insegnanti, dei miei compagni di classe: vi invito a fare tesoro di una parola che ha un peso enorme quando ti viene a mancare; qui, come nel resto d’Europa, tante volte sorvolate, date per scontato che è una cosa che vi spetta: il rispetto; prima di arrivare qui, in Italia, essere accolto, aiutato a studiare, a frequentare le aule di una scuola e fare i primi corsi di formazione, ho passato i miei guai, fra guerre civili e fughe dalla prigionia: non molti sanno che con grandi sacrifici e lavoro molti miei fratelli neri, impegnati come me nei campi, hanno staccato il loro biglietto per l’Italia su uno di quei gommoni sui quali stavamo stretti come sardine a rischio della vita”.

Chiede consiglio a uno dei relatori, il giovane africano. Si scambiano i rispettivi numeri telefonici. Un intervento di una badante, chiede informazioni legali. Anche in questo caso, il tema principale della discussione viene rimandato ad un incontro in uno studio legale. Materia delicata l’inquadramento di una delle tante donne che vengono dai paesi dell’Est. “Facciamo lavori – dice la donna – che non sempre i figli dei nostri assistiti vogliono fare; ci trattano bene, ma vorremmo una maggiore tutela”. E qui arrivano domande delicate su permessi di soggiorno o “assunzioni” sulla parola, il più delle volte suggellate da una stretta di mano”.

L’incontro meriterebbe maggiore approfondimento e non è detto che sia necessario un altro evento simile, una “giornata mondiale”. La giustizia sociale è uno dei cardini della democrazia, è messa in campo quotidianamente. Pertanto, ogni giorno, e non in occasione di un evento, è buono per tornare a riparlarne in modo più approfondito.

Coronavirus, una sciagura

Economia italiana in crisi, il Prodotto interno lordo rischia flessioni dolorose

Rischiamo un conto salato. L’epidemia starebbe provocando perdite tra i nove e ventisette miliardi di euro. E siamo solo all’inizio. Danno di immagine molto pesante. Settori produttivi allo stremo delle forze. Invocate misure più snelle di accesso al credito. Invito alla Pubblica amministrazione perché saldi i debiti contratti con i propri fornitori.

Che non ci fosse da stare tanto allegri con il coronavirus che dilaga a vista d’occhio in molti Paesi europei e, in particolare in Italia, era previsto. Idem per ciò che attiene la Sicurezza sanitaria, con un comparto che non sempre brilla per competitività. Anzi, negli ultimi anni sono stati cancellati migliaia e migliaia di posti-letto: la Sanità italiana, si diceva, non godeva di buona salute.

Ciò detto, con il diffondersi di un virus che, dicono gli studiosi, è molto meno dannoso di una normale influenza (e qui cominciano i primi dubbi…), la Sanità non ha gli strumenti per combattere energicamente una crisi simile. A tutto questo vanno aggiunte misure precauzionali per evitare che si ammalino di botto venti milioni di italiani, dunque primo obiettivo è spalmare l’emergenza. Dilatare i tempi di contagio e, dunque, consentire al Ministero della Sanità di trovare contromisure.

Ma, non previsto (o previsto, chi può dirlo), sfugge il controllo della comunicazione e così scoppia il panico e l’Italia, principale attrattore del turismo internazionale, perde colpi ed entra in crisi nelle strutture di ricezione e quanto legato all’intero comparto (alberghi, musei, stabilimenti balneari, stazioni sciistiche e via di questo passo). In Europa, dove non aspettano altro, cominciano con il suggerire ai propri connazionali che andare di questi tempi (ma anche nell’immediato futuro) non sia più cosa buona e giusta. Ed ecco servita la crisi economica.

E’ così che l’economia italiana rischia di dover pagare un prezzo salato. Secondo valutazioni degli esperti, l’epidemia del coronavirus e, si diceva, in special modo le misure adottate per contenerla stanno provocando un pil di “segno meno” compreso tra i nove e ventisette miliardi di euro (un’oscillazione che tiene conto l’entità di perdite e guadagni nei diversi settori).

La stima svolta da esperti della ricerca, considera l’impatto diretto della diffusione del virus nelle regioni italiane, con effetti immediati e di più lunga durata, a seconda del settore considerato. Lombardia e Veneto, per esempio, le due regioni dove per primi sono stati registrati i primi casi, per il nostro Paese rappresentano qualcosa come il 31% del Prodotto interno lordo (Pil) italiano. Se la matematica non è un’opinione, sempre secondo gli studiosi, rischiamo di andare incontro a una contrazione del 10% del Pil in sole queste due regioni significa una diminuzione del 3% di quello dell’intero Paese. La flessione per l’intera economia stimata, pertanto, va da un -1% a un -3%. Variazioni cumulate nel primo e nel secondo trimestre 2020. La scoperta dei primi casi, infatti, insieme con le misure di contenimento e la diffusione della paura tra la popolazione, sono avvenuti nell’ultima decade di febbraio e, quindi, incideranno solo su una parte del primo trimestre, mentre sostanzieranno i loro effetti nel secondo.

La stima si basa su una valutazione degli effetti sui singoli settori, raggruppati in quattro categorie in base al range di probabile variazione del rispettivo valore aggiunto e poi calcolando il peso di tali categorie sul Pil totale. Il primo gruppo comprende quei settori che vedono aumentare tra il 2% e il 6% la loro attività in conseguenza dell’epidemia virale (farmaceutica, cura della casa, servizi connessi allo smart working e alle video conferenze); il suo peso è dell’8,5%. Secondo gruppo, di gran lunga il più importante, vale il 54,6% dell’intera economia e non patisce sostanziali variazioni di attività a causa del virus. Il terzo gruppo incide per il 25,1% e patisce una contrazione produttiva limitata (al più del 4%. Infine, l’insieme dei settori che stanno subendo contraccolpi molto forti (tra -10% e -40%) ma che hanno un peso contenuto (11,7%; dalla filiera del turismo, a tutte le attività legate a centri di aggregazione).

Fra i tanti, lancia l’allarme anche la Cgia, la Confederazione generale italiana degli artigiani. Se l’emergenza coronavirus dovesse diffondersi a dismisura in tutte le regioni del Nord – sostiene – e durasse qualche mese, come ipotizzato da molti esperti di virologia, il rischio che una buona parte dell’economia nazionale si fermi è più di una ipotesi. Dall’Ufficio studi della Cgia segnalano, inoltre, che in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Liguria viene generata la metà del Pil nazionale e del gettito fiscale che finisce nelle casse dell’erario. Qui vi lavorano oltre 9 milioni di addetti occupati nelle imprese private (pari al 53 per cento del totale nazionale); da questi territori partono per l’estero i 2/3 delle esportazioni italiane e si concentra il 53% degli investimenti fissi lordi.

Oltre alle misure urgenti che interessano le attività e i contribuenti che rientrano nei comuni ubicati nella cosiddetta zona rossa, è necessario che l’esecutivo metta a punto una misura strutturale che interessi tutta l’economia e, quindi, rifinanziare in particolare Cigo e Cigs, ridare credito alle Piccole e medie imprese e fare in modo che la Pubblica amministrazione paghi i suoi debiti.

Il danno di immagine provocato al nostro Paese dal coronavirus è pesante. Molti settori produttivi sono già allo stremo delle forze. Anche per questo viene chiesto a più voci al governo di approvare subito un intervento a medio-lungo termine che preveda il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e l’estensione degli stessi ai settori che oggi ne sono sprovvisti. Ciò detto, andrebbero rafforzate le misure di accesso al credito delle Piccole e medie imprese, facendo in modo che la Pubblica amministrazione saldi i debiti contratti con i propri fornitori.

«Sono Rex, risolvo problemi»

Nigeriano, trentasette anni, fuga, Libia e Italia

«Costruisco e riparo motori. Sogno di riunirmi con moglie e figlio, Gloria e Kingsley. Il mio chiodo fisso: l’italiano, volevo impararlo in fretta. Corso di alfabetizzazione a “Costruiamo Insieme” e primo titolo di studio italiano!»

Una cosa ci aveva colpiti nella prima chiacchierata con Rex: la sua voglia di imparare in fretta. Non solo l’italiano. Lui, nigeriano, trentasette anni, fede cattolica, moglie e figlio, Gloria e Kingsley, rimasti nel Paese di origine, aveva voglia di fare tanto altro ancora. «Mi piacerebbe trovare lavoro e dignità – ci ripeteva – due cose che nella mia Nigeria in molti hanno dimenticato: imparare l’italiano, trovare un lavoro, farmi raggiungere da mia moglie e mio figlio, nel frattempo cresciuto, diventato – come dite da queste parti – un ometto, qualcosa che sta fra il ragazzo maturo e l’uomo di esperienza; bene, io immagino così il mio Kingsley…».

Una delle cose buffe che faceva Rex, davanti a noi, mentre facevamo due passi in centro, a Taranto, era una sorta di corsa ad ostacoli con l’italiano. Non aveva davanti un giornale o un libro di alfabetizzazione, un corso svolto a “Costruiamo Insieme”, bene, senza porre tempo in mezzo, il trentasettenne nigeriano leggeva le insegne delle attività commerciali. Tu gli chiedevi se avesse voluto un caffè, lui quasi non ti sentisse, rispondeva con «Abbigliamento, profumeria, ottico, supermercato, casa del disco, casa del rasoio… ». Non si fermava un attimo, se non lo mettevi davanti a cose fatte e, con garbo, lo facevi voltare dalla parte giusta. «Rex, sai cosa è scritto su quell’insegna, vero?». E lui, studente appassionato di libri e lettura; «Bar…caffè!». Eccolo servito. Anche mentre sorseggia il “benedetto” caffè trova l’occasione per bisbigliare qualcosa. «Zucchero, canna, pasticceria…lìstino!». Sull’ultimo sostantivo scivola sull’accento, ma avrà tempo per imparare bene l’italiano. Potessimo parlare noi così bene il suo inglese, la lingua ufficiale della sua Nigeria.

MOTORI E MOTORINI…

«Il mio Paese, sempre nel cuore – ci ha ripetuto più volte Rex – come si fa a dimenticare le radici, lì ci ho lasciato cuore e anima: avevo papà, mamma e sei fratelli, abitavamo insieme, una famiglia patriarcale la nostra; mio padre, che adesso non c’è più, mi aveva trasmesso la voglia di spendermi per la famiglia, lavorare da mattina a sera, compiere mille sacrifici perché i “miei” – mia moglie Gloria e mio figlio Kingsley – fossero orgogliosi di me».

Due lavori in un solo giorno. «Io e mio padre avevamo un’auto, piccolo investimento del mio genitore, giravamo per la città imbarcando sul mezzo quanti sarebbero dovuto venire con noi nei campi, perché tutte le mattine ci toccava raccogliere qualsiasi cosa, dalla frutta agli ortaggi; al ritorno, stesso giro, tutti a casa, noi che avevamo accompagnato i colleghi dei campi nelle rispettive abitazioni, andavamo a dormire più tardi di tutti i passeggeri…».

Non solo tassista, contadino, Rex è anche un uomo pieno di risorse. «Ho sempre amato il lavoro di meccanico – spiega – sono molto bravo a realizzare sistemi meccanici, motori piccoli e grandi; motori e motorini – non quelli a due ruote, puntualizza – ma per pompe idrauliche, tanto per fare un esempio: nel mio Paese sono importanti, intanto perché in molte case non hanno l’acqua corrente, lo stesso contadini e proprietari di terreni per coltivare qualsiasi cosa; anche questi devono lavorare e dare lavoro, far fruttare la loro terra e raccoglierne i frutti; in Italia è diverso, non avete problemi idrici…».

Quasi si dispiace Rex. Più per non essere utile alla causa, ma poco importa, considerando che è un uomo dalle mille risorse. «Lo scopo principale è trovare un lavoro e riabbracciare mia moglie e mio figlio, farli venire in Italia, far compiere loro il mio stesso percorso di apprendimento».

Rex ha rimosso certe cose, vorrebbe non parlarne, ma fa come il gambero – mima i passi indietro – torna sui momenti più brutti vissuti proprio nella sua Nigeria e, successivamente, in Libia, dove ha dovuto finanziarsi il viaggio in mare con otto mesi di lavoro, anche stavolta nei campi. «Un giorno ero in un bar – ricorda – con dei miei amici, si parlava del più e del meno, magari anche di sport, certamente non di politica: in una normale ricognizione in giro per la città, si fermò un convoglio di soldati; forse qualcuno aveva fatto loro una telefonata anonima, chissà, fatto sta che in quel locale quei militari erano piombati in modo violento: armi in pugno ci avevano rovistati, per vedere se avevamo pistole o coltelli; non erano soddisfatti, ci spinsero su un camion e ci condussero in caserma, di lì a poco fummo processati su due piedi e tradotti in carcere: ci avevano inflitto una pena di tre anni perché – stando alla loro tesi – in quel bar ci eravamo riuniti per rovesciare il governo!».

SCONTO DELLA PENA

Non tre anni, ma due. «Sconto della pena – ricorda Rex – per buona condotta; non avevamo studiato alcun piano, ci avevano condannati e alla fine dovevamo dire “grazie” per non averci tenuti lì ancora un anno…». La Libia. «A quel punto rischiavo di diventare matto – le sue conclusioni – non era più il caso di restare in Nigeria, così salutai la mia famiglia e mi allontanai: mi fermai del tempo in Niger, per poi spingermi in Libia, anche se l’obiettivo grosso era l’Italia, il mio pensiero era rivolto al vostro Paese».

Libia, una tristezza. «Non era più quel Paese di cui si diceva un gran bene, ma solo il passaggio obbligatorio per arrivare in Italia: un panino per ogni giorno di lavoro, metà a pranzo e metà a sera, nient’altro; quel panino ce lo pagavamo con giornate nei campi, lo stesso il fitto di un locale nel quale ci ammassavano per poi farci uscire il mattino seguente per spezzarci ancora la schiena raccogliendo frutta e ortaggi».

Dopo otto lunghi mesi, la libertà. «I nostri carcerieri pensarono che quell’attività fosse stata sufficiente – prendevano denaro dai proprietari dei terreni – per lasciarci andare via: ci imbarcammo in una settantina, fummo raccolti da una nave mercantile spagnola di passaggio che, a sua volta, ci consegnò a una nave militare italiana. Catania, un lungo viaggio in autobus, finalmente Taranto, “Costruiamo Insieme”, un primo corso di alfabetizzazione e il mio primo titolo di studio sul suolo italiano!».

«Chi fa da sé…»

Carlo Buccirosso, attore, autore e regista

All’Orfeo con “La rottamazione di un uomo perbene”. «Pochi gli autori in circolazione, non mi andava di aspettare. Serietà, attori bravi, una direzione attenta, efficace e il pubblico ricambia. Al “Manzoni” di Milano e in tv sono arrivato in ritardo: ma ho saputo attendere il mio turno. E senza raccomandazioni…»

Carlo Buccirosso, attore napoletano, oggi anche autore e regista. Ottimi risultati nella scrittura come nella regia, firma “La rottamazione di un uomo perbene”, lavoro teatrale andato in scena al teatro Orfeo di Taranto all’interno della rassegna teatrale a cura dell’Associazione “Angela Casavola” con la direzione artistica di Renato Forte. Ruolo importante riveste la nostra cooperativa sociale, “Costruiamo Insieme”, che per il secondo anno consecutivo ha voluto affiancare un cartellone teatrale importante.

Dunque, Buccirosso. Già intervistato lo scorso anno, stavolta si è concesso in regime di esclusiva per sito, canale youtube e web radio di “Costruiamo Insieme”. Estremamente discreto, l’attore, nonostante un abbassamento della voce a pochi minuti dall’andare in scena, si è concesso volentieri alle nostre domande, un fuoco di fila. Interrogativi ai quali ha saputo rispondere da par suo, attore brillante, amato dal pubblico che privilegia il cinema, ma oggi apprezzato anche dalle platee televisive e teatrali. Applausi a scena aperta e abbraccio ideale al pubblico che ha assicurato il “tutto esaurito”, nonostante l’allarmismo lanciato per il coronavirus. Pubblico tarantino che ha risposto massicciamente all’invito a teatro, un interesse ricambiato da un lavoro di alto livello.

Attore, autore, regista. Buccirosso, quale dei tre ruoli ritiene sia il più impegnativo?

«Sicuramente quello di autore, considerando che ogni anno mi tocca scrivere qualcosa di nuovo, cercare dentro di me, oppure avvertendo quel tema che, in qualche modo,  il pubblico vorrebbe che tu portassi in scena. Poi c’è pubblico e pubblico, a volte esigente, altre volte distratto…».

Lei questa sensazione l’avverte sul palco, qual è il suo sensore?

«Sensori negativi: i telefonini accesi, verso i loro possessori lo scorso anno ho cominciato una battaglia che oggi continuo imperterrito; il messaggio che viene letto prima dell’inizio dello spettacolo sta funzionando; invito il pubblico a non chattare, non a tenere il telefonino spento – nessuno lo spegnerebbe – perché diversamente ci sarebbe da vergognarsi; significa mancare due volte di rispetto: a se stessi, per aver acquistato i biglietti e, invece, aver scelto una poltrona di teatro per dedicarsi al social; si manca di rispetto anche agli attori in scena ai quali non si presta la giusta attenzione – da “lassù” ce ne accorgiamo – e solo il mestiere ci aiuta a non distrarci e ripagare la fiducia a quella parte di pubblico che, invece, è lì a seguire lo spettacolo».

L’esigenza che l’ha spinta a scrivere per conto suo cose che poi si è cucito addosso con risultati importanti.

«Ho capito che se non me le scrivevo io, cose importanti – come dice lei – non me le avrebbe date nessuno; poi perché non vedo in circolazione tanti autori in grado di scrivere lavori teatrali degni di questo nome; idem per ciò che riguarda le sceneggiature cinematografiche; così mi è venuta voglia di provare e penso di esserci riuscito con risultati lusinghieri, direi: non penso di aver preso scivoloni con le commedie scritte finora; questione di ingredienti: intanto la serietà, buoni attori, una storia che reggesse, una regia efficace, costumi e scenografie importanti che non tutti, oggi, possono vantare».

Lo scorso anno ha detto della tv: solo oggi si è accorta di me, peggio per lei.

«Mi hanno già proposto una seconda serie dello sceneggiato “Imma Tataranni – Sostituto procuratore” interpretato insieme con Vanessa Scalera. Mi sono trovato bene con il regista, Francesco Amato, molto simile a me: scrive molto bene – ha partecipato lui stesso alla sceneggiatura – ed è un regista che lavora molto sugli attori, come provo a fare io, rispettando e amando le risorse a disposizione».

Un bel mettersi in discussione. Come fa un attore come lei a ritoccare un registro attoriale, trasformandosi da comico ad artista con sfumature più contenute, sostanzialmente ironiche?

«Questione di misura. E’ questo l’aspetto fondamentale, il non andare oltre, riuscire a tenerti nel perimetro del personaggio al quale stai dando carattere».

Ha nobilitato il ruolo di “spalla”. Qual è il ruolo che le ha dato maggiori soddisfazioni tanto da averle dato una spinta talmente decisiva da affrontare, oggi, un impegno non duplice, ma triplice, visto che è attore, autore e regista.

«Peppino De Filippo era una grande “spalla”, parlandone con il massimo rispetto riusciva a diventare protagonista al cospetto di artisti come Eduardo e Totò; in tv, al cinema, esiste un controcampo: quando ti inquadrano e tu non parli, devi utilizzare la sola espressione del viso; è la tua occasione, devi metterla a frutto».

Non ci ha detto il ruolo decisivo.

«Al cinema, ho interpretato Paolo Cirino Pomicino ne “Il Divo” diretto da Paolo Sorrentino; il ruolo mi ha dato autostima più che popolarità – quella già ce l’avevo – mi mancava però compiere un salto, misurarmi con un banco di prova importante e senza prova d’appello; non nascondo di aver vissuto momenti di grande preoccupazione, riuscendo alla fine a piegare anche gli ultimi dubbi».

E’ arrivato con le sue gambe al “Manzoni” di Milano chiudendone la stagione lo scorso anno.

«Adesso vorrebbero che la prossima Stagione teatrale l’aprissi, un segnale importante; in teatro spesso le raccomandazioni hanno il loro peso, ma tutto quello che ho raccolto lo devo alle mie capacità e non alle buone relazioni, ci ho messo un po’ più di tempo, ma alla fine ce l’ho fatta; mettiamola così: la meritocrazia nel nostro Paese va a passo di lumaca, diciamo che ho saputo aspettare il mio momento».

«Altrove meno contagi»

Coronavirus, Italia fanalino di coda nei controlli

Nonostante allo “Spallanzani” di Roma sia stato isolato il temuto germe, il nostro Paese va a rilento. Nel resto d’Europa ridotto vistosamente il numero dei contagi. Le dichiarazioni di Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive. «La somministrazione del test non risponde alle linee guida europee»

Diciamolo, anzi mettiamolo per iscritto, così non sfuggirà a il senso di un domenicale che arriva, puntuale – scusate l’immodestia – all’indomani di alcune dichiarazioni attendibili sul coronavirus (il Covid-19) che sgomitano fra il qualunquismo e il niente che da settimane circolano in tv. Del resto, sappiamo che le buone notizie non fanno like ed ascolti. Le trasmissioni che vanno per la maggiore e triplicano l’audience sono quelle che fanno terrorismo. Secondo qualcuno andrebbero denunciate per procurato allarme, ma la battaglia legale (e illegale, considerando gli strumenti di comunicazione direttamente interessati) avrebbe tempi lunghi. Arriverebbe sicuramente dopo che i ricercatori impegnati nella ricerca di vaccini avranno debellato il germe influenzale che arriva dalla Cina e altri tipi di influenza che nel frattempo avranno interessato l’Italia e l’intera Europa.

Italia ed Europa, appunto. Perché i test sul coronavirus vengono somministrati solo a chi ha avuto contatti a rischio, ma presenta anche sintomi? Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello “Spallanzani”, l’Istituto nazionale per le malattie infettive – dove in queste ore è stato isolato il temuto virus – in un incontro con la stampa, ha dichiarato che «in Italia si contano più casi di coronavirus che nel resto dei paesi europei». Questo sistema che gode scarsa considerazione nel nostro Paese, infatti, nel resto del Vecchio continente ha ridotto vistosamente il numero dei contagi.

DA “CASO” A “CASO SOSPETTO”

A Ippolito è stato chiesto come giudicasse il limitare dei test per individuare il coronavirus solo ai pazienti sintomatici, a differenza di quanto è stato fatto sinora in Italia. Domanda inutile, direbbe qualcuno. Ma noi cerchiamo risposte e, allora, sentiamo cosa dice a tale proposito il direttore scientifico dello Spallanzani. «Ci siamo solo adeguati alla definizione di “caso”, aggiornata solo il 25 febbraio dall’Ecdc, l’Agenzia europea di prevenzione e controllo delle malattie; secondo questa si sarebbe in presenza di “un caso sospetto”, che deve quindi essere sottoposto a test, quando il paziente presenta una infezione respiratoria acuta e nelle due settimane precedenti – giorni in cui sorgono i sintomi – lo stesso abbia avuto contatti ravvicinati con un caso probabile (o confermato), sia stato in aree di presumibile trasmissione comunitaria dell’infezione; la somministrazione del test a pazienti che non presentano sintomi non risponde quindi alle linee guida dell’Ecdc, tanto da portarci ad avere risultati non confrontabili con quelli delle altre nazioni». Come a dire, volendo usare una delle frasi più ricorrenti che circolano nel mondo sanitario, che “prevenire è meglio che curare”.

Non sarebbe esatto parlare di comunicazione solo dei casi clinici più gravi. Più corretto è, invece, dire che verranno comunicati soltanto “casi clinici rilevanti” rispetto alla definizione di “caso” stabilita dall’Oms e dall’Ecdc, che oltre agli asintomatici che abbiano avuto contatti “a rischio”, escluderebbe anche chi ha infezioni respiratorie in atto ma senza aver avuto rapporti ravvicinati con casi certi o probabili.

ISOLATO IL VIRUS!

Proviamo allora ad approfondire, grazie sempre al direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani, cosa conosciamo del coronavisurs e cosa dobbiamo ancora scoprire. «Sappiamo già molto e molto scopriamo tutti i giorni – dice il professor Giuseppe Ippolito – grazie alla grande mobilitazione scientifica internazionale; avere isolato il virus allo “Spallanzani” è fondamentale: ci consente di effettuare molteplici attività di ricerca, dalla messa a punto di nuovi test diagnostici alla valutazione dell’interazione con farmaci, fino alle ricerche sui vaccini: naturalmente molto c’è ancora da scoprire, a partire dai meccanismi di trasmissione».

Ma come si guarirebbe dal coronavirus, considerando che il vaccino non sarebbe dietro l’angolo. E’ di queste ore la notizia che la biotech Moderna ha consegnato le prime fiale di un vaccino sperimentale al Niaid, la sezione che si occupa delle malattie infettive all’interno del Nih, l’agenzia Usa che sovrintende alla ricerca in sanità. Ma, è bene ribadirlo, siamo ancora all’inizio di un percorso che non durerà meno di un anno.

Con i due pazienti cinesi ospedalizzati allo “Spallanzani” si è parlato di miracolo. I farmaci utilizzati potrebbero essere una delle armi per contrastare il virus. «Abbiamo usato due farmaci – spiega, in conclusione, Ippolito – il lopinavir/ritonavir, un antivirale comunemente utilizzato per la infezione da Hiv e che mostra attività antivirale anche sui coronavirus; e il remdesivir, un antivirale già usato per Ebola, potenzialmente attivo contro l’infezione da nuovo coronavirus: i nostri pazienti sono guariti dalla polmonite e si sono negativizzati rispetto al virus, ma occorreranno studi più approfonditi per verificare se questo approccio terapeutico possa essere esteso a tutti gli altri “casi”».