«Dio ci chiede di sbarcare»

Papa Francesco, l’omelia sui migranti

«Affamato, assetato, forestiero, chiede di essere assistito», dice il Pontefice. «La Chiesa povera e per i poveri. Libia, un inferno, di quel Paese ci danno una versione “distillata”. E la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro. La Vergine Maria ci aiuta a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra a causa di tante ingiustizie», ha spiegato ancora il Santo Padre.

«Dio bussa alla nostra porta: affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare». E’ uno dei passaggi di papa Francesco in una sua omelia durante la Santa messa dedicata ai migranti. La funzione religiosa la celebra a sette anni dalla sua visita a Lampedusa.

Compie un’attenta analisi. Parte da una precisa disamina, da quegli italiani che si sentono minacciati nel loro status di benestanti. «La cultura del benessere – spiega Sua Santità – ci fa pensare a noi stessi, quasi a renderci insensibili alle grida di aiuto invocato dai più deboli, dagli altri , che evidentemente non sono nelle stesse condizioni: quel benessere del quale siamo gelosi ci fa vivere in bolle di sapone, belle sicuramente, ma nulle, in quanto illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso il prossimo, fino a scadere nell’indifferenza».

«DOV’E’ TUO FRATELLO?»

Sette anni dalla visita di papa Francesco a Lampedusa e da quella domanda rivolta all’umanità nella Messa celebrata al campo sportivo dell’isola nel cuore del Mediterraneo: «“Dov’è tuo fratello? – disse il Pontefice – la voce del suo sangue grida fino a me”, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi».

«Dov’è tuo fratello?», una domanda che risuona ancora oggi, dopo quel viaggio considerato – lo ricorda l’Organo d’informazione della Santa sede – in qualche modo “programmatico” per il Pontificato di Francesco.

Nell’avamposto del Sud dell’Europa, Lampedusa, il Papa ha mostrato cosa intenda quando parla di «Chiesa in uscita». Rende concreta l’affermazione in virtù della quale «la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro». Parole del Santo Padre. In mezzo ai migranti fuggiti dalla guerra e dalla miseria, ha fatto toccare con mano il suo sogno di una «Chiesa povera e per i poveri». E ancora a Lampedusa parlando di Caino e Abele, Francesco aveva anche posto in primo piano l’interrogativo sulla fratellanza.

E FRANCESCO CITA MATTEO

«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». E’ il verso dal Vangelo di Matteo che Francesco riprende per evidenziare che questo vale «nel bene e nel male». «E’ un monito – dice papa Francesco – risulta oggi di bruciante attualità; dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza che siamo chiamati a compiere tutti ogni giorno». «Penso alla Libia – prosegue il Pontefice – ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti». La Libia è un “inferno”, un “lager”. «Di tutto questo ci danno una versione “distillata”: la guerra è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione? Mentre questa gente ha un solo desiderio: la speranza e di attraversare il mare».

E nel finale dell’omelia, l’invocazione alla Madonna. «La Vergine Maria ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo». Un richiamo alla generosità, alla preghiera, perché questa possa fare aprire il cuore, non solo ai cristiani, ma a tutta la gente di buona volontà.

«Taranto c’è»

Mostra di Venezia, visibilità alla Città dei Due mari

Dal 2 al 12 settembre, la trentacinquesima edizione della “SIC (Settimana internazionale della critica”). Sette i lungometraggi in concorso. Proiezioni anche nel capoluogo ionico in una sorta di “seconda visione”. «“Capitale di Mare” il nostro brand, per promuovere come si conviene una città che merita vetrine importanti», il parere del sindaco, Rinaldo Melucci. Intanto, parte anche la candidatura a Capitale della cultura per il 2022.

Trentacinquesima edizione della “SIC – Settimana internazionale della critica”, in programma dal 2 al 12 settembre a Venezia, Taranto c’è. La manifestazione promossa dal Sindacato nazionale dei Critici cinematografici italiani è un comparto autonomo, parallelo alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica della Biennale di Venezia. Saranno sette i lungometraggi in concorso in una vetrina qualificata che non mancherà di dare grande visibilità alla città di Taranto. Come accaduto lo scorso anno, anche stavolta la Città dei Due mari terrà le proiezioni delle opere in concorso, rivestendo il ruolo di succursale della “SIC”.

Fra i promotori della partecipazione di Taranto alla “Settimana Internazionale della critica”, il sindaco Rinaldo Melucci che non nasconde somma soddisfazione nell’aver aggiunto un ulteriore tassello alla crescita culturale della città. Lo fa con l’autorevolezza di chi sa di aver portato a casa un altro risultato incoraggiante. I Giochi del Mediterraneo, per dirne uno. Senza contare che nelle scorse ore, Taranto si è candidata anche a capitale della cultura.

«Partecipare con il nostro marchio “Taranto Capitale di Mare” in uno delle più importanti rassegne cinematografiche del mondo – ha dichiarato Melucci – è la dimostrazione di come, ancora una volta, l’Amministrazione stia portando avanti progetti concreti che hanno come unico scopo la promozione della citta di Taranto». Altro obiettivo: portare bellezze e accoglienza di una città in una ribalta internazionale. «Dare slancio al settore turistico e produttivo – ha ripreso il primo cittadino – per consolidare il nascente indotto tarantino delle produzioni cinematografiche, che quest’anno si è arricchito con la scommessa del “cineporto”, e siamo solo all’inizio».

NON SOLO VENEZIA…

Non solo Venezia negli obiettivi dell’Amministrazione comunale di Taranto. «La cultura cambia il clima», per esempio, è lo slogan con il quale  la città avanza la sua candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2022. Il dossier, presentato in questi giorni, è il risultato di una condivisione che coinvolge ben dodici comuni della Grecìa Salentina in un percorso che trova punti di contatto nella storia, nelle tradizioni e nello stile di vita di queste due aree. La partecipazione al bando del Mibact, il Ministero dei Beni culturali, era stata già avanzata a marzo, prima che il confinamento facesse slittare ogni attività.

«In questo dossier – interviene non senza una punta di orgoglio il sindaco, Rinaldo Melucci – è possibile recepire un’anima; altri hanno dato mandato della stesura del programma ad agenzie specializzate, alla ricerca di una vetrina che aiuti la ripartenza. Per Taranto è, piuttosto,  la partita della vita: certifica un movimento che questa città ha già avviato e che vede nella cultura e negli eventi driver fondamentali per la trasformazione della propria immagine». Il riferimento è all’industria e, naturalmente, al dopo-siderurgico.

…CAPITALE DELLA CULTURA

In rappresentanza dei comuni della Grecìa Salentina, in corsa autonomamente per la propria candidatura prima di scegliere di schierarsi con il progetto di Taranto, il sindaco di Castrignano de’ Greci, Roberto Casaluci, insieme con Massimo Manera, sindaco di Sternatia e presidente della fondazione “Notte della Taranta”. «E’ da tanto tempo che i nostri dodici comuni lavorano sinergicamente sui temi della cultura – ha affermato Casaluci – così abbiamo pensato di allargare questo approccio rinunciando alla nostra candidatura, abbracciando la visione di Taranto e la nostra storia comune, puntando sulla contemporaneità dell’elemento ambientale».

In perfetta sintonia il presidente Michele Emiliano, che ha auspicato al dossier di farsi strada. «Se Taranto e i comuni della Grecìa – ha dichiarato il presidente della Regione – diventeranno Capitale italiana della Cultura 2022, lo diventerà la Puglia intera». Il dossier in questione è stato suddiviso in «ecosistemi», mutuando il filo conduttore dell’intera strategia politica condensata nel piano di transizione «Ecosistema Taranto». Centinaia sono gli eventi che abbracciano storia, tradizioni, arte, enogastronomia, natura, declinati secondo il tema del cambiamento.

«Un porto sicuro»

Berenice, dominicana, l’Italia e un’attività e quindici dipendenti

Vince un premio come imprenditrice, rileva un negozio, riparte da zero. «Utili i consigli di mio marito, che mi ha detto di non abbattermi al primo contrattempo. Un’ordinanza, chiusura, ricorso e una prima vittoria. Poi il supermercato che riparte con successo e i miei ragazzi che si tengono stretto il posto di lavoro, come se avessero ormeggiato in un rifugio amico…»

«Bello il mio supermercato, il panificio: guardo il frutto del mio lavoro, gente che lavora con entusiasmo e penso da dove sono partita e la strada che ho compiuto, con l’aiuto di mio marito e quanti, oggi, collaborano alla crescita della mia piccola, operosa impresa», dice Berenice.. Giorni, settimane, mesi di incertezze, paure, fatiche. Fuggito da un Paese diventato inospitale, dalla fame, da una dittatura, da una guerra civile. Arrivi qui. E, una volta in Italia, invece di restare ai margini della società, ecco ribaltato il pensiero comune sui migranti. Una volta entrato nel tessuto sociale del nuovo Paese, ecco un primo successo. Non solo fai bene il tuo, ma lo migliori, crei perfino posti di lavoro. E’ la storia di Berenice, una ragazza arrivata in Italia una decina di anni fa, premiata con uno di quei riconoscimenti che pongono in vetrina quanti danno un contributo concreto alla crescita dell’Italia: il “MoneyGram Awards Italia”.

Berenice ha un grappolo di nomi. Per noi, in qualche modo quello italiano o italianizzato che sia, va più che bene. Nonostante il mito della regina, affascinante e con una chioma mitica, peschi nell’antico Egitto. Bene, Berenice, premesse più o meno leggere a parte, ci affascina per la sua storia. Una di quelle che tanto ci piacerebbe sbandierare a quanti dicono che gli stranieri, gli extracomunitari in particolare, alla ricerca di un lavoro, comunque una qualsiasi attività lecita rendersi utili a un Paese ospitale come il nostro, vengono in Italia solo per “sistemarsi”.

GRANDE IMPRESA…

Berenice, dominicana, tre anni fa ha vinto un premio, un riconoscimento riservato a quanti, non solo italiani, hanno saputo fare impresa. «Sono emozionata – aveva risposto nell’occasione – questo è un Paese che dà ospitalità ed è molto attento alle dinamiche del lavoro e, in questo caso, alle imprese». Non solo viene premiata, ma le assegnano il “riconoscimento dei riconoscimenti”. «Una soddisfazione doppia – racconta – per la quale mi sono anche scusata: non volevo essere così invadente, dare l’impressione a qualcuno che non solo avevo fatto il possibile per diventare imprenditrice, ma che avevo pure rastrellato un premio dietro l’altro, forse a discapito di colleghe che lo meritavano quanto me…».

Ecco, il premio, alla ragazza dominicana che ha creato una impresa e che dà lavoro a una quindicina di persone, non solo straniere, ma anche italiane e che, lasciatevi servire, le sono riconoscenti. Specie di questi tempi, quando la giovane donna di colore ha dovuto lottare contro un virus, il Covid, che ha messo in ginocchio un intero sistema economico. Il peggio sembra essere passato. Con le sue dichiarazioni proviamo a ripercorrere le tappe che l’hanno spinta in copertina.

«Arrivata in Italia nel 2012 – racconta – dalla Repubblica Dominicana, Paese nei Caraibi, avevo nel cuore una speranza: realizzare un piccolo sogno, un’attività tutta mia con la quale dare lavoro a un sacco di gente; non volevo creare una seconda fabbrica automobilistica, sia chiaro, ma sicuramente qualcosa che mi desse soddisfazione, possibilmente realizzando un progetto partendo dal niente, come lanciare un seme di una di quelle piantagioni che, poi, rappresentano uno dei sostegni del mio Paese, l’agricoltura».

L’importanza di avere un marito che in lei ripone massima fiducia. «Gli ho spiegato quali fossero le mie intenzioni – racconta – non c’è stato bisogno di raccontargli daccapo un progetto nel quale credevo fortemente: l’unica cosa che mi ha fatto capire, senza tanti giri di parole: se avevo fatto una scelta sarei dovuta andare avanti fino in fondo, a costo di incassare qualche delusione».

Comincia il suo lavoro, apre un’attività. «Con l’aiuto di mio marito ho rilevato un supermercato, insieme al quale c’era un panifico. La gente – ho subito pensato – troverà ogni risorsa alimentare, dal pane al latte, proseguendo con qualsiasi altra cosa per la casa; ero in pieno sogno, sulla carta le cose cominciavano ad andare bene, quando arriva la prima doccia gelata…».

ORDINANZA E “DOCCIA FREDDA”

Uno di quegli imprevisti dei quali le aveva fatto cenno suo marito. La “doccia gelata” è una carta bollata, un’ordinanza di chiusura. «Non per causa mia – puntualizza Berenice – alcuni lavori di cui necessitava il locale non erano stati completati dai titolari da cui avevo rilevato l’attività; non mi restava che seguire il consiglio di mio marito, mostrare i muscoli, non abbattermi al primo imprevisto, anche perché avevo ragione da vendere: faccio ricorso, la giustizia arriva in modo sollecito, in ballo un’attività e posti di lavoro. Viene impugnata l’ordinanza, mi assumo l’impegno di occuparmi dei lavori di cui supermercato e panifico avevano bisogno, e finalmente riapro».

Grande soddisfazione. «Una prima grande vittoria – spiega Berenice – intanto la legge italiana che ha riconosciuto la perfetta estraneità per quanto riguarda i lavori non completati, poi l’aver restituito serenità ai primi dipendenti che col passare del tempo sono diventati una quindicina; oggi guardo con soddisfazione il mio piccolo capolavoro, un’impresa nella quale ho fermamente creduto con l’aiuto di mio marito e con uno staff di collaboratori straordinari».

Sono riconoscenti, i ragazzi. «Molto – conclude – mi hanno emozionata con il loro affetto: mi hanno detto, inoltre, che oggi un posto di lavoro è bene tenerselo stretto e perché questo diventi il sostegno per una famiglia e, dunque un porto sicuro, bisogna metterci non solo il massimo dell’impegno, ma anche più…».

«Mediterraneo, mare di pace»

Mario Incudine, cantautore, attore, regista

«I migranti portano sulle nostre coste nuovi linguaggi musicali. La nuova musica popolare ha intercettato nuove ondate migratorie regalandoci meraviglie. La mia rivoluzione con un tamburello al posto della chitarra elettrica. Abbiamo studiato, imparato la tradizione, gli stilemi, la grammatica, e poi riscritto il canto siciliano. Magna Grecia, Taranto, la Sicilia…». La taranta nel racconto di un artista che in venti anni ha trasformato una platea di trenta persone in trentamila.

«I flussi migratori che arrivano sulle nostre coste ci portano la musica, nuovi linguaggi musicali, nuove sonorità; la nuova musica popolare di oggi è riuscita ad intercettare queste nuove ondate migratorie con le meraviglie che questa ci porta…».

Cantautore, attore, regista, musicista e autore di colonne sonore, Mario Incudine è uno dei personaggi più rappresentativi della nuova world music italiana. Suona chitarra, mandolino, mandola e tammorra, ha collaborato, fra gli altri, con Moni Ovadia, Peppe Servillo, Eugenio Bennato, Ambrogio Sparagna, Mario Venuti, Tosca, Antonella Ruggiero e Kaballà, duettato con Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Alessandro Haber e Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. Numerose le sue partecipazioni a programmi televisivi sulle reti Rai e Mediaset.

Incudine, la tradizione torna ad essere un fenomeno popolare.

«Tutto comincia nel ’97, ai concerti c’erano trenta persone, pochissimi giovani; adesso, ventitré anni dopo, ai miei concerti incontro ventimila, trentamila persone; il fenomeno della Notte della taranta, poi, ha avuto un ruolo centrale in questo e fatto in modo che tantissimi giovani si avvicinassero alla musica popolare e, allo stesso tempo, agli strumenti popolari; chi collabora con me, il maestro Antonio Vasta, uno dei più grandi virtuosi di zampogna, è un insegnante che ha numerosi allievi proprio fra i giovani, qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa».

La svolta, a un certo punto ha osato.

«Abbiamo modificato geneticamente il folk, rinnovandolo dal suo interno: prima abbiamo studiato, imparato la tradizione, gli stilemi, la grammatica, e poi riscritto la nuova musica popolare che canta siciliano, ma che suona con la musica del mondo. È la nuova world music che tiene conto delle stratificazioni culturali, quelle di ieri, ma soprattutto di oggi».

Quanto diamo, quanto apprendiamo da quanti arrivano sulle nostre coste?

«I flussi migratori, dicevo, e che arrivano sulle nostre coste portano musica, nuovi linguaggi musicali, nuove sonorità; questa è la nuova musica popolare che oggi è riuscita ad intercettare queste nuove ondate migratorie insieme con le quali sulle nostre rive arrivano cose delle quali non possiamo che meravigliarci…».

Cosa prendiamo, cosa diamo in cambio.

«Diamo l’humus, l’identità di un Mediterraneo da sempre culla di popoli e mare di pace: noi possediamo il sale, provate a pensare alla parola “isola”: “in salum”, “nel sale”, nel mare, nell’acqua, considerando che i latini indicavano mare e sale allo stesso modo, usavano un unico sostantivo; dunque, siamo nell’acqua, pieni di salsedine; i bambini nascono nel liquido amniotico, quelli siciliani nuotano nel liquido salmastro, come a dire che abbiamo nella nostra genetica il sale che ci rende particolarmente “saporiti”: diamo, insomma, questo sapore, una base di salinità importante, attraverso musica, parole, cultura: pensiamo, per esempio, a dove siamo adesso, Taranto, è Magna Grecia, lo stesso la Sicilia».

Dice “Viviamo di melopea”, cioè melodia, greca in questo caso.

«Viviamo anche nelle stesse parole dei latini, nel “cunto”; nei miei concerti propongo un misto, melopea greca e ictus percussivo latino, fra la tradizione del canto, alla “stisa”, e quella del canto “strofico”; dentro di noi c’è tutta questa letteratura; prendiamo il sapere ritmico dei popoli del Maghreb, la ritmica propria di quei popoli, i riti, l’esorcismo, la purificazione non solo dal morso della taranta, ma dell’uomo che attraverso la musica riesce a trascendere e a diventare altro, talmente di scopre diverso da se stesso. Ecco cosa prendiamo da quei popoli: una ritualità comune nei popoli del Mediterraneo con la quale, loro, quando arrivano da questo lato del mare, ci travolgono».

Lei è uno studioso, da giovane, fra le tante, a proposito degli inizi, si sarà posto una domanda, che risposta si è dato?

«Semplice. Quando si è scoperto tutto e non c’è più altro da scoprire, bisogna tornare indietro, andare alle radici, mi piace citare un ossimoro: “bisogna mettere radici nel futuro”, unico modo per sapere chi eravamo e dove andiamo. E i giovani, che hanno scoperto tutto, per sentirsi moderni, essere rivoluzionari, devono tornare indietro: chi è rivoluzionario ha il tamburello in mano, non più una chitarra elettrica».

Il motivo principale che l’ha spinta alla musica etnica.

«L’ho sentita come una missione: cantare in siciliano per salvare un’identità, ma soprattutto dare dignità a una terra».

Il richiamo più forte?

«Una frase di Ignazio Buttitta, grande poeta e filosofo siciliano: “Un populo diventa poviru e servu, quannu ci arrubbano a lingua addutata di patri: è perso pi sempri… mi n’addugno ora, mentri accordu la chitarra du dialetto ca perdi na corda lu jorno…”. Così la chitarra con cui suono ogni giorno la tengo ben stretta: un popolo che perde l’identità è un popolo cieco, muto e sordo».

 

Contatti a mille!

Chiara Ferragni in visita a Taranto, posta il MArTa

La più importante influencer al mondo ospite di Eva degl’Innocenti, direttrice del Museo archeologico. In Puglia per la sfilata di Dior, della quale è testimonial. «Fra gli elementi emersi nella visita, la sua meraviglia per le bellezze in vetrina. Molti i giovanissimi in visita virtuale. Gli Ori hanno ispirato i designer della Maison francese». Un “grazie” a Maria Grazia Chiuri e al regista Edoardo Winspeare per un documentario sulle bellezze del Salento. E durante la sfilata a Lecce, “Meraviglioso”, omaggio di Giuliano Sangiorgi alla Puglia e a Domenico Modugno.

Chiara Ferragni a Taranto. E’ un po’, come dire, per un giorno in città il rocker più rocker del mondo. Toh, Vasco Rossi. Di più, non ce ne voglia l’artista italiano più amato della nostra canzone, ma è un po’ come se a Taranto fosse piombato Bono Vox degli U2, Bruce Springsteen.

La popolarità ai tempi dei social è questa, non è il caso di girarci intorno. Venti milioni di follower su Instagram, come dire fans, almeno una volta al giorno piombano sui social gestiti da «l’influencer di moda più importante al mondo», parola di Forbes, la rivista di economia più importante al mondo. Totale: qualsiasi cosa tocchi la bella Chiara, quasi fosse re Mida, diventa oro. E così è accaduto che mercoledì scorso, l’imprenditrice, blogger, designer e chi più ne ha più ne metta, abbia toccato anche la Città dei Due Mari. Mica sfiorata, toccata con mano. Avrebbe potuto starsene serena, rilassata in qualche angolo di Lecce, invitata alla sfilata della Maison Dior, di cui è testimonial, e, invece, ha condiviso l’idea di Maria Grazia Chiuri, salentina, da tempo ai vertici della Maison Dior. Tanto per dire cosa sia la nostra corregionale, Maria Grazia è: direttore artistico delle collezioni haute couture, ready-to-wear e accessori donna della casa di moda francese.

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«Andiamo a Taranto?», si saranno dette. «Perché no?». Diciamo. Ma se tanto ci dà tanto, le due donne in questione non la mettono giù in maniera così semplice. Intanto, la Chiuri è riuscita nell’impresa a realizzare, per la prima volta, una sfilata lontana da Parigi. E dove sennò, se non nella “sua” Lecce, nella nostra Puglia. Ottimo, Maria Grazia. Dunque, avranno pensato, non su due piedi: moda è glamour, considerando tutto quello che è stato realizzato in questi anni con lo sguardo al futuro, cosa c’è di meglio se non l’antico, la storia, la Magna Grecia, con tutto il rispetto per il barocco che, detto tra noi, adoriamo. Chiara Ferragni e Maria Grazia Chiuri sono tornate a Lecce, per la sfilata Cruise 2021, con le immagini degli Ori di Taranto che la loro “maison” l’hanno proprio al MArTa, Museo archeologico nazionale magistralmente diretto da Eva degl’Innocenti (dalla sua nomina in poi il polo museale è diventato la rockstar del territorio). Dunque, Lecce-Taranto, viaggio di aggiornamento, ma anche producente, così da sostanziare la sfilata leccese con le bellezze di una Puglia infinita. Fra gli invitati, per fare un nome, Charlize Theron. Tra gli ospiti, il nostro Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, che in smoking con tanto di papillon ha reso omaggio alla Puglia con la splendida «Meraviglioso». Un tributo alla nostra terra e all’immenso Domenico Modugno, anche lui pugliese (Polignano a mare).

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QUANTI LIKE PER IL “MARTA”

Chiara Ferragni, dunque, accompagnata dalla Chiuri e dalla direttrice degl’Innocenti, ha osservato gli Ori del MArTa, le vetrine che custodiscono una storia lunga tremila anni. Postato frasi sui suoi social, scatti, frasi, stories su Instagram, altro moltiplicatore. Insomma, l’altra metà dei Ferragnez, Ferragni più Fedez, suo marito, ha fatto proseliti.

La direttrice del Museo, Eva degl’Innocenti. «E’ stato un effetto dirompente, quello della Ferragni – dice la direttrice del MArTa – e di rilancio del Museo archeologico nazionale, grazie al coinvolgimento dei giovanissimi Instagram, acquisendo una fascia di pubblico solitamente difficile da interessare; detto ciò, abbiamo registrato un picco in fatto di popolarità del museo nelle ultime ventiquattro ore; l’elemento importante è stato, però, il MArTa fonte di ispirazione per la Collezione Cruise della Maison Dior in occasione della sfilata di Lecce dello scorso 22 luglio; le modelle, infatti, hanno indossato dei gioielli ispirati – dunque, non copie o repliche degli originali – agli Ori di Taranto; il Museo, inoltre, è stato anche motivo di un progetto culturale a cura di Maria Grazia Chiuri, al quale in abbiamo aderito e che ha coinvolto il regista Edoardo Winspeare e la stessa Chiara Ferragni, tanto che sono state realizzate immagini che, a loro volta, andranno inserite in un più articolato progetto digitale per valorizzare il patrimonio culturale del Salento di cui fa parte anche il MArTa».

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«CREATIVITA’ SENZA CONFINI»

Chiara Ferragni, colpita dalla bellezza degli Ori. «Molto, tanto che ha subito postato su Instagram le sue emozioni, le sue impressioni, tanto che non ho difficoltà a sottolineare che uno degli elementi emersi nel corso della visita del Museo archeologico è stato proprio la meraviglia, lo stupore della più popolare influencer di fronte agli Ori».

Chiara Ferragni e Maria Grazia Chiuri, a fine giro sono tornate a Lecce, dove ad attenderle c’erano i preparativi della tanto attesa sfilata in piazza Duomo. Fra gli ospiti, si diceva, un artista amatissimo, Giuliano Sangiorgi. Voce e autore dei successi dei Negramaro, ha partecipato «con onore ed emozione alla sfilata Cruise 2021 di Dior, evento spettacolare con il quale Maria Grazia Chiuri, direttore artistico delle collezioni haute couture, ready-to-wear e accessori donna della casa di moda francese, ha inteso celebrare la sua e nostra terra». Dunque, per dirla con Sangiorgi, «da Piazza del Duomo di Lecce, gioiello barocco della nostra città, hanno fatto il giro del mondo musica e creatività senza confini».

«Giuliano ha partecipato a questo progetto collettivo con una semplicità e generosità che mi hanno commosso – ha rivelato Maria Grazia Chiuri – e per l’attività che svolgo, credetemi, sono abituata a lavorare con tantissime celebrities e non è sempre così semplice…».