«Vivranno negli altri»

Malal e Jannat, morte schiacciate da un pioppo enorme

I genitori autorizzano la donazione degli organi: «Le loro vite salveranno altre vite». Una vacanza si trasforma in una tragedia. Famiglia di origine marocchina, residente a Torino, dopo anni di lavoro si prepara per una vacanza a tempo. Tutti insieme, marito, moglie e quattro figli. Rimandano di un giorno il rientro a casa, il maltempo abbatte l’unico albero del villaggio seppellendo le due vittime.

«Quest’anno si va in vacanza e tutti insieme! Non a due passi da casa, ma in un campeggio, vicino Marina di Massa: c’è la pineta, c’è il mare, sarà divertimento a tempo pieno». Papà Hicham Lassiri e mamma Fatima, origini marocchine, in Italia da diversi anni, lo avevano comunicato ai loro quattro figli, fra questi, Malal e Jammat, quattordici anni la prima, tre anni non ancora compiuti la seconda. Alla notizia le urla di gioia, i lunghi preparativi insieme con Nissrin, diciannove anni, la più grande dei quattro, e Tari, nove anni, per riempire i bagagli di giocattoli e attrezzi per il mare. E vestitini, buoni per andare in spiaggia e per la sera, metti ci fosse stata qualche festicciola all’interno del campeggio. Quando si tratta di organizzare il viaggio di ritorno, sui volti dei ragazzi scende la tristezza. «Peccato, mamma!», esclamano i più grandi.

«Abbiamo fatto tante di quelle amicizie, perfino scambiato i numeri telefonici, i profili sui social, che al solo pensare di andarcene, ci viene una tristezza». Papà Hicham e mamma Fatima, si guardano negli occhi, rinunceranno a un giorno di riposo una volta tornati nella loro Torino, tanto vale dare ancora un po’ di gioia ai loro figlioli. «Restiamo ancora un giorno!». Altre urla di gioia. Come alla partenza. Quel giorno in più servirà ad ammorbidire il distacco con tutti quei nuovi amici conosciuti al campeggio e a mare.

DALLA GIOIA ALL’INCUBO

E, invece, quel viaggio, quella vacanza, tanto desiderati in tutti questi anni, diventerà un incubo. Peggio, una tragedia che lascerà un segno indelebile nella famiglia Lassiri. E’ in arrivo il maltempo, pioggia e vento di una forza inaudita. Un impeto tale da sradicare anche un albero, un enorme pioppo, che si abbatte con tutto il suo peso e la sua violenza sulla tenda sotto la quale c’è tutta la famiglia, comprese Malal e Jannat. Loro erano in una tenda accanto, meglio stare tutti insieme però. Una serie di circostanze, una fatalità. Quell’albero si abbatte sulle due ultime arrivate. «Qualcuno mi dia una mano, faccia qualcosa, vi prego!». Hicham stringe fra le braccia il corpicino di Jannat. E’ disperato, la sua piccola non dà segni di vita.

Nonostante il maltempo, inesorabile, i villeggianti che sentono le urla si precipitano all’esterno di tende, roulotte e camper. «Ci siamo accorti subito della tragedia, così abbiamo avvertito il primo presidio sanitario perché si precipitassero nel campeggio», dicono i primi soccorritori. «Il medico intervenuto poco dopo ha provato ad allertare un elicottero per prestare soccorso, ma il maltempo, il forte vento, sconsigliavano di alzarsi in volo, si sarebbe potuta consumare una tragedia nella tragedia». Il terrore piomba sull’intero villaggio, la gente piange. Quella piccoletta, vispa, diventata una delle mascotte del campeggio, non dava più segni di vita. Molti si abbracciano disperati, non riescono a dare conforto ai due genitori, che stanno per seguire i soccorsi nel vicino presidio ospedaliero. Dopo tre ore, giunge la seconda notizia. Dolorosa quanto la prima: anche Malal non ce l’ha fatta. Le ferite riportate alla testa, schiacciata da quel peso inaudito, le hanno provocato ferite insanabili.

UNA BAMBOLINA, UNO ZAINETTO…

Doveva essere un momento di grande gioia quella vacanza, si è trasformato in una tragedia. Così dolorosa da spegnere non solo i sorrisi, ma la voglia di vivere. Il sindaco di Massa, Francesco Persiani, proclama un giorno di lutto cittadino. Il Comune da lui presieduto, promette, presterà aiuto alla famiglia Lassiri.

Dopo ore di maltempo, ecco ciò che resta nella zona in cui la famiglia Lassiri trovava riparo dopo una giornata di svago fra mare e pineta. Un secchiello arancione, presumibilmente di Jannat, un ombrellone da mare, una bambolina, una collanina, un paio di scarpe e uno zainetto. E un asciugamano, con su stampato il volto di un’eroina dei cartoni animati, rimasto appeso a un filo dell’albero-killer.

Oggetti e giochi delle sorelle Lassiri, torinesi, figlie di genitori arrivati anni fa in Italia da Casablanca, in Marocco. Avevano finito i pochi giorni di vacanza, ma, si diceva, avevano ritardato il ritorno a casa di un giorno, tanto che sarebbero partiti nella giornata di domenica. Quando i medici hanno comunicato loro la morte delle figlie, papà Hicham, 43 anni e mamma Fatima, 36, hanno abbracciato gli altri due figli, Nissrin e il piccolo Tari. Hanno raccolto le loro ultime forze e autorizzato la donazione degli organi delle due piccole: «Le loro vite salveranno altre vite».

«Sfondare, che fatica!»

Francesco Grant, artista, tarantino, produttore, disegnatore, giramondo

«Prima di farcela con “A mi me gusta”, due milioni di copie vendute, ho fatto le valigie per gli Stati Uniti. Poi il Giappone, dove hanno grande considerazione della musica italiana. Curo gli storyboard per Benigni e Tornatore. Ho suonato e prodotto per star nazionali e internazionali»

Canzoni e album, milioni di copie vendute in tutto il mondo, collaborazione con artisti italiani e internazionali. Poi il cinema, in veste di disegnatore per realizzare storyboard per Tornatore, Benigni e altri registi. Francesco Grant, artista a tutto tondo, chitarrista, autore, disegnatore, giramondo, si racconta a “Costruiamo Insieme”.

In questo momento qual è il ruolo che ti impegna più degli altri?

«Mi sento chitarrista e disegnatore. Tarantino, innamorato di questa città, alla fine volendo provare a fare ascoltare le mie cose, mi sono trasferito a Roma: la passione, a quel punto, la capitale insegna, in breve si è trasformata in lavoro; in veste di chitarrista mi sono impegnato come session-man, con artisti come Anna Oxa, Paola e Chiara, Alessandro Safina, Gigi D’Alessio, per fare i primi nomi che mi vengono in mente, fino a realizzare una mia produzione discografica, nota in tutto il mondo come Energipsy».

Un progetto, quest’ultimo, che custodisce più di una curiosità.

«Dieci album realizzati e distribuiti in tutto il mondo, a partire dal ’96 con “A mi me gusta”, due milioni di copie vendute, diventato talmente popolare che il pubblico pensava fosse l’ultimo successo dei Gipsy Kings, con cui ho un rapporto molto stretto; loro stessi, quando ci incontrammo, mi dissero “…Ma lo sai che hai fatto un pezzo che sembra nostro?”».

Giramondo, si diceva.

«Considerando la realtà italiana, più complicata di quanto possa sembrare, ne dico una, quella degli Stati Uniti, fui costretto a fare ascoltare all’estero una mia prima produzione, una commistione fra flamenco, word music e jazz. Ho fatto un’altra volta le valigie, sono partito per l’America, ho firmato un contratto e da lì sono partito per il mondo per continuare a realizzare produzioni sempre più vicine alla world music, fino a portarmi a collaborazioni con José Feliciano, un grande, poi Cheyenne, gli stessi Gipsy Kings più volte. Tornando in Italia avevo con me passaporto di “artista internazionale”, insomma avevo dovuto compiere un giro più largo prima che mi conoscessero in Italia».

Su internet, se clicchiamo su uno dei profili dedicati al cinema, troviamo locandine e titoli famosi, dunque collaborazioni.

«L’altra mia passione, il disegno, che coltivavo fin da piccolo a Taranto, a Roma è diventato un lavoro parallelo: prima ho realizzato pubblicità e spot, in seguito storyboard – sequenze disegnate in senso cronologico – a stretto contatto con numerosi registi, gli Oscar Giuseppe Tornatore e Roberto Benigni, poi Lamberto Bava, Francesco Nuti, Giovanni Veronesi con i due “Manuali d’amore”: mi sono specializzato in questo lavoro e, come ciliegie, mi sono arrivate richieste di collaborazione, una dietro l’altra…».

L’estero, una, due volte, una consuetudine.

«Mi ha intrigato l’Oriente, in particolare il Giappone: la prima volta avevo quindici date, sono rimasto lì per oltre due mesi, invitato ad un Festival internazionale, “Italia, amore mio”, questo per dire quale considerazione abbiano della nostra musica nel Paese del Sol Levante».

Aneddoti legati a produttori, registi, musicisti.

«Dunque, come funziona lo storyboard: i registi mi fanno pervenire la sceneggiatura che leggo con molta attenzione, poi li incontro e mi spiegano che tipo di sequenze vogliono realizzare. Un aneddoto, diciamo un paio, divertenti. Primo appuntamento con Benigni in un ristorante di Roma: mi aveva tenuto un posto accanto a lui. Arrivo con qualche minuto di ritardo, per rimediare in qualche modo do la massima disponibilità per il giorno dopo; Roberto, senza farselo ripetere due volte, fissa l’appuntamento alle sette del mattino. “Anche prima, se vuoi…”, rispondo, tanto mi sentivo in colpa. Ci alzammo da tavola, mentre stavamo andando via, Benigni mi raggiunse: “Scherzavo, Francesco, siamo a Roma: qui, prima delle undici, non si carbura…”».

Altra emozione, firmata ancora Benigni.

«Vedermi al cospetto di uno degli artisti più amati, è stata una grande emozione, figurarsi nel vederlo in una stanza mimare il suo “Pinocchio”: “In questa scena, Francesco, voglio che gli si allunghi il naso, poi alcuni strappi, movimenti come fosse una marionetta…”. E lui mimava solo per me, incredibile…».

Poi è diventata una consuetudine.

«Con Tornatore ho fatto un po’ di film, anche con Veronesi ci capiamo al volo, in Italia ha preso piede questa consuetudine – prima i registi facevano a meno degli storyboard – da decenni consolidata negli Stati Uniti: le idee messe in prima battuta nero su bianco, alla produzione fanno risparmiare tempo e denaro. In Italia, uno che aveva le idee chiare su questo modo di operare è stato l’immenso Federico Fellini: lui stesso disegnava i suoi personaggi, le scenografie; gli veniva un’idea e la trasformava in appunto, grafico più che scritto».

Ultimo impegno della serie.

«Per la musica, la produzione di un album con una cantante francese: al momento non posso svelare di più, diciamo per scaramanzia, in realtà nel mondo della musica circola più di un avvoltoio. Per il cinema, l’ultimo film di Gabriele Lavia, “L’uomo dal fiore in bocca”, che ho appena finito di documentare; in questi giorni partono le prime riprese, proprio in Puglia, a Bitonto, con il sostegno logistico di Apulia Film Commission. Una doppia soddisfazione, considerando il fatto su quanto mi senta sempre pugliese doc».

«Razzismo infinito»

Nessuno tocchi Armine, scrive Flavia Piccinni

La giornalista-scrittrice tarantina, da anni residente a Lucca, difende la modella armena scelta da Gucci. «Non sarebbe abbastanza bella», offendono professionisti e “deb” della comunicazione. «Altri si sarebbero focalizzati sulle origini della mannequin: la discriminazione non conosce stile se non quello del sopruso, è un mondo che ambisce alla diversità», prosegue nella sua tesi difensiva l’autrice di romanzi e saggi di grande successo.

«Abbiamo passato gli ultimi vent’anni a criticare le modelle: troppo magre, troppo belle, troppo differenti dalle donne qualsiasi; sono arrivate le oversize, e anche qui non sono mancate le critiche: troppo grasse, legittimano l’obesità, troppo poco somiglianti alle donne qualsiasi», scrive Flavia Piccinni, giornalista e scrittrice tarantina. Grande talento, di più, “Premio Campiello”, sezione giovani, una predestinata. I riconoscimenti, nonostante la sua giovane età, non si contano.  Tre romanzi (Quel Fiume è la notte, Lo Sbaglio, Adesso Tienimi) e un saggio sulla ‘ndrangheta (La malavita), Flavia parte da un romanzo che ambienta nella sua città dalla quale, giovanissima, si stacca per seguire la famiglia che si trasferisce a Lucca. Oggi scrive per The Huffington Post, sito americano fra i più seguiti al mondo e, ultimo dei suoi commenti, difende Armine, modella scelta da Gucci, da quanti considerano la ragazza di origini armene «non abbastanza bella».

«Adesso che la moda ha fatto della diversità la sua bandiera – modelle di etnie diverse, modelle con la vitiligine, modelle con handicap – abbiamo ancora da criticare», prosegue la giornalista-scrittrice. Questa volta l’intervento della Piccinni, si diceva, è in difesa («sulla pelle, letteralmente») dell’armena Armine Harutyunyan, scelta da Gucci come mannequin.

Incredibile, scorgere i messaggi, inoltrati alla vittima di questa assurda persecuzione. Giungono da ogni dove, contengono offese gravi, per quanto si possano comprendere frasi scritte in inglese o francese. La ragazza, ventitré anni, 37,3 mila follower su Instagram, è di colpo diventata oggetto di feroci attacchi. «La sua colpa?», attacca la scrittrice tarantina, «non essere abbastanza bella, secondo (i sicuramente bellissimi) disprezzatori professionisti».

«SE NON ODI, NON ESISTI!»

Naturalmente nella cultura dello hate sharing («odio la condivisione») dove se non odi non esisti, era abbastanza prevedibile la valanga di violenti insulti. «Lasciando da parte l’analisi estetica, perché, d’accordo con André Gide, “La bellezza non sta nella cosa guardata, ma nello sguardo” – scrive Flavia Piccinni – la riflessione è certamente più complessa e ancora una volta riporta la centralità del discorso sul desiderio maschile: non sei desiderabile per un uomo? Allora non lo sei affatto. Ci sbatte davanti anche l’imperante misoginia, e le dinamiche tossiche che continuano a essere alla base dei rapporti maschio/femmina ove tutto è filtrato attraverso l’apparenza».

Scorrendo gli insulti gratuiti e crudeli, c’è da rabbrividire. «“Ma è una donna?” – provoca la scrittrice riprendendo una delle espressioni più abusate nella variegata filippica di cattiverie – si sono chiesti alcuni utenti (anonimi) mettendo in dubbio la femminilità della modella, altri invece si sono focalizzati sulla sua origine armena, perché il razzismo (soprattutto quando si focalizza sulle minoranze etniche) non conosce stile se non quello del sopruso».

TORNA IN MENTE SCHOPENHAUER

La lezione di Alessandro Michele – che ha ampiamente appreso dalla scuola di Barthes come la moda sia un manifesto quotidiano potentissimo – si è rivelata ancora una volta una prova contemporanea di guerra pacifica: Armine Harutyunyan ha saputo catalizzare l’attenzione mondiale come non accadeva da tempo, e ci ha riportato alla miseria stereotipata che meritiamo. Questo un altro segmento della riflessione della scrittrice in difesa della modella armena. «Torna in mente Schopenhauer – riprende – che era solito ripetere come la bellezza fosse “una promessa di felicità”. Effettivamente ti fa illudere, la bellezza, che ogni cosa sia possibile. Ti fa credere che avrai un lavoro più facilmente (e i dati di un recente studio americano confermano che effettivamente sia così), e che raggiungerai una vita perfetta. Ma in tempi in cui la popolarità dura quanto un post su Instagram, forse già solo l’ipotesi di un successo è abbastanza».

Cosa sia la bellezza sarebbe un mistero. Poi ci fermiamo, riflettiamo e ci diciamo che non è proprio così. Può essere una cosa e il contrario della stessa. Chi scrive, professionista o “deb” che sia, ha in mente una sua idea di bellezza. Che poi non è così sua, in quanto inculcata da generazioni e media, come scrive la stessa Piccinni, che hanno eletto a bellezza canoni sempre diversi, a seconda delle stagioni. La bellezza, questo il tema della difesa, condivisa in toto, da parte di Flavia. «La bellezza viene imprigionata – in questo mondo che ambisce alla diversità – sempre di più in parametri rigidi, ristretti e sovente irraggiungibili. Parametri che sono prigioni per chi guarda, e sicurezze per chi critica illudendosi che nel sorriso placido e addomesticato di una bellezza aderente ai canoni non ci sia nulla di sovversivo». E come non darle ragione.

«Siate fratelli!»

Don Lorenzo, parroco di Floridia invita i fedeli ad amare il prossimo

«Se siete convinti che l’ordinanza del governatore della Sicilia, Musumeci, risolva il problema delle migrazioni, non venite a messa», dice ai parrocchiani. «Forte preoccupazione e dissenso nei confronti del presidente della Regione Sicilia», l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. Infine, il Viminale spegne le ultime resistenze dei politici: «L’ordinanza non ha valore: l’immigrazione è materia di competenza statale».

«Se siete convinti che l’ordinanza del presidente della Regione Sicilia, Musumeci, risolve il problema delle migrazioni, vi do un consiglio spassionato: non venite a messa, state perdendo tempo». Don Lorenzo Russo, parroco della chiesa di San Francesco d’Assisi a Floridia, un tiro di schioppo si diceva un tempo, da Siracusa, lo abbiamo cercato, chiamato. Volevamo, intanto, ringraziarlo per aver dato voce a chi non gode della stessa benevolenza degli organi di informazione, i migranti, e poi per aver tenuto la barra dritta. «Quello che dovevo dire è riportato sul mio primo messaggio su Facebook, non ho altro da aggiungere, se non confermare il mio punto di vista». Ormai noto a tutta Italia. Ma non solo quello di un parroco di una cittadina, Floridia, appunto, un comune di ventimila abitanti situato nello spigolo più vicino alle coste africane di una regione che fino a poco tempo fa, Lampedusa docet, era stata un esempio sull’accoglienza.

Ma gli scenari cambiano, don Lorenzo non vuole entrare nel merito politico, «Ci mancherebbe solo questo…», dice. Ma con l’avvicinamento alle consultazioni elettorali, ecco che partono gli spot. Giornali, siti e social diventano uno sfogatoio che dice una cosa e dopo cinque minuti l’esatto contrario. Piatto ricco, mi ci ficco, si dice dalle nostre parti. I fratelli africani che leggono le nostre (e le loro) “storie”, non sanno forse a cosa alludiamo. Il “piatto ricco”, in senso figurato, è una posta in gioco elevata che fa gola. In senso mediatico, invece, è l’occasione per avere una vetrina elettorale su un tema che da anni interessa e fa discutere gli italiani.

AMATE IL PROSSIMO…

Ma torniamo a don Lorenzo, la sua chiesetta nel cuore di una comunità attenta, partecipe. Qualcuno i primi tempi ha accolto i ragazzi che sbarcavano sull’Isola con grande affetto. Poi un po’ meno, fino a quando qualcuno ha pensato di metterla sul confronto politico. Così le decine, centinaia al massimo, dei ragazzi in fuga da Paesi in cui si patiscono ingiustizie e fame, di colpo sono diventate migliaia. Potenza dei social. Generoso agli inizi, qualcuno è stato indotto al ragionamento inverso. Ci si è messa di mezzo la politica. Il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, ha imposto lo sgombero degli hot spot regionali. Risponde il governo, che impugna il provvedimento sui Centri di accoglienza: un presidente regionale non può farlo, le decisioni spettano solo al governo.

I fedeli, pochi in verità, ma evidentemente molto attivi sui social, provano a tenere i due piedi in una scarpa: non amerebbero il prossimo come se stessi, uno dei principali dogmi della Chiesa, ma continuerebbero andare lo stesso a messa come se nulla fosse. Respingerebbero i fratelli dalla pelle scura, mentre a parole invocherebbero Dio, confermandogli nelle preghiere massimo rispetto («sia fatta la tua volontà»).

Per restare nell’esempio ecclesiale: predicherebbero bene, ma razzolerebbero male. Dunque, la provocazione di don Lorenzo. «A quanti gioiscono per l’ordinanza di Musumeci convinti da domani di essersi liberati del problema delle migrazioni dico: non venite a messa, state perdendo tempo». Il messaggio su Facebook dopo l’ordinanza di Musumeci che imponeva lo sgombero degli hot spot siciliani.

POVERI DI SERIE “A” E “B”?

Invece, don Lorenzo. «Chiedete coerenza a chi vi circonda, imparate piuttosto voi ad essere coerenti con la fede che dite di professare». L’iniziativa del governatore siciliano, già contestata dal Viminale, per sgomberare centri e hotspot è stata criticata anche da altre voci della chiesa siciliana. Dunque: «Se dividiamo l’umanità in persone di serie A e di serie B siamo destinati al fallimento umano e politico».

La mano di un bambino nero stretta a quella di un adulto bianco, è l’immagine che accompagna dal duro post di don Lorenzo. Il concetto è rivolto principalmente a chi guarda con favore al provvedimento del presidente della Regione. L’ordinanza di sgomberare centri di accoglienza e hotspot «non ha valore: l’immigrazione è materia di competenza statale», ha chiarito subito il Viminale.

Dunque, don Lorenzo ha scritto ai suoi parrocchiani sul social più diffuso, perché il concetto fosse breve, ma chiaro. «Scrivo ai miei parrocchiani convinti, da domani, di essersi liberati del problema delle migrazioni; a quanti osannano scelte politiche che non fanno il bene dei poveri di questo mondo ma guardano solo al proprio interesse, dico: non venite a messa, state perdendo tempo!». L’amaro post del parroco punta il dito, poi, contro l’ipocrisia di alcuni fedeli, si diceva. E ancora. «La vostra ipocrisia vi precede: chiedete coerenza a chi vi circonda, imparate voi ad essere coerenti con la fede che dite di professare, sennò saremo solo come i “sepolcri imbiancati” di cui parla Gesù: che si lasciano ammirare dalla gente per la loro bellezza esteriore, ma che all’interno custodiscono solo odore di morte».

Il messaggio scatena subito diverse reazioni. «Alcuni non hanno capito che la parola di Dio è per tutti», ha scritto qualcuno. Tantissimi i messaggi di condivisione con il parroco, non mancano i distinguo: «Il problema serio è che il nostro stato chiude le porte a coloro che interpellano in quanto poveri e non certo ai turisti, concordo con padre Lorenzo», dice suor Maria Grazia D’Angelo, carmelitana di Santa Teresa del Bambin Gesù.

CONCORDE LA CHIESA SICILIANA

All’iniziativa di don Lorenzo, si sono aggiunte le reazioni della chiesa siciliana, da un angolo all’altro dell’Isola. L’ordinanza di Musumeci ha provocato le reazioni anche della Caritas Diocesana di Palermo e dell’Ufficio Migrantes, organi presieduti dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, che in una nota esprime «forte preoccupazione e fermo dissenso nei confronti dell’ordinanza emanata dal presidente della Regione Sicilia». «Se dividiamo l’umanità in persone di serie A e serie B, se non ci facciamo carico del dolore di tutti siamo destinati al fallimento umano e politico», scrivono i religiosi palermitani. Anche se sottolineano le premesse condivisibili che mettono in luce «l’enorme disagio in cui versano oggi la popolazione siciliana e i migranti affluiti sulle nostre coste in questi mesi estivi; i motivi: penuria di strutture idonee all’accoglienza, assenza di servizi adeguati, mancata redistribuzione in ottemperanza agli accordi europei, deresponsabilizzazione degli altri Stati membri della CE, fughe da hotspost e centri sovraffollati».

«Ma non è soffiando sul fuoco della paura e della rabbia sociale che faremo passi avanti per superare il momento complesso che stiamo attraversando», l’opinione di don Alessandro Damiano, arcivescovo coadiutore di Agrigento. Infine, Matteo Salvini. «Tutto il mio appoggio al governatore della Sicilia che difende la salute e la sicurezza della sua gente», secondo il leader della Lega. Bastasse bloccare gli sbarchi per restituire sicurezza e salute ai siciliani.

«Che terrore quella notte!»

Simona Galeandro, le canzoni e il terremoto nel 2010 in Cile

«Paura negli occhi, avevo appena vinto il Festival internazionale di Viña del Mar, edifici crollati come castelli di carte da gioco». Tarantina, vincitrice di Castrocaro, ripercorre quei momenti. «Quando canto “I will always love you”, ricordo i miei otto anni e l’espressione incredula di genitori e parenti. Studio in Coservatorio a Milano, voglio crescere, migliorarmi. Scrivo una canzone per due ex dipendenti Ilva, e spero che Diodato ricordi una sua promessa…»

«Pensi a tutto e niente, pensi ai tuoi cari e a salvarti, a fuggire, seguendo la gente che urla e corre all’impazzata e prova a lasciare le abitazioni che si stanno piegando su se stesse, come fosse un castello di carte da gioco!». L’ultima volta che avevamo sentito Simona Galeandro, voce e talento straordinari, non si era trattato di una intervista all’artista, ma alla cittadina tarantina che dieci anni fa si era trovata nel mezzo di un terremoto magnitudo 8.8 che aveva scosso l’intero Cile. «Ero lì per il Festival internazionale di Viña del Mar: il tempo di festeggiare la vittoria alla rassegna considerata in Sud America come l’Eurofestival da noi, che ecco che alle tre e mezzo del mattino, arriva lo scossone».

Dieci anni fa, solo a ricordarlo le vengono i brividi. «Mi sembrava di vivere su un set cinematografico, a differenza che se stai sul set sai perfettamente che si tratta di fiction, quando invece accade per davvero e i tuoi occhi osservano qualcosa che non si può raccontare, vivi il terrore allo stato puro: ti passa la vita davanti come fossero fotogrammi, per restare in tema, alla velocità della luce».

Centinaia i morti, altrettanti dispersi, una ferita ancora aperta nel cuore di quel Paese, straordinario per bellezza e accoglienza. Oggi Simona, trentatré anni, risiede a Milano per motivi di studio. E’ protagonista insieme con Graziano Galàtone di “I love musical”, progetto all’interno del Magna Grecia Festival. Subito via il primo dubbio, cantante o interprete. «Interprete. In questi ultimi anni di attività, inoltre, mi sto cimentando in brani scritti da me stessa e, di recente, in collaborazione con Nica Leo, pugliese come me, molto brava. Sono tornata ad esibirmi con l’orchestra, qualcosa che mi ha aiutata a fugare gli ultimi dubbi, così da farmi sentire interprete a tutto tondo, tanto che sono stata felice di partecipare al progetto “I love musical”».

L’esordio con l’orchestra non si scorda mai. «La “prima”, con l’Orchestra della Magna Grecia. Risale a dieci anni fa, sempre con Graziano Galàtone, partner eccezionale, forza della natura, il suo curriculum esagerato racconta il suo successo meritato».

Festival vinti meritatamente, Castrocaro 2008 e, si diceva, nel 2010, Viña del Mar, gemellato con il Festival di Sanremo (Laura Pausini fra gli ospiti). Cosa è accaduto dopo tour e un ciclo di studi importante cui si sta dedicando. «Ho iniziato da piccola, ma quando mi confronto con colleghi del settore comprendo che devo portare a compimento un percorso fatto di grande impegno che mi dia gli strumenti per confrontarmi con gente che, a sua volta, ha compiuto un ciclo di studi importante; così anche io ho deciso di intraprendere un corso di laurea al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, indirizzo pop, tanto nuovo quanto rivoluzionario, appassionandomi contemporaneamente al mondo della musicoterapia».

Taranto, cosa la lega e cosa l’allontana. «Per fare quello che prima consideravo un hobby e, da qualche anno, è una professione, devo confrontarmi con altri, guardare a nuovi orizzonti, aprire la mente, entrare in contatto con altre culture; è stata la fame di conoscenza che mi ha condotto inevitabilmente a viaggiare. Cosa mi lega alla mia città: la famiglia, il mare, la voglia di difenderla a spada tratta, tanto che uno dei progetti su cui sto lavorando con Nica è la storia di due operai ex Ilva che hanno scelto di lasciare il siderurgico per aprire un’attività di ristorazione: la scelta di mettersi in gioco, provo a dirlo con parole loro…».

I progetti che più di altri l’affascinano in questo momento. «Il mio primo album. Ho partecipato a numerose manifestazioni, vinto rassegne importanti, ma trovare una mia strada, comprendere cosa in realtà ho voglia di fare e come voglio dirle certe cose, è un altro discorso: è stato questo desiderio che mi ha quasi suggerito di attendere tempi più maturi, aspettare per comprendere chi fossi e con cosa potessi confrontarmi. Così sto lavorando al mio debutto: è il mio primo album il mio nuovo orizzonte».

Una canzone che più di altre avrebbe voluto cantare. E un autore contemporaneo che vorrebbe le regalasse una canzone. «Mi scopro spesso a cantare a squarciagola “Call my name” di Prince, nella versione di Morgan James; fra gli autori, adoro il nostro Diodato, felicissima della sua vittoria a Sanremo: anni gli chiesi una canzone per me, mi rispose “Perché no? Proviamo…”, così spero che un giorno o l’altro si ricordi e mi faccia questo regalo».

La canzone più impegnativa interpretata in questi anni. «“I will always love you” di Whitney Houston, che eseguirò anche in versione orchestrale con l’ICO Magna Grecia. C’è una storia legata a questo titolo: i miei genitori hanno scoperto la mia vocazione canora mentre mi ascoltavano cantare questo brano, avevo appena otto anni. Cantarla con l’orchestra, il tappeto di violini poi, è motivo di grande emozione: quando la ricanto mi commuovo al punto tale da versare qualche lacrima, provo a trattenermi, ma ogni sera è un’impresa…».

Progetti nell’immediato futuro, riepilogando. «L’album e il mio impegno per Taranto, cui tengo tanto. Non vedo l’ora che esca questo mio primo lavoro, sarà l’occasione per accendere un riflettore su una città che ha voglia di riprendersi, riscattarsi».