«Si fa presto a dire “terrone”»

Alex e Rino, storia di insofferenza e razzismo

Una gara di calcio si trasforma in un ring. Un addetto ai lavori non trova di meglio che offendere pesantemente il tecnico avversario. Scoppia la bagarre, il primo si scusa e si dimette, l’offeso tira dritto. Luigi Garlando, grande giornalista, inviato della Gazzetta dello sport, interviene sul tema. E noi gli siamo grati.

Si fa presto a dire terrone. Non sappiamo cosa, ancora oggi, scatti nella mente di un essere umano, di così cattivo, quando consapevole di offendere pesantemente una persona gli indirizzi espressioni tipo «Terrone!», «Muso nero!». Siamo tutti sulla stessa barca verrebbe da dire, invece, la comunicazione attraverso lo sport più amato del pianeta si trasforma in un doloroso boomerang. Il calcio insegna sempre meno, una volta educava al rispetto dell’avversario, alla stretta di mano a fine gara fra vincitori e vinti, come il “terzo tempo” nella palla ovale inglese.

La storia è quella di due uomini, Rino, meridionale orgoglioso, e Alex, settentrionale nato in provincia di Brescia, altrettanto orgoglioso, supponiamo, se uno scatto d’ira lo porta a tracciare un solco così deciso fra il “suo” Nord e il “nostro” Sud, che poi insieme sono una cosa sola, il nostro Paese, l’Italia.

Fuori dalla retorica, l’episodio di intolleranza si scatena durante una gara di calcio. Da una parte è in gioco il prestigio, dall’altra un piazzamento onorevole, che potrebbe cambiare impercettibilmente, mica tanto, il corso della storia. Eppure c’è qualcosa che esaspera gli animi, a condurre un ospite, un fisioterapista, Alex, ad alzarsi e inveire contro il tecnico avversario, Rino. Quest’ultimo, calabrese purosangue, quand’era in campo non le mandava a dire, seduta stante chiariva con l’avversario. «Cosa vogliamo fare? I cretini e farci male oppure le persone perbene e giocare al calcio? Sappi che, in un modo o nell’altro, io ti seguo». Questo, Rino calciatore, campione del mondo, una bacheca infinita nella quale il trofeo che lo rende più orgoglioso è l’umiltà, la rara arte di imparare qualcosa e da chiunque ogni giorno.KOULIBALI 2 - 1GRAZIE, LUIGI…

Dunque, non allontaniamoci troppo dalla sfera e dall’offesa. Luigi Garlando, firma autorevole della “Gazzetta dello sport” e del settimanale “SportWeek”, per il quale cura la rubrica “Con questa mia…”, amico sincero e autore di decine di libri per ragazzi, fra gli altri “Per questo mi chiamo Giovanni” (dedicato alla memoria di Falcone), è intervenuto sull’argomento. Mi ha autorizzato ad utilizzare il suo scritto, carico di metafora e di rara sensibilità, come le stesse cronache che scrive dagli stadi di tutto il mondo. Una lettera aperta che, sono certo, segnerà in modo significativo il dimissionario Alex Maggi (ecco, mettiamoci anche il cognome), reo della grave offesa («Terrone!») all’indirizzo di Rino Gattuso (ma si era già capito…).

Dunque. «Egregio Signor Alex Maggi – scrive Garlando – con questa mia voglio tornare sulla parola “terrone” che lei ha rivolto a Rino Gattuso, sotto forma di insulto colorito, durante una fase particolarmente nervosa di Napoli-Lazio. A freddo lei ha chiesto immediatamente scusa al tecnico del Napoli e gliene do atto. Ma non le scrivo per condannarla o rimproverarla, non ne ho il ruolo né l’intenzione, le scrivo semplicemente per condividere alcune considerazioni dal termine da lei evocato».

Fatta questa premessa, Garlando prosegue. La prima considerazione. «Innanzitutto questa: il pallone è gioiosamente “terrone” per costituzione, perché lo giochiamo con i piedi che sono all’estremo sud del nostro corpo. Come diciamo per disprezzare qualcuno? “Quello ragiona con i piedi…”. Appunto. I piedi, da sempre, godono di pessima letteratura, eternamente contrapposti al cervello che sta a nord, depositario della conoscenza e dell’invenzione artistica. Il calcio ha operato una rivoluzione garibaldina, ha liberato il meridione del nostro corpo riconoscendo ai piedi la facoltà di poetare».

CALCIO, POESIA E VITA

La metafora fra calcio, poesia, vita. «Lei, signor Maggi, è bresciano, se non sbaglio, quindi sa bene che cosa intendo dire. Quanta poesia hanno scritto, a Brescia, Roberto Baggio e Andrea Pirlo? Se lo ricorda quel gol che poetarono insieme al Delle Alpi, contro la Juventus? Lancio transoceanico di Pirlo, aggancio e rete di Baggio. In quale parte colpì il pallone Andrea? In quella inferiore, a sud della sfera, sotto, per farla decollare. E Robi? Pure, a sud, per addomesticarlo con lo stop a seguire più dolce della storia del calcio, portarlo oltre Van der Saar e accarezzarlo in rete. Un meraviglioso gol “terrone”, costruito a sud del pallone. I cross di Garrincha, il cucchiaio di Totti… Tutte le cose più belle vengono create calciando la sfera nella regione meridionale».

Prima di concludere, Garlando pone una domanda al suo lettore-interlocutore, con allegata riflessione. «Sa qual è la cosa veramente importante, signor Maggi? Che il sud del pallone, dopo solo mezzo giro, diventa nord e, dopo mezzo giro, torna sud e poi ancora nord… Una smentita continua. Un pallone che rotola è una lezione di saggezza e di integrazione: sud e nord non esistono. Tutto è relativo. Siamo tutti a sud di qualcosa, siamo tutti terroni agli occhi di qualcuno. Il valore di una persona (e di un pallone) non la dà la provenienza, ma la direzione e le intenzioni. La prossima volta che le capiterà di sbroccare in panchina, se lo ricordi e lasci perdere i punti cardinali. Intanto, da laziale, si goda i gol di Ciro, ragazzo del Sud. Con cordialità, Luigi Garlando». Infine, sgombriamo il campo dall’ultimo dubbio. Garlando, giornalista, cinquantotto anni, all’attivo Champion’s League, Campionati del Mondo di calcio e Olimpiadi in qualità di inviato, è nato a Milano. Era giusto sistemare i proverbiali puntini sulle “i”.

«Tutto e niente»

Graziano Galàtone, da “I fatti vostri” a “Notre Dame de Paris”

«Fare l’attore è un po’ come essere uno, nessuno o centomila», dice l’artista nato a Palagianello. «Devi misurarti con più ruoli, dal brillante al drammatico. In teatro è un’altra cosa, deve essere sempre “buona la prima”. Ai miei allievi insegno a credere in se stessi e non pensare ad eventuali “aiutini”: se non hai gli elementi fai poca strada»

 Graziano Galàtone, nato a Palagianello, da anni è apprezzato interprete di numerosi musical nei quali ha rivestito il ruolo principale. Basti pensare al primo, originale, “Notre Dame de Paris”, che riprenderà il prossimo anno con un tour internazionale. Fra le altre interpretazioni, “Tosca-Amore disperato” di Lucio Dalla, “Il principe della gioventù” ispirato alla figura di Lorenzo il Magnifico, “Bernadette, il miracolo di Lourdes”, “I promessi sposi”. E’ stato protagonista su Raidue anche dell’ultima edizione de “I fatti vostri” per la regia di Michele Guardì, nella quale gestiva uno spazio musicale insieme con il maestro Demo Morselli.

Ti abbiamo lasciato con “Notre Dame de Paris” e ti ritroviamo mattatore.

«Il mio obiettivo è quello di essere eclettico, per dirla con Pirandello: essere uno, nessuno, centomila; fare l’attore è sapersi misurare con più ruoli, interpretazioni dal brillante al drammatico. Amo le sfide, ritengo importanti i workshop che svolgo con i ragazzi che mi seguono: metto a loro disposizione la mia esperienza, ma allo stesso tempo prendo da loro energia, fondamentale per chi ogni sera sale su un palcoscenico; importante, poi, la tv fatta con il maestro Demo Morselli nel programma “I fatti vostri” con la regia di Michele Guardì, un’esperienza che mi ha portato ad imparare ritmi da intrattenitore».

Dalla tua Palagianello, provincia di Taranto, a spettacoli in Italia e all’estero, il passo non è breve. Nel musical, per giunta, le attività artistiche sono diverse, tocca recitare, cantare, ballare.

«Il teatro richiede massimo rigore, vietato sbagliare: al cinema o in tv un “ciak” puoi ripeterlo, in teatro come nella diretta televisiva deve necessariamente essere “buona la prima”. Massima concentrazione, come un atleta che deve affrontare una gara devi dare il massimo: importante il momento di raccoglimento perché una volta in scena non perda il ritmo; non smettere mai di pretendere di più da te stesso: con il passare del tempo impariamo a conoscerci meglio e capire cosa possiamo dare ancora; è il bello di questo lavoro, provare a migliorarsi, avvicinarsi il più possibile alla perfezione».

Che effetto fa esibirsi con una orchestra importante come quella della Magna Grecia?

«E’ emozionate, intanto perché l’Orchestra della Magna Grecia, in forte crescita, è destinata a grandi successi e palcoscenici sempre più importanti; doppia emozione, se penso, invece, al periodo di confinamento cui siamo stati obbligati a causa del Covid-19; l’ho detto in scena, la mia porzione di spettacolo l’ho dedicata a quanti sono impegnati a vario titolo nel campo della musica, dell’arte, dello spettacolo: bisogna tornare ad essere una cosa sola, uniti come tutti gli elementi dell’orchestra e lo stesso pubblico che ha voglia di rompere ogni indugio e tornare a divertirsi. Sempre nel massimo rispetto delle norme previste dal DPCM, sia chiaro…».GALATONE 2 - 1Quanto ci vuole a catturare il pubblico, poco, molto. Quanto è il “giusto”?

«La cosa che più mi affascina è lo stabilire una certa complicità con il pubblico: conquistare e farmi conquistare dalla platea; faccio ricorso a qualche elemento – ma, attenzione, non è un principio matematico – per tastare il polso agli spettatori: il pubblico, del resto, non puoi ingannarlo, se fa partire l’applauso è perché ha avvertito la sensazione che stai dando il massimo».

L’esperienza al servizio di chi vuole intraprendere questo mestiere.

«Spesso faccio stage, insegno arte scenica per mostrare come si sta su un palcoscenico, sul quale bisogna entrare dando il massimo, scrollandosi da qualsiasi incertezza».

Una cosa che Galàtone ai suoi allievi?

«“Semplice: credere in se stessi, prima che siano gli altri a credere in voi!”, è la massima che ripeto a quanti partecipano ai miei stage; insomma, se non siamo noi a volere una cosa, difficilmente gli altri ce la offriranno: i famosi “aiutini” che qualcuno spera di ottenere nel corso dell’attività artistica, servono a poco, la capacità non puoi inventartela».

Primo consiglio che, invece, si è dato?

«Essere forte. Chi fa questo lavoro ogni giorno è chiamato a gestire uno stato d’ansia, che poi non è tutto questo male: ritengo sia giusto alimentare quella fiammella che al momento giusto diventi sacro fuoco; prima di arrivare al successo ti assalgono i dubbi, è bene saper coltivare anche quelli, in quanto le certezze tante volte giocano brutti scherzi…».

C’è stato un momento in cui è stato assalito da un dubbio? E, se questo ci fosse stato, come lo ha risolto?

«Per chi fa questo mestiere, la famiglia è fondamentale; anch’io ho chiesto aiuto, incoraggiamento, alla mia famiglia; per uno che fa questo mestiere è importante avere un porto sicuro nel quale rifugiarsi quando viene assalito da un dubbio. Una volta raccolte le energie e avvertita la sensazione di esserti ricaricato a dovere, ecco che hai la percezione che un altro piccolo miracolo si sta compiendo: torni a credere in te stesso, senti che la tua vita è su quelle tavole e non vedi l’ora di tornarvi sopra, perché sai che quella polvere è il tuo ossigeno».

«Ripartiamo dal sorriso»

Un video, mille argomenti per rilanciare un territorio

«Noi pugliesi siamo così, contagiosi per natura, come il sorriso». C’è Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, grande autore, nel progetto sostenuto da Icon Radio, Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Promozione. «Proviamo ad esorcizzare l’incertezza che ancora stiamo vivendo, la forza di volontà, la tenacia, le capacità della nostra terra nel superare le avversità»

«Abbiamo vacillato, temuto, pianto; il tempo ci è sembrato come sospeso, gli spazi d’improvviso sono divenuti silenziosi, deserti, irreali, ma non abbiamo smesso di difenderci, curarci e incoraggiarci nel modo più naturale e potente che abbiamo. Sorridendo, abbiamo ripreso a camminare, correre, sognare. Vivere. Noi pugliesi siamo così, contagiosi per natura. Come il sorriso».

La Puglia riparte dal sorriso. Nonostante il lockdown rappresenti ancora un freno a mano, potrebbero esserci le condizioni per ripartire con passi lunghi e distesi rispetto ad altre zone del nostro Paese. Riparte da un sorriso contagioso, come può essere quello di Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, da sempre impegnato per la sua Puglia, il suo Salento, per il quale si è speso ancora prima che diventasse “Giuliano Sangiorgi”, uno degli artisti italiani più amati.

In questi giorni è stato presentato il video conclusivo della campagna “Sorrisi di Puglia”, lanciata da Icon Radio durante il lockdown, un tributo alle bellezze naturalistiche e monumentali della Puglia e ai volti sorridenti dei pugliesi, nonostante tutto.

“Contagiosi per natura, come il sorriso” è il titolo del video, che oltre alla colonna sonora firmata da Sangiorgi, si avvale del patrocinio dell’Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, del Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Promozione.

SORRISO - 1

L’IDEA, DURANTE IL LOCKDOWN…

L’idea, si diceva, scaturisce dalla mente di Icon Radio, proprio durante uno dei momenti più critici attraversati non solo dal Salento, dal Sud, dall’Italia, ma da almeno mezzo mondo: il lockdown dovuto al diffondersi del Covid-19. Dunque, il confinamento per esaltare bellezze paesaggistiche e naturalistiche della Puglia con i volti sorridenti dei suoi abitanti. La campagna “Sorrisi di Puglia” è stata illustrata al meglio con un video conclusivo a cui ha partecipato anche l’artista-simbolo dei Negramaro.

A Icon Radio, le idee le avevano già bene in mente, tanto che non hanno avuto difficoltà nel presentare il progetto “Sorrisi di Puglia”. «Abbiamo voluto affidare alle immagini e alla musica di Giuliano Sangiorgi – uno dei passaggi nel presentare il progetto – che ha sposato con entusiasmo l’idea di rendere omaggio alla nostra terra, tanto nostra quanto sue, quanto di tutti, non solo dei salentini, ma di quanti hanno a cuore le bellezze della natura e dell’arte: un messaggio di speranza per il futuro. Lo scopo, in buona sostanza: provare ad esorcizzare l’incertezza che ancora stiamo vivendo e nel contempo celebrare la forza di volontà, la tenacia, le capacità della nostra terra nel superare le avversità grazie a un innato senso della poesia che riesce sempre a provocare sorrisi».

Il video è stato realizzato grazie al contributo artistico e tecnico di professionisti di diversi settori a titolo completamente gratuito: dal regista Cristiano Pedrocco al videomaker Giacomo Frisenda, dalla “FadeOut” Film, che ha curato la fase di post-produzione alla fotografa Kaja Brinkmann, fino alla redazione di Icon Radio, con il solo e inclusivo intento di dare un proprio contributo alla ripartenza dopo le restrizioni imposte dal governo a causa dell’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus.

«Beirut, un disastro»

Una storia, due testimoni

«E’ tornata la guerra», ha pensato Ismail, libanese in Italia con la famiglia.  «Dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di grave», dice Roberto, militare pugliese. «A casa mia stanno tutti bene, purtroppo un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: era rimasto al porto per fare straordinario», aggiunge il primo. «Soccorsi tempestivi, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil», racconta l’italiano.

Oltre 140 morti, più di 5.000 feriti, 300mila circa gli sfollati, centinaia i dispersi. Sono i numeri preoccupanti che vedono il Libano lottare contro macerie e disperazione. La paura è un bagaglio a mano. «Niente da fare, quando qualcuno ti dice che nel tuo Paese c’è stata una forte esplosione, il primo pensiero corre a un attentato, che poi è l’anticipazione di una nuova guerra». La tragedia di Beirut, dove due esplosioni hanno demolito la capitale del Libano, uccidendo centinaia di persone e ferendone migliaia, come si diceva, viaggia come sempre sul filo della paura.

«E’ tornata la guerra – il primo pensiero di Ismail, cittadino libanese, in Italia insieme con la famiglia – non se ne esce più: è il nostro destino, ovunque andiamo, ci portiamo questo scomodo bagaglio che non molliamo un istante, personalmente da quando ero piccolo: la paura».

In Libano, familiari e amici. «E’ stato un parente ad inviarmi un video con le due esplosioni – racconta – immagini impressionanti, la prima sensazione che avverti è di una città letteralmente rasa al suolo e che nessuno si sia salvato: poi preghi, speri, che i danni siano contenuti; le immagini raccontano di qualcosa che non esiste più, i bollettini rispetto a quanto vedi sarebbero più incoraggianti: si parla di decine di morti e centinaia di feriti; purtroppo non è così, le note che sentiamo e le immagini che osserviamo successivamente nei notiziari italiani e stranieri che intercettiamo qui in Italia, diventano impietosi con il passare delle ore: i morti sono diventati centinaia, i feriti migliaia, incalcolabile il numero dei dispersi, almeno trecentomila gli sfollati».

ATTENTATO O DISGRAZIA…

L’asticella di sangue si alza. E non è ancora dato sapere se si sia trattato di un attentato o una disgrazia dovuta alla negligenza di chi ha sottovalutato l’enorme pericolo rappresentato da 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio sequestrate anni fa e stipate “temporaneamente” negli hangar del porto. Come convivere con una bomba ad orologeria.

«In tutto quel caos, con le notizie che si inseguono per ore – riprende il racconto drammatico del quarantenne libanese – mi è giunta una foto di casa mia, distante dal porto diversi chilometri: l’onda d’urto non l’ha risparmiata, sono andati in frantumi i vetri delle finestre, ma l’appartamento fortunatamente non ha subito altri danni».

Una notizia buona, una cattiva, che gonfia il cuore di dolore. «Un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: lavorava nel porto di Beirut, cuore del disastro, per un fatale  scherzo del destino non è più con noi: l’orario di lavoro prevede l’uscita alle cinque, dunque insieme – come tutti i giorni – avrebbero avuto il tempo necessario per allontanarsi e raggiungere casa; sullo sfortunato collega di mio fratello, causa uno straordinario, si è abbattuta la sciagura: hanno rinvenuto il cadavere del poveretto fra le macerie!».

Il Libano è già assalito da una grave crisi economico-sociale a causa di una storia fatta di massacri. «Non si hanno notizie certe – riflette Ismail – ma ho una paura tremenda, che sotto non ci sia stata solo una grave leggerezza nel sottovalutare il pericolo delle centinaia di tonnellate di nitrato d’ammonio, ma un attentato».

Ismail dà l’interpretazione che hanno dato tutti, subito. Come fosse Hiroshima. «Quando ho visto le prime immagini ho pensato a una bomba atomica, l’esplosione di un “fungo”: mai vista una cosa simile prima di quel momento. Nato quarant’anni fa – aggiunge – guerre ne ho già viste, purtroppo: la mia preoccupazione e il mio pensiero vanno al mio Paese, che vive una crisi economica: dove troveranno i soldi per garantire la ripresa? Dove sono gli ospedali e i presìdi sanitari per garantire alle decine di migliaia di feriti un’assistenza? Tutto in frantumi, in pochi istanti!».

SOCCORSI ITALIANI TEMPESTIVI

«Un boato fortissimo, difficile da spiegare, il resto è accaduto in fretta; subito dopo l’esplosione, c’è stato un attimo si smarrimento perché l’evento era del tutto imprevisto, fortunatamente stiamo tutti bene: purtroppo non si può dire lo stesso di migliaia di persone, fra morti e feriti». E’ la dichiarazione a caldo di Roberto, militare pugliese, familiari a Bitonto. Pare abbia riportato ferite lievi. Un braccio fasciato, racconta. «Qualche istante dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di preoccupante; quanto preoccupa, invece, è la situazione della popolazione libanese; noi, in qualche modo, l’abbiamo vissuta, ma siamo stati davvero fortunati, mentre tante altre persone non ce l’hanno fatta».

Era una normale giornata di lavoro, Roberto, caporalmaggiore, e i colleghi operavano nella massima serenità. «Purtroppo è arrivata questa esplosione, inaspettata e improvvisa – riprende – siamo stati fortunati, ma siamo stati anche bravi nel restare uniti e lucidi nell’affrontare l’accaduto». Nessuno si aspettava che dopo quella cortina di fumo,  sarebbero seguite due forti esplosioni che avrebbero raso al suolo la città.

«Soccorsi tempestivi, rispetto all’impraticabilità delle strade, poi, da italiano, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil che prestava soccorso alle vittime e assistere all’alba una volta rientrati alla base, momento che ha segnato l’inizio di un nuovo giorno». Con la speranza che sia anche l’alba di una rinascita.

«Mi volevano i Genesis…»

Bernardo Lanzetti, cantante della PFM, videointervista esclusiva

«Me lo confessò Steve Hackett, una sera…». Icona degli Anni 70 e 80, prima con Acqua Fragile poi con la Premiata Forneria Marconi e una carriera solistica di successo. «Dal lockdown è nato il mio ultimo album: canto con David Jackson dei Van der Graaf, David Cross dei King Crimson e Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Ci sarà da divertirsi». E il passato. «Godevamo di grande considerazione all’estero, oggi non è più così, purtroppo. Meglio i Beatles che…»

Voce storica del rock italiano, prima con Acqua Fragile, poi con la Premiata Forneria Marconi, per tutti PFM. Album che hanno fatto la storia del rock italiano e internazionale e del gruppo più amato dalla metà degli Anni 70 in poi: Chocolate Kings, Jet Lag e Passpartù.

Che periodo è stato quel periodo?

«Magico, la musica era importante e quella prodotta in Italia aveva autorevoli riconoscimenti all’estero che, nel tempo, purtroppo non ha più avuto».

Uno dei tuoi ispiratori, Demetrio Stratos degli Area, autore fra l’altro dello sperimentale “Cantare la voce”. Anche tu, in quanto a “maestro della voce”, non sei da meno.

«Sono un totale autodidatta. Credo che un cantante per imparare debba sapere ascoltare altri cantanti, più bravi possibilmente, in grado di insegnarti sempre qualcosa».

Che effetto fa ritrovarsi a scrivere come fosse il primo giorno di scuola?

«Dischi o album che siano, video, concerti: sono solo un elemento della musica del tuo lavoro. Come fossero, insieme, un book fotografico; come per un attore, la foto non è l’istantanea del complesso lavoro di un interprete: allo stesso modo una canzone, pure interpretata magistralmente, è solo un documento di quel preciso momento».

Bernardo, quando ti riascolti…

«Ho un atteggiamento a volte compiaciuto, a volte critico. Mi spiego: quando riascolto delle mie cose mi dico “Cavoli, ma come avrò fatto ad ottenere quel risultato?”, altre volte “Accidenti, avrei potuto far meglio!”, perché evidentemente nel frattempo ti sei aggiornato. In studio, ecco il lavoro. E’ importante che ci sia qualcuno, oltre il vetro, che scelga per te le versioni, i passaggi migliori della canzone che stai interpretando. Per me è una cosa molto bella che in quel momento qualcuno ti incoraggi, ti sproni a migliorare certi aspetti di una canzone: “Questa parola, prova a “spingerla” meno…”, oppure “Quando arrivi a questa “a”, cerca di aprirla un po’ di più!”. E ancora, “Quella strofa buttala via, passa subito alla frase successiva!”. Ecco, a me piace sentire qualcuno che mi indichi la strada…».

Album con Acqua Fragile e PFM, poi da solista. Qual è stato il momento più importante nella tua carriera?

«Tanti, a cominciare dal debutto con Acqua Fragile, la mia prima volta in una sala di registrazione. La mia esperienza con la PFM: nel gruppo sono entrato appena tre giorni prima che entrassimo in studio a registrare “Chocolate Kings”: ho avuto pochissimo tempo per calarmi nel mio nuovo impegno; oppure quando ho realizzato un album di ricerca come “I sing the voice impossible”, i miei esperimenti vocali; oppure l’ultimo album dell’Acqua Fragile, il terzo: grande soddisfazione nel vedere che la critica mondiale, non solo quella italiana, abbia recepito l’operazione, che non era riproporre brani degli Anni 70, ma riprendere quel senso musicale e svilupparlo…».

Storia o leggenda, per dirla con le Orme: quando è andato via Peter Gabriel dai Genesis, è vero che il gruppo aveva una intenzione di chiamarti a sostituirlo?

«Di questa storia ne sono venuto a conoscenza tempo dopo. Ho avuto la fortuna di diventare amico di Steve Hackett dei Genesis. Un giorno ero ad un suo concerto, mi chiamò sul palco, per poi confessarmi – dichiarazioni riportate in una sua intervista rilasciata tre anni fa… – che il mio nome era saltato fuori in occasione dei saluti al gruppo da parte di Peter Gabriel. Evidentemente non se ne fece niente a causa di un conflitto di interessi: il manager contattato, Franco Mamone, era anche manager della PFM e lui, il consenso, non lo avrebbe mai dato… Comunque, Hackett questo episodio lo ha ricordato in una intervista tre anni fa».

Conservi un buon rapporto con il tuo passato?

«Alti e bassi, c’è stato un periodo in cui pensavo che la mia voce avesse “elementi di disturbo” per un certo pubblico, altre volte, al contrario, mi dicevo, invece, che questa era la mia strada ed era giusto che continuassi a fare quello che facevo: magari in salita, ma questo era il mio destino…».

Quanto era avanti la musica italiana a quei tempi e quanto è indietro, ora, quella attuale?

«Quando c’è una proposta, un contenuto musicale, strumentale, un arrangiamento, deve essere sempre bilanciato con quella che è la melodia vocale, un mix calibrato fra tutte queste componenti. Faccio un esempio: prendi un pezzo dei Beatles, vai da un ragazzo che studia la chitarra, gli dici di ascoltarlo ed eseguirlo: intanto non troverà difficoltà nell’apprezzarlo ed eseguirlo e, nello stesso tempo, ti ringrazierà perché ha imparato qualcosa di concreto. Viceversa, prendi un brano italiano e chiedi allo stesso ragazzo di impararlo: lo farà, ma a malavoglia e, alla fine, ti dirà che ha imparato un bel nulla».

Lanzetti ieri e oggi. Domani?

«Dunque, durante il lockdown ho sentito diversi messaggi a proposito della musica: prima del 2021, dicevano, niente musica; così mi sono dedicato alla ricerca, alla composizione. Una volta realizzato tutto questo, ho ricevuto proposte di vari lavori, dal vecchio materiale a quello appena realizzato: dunque, ho un album nuovo, appena completato con ospiti artisti internazionali, da David Jackson dei Van der Graaf a David Cross dei King Crimson, poi Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Dunque, si è aperto un ventaglio di possibilità che oltre ad inorgoglirmi, mi metteranno in condizione di vederne delle belle…».