«Vogliamo riprovarci»

Samir e Rami, tunisini, tornati in Italia

Sbarcati in Sicilia, hanno in testa una sola cosa: trovare lavoro. «Eravamo già stati qui, ma senza permesso di lavoro siamo tornati indietro. Vogliamo tentare di farci un futuro, anche a costo di sacrifici. C’è chi ha fatto di tutto, dal meccanico ai lavori di campo, a noi sta bene qualsiasi cosa ci dia dignità…»

«Siamo arrivati in Italia per migliorare la nostra condizione, non in cerca di assistenza». Rami e Samir, tunisini, fra i ragazzi sbarcati nei giorni scorsi sulla costa siciliana, e una settantina arrivati a Taranto, non fanno giri di parole. Parlano un discreto italiano. Forza della tv, i film, internet e i loro compagni che li hanno preceduti. Parlano troppo bene la nostra lingua, però. «Siamo già stati in Italia, anche per più di qualche anno, poi non avendo i documenti a posto, ci hanno rispediti a casa: non c’è stato verso, non abbiamo trovato chi, allora, ci regolarizzasse: adesso speriamo che qualcosa cambi», dicono.

«Se non conosci bene l’italiano – riprendono Rami e Samir – o non hai voglia di impararlo in fetta, meglio lasciar stare: gli italiani sono accoglienti, ma non tollerano vedere ragazzi girare a vuoto per le strade…». Questo, confessano, facendo attenzione a dire e non dire, per evitare di essere fraintesi. Padroni della lingua non lo sono, perciò massima prudenza. Sperano ci sia tempo per imparare meglio la nostra lingua e spiegare questa loro scelta di vita.

«Sappiamo di cosa parliamo – dice Rami – siamo stati sempre in contatto con nostri connazionali e comunque di amici di altri amici, di altri Paesi africani, che in Italia hanno trovato una soluzione, anche non stabile: noi conosciamo la fame, sappiamo di cosa parliamo, i sacrifici non ci spaventano, ci accontentiamo di poco».

«NON RUBIAMO LAVORO»

«Non vogliamo per questo togliere lavoro ai nostri fratelli – chiarisce Samir – significherebbe giocare al ribasso, chiedere meno di compensi già bassi: so che qualcuno se la passa male, conosciamo cosa significhi cercare un aiuto e distinguere fra uno che te lo presta col cuore e un altro che invece vede nella tua disperazione il suo business».

«Non è stato un viaggio facile – prosegue Samir – anzi, è stato molto più complicato di quanto pensassi: è durato tre lunghi giorni; dico lunghi perché quando la traversata in mare la compi già su una imbarcazione di fortuna e trovi un mare agitato, sei partito nella situazione non ideale: allora ti assale la paura, che un’onda possa ribaltarti di notte, puoi essere anche uno bravo a nuotare, ma puoi solo tenerti a galla, è una gara di resistenza; dare bracciate in una direzione o nell’altra, senza avere chiara una meta, perché vedi tutto nero è un dramma nel dramma: non ti resta che pregare, perché le forze ti abbandonano, puoi solo invocare il cielo perché il mattino arrivi nel più breve tempo possibile».

«Cambierebbe poco – riprende Samir – perché se al mattino ti trovi nelle stesse condizioni, la speranza è che qualcuno ti veda, un aereo, un elicottero, una motovedetta, una nave: a noi è andata bene, ad altri un po’ meno: parlo di quanti in questi anni hanno compiuto una traversata con gommoni alla disperata ricerca di una spiaggia su cui sbarcare e sulla quale puntare il proprio futuro…».

«CERCHIAMO UN’OCCASIONE»

Qualcuno di loro, prima tv locali, poi a tv nazionali ha raccontato la loro avventura. «Siamo arrivati in barca, clandestinamente, viaggiato in mare tre notti, siamo partiti da Monastir. C’è chi per il viaggio ha pagato sette milioni di dinari, più o meno 1.500 euro, una cifra enorme per qualsiasi tasca, figurarsi per chi viene da una zona dove si soffre da matti». «Cerchiamo lavoro – hanno dichiarato ai giornalisti due connazionali di Rami e Samir – siamo venuti solo per questo e non per vivere di assistenza: qui c’eravamo già stati, ma le leggi non ci permisero di continuare a lavorare nella clandestinità». Chi ha fatto l’autista, il meccanico, lavorato in un autolavaggio, nella cucina di un ristorante, fatto l’imbianchino. «Non ci perdiamo in chiacchiere – dice Rami – è stata sufficiente una prima esperienza: non eravamo qui a fare la bella vita, lavoravamo, ma un brutto giorno mi fermarono e mi rispedirono in patria: non avevo i documenti, cosa che invece mi auguro di poter chiedere, altrimenti non so più cosa fare…».

«Siamo arrivati in trecento, forse più – riprende – un brutto viaggio: un po’ sono scappati, ma credo fossero terrorizzati, avevano paura che i militari italiani li rispedissero subito sulla prima imbarcazione per la Tunisia: noi, invece, vogliamo lavorare, ci auguriamo ci siano condizioni diverse rispetto all’ultima volta in cui siamo stati in Italia; che ci rilascino un permesso di soggiorno e che nel periodo in cui restiamo in Italia ci possiamo dare da fare a trovare un lavoro, uno dei tanti che sappiamo fare: non ci fermiamo davanti a nulla, purché sia un lavoro pulito…». Decoroso, vorrebbe dire Samir, che ascolta il suo connazionale in silenzio. Lo si capisce dall’espressione. «Che non sia un lavoro che ci riduca in schiavitù – ammette alla fine – che ci faccia vivere con enormi sacrifici: connazionali e nordafricani in passato hanno lavorato per dieci euro piegati sulla schiena nei campi per dieci ore di lavoro al giorno; cerchiamo qualcosa di meglio…». Umano. Non gli viene la parola. Quando gliela suggeriamo, accenna un sorriso. «Ecco, ci accontentiamo di poco: adesso che in Italia c’è il virus, non c’è molta voglia di ascoltarci: speriamo che tutto passi in fretta e che a qualcuno venga voglia di sentire un po’ anche noi, vogliamo lavorare, sentirci utili a un Paese così bello e accogliente…».

«Rialziamoci…»

Michele Mazzarano, consigliere regionale, fra crisi e accoglienza

«Provvedimenti della Regione Puglia per le fasce più deboli. Immigrati, una risorsa per il territorio: l’Europa lo sa. Non alimentiamo sentimenti xenofobi. L’Italia si faccia carico dell’industria siderurgica, Arcelor-Mittal non è più attendibile. Liberiamoci dalla gabbia dell’acciaio e pensiamo alle nostre potenzialità: mare, cultura, agroalimentare, logistica, aerospazio e altro ancora»

Proseguiamo la nostra serie di confronti su temi diversi con politici e rappresentanti del nostro territorio. Temi che ci stanno particolarmente a cuore, che oscillano dal sociale all’accoglienza, dalla crisi economica a un ripartenza che non sia solo quella dell’acciaio che nelle ultime settimane mostra il fiato corto. Per parlare di questi e altri temi, abbiamo invitato il consigliere regionale del PD, Michele Mazzarano. Più volte impegnato nelle commissioni che si sono occupate di servizi, lavoro e formazione professionale, con abbiamo aperto questa conversazione parlando di politiche non solo comunitarie.

Consigliere Mazzarano, si è occupato di politiche comunitarie. Per una volta parliamo anche di quelle extracomunitarie. Qual è il suo punto di vista sul contributo di migliaia di immigrati nei campi di lavoro, e non solo.

«L’invecchiamento anagrafico della società occidentale, pone le classi dirigenti – quelle europee, innanzitutto – nelle condizioni di valorizzare accoglienza e integrazione con l’innesto di forza-lavoro degli immigrati; questo va fatto all’interno di un sistema ben definito: se però insistesse un sentimento di deregulation, assisteremmo a una deprecabile avversione nei confronti degli extracomunitari presenti nel nostro Paese; in queste ore l’Unione europea sta dimostrando di avere – forse per la prima volta nella sua storia recente – un approccio solidale verso chi più di altri hanno subito l’emergenza sanitaria e le conseguenze economico-sociali provocate dalla stessa. Ciò significa che, con politiche unitarie e comunitarie, l’Europa ha scelto di andare in soccorso ai Paesi più “frontalieri” di altri, e l’Italia è un avamposto. Penso al bacino del Mediterraneo, canale di passaggio per migliaia di immigrati; intervenire con piglio solidaristico significa sostanzialmente farsi carico di eventuali rischi, ma anche opportunità che può attivare questo fenomeno. Se gli italiani vedessero che la presa in carico del tema immigrazione fosse comunitario, di sicuro diminuirebbero sentimenti di razzismo e odio che si sono manifestati negli ultimi mesi».l0_tml1617778685697_85615465685_1590516548115603A causa del Covid-19, centoventicinque milioni a fondo perduto per autonomi e professionisti, uno dei provvedimenti adottati dalla Regione per sfidare una crisi di dimensioni inattese.

«L’emergenza sanitaria, economica e sociale, che stiamo attraversando ha colpito in profondità l’economia reale creando una voragine economica senza precedenti dal Dopoguerra ad oggi. Ci sono ceti produttivi, specie i più fragili – operatori economici, commercianti, autonomi con partite Iva – che dopo il colpo subito rischiano di non rialzarsi più. Prevedere a tutti i livelli, stanziamenti a fondo perduto, indennizzi e sussidi per riparare il danno subito, penso sia stato un provvedimento giusto. Bene, dunque, ha fatto la Regione Puglia a destinare una parte delle risorse previste dalla manovra finanziaria anti-Covid – 125milioni su 750milioni di euro complessivi – a fondo perduto per Partite Iva e autonomi, categorie con reddito basso. Settantamila partite Iva in Puglia, riceveranno 2mila euro di bonus per consentirne il riposizionamento sul mercato».

A proposito di lavoro, Arcelor-Mittal. Ha dichiarato che è giunta l’ora delle scelte. A cosa si riferisce in particolare?

«Per lo Stato è giunto il momento della massima responsabilità: l’Italia deve farsi carico di questa grave crisi e risolverla. Non credo ad ulteriori tentativi di responsabilità da parte della proprietà franco-indiana: finora tutti gli impegni, tanto sul versante ambientale quanto su quello industriale sono stati disattesi; i dipendenti sono stati trattati con poco rispetto, il ricorso indiscriminato – senza confronti corretti con i sindacati – alla cassa integrazione, sono stati segnali che hanno palesato le intenzioni di Arcelor Mittal; questione di giorni, settimane al massimo, penso sia arrivato il momento in cui lo Stato deve decidere su come vada prodotto l’acciaio».

Momento propizio per l’industria, secondo lei.

«Sicuramente, intanto per l’innovazione tecnologica, necessaria per rendere meno impattante la produzione di acciaio a Taranto: esistono risorse europee destinate al nostro territorio, definito non a caso “pilota” nel passaggio ad ecologico ed energetico; ciò, infatti, è contemplato dal Piano di transizione della stessa Unione europea per combattere mutamenti climatici e abbattere le emissioni in atmosfera».

Una soluzione ragionevole per dipendenti, industria e territorio.

«Primo passo: rendere compatibile la grande industria con le vocazioni di sviluppo del nostro territorio. Abbiamo bisogno di una fabbrica che produca acciaio “pulito”, esiste un sistema misto altoforni-forni elettrici – a tale scopo il governo dovrebbe consultare studi finanziati a livello europeo – condizione necessaria perché altri vettori possano far compiere il salto di qualità al nostro territorio: penso alla logistica, l’agroalimentare, l’aerospazio; finora siamo stati chiusi nella gabbia della monocultura dell’acciaio, che altro non è stato se non piombo nelle ali di un territorio che non ha mai potuto spiccare un volo in fatto di crescita; abbiamo, per esempio, il mare ma non un’adeguata consapevolezza di cosa sia la “blue economy”: ne parliamo poco e non abbiamo una strategia; riusciremo a valorizzare le nostre risorse solo se queste diventeranno compatibili con l’ambiente e con la vita dei lavoratori e dei cittadini».

Migranti tunisini a Taranto

Sono una settantina, sbarcati in Sicilia e trasferiti nel capoluogo ionico 

«Siamo arrivati in barca, clandestinamente: partiti da Monastir, tre notti in mare», le prime dichiarazioni. Gli investigatori si interrogano su come siano arrivati indisturbati sulle coste italiane. 

Settanta tunisini bloccati dalle forze dell’ordine, saranno trasferiti a Taranto. Dopo lo sbarco a Palma di Montechiaro, gli immigrati sono stati ospitati nella tensostruttura situata presso la banchina portuale di Porto Empedocle per essere identificati e sottoposti alle visite sanitarie. Una volta espletate le formalità per tutti è stato disposto il trasferimento a Taranto.

Nessuna informazione utile è stata resa ai poliziotti che li hanno bloccati. Al momento non è dato sapere come siano arrivati fino a Palma di Montechiaro e su quanti fossero. Fra questi, un tunisino avvicinato da un giornalista ha reso una prima, spontanea dichiarazione a proposito del viaggio affrontato con altri su una imbarcazione di fortuna. «Siamo arrivati in barca, clandestinamente, siamo stati in mare tre notti, siamo partiti da Monastir…».

Secondo qualcuno erano trecento. Secondo altri, addirittura quattrocento. Fonti umanitarie, invece, parlano di nemmeno cento immigrati. Una volta raggiunta la riva si sarebbero dispersi fra le dune per tentare di arrivare nel centro abitato di Palma. Alcuni di loro, sono stati visti sulla Statale 115. Automobilisti hanno raccontato alle forze dell’ordine di avere ricevuto richieste di passaggi e di acqua. Altri immigrati si sarebbero dati alla fuga fra le campagne della zona. Polizia, carabinieri e guardia di finanza, anche con l’ausilio di un elicottero, hanno cercato di rintracciarne quanti più possibile. Sarebbe il primo, imponente sbarco autonomo di migranti che avviene in Sicilia da qualche anno a questa parte. Quando gli immigrati erano arrivati in Sicilia, lo avevano fatto accompagnati da navi mercantili, militari o pescherecci di pescatori della zone. Ma questo non sarebbe l’unico arrivo di migranti in queste ore, tra l’arcipelago delle Pelagie e la Sicilia.

MADRE-NAVE CERCASI…

Considerando le dimensioni dello sbarco, secondo agenti di polizia pare che i migranti siano stati accompagnati fino a pochi metri dalla riva con da una nave che subito dopo ha invertito la rotta. Motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza stanno cercando di individuare l’imbarcazione che sarebbe di grandi dimensioni se a bordo gli immigrati erano in realtà centinaia. Quella delle navi-madre è una tecnica di trasporto dei migranti che sembrava dimenticata. L’assenza di navi di soccorso nel Mediterraneo centrale potrebbe avere riattivato questa modalità di sbarco. Un’imbarcazione al traino di quella ancora non trovata, invece è stata rinvenuta a Palma di Montechiaro. Ma, si diceva, ancora incerto è il numero dei migranti sbarcati.

Stefano Castellino, sindaco di Palma di Montechiaro, che ha portato cibo, acqua e mascherine alle persone rintracciate e caffè alle forze dell’ordine, ha detto di aver saputo dagli stessi migranti, tutti tunisini, che erano circa trecento su due imbarcazioni. Quattrocento, invece, sarebbe stato il numero riferito da diversi testimoni dello sbarco che hanno chiamato la polizia. I migranti, poco per volta, sono stati trasferiti alla tensostruttura nel porto di Porto Empedocle per l’identificazione e i controlli sanitari. L’interrogativo che, intanto, si rivolgono gli investigatori risiede sul come avrebbero fatto due imbarcazioni con così tante persone a bordo a compiere l’intera traversata indisturbate, nonostante quel tratto di mare sia costantemente sorvegliato.

Secondo dati del Viminale aggiornati al 22 maggio, sono 4.445 i migranti arrivati quest’anno in Italia (senza contare i circa 450 giunti ieri sulla costa dell’Agrigentino e sull’isola di Linosa e i circa 70 sbarcati sabato tra Lampedusa e Marsala). Nello stesso periodo del 2019 gli arrivi erano stati 1.361, mentre nel 2018 avevano raggiunto quota 10.693. Il totale dei migranti arrivati lo scorso anno, sempre secondo i dati del Ministero dell’Interno, sarebbe di 11.471, mentre nel 2018 erano stati 23.370.

Ospedale, già pronto!

E’ pugliese la struttura da campo che si realizza in “quattro e quattr’otto”

Vinta la gara internazionale promossa da Nato Support and Procurement Agency. “Ricerca e Innovazione” ha messo a punto il progetto. Collaborazione con altre attività del luogo, “Enea Brindisi” fra queste. Struttura ecosostenibile e ad alta tecnologia. Può montarlo, in breve, anche personale non specializzato. Finanziamento della Regione Puglia.

«Le strutture ospedaliere chirurgiche sono pronte per l’uso in poche ore; per la messa in opera non viene richiesto personale specializzato per il montaggio; inoltre è possibile fornire consulti via satellite anche attraverso immagini TC intra-operatorie: il progetto messo a punto dall’azienda adotta soluzioni che rispondono ad esigenze diverse, come garantire la continuità di funzionamento in caso di emergenze come quella che stiamo attraversando». Parliamo di ospedali da campo, pronti all’uso in poche ore. La dichiarazione è di Vincenza Luprano, ricercatrice del Centro Enea di Brindisi che ha partecipato al progetto con Ricerca e Innovazione, rivelatosi vincente.

La notizia è di questi giorni. A noi fa orgoglio, in quanto è un’azienda pugliese ad aver brevettato l’ospedale da campo che si può costruire in poche ore. Notizia da prima pagina, sicuramente ripresa dal Corriere della sera, che documenta una serie di caratteristiche facendo conoscere ai suoi lettori questo capolavoro dell’ingegneria.

Che l’ospedale da campo fosse un progetto interessante, lo si era intuito anche grazie alla gara internazionale, cui l’azienda di casa nostra ha partecipato. Pertanto, un applauso tributato dagli ambienti militari e dal Ministero degli Interni (un moto di orgoglio nazionale non guasta), ma anche da parte degli esperti che hanno selezionato l’opera e assegnato all’attività pugliese un riconoscimento che non può che fare bene in un momento così particolare. Non è un caso che la dott.ssa Luprano alludesse a un progetto, nato sicuramente prima del Covid-19, ma andato concretizzandosi nel momento più critico del contagio.

ECCO LA NOTIZIA

Ecosostenibili e ad alta tecnologia. Sarà questa la caratteristica dei prossimi ospedali da campo adottati dall’esercito italiano. A realizzarli, come riporta il Corsera, sarà un’azienda pugliese, la R.I., Ricerca e Innovazione. Un’attività che per concretizzare il progetto si è avvalsa della collaborazione di Enea Brindisi e altri partner, che hanno svolto un ruolo importante nell’intero progetto. Parlavamo di vittoria. Bene, la tecnologia dell’Ospedale da campo montato in “quattro e quattr’otto”, è risultata vincitrice nella gara internazionale promossa dalla Nato Support and Procurement Agency (Nspa).

La struttura vera e propria. Sono quattro gli ospedali da campo che saranno “costruiti” secondo la tecnologia di cui si diceva. Saranno realizzati entro quest’anno. Non saranno prefabbricati, anticipiamo qualche interrogativo che qualcuno si starà rivolgendo mentre ci legge. Gli ospedali da campo saranno, infatti, dotati di impianti e sistemi tecnologici all’avanguardia e organizzati in costruzioni modulari con pannelli interconnessi e tende, articolate in triage, pronto soccorso, laboratorio radiografico ed ecografico, sala preparatoria chirurgica, sala operatoria, sala operatoria ausiliaria, degenza, farmacia e area di gestione.

MATERIALI AVANZATI

Il prototipo dell’ospedale ad alta tecnologia è stato realizzato nell’ambito del progetto SOS che ha avuto come oggetto lo studio di materiali avanzati e lo sviluppo di pannellature leggere, multifunzionali, intelligenti, riconfigurabili e sostenibili per applicazioni in Smart operating shelter, cofinanziato dalla Regione Puglia attraverso il Bando Innonetwork.

I pannelli ecosostenibili sono stati realizzati con materiali vegetali locali, come la canapa, o di provenienza animale, come la lana di pecora. In corso d’opera sono stati trattati con sostanze naturali per accrescerne resistenza a muffe e funghi. Effettuati, infine, test per valutare processi di invecchiamento accelerato e validazione termica, oltre che monitoraggio all’interno per verificare le condizioni di salubrità e comfort. Progetto promosso a pieni voti, con bacio accademico internazionale.

«Ma si può?»

Ismaila, nigeriano, l’episodio scomodo per il governo di Malta

«Negare un soccorso e lasciare uomini in mare, mai sentita una cosa del genere». Centodieci africani respinti, lasciati in mare con giubbini e carburante. «Gli italiani hanno un altro stile. Su una chat la storia di Zliten, un porto di Tripoli, da dove un giorno anche io presi il mare, ma avevo in mente solo il vostro Paese…»

«A Malta c’è il coronavirus, siamo tutti malati e non possiamo accogliervi!». La notizia riportata da quotidiani e siti italiani, scatena subito centinaia di commenti. L’episodio risale allo scorso 11 aprile, ma è venuto alla ribalta solo nelle ultime ore, grazie a una testimonianza riportata da un migrante ad “Alarm Phone”, il network telefonico gestito da Don Zerai, che a sua volta rilancia su Twitter le “allerte” ricevute direttamente dalle imbarcazioni in difficoltà.

Ismaila, nigeriano incontrato per caso, un titolo di scuola superiore, mostra di saperne più dei giornalisti che hanno documentato a braccio una vicenda che, se fosse vera, assumerebbe i tratti di una storiaccia. Una delle tante nelle quali l’Italia, alla fine, ne esce in modo elegante. Da Paese accogliente, benché qualche politico provi a dare una immagine contraria, per qualche “like” in più.

Ismaila, mascherina dal naso al mento, è seduto davanti a una scrivania di un patronato. «Voglio fare domanda per il permesso di soggiorno, sapere se potete in qualche modo aiutarmi e quanto mi costerebbe…». «Duecento euro – spiega il responsabile del patronato, onesto al punto tale da suggerirgli una strada per risparmiare quei soldi, tanti per Ismaila – ma ti consiglio di provare a farlo da solo, recarti tu stesso nei vari uffici dove è necessario esibire i documenti: diversamente, fra una cosa e l’altra arriveresti a spendere anche quasi trecento euro, troppi secondo me: sai, in Italia facciamo accoglienza a parole, e poi chiediamo dai duecento ai trecento euro per istruire una pratica che potrebbe essere respinta, senza rimborsarti un solo euro…».

Ismaila, mani giunte, ringrazia il responsabile del patronato per il suggerimento. «Trecento euro sono troppi, in questo momento non posso permettermeli, di soldi ne ho spesi, tanti, per pagarmi il viaggio da Tripoli per arrivare sulle coste italiane…». Si ferma qualche minuto, non è molto pratico di Taranto, ripassa mentalmente le strade principali insieme con un amico, che non si separa un solo istante da uno zainetto. «Qui c’è tutta la nostra storia, casa nostra: le poche cose che siamo riusciti a portarci durante il viaggio…».

«NELLA MENTE UNA SOLA DESTINAZIONE»

Tripoli, fa accendere una spia, riporta all’episodio nelle acque maltesi. «Anche io sono partito dalla Libia per arrivare in Italia: nella testa avevo in mente solo una destinazione, il vostro Paese; mi sono confrontato con miei connazionali e, comunque, con gente che ha vissuto quella brutta esperienza lo scorso aprile; loro sono partiti da Zliten, scritto così… – lo scrive, ma lo precediamo consultando velocemente Google, per evitare inesattezze – una località lungo la costa libica ad est di Tripoli, non molto lontano da dove anche io ho preso il largo, a bordo di una imbarcazione insieme con una decina di miei connazionali…».

Erano in centodieci lo scorso aprile, salvi per fortuna. «Abbiamo chat con le quali molti ragazzi, come me – spiega Ismaila – in cerca di speranza si collegano, non conosco personalmente i ragazzi protagonisti di questa sfortunata vicenda, ma amici che hanno fatto conoscenza con qualcuno di loro, mi hanno spiegato come è andata…». Dunque, Ismaila. «Ho avvertito il dolore che hanno provato i ragazzi, in mare, convinti che il loro viaggio fosse finito, cioè che sarebbero stati soccorsi da una imbarcazione amica, in questo caso con a bordo militari maltesi: invece no, sono rimasti in acqua, chi li aveva accompagnati fino a quel momento ha pensato che la sua missione fosse finita, così è andato via; invece, tutti lì, a sbattersi in mare aperto: non sono stati presi a bordo, ad ognuno è stato lanciato un giubbotto, di quelli che ti tengono a galla, comunque, di più non hanno fatto».

Il giovane nigeriano si pone la nostra stessa domanda. «Ma si può lasciare gente in balia delle onde? Lanciare loro un salvagente e dire a chi li aveva accompagnati fino a quel momento “Se sei a corto di carburante – questo avrebbe detto un militare – te lo diamo noi, purché vi allontaniate, nel nostro Paese?”. E ancora, “…a Malta, la maggior parte è infetta dal coronavirus che sta costando la vita a migliaia di persone…”».

Altra versione, non c’è da stare allegri. «Qualcuno ha raccontato che la nave militare maltese si è avvicinata agli uomini in mare minacciandoli con le armi, dicendo che dovevamo tornarsene in Libia, da dove cioè erano arrivati: per questo motivo molti, sfiniti dal viaggio e scoraggiati, si sono lanciati in acqua: nessuno voleva tornare indietro…».

«E SE FOSSE STATO DI NOTTE…»

Ismaila non vuole crederci. «Ma un uomo, può arrivare a tanto?», si domanda. «Non voglio colpevolizzare un intero Paese – riprende – per frasi simili, dette comunque da uno o più militari; se così fosse, potrebbero avere solo eseguito un ordine: non prendere persone a bordo e assicurare loro assistenza minima, con carburante – per proseguire il viaggio sulle coste italiane – e salvagente per tenersi a galla, lanciare un SOS e farsi soccorrere da imbarcazioni italiane, pescatori, nave mercantile o militare…».

Una brutta pagina. «Voglio solo augurarmi che se fosse stato di notte e il mare fosse stato agitato, i militari maltesi avrebbero agito diversamente: so solo che gli italiani, come sempre, si sono distinti per generosità e rispetto; è per questo motivo che voglio fare richiesta di soggiorno, voglio trovarmi un lavoro, anche se occasionale, infine provare a stabilizzarmi e restare qui, in Italia: è questo il Paese che avevo in mente quando sono andato via dalla Nigeria, partendo poi dalla Libia per sbarcare in Sicilia e baciare il suolo italiano; l’ho fatto davvero, ho ringraziato il Cielo, per essere arrivato a destinazione, come fossi Cristoforo Colombo al suo arrivo in America…».

Conoscenti che hanno vissuto l’esperienza maltese? «Un po’ di giorni fa – conclude Ismaila – ho sentito ancora amici di amici, tutto è finito più o meno bene: parte di questi sono in Centri accoglienza, aspettano che l’emergenza provocata dal coronavirus passi e possano riprendere il cammino, chi andando al Nord, chi in un altro Paese europeo; io il mio primo sogno l’ho realizzato: sono qui ed è un buon inizio». E’ davvero felice, Ismaila. Non fosse così, non starebbe a compilare moduli, chiedere la strada più breve per avere un permesso di soggiorno, anche a costo di rimetterci duecento euro, se tutto andasse bene.