«Ora penso a Giulia…»

L’omicidio della studentessa, il papà Gino Cecchettin

«Ora alle tante ragazze come lei nel mondo: non provo rancore», dice il papà della ragazza barbaramente assassinata. «Dev’essergli scoppiata una valvola nel cervello», dice Nicola Turetta, papà di Filippo, l’omicida della ventiduenne studentessa veneta. Un Paese turbato che ha seguito col fiato sospeso l’intera vicenda, fino al ritrovamento del cadavere e al successivo arresto dell’ex fidanzato

 

L’omicidio di Giulia Cecchettin, ventiduenne di Vigonovo (Venezia), e l’arresto dell’ex fidanzato, Filippo Turetta, bloccato in Germania con la sua auto, senza più benzina, senza più soldi per proseguire nella sua fuga. Una storia che ha turbato l’Intera Italia. E non solo, considerando lo spazio che canali televisivi e stampa internazionale, intuendo forse un epilogo drammatico, stavano dando prima del ritrovamento della povera Giulia Cecchettin. La vicenda è lunga una settimana, la fine in due giorni. Per una settimana si avanzano ipotesi, qualcuno pensa che i due ragazzi l’abbiano fatta finita. In realtà Giulia aveva lasciato Filippo, che, invece, non si dava pace. Ripeteva al papà, Nicola, insisteva, che senza di lei sarebbe arrivato perfino a farla finita, ad ammazzarsi. Questo scaturisce in una breve, toccante intervista rilasciata da Nicola Turetta.

Fa un passo indietro, come può accadere a un uomo che vive uno stato confusionale, è convinto di vivere un incubo: non può essere stato suo figlio Filippo ad ammazzare così brutalmente quella ragazza che diceva di amare. Lucido, invece, quando si fa carico delle colpe del suo ragazzo: non ha compreso i segnali di insofferenza che, forse, gli lanciava suo figlio.

 

 

IL DOLORE DEI GENITORI

Preferiamo cominciare con il virgolettato delle dichiarazioni dell’altra parte, quella straziata dal dolore di aver perso una figlia-modello, dolcissima, studiosa, a un passo dalla laurea, e che tutti amavano, dai genitori alla sorella, Elena, che come i suoi genitori non si dà pace, i suoi amici, i compagni di università.

Prima della fiaccolata in memoria di Giulia, Gino Cecchettin, rilascia dichiarazioni ai giornali. Una delle frasi più toccanti, la rende al quotidiano “La Repubblica”. «Non provo odio, spero che Filippo campi duecento anni, perché provi dolore pensando a quel che ha fatto».

Ora c’è il dopo. «Ora penso a Giulia e alle tante ragazze come lei nel mondo: non provo rancore, non provo nulla. Spero solo che lui si renda conto di quello che ha fatto. Non poso escludere che la amasse, ma lo faceva nel modo sbagliato. Se si renderà conto, proverà dolore. Non ho sentito i genitori di Filippo: anche loro stanno vivendo un dramma».

«Adesso mi affido alla giustizia affinché faccia il suo corso: le prove emerse penso siano lampanti, sicuramente non rimarrà impunito. Questo però riguarda lui, non me».

I segnali, possibile che un genitore non colga insofferenza? La stessa domanda che la stampa rivolgerà a Nicola Turetta, papà di Filippo, viene rivolta a Gino Cecchettin. «Non ci sono riuscito e purtroppo ne ho fatto le spese; da papà è inevitabile farsi delle domande: potevo fare qualcosa per lei? I primi a colpevolizzarci siamo noi genitori. Ho sempre cercato di preservare la privacy di Giulia, anche perché è sempre stata una ragazza coscienziosa e responsabile e mi sono sempre affidato al suo giudizio. Fossi stato più invasivo le avrei salvato la vita? Qual è la verità?».

 

 

IL PAPA’ DELL’OMICIDA

Il papà di Filippo, Nicola Turetta: «Avrei preferito che la cosa fosse finita in un altro modo, che fosse morto anche lui. Fatico a crederci, io e mia moglie non capiamo come possa essere successa una cosa del genere. Quando mi hanno informato del ritrovamento del cadavere di Giulia, mi è mancato il respiro: per un attimo avrei preferito che la cosa fosse finita in un altro modo».

«Però è mio figlio – prosegue Nicola Turetta che rilascia dichiarazioni alla stampa – e la vita deve andare avanti; esprimiamo massima vicinanza alla famiglia di Giulia, perché le volevamo bene, l’avevamo conosciuta bene: sembravano una coppia perfetta. Non so come poter rimediare, non riusciamo a capire come possa aver fatto una cosa così un ragazzo a cui abbiamo cercato di dare tutto quello che potevamo dare».

A proposito dei segnali. «Fino a quel maledetto sabato – prosegue Turetta –sembrava che facesse le cose come vanno fatte: da padre ho sempre pensato che fosse un figlio perfetto. Non mi aveva mai dato nessun problema, né a scuola, né coi professori, mai un litigio con i compagni, mai alzato le mani nemmeno con suo fratello: trovarmi davanti a una cosa del genere non è concepibile: dev’essergli scoppiata una valvola nel cervello, non so». 

«Siete il nostro orgoglio!»

Il presidente Sergio Mattarella a Taranto per il Festival della Cultura Paralimpica 

«Le medaglie che conquistate rendono fiero l’intero Paese». Il Capo dello Stato ha incontrato diversi atleti tra cui Mahdia Sharifi, della Squadra olimpica dei rifugiati, e Alessandra Campedelli, ex CT della Nazionale di pallavolo femminile sorde

 

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Taranto. Il Capo dello Stato è intervenuto nella Città dei Due mari per prendere parte al Festival della Cultura Paralimpica di Taranto, in programma da, ieri, martedì 14 a venerdì 17 novembre. Ad accogliere il Capo dello Stato, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il ministro per lo Sport, Andrea Abodi. Presenti, tra gli altri, il presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli. Tra gli invitati: Alessandra Campedelli, ex CT della Nazionale di pallavolo femminile sorde dell’Italia; Mahdia Sharifi, atleta afghana della Squadra olimpica dei rifugiati; Zakia Khudadadi, prima donna afghana a praticare parataekwondo. Spazio riservato anche al basket in carrozzina, con la presenza di Joel Boganelli, atleta della Nazionale, e allo judo, con Dong Dong Camanni, anche lui atleta paralimpico.

In mattinata, il presidente ha raggiunto l’Arsenale militare marittimo di Taranto dove si è svolta la cerimonia di inaugurazione della quarta edizione del Festival. Prima di raggiungere la sala nella quale si è svolto l’evento, Mattarella ha visitato la mostra fotografica “Corpi a regola d’arte” dedicata agli atleti paralimpici e allestita sempre negli spazi dell’Arsenale.

 

 

Grande spiegamento di forze da parte della Rai che ha schierato la formazione al completo di numerosi giornalisti di RaiSport, il canale monotematico che svolge un prezioso e costante lavoro di informazione su tutte le discipline sportive, fra queste lo sport paralimpico, considerato dallo stesso Capo dello Stato «Un modello che deve spronare tutta la società, a partire dal mondo del lavoro, ad abbattere le barriere culturali che impediscono a tanti talenti di esprimersi».

«Lo sport – ha proseguito Mattarella – è importante perché le medaglie e i successi raggiunti sono un traguardo, ma soprattutto una sollecitazione: le medaglie conquistate danno orgoglio all’intero Paese, così da consentire di seguire con ammirazione lo sport paralimpico, mostrando come gli atleti si misurino con i limiti cercando di superarli».

«Siete la sollecitazione a tanti giovani a impegnarsi nello sport paralimpico – ha proseguito il presidente – a mostrare che ci si può realizzare manifestando talenti di cui il Paese ha bisogno: sono numerosi i talenti inespressi, che non trovano modo di esprimersi perché non viene loro dato modo di farlo: questa è una sfida importante che riguarda l’intera società a partire dal mondo del lavoro nel quale lo sport ha un ruolo fondamentale».  

«La presenza del Presidente Mattarella nobilita il Festival della cultura paralimpica – ha dichiarato Pancalli intervenendo al Festival – le nostre storie sono quelle dell’Italia che amiamo raccontare e con cui speriamo di costruire un’Italia migliore; dobbiamo lavorare sempre di più sui giovani, che devono comprendere quanto sia bella la ricchezza della diversità di un Paese che dia a tutti una possibilità».

«Quel gran genio di Jannacci…»

Giorgio Verdelli, a Taranto, ha presentato “Vengo anch’io”, il suo ultimo docufilm

Enzo aveva origini pugliesi. Scherzava con Abatantuono, che gli rispondeva: “Ridi, ridi: tu sei più “terrone” di me”. Di Diego la definizione più bella dell’artista: “El portava i scarp del tennis” e “Vincenzina e la fabbrica”, capisaldi del neorealismo. “Quelli che” e “Se me lo dicevi prima”, ispirarono Vasco

 

 

Quando passa da Taranto, Giorgio Verdelli, regista e produttore televisivo e cinematografico, viene a trovarci. Per un caffè, due chiacchiere. Non viene mai a mani vuote. Fra i più dinamici autori, non solo radiofonici e televisivi, nel tempo ci ha regalato special televisivi di grande spessore programmati in Rai (“Unici”) e autentiche perle programmate nelle sale cinematografiche. Basterebbe menzionare gli ultimi della serie: “Pino Daniele – Il tempo resterà” (premiato con il Nastro d’argento), “Paolo Conte – Via con me” ed “Ezio Bosso – Le cose che restano”.

Dunque, perché Taranto. Verdelli, autore, regista e produttore di documentari, programmi musicali e ritratti cinematografici di celebri artisti, è stato ospite di Spazioporto in occasione del “Cinzella d’inverno” per presentare il suo ultimo docufilm, un vero gioiello: “Enzo Jannacci – Vengo anch’io”.

Il documentario, introdotto dallo stesso autore e dal critico cinematografico Massimo Causo, ripercorre la figura e le opere di Enzo Jannacci, scomparso a settantotto, anni anche attraverso le parole del figlio Paolo, Vasco Rossi, Claudio Bisio, Diego Abatantuono, Paolo Conte, Roberto Vecchioni, Paolo Tomelleri e altri ancora.

 

 

«Non lo dico solo io – attacca Verdelli – ma Jannacci è stato un genio multiforme della canzone, ma soprattutto una persona a cui ero molto affezionato, avendo stabilito con lui negli anni un bel rapporto, tanto che il docufilm “Vengo anch’io” nasce da una mia intervista inedita, che nel tempo ho conservato gelosamente».

Solo a dieci anni dalla scomparsa. «Avrei voluto farne uno speciale televisivo, ma non appena stavo per lavorarci sopra, arrivava qualcuno che faceva qualcosa che aveva in qualche modo attinenza con Jannacci; così ho deciso di farne un docufilm con l’aiuto prezioso del figlio Paolo, la sua storica Casa editrice Ala Bianca e Nicola Giuliano della Indigo film (Oscar con “La grande bellezza”) che hanno creduto nel progetto; lo abbiamo presentato a Venezia, dove è stato programmato nella categoria “Evento speciale fuori concorso”, insieme con un altro film dedicato a Sakamoto, e, addirittura, con Woody Allen e Roman Polanski».

Cosa ha emozionato a Venezia Giorgio Verdelli. «La grande standing ovation, un tributo al mio lavoro, ma soprattutto alla stella del progetto: il grande Jannacci. E, a seguire, una grande accoglienza in tutte le sale, non solo al Nord, considerando la “milanesità” dell’artista, anche se non molti conoscono le origini pugliesi di Enzo, visto che il papà era di Bisceglie; tante volte, in privato, con Diego Abatantuono scherzava sulle loro origini e su chi dei due fosse più “terrone”».

 

 

A proposito di Sud. «Lui era profondamente milanese, ma aveva dentro questa grande creatività tipicamente del Sud; mi ha commosso il ricordo del suo passato da medico chirurgo: avrebbe voluto esercitare quella professione, ma era troppo sensibile; gli americani con cui si confrontò in un corso di specializzazione negli Stati Uniti, gli dissero, che lui prendeva troppo a cuore il destino dei pazienti, mentre loro cercavano qualcuno che “tagliasse” senza crearsi tanti problemi».

Risposta alla Jannacci. «Ogni vita ha grande valore – conclude Verdelli – non è un caso che lui abbia dedicato “El purtava ‘e scarpe de tennis”, canzone eterna, dedicata a un barbone; oppure “Vincenzina e la fabbrica” dal film “Romanzo popolare” del quale lo stesso Jannacci ha scritto la sceneggiatura, con Beppe Viola e Maurizio Costanzo; canzoni, queste, pubblicate quando Gianni Morandi cantava “Fatti mandare dalla mamma…”: insomma, Enzo era un artista dai mille talenti, capace di fare molte cose, avendo una straordinaria sensibilità nello scrivere canzoni “non solo umoristiche”, bensì caposaldi del neorealismo,  per usare un concetto espresso da Abatantuono nel docufilm. Per concludere, lo stesso Vasco, fra quanti intervengono nel docufilm, confessa che canzoni come “Quelli che” e “Se me lo dicevi prima”, lo ispirarono: sembravano fatte su misura per lui, del resto, Enzo da quella persona sensibile che era, aveva riconosciuto la genialità di Vasco in quel manifesto straordinario che è stato e resterà “Vita spericolata”».

«E io tifo Taranto…»

Alessandro Cattelan rivela la sua fede sportiva su Instagram

Il popolare conduttore è un appassionato del gioco della squadra rossoblù. Adora il tecnico Eziolino Capuano. Segue le gare quando può, altrimenti le registra e le “recupera” a fine giornata. Il suo debutto in Champion’s, un vero appassionato di calcio

 

«È stata un’esperienza fantastica. Non dimenticherò mai l’emozione dell’ingresso, l’accoglienza dei miei compagni e di tutto lo staff, le note dell’inno della Champions League e… la musica latino-americana sempre a palla nello spogliatoio». Parole di Alessandro Cattelan, il primo conduttore radiofonico e televisivo italiano a debuttare in Champion’s League. Preliminari, sia chiaro, ma sempre gara accompagnata da quella musichetta – così la definiva Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan più volte campione d’Europa – che tanto ti riempie di orgoglio.

Dov’è la notizia? Bene, la notizia è che il popolare presentatore di numerosi programmi televisivi, elemento di punta di Sky, e oggi in Rai, è tifoso del Taranto. Diciamo che è tifoso del tecnico Eziolino Capuano, allenatore che avrebbe meritato palcoscenici ben più importanti di quelli di serie C. Ma anche questi campi di terza serie, da quando il pacchetto televisivo è stato preso proprio da Sky, la serie C è tornata ad essere un campionato in vista.

 

 

FORZA ROSSOBLU’!

Ma torniamo a Cattelan. Meno di una settimana fa, la notizia veniva ripresa e lanciata dal sito “La Casa di C”, sempre puntuale, non solo nella cronaca, ma anche negli aspetti più curiosi, le note di colore che interessano un campionato in netta ripresa in quanto a interesse. Il Taranto ha un tifoso in più, rivelava, attento il sito: è Alessandro Cattelan. Il noto presentatore televisivo, con una storia Instagram, ha detto ai suoi follower di seguire la squadra di Capuano. La notizia risale a qualche giorno fa. “Ieri lavoravo, ma oggi recupero il Taranto di Eziolino!”, il messaggio del popolare conduttore, con allegato il video di Calvano nella partita contro la Virtus Francavilla. Cattelan è un altro dei sostenitori illustri di Capuano e del suo Taranto, dopo Max Allegri, che di recente, con un video, si era complimentato con i rossoblù per lo straordinario finale di campionato (il tecnico salernitano è entrato a torneo inoltrato e con una squadra che navigava nei bassifondi della categoria, al posto dell’esonerato Di Costanzo).

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

DOPO MAX ALLEGRI…

Ma attenzione, specifica “La Casa di C”, la squadra di Capuano non va forte solo sui social. La squadra rossoblù, nonostante l’avvio di stagione complicato a causa dell’incendio provocato da una tifoseria ospite e l’indisponibilità dello stadio Iacovone, hanno cominciato il campionato con un buon rendimento. Il Taranto con una gara in meno (mercoledì 1 novembre il recupero Taranto-Messina), al momento sono a 14 punti, in piena zona playoff. Tredici sono i gol segnati, dieci quelli subiti nelle dieci gare fin qui disputate. E adesso, con un tifoso in più come Cattelan, il Taranto dovrà mantenere questo ruolino di marcia per continuare a competere per le posizioni alte della classifica dopo che, nella scorsa stagione, i playoff sono stati solo sfiorati.

Detto dell’esordio in Champions League con la squadra sanmarinese La Fiorita, che ha disputato il turno preliminare delle qualificazioni del torneo contro i Lincoln Red Imps, campioni in carica di Gibilterra, Cattelan è stato tesserato da La Fiorita quasi per scherzo. In passato, come riporta una nota di Wikipedia, il popolare conduttore ha avuto una discreta carriera da calciatore semi-professionista. A 18 anni ha esordito in Serie D col Derthona.

«Ci eravamo tanto amati…»

Giorgia Meloni lascia il suo compagno Andrea Giambruno con un messaggio social

Seccata dal “fuori onda” di Striscia la notizia (Canale 5), la premier dice addio al papà di sua figlia. La satira di Antonio Ricci e di Maurizio Crozza non perdona. Molte donne applaudono coraggio e gesto del Capo del governo, che non ci ha pensato su due volte nel congedare il papà della sua piccola Ginevra. Tornerà in Puglia

 

«Ci eravamo tanto amati, per dieci anni o poco più…». La canzone, un classico di metà secolo scorso, proseguirebbe con un «…ci eravamo poi lasciati, non ricordo come fu». E, invece, la parte lesa da galeotti fuori onda, lei la premier Giorgia Meloni, pugliese d’adozione, la storia appena chiusa con il giornalista Andrea Giambruno, sa perfettamente come è finita. Con un freddo addio, una sorta di “due colonne in cronaca”, come è d’uso ormai, attraverso un social, il suo profilo Facebook, poco le otto e mezzo in una delle prime gelide mattine romane.

«La storia finisce qui, sono stati dieci anni belli, siamo i genitori di una bimba adorabile…», eccetera, eccetera, eccetera. Poche parole ancora, sia chiaro. E senza tanti giri di parole. La Meloni non teme il confronto, qualcuno ricorderà anche come respinse le minacce di Berlusconi quando velatamente minacciò nuove elezioni: «Non sono ricattabile, io!». Quanta fermezza in quelle parole. Certo, se non fosse che a volte cede a certi predicozzi leghisti, come donna avrebbe tutta la nostra ammirazione.

 

 

NOTIZIA DEL GIORNO…

Ne scriviamo certamente non perché assatanati di gossip o attratti da pettegolezzi. Lo facciamo solo perché nei nostri “Fatti” settimanali trovano spazio notizie che circolano più insistentemente di altre. E un capo di governo che congeda con un messaggio social la propria metà, è una notizia. Pruriginosi i “fuori onda” di un compagno che fa lo splendido con una collega in studio, le parla di rapporti esuberanti, del rammarico per non averla conosciuta prima, così intelligente poi.

Da qui il “licenziamento in tronco” da parte della premier, che nel giro di un paio di mesi, come ha scritto la Gazzetta del Mezzogiorno, passa «di soggiorni nella masseria di Ceglie Messapica con piscina a forma di cuore, alla separazione via social».

Andando nel dettaglio, la relazione di Giorgia con Andrea finisce così, parola per parola: «La mia relazione con Andrea Giambruno, durata quasi dieci anni, finisce qui. Lo ringrazio per gli anni splendidi che abbiamo trascorso insieme, per le difficoltà che abbiamo attraversato, e per avermi regalato la cosa più importante della mia vita, che è nostra figlia Ginevra».

Taglia corto Giorgia, che nel mese di ferie trascorso in Puglia si era fatta immortalare con un vassoio di paccheri col granchio, ma mai con Giambruno.

 

 

NO A SPECULAZIONI E GOSSIP

Le gaffe del giornalista Mediaset, già elettore dem e solidale con le battaglie per i diritti civili Lgbt, erano state una costante dei primi mesi di governo, unite all’esposizione mediatica dovuta alla conduzione di una trasmissione su Retequattro. Fatali quei fuori onda con dialoghi caratterizzati da lessico ruvido e poco consono nei confronti di una collega. Quando «Striscia la notizia» ha mandato in onda quei video con le battute ammiccanti del conduttore, la situazione è risultata irrimediabilmente compromessa.

Titoli di coda e chi si è visto si è visto. Con, a seguire, i commenti di Antonio Ricci, patron del Tg satirico di Canale 5 e imitazione-parodia successiva di Maurizio Crozza che ha ricostruito con punte di impietoso sarcasmo («Governo, amore, perché non mi rispondi? Non è come sembra…»).

E mentre Giambruno «esce per sempre dal cono di luce di Palazzo Chigi dopo una serie di performance alla Alvaro Vitali», scrive ancora la Gazzetta, il Paese in rosa tributa un vero plebiscito alla Giorgia finalmente «libera» di potersi concentrare sull’agenda dei prossimi mesi: due guerre (Ucraina e Gaza), l’inflazione, la Manovra, lo spread, la bolletta energetica, il Pnrr e il Mes. Per proseguire con il prossimo G7 del giugno prossimo a Borgo Egnazia.

Insomma, la Puglia è sempre nel suo cuore. Se c’è un posto dove ricaricare le batterie e scaricare tossine, questa è la Puglia, per Giorgia Meloni diventata il centro del mondo e il suo “buen retiro”.

Puglia, roba da vip!

Ospiti Isabella Ferrari, Elisabetta Canalis e Can Yaman

E poi Facchinetti, Canzian e Battaglia con il “sold out” per due giorni a Bar. C’è chi sceglie Martina, chi Ostuni, chi Bitonto. Ma hanno il loro fascino anche altri angoli della regione Medaglia d’oro per il turismo 2023

 

La Puglia non finisce mai di stupire e interessare turisti di tutto il mondo. Non solo, da anni è diventata grande attrattore di celebrità e vip, con le sue bellezze che non hanno eguali. Parola, anzi, parole di riviste importanti con appeal in tutto il mondo.

La Puglia, ormai, è sempre più impegnata ad ospitare set cinematografici e televisivi per attori e attrici, e diventare fonte di ispirazione per i libri fotografici con protagoniste le più affascinanti fotomodelle provenienti da tutto il modo.

Nei giorni scorsi, per esempio, è stata la volta di Elisabetta Canalis, soggetto di un lungo servizio fotografico che la ritrae tra gli ulivi e i trulli nel circondario di Ostuni. Una sessione che, però, ha lasciato spazio anche ad alcuni peccati di gola, come – dicono le cronache – di dolci locali.

In Puglia è appena stato anche il modello e attore turco Can Yaman, che nei giorni scorsi è stato ospite a Bari ad un evento benefico organizzato dalla Fondazione Megamark. “Sono in viaggio per una bella serata”, aveva riportato sul suo personale social l’artista annunciando il suo arrivo nel capoluogo pugliese. In effetti, cosa c’è di più bello che prestare la propria immagine per fare solidarietà e descrivere a pubblico e media presenti i propri progetti di beneficenza.

 

 

LA FERRARI IN PUGLIA

E ancora, sempre in Puglia, la cena dell’attrice Isabella Ferrari a Taranto per girare uno dei suoi ultimi lungometraggi. L’attrice che si rivelò con “Sapore di mare” è stata fotografata nel ristorante “La Vela” di Torre a Mare. Un post del ristorante la ritrae insieme a uno dei proprietari con i ringraziamenti di prammatica sui social per la cortesia e, ovviamente, per aver scelto la Puglia e questo angolo della regione. “E’ stato un onore – ha scritto uno dei titolari – avere come ospite la bellissima attrice Isabella Ferrari. La sua presenza ha reso la nostra serata ancora più speciale.

Grazie per aver scelto di cenare con noi, Isabella!”. lsabella Ferrari, inoltre, ha fatto tappa a Martina Franca come turista d’eccezione, accompagnata dall’assessore alle Attività Culturali e allo Spettacolo, Carlo Dilonardo, nella visita al centro storico e al Palazzo Ducale. A fine visita, parole di apprezzamento per Martina, che ha ricambiato con un augurio di un grande successo per la fiction televisiva le cui riprese si stanno svolgendo a Taranto.

In questi giorni, in Puglia, anche i Pooh. Per lavoro, per due concerti al Palaflorio di Bari, ma anche in giro per la regione nei loro momenti di pausa. Facchinetti, voce e tastiere della formazione musicale italiana più amata, appassionato della cucina locale, matto per fave e cicorie e risotto a frutti di mare.

 

 

FACCHINETTI & CO.

E’ stato ospite di uno dei ristoranti più accoglienti di Bari vecchia. Ne farebbe scorpacciate, giura solennemente. Sulla stessa lunghezza d’onda Dodi Battaglia, che non appena ha avuto tempo a disposizione, ha raggiunto i suoi amici a Bitonto, dove si reca spesso per gustare i piaceri della tavola. Red Canzian non ha fatto in tempo, data la distanza da Bari, per recarsi a Savelletri dove il mese scorso è stato in relax per una decina di giorni. Sarà nei prossimi giorni.

La Puglia è Medaglia d’oro per il turismo. Regione fra le più affascinanti d’Italia, conosciuta per le sue bellezze naturali e paesaggistiche, ma anche per il suo patrimonio storico e culturale. Si è affermata negli ultimi anni come regione Medaglia d’oro del 2023 raggiungendo un primato italiano.

Aumentano di anno in anno i visitatori che scelgono la Puglia come regione per trascorrere le vacanze soprattutto estive. Proprio ad agosto infatti si è aggiudicata questo prestigioso riconoscimento per le sue bellezze naturali, ma anche artistiche e culturali.

Un’altra guerra!

Conflitto fra Israele e Palestina

Bocche di fuoco provocano migliaia di vittime fra i civili. Sparare, offendere, uccidere sembra sia l’unico modo per “spiegarsi” al nemico. Ancora vivo e drammatico il conflitto fra Russia e Ucraina, ecco un altro braccio di ferro insanguinato. Le agenzie non smettono di aggiornare, i giornali locali informano, spiega, fanno “parlare” i corregionali. Salentini rientrati con un volo militare

 

Non se ne esce più. Una guerra tira l’altra. Le bocche di fuoco che provocano, a migliaia, vittime fra i civili sembra siano ormai le uniche ad essere deputate a “spiegarsi” al nemico. Ancora vivo e drammatico il conflitto fra Russia e Ucraina, che ha perso ben novantamila uomini, numero preoccupante considerando la forza militare dello Stato governato da Zelensky.

Ecco il secondo conflitto, fra Israele e Palestina. Maturato sul finire della scorsa settimana. Era nell’aria, dicono gli esperti. Domanda dell’uomo della strada: possibile che nessuno abbia fatto qualcosa per evitare questo scontro frontale? Evidentemente, secondo qualcuno, doveva andare così. E se i governi non intervengono a far ragionare i due governi in conflitto, ecco che arriva stridente l’intervento di Biden, il presidente degli Stati Uniti che, invece di gettare acqua sul fuoco, suggerire un tavolo di trattative, si lascia andare ad un secco: “Saremo al fianco dell’esercito di Israele al quale non faremo mancare il nostro sostegno!”. Ecco, non acqua, ma benzina sul fuoco. Conta il principio, non gli esseri umani in fuga, fra questi donne e bambini. Presi in ostaggio, usati come scudi umani.

 

 

UN BRUTTO AFFARE

E’ un brutto affare, scriveva l’agenzia Ansa giorni fa. “A testimoniare la forza dello scontro in atto parlano le cifre: in Israele le vittime dei raid di Hamas, comprese quelle del terribile massacro del rave party israeliano alla frontiera, sono arrivate ad oltre 700; dei circa 2.500 feriti, molti sono gravi, e all’appello mancano ancora in centinaia: Tel Aviv e Gerusalemme appaiano città fantasma, con la popolazione barricata in casa dopo la pioggia di razzi di sabato scorso”.

L’Israele appare un Paese che sta chiudendo. Le compagnie aeree stanno cancellando i voli “da” e “per” l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Molti turisti, non solo italiani, sono rimasti bloccati. Sull’altro versante, parliamo di Gaza, i morti sotto gli attacchi dell’aviazione israeliana sono arrivati ad oltre i quattrocento tra civili e miliziani, con duemilatrecento feriti. Secondo un portavoce militare, a 48 ore dall’attacco, le forze di Hamas resterebbero ancora in territorio israeliano.

I social sono stati seppelliti da richieste di aiuto. Immediata la reazione di Netanyahu che ha nominato un generale in pensione “coordinatore per i prigionieri e i dispersi”. Il compito del militare è quello di occuparsi della vicenda con pieni poteri, mentre l’esercito ha creato una Unità di crisi per cercare di rintracciarli. Complicato reagire, accennare una minima mossa quando in ballo ci sono oltre cento ostaggi in mano nemica.

 

 

UN APPELLO “PUGLIESE”

Fino a poche ore fa erano in molti i pugliesi ad attendere risposte certe dalla Farnesina, l’Unità di crisi attiva per soccorrere in caso di necessità gli italiani presenti nelle zone nevralgiche della guerra. Non è un mistero che anche in Italia siano salite tensione e preoccupazione. Tanti fino a poche ore fa erano gli italiani bloccati nell’aeroporto di Tel Aviv, in attesa di voli che li riconducessero in Italia. Tra i tanti, l’appello di un gruppo di pugliesi che arrivano dal Salento. Ne scrive la Gazzetta del Mezzogiorno, che aggiorna attraverso il suo sito – non solo sul cartaceo – le notizie provenienti dalle zone calde con particolare attenzione rivolta ai propri corregionali. Raccogliendo le segnalazioni di molti pugliesi, il quotidiano con sede a Bari, riportava le perplessità dei propri lettori che si ponevano più di una domanda. A cominciare dal “perché altri Paesi, come la Polonia, stanno rimpatriando i propri connazionali e pare che non accada lo stesso per l’Italia?”. Mentre, in tempo reale, si cerca di fornire risposte a riflessioni sacrosante, ecco che arriva una buona notizia: quattro salentini sono ripartiti per casa con un aereo militare con scalo a Milano.

 

 

«PERCHE’ GLI ALTRI SI’…?»

Arrivano, dunque le prime risposte da parte del governo. Fino ad un paio di giorni fa, ripetiamo, gli interventi dei corregionali non erano accondiscendenti, la tensione la faceva da padrona. «Ci sentiamo abbandonati – scrivevano sui social – l’Italia venga a prenderci con un volo di Stato come sta facendo la Polonia; qui la situazione è terribile, con le bombe sulle nostre teste». A parlare è uno dei pugliesi in vacanza con altri tre italiani quando è scoppiata la guerra.

La Gazzetta riporta ancora. «Siamo in aeroporto ma stiamo andando via, l’ammassarsi di gente è inverosimile, ci saranno più di tremila persone nelle varie hall dell’aeroporto». La situazione è pericolosissima.  «Qui, in aeroporto – conclude il turista pugliese – potrebbe entrare un pazzo e compiere un disastro, non esistono controlli serrati in aeroporto, chiunque potrebbe superare i servizi di sorveglianza e far saltare il banco!».

«Quel frutto del peccato…»

Esselunga, un normale spot televisivo divide sinistra e destra

Nonostante temi più urgenti per il Paese, la politica pone attenzione a una pubblicità. C’è chi invita a considerarlo un soggetto emozionale, chi fa quadrato intorno alla famiglia e chi, infine, sorride e consiglia una sceneggiatura più coraggiosa. Come se caso-migranti, Pil, Manovra del Governo e Pnrr fossero temi secondari rispetto a un video promozionale di trenta secondi

 

«Sarebbe stato molto più originale se nella macchina ci fosse stata un’altra madre, oppure il padre avesse salutato un altro padre». Così Roberto Vecchioni, cantautore intellettuale, autore di “Samarcanda” e “Luci a San siro”, vincitore di un Festival di Sanremo con “Chiamami ancora amore”, sullo spot Esselunga, la catena di supermercati che in questi giorni ha riposizionato la sua immagine provando a fare breccia nei sentimenti popolari. Non è operazione semplice declinare il trasversale, ma come tutte le cose italiane, dai social in poi, nel nostro paese sembra che si ponga attenzione anche politicamente – soprattutto, politicamente – temi che possano assegnare consensi popolari, magari glissando su argomenti che invece stanno più a cuore a tutti noi. E’ il caso-migranti, decreto con proposta di espulsione dei minori; Pil e Manovra del Governo con in mezzo ancora una volta il Ponte sullo Stretto e Pnrr. Per fare una breve rassegna delle urgenze che la politica è chiamata a discutere.

Che ne parli un cantautore, ma anche un giornalista provocando un dibattito, ci può stare, ma assegnare a un messaggio di trenta secondi, con delle immagini realizzare per scatenare dibattito e fantasia, così da farne un Caso nazionale, ce ne passa. E allora, con una certa pazienza abbiamo cercato fra video, trasmissioni, social, trasmissioni tv e giornali, le diverse posizioni degli attori in campo. Ci fosse stato Gaber, a proposito dei suoi acuti distinguo fra destra e sinistra, prima di pronunciarsi avrebbe fatto una profonda riflessione. Cosa avrebbe detto o cantato, a proposito di uno spot commerciale non è dato sapere. O sì, avanziamo un’ipotesi: avrebbe mandato entrambe le anime politiche al diavolo, invitandole a discutere di cose serie.

 

 

NOSTRA RICOGNIZIONE

Dunque, una impegnativa ricognizione. Comincia l’agenzia giornalistica Ansa, che plaude Esselunga: avrebbe colto nel segno tornando a far parlare di sé: lo spot programmato una settimana fa ha subito diviso i social, tra chi sembra avrebbe colto il messaggio e chi, invece, avrebbe fatto considerazioni diverse.

Questo lo spot Esselunga. Protagonista del cortometraggio è una bambina (Emma), figlia di genitori che solo alla fine si scopre sono separati. La piccola, acquista una pesca assieme alla mamma per poi regalarla al papà, dicendo al genitore che gliela manda mamma. Una sorta di gesto distensivo, della serie «Hai visto mai, papà e mamma se parlano e tornano insieme?».

Interviene Giorgia Meloni che scrive sui social. «Leggo che questo spot avrebbe – questo in sintesi il pensiero del capo del Governo – generato polemiche e contestazioni: invece lo trovo molto bello e toccante».

Inevitabile, scrive Libero. «Sui social c’è chi confronta il nuovo spot ai classici del Mulino Bianco, sottolineando che “finalmente viene raffigurata una famiglia reale e non immaginaria”, mentre c’è chi, invece, si schiera dalla parte dei bambini sostenendo che la vicenda di Emma – la protagonista dello spot Esselunga – «risveglia sofferenze in chi ha provato l’esperienza della separazione».

 

 

“PARLA” ESSELUNGA…

Il punto di vista Esselunga. «La storia non riguarda la famiglia: l’obiettivo è indirizzato sulle emozioni che si provano quando si fa la spesa. «Con il film “La Pesca” – interviene con una nota con il Gruppo – abbiamo voluto porre l’accento sull’importanza della spesa, che non viene vista solo come un acquisto, ma descritta come qualcosa che ha un valore più ampio». Secondo Esselunga, infatti, «dietro la scelta di ogni prodotto c’è una storia e il soggetto del film non rappresenterebbe che una delle tante storie di persone che entrano in un supermercato».

Le opinioni, nonostante sia passata una settimana, continuano ad alimentare il dibattito social. La pesca è diventata il nuovo “frutto del peccato”, compiuto da chi sostiene che la pubblicità colpevolizzi i genitori separati e assolto da quanti, al contrario, lo colgono come una giusta rappresentazione della sofferenza dei figli. Un dibattito sul cortometraggio più divisivo degli ultimi tempi, che ha scatenato opinioni a non finire. E il tema non finisce qui, sicuramente proseguirà, come se non ci fosse un domani. O come se caso-migranti, Pil, Manovra del Governo e Pnrr fossero temi secondari. Ma così è, se ci pare.

Morto Denaro, il boss

L’ultimo stragista di Cosa nostra aveva sessantadue anni

Da venerdì scorso in coma irreversibile. Arrestato nove mesi fa, dopo trent’anni di latitanza. Aveva un cancro al colon e subito due interventi delicati. Prima di morire, il testamento biologico, il suo cognome alla figlia (avuta anni fa) e il rifiuto della terapia del dolore. Nuovo capitolo per la mafia con l’impiego di giovani manager

 

Aveva destato scalpore e sospetti il suo arresto avvenuto il 16 gennaio, giorno in cui era finita, dopo trent’anni, la latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro. Pare, infatti, fosse stato proprio il cancro al colon – dal quale è stato stroncato lunedì 25 settembre – a guidare i carabinieri di Ros e Procura di Palermo sulle sue tracce.

Così, arrestato, per essere subito sottoposto a uno, due interventi, perché in condizioni gravi, dopo un’agonia durata alcuni giorni, Denaro, sessantadue anni, considerato “l’ultimo stragista di Cosa Nostra”, è morto nell’ospedale dell’Aquila.

Pare fosse minato da una grave forma di tumore al colon, diagnosticata sul finire del 2020 mentre era ancora ricercato, a fine 2020.

Dopo il decesso, il corpo del mafioso sarebbe stato posto in uno dei sotterranei dell’ospedale del capoluogo abruzzese nel quale era ricoverato dallo scorso 8 agosto. Insieme con quella di Palermo, la Procura dell’Aquila ha disposto l’autopsia che verrà eseguita a breve nello stesso ospedale aquilano.

 

 

IL CANCRO, L’ARRESTO…

Detto che era stato proprio il cancro al colon a condurre i carabinieri sulle tracce del boss, Matteo Messina Denaro era stato sottoposto a chemioterapia nel supercarcere dell’Aquila dove era stata realizzata qualcosa che somigliava ad una infermeria non lontano dalla cella nella quale il boss era recluso.  Oncologi e infermieri della struttura sanitaria abruzzese avevano seguito il paziente apparso subito in gravissime condizioni.

Nei nove mesi di detenzione il capo dei capi, come si diceva, era stato sottoposto a due operazioni chirurgiche legate alle complicazioni provocate dal cancro al colon. Pare che dal secondo intervento, evidentemente più delicato del primo, Denaro non si fosse più ripreso, così che dopo un lungo consulto, i medici avevano deciso di non rimandarlo in carcere, bensì di curarlo in una stanza di massima sicurezza dello stesso ospedale, sottoponendolo alla terapia del dolore e, successivamente, sedandolo.

 

…LA MAFIA, I MANAGER

Venerdì scorso, come riportato dall’Agenzia Ansa, sulla base del testamento biologico lasciato dal boss che aveva rifiutato l’accanimento terapeutico, gli era stata interrotta l’alimentazione per dichiarare il suo stato in coma irreversibile. In questi giorni la Direzione del nosocomio aquilano aveva dato inizio a quelle che sarebbero state le fasi successive al decesso del boss, compresa la riconsegna della salma alla famiglia, rappresentata da Lorenza Guttadauro e Lorenza Alagna, figlia riconosciuta in punto di morte con il suo cognome e avuta da una relazione durante la latitanza.

Con la morte di Messina Denaro si chiude una stagione criminale lunga e cruenta. Ora, pare, stiano già avanzando nuovi nomi in grado di muoversi con una certa disinvoltura fra lecito e illecito. Giovani studenti appartenenti a famiglie mafiose che hanno svolto o stanno proseguendo in studi formativi per assumere il controllo in veste di nuovi manager.  

«Rispetto per Lampedusa!»

Il vicesindaco Attilio Lucia contesta un cartello leghista

«Cedere Lampedusa all’Africa, come furono cedute Dalmazia e Istria  all’ex Jugoslavia», la provocazione leghista applaudita a Pontida. Ma il “secondo cittadino” dell’isola, leghista anche lui, sollecita l’intervento sollecito di Salvini: «Un’uscita irrispettosa, che il ministro intervenga subito»

 

Quando pensi di averle viste o sentite tutte, ecco che sbuca dalla moltitudine il solito personaggio che sopravanza altre iniziative grottesche. Un cartello, che sia provocatorio o meno, che sia istigato da qualcuno all’interno del partito, nato come movimento a tutela del “Laborioso Nord”, riporta: «Cedere Lampedusa all’Africa». La cosa buffa, di questi tempi, e non solo di questi, basti pensare all’Uomo qualunque (un ometto sopraffatto da un torchio, simbolo della sopraffazione del genere umano da parte dei poteri forti), è che frasi di questo tipo fanno proseliti, mediante la diffusione sui molteplici social trovano persone disposte ad appoggiare tesi a dir poco sciagurate. Sciagura è dir poco: Umberto Eco, ultimo genio di casa nostra, che odiava i social perché legittimavano anche lo scemo del villaggio, si sarebbe fatto una risata e avrebbe esclamato: «Altre domande, possibilmente intelligenti?».

Senza voler mescolare le carte, la cosa parte qualche giorno fa, quando uno dei fondatori della Lega si dimette. Personaggio in vista, uomo di governo, non accetta più la politica di Salvini, che della Lega Nord, ne ha fatto un partito esteso su tutto il territorio. Insomma, la Lega doveva solo battagliare per se stessa, provare a staccarsi dal resto d’Italia, fino a farne una sorta di repubblica della Padania. Oggi, si ripresenta il focolaio e non ci spiazza nemmeno tanto se gli ultimi sondaggi sui partiti certificano che la Lega è in discesa. Vedremo, fino alla fine, cosa accadrà. Certo che se provassimo a chiudere i rubinetti, al Nord resterebbero senza pane, vino, frutta, ortaggi; senza vacanze, case al mare o masserie.

 

 

CARTELLO SFACCIATO

Nel commentare quel cartello sfacciato che invitava alla cessione di Lampedusa all’Africa, tralasciamo altri sentimenti, la ricostruzione dell’Italia fondata sul lavoro e sul sacrificio di centinaia di migliaia di italiani, dal Nord al Sud, dei saccheggi alle nostre banche e ai nostri “granai” per pagare i debiti del Nord (se qualcuno potesse, provasse a leggere uno dei tanti trattati di Pino Aprile sul Sud).

Veniamo, dunque alla cronaca, alle notizie puntuali riportate dall’agenzia Ansa. Cartello esposto a Pontida, Casa della Lega: «Cedere Lampedusa all’Africa». Risposta del vicesindaco dell’isola siciliana, Lucia, per giunta leghista: intervenga Salvini. «Lampedusa merita rispetto perché ancora oggi si sostituisce all’Europa». Tutto vero. E già che ci siamo, alla faccia di chi vuole separarsene, Lampedusa si sostituisce anche all’Italia. Intervenga Salvini, e lo faccia, subito, ovviamente in difesa dell’isola e di una popolazione che da trent’anni continua, con il suo grande cuore, a dare». Insiste, e bene fa, il vice sindaco delle isole Pelagie, Attilio Lucia, leghista, dopo che uno dei militanti del suo partito, un brianzolo, a Pontida si è presentato con un foglio sulle spalle con la scritta: «Blocco navale subito! Cedere Lampedusa all’Africa». Cos’hanno detto i compagni di partito? Pare abbiano riso e applaudito. Evidentemente perché, come sosteneva Ennio Flaiano, «La mamma dei cretini è sempre incinta».

 

 

INVECE DI RISOLVERE…

Un problema tira l’altro. «Cosa ha fatto l’Italia con la Dalmazia e l’Istria?», ha provato a spiegare il leghista con cartello, sottolineando che la sua non era una provocazione, ma una vera richiesta per risolvere il problema degli esponenziali flussi migratori.

Le parole sono ovviamente rimbalzate a Lampedusa, facendo salire la pressione agli isolani che si dibattono con l’annoso problema sull’accoglienza dei migranti.  Senza contare che i lampedusani stavano già protestando nel tentativo di evitare il montaggio di una tendopoli nell’ex base Loran. Perché, come sappiamo, in Italia non c’è nulla di più definitivo del “provvisorio”. Il timore, insomma, è che una volta montata la tendopoli, il problema non sia risolto, ma solo spostato.

«Dopo tutto quello che abbiamo e stiamo ancora passando – ha insistito il vicesindaco Lucia – portando a Lampedusa anche il premier Giorgia Meloni e il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, l’auspicio è quello di trovare una soluzione per bypassare Lampedusa; invece, quest’uscita, da parte di un militante del mio stesso partito, è veramente irrispettosa, pertanto chiedo al ministro Salvini di intervenire. E anche subito». Attendiamo risposta di Salvini, uomo di Governo, che accettando l’incarico di ministro si è impegnato a svolgere il suo mandato a vantaggio dell’Italia tutta. E non per compiacere un soggetto politico o una sola parte del nostro Paese.