«Ilva, bomba sociale»

Cinquemila in piazza, la protesta contro Arcelor-Mittal

Manifestazione intorno allo stabilimento. Dipendenti dell’indotto e rappresentanti sindacali. A Roma, delegazione di Confindustria. Audizione al Senato, davanti alla Commissione Industria del Senato sul decreto ex Ilva: «Siamo fortemente preoccupati, la città non può permettersi la chiusura degli stabilimenti ex Ilva, molte attività a rischio-chiusura»   

 

Lunedì, tarda mattinata, presidiata dalle Forze dell’ordine, si è concretizzata la forte protesta di cui si era parlato nei giorni scorsi a proposito delle attività aziendali di Arcelor-Mittal riferite al siderurgico di Taranto, l’ex Ilva.

Le cronache parlano di una mobilitazione di cinquemila dipendenti dell’indotto di quello che un tempo, Italsider e a seguire Nuova Italsider, era considerato lo stabilimento più importante del nostro Paese, primo in Europa, secondo nel mondo. Un primato che oggi si infrange, si schianta dopo essere passato di mano dal Gruppo Riva ad ArcelorMittal (fusione fra una società indiana e Spagna, Francia e Lussemburgo), con trattative che si sono arenate quando la società franco-indiana ha deciso di dismettere o passare di mano la produzione legata al siderurgico tarantino.

 

 

MIGLIAIA PER STRADA

Erano centinaia gli operai, insieme con sindacati e imprenditori, a prendere parte alla manifestazione unitaria per sensibilizzare con un’azione forte il governo centrale, più volte sollecitato, ad adottare iniziative urgenti per scongiurare la chiusura del Polo dell’acciaio con sede a Taranto.

In prima mattinata è partito un corteo che ha attraversato il perimetro della fabbrica. Promossa da Fim, Fiom, Uilm e Usb, oltre ad altri sindacati di categoria hanno partecipato alla manifestazione l’Ugl Metalmeccanici, le associazioni Aigi, Casartigiani e Confapi Industria. La protesta ha fatto poi sosta davanti alla portineria del siderurgico, per poi proseguire prima verso la portineria dei tubifici, poi la portineria C. E’ proprio qui, che insieme con gli altri manifestanti, si sono uniti i lavoratori dell’indotto, fino ad unirsi ai tir posti in fila per trasferirsi successivamente sulla statale Appia, direzione stabilimento.

 

 

UNA CITTA’ AL COLLASSO

Detta iniziativa, come prevedibile, ha provocato rallentamenti e blocchi della circolazione stradale in entrata ed uscita della città. «Siamo fortemente preoccupati, si rischia una bomba sociale sul territorio, la città non può permettersi la chiusura degli stabilimenti ex Ilva. Se non fossero onorati gli enormi crediti delle imprese dell’indotto molte di queste chiuderebbero». La dichiarazione giunge nella stessa giornata dai rappresentanti di Confindustria Taranto ospitata in audizione dalla Commissione Industria del Senato sul decreto ex Ilva.

«L’obiettivo – è stato spiegato – è quello di trovare copertura per questi crediti incagliati: veniamo fuori da una amministrazione straordinaria, nel 2015, con numerosi posti di lavoro andati in fumo. In qualità di Confindustria, auspichiamo affinchè in questo decreto, nel caso si arrivasse al commissariamento, possa ventilarsi l’ipotesi di un ristoro, anche tramite cartolarizzazioni. In queste ore si sta facendo largo l’ipotesi sullo spegnimento dello stabilimento, un’attività che – considerando le sue dimensioni – non si può accendere e spegnere quando si vuole: questo sì, che è un vero pericolo».

«Tregua? Non se ne parla…»

Israele propone, Hamas risponde, la guerra sulla Striscia prosegue

«Restituiteci gli ostaggi e per due mesi ci fermeremo», dice Netanyahu. «Nemmeno per sogno, dovete porre fine all’assedio della Palestina», ribatte l’organizzazione politica palestinese islamista. E intanto il conflitto prosegue, con qualcuno che manda armi dicendo che l’unico modo per difendere la pace sia quello di sparare

 

«Tregua? No, grazie…». Hamas, l’organizzazione politica palestinese islamista, su questo fronte è irremovibile. E poco importa se le truppe di Israele lo hanno di fatto accerchiato. La colpa non è tutta da una parte, sia chiaro, anche Netanyahu ha le sue colpe. A rimetterci sono i civili, che questo conflitto non lo hanno invocato. E nemmeno i soldati, quelli equipaggiati (Israele) e quelli sprovvisti di armi (Palestina).

In questi giorni è un andirivieni di informazioni. E’ da un anno che va avanti questo bracci di ferro. Nemmeno noi italiani, assaliti spesso attacchi di presunzione abbiamo le idee chiare sul conflitto sulla striscia di Gaza. Cerchiobottisti per indole, siamo per la pace, ma poi sul fronte mandiamo le armi. Sempre a difesa della pace, perché è da tempo che ci “supercazzolano” spiegandoci che la pace va difesa con le armi. Non capiamo, ma ci adeguiamo. Proprio come avrebbe detto uno dei personaggi cari a Renzo Arbore (Quelli della notte).

 

 

LE AGENZIE REGISTRANO…

Prosegue, insomma, quella che da più parti viene indicata – lo riportano l’Ansa, la più autorevole delle nostre agenzie giornalistiche – la “guerra delle parole”. Un modus operandi che nell’epoca in cui viviamo assume la stessa importanza di quella guerra che si combatte sul terreno.

Gli italiani, come gli altri Paesi che “vivono” questa guerra nel salotto, seduti sul divano con in mano il telecomando, non vivono la guerra, ma in compenso ne sentono parlare. Netanyahu ha dichiarato questo, Hamas risponde per le rime. Così, alla fine del ragionamento, chi segue un notiziario ha in mente il quadro del “si è detto”, piuttosto che il “si è fatto”.

In Europa si dà ampio spazio alle notizie diffuse dall’organizzazione Hamas, dal suo Ministero della Sanità e da altre organizzazioni, piuttosto che notizie provenienti da Gerusalemme. Sono mesi che Gaza viene presa di mira e nessuno si permette di spiegare ad Israele, quanto sarebbe giusto fare. E, in mezzo ci mettiamo, tanto per dirne una, anzi, due, Onu e Stati Uniti.

Notizia dell’ultima ora. Hamas, cioè l’organizzazione politica palestinese, respinge la proposta israeliana sul «cessate il fuoco». Due mesi di tregua, in cambio degli ostaggi. Risposta: «No, grazie». Lo avrebbe riferito un alto funzionario egiziano all’Associated press.

 

 

…I LEADER RESPINGONO

Secondo questo portavoce, Hamas avrebbe rifiutato: gli ostaggi, stando a voci insistenti, non saranno liberati fino a quando Israele non si ritirerà dalla striscia di Gaza. L’esercito israeliano, intanto, avrebbe accerchiato la principale città nel settore meridionale della striscia di Gaza, Khan Yunis, e rafforzato la propria presenza al suo interno.

«Abbiamo vissuto uno dei giorni più pesanti dall’inizio del conflitto, ma non per questo Israele smetterà di combattere fino alla vittoria totale», ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu. «Sono cosciente che la vita delle famiglie degli eroici soldati caduti – ha proseguito –  cambierà per sempre: provo dolore per queste perdite e abbraccio i parenti dei nostri militari».

Hamas, dunque, ha ribadito il suo no. Forse, Israele ha tirato un sospiro di sollievo. La sensazione è che proprio Israele abbia voluto compiere un gesto di buona volontà, nella sostanza senza fare però fare un passo indietro, ponendo Hamas dalla parte del torto totale. Questa la situazione a oggi, domani è un altro giorno? Vedremo come andrà. Proviamo un pronostico. Nessuno retrocederà di un solo metro, finché guerra non ci separi. E ci faccia deporre, una volta per tutta, le armi. 

Ciao Giovanna, cuore fragile

La ristoratrice fatta oggetto di critiche e offese dei social

Secondo qualcuno si sarebbe suicidata per le pressioni mediatiche. Tutto da verificare. La donna si era schierata con un messaggio dalla parte di gay e disabili. Secondo qualcuno era stata una trovata promozionale. Assediata da stampa e tv si è prima chiusa in un mutismo…

 

Ecco un’altra poveretta sulla quale speculano un po’ tutti, dagli organi di informazione ai social. Giovanna Pedretti, la ristoratrice che, stando alla cronaca, avrebbe solo risposto a un messaggio social, si sarebbe suicidata per essere stata oggetto di critiche gravi e gratuite. Come spesso accade nel mondo dei social. Ma male fanno i giornali, i tg, nazionali, che cavalcano l’onda, con le redazioni che talvolta sguinzagliano giovani alla ricerca dello scoop che potrebbe cambiare loro la vita strappando un contrattino a tre, sei mesi. Un anno, toh.

Giovanna, scrivono le agenzie, a partire dall’Ansa, prima su tutti ad essersi fiondata sull’argomento e fornendo solo i fatti di cronaca, senza mai enfatizzare il gesto della donna che non avrebbe retto a pressioni esterne fino a decidere di farla finita.

Forse, scrive l’agenzia più autorevole d’Italia, Giovanna non avrebbe retto all’odio via social, con le gravi insinuazioni su quella che sarebbe stata una indignazione per aver fatto ricorso a dei post allo scopo di pubblicizzare il suo locale, una pizzeria. Crediamo sia troppo poco per spingere una donna al suicidio.

 

 

RISPOSTA ALLE PROVOCAZIONI

Giovanna, ristoratrice di un locale di Sant’Angelo Lodigiano, che aveva replicato alle solite provocazioni social (recensioni omofobe) dando una lezione di civiltà, purtroppo è stata rinvenuta morta nel primo sulle rive del fiume Lambro. Per gli inquirenti, è apparsa subito l’ipotesi più plausibile: suicidio.

Secondo i primi rilievi, la donna si sarebbe recata nei pressi del fiume con la sua Fiat Panda. Una volta scoperto il suo corpo senza vita sul posto si sono subito portati carabinieri e vigili del fuoco. L’auto è stata subito posta sotto sequestro, al fine di permettere agli investigatori di fare piena luce sulla morte di Giovanna.

Un tragico epilogo di una vicenda che prende le mosse dai social – ha scritto l’agenzia Ansa nei giorni scorsi – e sui social è cresciuta fino a travolgere la donna; la titolare della pizzeria “Le Vignole” giorni prima aveva risposto ad una recensione sul suo ristorante di un cliente che si lamentava per avere mangiato accanto ad un tavolo con una coppia omosessuale e un ragazzino disabile.

 

 

A DIFESA DEI DEBOLI

“Mi hanno messo a mangiare di fianco a dei gay – avrebbe scritto il presunto cliente – non me ne ero accorto subito perché fino a quel momento erano stati composti, mentre il ragazzo in carrozzina mangiava con difficoltà; mi dispiaceva, ma non mi sono sentito a mio agio: peccato perché la pizza era eccellente e il dolce ottimo, ma non andrò più”. Questa, insomma, quella che sarebbe stata l’assurda lamentela del cliente nella recensione.

Giovanna, dicono colleghi e amici, attenta sempre a gesti di solidarietà (come la “pizza sospesa” per i disabili), non lascia cadere nel vuoto quelle parole, che suonano più come un’offesa a omosessuali e disabili.

Così, la titolare replica. “Il nostro locale è aperto a tutti e i requisiti che chiediamo ai nostri ospiti sono educazione e rispetto verso gli altri”. Riprende, Giovanna: “Le parole di disprezzo verso ospiti che non mi sembra vi abbiano importunato, appaiono di una cattiveria gratuita e alquanto sgradevole: credo che il nostro locale non faccia per lei”.

 

 

E GIOVANNA DICE “ADDIO”

La recensione risalirebbe alla scorsa estate. Giovanna, l’aveva cancellata, facendone uno screenshot (una sorta di foto). Questo gesto ha destato sospetti di non veridicità. Una giornalista, sempre attenta alle dinamiche social, a quel punto aveva lanciato l’ipotesi di “un grossolano fotomontaggio” e di “una operazione di marketing spacciata per eroica difesa di gay e disabili”.

Da qui, in poi, la storia è nota. Quel sospetto diventa più di un’ipotesi, la donna viene assediata, diventa oggetto di accuse, anche infamanti. Giovanna si difende come può. Intervistata dalle tv, si difende. “Non vorrei essere caduta in una trappola, non ho una risposta”. Se prima la ristoratrice veniva indicata come una donna da prendere come esempio, dopo qualche giorno iniziano le prime critiche. Fino a quando forse la pressione mediatica a Giovanna sarà apparsa insostenibile. La donna sale a bordo della sua Panda, costeggia il fiume Lambro, scende dall’auto per essere ritrovata morta. Dire colpa dei social appare, forse, esagerato, ma l’onda d’odio che spesso questo “tam tam” mediatico scatena, troppo spesso viene sottovalutato. Non lo sapremo mai. Giovanna non c’è più. Fosse stato anche un “fotomontaggio”, valeva la pena metterla alla gogna? Sgombriamo il campo da questa ipotesi fantasiosa e piangiamo una povera donna che, purtroppo, lascia il marito e una figlia.

E’ una regione per vecchi

Report annuale dell’Osservatorio economico Aforisma

Puglia, dal 1982 al 2023 il numero fra anziani e giovani si è invertito. Non solo fuga di cervelli, ma anche di braccia. Grazie alla forza-lavoro degli extracomunitari, le campagne si assicurano la raccolta di ortaggi, frutta, verdura, uva e quanto necessita di lavoro costante. Molti di questi, si occupano anche del trasporto, così da fornire il raccolto dal produttore al consumatore

 

Gennaio si presenta con la solita sorpresa. Solita, perché siamo tutti a conoscenza dell’emergenza che la nostra regione attraversa non solo negli ultimi anni, bensì negli ultimi decenni. Ultimi decenni, sì, perché il problema allo stato embrionale si presenta a partire dal 1982, con un segnale che viene sottovalutato, come spesso accade. Dai cittadini, come dalla politica che, in realtà, diventa – per elezione – la sua massima rappresentanza.

Dunque, dal 1982 al 2023 in Puglia il numero di anziani ed il numero di giovani si è invertito. Basti pensare a un po’ di numero elaborati sul finire dello scorso anno. Nel 1982 i minori residenti nella nostra regione erano il 32,50 %. Oggi, udite udite, sono il 15,64 %. Secondo previsioni, di questo passo nel 2038 i minorenni residenti in Puglia saranno il 10,82%. Facciamo ancora due conti: gli anziani nel 1982 erano il 9,89%, oggi sono il 21,46% e nella proiezione al 2038 saranno il 25,75 %.

Non sono numeri sorteggiati e lanciati sul tappeto a casaccio, come se stessimo ancora giocando a tombola. E’ il nuovo report annuale dell’Osservatorio economico Aforisma presentato in un incontro con la stampa e gli strumenti di informazione, nella sede di “Aforisma School of Future”. È il risultato di un lungo lavoro di analisi e di approfondimento sui dati della Puglia e dell’Italia. Durante il confronto, solo per questioni di tempo, non sono stati analizzati alcuni segnali scaturiti dalle stime, ma di sicuro un’analisi più approfondita da parte di tecnici iperprofessionali come quelli dell’Osservatorio cui siamo tutti riconoscenti, prima o poi sarà divulgata.

Solo fuga di cervelli, ma anche di braccia. Ecco perché ci viene da ribadire che qualsiasi atteggiamento nei confronti di extracomunitari che chiedono lavoro e rappresentano la manovalanza nelle campagne, per la raccolta di ortaggi, frutta, verdura, uva e quanto necessita di lavoro costante, è completamente fuori luogo. Senza contare che molti di questi, si occupano del trasporto, così da fornire il raccolto dal produttore al consumatore.

 

 

TAVOLA ROTONDA…

Una pubblicazione illustrata da Andrea Salvati, direttore dell’Osservatorio e da Davide Stasi, responsabile degli studi dell’Osservatorio. Analisi e approfondimenti dei dati socio-economici hanno offerto lo spunto per riflessioni e commenti in un interessante vertice al quale hanno preso parte la presidente del Consiglio regionale Loredana Capone, l’assessore regionale al Lavoro Sebastiano Leo, l’assessore regionale alla Sanità Rocco Palese, il presidente reggente di Confindustria Lecce Nicola Delle Donne, il segretario confederale di Cgil Lecce Tommaso Moscara, i docenti Unisalento Guglielmo Forges Davanzati e Marco Sponziello, i giornalisti Francesco Gioffredi e Tonio Tondo. I lavori sono stati introdotti da Salvati che ha evidenziato i trend demografici.

Nel 1982 i minori erano il 32,50% della popolazione pugliese, è stato spiegato, oggi sono il 15,64 per cento e in una proiezione elaborata fino al 2038 rappresenteranno appena il 10,82 per cento; mentre gli anziani nel 1982 erano il 9,89 per cento, oggi sono il 21,46 per cento e nella stessa proiezione saranno il 25,75 per cento della popolazione. Questo cambiamento non può che incidere sulle attuali e future scelte economiche.

 

 

…QUALCOSA NON QUADRA

Lo scorso anno, ha poi proseguito il responsabile degli studi dell’Osservatorio, l’economia pugliese è cresciuta in maniera più moderata rispetto al periodo post-Covid. Si è infatti esaurito l’effetto di rimbalzo. Nel primo semestre del 2023 il Pil è aumentato dell’1,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in linea con la media nazionale. Tale crescita si è indebolita nel terzo e nel quarto trimestre. Questa decelerazione è dovuta all’andamento dell’industria pugliese che ha risentito del peggioramento dello scenario congiunturale (in rallentamento anche l’economia nazionale e quella globale).

Dato sul quale riflettere, a proposito delle stime divulgate nel corso dell’incontro. Su base annuale, dal 30 novembre 2022 al 30 novembre 2023, le imprese pugliesi sono diminuite di 1.963 unità: da 332.997 a 331.034. La flessione è stata dello 0,6 per cento. La contrazione maggiore si registra nell’agricoltura: -2.233 unità (da 77.619 a 75.386), pari a un tasso negativo del 2,9 per cento. Il commercio passa da 95.635 a 93.933. Nonostante la crescita delle attività di e-commerce, il saldo negativo è principalmente dovuto alla chiusura dei negozi di vicinato: meno 1.702 unità pari a un calo dell’1,8 per cento. In contrazione anche le attività manifatturiere: da 23.723 a 23.276. Il saldo registra 447 imprese in meno pari a una decrescita dell’1,9 per cento. 

«Affermiamo i diritti»

Sergio Mattarella, la scossa

«Non rivolgere lo sguardo altrove di fronte ai migranti». Il rispetto della donna (118 femminicidi), quello dei giovani. Questi alcuni dei passaggi del discorso di fine anno del Capo dello Stato. Intanto il 2024 comincia con un’altra donna ammazzata

 

Solidarietà e diritti, sono queste le parole sulle quali si incentra il discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Fra questi, un richiamo a quell’umanità della quale era piena il discorso presidenziale: «Affermare i diritti significa anche non volgere lo sguardo altrove di fronte ai migranti». Guardare ai migranti per guardare avanti, a un futuro insieme, perché le risorse per crescere, non solo mentali, non sono mai sufficienti.

Mancano ancora i diritti, quelli sacrosanti; le cure per quei malati che avrebbero bisogno di un’assistenza adeguata; quanto fa il paio con gli anziani che mancano di assistenza, non solo quella medica, ma anche quella dei familiari; il lavoro sottostimato, i giovani – parole dello stesso Presidente – «sottopagati, disorientati, inascoltati»; i femminicidi, sciagura del 2023 che, però, viene da lontano, dal senso di possesso degli uomini, che arrivano all’omicidio purché quella donna, se non è sua, non diventi di altri. E, ancora, i tempi delle liste d’attesa in Sanità, inaccettabilmente lunghi, per non dire dei costi degli alloggi universitari: improponibili».

E per finire. «I tanti che eludono le tasse e quasi se ne vantano invece di essere “orgogliosi” di contribuire allo sviluppo del Paese», parole del Capo dello Stato nel discorso di fine anno.

 

 

CENTODICIOTTO MARTIRI!

Ma il 2023, si diceva, lo ha ricordato lo stesso Mattarella, è stato l’anno dei femminicidi, una vera sciagura. Sono state centodiciotto le donne uccise dall’inizio dello scorso anno, un vero bollettino di guerra. Come spesso accade, una volta sfumata l’onda emotiva di funerali, manifestazioni con i capo un numero elevato di fiaccolate, e l’indignazione del momento, è il caso di non dimenticare quanto di delirante sia accaduto lo scorso anno, dallo stupro di Palermo a quello di Caivano.

Diciassette anni. Così giovane, Michelle Maria Causo, massacrata nel quartiere Primavalle a Roma. Il suo corpo chiuso in un sacco dell’immondizia, per dire quanto bestiale fosse la furia dell’assassino, abbandonato tra i rifiuti. Giulia Tramontano, settimo mese di gravidanza. Giulia, poverina, avrebbe dovuto partorire il suo bambino, ma lei e il piccolo sono stati uccisi dall’uomo che avrebbe dovuto, invece, prendersi cura di loro proteggendoli.

 

 

RICORDANDO GIULIA

Infine, quello eclatante, di Giulia. Giulia Cecchettin che di anni ne aveva appena ventidue. Lei, la studentessa veneta assassinata a coltellate dall’ex fidanzato, un ragazzino come lei, ma terribilmente adulto quando si è trattato di ragionare della fine che avrebbe fatto fare alla “sua” Giulia.

Tragedie, queste, che hanno scosso l’opinione pubblica, tanto che la politica ha pensato a un progetto pilota di educazione alle relazioni nelle scuole. Questo, solo per restare in Italia, nel citare gli episodi forse più cruenti, restati scolpiti nella nostra memoria.

Intanto il 2024 comincia con un’altra brutta notizia, un’altra donna ammazzata. Non è stato un gesto scaturito da insana gelosia, ma dalla stupidaggine umana che non conosce confini. Sorvoliamo sull’assassino, che girava con una pistola e intendeva festeggiare l’ingresso del nuovo anno scaricando all’impazzata l’arma di cui era in possesso. Lei, Concetta Russo, di Afragola, aveva 45 anni, era affacciata per assistere ai festeggiamenti per l’ingresso del 2024, un anno che purtroppo non potrà mai vedere.

«Basta stragi!»

Papa Francesco, l’Angelus, il “no” alle guerre

Il “sì” all’accoglienza, all’assistenza dei più poveri. «Fermiamo la corsa agli armamenti quando c’è gente che muore di fame e di sete». E un invito alla stampa: «Scrivete tutto questo, la follia della corsa al denaro che miete solo vittime»

 

«Essere voce di chi non ha voce – è l’esortazione del papa – come chi muore per fame, chi non ha lavoro, chi è costretto a fuggire dalla proprio patria. E anche il tempo che avvicina al Giubileo sia occasione per dire “no” alla guerra e “sì” alla pace». Papa Francesco e l’Angelus, in uno dei passaggi più importanti nel suo discorso. In particolare quello sulle stragi provocate dalle guerre, dalla mancata accoglienza, dalla mancanza di assistenza sanitaria per quelle donne che non riescono a dare alla luce i propri piccoli.

Il pontefice ha fatto riferimento anche alle tensioni e ai conflitti che sconvolgono la regione del Sahel, il Corno d’Africa, il Sudan, come anche il Camerun, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan, quindi alla “penisola coreana”, come pure al continente americano, auspicando soluzioni idonee a superare i dissidi sociali e politici, per lottare contro le povertà, le disuguaglianze e per affrontare il doloroso fenomeno delle migrazioni.

 

 

STRAGE DEGLI INNOCENTI

«Quante stragi di innocenti nel mondo! Nel grembo materno, nelle rotte dei disperati in cerca di speranza, nelle vite di tanti bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra: sono i piccoli Gesù di oggi, questi bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra, dalle guerre».

Questo primo intervento di papa Francesco, è uno dei momenti sicuramente più importanti in occasione del Messaggio natalizio reso ai fedeli prima della Benedizione “Urbi et Orbi” (a Roma e al mondo).

L’attenzione di tutto il mondo è rivolta a Betlemme. Proprio dove in questi giorni regnano dolore e silenzio, è risuonato l’annuncio atteso da secoli. «È nato per voi un Salvatore: è la notizia che cambia il corso della storia!». «Dire “sì” al Principe della pace significa dire “no” alla guerra, a ogni guerra, alla logica stessa della guerra, viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse!».

 

 

NO ALLE ARMI

«Ma come si può parlare di pace se aumentano la produzione, la vendita e il commercio delle armi?», è il punto di domanda. «La gente – ha proseguito papa Francesco – non vuole armi ma pane: fatica ad andare avanti e chiede pace, ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti. Dovrebbe saperlo: se ne parli, se ne scriva, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre».

Sua Santità ha posto come centrale la soluzione in Terra Santa, impegnandoci affinché “il giorno della pace” si avvicini in Israele e Palestina, dove la guerra scuote la vita di quelle popolazioni. «Porto nel cuore il dolore per le vittime dell’esecrabile attacco del 7 ottobre scorso e rinnovo un pressante appello per la liberazione di quanti sono ancora tenuti in ostaggio: supplico che cessino le operazioni militari, con il loro spaventoso seguito di vittime civili innocenti, e che si ponga rimedio alla disperata situazione umanitaria aprendo all’arrivo degli aiuti».

Nel discorso natalizio, la gente è stata invitata a non alimentare violenza e odio, impegnandosi nel trovare una soluzione alla “Questione palestinese”, attraverso un dialogo sincero, sostenuto da una forte volontà politica e dall’appoggio della comunità internazionale.

Pan d’oro!

Chiara Ferragni, multa per pratica commerciale scorretta

L’influencer è finita nel mirino del Codacons. Esposto in 104 procure italiane perché venga aperta un’indagine penale. L’accusa è pesante: «truffa aggravata a seguito della sanzione inflitta dall’Antitrust». Intanto la popolare artista si scusa e devolve un milione di euro: «Avrei dovuto informarmi di più…»

 

Pratica commerciale scorretta. E Chiara Ferragni, l’influencer più influente d’Italia nei giorni scorsi finisce nel mirino del Codacons, che non le ha mandate a dire. Lunedì scorso, infatti, il Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e la tutela dei diritti umani e dei consumatori, ha presentato un esposto a 104 Procure italiane perché venga aperta un’indagine penale. L’accusa è di quelle gravi: truffa aggravata a seguito della sanzione inflitta dall’Antitrust.

Lo annuncia l’agenzia giornalistica Adnkronos. L’accusa risiederebbe nel contenuto dei messaggi utilizzati dal team dell’iniziativa benefica per pubblicizzare la vendita dei pandori Balocco griffati “Ferragni”. La donazione promessa all’Ospedale Regina Margherita di Torino, della quale si allude in uno spot nuovo di zecca, era infatti stata fatta mesi prima dell’avvio delle vendite. Quanto veniva lasciato intendere ai consumatori, invece, era che acquistando   il pandoro in questione stessero direttamente contribuendo a una donazione. Il tutto realizzato con un aumento sul prezzo normale del prodotto, il “Pink Christmas”, posto in vendita a oltre 9 euro, invece che a 3,70 euro.

 

 

«SFRUTTATI I BAMBINI MALATI!»

Quello di cui non si capacita il Codacons è che nella promozione del pandoro ci sarebbero «espressioni dirette ad avvalorare la circostanza che la signora Chiara Ferragni in prima persona avesse contribuito all’iniziativa benefica; documenti istruttori, al contrario, dimostrano la circostanza, non smentita, che la donazione pubblicizzata attraverso le confezioni del Pandoro “griffato” e gli altri messaggi, sarebbe stata fatta dalla sola società “Balocco”, senza alcuna partecipazione delle società Fenice e TBS Crew, né della Signora Chiara Ferragni».

In tutto questo, come riporta il portale Open, senza contare la mail di un dipendente dell’azienda che confeziona il prodotto in causa, che scrive: «In realtà le vendite servono per pagare il vostro cachet esorbitante». Così, per il Codacons che entra sul caso a gamba tesa, non ci sono dubbi. «Riteniamo gravissimo – scrive l’associazione – sfruttare un tema delicato come i bambini malati di cancro e la beneficenza per attività commerciali tese unicamente a determinare guadagni per società private». A tale proposito, sempre Codacons, ha inoltre chiesto alla Guardia di Finanza il sequestro dei conti delle società riconducibili alla Ferragni.

Come tutti i fatti di cronaca legati a personaggi in vista, si scatena una “caccia” alla Ferragni. L’influencer si difende, chiede scusa, riceve il tapiro da “Striscia la notizia” e davanti al tg satirico di Antonio Ricci ammette: «Me lo sono meritato». E con una voce rotta dal pianto si scusa con tutti i suoi followers per il Caso Balocco, con l’Antitrust che ha condannato e inflitto una multa di un milione di euro, due società collegate all’influencer per pratica commerciale scorretta.

 

 

«MI SCUSO CON TUTTI…»

«Sono sempre stata convinta – ha ripreso ancora il portale Open – che chi è più fortunato ha la responsabilità morale di fare del bene; questi sono i valori che hanno sempre spinto me e la mia famiglia, e questo è quanto insegniamo ai nostri figli: anche che si può sbagliare e che, quando capita, bisogna ammettere e rimediare all’errore fatto e farne tesoro».

Così Chiara Ferragni si è scusata e dato seguito alle sue scuse devolvendo un milione di euro al “Regina Margherita” per sostenere le cure dei bambini. Ricevuto il tapiro d’oro da Striscia la notizia, all’inviato del tg satirico ha ribadito la sua amarezza. «Mi merito il Tapiro, perché seppur in buona fede ho commesso un errore – è giusto che mi assuma le mie responsabilità».

Ma, attenzione, non è solo la finta campagna di solidarietà legata al pandoro Balocco a portare alla ribalta la popolare influencer. Chiara Ferragni e il marito Fedez in un recente passato sono stati coinvolti da altri provvedimenti delle Autorità e dai tribunali che hanno portato a pesanti sanzioni. Lo ricorda lo stesso Codacons, dopo la multa inflitta dall’Autorità per la concorrenza alle società riconducibili all’influencer.

 

 

«…E DEVOLVO UN MILIONE!»

Nel 2020, viene ricordata la raccolta fondi avviata durante il Covid dai Ferragnez in favore dell’Ospedale San Raffaele. Anche questa fu al centro di una denuncia del Codacons per le commissioni che sarebbero risultate ingannevoli in quanto applicate ai donatori che, in buona fede, parteciparono all’iniziativa benefica. Una vicenda che si concluse con una multa da un milione e mezzo a Gofundme, la piattaforma che avevano scelto Fedez e la Ferragni. Scriveva l’Antitrust: «Sfruttando la tragica pandemia in atto i consumatori furono spinti ad effettuare donazioni sulla piattaforma che era promossa come gratuita e, invece, prevedeva costi e commissioni preimpostate».

A seguire, il Caso-Sanremo, dopo la partecipazione di Chiara Ferragni come co-conduttrice della popolare rassegna canora. L’Autorità per le comunicazioni si attivò in modo tale che la Rai subisse una multa di centosettantamila euro per la pubblicità occulta fatta dalla Ferragni ad Instagram nel corso del Festival di Sanremo 2023. Infine, la multa sul Pandoro Balocco. Più che un dolce, un Pan d’oro.

«Babbo Natale, esiste?»

Una insegnante di religione improvvisa una lezione ed è caos

Genitori infuriati. «Chi autorizza una docente di quinta elementare a tenere una lezione non prevista dal programma scolastico?». «I nostri figli sono tornati a casa traumatizzati, c’è chi urla, non ci rivolge più la parola…». L’imbarazzo della dirigente scolastica, l’invito dei papà e delle mamme ad avere spiegazioni esaurienti

 

«Maestra, cosa le salta in mente di chiedere a mio figlio, un bambino di appena nove anni, se crede ancora a Babbo Natale? Lo sa che mio figlio è traumatizzato?». Una mamma rimasta di stucco, non appena ha saputo dal figliolo che la sua insegnante di religione aveva voluto uscire dal seminato e, dunque, dalle linee-guida imposte dal programma riservato alle scuole elementari.

La notizia viene riportata dal quotidiano toscano la “Nazione”, ripreso dal laziale “Messaggero”, per segnalarlo a quanti svolgono attività educativa in un momento in cui in Italia, proprio la questione-educativa, è al centro di un lungo a appassionato dibattito.

Dunque: «Chi di voi crede ancora a Babbo Natale?». Questa la domanda che l’insegnante di religione finita nell’occhio del ciclone, ha rivolto ai bambini di una quinta elementare di Coverciano (Firenze) che provoca grande risentimento nei genitori e, in qualche caso, anche negli stessi colleghi dell’avventata insegnante. Il confronto fra maestra di religione e classe di quinta elementare, ha anche un epilogo. Le risposte, infatti, non sono tardate ad arrivare: in sei hanno risposto “sì”, sei hanno risposto “no”, due “forse”. In realtà, a sconvolgere i genitori non è stata tanto la risposta al quiz rivolta ai bambini, quanto la domanda posta dall’insegnante.

 

 

UN BRUTTO TRAUMA

Un po’ degli alunni tornati a casa dopo questa improvvisata lezione su quell’omone vestito di rosso che porta regali a tutti i bambini del mondo a tempo di record, hanno chiesto spiegazioni ai genitori. «Papà, mamma, ma allora Babbo Natale non esiste? Perché mi avete mentito?».

L’accaduto è stato raccontato proprio dai genitori degli alunni dell’istituto toscano, sostenendo che la lezione sarebbe andata avanti con una spiegazione sullo spirito del Natale, prendendo spunto dalla storia di San Nicola, vescovo di Myra, che avrebbe contribuito a creare il mito di Babbo Natale.

Una volta confrontatisi fra loro, all’ingresso della scuola, i genitori della classe di quinta elementare di Coverciano, hanno deciso di rivolgersi alla dirigente scolastica, attraverso un atto formale: tramite pec. Con la mail “raccomandata” hanno chiesto alla dirigente delucidazioni, con lo scopo che episodi simili non abbiano più a ripetersi.  L’indignazione dei genitori scaturisce, intanto, dal fatto che innanzitutto l’argomento non è previsto nel programma scolastico, spiegando che la domanda posta dalla maestra sottintende che Babbo Natale non esista. I genitori, pertanto, sottolineano l’indelicatezza della maestra di religione che non avrebbe lontanamente pensato che un tema così delicato potesse traumatizzare i ragazzi.

 

 

«NON FINISCE COSI’…»

Secondo quanto riportato da “La Nazione”, i genitori sarebbero andati su tutte le furie nelle chat di gruppo della classe, tanto che qualcuno di loro avrebbe scritto: «Ma come si permette?», «Mio figlio è traumatizzato», un altro ancora: «Mio figlio grida, mi odia e non mi parla più!».

I genitori asseriscono convinti che nessuna insegnante abbia il diritto di spezzare la magia del Natale. «Non c’è nulla di male se i bambini credono all’esistenza di un uomo che gira il mondo su una slitta a portare regali, magari vogliono continuare a vivere questa favola, scrivere la letterina e sentire il profumo di una magia». Dirigente scolastica e genitori ora pensano che un nuovo confronto, svolto con la massima accortezza, tra maestra e alunni, possa essere utile ai bambini per capire il senso del Natale. In quanto, si augurano i docenti, e lo stesso i genitori degli alunni, il Natale non dovrebbe essere inteso solo come “la festa dei giochi” ma assumere un significato molto più profondo.

Qualità della vita, Taranto appena meglio

Il capoluogo ionico guadagna quattro posizioni

C’è ancora da lavorare. Interventi non sufficienti per garantire lavoro e fermare l’emorragia dell’emigrazione. I giovani decidono di andare a studiare fuori sede e, difficilmente, tornano. Anche la cultura segna il passo, migliora solo la voce “Giustizia e sicurezza”

 

Udine è la città in cui si vive meglio, la maglia nera torna a Foggia, che perde quattro posizioni e torna ad essere fanalino di coda nella classifica sulla Qualità della vita come ogni anno stilata dal quotidiano di economia Il Sole 24 Ore. Sempre secondo il quotidiano economico, a proposito delle grandi città, Milano è saldamente nella top ten, mentre Roma deve accontentarsi della trentacinquesima posizione. Taranto registra un leggero miglioramento attestandosi alla non troppo lusinghiera novantasettesima posizione rispetto al precedente centunesimo posto.

Non meglio le altre città pugliesi: Bari al sessantanovesimo posto (perde tre posizioni). Segue Lecce al settantunesimo posto, BAT all’ottantacinquesimo posto, Brindisi al centesimo, con Foggia che chiude la classifica al centosettesimo posto, tornando ad occupare l’ultima posizione dopo dodici anni. Prima volta, al primo posto, Udine, seguita da Bologna e Trento.

 

 

SUD NELLE RETROVIE…

Dato più che allarmante: nelle ultime quaranta posizioni le città del Sud. Unica eccezione, volendo considerare a tutti gli effetti Cagliari una città del Sud, il capoluogo sardo che occupa il ventitreesimo posto. Per stilare la classifica, il Sole 24 Ore ha considerato una serie di indicatori: Ricchezza e consumi, Affari e lavoro, Demografia e società, Ambiente e servizi, Giustizia e sicurezza, Cultura e tempo libero.

Per ciò che riguarda Ricchezza e consumi, Taranto è all’ottantatreesimo posto (guadagna cinque posizioni); peggio Affari e lavoro, con la conferma di un brutto centocinquesimo posto; non meglio Demografia e società, centunesimo posto (come lo scorso anno); Ambiente e servizi, novantunesima posizione (scende di quattro posti); Cultura e tempo libero, novantaquattresimo posto (migliora di una sola posizione); va decisamente meglio, con un incremento considerevole, Giustizia e sicurezza con un quarantaquattresimo posto (era sessantottesima).

 

 

…MEGLIO IL NORD

Dicevamo di Udine, la città italiana in cui si vive meglio. Ad assegnare il titolo alla provincia friulana è la trentaquattresima edizione dell’indagine del Sole 24 Ore sulla qualità della vita. A proposito di Udine, è la prima volta che la provincia friulana balza sul gradino più alto, entrando autorevolmente nella storia della classifica che misura il benessere della popolazione. Un titolo meritato, dopo essersi piazzata tra le prime dieci solo tre volte (dal ‘90 a oggi). Conferme, invece, giungono dalle città che occupano il secondo e il terzo posto: Bologna, vincitrice della scorsa edizione, e Trento.

Bergamo (Capitale della cultura insieme a Brescia) sale al quinto posto. Tra le prime dieci anche Milano. Mentre Roma si ferma al trentacinquesimo posto (quattro posizioni in meno). Come dicevamo, anche questa edizione conferma nella seconda parte della graduatoria la maggior parte delle città del Mezzogiorno, con l’unica eccezione di Cagliari.

Chiudere la classifica Foggia. Il capoluogo dauno torna a vestire la maglia nera dopo dodici anni. La precedono Caltanissetta e Napoli al terz’ultimo posto (nonostante “l’effetto scudetto” sul turismo). Secondo l’indagine, il capoluogo campano “paga” per densità abitativa, criminalità predatoria in ripresa, scarsi dati occupazionali e un saldo migratorio sfavorevole. 

Cento masserie su tela

Mercoledì 29 novembre, Cerimonia di donazione a Crispiano

Carmine La Fratta regala la sua “galleria” all’Istituto “Elsa Morante”. Piena accoglienza nel dirigente scolastico, Concetta Patianna. L’Istituto ospiterà “scatti” unici di un territorio con straordinarie peculiarità e bellezze. Le collaborazioni del popolare fotografo con i registi Edoardo Winspeare, Alessandro di Robilant e Bruno Oliviero

 

Ma quanto sono belle le nostre masserie? E quanto hanno ancora da insegnarci del nostro passato quelle tenute che hanno rese importanti e, oggi, bellissimo il nostro territorio. Le masserie sono una ricchezza della provincia di Taranto, una delle cittadine più belle e accoglienti, talmente ricca di manufatti che illustrano la nostra storia più recente, ne ha fatto il suo brand: Crispiano e le cento masserie.

Sono davvero tante le masserie che fanno della cittadina in provincia di Taranto, una delle più visitate. Esistono vere e proprie guide, che in perfetto accordo con i proprietari delle tenute di maggior riferimento, ospitano centinaia di visitatori.

 

 

STRAORDINARIA BELLEZZA

In un’ottica di bellezza e ricchezza, si inserisce un aspetto formale che si svolgerà mercoledì 29 novembre alle 10.30, proprio a Crispiano. Nella sala ristorante dell’istituto professionale “Elsa Morante”, alla presenza dell’autore Carmine La Fratta, del dirigente scolastico, prof.ssa Concetta Patianna, degli studenti e del corpo docenti, avrà luogo la Cerimonia di donazione delle fotografie su tela che ritraggono le Masserie crispianesi. Subito dopo, si terrà un “coffee break” organizzato dagli alunni e dai docenti dell’istituto.

Crispiano, si diceva, il territorio delle Cento masserie. Il fascino dei colori della terra e del cielo che si uniscono tra loro in un effluvio di pace e di serenità, in cui l’aria profuma di ulivo. Luoghi ideali per trascorrere ore di quiete, passeggiando a cavallo tra i colli della Bassa Murgia tarantina ed il mare, all’ombra di un boschetto di querce ed ulivi secolari.

Tutto questo rivive nelle fotografie di Carmine La Fratta, fotografo professionista di Lama (Taranto), con esperienze nel mondo cinematografico in qualità di fotografo di scena per i film “Il Miracolo” di Edoardo Winspeare, “Mar Piccolo” di Alessandro di Robilant e “Scilla non deve sapere” del regista Bruno Oliviero.

 

 

NON UNA, MA CENTO MASSERIE

Le Cento masserie fotografate su tela da Carmine La Fratta, un mondo magico ritratto con abile cura con un occhio rivolto ai particolari, quelli che fanno sempre la differenza, sono state di recente le protagoniste di una mostra tenuta proprio a Crispiano dal fotografo. Una mostra che ha affascinato quanti l’hanno visitata. Da qui è nata l’idea di donare al Comune di Crispiano, in particolare all’istituto professionale “Elsa Morante” le fotografie esposte su tela perché le stesse trovino uno spazio espositivo permanente.

Un’idea che ha trovato subito piena accoglienza nel dirigente scolastico dell’istituto, che ha accettato la proposta di ospitare in maniera permanente fotografie che raccontano il territorio con tutte le sue peculiarità e bellezze, oggi riconosciuto da Programma Sviluppo, cui si deve massima collaborazione, e dalla stessa Regione Puglia di cui le masserie sono la massima espressione.