«Una scelta forte»

Suor Chiara Francesca Lacchini, clarissa cappuccina

Cercavo una vita cristiana che avesse un senso. Non mi ha parlato Dio, ho incontrato persone che hanno suscitato interrogativi. E nella vita c’è desiderio di felicità. Il convento, da sempre, è luogo di libertà per le donne.

L’occasione, questa volta, è di quelle interessanti, potendo ospitare nello spazio informativo di “Costruiamo Insieme”, nostro spazio informativo una clarissa cappucina, Suor Chiara Francesca Lacchini.

Clarissa cappuccina, il significato.

«Di ispirazione francescana, viviamo secondo la regola di Santa Chiara di Assisi mutuata da una riforma all’interno della Chiesa; nasce nel 1530 a Napoli, ad opera di madre Maria Lorenza Longo che istituisce,  anzitutto, l’Ospedale degli incurabili e una serie di attività caritative a favore dei poveri. Alla fine della sua vita si ritira in un luogo a pregare e costituisce il nucleo di quello che poi diventerà l’Ordine delle Clarisse cappuccine».

Cosa induce una scelta così forte?

«La risposta sarebbe complessa. Volendo semplificare, una scelta di questo tipo è indotta soltanto dallo scoprire che nella vita c’è un desiderio di felicità più grande che non può essere appagato, non può trovare risposte sufficientemente interessanti anche in tutte le cose belle che pur la vita offre».SUORA Articolo 01Lei ha fatto una scelta precisa. Il Signore si può pregare in tanti modi.

«Non esistono scelte più o meno severe, più o meno importanti. Ci sono scelte corrispondenti per quello per cui noi siamo fatti. Sono scelte religiose, di fede, ma anche antropologiche; ognuno di noi è strutturato in modo diverso, e secondo la propria struttura cerca di individuare delle strade di vita; non lo porrei su un discorso strettamente qualitativo: faccio semplicemente quello che faceva per me».

Quanto, oggi, è valorizzata la voce delle donne all’interno della Chiesa cattolica romana?

«Dipende in che ambiti. A livello istituzionale c’è un grosso dibattito, non senza qualche polemica, anche se ci auguriamo ci siano strade di riflessione comune. In questi giorni si è aperto un dibattito per ciò che riguarda il diaconato alle donne; in ambito monastico, il Monastero è stato sempre un luogo di libertà e affrancamento per le donne; anche in tempi in cui sembrava che le regole fossero molto restrittive, di fatto una donna all’interno di un monastero poteva essere libera da tutte quelle costrizioni delle famiglie, dei mariti, dei padri che in qualche modo – oggi ci stupiamo – una volta erano molto forti, molto potenti, esistevano certi condizionamenti da cui risultava difficile sganciarsi; all’interno del monastero c’era la possibilità, pur restando sotto delle regole che potevano essere molto rigide, la possibilità di muoversi con una certa libertà e autodeterminarsi nel cammino della vita».

Domanda delle Cento pistole per dirla con Dumas. Qual è il rapporto con la clausura?

«E’ un rapporto molto complesso, forse caotico, forse problematico, ma lo diventa ancora di più se immaginiamo la clausura per luoghi comuni o ideologie; oggi, come ieri, la clausura è sotto il manto di grandi miti da sfatare: le “sepolte vive”, per esempio, considerare chi fa una scelta di questo tipo come “morta”: è una scelta di separazione, ti chiede da un lato delle limitazioni, di vivere in uno spazio circoscritto, di regolare le tue relazioni secondo delle priorità che ti sei dato e che poi hai scelto; allo stesso tempo, però, è uno spazio privilegiato, che puoi difendere a denti stretti per la tua solitudine, per la tua relazione con il Signore e quella con gli altri; e comunque, oggi la clausura è sotto un grande cammino, un grande passaggio – non tanto perché il valore della clausura non è più lo stesso – tanto perché viene pensato e ripensato dentro un contesto sociale e culturale differente rispetto a quando è nato».
SUORA Articolo 02Da Dumas a Manzoni, ci verrebbe da dire. La visione che abbiamo della clausura è in qualche modo quella manzoniana.

«La Monaca di Monza. E’ un figura che meriterebbe maggiore approfondimento, di recente sono stati editati i diari originali della famosa Suor Gertrude, la “Monaca di Monza” che dicono tutt’altro: la monacazione forzata era uno degli aspetti esistenti all’interno della Chiesa e sollecitati dalle famiglie; la famosa Suor Gertrude desidera opporsi con tutta se stessa e si reca dall’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, a chiedere di essere liberata da questa costrizione; le vicende vanno in altro modo ed è costretta a subire qualcosa che di per sé non rispondeva a quella che era la realizzazione della sua vita».

Suor Chiara, clarissa cappuccina. Quando e come le è giunta la vocazione, questa vocazione.

«La vocazione non è un fulmine a ciel sereno. E’ frutto di un processo, di una ricerca; come tutti i ragazzi, studi, fai attività – non è dunque un intervento diretto da parte di Dio, di solito usiamo metafore del tipo “Dio mi ha parlato”: Dio non parla se non attraverso circostanze, volti, parole – io ho incontrato persone che mi hanno fatto interrogare sulla significatività di una vita cristiana che avesse un senso, portasse in una direzione, potesse dare alla vita qualcosa di più forte, più significativo».

«Taranto nel cuore!»

Vittorio De Scalzi, i New Trolls, la città, l’accoglienza

«Abbiamo molte similitudini: il mare, il porto mercantile, perfino il siderurgico…». «Non ricordo altri abbracci così appassionati nei confronti miei e dei miei vecchi compagni. Dobbiamo tanto al grande Luis Bacalov e, oggi, all’Orchestra della Magna Grecia che ci invita a ricordare un artista immenso»

Il teatro, le stagioni artistiche cittadine hanno richiamato anche i ragazzi ospiti della cooperativa “Costruiamo Insieme”. Entusiasti di assistere a spettacoli teatrali, quando si è trattato di applaudire a vere star della musica leggera e del rock, i “nostri” si sono spellati le mani tanto era l’entusiasmo nell’assistere al “Concerto Grosso” dei New Trolls portato in scena dall’Orchestra della Magna Grecia nella Stagione orchestrale scorsa. Andò talmente bene che l’ICO Magna Grecia ha pensato di invitare daccapo il gruppo musicale di Vittorio De Scalzi, fra i protagonisti del cartellone Magna Grecia Festival promosso dal Comune di Taranto insieme con l’assessorato alla Cultura e allo Sport.

Ci sono artisti che si legano, più di altri, a una città. Per mille motivi. Per affinità, magari perché le sue radici le ha affondate in una città portuale. Poi, come Taranto, negli Anni Sessanta aveva ospitato un siderurgico, l’allora Italsider, che nella Città dei Due mari, era di casa, così la sua Genova aveva fatto altrettanto con “lo stabilimento”.

L’artista in questione, capitano di una squadra di lungo corso è Vittorio De Scalzi. Come dire: la storia dei New Trolls. E’ stato, tornerà ancora, perché Taranto, come l’Orchestra della Magna Grecia, quando ama lo fa a tempo pieno. Così la musica dei “nuovi folletti”, applauditissimi in inverno (lo scorso febbraio, teatro Orfeo), sarà ospite all’interno del cartellone del Festival della Magna Grecia, fiore all’occhiello del Comune di Taranto che insieme con l’ICO ha allestito un programma musicale importante. In inverno, l’occasione era stata la celebrazione di un grande della musica italiana, Luis Enriquez Bacalov, Oscar per la colonna sonora dell’ultimo Massimo Troisi, “Il Postino”. Bacalov su invito del direttore artistico dell’Orchestra della Magna Grecia, Piero Romano, per dodici anni aveva rivestito il ruolo di direttore principale dell’ICO, tanto da volersi perfino trasferire a Taranto. Gli piaceva la Città vecchia. Quando passeggiava nell’Isola, il Maestro, spesso segnava il passo. Si fermava, alzava il capo, fissava porte e portoni, alla ricerca di uno di quei cartelli con su scritto “Vendesi”. Voleva comprare casa in Città vecchia.DE SCALZI Articolo 01GRAZIE, BACALOV

Bacalov, fra i tanti meriti, aveva avuto anche quello di aver rivestito di musica barocca un gruppo musicale che già tanto aveva dato alla musica leggera italiana a partire dalla metà degli Anni Sessanta, fino ai primi Settanta: i New Trolls. Genovesi, come De André, che per loro aveva scritto i testi di “Senza orario senza bandiera”, album-debutto; come Gino Paoli, nato a Gorizia, ma genovese da sempre; come Luigi Tenco, uno dei cantautori più amati di quei tempi e prematuramente scomparso; come Paolo Villaggio, impiegato in una ditta dell’indotto Italsider di Genova, che aveva costruito Fantozzi, il suo personaggio più famoso.

Bacalov e i New Trolls. A volte ritornano. Anzi, non si sono mai divisi. «Io e i miei compagni di un tempo dobbiamo molto a Bacalov – ricorda Vittorio De Scalzi, che canta e suona piano e flauto – era stato lui ad avere la geniale intuizione nell’arrangiare “Concerto grosso”, mescolando la musica barocca, quella seria, al rock progressivo: un milione di copie vendute! Con i New Trolls realizzammo un secondo album, ci difendevamo più che bene dagli attacchi della musica pop che incalzava a suon di 45 giri».

Prima il rock, poi il pop. «Prima della svolta collaborammo in studio e in tour con Ornella Vanoni, ai tempi di “Io dentro, Io fuori”: era il 1977, suonammo anche a Taranto». Teatro Alfieri, la Vanoni ebbe un enorme successo. Anche i New Trolls avevano un loro appeal. «Fra il primo e il secondo spettacolo, durante una passeggiata in centro, cos’era via D’Aquino? Bene, fummo letteralmente assaliti da uno stuolo di fans, che con uno slancio di affetto mai visto bloccarono il traffico. Al pop arrivammo immediatamente dopo – sorride De Scalzi – obbligati dalla bella vita che ci aveva riservato la popolarità di “Concerto grosso”: pensate come eravamo matti, avevamo guadagnato così tanto da montarci la testa; viaggiavamo su “Ferrari” e “Maserati”, difficile rinunciare a certi capricci; avevamo belle voci, ci facemmo due conti, così incidemmo “Aldebaran” e “New Trolls”, l’album della barchetta, e canzoni come “Quella carezza della sera” e “Che idea” che spopolarono».DE SCALZI Articolo 02TARANTINI CHE PASSIONE!

Se ne accorsero anche i tarantini. «Per merito loro finimmo sul New York Times: era il 1979, eravamo da mesi in classifica. Gli organizzatori del nostro concerto a Taranto, affittarono il teatro-tenda di Nando Orfei che per l’occasione sospese gli spettacoli del suo circo: purtroppo montarono il palco in ritardo, così invece di due spettacoli fummo costretti a farne uno solo, a tarda sera. La gente rimasta fuori, con in mano il biglietto, era infuriata, la polizia faceva quello che poteva, quando Orfei ordinò ai domatori di fare uscire gli elefanti: quei bestioni schierati all’ingresso scoraggiarono la gente e tutto rientrò».

Lo spettacolo andò lo stesso in scena. «Facemmo un solo concerto, la gente seduta sui gradini e poi gente appesa ovunque, dai pali ai tiranti del teatro-tenda; le agenzie di stampa ripresero la notizia pubblicata su un giornale locale e finimmo dritti su quotidiani e riviste musicali di tutto il mondo: nemmeno gli elefanti del Circo Orfei fermano i fans dei New Trolls! Bella pubblicità. Ripensandoci, ci andò di lusso che non ci scappò il ferito: Taranto, però, la ricorderemo anche per i concerti al teatro Alfieri a metà Anni Settanta e al Tursport, momenti indimenticabili. Come indimenticabile, per noi, è stato Luis Bacalov al quale riconosceremo sempre buona parte del nostro successo». Nemmeno a dirlo, a febbraio scorso teatro Orfeo “sold out”, luglio Villa Peripato, Festival della Magna Grecia, idem. New Trolls, bene, bravi, bis.

«Stare in prima linea»

Gabriella Ficocelli, assessore a Servizi sociali e Integrazione

«Convinta dal sindaco Rinaldo Melucci. Avverto la sofferenza della gente, chiede sostegno economico e una casa. Lavoriamo per gli anziani e per i giovani, centri di aggregazione e corsi di formazione. Dalla parte delle donne deboli, con orientamento a servizi sconosciuti, rapporti con tribunale e Asl»

Un assessorato che ci sta particolarmente a cuore, perché dalla parte dei deboli, è sicuramente quello ai Servizi sociali che fa il paio con l’Integrazione. Da poche settimane Gabriella Ficocelli, un passato nello stesso ruolo nell’Amministrazione del Comune di Pulsano, ha assunto una delega che in una città in sofferenza come quella di Taranto rappresenta un assessorato delicato, di “prima fascia” oseremmo dire.

Con il neoassessore a Servizi sociali e Integrazione, Ficocell partiamo proprio da un impegno non indifferente appena assunto. Una decisione non semplice.

«E’ una decisione che ho assunto con grande senso di responsabilità. Un ruolo importante, al di là dell’aspetto istituzionale, considerando che è lo stesso primo cittadino a rispondere della Giunta, lo ha avuto il sindaco. E’ stato Rinaldo Melucci, infatti, a chiedermi se avessi voluto far parte della sua squadra.

Accettato l’incarico, ho avuto modo di verificare come i Servizi sociali vantassero dirigenza, organizzazione e programmazione già avviata. Merito dell’Amministrazione ed evidentemente di chi mi ha preceduta in questa attività. Certo, facciamo i conti con il sovraccarico di lavoro, la carenza del personale, parte del quale a breve andrà in pensione. Ma detto questo, faremo un piano organizzativo con il quale proseguire l’attività in modo ragionato».FICOCELLI - Copertina 2Verso quale direzione ha mosso i primi passi?

«All’interno della progettazione e, in particolare, nel potenziamento di due progetti. Abbiamo, infatti, partenariato il Progetto marea, che dovrebbe beneficiare del finanziamento di bonifica per il Sud e che riguarderà i ragazzi dai dieci ai quattordici anni che muovono i primi passi in Città vecchia e al quartiere Tamburi. Un altro progetto, quello per gli ex detenuti, introdotti nel sociale attraverso un percorso di formazione e, successivamente, in ambito lavorativo».

Tribunale dei minori, Centri diurni, Case-famiglia, Centri per disabili e anziani, Sportello violenza sulle donne. Ma davvero le bastano 24 ore al giorno?

«Ce le facciamo bastare, mi sento affiancata da una struttura forte. Una delle prime visite l’ho fatta al Tribunale dei minori, dove ho incontrato il presidente Bina Santella, che ha confermato alta professionalità e sensibilità nel ruolo da lei rivestito. Nel corso dell’incontro mi ha manifestato massima collaborazione.

Ho visitato il Centro antiviolenza esistente all’interno di una sede Asl, fra via Campania e via Dante: la donna viene accolta da un’associazione presente tutti i giorni all’interno della struttura: massima disponibilità da parte del personale nel dare consigli in tema di ginecologia, formazione per il parto, allattamento e nel suggerire corsi personalizzati».

Continuità rispetto al passato?

«Faccio tesoro del lavoro di chi mi ha preceduto. Ognuno evidentemente ha il suo modo di operare, mi rapporterò con il vicesindaco Paolo Castronovi, che ha la delega anche alle Risorse umane. Insieme faremo il possibile per implementare la macchina amministrativa. A breve faremo riferimento a un finanziamento regionale che ci permetterà di contare su dodici nuove assistenti da inserire all’interno del nostro gruppo di lavoro perché il Segretariato sociale abbia maggiore rilievo e attenzione».FICOCELLI Articolo 02Il suo inserimento, in breve.

«Torno sulle parole del sindaco, che mi ha prospettato l’impegno facendomi sentire subito come fossi a casa mia. Faccio naturalmente tesoro del ruolo e della responsabilità assunta nei Servizi sociali nell’Amministrazione comunale della mia cittadina, Pulsano: è lì che ho maturato la mia esperienza; normative, regolamenti e piani di zona, dunque, non sono materie nuove per me».

Volessimo avere la percezione del suo operato.

«A brevissimo. E’ prevista la consegna di due centri di aggregazione per anziani, in piazza Grassi e piazza Catanzaro, con un’associazione che si prenderà cura degli ospiti. A seguire, il progetto di mediazione familiare, e sempre all’interno del nostro servizio, un bando di gara per borse-lavoro destinato ai ragazzi fra i sedici e i ventuno anni che faranno un percorso formativo e un tirocinio di sei mesi per avere sbocchi occupazionali».

Cosa le chiedono più spesso?

«Contributi economici, una casa. L’emergenza abitativa è un tema molto avvertito. Cerchiamo di responsabilizzare l’utenza alla ricerca di appartamenti, aiutandola con contributi per gli affitti con riferimento al Canone di locazione regionale. Cerchiamo, inoltre, di accompagnare gente che invoca aiuto anche nell’orientamento ai servizi che non conoscono, dai rapporti con il tribunale a quello con l’Asl. Non nascondo che in molti casi si crea un legame familiare, di grande affetto, e questo è un aspetto importante, se non fondamentale, in un assessorato, come diceva lei, così delicato».

«Una città da sogno»

Paolo Castronovi, vicensindaco e assessore

Lusingato dall’incarico attribuitogli dal sindaco Rinaldo Melucci, ha delega a Risorse umane e Società partecipate. Vorrebbe imprimere una svolta con nuovi piani assunzionali. «Abbattuti i paletti del dissesto, stiamo rinforzando la Polizia locale. C’è carenza di personale, ma trovate le risorse economiche proseguiremo attingendo alle graduatorie scaturite dai concorsi»

Paolo Castronovi, assessore a Risorse umane e Società partecipate, nonché vicesindaco. Al di là del ruolo istituzionale, sostituire cioè il sindaco, la nomina che gli ha riconosciuto il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci, è un’attestazione di stima.

«Detto che istituzionalmente il vicesindaco è colui che in assenza del sindaco si assume le identiche responsabilità del primo cittadino, al momento di assegnarmi l’incarico di vicesindaco, il primo cittadino si è compiaciuto per responsabilità e impegno da me profusi nell’esperienza di assessore alle Risorse umane e agli Affari generali. In particolare, mi ha riconosciuto la capacità nel mediare con associazioni di categoria e sindacati, compito sicuramente utile in questo momento alla Giunta della quale mi onoro di far parte».

Il suo vissuto, l’impegno prima di entrare in Giunta.

«Dopo aver concluso un primo ciclo di studi, ho iniziato a lavorare all’interno dello stabilimento Ilva, dove ho lavorato per undici anni; è stato in quell’ambito che ho cominciato a coltivare la passione per l’attività sindacale con una delle sigle riconducibili al Comitato aziendale europeo; ho successivamente continuato l’esperienza sindacale nel Sunir – sindacato degli inquilini – per proseguire come responsabile del personale di punti-vendita di un nota azienda presente in tutta la Puglia; lì ho fatto esperienza interfacciandomi con il personale, stavolta dalla parte datoriale; il sindacato, nel frattempo, mi aveva dato modo di fare patronato ed esperienza a difesa anche di quanti non lavorano. Grande esperienza quella nel patronato, è lì che comprendi quale sia il reale bisogno della gente: incontri il pensionato che chiede di essere seguito nelle pratiche quotidiane, ma anche chi, purtroppo, non ha risorse economiche per fare la spesa e devi impegnarti nel trovare soluzioni».CASTRONOVO Articolo 01Il ruolo di assessore di Paolo Castronovi.

«Con la delega alle Risorse umane ho potuto comprendere le difficoltà esistenti all’interno dell’Amministrazione causa carenza di personale: esistono norme che si incrociano, pertanto quando c’è bisogno di unità lavorative in un determinato settore c’è sempre un motivo che rimanda in avanti la necessità di completare un organico con nuove assunzioni».

Senza entrare nel merito della gestione e della delega alla Polizia locale, ruolo fra l’altro ricoperto con impegno dall’assessore Gianni Cataldino, Taranto ha grande carenza di vigili urbani.

«Ribadito che è complicato assumere in qualsiasi comparto, non solo in quello della Polizia locale, come Amministrazione abbiamo ereditato una situazione economico-finanziaria problematica a causa del dissesto; questo status ci obbligava ad attenerci a precise disposizioni nel formulare piani assunzionali; lo scorso anno, con l’uscita formale dal dissesto, questo criterio è stato in qualche modo azzerato: a proposito della Polizia locale, sono state fatte le prime assunzioni, tredici fino ad oggi,  da una graduatoria scaturita da un bando di concorso indetto dalla Pubblica amministrazione; una volta trovate le risorse economiche, la Giunta delibererà per nuove assunzioni entro fine anno».CASTRONOVO Articolo 02Taranto, il punto di vista da cittadino e amministratore.

«Come molte altre città, anche Taranto vive le sue contraddizioni: da un lato un certo benessere, dall’altro una povertà palpabile; esempio banale, visto che me ne sono occupato in queste ore: cittadini chiedono la pulizia dei cassonetti, ne fai installare anche di nuovi, dopo mezz’ora qualcuno gli dà fuoco; Taranto, dunque, città particolare e complicata: di certezze non ne ho mai avute, ma da amministratore con questa Giunta cerco di dare delle risposte. In qualità di cittadino, osservo che il sindaco e i suoi assessori stanno svolgendo un buon lavoro; le intenzioni sono quelle di “ribaltare” la città: i risultati non possiamo vederli dall’oggi al domani, anche se già nei prossimi mesi potremo assistere ai primi risultati positivi».

Ultima domanda. Assessore alle Risorse umane e Società partecipate, la cosa a cui tiene di più di altre.

«La svolta occupazionale nel Comune di Taranto. Ho personalmente constatato le difficoltà degli impiegati a causa della carenza di personale; se riuscissi a imprimere una svolta a una domanda tanto insistente quanto legittima, per me sarebbe una grande soddisfazione».

«Chiara e forte!»

Floriano Dandolo, genitore di una piccola in cura al SS. Annunziata

«Un emocromo inquina il sangue di mia figlia. Cambia la vita, disintegra le certezze. Ma la piccola ha il carattere forte della mamma, sorride e sta uscendo fuori dalla terapia. L’importanza di incontrare professionisti e curare sul posto. Disposto a incontrare altri genitori…»

Sul sito, ma sostanzialmente sui mezzi di comunicazione di cui dispone “Costruiamo Insieme” (canale youtube e web radio), abbiamo spesso ospitato dirigenti, primari dell’azienda ospedaliera locale. Confronti per comprendere quali fossero le attività dell’Ente ospedaliero e le attese, invece, di pazienti e familiari che si avvicinano a un nosocomio, che sia un Pronto soccorso o uno dei reparti del “SS. Annunziata” piuttosto che “San Giuseppe Moscati”.

Questa volta sentiamo dalla voce di un papà, Floriano Dandolo, che al SS. Annunziata ha in cura la sua bimba, Chiara, cinque anni, che segue una serie di cure per combattere una malattia del sangue. Qual è il punto di vista di un genitore, la percezione di un utente, quando di fatto mette nelle mani di un’azienda ospedaliera una vita più preziosa della propria.

«Una macchina complessa; all’inizio ti trovi al cospetto di un percorso tortuoso che fai fatica a capire, se non fosse che nella sfortuna hai la fortuna di incontrare personale, non solo medico, umano e altamente professionale. E’ anche grazie a questo che riesci a farti una ragione di quanto ti stia accadendo, e ad avvicinarti a un tipo di vita che non t’aspettavi, quella di genitore costantemente all’erta. Non è facile, ma quando entri in un simile meccanismo, cominci a ragionare e a camminare con le tue gambe, immedesimandoti in totale nei momenti che stai vivendo, in questo caso con la mia bambina, Chiara, appena cinque anni, e mia moglie, Maria Rosaria».DANDOLO Articolo 01Un “emocromo sospetto” entra nella vostra vita. Una scossa spazza via qualsiasi sicurezza.

«Di colpo non esiste più l’ordinario, la vita quotidiana, una inattesa onda d’urto ha spazzato in un istante il concetto di “casa”. Non solo in senso fisico, ma anche dal punto di vista psicologico: la famiglia cede sotto i colpi di un emocromo. La vita ti costringe a voltare pagina, a gestire situazioni inattese. E, purtroppo, non ogni tanto, ma giornalmente, ora per ora».

Di Chiara ne parliamo a breve, ma tuo figlio, Luca, sette anni, dunque appena più grandicello, che domanda ti ha posto a proposito della sorellina?

«Domanda spiazzante. “Papà, che fine hanno fatto Chiara e la mamma?”. In quel caso mi ha soccorso una illuminazione. Ho inventato una favoletta spiegando la realtà, anche se in tutta coscienza non sapevo se fosse stata quella la cosa giusta. Consultando una psicologa, cui ho spiegato cosa fosse accaduto e come mi fossi comportato, mi è stato spiegato che avevo agito in modo ingenuo, ma funzionale. I bambini che non sono vittime di malattie rare e vigliacche devono anche sapere che esiste il bene, ma anche il male. Questo credo sia fondamentale. Non dobbiamo spegnere loro il sorriso, ma accompagnarli sul sentiero della vita che alterna cose belle a cose talvolta meno belle. Nei momenti in cui vieni preso alla sprovvista non è semplice trovare le parole giuste, poi, dicevo, l’illuminazione, ti soccorre il mestiere di genitore: la storiella…».

Qual è stata questa storiella raccontata a Luca?

«“Alla tua sorellina – ho spiegato al piccolo – hanno trovato il sangue “sporco”, tanto che si sono rese necessarie cure per “ripulirglielo”: questo è quanto…».

Poi incontri Valerio Cecinati, primario del reparto di Pediatria al SS. Annunziata. L’importanza di un medico.

«Un raggio di sole improvviso sbucato da una fitta nube nera. Non solo uno stimatissimo professionista nel campo della pediatria, ma anche medico qualificatissimo nel settore oncoematologico. Credo che in breve tempo, anche grazie ai colleghi del reparto, al personale paramedico, insieme ai collaboratori abbia trasformato un treno a vapore in un mezzo di collegamento che viaggia più spedito. La mia sensazione: non si fermerà fino a quando il suo reparto non diventerà un treno ad alta velocità».

DANDOLO Articolo 02Ci diceva che ha assunto un impegno. Spendere il suo tempo libero nell’incoraggiare quei genitori che avranno bisogno di un sostegno psicologico. Chi meglio di lei  la sua signora.

«Sottoporre un paziente a cure continue, a casa o in prossimità di casa, senza sottoporsi a spostamenti e lunghi viaggi nella sfortuna di una malattia che interessa un numero di pazienti in costante crescita, è un vantaggio psicologico non indifferente. Io e mia moglie, per esempio, per sottoporre la piccola a cicli di radioterapia ci siamo spostati non più lontano di San Giovanni Rotondo. E qui torniamo alla professionalità, all’importanza di un medico che esamina caso per caso e suggerisce la strada più giusta da compiere. Dunque, diffidate dai suggerimenti di amici e parenti, che possono indicare centri di eccellenza, ma magari non idonei a quel caso specifico».

Chiara, il suo comportamento, i suoi sorrisi. I suoi genitori.

«Non ha mai smesso di sorridere. E’ un fiume in piena, con il suo carattere travolge tutti, genitori e personale in primis. Merito della mamma, da cui Chiara ha preso il carattere forte, determinato. La terapia si divide in due fasi: in day hospital e in ricovero. Stando a Taranto, i due bambini usufruiscono della nostra costante presenza di genitori, in quanto possiamo alternarci; fosse stato altrove, un altro centro lontano da casa, sarebbe stato molto più difficile. Non dimentichiamo che la vita del bambino, appena sette anni, deve proseguire nel modo più normale possibile…».

Consigli ai genitori.

«In reparto ho lasciato il mio numero telefonico, disponibile con chiunque voglia scambiare due parole su una esperienza che io e mia moglie abbiamo vissuto in prima persona. A volte, le parole semplici possono alleggerire un peso sotto il quale si rischia di finire schiacciati nel fisico e nella mente».

«Speriamo che me la cavo»

Erika Blanc, fra cinema e teatro, dopo “Quartet”

«Ai giovani che fanno cinema e tv consiglio le tavole del palcoscenico. E’ la base di questo mestiere. Aspiravo a un ruolo nella commedia di Harwood, ho studiato, ce l’ho fatta». Squarzina, Strehler, Lionello. «Vi racconto la “k” ballerina del mio cognome…»

Teatro Orfeo di Taranto, in scena la commedia “Quartet” in programma all’interno del cartellone dell’associazione culturale “Angela Casavola”. Altro tassello, esclusivo appannaggio della cooperativa “Costruiamo Insieme” che ha affiancato in veste di sponsor la rassegna teatrale che si avvale della direzione artistica di Renato Forte.

In scena, fra i protagonisti della commedia scritta da Ronald Harwood, l’attrice Erika Blanc. Nota al grande pubblico, è stata protagonista di sceneggiati per la tv e film, non ultime le prove cinematografiche con Ozpetek, Avati, Castellitto e Gassman. Una seconda giovinezza, posto che la prima sia conclusa. Ci perseguita un dubbio, tanto che l’attrice ci scherza sopra. «Come li porto i miei 33 anni, bene?», dice mentre viene microfonata da Paolo D’Andria che cura regia, riprese e montaggio.

Teatro, signora. Ci dica fuori dai denti cos’è il teatro per lei?

«Parlo sapendo di non offendere nessuno, poi cosa possono farmi quanti si sentono colpiti dal mio modesto punto di vista, togliermi il saluto? Dunque, quanti fanno gli attori senza prendere in considerazione le tavole del palcoscenico, penso commettano un grave errore. Dunque, il teatro. S’è capito il mio punto di vista: è la massima espressione per l’attore, la base del mestiere per chi ha scelto di fare l’attore, cinema o tv che sia? Prima, passasse dal teatro».BLANC Articolo 02 - 1Una delle sequenze più ricercate e cliccate su youtube, il ruolo della nonna, giovane nello spirito, e saggia, con battute al fulmicotone ne “La bellezza del somaro” di Sergio Castellitto.

«La scena del  “tutti a tavola” e qualcuno, uno dei ragazzi, tira fuori un serpente facendolo passare per un normale animale domestico: una delle scene più esilaranti. Guardo il rettile, rifletto e dico appena: “Poverino, tutta la vita a strisciare, senza le zampette…”».

La sua carriera, prima del teatro.

«Ho cominciato con i fotoromanzi, poi il cinema, che agli inizi non mi ha dato grandi soddisfazioni. Sì, si impara, ma il teatro è un’altra cosa. Verso i trentatré anni mi sono posta una domanda: “Quanto durerò ancora come “bella ragazza”?”. Così ho lavorato con Strehler e Squarzina, poi con Alberto Lionello, compagno di una vita».

Blank o Blanc?

«Sono partita con la “k”, doppia se consideriamo il nome, Erika; facevo il cinema e a qualcuno venne in mente di estendere una “k” civettuola anche al cognome, perché faceva tanto straniera: “Blank”. Ma chi se ne frega, mi sono detta, poi una volta salita su un palco, insieme ai miei registi, ho pensato che Blanc facesse più, come dire, intellettuale: e sia Blanc…».

Sembra davvero sbucata da uno di quei suoi ultimi film per quell’aria un po’ svanita, che le dà sempre un fascino irresistibile. “Quartet”, bel personaggio.

«Speravo in questo ruolo, ambivo a questa commedia: si ride, ci si emoziona; credo faccia per le mie corde, non crede? Amo il teatro, i suoi rituali, un po’ meno i suoi chilometri: oggi fra una rappresentazione e l’altra ce ne scappano anche cinquecento e, magari, alla mia veneranda età pesano; sa, ho ventitré anni io, non si direbbe, vero? ».BLANC Articolo 03 - 1Impagabile, signora Blanc. Sembra già entrata nel personaggio che interpreterà in scena. Non aveva detto trentatré anni?

«Trentatré, avevo detto così? Mah, Totò avrebbe detto “sto nel decennio”: ventitré, trentatré, che importa, a volte me ne sento anche meno; forse ne ho davvero tanti meno…».

Le è sfuggito qualcosa nella sua carriera?

«Non credo, ho avuto tutto da questo mestiere. Penso di aver compiuto una carriera incredibile. Ho sempre trovato un ruolo che facesse per me. Penso a Castellitto, ma anche a Proietti e Gassman; qualche volta, intorno, registro picchi di Alzheimer: l’importante è che questi sintomi non li abbia io…».

Non le fa difetto la battuta. Studia ancora, “Quartet”, per esempio, è impegnativo.

«Studio sempre, è importante per crescere e io, fuori dall’ironia, voglio ancora crescere; in “Quartet” ho fatto una sostituzione, alla prima prova ho notato che mi adoravano tutti: lavorare con Ponzoni, con la stessa Paola, una grandissima, è molto bello; e Pambieri? Meriterebbe di fare più cinema, grande attore…».

Lei, non scherza.

«Io, me la cavo. Ecco, io speriamo che me la cavo…».

«Respingere mai!»

Parla l’amministratore accusato per “troppa indulgenza” con gli extracomunitari

«Regolamentare sì, ma nel frattempo dobbiamo essere ospitali: appartengo a una Destra sociale che non c’è più. Ho fatto solo il mio, poi i “leoni da tastiera” hanno fatto della normalità, cioè l’accoglienza, un caso mediatico». Scatenati quotidiani e tv nazionali.

Alessandro Scarciglia, vicesindaco di Avetrana, riceve offese e insulti sui social network. Unico torto, punti di vista – noi la pensiamo esattamente come lui – essersi prodigato nel dare accoglienza a settantatré migranti pakistani sbarcati nei giorni scorsi sulla spiaggia di Torre Colimena, Marina di Manduria. Sono in molti ad esprimere solidarietà a Scarciglia. Politici, sindacati, cittadini si schierano dalla sua parte, qualcuno parla di «vergognosa aggressione nei suoi confronti» e, invece, lo ringrazia «per l’impeccabile lavoro istituzionale svolto e avere interpretato nel modo più giusto il ruolo di amministratore».

“Costruiamo Insieme” ha fatto di più. Ha invitato Scarciglia in studio per farsi raccontare direttamente dal protagonista di un gesto normale, quello dell’accoglienza, diventato suo malgrado “speciale”. Tutto nasce da un equivoco. La formazione politica di appartenenza, passata attraverso diversi partiti che, però, non incarnavano lo spirito dell’amministratore.

Insomma, Scarciglia, una tempesta mediatica?

«Ho fatto quello che dovrebbe fare ogni essere umano, che sia di destra o di sinistra: aiutare il prossimo; mi meraviglia, invece, quanto si è scatenato mediaticamente nel giro di qualche ora. Ma andiamo per ordine: sono appena passate le sei e mezzo del mattino, mi chiama un brigadiere della Stazione dei carabinieri di Avetrana: settantatré persone, appena sbarcate, sono in fila indiana sulla strada, si dirigono da Torre Colimena – dove è avvenuto lo sbarco – verso Avetrana; non sono più in territorio di Manduria, così spetta a noi, avetranesi, darci da fare: è gente che da giorni – nove abbiamo saputo – viaggiava in mare».SCARCIGLIA articolo 01Scatta l’operazione-ristoro.

«Sollecita. Cominciano i carabinieri, un esempio in fatto di impegno, per proseguire con rappresentanti della Prefettura di Taranto che hanno svolto il lavoro di identificazione con la massima velocità; metto a disposizione di questi settantatré poveretti, stanchi, denutriti, con appena la forza di ringraziarti a mani giunte, lo stadio comunale: lì troviamo magliette, ciabatte, servizi igienici. Grazie infinite a un ristoratore del posto, al titolare di un negozio di casalinghi e alla generosità dei cittadini non solo di Avetrana – perché c’è stata una corsa alla solidarietà – i migranti hanno ricevuto pasto caldo, bottigliette d’acqua, bicchieri posate, indumenti e scarpe».

Lei, però, è di destra: non glielo hanno perdonato. Cosa fanno quanti appartengono a questa ideologia: mangiano i bambini, prendono a sassate o botte i richiedenti asilo, li respingono in mare e chi si è visto, si è visto?

«Sono orgogliosamente di destra, ho vissuto da ragazzo il Movimento sociale, poi Alleanza nazionale, infine Fratelli d’Italia, da cui sono poi uscito: attualmente sono sprovvisto di tessere di partito; mi manca la mia Destra sociale, all’interno della quale non si è mai parlato di dichiarare guerra a bisognosi e richiedenti ospitalità: regolamentare sì, respingere mai, siamo seri! Alla base di tutto deve esserci rispetto per chiunque sia un diverso, per pelle, religione, politica che sia; a casa, come in politica, mi hanno insegnato ad aiutare i deboli da qualsiasi parte del mondo arrivassero».

Veniamo all’attacco web. 

«Il web è bello perché è democratico, ma andrebbe regolamentato: uno non può pensare di aggredire impunemente chiunque, sono contro i “leoni da tastiera”; sono stato oggetto di un “agguato mediatico” da parte di un rappresentante del centrodestra e di uno del centrosinistra, in perfetta par condicio: ognuno di questi diceva il contrario dell’altro, figurarsi io che ero al centro della vicenda; dei due, chi diceva che un uomo di destra deve usare il polso duro e respingere gli sbarchi; chi, invece, che il sottoscritto era in cerca di visibilità: hanno perso entrambi un’occasione per tacere».
SCARCIGLIA articolo 02Tutto è finito lo stesso giorno.

«Di più, a mezzogiorno in punto! La Prefettura aveva disposto il trasporto dei pakistani all’hot spot di Taranto per espletare le ultime formalità e definire per ciascuno di questi la destinazione. E’ stata una vera corsa di solidarietà, due ragazze si sono offerte da interpreti e tutto è andato nel verso giusto; in molti si sono complimentati per come ci siamo attivati all’interno della vicenda: amministratori, commercianti. Per dirla tutta, doveva finire tutto lì: soccorso, ristoro e trasferimento dei settantatré pakistani a Taranto».

Dei pakistani, i “leoni” non se ne sono occupati affatto.

«Due cose sono sfuggite ai più: la disperazione di questa gente in cerca di libertà e l’errore di rotta, perché non so spiegarmelo come sono stati “spinti” a Torre Colimena; magari si tratta di una nuova rotta, chi può dirlo?».

Tv e stampa nazionale, la sua vita per qualche giorno è cambiata. 

«Continuo a fare l’amministratore nell’unico modo in cui mi è stato insegnato: il rispetto. Vuole sapere l’ultima? Da sempre mi spendo nel sociale, per formazione culturale: faccio clownterapia, in tasca sempre il famoso “naso rosso” (simbolo dei “clown di corsia”, ndr): con altri associati vado spesso a Brindisi, portiamo il buonumore in corsia, tanto ai bambini malati quanto agli anziani; sono stato a fare l’animatore, a portare il buonumore anche nei Centri di accoglienza; come vedete, non mi sono improvvisato, da sempre mi spendo per il prossimo, figurarsi se il colore della pelle può fermarmi…».

«Gesù predicava l’accoglienza»

Frate Antonio Perrella, Ordine di ispirazione benedettina

«Il Signore insegna che la discriminazione disumanizza l’uomo. Ognuno di noi rischia di perdere il senso di se stesso. I ragazzi venuti dall’Africa alimentano una speranza, spesso ricambiata con una esperienza brutale già vissuta nella propria terra»

Un nuovo incontro nel quale affrontiamo un altro aspetto della religiosità, avendo già ospitato, fra studio e web, rappresentanti della chiesa cattolica e musulmana. Nel tempo abbiamo documentato con il massimo rispetto qualsiasi confessione; temi delicati, dando voce a chiunque nella costruzione di un dialogo fra religioni diverse.

Frate Antonio Perrella dell’Ordine monastico ecumenico di ispirazione benedettina, era già stato protagonista della lavanda dei piedi, gesto compiuto da Gesù Cristo con i suoi apostoli. Nell’occasione, frate Antonio aveva invitato quanti, a torto, vengono visti come diversi. Fra questi, un nostro ragazzo, Samuel, che completò la sua partecipazione alla funzione religiosa con la lettura di alcuni passi del vangelo.

Frate Antonio, parliamo del suo Ordine. 

«Appartiene alla Chiesa episcopale che fa parte della Grande comunione anglicana. Si pone come un ordine che vuole favorire la vita comune fra cristiani provenienti e mantenenti la propria confessione di appartenenza. Proponiamo uno stile di vita comune fra fedeli provenienti dalle diverse declinazioni del Cristianesimo favorendo la causa dell’ecumenismo».PERRELLA Articolo 01Cristianesimo come pluralità.

«Certo, Cristianesimo: plurale e non univoco. Ci troviamo su un territorio, il nostro Paese, nel quale la Chiesa predominante è quella Cattolica romana. Noi viviamo la nostra Chiesa con uno stile di vita diverso, gomito a gomito con gente che vive esperienze differenti dalla mia, senza la pretesa che ciascuno di noi cambi idea sulla propria fede; non è una caso che sabato e domenica non svolgiamo attività capitolari conventuali, ciò per consentire a monaci e monache – in quanto Ordine misto, maschile e femminile – di dedicarsi al proprio culto nella propria chiesa».

Perché “benedettino”?

«Siamo nati come un’associazione. Un gruppo di amici, teologi, teologhe, e non. Insieme, senza presunzione, volevamo fare qualcosa di buono: abbiamo pertanto iniziato come associazione impegnata nell’integrazione all’interno di una pluralità confessionale. Ci siamo accorti che la regola di San Benedetto poteva essere un luogo favorevole nel quale questa pluralità potesse incontrarsi; volessimo ridurre ai minimi termini la regola benedettina, non potremmo non farlo usando la famosa espressione “Ora lege et labora”: prega, studia e lavora; tre ambiti in cui, tutti i cristiani appartenenti a fedi diverse possono fare insieme qualcosa e da lì partire per costruire la tanto attesa unità fra cristiani».

Viglia di Pasqua, il rito della lavanda dei piedi. Fra gli “apostoli” anche il nostro Samuel.

«Abbiamo celebrato un rituale che anticipasse per tutti la Pasqua del Signore; abbiamo voluto simboleggiare la lavanda dei piedi a persone che in qualche modo si sono sentite escluse o emarginate nella nostra società: Samuel rappresenta una categoria che alimenta una speranza, spesso ricambiata con una seconda emarginazione, esperienza brutale già vissuta nella propria terra; Gesù, invece, ci insegna che la discriminazione è la strada che disumanizza l’uomo, ciò che fa perdere ad ognuno di noi il senso di se stesso; la strada di Gesù è, invece, quella dell’accoglienza.

A tal proposito ho pubblicato un lavoro esegetico-sistematico dal titolo “Giovanni – La Parola esclusa perché Parola per gli esclusi”: Gesù non va alla ricerca della perfezione o della omologazione, bensì a quella del cuore; che poi questo cuore viva in un corpo nero, bianco, giallo, diverso».PERRELLA Articolo 02 Questo nuovo stile di vita cui fa riferimento, oggi può essere ancora attuale?

«Penso proprio di sì; il Monachesimo non è una élite di brave persone – sarei il primo a scappare via… – ma qualcosa che supera il fatto cristiano; il Monachesimo si palesa prima del Cristianesimo: è qualcosa di più complesso, fondamentalmente è la continua ricerca di Dio, “Quaerere deum”, che porta in sé tantissime domande sul senso della vita: chi sono, da dove vengo, dove vado, come posso essere migliore, promuovere all’ennesima potenza tutte le mie facoltà; dunque è un qualcosa che supera il fatto cristiano e si muove sulle dinamiche antropologiche; finché nell’uomo risiederanno queste domande, allora ci sarà posto per il Monachesimo».

La sua vocazione.

«Non è avvenuta attraverso un’apparizione, un miracolo: si è costruita incontrando persone; si è mostrata attraverso lo studio teologico e quanto è accaduto nella mia vita: sono stato oggetto di una seduzione sottile che alla fine mi ha condotto a una vita di discepolato di Gesù; un continuo mettermi in movimento nel rispondere alla volontà di nostro Signore».

«C’è tempo per invecchiare»

Giuseppe Pambieri, attore, regista a teatro con “Quartet”

«Ogni giorno è quello buono per imparare ancora, dalla farsa al teatro greco. Scappato via dal “Piccolo” di Streheler, ho debuttato con Enriquez, in scena con la splendida Valeria Moriconi. I giovani sono attenti, basta fare le cose con coscienza, la tv ha laureato come attori di successo un sacco di gente…». Altro spettacolo promosso da “Costruiamo Insieme”

«Mi scusi, ma ch’è per caso “Er Tapparella”?». Potenza del cinema popolare replicato in tv all’infinito. Giuseppe Pambieri, una vita per il teatro, ma anche per la tv e il cinema, ancora oggi viene riconosciuto per uno dei personaggi-culto imbucati nelle inchieste dell’ispettore Giraldi, quel Tomas Milian doppiato da Ferruccio Amendola con tipico accento romano. “Squadra antifurto” di Bruno Corbucci, anno di grazia 1976. «Ero in taxi, a Roma, quando il conducente ha fissato per un paio di volte lo specchietto retrovisore, al terzo tentativo non ce l’ha fatto più: “A’ dotto’, ma ch’è per caso lei è “Er Tapparella”?”. Confermo. Come confermo che nella vita si può fare tutto, un attore che vuole crescere, misurarsi con i propri mezzi deve provare qualsiasi cosa: teatro, tv o cinema che sia».

Pambieri in giro per teatri. Centinaia di chilometri in un giorno. Circola con “Quartet” di Harwood, partner Paola Quattrini, Cochi Ponzoni, Erica Blanc, titolo all’interno della Stagione teatrale “Angela Casavola” promossa dalla cooperativa “Costruiamo Insieme” e in programma al teatro Orfeo di Taranto con la direzione artistica di Renato Forte. Non esistono più le stagioni teatrali di una volta. Se ami questo lavoro, prendere o lasciare, spiega Pambieri. «Il teatro è cambiato, difficile sostare due giorni di seguito in provincia e spostarsi al massimo di cinquanta, cento chilometri, un tempo gli impegni erano spalmati in modo ragionato: oggi non è più così. Ma non siamo cambiati noi “teatranti”, quanto le strutture intorno a noi: una volta esistevano poche compagnie primarie, c’era una maggiore cura nel mettere in scena uno spettacolo, si sostava all’Eliseo di Roma, al Manzoni di Milano, adesso c’è una pletora di compagnie: la tv ha laureato nuovi attori di successo che si sono imbarcati in situazioni teatrali».PAMBIERI Articolo 2 - 1DEVO TUTTO ALLA TV, MA…

Situazioni è bella. Pambieri ha il sorriso di chi preferisce non insistere sull’argomento. Del resto, anche lui ha fatto molta tv. «Devo tutto alla tv – dice serio, l’attore – “Le sorelle Materassi” con la regia di Mario Ferrero, “La scuola delle mogli” e “Sotto il placido Don” di Vittorio Cottafavi, poi tutto l’Anton Giulio Majano disponibile, gli sceneggiati “Il signore di Ballantrae”, “Quell’antico amore” e “Strada senza uscita”. Poi daccapo il teatro, dove mi trovo a mio agio. Ma la tv non l’ho mai abbandonata del tutto, ha fatto dieci anni di “Incantesimo” io, e anche questa tv mi è servita».

E’ sincero quando dice che ama qualsiasi forma di espressione artistica, teatro, tv, cinema. «Mi chiamano molto spesso, ma di traverso – ma, dico, anche per fortuna – ci sono i contratti, che vanno rispettati: ti propongono cose molto belle, in qualche modo attese, ma devi ringraziare e declinare l’invito dei produttori, perché stai facendo altro; non sempre si può fare quello che si vuole, ma va benissimo così».

La sua formazione viene da lontano. «Ho avuto l’onore di lavorare con i più grandi: Strehler, Zeffirelli, Ronconi, dopo aver studiato al “Piccolo” di Milano, ho avuto un ruolo nell’“Arlecchino servitore di due padroni”; più cose fai, più ti completi: a ventitré anni ho interpretato “Le mosche” di Sartre diretto da Franco Enriquez, per me fondamentale, accanto a Valeria Moriconi, nel suo momento di massimo splendore, e Renzo Montagnani: vinsi la “Noce d’Oro”, assegnata all’“attor giovane” più bravo in quel momento; sono scappato dal “Piccolo”: fossi rimasto lì, mi sarebbe toccata una battuta all’anno, invece volevo crescere, fare altre esperienze».PAMBIERI Articolo - 1GIOVANI, AMANO I CLASSICI

Teatro e pubblico, chi dei due è cambiato di più in questi anni. «E’ cambiato all’esterno, ma il prodotto funziona solo se sei onesto, fai una cosa importante, ci credi e ti diverti a farla; se funziona, arriva al pubblico; non è vero che i giovani hanno preso le distanze dal teatro, tutt’altro: se fai i classici, e ve lo dice uno che ha fatto “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello, “La coscienza di Zeno” di Svevo, i giovani impazziscono; sto girando anche con un mio spettacolo su Leopardi, “Infinito Giacomo”: funziona per il pubblico “normale”, ma anche per gli studenti».

Una volta, però, c’era una liturgia, l’attore, il baule, gli strumenti del mestiere. «Vero, si viaggiava col baule: io ne ho uno della Premiata fabbrica “Cavallotti” che mi ha venduto Enrico Rame, appartenuto a Wanda Osiris; una volta si partiva con questo “benedetto” baule, lo scaricavi in camerino, oppure te lo portavi in albergo, come previsto da regolamento; Manfredi, con il quale ha lavorato mia moglie, Lia Tanzi, il suo baule se lo faceva portare sempre in albergo».

Teatro, serio, comico, brillante. «Amo far tutto, l’attore deve essere eclettico, sennò non ha senso farlo: deve saper passare dalla tragedia greca alla farsa, fino a “Quartet” di Harwood; provi maggior soddisfazione, altrimenti questo lavoro diventa una noia mortale; questa estate rifarò “Antigone, cronache da un teatro di guerra”, rappresentazioni a Segesta, Tindari; per la prossima stagione riprenderemo “Quartet”, poi altri progetti: mai fermarsi, ogni giorno impari cose nuove, c’è tempo per invecchiare…».

«Accoglienza, massima disponibilità»

Giorgio Verdelli, autore e protagonista di “Unici” (RaiDue)

A Taranto per l’ICO Magna Grecia e lo spettacolo “Indimenticabile Luis”, tributo al maestro Bacalov, dice la sua sugli sbarchi. Il suo programma, Rita Pavone e Vittorio De Scalzi, il successo con il tributo a Pino Daniele. Prende a prestito musica e parole di Edoardo Bennato, protagonista della puntata del prossimo 27 maggio. Il sodalizio con il direttore d’orchestra Piero Romano.

«“Unici”, è una riserva, qualcosa che somiglia a una biodiversità musicale; io e i colleghi ci pregiamo di mettere in onda cose sfuggite o che, forse, gli altri non conoscono; della puntata su Edoardo Bennato in onda il 27 maggio su Raidue alle 21.20, mi piace sottolineare un aspetto in particolare: il cantautore, napoletano come il sottoscritto, descrive da par suo accoglienza ed extracomunitari, già protagonisti di alcuni suoi quadri – lui dipinge benissimo – nella canzone “Pronti a salpare”, titolo anche del suo ultimo album dedicato a Fabrizio De André; bene, questo affresco musicale è una perfetta sintesi anche della mia idea di accoglienza e massima disponibilità verso il prossimo: come direbbero Totò e Peppino, “…Ho detto tutto!”». Giorgio Verdelli, uno dei più quotati autori Rai, prende a prestito Bennato, l’ultimo protagonista del suo programma televisivo di successo, “Unici”, una volta che gli chiediamo il suo punto di vista su migranti e accoglienza, tira dentro un napoletano illustre dietro l’altro.

Tributo a Pino Daniele la scorsa stagione, a Bacalov con “Indimenticabile Luis” al teatro Orfeo di Taranto. L’invito a una formula-bis dopo il successo registrato con una serie di concerti dedicati al cantautore napoletano, è dell’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano. Quello con la “Città dei due mari” per Giorgio Verdelli è un rapporto stretto. E’ entusiasta di come sia andata, anche la sera prima a Matera. Grandi applausi del pubblico fra clip, aneddoti, grandi emozioni.Verdelli Articolo 01SUCCESSO, IL CELLULARE SQUILLA IN CONTINUAZIONE

Due passi in città, cellulare permettendo. Il telefonino squilla. Quando viene retrocesso in modalità “mute”, vibra. Non esiste una via di fuga per un produttore di programmi televisivi che funzionano con il conforto degli indici di ascolto.  Eccole che continuano, telefonate una dietro l’altra. Pare di capire che una di queste sia di Bruno Voglino, grande regista televisivo; un’altra è di Peppino Di Capri, uno degli artisti italiani più amati. A breve distanza, per discrezione. Per lo stesso motivo non chiediamo i contenuti di quella che sembra un’amichevole chiacchierata. L’autore di “Qualcosa resterà”, tributo a Pino Daniele che è valso al suo docufilm un Nastro d’argento, in questo periodo incassa solo complimenti. Una delle sue ultime produzioni, uno speciale di “Unici” sull’inarrestabile Gianna Nannini, ha funzionato. Raidue gongola e pensa a una serie di repliceh, cominciate con un doppio Vasco Rossi e Arbore, proseguendo con una puntata inedita con Edoardo Bennato il 27 maggio.

Con l’autore e produttore televisivo gli argomenti su cui soffermarsi sono tanti. Intanto, la stretta cronaca. Partendo da una Taranto che Verdelli vive come fosse la sua Napoli. I vicoli, le vie. Quelle adiacenti il centro. Gli sembra di stare a casa. Per strada i manifesti dell’Orchestra della Magna Grecia, orgogliosa di tributare fra Taranto e Matera un sentito omaggio al grande Luis Bacalov, Oscar per le musiche del film “Il Postino”, ultima interpretatazione dell’indimenticato Massimo Troisi (anche lui amico di Verdelli). La foto del grande Bacalov, gli “strilli” per Rita Pavone e Vittorio De Scalzi, mente pensante dei New Trolls.

Nei titoli, anche Giorgio Verdelli, “voce narrante” della serata dedicata al grande compositore e arrangiatore argentino arrivato in Italia sul finire degli Anni Cinquanta. «Erano i tempi della RCA e della Arc, la linea giovane della famosa casa discografica romana – spiega l’ideatore e produttore di programmi televisivi – negli studi sulla via Tiburtina andavano per la maggiore i direttori d’orchestra Luis Enriquez Bacalov ed Ennio Morricone: per intenderci, erano loro a firmare gli arrangiamenti di quei gioiellini musicali che partivano per i mercati discografici italiani e internazionali: non è un caso che i due siano arrivati all’Oscar. Bacalov lo conobbi personalmente nell’87, in occasione del programma “Sotto le stelle”: lui dirigeva l’orchestra, io ero assistente del grande Guido Sacerdote, regista e produttore televisivo di programmi cult della nostra tv, da Studio Uno a Canzonissima».Verdelli Articolo 04TARANTO, LA PAVONE E I NEW TROLLS

Rita Pavone e New Trolls. «Mi viene da dire “La partita di pallone”, canzone mandata a memoria anche dalle ultime generazioni, dai tifosi di calcio, mi pare anche dai calciatori della Roma che intonarono questa canzone nella celebrazione dell’ultimo scudetto; l’elenco prosegue: “Cuore”, “Come te non c’è nessuno”, “Il ballo del mattone” e “Che m’importa del mondo”; se pensiamo al ritmo con cui Bacalov, come il suo altrettanto titolato collega, sfornava arrangiamenti, ci rendiamo conto che dalla mente e dalle sue dite passasse qualcosa che aveva del geniale; se non sei un predestinato non puoi fare tutto quello che ha fatto il maestro – compresi gli anni in cui è stato direttore principale dell’Orchestra della Magna Grecia – in cinquant’anni e più di attività; dunque, la Pavone: a quei tempi era la stella della Rca, qualsiasi cosa cantasse, finiva in classifica; De Scalzi vuol dire New Trolls; New Trolls vuol dire Concerto grosso; Concerto grosso non può che significare Bacalov: è stato il maestro, infatti, a dare quel tocco di sinfonico al rock progressivo e autorale del quale il gruppo musicale genovese si stava vestendo nei primi Anni Settanta».

Bacalov. «Prima i New Trolls, a seguire Osanna e Rovescio della Medaglia, formazioni che hanno scritto pagine importanti del rock progressivo italiano; c’era sempre Bacalov a dare il giusto indirizzo ad alcune delle pagine più creative del rock italiano; ma penso al maestro e, se non ricordo male, anche all’attacco di “Legata a un granello di sabbia” e “Con te sulla spiaggia” di Nico Fidenco, “Fatti mandare dalla mamma…” di Gianni Morandi, “Il capello” di Edoardo Vianello. E “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, vogliamo parlarne?».Verdelli Articolo 05BACALOV, ROMANO E PINO A GRANDE RICHIESTA

Le colonne sonore firmate da Bacalov per i più grandi registi italiani: Fellini, Pasolini, Scola, Petri, Lattuada, Lizzani. E i suoi temi western, utilizzati a più riprese da Quentin Tarantino per “Kill Bill” e “Django Unchained”. Immenso Bacalov. «E bene ha fatto Piero Romano, direttore dell’Orchestra della Magna Grecia – riprende Verdelli – a curare questo straordinario tributo all’indimenticato maestro, autore di musiche straordinarie».

Dopo lo scorso anno, un ritorno a teatro. «Romano mi aveva invitato per un tributo a Pino Daniele del quale si era fatto promotore anche Martino De Cesare; non volendo il mio docufilm “Il tempo resterà”, realizzato per la Rai, dedicato appunto a Pino, in quei giorni vinceva il Nastro d’Argento: grande soddisfazione per un lavoro nel quale oltre alle idee ci ho messo tanto cuore: Pino, grande artista, per me è stato anche un grande amico».

Anche Pino Daniele e la sua storia sono state protagoniste di “Unici”, trasmissione ideata e curata da Verdelli. Dal 2013, solo stagioni televisive di successo. Fra i protagonisti, oltre al già citato Vasco, anche Zucchero, Ramazzotti, Negramaro, Pavarotti, Arbore. Perfino una puntatona su “Non stop”, trasmissione-culto degli Anni Settanta. Visti gli ascolti, il direttore di Raidue, Carlo Freccero, non si è fatto sfuggire l’occasione per assicurare alla sua rete un ciclo di repliche.