«Odio i “talebani”»

Massimo Moriconi, trentaquattro album con Mina

«Parlo dei musicisti, quelli che non transigono: è giusto solo quello che fanno loro è giusto. La “tigre”? Una donna di parola, non sopportava di essere giudicata per il suo privato. Continuo a suonare con l’entusiasmo di un quattordicenne»

Centinaia gli album in studio, fra questi ben trentaquattro realizzati con la sola Mina, di cui è musicista di fiducia. Collaborazioni a tutto andare nel jazz e nel pop, da Chet Baker a Billy Cobham e Lee Konitz, proseguendo con Armando Trovajoli e Lelio Luttazzi, Fabio Concato e Fiorella Mannoia. Massimo Moriconi, bassista e contrabbassista fra i più celebrati, in tour con Emilia Zamuner con la quale ha realizzato un album in studio, “Doppia vita”. A Taranto per lavoro, dunque, ai microfoni di “Costruiamo Insieme” parla di passato, ma anche di futuro («…avere sessantaquattro e non sentirne la metà»).

Non ci sono più i concerti di una volta. «Come in qualsiasi altro settore, anche la musica registra una flessione. Siamo stati invasi da altre cose che, insieme, ci hanno messo poco a mettere in un angolo il jazz, una musica evidentemente non per tutti. La musica, per me, è come l’amore, non c’è moda che tenga, sopravvive a qualsiasi moda. Oggi bisogna “faticare” di più, ma suonare è sempre un lavoro di grande fascino».

Quasi mezzo secolo di attività, fra orchestre, studi di registrazione, teatri e tv. Non è stanco nemmeno un po’, tanto che ha tempo e modo di seguire altri progetti. «Siamo in due, io ed Emilia Zamuner, facile parlarne. Abbiamo pubblicato insieme un album per voce, contrabasso e basso elettrico. Galeotto fu il “Premio Massimo Urbani”, vinto da lei tre anni fa. Emilia, oltre alla voce, ha un dono: l’improvvisazione; timbri pazzeschi e, non è un dettaglio, esprime sempre positività».

DOPPIA VITA…

Lo stile Moriconi. «Quando suono provo a fare “arrivare” la musica al pubblico; dunque, suono per me, ma anche per gli altri: odio le facce tristi che mettono malinconia. Dunque, facciamo i bravi, cerchiamo di ascoltarci e proviamo a non discriminare. Il jazz ha dato, ma prende anche: negli ultimi anni ha preso da altri generi, l’importante è che sia musica bella. Torno all’ultimo album: “Doppia vita” è improntato sulla rivisitazione di canzoni italiane e internazionali, brani di vario genere realizzati in questa formazione, un duo, voce e basso, niente altro».

Emilia a due passi. Dopo un primo approccio pare che lavorare con un musicista che ha realizzato decine di album con Mina, non sia un problema. «Pesava all’inizio – dice la Zamuner – del resto ero al cospetto di un gigante. Massimo, però, mi ha messo subito a mio agio con l’umiltà dei grandi. Per la voglia che ha ancora di fare, mi sembra quasi un bambino, mai stanco di giocare. Un progetto basso e voce, può sembrare singolare, ma è anche il modo più essenziale di spiegare la musica attraverso le “toniche”. Nelle mani di Moriconi, queste diventano armonia aperta a mille esplorazioni attraverso contrabasso e basso elettrico, e una voce, la mia, senza effetti. Penso e ripenso, poi mi do una spiegazione: è stata la spontaneità ad avvicinarci».

Un momento improvvisativo, considerando il suo piatto forte. «Quello più bello: mentre registravo, cantavo “My funny Valentine”: presa dall’emozione ho ribaltato il testo, ma non mi sono fermata; non so per quale strana alchimia, ma in quel momento le nostre menti – quella mia e di Massimo – si sono perfettamente sincronizzate: eravamo sullo stesso canale, come se avessimo contemporaneamente schiacciato “play”; è stato lui a decidere che quel momento doveva restare così com’era».

Moriconi, la star, i compagni di viaggio con cui ha una maggiore intesa. «Si chiamano amici, una ristretta cerchia di persone con cui ho modo di confrontarmi senza ipocrisie; con questi non devo stare attento ai toni, ai modi. Gli amici sono quelli che mi assomigliano più di altri: amano tutta la musica e, soprattutto, non sono “talebani”; questi ultimi li sopporto a patto che non dicano che chi non è come loro non va bene…».

MINA, CHE ATTRIBUTI!

Il rapporto professionale con Mina, la Tigre di Cremona, cosa le chiede tutte le volte che si trova a lavorare in studio con lei. «Che io suoni come mi sento di suonare: la cosa più bella che mi abbia permesso di fare in tutti questi anni. Anche per questo il mio rispetto nei confronti della stella più grande del nostro firmamento musicale diventa doppio. Mina ha fatto la storia non solo come cantante: è stata la prima a fare dance, videoclip, prima a presentare, qualità che l’hanno distinta dal resto degli artisti; purtroppo, per anni, è stata perseguitata per avere avuto un figlio da un uomo sposato».

Forse con Moriconi ha parlato dei motivi che l’hanno allontanata per quarant’anni dal pubblico. «Nel ’78, suonavo con lei: disse di essersi “rotta” del fatto che la gente mettesse le mani solo nel suo privato invece di giudicarla come cantante. Così si è ritirata. Mina è persona con gli attributi, suonare con lei e coltivare un rapporto di amicizia straordinario è qualcosa che non si può raccontare: è la cosa più bella che mi sia capitata nella vita da quando faccio questo mestiere».

Non le ha mai parlato di un possibile ritorno. «Fra amici si parla di altro, a meno che non siano gli stessi a parlarti di cose così troppo personali. Non sarò certamente io a chiederle cose, credo sia materia troppo delicata. Poi gli argomenti di conversazione non mancano, con Mina puoi parlare di tutto, vera signora e grande professionista: quando è in studio mette la massima attenzione in quello che fa; ha le idee chiare: il risultato finale deve essere quello che ha in mente e non un altro. Proprio come il primo giorno che l’ho incontrata, sarà anche per questo motivo che lei è Mina, donna di parola: quando decide una cosa è quella, non c’è rimedio».

A Taranto per un concerto, già di ritorno a Roma. «Mi sento giovane. Come quando avevo quattordici anni, se una cosa mi piace faccio anche tremila chilometri, se non mi piace non faccio nemmeno tre metri…».

Docente di immigrazione

Mario Volpe, vicario della Prefettura di Taranto

«Quarant’anni di lavoro, venticinque anni a seguire il fenomeno degli sbarchi, a Bari come a Taranto. Albanesi, curdi, kossovari, nordafricani, non avevano segreti per me. Un giorno, con un giornalista Rai, “ricoverammo” a Roma un giovane albanese»La vita oltre di circolari, direttive e leggi.

Questa settimana altro gradito ospite della rubrica “Con parole mie”, il dott. Mario Volpe, vicario della Prefettura di Taranto, “vice” del prefetto Antonia Bellomo. Come a dire che in caso di assenza del titolare, su delega dello stesso spetta a lui svolgere le funzioni spettanti l’Ufficio territoriale del Governo. Dunque ciclo di pianificazione, programmazione e controllo del territorio. Particolarmente impegnato per quarant’anni, prossimo alla pensione, Volpe ci spiegherà anche il suo impegno sul tema dell’immigrazione.

Quando si parla di Prefettura, si pensa sempre a sicurezza e territorio.

«E’ una delle componenti essenziali della Prefettura, attraverso i comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica, insieme con le Forze dell’ordine disegna le strategie di prevenzione e di controllo del territorio. E una delle funzioni fondamentali, anche se personalmente sono legato a due settori che hanno impresso un solco fondamentale nella mia carriera: immigrazione e protezione civile. Dunque, sicurezza sì, ma anche tutto quello che è sociale e sicurezza allargato al territorio. Negli ultimi venticinque anni, da quando sono tornato in Puglia, l’immigrazione è stata una delle mie materie preferite, un settore seguito anche a Taranto».

Quanto è importante il rigore per amministrare una materia così delicata.

«Ho una piccola presunzione, lo dico senza tema di smentita: in questi venticinque anni – a giorni lascio l’Amministrazione, dall’1 settembre sarei tecnicamente in pensione – in tutto questo lasso di tempo ho seguito l’immigrazione a partire dai primi Anni 90, albanesi, curdi, kossovari, nordafricani, gente che veniva fuori da situazioni di crisi, penso all’Albania del dopo-Berisha, alle ultime situazioni internazionali, alla Primavera libica, che ha determinato un forte esodo che ha interessato soprattutto le nostre coste; dovessi quantificare: ho personalmente seguito decine di migliaia di persone – può immaginare, venticinque anni… – faccio due conti, molti anni li ho trascorsi a Bari, dove si curava il coordinamento regionale: dunque potrei raccontare molte situazioni particolari».I GIORNI Mario Volpe 2 - 1Qual è l’esperienza che più l’ha segnata?

«Nel ’97, se si ricorda, ci fu un’ondata albanese determinata dalle piramidi finanziarie: io e alcuni organi di informazione, con particolare interessamento di Michele Peragine, giornalista della Rai, seguimmo il caso di un ragazzo – nome e cognome li ricordo ancora, ma non è il caso di menzionarlo – scappato dall’Albania, di provenienza agiata rispetto alla moltitudine che sbarcò a quei tempi, il papà autista di autobus, la mamma una sarta: il ragazzo voleva trovare una prospettiva di vita. Aveva diciassette anni e mezzo quando arrivò a Bari – ancora non esisteva il Piano nazionale di riparto – città che da sola fece fronte, alla grande, a questa urgenza; questo giovane albanese fu ricoverato in una clinica romana, quando ne uscì era diventato maggiorenne: non so se ricordate – vero che si citano, nel bene e nel male, gli ultimi ministri… – ma una direttiva del Governo Prodi indicava che tutti gli albanesi che avessero raggiunto la maggiore età e non avessero trovato occupazione, nel giro di una ventina di giorni sarebbero stati rimpatriati, come poi è accaduto».

Dunque, il ragazzo che avevate assistito, a un passo dalla maggiore età, rischiava il rimpatrio.

«La vita va anche al di là di circolari, direttive e leggi; sì il ragazzo rischiava il  rimpatrio; in qualche modo riuscimmo ad organizzargli una ulteriore visita di controllo in una clinica romana così quel diciottenne scampò il rimpatrio. Morale della favola: è diventato un apprezzato mediatore culturale e perfettamente inserito nel tessuto sociale italiano. Insomma, qualche volta la “bieca burocrazia” funziona positivamente».

Una frase che le è rimasta impressa.

«Semplice, il ragazzo mi disse: “E’ stata la giornata più bella della mia vita!”, scatenandomi grande emozione».

Un altro tavolo che l’ha impegnata severamente?

«Arcelor-Mittal, la Prefettura ha seguito con attenzione questa problematica attraverso il Contratto istituzionale di sviluppo; molto attivo in questo senso si è rivelato l’ex prefetto Donato Cafagna, lo stesso il ministro De Vincenti, molto presente a Taranto. Questo a dimostrazione che al di là dei momenti politici, contano le persone e il modo di approcciarsi ai temi caldi».I GIORNI Mario Volpe 3 - 1 Far rispettare la legge che compito è? Semplice, articolato o complicato? Fosse una schedina, 1, X o 2?

«La tripla ci sta, ma conta molto l’approccio personale. Per restare in tema sportivo, si possono avere dei grandi giocatori e, forse, un allenatore non eccelso; credo che sia un mix che insieme fa armonia, conta anche il cuore che ognuno di noi mette nell’affrontare le cose».

Barese, segue molto il calcio. Siamo ai titoli di coda. Persona di legge, se in un derby Taranto-Bari l’arbitro assegnasse un rigore inesistente alla sua squadra, invocherebbe il Var? Oppure il calcio è un’altra cosa?

«La moviola in campo mi convince poco, sono legato al calcio romantico dove anche l’errore in buona fede del direttore di gara fa parte del gioco; poi il Var ci dà la certezza assoluta di una decisione puntuale? Alla fine del campionato i punti sono quelli, rigore o non rigore…».

Ma Taranto-Bari?

«Vuole farmi odiare da una o dall’altra tifoseria; non lo crederà, ma tifo per entrambe le squadre, lo dico sinceramente. Ultimo derby risale a un Taranto-Bari, fine Anni 80, uno squallido 0-0; avevate un grande presidente, Donato Carelli. Spero un Taranto-Bari se non in serie A, almeno in serie B, questa è una piazza che merita campionati diversi, la dirigenza si sta impegnando, credo sia sulla buona strada…».

«Dalle Miss a Dio…»

Alessandro Greco racconta la sua tv e la scelta di fede

«Ricambierò con il massimo impegno alla chiamata di Amministratore delegato e Direttore della Rai che mi hanno voluto in prima serata. Ho risposto senza pensarci, come fosse la convocazione in Nazionale. I miei “grazie” alla Carrà, Japino e Suraci, inventore della “radiovisione” di Rtl»

Ci siamo, il tarantino Alessandro Greco venerdì 6 settembre presenterà l’ottantesima edizione di “Miss Italia”. Ottanta candeline per ottanta “miss” che sfileranno su Raiuno per tre ore per scegliere la più bella, non solo in senso esteriore, ma anche “la più bella dentro”. E’ questo che si augura, felice del suo ritorno in prima serata Greco. Lui che una miss l’ha sposata, tiene molto alla formula del “voto agli italiani”.

E, intanto, anticipa per sito e radio le anticipazioni sulla sua Miss Italia, tornata su Raiuno dopo qualche anno. Alessandro Greco arriva alla conduzione del programma dopo numerose esperienze: “Stasera mi butto”, “Furore”, “Il grande concerto”, “Zero e lode”, la “radiovisione” con RTL, la radio più ascoltata (e vista) in Italia.

«Ci stanno pensando gli autori agli ultimi ritocchi, considerando il traguardo prestigioso e la cifra tonda, racconteremo ottant’anni di storia Italia; il sociale, il costume, le fasi importanti del concorso di Miss Italia. Intrattenimento, ospiti importanti con un unico obiettivo: descrivere una preziosa cornice per le nostre perle, le ottanta finaliste. Una cosa cui tengo molto, con il televoto la “miss” la sceglieranno gli italiani».

Bella occasione, Alessandro.

«Se esistono punti salienti nell’attività di un conduttore, bene, credo proprio che la conduzione di “Miss Italia”, su Raiuno e in prima serata, sia uno dei momenti più importanti della mia vita artistica. Ho cominciato da ragazzino a girare l’Italia, studiavo e il sabato, libri sotto il braccio, partivo per una qualsiasi località del Sud. La domenica sera, stanco, ma felice di fare la cosa che più mi piaceva, tornavo a casa. Ripassavo e a letto, la mattina, più stanco, caffè e ripasso. Uno dei piatti forti di allora, alle volte il caso della vita, i concorsi di bellezza: mai avrei pensato a Raiuno, agli gli ottant’anni della manifestazione con la splendida Patrizia Mirigliani salda al timone di un brand portato al successo da suo padre Enzo. Le premesse perché sia orgoglioso di avere ricevuto questo invito alla conduzione, ci sono tutte».

In Rai, zero dubbi. Greco era quello che ci voleva. Persona a modo, corretta, rispettosa, nella conduzione come nella vita. Raffaella Carrà e Sergio Japino hanno avuto l’occhio lungo.

«Ricambierò la “chiamata” dando il massimo, come sempre, mi sembra il minimo per ricambiare occasione e sensi di stima che mi hanno riconosciuto l’Ad della Rai, Fabrizio Salini, e il direttore di Raiuno, Teresa De Santis: devo a loro se venerdì 6 settembre condurrò per tre ore di seguito il ritorno su Raiuno, e in prima serata, una manifestazione così longeva e amatissima dal pubblico».

Carrà, Japino, Freccero, ricorda il debutto in tv?

«Maggio ’97, prima serata, Raidue, avevo venticinque anni, “Raffa” e Sergio mi scelsero insieme al direttore Carlo Freccero per la prima edizione di “Furore”, esperienza che mi ha insegnato quali possono essere le insidie di una diretta di tre ore, ma anche nel viverla con la massima naturalezza. Il complimento della Carrà: “Ma, così giovane, dove la prendi tutta questa disinvoltura e questa brillantezza?”. Dalle piazze in Puglia, Calabria, Basilicata: più che una scuola, una università».Greco Articoo“Il Grande Concerto”, la musica classica su Raitre ogni domenica mattina con l’Orchestra sinfonica della Rai. Un programma rivolto al pubblico più giovane, bella scommessa.

«Senza tema di smentita, quella è stata la perla della mia carriera, esempio di quella tv che personalmente amo: intrattenimento rivolto ai ragazzi nel far conoscere loro, e non solo, la bellezza e la tradizione della musica classica italiana: successo di ascolti, bis l’anno successivo, premi in quantità, fra questi quello del Moige, l’associazione sempre attenta e impegnata in ambito sociale nella protezione dei minori: i loro complimenti sono come una medaglia appuntata sul petto, una delle attestazioni custodite con orgoglio».

Per qualche tempo, Greco non si vede, ma si “sente”. Merito suo, ma anche di RTL, la radio italiana più ascoltata.

«Chiamato da Lorenzo Suraci nel 2008. Una grande emozione, pari a quella avuta quando sono stato chiamato dalla Rai per “Miss Italia”: come se fossi stato convocato dal commissario tecnico della Nazionale, penso sia un paragone che regge: ho risposto subito “Presente!”. A Rtl mi hanno fatto sentire subito uno di casa: l’invenzione di Suraci, la “radiovisione” in diretta è stata ed è tuttora, l’occasione per fare  radio e tv insieme».

Il carattere della tua “Miss Italia”?

«Serena, spensierata, coinvolgente, ritmo e garbo, con lo scopo di suscitare più di un sorriso; chiusa la manifestazione, proverò a dare un’occhiata ai social, polso del gradimento senza reticenze: voglio vedere se al pubblico, a tutto il pubblico, la nostra edizione di “Miss Italia” è piaciuta».

Evoca il concetto di squadra.

«Non una squadra qualunque, ma un gruppo affiatato nel quale ognuno dia il massimo nel suo ruolo: dirigenti, autori, assistenti di studio, un elenco infinito: a me toccherà solo finalizzare, se non arrivano i passaggi giusti al centro, ti puoi sbattere quanto vuoi, puoi essere il migliore attaccante, gol non ne farai mai».

Qual è stato l’aspetto del carattere di Beatrice Bocci, tua moglie, Miss Toscana, a un passo dal titolo di Miss Italia?

«Arrivò seconda, ma fu considerata la vincitrice morale di quell’edizione, era il 1994: Beatrice viene ricordata come la prima “miss” mamma. Fui colpito dalla sua bellezza esteriore, poi standole accanto scoprii che la sua bellezza interiore era anche superiore a quella esteriore».

Prima di Natale pubblichi un libro, “Ho scelto te”.

«Ho conosciuto la giornalista dell’“Avvenire” Tiziana Lupi in occasione di un’intervista rilasciata al suo giornale, parlammo di momenti di condivisione e preghiera ai quali spesso partecipo insieme con la mia Beatrice: è stata la gente a incoraggiare me e Tiziana, autrice fra l’altro della biografia di Papa Francesco, a raccontare la mia testimonianza fede: rispolverata quell’idea abbiamo deciso di raccontare la strada che ha condotto me, la mia  “Bea” a Dio».

«Non solo Pooh…»

Roby Facchinetti, ancora in tour

«Canto le canzoni che hanno reso storico il mio gruppo, ma anche quelle incise da solo. Quelle più adatte alle mie corde. Ogni sera so a che ora salgo sul palco, ma non so a che ora ne scendo». «Nessuna reunion in vista, io e Stefano stiamo provando ad abbozzare un progetto, magari “Parsifal” diventa davvero un’opera»

Personaggio amatissimo da tre generazioni. Come minimo. Considerando che nel 2016 insieme con i suoi colleghi ha compiuto cinquant’anni di attività e fatto l’ultima tournée. Lui è Roby Facchinetti, gli altri tre, Stefano D’Orazio, Dodi Battaglia e Red Canzian, sono i Pooh. Tre su quattro vanno ancora per concerti (Roby, Dodi, Red), il quarto (Stefano), primo ad allontanarsi dal progetto ultradecennale, scrive musical e canzoni di successo.

Fondatore della formazione, Facchinetti. Lui arriva, Bob Gillot, musicista inglese, torna a casa. Ed è ancora lui, Roby, a circolare ancora spericolatamente in lungo e in largo per l’Italia. E’ più forte di lui. «Dopo tre giorni sul divano comincerei ad essere insofferente, devo fare qualcosa: scrivere, cantare, fare concerti», confessa. Così, prima che lo facessero altri, lo abbiamo intercettato noi con il nostro sito, “Costruiamo Insieme”. In Puglia viene spesso, per lavoro. Una volta in provincia di Lecce, un’altra in provincia di Foggia.

Canzoni scritte a centinaia, Roby.

«Talmente vero – condivide Facchinetti – che fare una selezione per cantarle in concerto è stato un atto di dolore, ma per farla breve ho adottato un sistema: ho scelto i brani più giusti per la mia vocalità: finché la buona stella mi accompagna, sottopongo ogni sera la mia voce a uno stress non indifferente: canto per due ore e mezza, ma  a fine serata gli applausi sono la migliore medicina per le mie “corde”».

Voci incontrollate, l’esultanza dei fan: i Pooh tornano insieme.

«Smentisco in modo categorico, ho dovuto fare perfino un comunicato stampa per fare in modo che i più accaniti sostenitori dei Pooh non si illudessero: con i concerti di tre anni fa, quelli del cinquantennale, i Pooh hanno chiuso una storia irripetibile, non sarebbe il caso di tornare ancora insieme; personalmente sono legato alla formazione in qualche modo originale, quella con Stefano, uscito dal gruppo nel 2009 per accettare l’invito mio, di Dodi e Red, per una serie di eventi straordinari; da quel momento niente è stato più come prima: fra l’uscita di D’Orazio e l’addio definitivo alle scene, il 2016, abbiamo fatto anche cose interessanti, ma in un meccanismo nel quale quattro elementi – questi quattro elementi, non altri – sono complementari e insostituibili, i Pooh da quel momento non sono stati più quelli di Parsifal, Viva, Amici per sempre…».

“Parsifal”, più che un titolo una pallina di neve che scivolando dalla montagna rischiava di diventare valanga.

«Quel titolo è stato l’elemento scatenante che ha richiesto la  precisazione di cui dicevo: io e Stefano stiamo lavorando a una mia idea, un progetto che avevo nel cassetto proprio da quel lontano 1973, quando Valerio Negrini sentendo quanto eseguivo al piano si ispirò a “quei cavalieri simili a dei” della Tavola rotonda celebrati da Richard Wagner, con particolare riferimento proprio al personaggio di Parsifal. Negli anni avevo messo da parte una serie di appunti con l’idea che un giorno sarebbe potuto uscirne qualcosa di più complesso, un’opera, qualcosa di simile: ho fatto ascoltare tutto a Stefano, ne abbiamo parlato, stiamo stendendo appunti, confrontando idee, nient’altro: magari ne faremo una vera opera, ma ritengo sia prematuro parlarne».

Nella serie di concerti di “Inseguendo la musica”, Facchinetti canta classici dei Pooh e brani dagli album “Roby Facchinetti”, “Fai col cuore” e “Ma che vita è la mia”. “Insieme” è, invece, l’album-raccolta pubblicato con Riccardo Fogli, anche lui ex Pooh, invitato speciale nella reunion del 2016 e con il quale Roby tenne un tour la scorsa stagione. Lunga la serie di successi dei Pooh, fra le hit: Tanta voglia di lei, Pensiero, Noi due nel mondo e nell’anima, Infiniti noi, Pierre, Io sono vivo, Chi fermerà la musica, Dammi solo un minuto, Cercami, Uomini soli, Amici per sempre, la donna del mio amico, Mi manchi.

La Puglia, una botta al cuore.

«Qui abbiamo fatto i nostri concerti più importanti, i teatri in inverno, campi sportivi e stadi in estate: mai meno di diecimila spettatori; siamo stati i primi a portare il pop su vasta scala con tour che si sapeva quando iniziassero e non si sapeva quando finissero, ecco la magia del contatto con il pubblico: finita la mia tournée estiva mi riposerò un po’ ma il giusto, niente divano, mano a quegli appunti, risentirò Stefano e se ne avrà voglia gli farò sentire altre cose, metti che mentre io ero “fuori” a lui sia passata la voglia…».

Adesso è diventata una questione di puntiglio. D’Orazio va marcato stretto. Del resto uno degli ultimi successi planetari dei Pooh, “La donna del mio amico”, è firmata Facchinetti-D’Orazio: Stefano autore del testo, Roby della musica. La coppia funziona.

«In veste di autore D’Orazio negli anni ha avuto una crescita esponenziale – conclude Roby con una battuta – forse lo stare lontano dai Pooh – sorride – lo ha migliorato; scherzo, l’ultima notte insieme, pianti ed emozioni dei Pooh sono stati veri: nel frattempo lui è diventato un grande autore, ha scritto canzoni e musical di successo, messo a frutto la sua enorme fantasia e una merce rara che in pochi hanno: la sensibilità. Spero prima o poi sentiate parlare di “Parsifal”, significherà che abbiamo portato a compimento questo progetto, almeno questo addolcirà la pillola a quei fan scatenati che nei miei concerti urlavano ed esibivano striscioni, cori e scritte simili a “Tornate insieme!”: quella storia lì è finita, un capitolo chiuso, se il Cielo vorrà ne apriremo un altro».

«Vogliamoci bene»

Giovanni Orlando, presidente Avis Taranto

«Donare è un atto d’amore verso se stessi. I giovani lo fanno sempre meno spesso, anche a causa di piercing e tatuaggi. Andiamo nelle scuole, nelle parrocchie, ma occorre rispondere agli appelli. Esami gratuiti che talvolta possono salvare una vita…»

Ancora un incontro all’interno della nostra rubrica “Assistenti e assistiti”. Questa volta, nostro interlocutore è il rappresentante di una delle associazioni più impegnate sul territorio, il dott. Giovanni Orlando, presidente dell’AVIS Taranto.

Prima di entrare nel dettaglio e negli impegni dell’Associazione, un po’ di storia.

«L’Avis nazionale nasce nel 1927, su iniziativa di un ginecologo milanese; oggi l’associazione è presente in tutti i comuni italiani, noi abbiamo sedi a Taranto, ma anche in provincia; l’Associazione presente sul territorio nasce negli Anni 60, si attiva ma non trova evidentemente interlocutori giusti così chiude per rinascere nel 1995 per iniziativa di un gruppo di Vigili del fuoco – la nostra stessa associazione è intitolata a Ciro Lucchese, vigile del fuoco prematuramente scomparso – all’epoca prestavo servizio proprio a bordo delle ambulanze dei VdF, fu allora che mi invitarono a rivestire un ruolo di riferimento della rinata associazione».

Programmi, obiettivi nei quali quotidianamente l’Avis comunale di Taranto è impegnato.

«Il nostro compito è quello di reperire donatori di sangue, divulgando il nostro impegno e l’importanza della donazione; lo facciamo recandoci nelle scuole, nelle parrocchie, nelle comunità che ci ospitano e chiedono aiuto. E’ bene ricordare che il sangue è un farmaco salvavita, non si può fabbricare in laboratorio, ma si può solo donare o ricevere in dono: non ci fossero donatori i bisognosi non potrebbero sopravvivere ad alcune patologie gravi».I GIORNI Orlando articolo 3Come reagiscono gli studenti quando fate lezioni di donazione del sangue.

«Nonostante il nostro impegno, purtroppo negli ultimi anni abbiamo registrato un calo nelle donazioni, con ogni probabilità dovute a normative che limitano la donazione del sangue; questo a causa di tatuaggi e piercing, talvolta anche per via dell’uso di sostanze stupefacenti, anche se leggére… quando ci rechiamo nelle scuole e ci imbattiamo in ragazzi con tatuaggi e piercing non possiamo intervenire, anzi abbiamo l’obbligo di sospendere per almeno quattro mesi le attività di chi, donatore, nel frattempo ha fatto ricorso a simili pratiche sulla propria pelle».

Ricambio generazionale, è sempre uno dei problemi registrati dalle associazioni di volontariato.

«E’ uno dei problemi principali, considerando la media sempre troppo alta rispetti a quanti fanno donazione; ad onor del vero, quando gli studenti vengono responsabilizzati rispondono con grande generosità; mi piace ricordare che donare è importante, ma nello stesso tempo è un atto di prevenzione per chi dona:  quando si va a donare il sangue con gli esami ematochimici gratuiti il donatore può scoprire patologie o gravi patologie sulle quali intervenire tempestivamente limitando eventuali danni…».I GIORNI Orlando 3Come avviene la raccolta. Un potenziale donatore come fa a mettersi in contatto con l’Avis di Taranto.

«La raccolta avviene grazie all’Asl di Taranto, chiunque voglia donare sangue, può farlo recandosi nei giorni feriali nel Centro trasfusionale dell’ospedale SS. Annunziata al mattino, dalle 8.30 alle 11.30; un lavoro importante, inoltre, è quello svolto dalle autoemoteche, impegnate nei giorni infrasettimanali, ma anche in quelli festivi; poi donazioni è possibile farle nei punti di raccolta negli ospedali di Manduria, Martina Franca e Castellaneta; il periodo estivo è quello più critico: la gente va in vacanza, la donazione passa in secondo piano, ma è proprio in estate che, purtroppo, si verificano più incidenti, così l’invito a chiunque fosse interessato alla donazione è quello di ascoltare e rispondere agli appelli spesso lanciati dagli social e organi di informazione in occasione di sinistri stradali che provocano vittime che necessitano urgente bisogno di sangue».

Donare è fare bene anche a se stessi, come aprire un conticino in banca. Un giorno potremmo averne bisogno noi.

«Chi non ha esenzioni-ticket e dovesse fare un check-up ematochimico completo, andrebbe a pagare non meno di 150 euro: questi esami, invece, glieli fa gratuitamente l’Asl nel momento in cui si sta donando il sangue. Ricordo un episodio: una ragazza diciottenne in ottima salute, un giorno si recò  a fare donazione, quando le  fecero l’emocromo – il piccolo prelievo che prelude alla donazione – il personale medico scoprì che la ragazza aveva una forte anemia; a quel punto si attivarono ulteriori accertamenti, evidenziando patologie serie, ma per fortuna scoperte in tempo. Insomma, il gesto d’amore nei confronti del prossimo ha salvato la vita alla ragazza».

Per concludere un appello.

«Lo abbiamo in qualche modo accennato. Chiunque sia in grado di donare, si sente in buona salute, non ha patologie particolari, rivolga un pensiero al prossimo, specie in un periodo di grande difficoltà come quello attuale».

«Aiutiamo il prossimo»

Luigi Serra, consigliere regionale ADMO

«La mia vita è cominciata a trentasei anni. Mi diagnosticano un linfoma che, però, si può combattere. Da allora ho ricevuto più di quanto non abbia dato. L’importanza dell’iscrizione al Registro mondiale dei donatori di midollo osseo»

E’ con vero piacere che nella rubrica “Assistenti e assistiti”, ospitiamo Luigi Serra, consigliere regionale e referente per la provincia di Taranto dell’Associazione donatori midollo osseo. Da tempo, sui diversi canali informativi di Costruiamo Insieme (sito, web radio, canale youtube) stiamo realizzando una serie di servizi per il sociale, invitando nei nostri studi rappresentanti di associazioni e utenza che usufruisce dei servizi messi a loro disposizione da Azienda sanitaria locale, enti e amministrazioni locali.

Dunque, Serra, forse vale la pena iniziare con il lanciare un appello ai giovani, parte sensibile della nostra società su temi forti come la donazione del midollo osseo.

«Il nostro lavoro su Taranto rivolto principalmente ai giovani, nasce otto anni fa. Una famiglia elabora il dolore per la scomparsa del proprio figlio e lo trasforma in amore nei confronti del prossimo. Dunque, l’ADMO, associazione composta da volontari ha il fine ultimo di coinvolgere i giovani e invitarli ad iscriversi al Registro mondiale dei donatori. Insieme con Luigi D’Amore, responsabile della sede di Grottaglie, e la dottoressa Antonella Portulano, ci rivolgiamo a studenti diciottenni delle scuole della nostra provincia trasferendo loro le nostre testimonianze per far comprendere quanto sia importante iscriversi all’elenco con il quale si può salvare una vita umana. Con un semplice esame del sangue si può codificare il proprio dna, forse unico al mondo, e salvare un essere umano in attesa di un “miracolo”».Serra 01L’ADMO da quanto tempo svolge questa opera di sensibilizzazione sul nostro territorio?

«Nasce nel 2011. Personalmente ho vissuto sulla mia pelle un’esperienza che non auguro a nessuno. Conosco l’associazione a causa di un linfoma che mi riscontrarono dopo un controllo più o meno di routine. Ufficiale dell’Aeronautica, parlo di questa mia esperienza ai miei allievi, che si dimostrano sensibili al tema: qualcuno ne ha sentito parlare, altri hanno letto o appreso notizie attraverso organi di informazione o amici; invitato dagli stessi ragazzi a parlarne in modo più compiuto, spiego loro quanto sia importante iscriversi al Registro mondiale: le cellule staminali che risiedono nel dna di ciascuno di noi, sono l’unica ancora di salvezza per chi, oggi, combatte la leucemia; constatata una risposta in termini significativi, siamo passati ad interessare altre anime che avessero a cuore il tema. Attraverso un’opera di sensibilizzazione, siamo riusciti ad entrare negli istituti di Scuola superiore di Taranto rendendo l’ADMO la prima realtà in Puglia. La nostra provincia nell’ultimo anno solare, è riuscita a dare 456 iscritti al Registro mondiale dei donatori».

Un brutto giorno, in ospedale per una serie di controlli, le dicono di stendersi sul lettino e ascoltare con attenzione la diagnosi.

«Momenti che non auguro a nessuno, anche se la dottoressa che mi aveva illustrato il linfoma, mi aveva assicurato che si trattava di una neoplasia del sangue dalla quale si poteva uscirne vincitori. Una frase che mi colpì molto. Trovai, dunque, una forza d’animo che non pensavo di avere, presi il coraggio a due mani e informai mio padre e mio fratello che intanto attendevano fuori dalla stanza di ospedale. Da quel momento è iniziato il mio percorso in salita, alla conquista della vita durato un anno».

Le è cambiata la vita, ha detto che da quel momento ha preso più di quanto non avesse dato.

«Sono molte di più le cose belle ricevute dalla vita, che non quelle brutte; vivendo un’esperienza così drammatica, così forte – avevo perso dieci chili… – quanto mi è accaduto da quel momento in poi è stato un arricchimento unico: ho scoperto una parte di me stesso, il valore straordinario della mia famiglia, la scoperta di quanto sia bello avere amici: alcuni di loro nell’arco di questa esperienza mi hanno coccolato; le amicizie con i medici, con il professor Cinieri, l’ingresso in ADMO, l’incontro con i docenti delle scuole, le condivisioni su Facebook. Ogni giorno avverto questo senso di ricchezza».Serra 02E’ salvo, ma dopo questa esperienza ha avuto netta la sensazione che il suo impegno avesse salvato una vita umana.

«Non immaginavo che potesse accadere. Avevo iniziato a raccontare di esperienze agli allievi della Scuola di addestramento dell’Aeronautica di Taranto, che attraverso un’attività condivisa ha manifestato una volta di più quanto questa fosse sensibile al sociale; ripetevo ai ragazzi quanto fosse semplice donare una vita: spiegavo loro che il midollo osseo è un tessuto che si trova all’interno della cavità delle nostre ossa, produce cellule pregiate che possono contribuire a salvare una vita umana. Quando raccontavo questo, non pensavo si potesse realizzare concretamente il disegno della vita. Quando un bel giorno, un mio ragazzo, Vincenzo Guerra – faccio il suo nome in quanto esperienza andata a buon fine – mi scrive su Facebook: “Comandante, sono stato contattato dal Policlinico di Bari, sono compatibile al 100% con una bambina di tre anni affetta da leucemia che ha bisogno di aiuto, corro a donare!”.

Vincenzo ne parla poco, è schivo: chi compie questi gesti d’amore non vuole passare per un eroe, aiutare il prossimo dovrebbe essere la normalità. Questo episodio ha dato un senso a quanto fatto in tutto questo tempo, insieme abbiamo salvato una vita umana: io con le mie opere di persuasione, lui e gli altri allievi, con l’iscrizione al Registro. Dunque, la vita che mi è stata donata o restituita – se vuole – all’età di trentasei anni, l’ho impegnata nel convincere Vincenzo e altri come lui su quanto sia utile spendersi per il prossimo».

L’importanza di una donazione che avviene in forma gratuita e anonima.

«Quando si parla di donazione di midollo osseo, non si considera che si parla di compatibilità: in una famiglia con quattro fratelli, per esempio, uno su quattro può essere compatibile con l’altro; quando questo, purtroppo, non accade, il rapporto diventa complicato; fra non consanguinei, infatti, la compatibilità sale vertiginosamente: uno su centomila. Se Vincenzo non si fosse iscritto, per la piccola ci sarebbero state poche speranze».

L’ultimo progetto ADMO.

«Grazie all’impegno del cavaliere Maria Stea, con Regione e Miur regionale, abbiamo sottoscritto un impegno che ci autorizza a contattare i dirigenti degli istituti scolastici pugliesi per concordare incontri nel corso dei quali parlare ai loro studenti dell’Associazione e di quanto sia importante mettersi a disposizione per il prossimo».

«Stiamo con i deboli»

Andrea Occhinegro, portavoce dell’associazione ABFO

«Mio padre morto giovane, spinse me e la mia famiglia a impegnarci per i più bisognosi. Bello abbracciare i piccoli di una volta prossimi al matrimonio, qualcosa è cambiato in positivo nella loro vita. Mi ha fatto male la politica, qualcuno disse che avremmo voluto fare business trascurando gli indigenti»

Andrea Occhinegro, rappresentante ABFO, una delle associazioni di volontariato e assistenza presenti sul territorio. E’ lui il nostro graditissimo ospite dello spazio riservato sul nostro sito ad “Assistenza e Assistiti”. Con lui parliamo del suo impegno e dell’attività svolta in tutti questi anni in aiuto a gente in evidente stato di difficoltà.

Occhinegro, cosa l’ha indirizzata a fare associazionismo in modo così attivo?

«Ho compiuto questa scelta a causa di un evento luttuoso. Persi mio padre ancora giovane, tanto che in famiglia, insieme a mamma e sorelle, decidemmo di dar vita a un progetto benefico. Creammo dal nulla un’associazione che di fatto dalle sue origini si occupa di persone, famiglie, bambini, che vivono in condizioni economiche e sociali disagiate».

ABFO, acronimo che sta per Associazione benefica Fulvio Occhinegro. Quante cose ha già realizzato la sua associazione?

«Quando si parla di sociale c’è sempre tanto da fare, è un mondo infinito, a maggior ragione in una città nella quale c’è gente che soffre, ecco perché dico che il sociale non ha inizio né fine e c’è sempre da fare».Occhinegro 01Una cosa che ricorda con più orgoglio.

«Nel lontano dicembre 2012, dopo un tavolo tecnico in Prefettura al quale partecipò anche l’Amministrazione comunale di Taranto, riuscimmo a realizzare un Centro di solidarietà polivalente. In quell’occasione rispondemmo alle esigenze più importanti, quelle del pericolo-freddo: facemmo accoglienza in modo gratuito; ospitammo molte persone e il modo in cui ci spendemmo ci riempì di orgoglio. Quel Centro di solidarietà, poi, è andato avanti, esiste tuttora. Mi piace ricordare quel periodo in quanto a Taranto i senza fissa dimora dormivano per strada, non avevano altra possibilità di ripararsi dal freddo».

Cosa ci vorrebbe per una città come Taranto?

«Domanda impegnativa, l’accolgo volentieri, il problema principale di Taranto è che esistono divisioni: c’è sempre qualcuno che, invece di spendersi per il prossimo, ama criticare, esercizio sacrosanto, ma sicuramente più semplice da svolgere rispetto a un impegno giornaliero che assumono quanti fanno associazionismo: ma è più facile parlare piuttosto che fare, che si tratti di politici o si tratti di persone del sociale, del mondo della cultura. Credo sia proprio questo uno dei principali problemi di Taranto. E’ un atteggiamento che avverto un po’ ovunque, dallo sport alla cultura, al sociale appunto: la mia speranza è che prima o poi ci si possa sprovincializzare».Occhinegro 03Ci sentimmo tempo fa, fu attaccata. Qual è la reazione umana di una persona che si impegna nel sociale e viene, invece, indicata come elemento “inaffidabile”?

«Ricordo quel momento con amarezza, ma ritengo sia utile parlarne. In quell’attacco c’erano motivi di carattere politico. Fui accusato, insieme con la mia associazione, dopo cinque anni di ininterrotta attività nel sociale – svolta in modo del tutto gratuito insieme con la mia famiglia – di accompagnare all’uscita gente che non aveva risorse per mantenersi: ospitavamo, invece, cinquanta, sessanta persone a notte, compito molto impegnativo ma assunto con la massima generosità. Eppure a qualcuno era venuto in mente di indicarci come gente senza cuore, perché avevamo scelto di ospitare extracomunitari per fare business. Balla clamorosa, mai fatto, del resto bastava una telefonata in Prefettura per rendersi conto che non stavamo cacciando nessuno: ripeto, campagna elettorale. Un peccato, per discolparci da accuse inconsistenti dovevamo quasi schierarci con questo o quell’altro. Fu un brutto periodo, lo ricordo male, anche se poi ebbi modo di chiarire con l’interessato la polemica, tanto che in una successiva conferenza stampa lo stesso ritirò tuto quello che aveva detto».

Cosa vorrebbe si dicesse oggi della sua associazione?

«Il desiderio, sempre vivo, è che si continui a parlare della nostra associazione in termini benevoli, come un’attività nata per aiutare persone indigenti e continua a fare questo. Questo è il mio principale obiettivo. Ora che a distanza di quasi quindici anni incontriamo ragazzi felici e prossimi al matrimonio, e che avevamo aiutato da piccoli, ci riempie il cuore di gioia».

Un episodio, una battuta, riconoscenza.

«La riconoscenza ci interessa relativamente, facciamo assistenza senza aspettarci automaticamente sentimenti di gratitudine: capita, invece, di vedere gente che comincia ad essere autosufficiente e ci chiede di sospendere l’aiuto per fare del bene a chi in quel momento ha più bisogno».

«Assistenza domiciliare»

Patrizia Casarotti, presidente Ail di Taranto

«Facciamo l’impossibile per curare gli ammalati a casa propria. L’aspetto psicologico per pazienti e familiari è importante. Abbiamo compiuto grandi passi, ma non ci fermiamo, la ricerca deve proseguire: trovare una pillola per annientare le “chemio”, debilitanti. Ottimi rapporti con Avis e Admo»

Costruiamo Insieme incontra Patrizia Casarotti, presidente dell’Ail di Taranto, l’Associazione impegnata contro le leucemie. Presente sul territorio da cinque lustri, in queste settimane ha celebrato i suoi venticinque anni. Molto è stato fatto, ma tanto ancora la rappresentante dell’Ail è intenzionata a fare, divulgando l’importanza di essere presenti sul territorio, sensibilizzando chiunque voglia spendersi per quanti sono meno fortunati.

Quanto è stato fatto in questi venticinque anni?

«A Taranto l’Ail è nata il 4 gennaio del 1994, a disposizione pochi strumenti, ma tanta buona volontà. Col passare del tempo abbiamo allargato l’equipe interdisciplinare, fino ad avere l’organico odierno: tre medici, quattro infermieri, due operatori socio sanitari, un fisioterapista, una psicologa. Grazie a questo gruppo, ormai collaudato, riusciamo ad assicurare un’assistenza domiciliare a trecentossessanta gradi. In questo percorso di crescita, nel 1997 abbiamo acquistato un appartamento a Paolo VI, ciò per consentire al personale di seguire i pazienti che vengono a curarsi a Taranto da fuori regione. La scelta del quartiere è anche strategica, essendo la sede non molto distante dall’Ospedale Moscati».Casarotti Articolo 01L’importanza di un’associazione come l’Ail sul territorio.

«Come spiegava il prof. Mandelli, il paziente dovrebbe essere curato a casa, perché in un momento così particolare del suo status si senta più tutelato; anche l’aspetto psicologico ha il suo valore. Abbiamo dato risposta ai disagi che registrano i familiari dei pazienti quando di punto in bianco si trovano a dover fare i conti con la malattia; proprio in virtù di ciò, abbiamo pensato di organizzarci per l’assistenza domiciliare».

Quanti associati ha l’Ail?

«Venticinque, ma saremmo lieti di allargare il numero di presenze di associati al nostro interno: non nascondiamo che talvolta le idee sono più veloci del senso pratico; mi spiego, vorremmo dare sempre più spazio ai progetti che abbiamo in mente, ma per motivi di carattere pratico il più delle volte dobbiamo considerare forze e strumenti a disposizione: fossimo di più, di più sarebbero le cose sulle quali potremmo intervenire in modo concreto. Chi fosse interessato, può informarsi andando sulla pagina di Facebook o sul nostro sito: Ail Taranto; esiste un indirizzo mail al quale inviare richiesta di incontro con allegato un modulo che verrà posto all’attenzione del Consiglio di amministrazione».

L’importanza della prevenzione e dei controlli.

«La malattia del sangue, purtroppo, è silenziosa, improvvisa; arriva senza preannunciarsi con dolori o segnali allarmanti. Il controllo ematologico dovrebbe essere costante, i tarantini dovrebbero avere più cura di se stessi; talvolta gli ospedali sono affollati, ma occorre avere quei proverbiali cinque minuti di pazienza e dedicare più attenzione a se stessi». Casarotti Articolo 02Il venticinquennale celebrato al teatro Fusco, Comune di Taranto, Orchestra della Magna Grecia, gli artisti. C’è un desiderio che vorrebbe realizzare?

«Più che un desiderio, un sogno: vorrei che la ricerca proseguisse, che le leucemie venissero curate con delle compresse piuttosto che mediante sedute di chemioterapia, debilitante anche dal punto di vista psicologico per il paziente che si sottopone ad essa. Capita, a volte, che il familiare del paziente stia peggio dello stesso assistito; proprio a tale proposito stiamo pensando di fare dei corsi ai familiari degli assistiti perché anche loro possano sostenere i propri cari: spesso un sorriso, una parola incoraggiante, può tornare utile più di una cura.

Per quanto riguarda il Venticinquennale, devo ringraziare quanti, fra Comune e Orchestra, si sono spesi per porre per una sera il lavoro svolto dalla nostra associazione in tutti questi anni; gli artisti Mario Rosini e Mimmo Cavallo, Palma Cosa e , i Terraross e il conduttore della serata, Mauro Pulpito. Il nostro impegno e il nostro pensiero lo abbiamo rivolto a familiari e genitori coraggiosi, come papà e mamma del piccolo Francesco, che un mese prima purtroppo ci aveva lasciati; nonostante il dolore hanno voluto starci accanto, a sottolineare il nostro impegno manifestato fino all’ultimo a sostegno del loro figliolo».

Il rapporto con le altre associazioni sul territorio.

«Collaboriamo molto con Avis (Donatori sangue) e Admo (Donatori midollo osseo). Siamo in costante contatto con queste associazioni, i nostri pazienti hanno bisogno di trapianti. E’ allo studio anche un progetto, “Un viaggio per guarire”: contiamo di realizzarlo nel più breve tempo possibile, ospitare ragazzi dell’Ail di Brescia perché manifestino testimonianze di donatori e pazienti che da questi hanno ricevuto il midollo».

«Vincere insieme»

Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata.

«Medici, genitori e piccoli pazienti devono essere una cosa sola. Ho imparato molto da loro. Passi da gigante nella ricerca: più sette casi su dieci si risolvono positivamente. Taranto soffre, registra il 50% di casi in più rispetto al resto d’Italia»

Fra le interviste di “Costruiamo Insieme”, in diverse occasioni ci siamo rivolti a chi lavora nell’informazione o chi è impegnato in prima linea nel cura della salute dei cittadini tarantini. Dopo l’opinione di un genitore di uno dei piccoli assistiti sul territorio, stavolta ospitiamo un oncoematologo, Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata di Taranto.

Oncoematologo, è una parola che mette sicurezza o paura?

«Uno e l’altro, l’oncoematologo pediatra è un pediatra che si occupa di tumori infantili, dunque di “mali” in età pediatrica ma anche di malattie del sangue; da un certo punto di vista mette timore, del resto stiamo parlando di malattie e, in alcuni casi, di malattie serie; dall’altro, mette sicurezza perché rappresenta una piccola branca della pediatria: chi si occupa di questo, si dedica esclusivamente di tumori infantili. E’ però anche capitato che oncologi ed ematologi degli adulti, nonostante l’esperienza non avessero la stessa conoscenza che ha un pediatra oncoematologo: ecco l’invito a consultare uno specialista specifico».Cecinati Copertina 2Per cosa si consulta un ematologo pediatrico?

«Per le patologie dell’età infantile, parliamo di bambini che dai trenta giorni ai diciotto anni, che possono avere malattie del sangue o tumori; è chiaro, però, che non tutte le malattie ematologiche sono gravi, in quanto ne esistono di comuni, facilmente curabili: l’anemia dovuta al ferro basso, per esempio, oppure un calo delle piastrine; poi ci sono malattie più importanti, oncologiche, e mi riferisco alle malattie del sangue, quelle neoplastiche, che sono le leucemie acute; ma l’oncoematologo si occupa anche di tumori solidi del sangue, sarcomi, tumori del cervello; dunque, malattie oncologiche (non neoplastiche) e tumori ematologici, del sangue o non del sangue».

Fin qui ci ha messo sufficientemente paura. Negli anni nella sua materia, però, sono stati compiuti passi da gigante. 

«Detto che Oncologia pediatrica è diversa dalla specializzazione che può interessare il paziente in età adulta; grazie al costante lavoro di ricerca sono stati fatti enormi passi avanti; l’Italia è uno dei Paesi cpn una grande storia nel campo dell’ematologia pediatrica; dunque, detto che è diverso rispetto a quella adulta, consideriamo che le possibilità di un bambino di salvarsi da un tumore del sangue sono superiori al 70%; fino agli anni Ottanta la percentuale di sopravvivenza era del 30%, dunque possiamo dire che è stata ribaltata la tendenza; ciò significa che sono stati compiuti passi molto importanti: un bambino che ha un tumore in età pediatrica ha delle buone, a volte ottime, probabilità di guarire».

Taranto e i problemi di salute, anche gravi. E’ una città nella norma o registra numeri più elevati rispetto alla già dolorosa media nazionale?

«Tumori infantili, considerandoli patologie rare, in Italia si registrano circa quattromila casi l’anno; l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di Sanità sull’incidenza dei tumori infantili descrive una percentuale superiore al 50% rispetto alla media: non abbiamo un’epidemia di tumori infantili, ma tradotto in numeri, fra Taranto e provincia dovremmo avere una media di quindici casi, invece ne riscontriamo venticinque l’anno».
Cecinati Articolo 02Qual è il rapporto con i genitori dei suoi piccoli pazienti?

«Prima di arrivare a Taranto, ho lavorato a Roma, Pescara e Bari; ho sempre avuto un buon rapporto con i genitori dei piccoli: non è un rapporto facile, ma quanto imparato nelle relazioni lo devo a loro; papà e mamma dei bambini attraversano un rapporto molto complicato della loro vita: quando uno di questi casi investe una famiglia, blocca ogni attività quotidiana, in casa come al lavoro; è, però, importante far capire che ci sei, che possono contare su di te».

Specialista, ma anche genitore. Il suo rapporto con i piccoli?

«E’ una delle cose più belle, ma dipende dall’età; con gli adolescenti non è sempre facile, loro vorrebbero stare ovunque tranne che in un reparto di ospedale; ho invece imparato dai piccoli, che ho assistito in chemioterapia: hanno una forza straordinaria, spesso molto superiore a quella degli adulti nelle stesse condizioni; e i bambini più fragili? Il più delle volte sono i più forti».

Esistono sintomi da monitorare? 

«Una vera prevenzione in età pediatrica non esiste, con la Fondazione Veronesi però siamo andati nelle scuole medie superiori per suggerire ai ragazzi uno stile di vita attento rispetto ad alimentazione, fumo e droghe; per quanto riguarda la cura, quando lo stato di salute cagionevole di un piccolo persiste, è bene rivolgersi a uno specialista».

«Funzione sociale»

Michelangelo Giusti, presidente del Coni a “Costruiamo Insieme”

«Formiamo i ragazzi come individui, ma anche come futuri cittadini. Più di ventimila gli iscritti: non solo calcio, basket, volley e nuoto. Accanto all’Amministrazione che si candida alla manifestazione del 2025»

«Lo sport ha una funzione sociale fondamentale: forma il ragazzo come individuo, ma anche come futuro cittadino. Le difficoltà non mancano, dunque occorre individuare quegli spazi per dedicarsi allo sport; non sempre è facile e questo dimostra quanta passione ci sia nei ragazzi che fanno sport e hanno voglia di mettersi in competizione. Poi diventare campioni nella vita, che poi è lo scopo finale dello sport in genere».

Ospite dello spazio informativo di “Costruiamo Insieme”, Michelangelo Giusti, presidente del Coni, Comitato olimpico nazionale. In queste settimane, fra l’altro, il massimo rappresentante territoriale affianca l’Amministrazione comunale nel sostenere la candidatura della città ai Giochi del Mediterraneo 2025.

«L’Amministrazione comunale, nella persona del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, si era già attivata con il presidente Giovanni Malagò; condiviso l’indirizzo  dato dal primo cittadino, la nostra organizzazione è entrata in gioco; in queste settimane, raccogliendo l’invito di sindaco, assessore allo Sport e alla Cultura, Fabiano Marti, e del maestro Piero Romano dell’Orchestra della Magna Grecia, insieme con atleti di spicco del nostro territorio, sto prendendo parte agli eventi del Magna Grecia Festival: ad ogni incontro, breve introduzione con i nostri campioni, il perché Taranto può candidarsi autorevolmente ai Giochi del mediterraneo, poi spazio alla musica».Michelangelo Giusti Articolo 01Quanto è importante una partecipazione ai Giochi.

«Rientrano nel Piano strategico di sviluppo di Taranto, dunque i Giochi tornano utili nell’ambito di questo piano soprattutto a darsi una scadenza, 2025, perché intanto si lavori con una data certa per completare impianti, infrastrutture e quanto interessa la ricettività; e poi dare, considerando lo spessore dell’evento, una immagine nuova di Taranto, a livello nazionale e internazionale».

Qual è il ruolo del Coni nazionale e quello locale?

«Istituzionalmente segue, promuove, gestisce, organizza tutta l’attività sportiva; a questa attività istituzionale da qualche anno si è aggiunta, per delega del Governo, anche un’attività sociale, in particolare allo sport di base e all’attività motoria nell’ambito delle scuole; istituzionalmente, il Coni si interessa esclusivamente di agonismo e, in vista dell’evento più importante le Olimpiadi»

Quanti atleti fra Taranto e provincia?

«Oltre ventimila sono i tesserati, dato che si riferisce a un paio di anni fa, l’ultimo ufficiali; fra questi atleti, numerose sono le eccellenze. Fra le discipline più frequentate dai giovani e con il maggior numero di tesserati, calcio, basket, pallavolo e nuoto; anche nelle discipline minori, sicuramente non minori per importanza, vantano anche un significativo numero di iscritti».

Il primo nome che le viene in mente.

«L’elenco è lungo, menziono l’ultima: la tarantina Benedetta Pilato, enfant-prodige del nuoto che poche settimane fa, a Roma, ha stracciato il primato nazionale nella specialità “rana” sui cinquanta metri. Un fatto eccezionale, se pensiamo a una ragazza di appena quattordici anni, che ha un futuro glorioso che sicuramente farà bene allo sport, non solo nazionale».
Michelangelo Giusti Articolo 02La Pilato, pensa alla scuola. La mamma ha condiviso.

«Ha mostrato maturità, soprattutto – nonostante la disciplina sportiva che pratica – di saper tenere i piedi ben piantati in terra; promette bene per il suo futuro: quando si ottengono risultati importanti, di solito si è portati a fare programmi non sempre così contenuti; Benedetta, invece, ha mostrato che il corpo deve essere sempre collegato alla mente: la parte emotiva e intellettiva, infatti, sono gli elementi che fanno la differenza fra uno sportivo e un campione».

Che rapporto ha il Coni con le società del territorio.

«Il Coni rappresenta l’unità del mondo sportivo a livello territoriale, posto che ogni federazione ha statuti, regole, autonomia; all’esterno il Comitato nazionale rappresenta il mondo sportivo e tutte le federazioni insieme».

Si può vivere o sopravvivere di sport?

«C’è possibilità di fare sport, tralasciando i campioni e gli alti livelli che questi raggiungono, il discorso è diverso: a livello locale, un istruttore, un dirigente sportivo – perché non esistono solo gli atleti – visto che lo stesso Coni si occupa della formazione non solo atletica, ma anche di tecnici e sulla formazione dei dirigenti; Taranto, pertanto, può offrire anche occasioni di lavoro in ambito sportivo».