«TV, amore a prima vista»

Antonio Caprarica, giornalista e volto noto del piccolo schermo 

Salentino, settant’anni appena compiuti e non sentirli. «Anche se il traguardo è sempre più vicino», scherza il popolare corrispondente Rai da Londra e Mosca, Kabul e Beirut. «Fossi costretto a scegliere fra le mie esperienze lavorative, direi senza dubbio la televisione». Venti titoli in libreria, laureato in filosofia, gli manca il contatto con i suoi lettori. «Ho avuto il “blocco dello scrittore”, forse privato della libertà a causa di questa sciagurata pandemia»

Antonio Caprarica, giornalista, scrittore e saggista italiano. Leccese di nascita, molti lo conoscono come corrispondente Rai, soprattutto da Londra, tanto che molti dei suoi titoli (una ventina i libri pubblicati)  hanno come soggetto l’Inghilterra, la politica, lo stile di vita, il romanzo dei Windsor. E’ stato, fra l’altro, corrispondente da Mosca e Parigi, ma anche dal Medioriente, in piena crisi del Golfo, da Kabul a Beirut.

 

Prima di porle qualche domanda riguardo la sua attività di giornalista e scrittore, domanda d’obbligo: come vive la pandemia, cosa ha tolto, cosa pensa abbia insegnato questa sciagura?

«La vivo con sollievo guardandomi attorno, felice di essere scampato – facendo gli scongiuri – a quella tragedia che purtroppo, solo in Italia, ha interessato decine di migliaia di vittime; dunque, sollievo perché finora l’ho scampata, ma costernazione e tanta solidarietà verso quelle famiglie per la sofferenza provata nel perdere le persone amate. E un po’ di rabbia, avendo compiuto il 30 gennaio scorso settant’anni. A quest’età i mesi, i giorni, le ore, in realtà valgono per due, se non per tre rispetto al periodo della gioventù: mi sembra di essere defraudato da questa dannata pandemia. La cosa che più mi manca è il viaggiare, pertanto spero che questa sciagura possa avere una fine, arrivi un vaccino e si possa riprendere la vita di tutti i giorni».

 

Cosa fa un giornalista attivo come lei quando non risponde alle domande di un collega?

«Non posso viaggiare, dunque non posso incontrare lettori dei miei libri, attività che amo moltissimo, avendo una media fra i cinquanta e i cento incontri l’anno; non incontro, dunque, gente che aveva la cortesia e la pazienza di leggere i miei libri. Per dirla tutta, da questo punto di vista siamo più fortunati rispetto ai nostri antenati che hanno vissuto la “spagnola” perché oggi c’è internet, così una parte del mio tempo se ne va in collegamenti, dibattiti, interventi in talk-show televisivi. E’ una limitazione che, per fortuna, l’ingegnosità dell’uomo negli ultimi vent’anni è riuscita a ridurre fortemente. Leggo molto e scrivo, anche se nel primo periodo ho accusato il cosiddetto “blocco dello scrittore” legato probabilmente a quella privazione della libertà cui mi sono sentito sottoposto».

 

Ha scritto per l’Unità, direttore di Paese sera, dei notiziari di Radiouno, direttore della stessa Radiouno. La differenza fra radio, tv, carta stampata. Avesse dovuto fare una scelta?

«E’, in qualche modo, il gioco della torre al quale non vorrei espormi, proprio perché sono state tutte esperienze importanti; ho iniziato con la carta stampata, dalla quale non pensavo di staccarmi; poi sono passato alla tv ed è stato amore a prima vista: stare davanti a una telecamera mi è sembrata una cosa naturale, come appropriarmi subito del linguaggio televisivo senza che lo avessi studiato; la radio è stata un’esperienza tardiva, ma meravigliosa, perché l’effetto evocativo della voce ha il suo fascino: il pubblico ti riconosce dalla voce, ha questa capacità mnemonica che resta anche quando le notizie si dimenticano; stampa, tv e radio sono sostanzialmente tre modi di comunicare straordinari».

 

Fosse costretto a scegliere, non ci sentono.

«Fossi costretto, beh, la televisione: ha una capacità, una totalità di registri che le altre non possono offrire; gli occhi, la voce, dunque il tono e l’accumulo di informazioni che derivano dalla conoscenza, è una ricchezza, una panoplia così ampia e così vasta da essere, forse, imbattibile rispetto alla carta stampata e alla radio».

 

Provo a porle la domanda in altro modo. Cosa l’affascina della scrittura, i tempi brevi o quelli mediamente più lunghi, considerando che i suoi servizi dovevano restare nel perimetro dei tre minuti.

«…Anche meno, purtroppo. Mi rendo conto, a volte, di aver suscitato un certo odio, rabbia nei miei giornalisti ai tempi dei notiziari radiofonici da me diretti: costringevo i miei collaboratori a servizi da un minuto, un minuto e dieci secondi al massimo; esagero, anche la Divina commedia si può sintetizzare in un minuto, ma perdiamo il meglio, le straordinarie sfumature del Sommo poeta; la sintesi è una delle esigenze fondamentali della comunicazione, e non solo perché la famosa soglia di attenzione viene meno dopo venti secondi: la rapidità nella comunicazione audio-video è essenziale per il linguaggio, la grammatica del mezzo. Nella scrittura, invece, rivendico sempre la possibilità del tempo medio-lungo con il compito di riflettere un po’ di più prima di mettere una parola su carta».

 

Fosse stato direttore, avrebbe ritenuto superflua, per amore di sintesi, la domanda sul suo Salento.

«Qui, invece, la sintesi gliela faccio in due parole: amo il Salento. La mia vita, il mio lavoro, la mia passione e la mia curiosità mi hanno portato inesorabilmente lontano dal posto in cui sono nato, però quando è possibile torno volentieri; e non è detto che negli anni che mi restano – il mio amico Walter Veltroni quando parla di età dice che “lo striscione del traguardo è più vicino” – possa trascorrere più tempo nel luogo in cui sono nato e cresciuto».

 

«Taranto, ciak si gira!»

“Pluto”, da oggi le riprese del “corto” diretto dal tarantino Ivan Saudelli

Gianmarco Tognazzi fra i protagonisti. Prodotto da Clickom srl e Programma Sviluppo, vincitore del bando “Apulia Film Fund”. «Felici che finalmente il grande lavoro di preparazione fatto in questi mesi stia per confluire sul set, soddisfatto che possa prendere vita a Taranto, la mia città», dice il regista. 

Sono iniziate questa mattina le riprese del cortometraggio “Pluto”, scritto e diretto dal regista tarantino Ivan Saudelli, un’opera che vede, fra gli altri, la partecipazione di Gian Marco Tognazzi, protagonista, fra gli altri, di “Ultrà”, “Una storia semplice”, “Romanzo criminale”, “Le ultime 56 ore” e “Il Ministro”.

“Pluto”, prodotto da Clickom srl e Programma Sviluppo, è risultato vincitore del bando “Apulia Film Fund” promosso nel 2020 dalla Fondazione Apulia Film Commission. “Pluto” è la storia di Igor, quarantenne disoccupato che cerca di sopravvivere soprattutto alla vigilia della nascita di una figlia, nata dalla relazione con Giulia conclusasi qualche mese prima. Un giorno viene convocato da una importante multinazionale (“Pluto Corporation”) che attraverso il suo vertice, Viktor, interpretato appunto da Tognazzi, lo mette davanti alla più grossa decisione della sua vita, un bivio senza ritorno.

Taranto vecchia 2 - 1

PLUTO, IL CANE DI BORIS…

Con lui ci sarà anche Pluto, il cane di Boris, il defunto figlio di Viktor. Ma perché proprio Igor? Cosa rappresenta il cane Pluto e cosa lo porta ad affrontare questa terribile situazione con apparente passività? Una serie di punti interrogativi che si accavallano e si sviscerano in una storia di sacrifici estremi ai limiti dell’assurdo, portando lo spettatore a ricostruire gli eventi scavando nel passato dei protagonisti.

Da lunedì 8 febbraio, dunque, una nuova troupe cinematografica è al lavoro in città e in provincia. Una squadra di professionisti, composta anche da eccellenze pugliesi: dal regista, Ivan Saudelli, allo scenografo, il martinese Vito Zito, fino alla truccatrice Giorgia Melillo. «Siamo felici – dice Saudelli – che finalmente il grande lavoro di preparazione fatto in questi mesi stia per confluire sul set, ancora più soddisfatto che Pluto possa prendere vita a Taranto, la mia città» .

Dopo la laurea a Roma, Saudelli è tornato a casa, nel capoluogo ionico, dove ha iniziato a lavorare ad una trilogia antologica che a distanza di anni sta per raggiungere il suo completamento. «Tutto – prosegue Saudelli – è cominciato nel 2010 con “Overture”, un lavoro distopico sull’industria e quindi sulla realtà strettamente tarantina; il secondo passo è stato “Icaro”, nel 2013, e ora , grazie a Clickom e Programma Sviluppo, ci apprestiamo finalmente a realizzare l’ultimo capitolo in un territorio che offre bellezze capaci di diventare valore aggiunto nella nostra storia» .

 

BIBLIOTECA, PAOLO VI, IL SET

Sono diverse, infatti, le location individuate da Saudelli per ambientare questo racconto che ha il sapore allo stesso tempo territoriale e futuristico. Dalla biblioteca «Acclavio» alla Circummarpiccolo, fino all’Incubatore ASI al quartiere Paolo VI. Alcune scene saranno infine girate nello stabilimento “Leonardo” di Grottaglie: negli ultimi mesi, infatti, sono stati intensi e frequenti gli incontri e i sopralluoghi durante i quali sono state individuate alcune aree dello stabilimento in grado di rappresentare in modo efficace il futuro, lo spazio e l’eccellenza ingegneristica della “Pluto Corporation”, la multinazionale rappresentata nel cortometraggio.

Tarantina, infine, è anche Clickom, la casa di produzione cinematografica che dopo l’esperienza di “Dorothy non deve morire” di Andrea Simonetti, con l’attrice Milena Vukotic, e prodotto da “10D Film”, continua a portare avanti la scelta di sostenere le eccellenze pugliesi. «Crediamo fortemente – ha spiegato Celeste Casaula, amministratrice Clickom – che il cinema e la cultura siano una delle strade da percorrere, in particolare a Taranto, per cambiare strada; crediamo nella rete tra soggetti sani e volenterosi e anche per questo abbiamo avviato un rapporto con il nuovo Spazioporto di Taranto: il futuro passa attraverso la valorizzazione delle eccellenze professionali, naturalistiche e umane del nostro territorio».

«Taranto e Bari, capitali!»

Piano culturale per i due capoluoghi pugliesi

Nella biblioteca “Pietro Acclavio” l’ufficializzazione di un programma condiviso per il 2022. All’incontro hanno partecipato il presidente della Regione, Michele Emiliano, l’assessore regionale Massimo Bray, i sindaci Rinaldo Melucci e Antonio Decaro. «Fra i sogni, la Biennale del Mediterraneo e la Fiera del libro; facciamo sul serio, quando diciamo una cosa, poi la facciamo»

 

Il prossimo sarà l’anno della cultura del “Sistema Puglia”. È l’impegno assunto dalla Regione Puglia e dai Comuni di Taranto e Bari, che martedì 2 febbraio nella biblioteca civica “Pietro Acclavio” di Taranto, hanno sancito il patto siglato alcune settimane fa in vista del riconoscimento del titolo di Capitale italiana della Cultura 2022, non concretizzatosi nel passaggio finale (Capitale della Cultura è stata eletta Procida)

Nonostante l’esito della competizione, le due amministrazioni pugliesi e l’ente regionale, insieme, hanno deciso di realizzare ugualmente diversi degli eventi previsti dai dossier di candidatura dei comuni di Taranto e Bari.

In seguito al protocollo sottoscritto dai sindaci Rinaldo Melucci e Antonio Decaro, e dall’assessore regionale alla Cultura, Massimo Bray, infatti, l’ipotesi di unire gli sforzi per raccontare bellezze e tradizioni della terra pugliese attraverso la stesura di un calendario comune di iniziative per il 2022, si è concretizzato alla presenza del governatore Michele Emiliano, che ha confermato la disponibilità della Regione Puglia a sostenere le manifestazioni in programma.

Il lavoro da svolgere, ora, sarà quello di individuare gli eventi da realizzare, stilando un unico calendario, organico ai contenuti dei dossier delle due città e capace di valorizzare il lavoro svolto per il rafforzamento dell’offerta turistico-culturale complessiva del sistema regionale. Si entra, dunque, nel vivo del lavoro, con la costituzione di un tavolo interistituzionale sulla cultura che, grazie alla competenza e all’esperienza dell’assessore Bray, consentirà di individuare le progettualità sulle quali investire, partendo dai progetti culturali più ambiziosi, tra i quali la “Biennale del Mediterraneo” per Taranto e la “Fiera del libro” per Bari.ORI - 1«GIORNATA STORICA!»

«È una giornata molto importante – ha dichiarato in proposito il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano – Bari e Taranto sono alleate per utilizzare gli investimenti in cultura come motore della crescita dell’intera comunità e dell’economia. Ci ritroviamo in una biblioteca interamente ristrutturata con i fondi della Regione Puglia, con la spinta dell’assessore Bray, instancabile nel tessere questa alleanza tra le due città, qualcosa che per me rappresenta una grande soddisfazione. Spero che questa alleanza sia sempre viva e ricca di soddisfazioni: è bellissimo che i due sindaci abbiamo deciso, assieme all’assessore Bray, di presentare il progetto della Biennale del Mediterraneo a Taranto, molto ardito. Nel briefing finale, prima di questa conferenza stampa, io e l’assessore Bray ci siamo detti che “la facciamo sul serio”. Perché è fondamentale per me, da sempre, dire una cosa e poi farla. E poi c’è l’altro grande progetto, un sogno di una vita, quello del Salone del libro a Bari. Speriamo davvero di riuscire a costruire il percorso giusto affinché anche al Sud ci sia una manifestazione legata alla lettura, alla scrittura e alla vendita dei libri, che per noi rimangono il motore fondamentale per la crescita delle persone».

L’ambizione di Taranto a divenire Capitale Italiana della Cultura 2022 non è stata nascosta dal sindaco Melucci che, ringraziando chiunque si sia speso per la candidatura, a partire dagli amici della Grecìa Salentina, con i quali è stata condivisa questa avventura, ha spiegato come, al netto del risultato, questo percorso abbia prodotto risultati eccezionali.

 

«TARANTO, GRANDE RIFERIMENTO»

«Taranto è un riferimento per chiunque voglia lavorare nella programmazione culturale – ha detto il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci – è un laboratorio di partecipazione in grado di trasformare conoscenza, tradizione, e bellezza in opportunità di sviluppo economico. L’entusiasmo che si è creato intorno alla candidatura, anche il dibattito che è stato alimentato, ci dice che lavorare su questi temi riaccende una vitalità sopita per troppo tempo. Per questo motivo, con Antonio Decaro, con Massimo Bray, con il presidente Michele Emiliano, abbiamo deciso di continuare ad alimentare questo fuoco, che riscalda non solo il cuore di Taranto, ma di un’intera regione che negli ultimi 15 anni ha segnato il passo a livello nazionale come meta turistica irrinunciabile, set cinematografico ideale, terra di eccellenti narratori. L’asse con Bari, inoltre, si sviluppa anche su diversi altri settori, come l’innovazione e le infrastrutture, una partnership tra le prime due città della Puglia che fa bene all’intero sistema regionale. “La cultura cambia il clima”, allora, il claim della nostra candidatura, alla luce di queste considerazioni assume un significato ancora più chiaro: è la consapevolezza di un processo in atto da tempo, che non fermeremo, che per Taranto in particolare vuol dire coltivare un’alternativa importante alla monocultura siderurgica».

Anche Bari ha corso per il titolo di Capitale Italiana della Cultura ma, ancor prima di conoscere l’esito della competizione, intravedendo la possibilità di creare una piattaforma comune tra le due città finaliste, ha sposato l’idea di un’eventuale capitale della cultura pugliese “diffusa”. «Il tavolo che stiamo costituendo oggi – ha commentato il sindaco di Bari Antonio Decaro – serve a dare corpo e sostanza a una visione legata alla cultura nella nostra regione e ad un accordo sottoscritto qualche giorno fa, che intende sostenere il sistema culturale tra Bari e Taranto emerso nell’ambito del percorso di candidatura al titolo di Capitale della Cultura italiana 2022.Nelle ore successive alla proclamazione di Procida abbiamo ascoltato moltissime considerazioni e critiche, come è normale che sia in un tessuto sociale vivo come il nostro, su cosa avremmo dovuto inserire o, al contrario, eliminare dal dossier: tutte opinioni legittime da cui potremo sicuramente imparare. L’unica cosa che però che non ho condiviso e a cui sento di rispondere è il fatto che alcuni abbiano ritenuto un errore aver candidato sia Bari sia Taranto a questo riconoscimento. Al contrario, dal mio punto di vista questo è un fatto positivo, perché le città e i raggruppamenti di città pugliesi che hanno partecipato alla candidatura per il 2022, sette in tutto, sono la dimostrazione dell’esistenza di un grande fermento culturale che va accompagnato e sostenuto. E proprio questa scelta di candidarsi ha permesso alle due città da un lato di vivere uno straordinario momento di mobilitazione, con il coinvolgimento di operatori culturali, associazioni, stakeholder e semplici cittadini, dall’altro di delineare una vera e propria programmazione culturale integrata per il 2022.TA - 1«LAVORARE INSIEME»

«Anche grazie agli incontri, alle assemblee e al grande lavoro di pianificazione prodotto – ha proseguito Decaro – a Bari abbiamo contato oltre 300 appuntamenti di lavoro, orientando la programmazione culturale delle nostre città oltre il 2022. Per questo, a dossier ultimati, abbiamo deciso con la Regione Puglia di lavorare insieme in ogni caso – a prescindere dal verdetto ministeriale – per dare concretezza a quella visione nata dalla partecipazione e da un intenso lavoro condiviso. Il tavolo tecnico che inauguriamo oggi ci consentirà di conciliare al meglio le programmazioni di Bari con le città dell’area metropolitana e di Taranto con i Comuni della Grecìa Salentina per pianificare, con l’aiuto della Regione Puglia, un calendario condiviso di attività culturali da avviare anche prima del 2022, il più presto possibile, non appena la pandemia ci darà tregua. Lo faremo studiando a fondo i due dossier e individuando i possibili punti in comune: siamo entrambe capitali di una storia millenaria – Taranto forse ancor più di Bari – abbiamo riaperto nello stesso anno due teatri – a Bari il Piccinni, a Taranto il Fusco, disponiamo di magnifici Musei il MArTA a Taranto, tra i più importanti musei archeologici d’Europa, a Bari il Museo Archeologico della Città Metropolitana, che a breve si completerà con l’apertura degli ultimi spazi espositivi – vantiamo, sia a Taranto sia a Bari, splendide collezioni di dipinti della scuola Caravaggesca. La sfida comune sarà quella di dar vita a una programmazione congiunta capace di valorizzare al meglio il nostro patrimonio culturale legandolo alle attività in programma e provando ad offrire il nostro contributo al rilancio di settori strategici per la nostra regione, come quello turistico. Per questo, oggi, desidero ringraziare, insieme al sindaco Melucci, l’assessore Bray e il presidente Emiliano per aver dato attuazione a un impegno interistituzionale fondamentale per portare avanti i nostri progetti e per dare visibilità al sistema culturale della nostra bellissima terra».

«Presentiamo due piattaforme naturali che andranno valorizzate e che sono l’idea di una Biennale del Mediterraneo a Taranto e un progetto di fattibilità per la Fiera del Libro a Bari – ha concluso l’assessore regionale alla Cultura, Massimo Bray – Un aspetto dei progetti che vorrei sottolineare è il valore della complessità sociale: dobbiamo lavorare molto sulla formazione e sull’inclusione sociale, in tutte le forme che oggi la contemporaneità presenta. Saranno gli enti a decidere sulle risorse una volta che saranno valutati i progetti da realizzare. La cultura può essere uno straordinario volano per il Paese. Continuo a ribadirlo: la cultura ci sta mostrando che siamo tutti capaci di identificarci e quindi di essere una comunità che si sente vicina, capace di essere in rete. Per anni abbiamo avuto grosse difficoltà a fare sistema. E questa è una buona occasione per dimostrare che sappiamo fare rete, una rete virtuosa che pensa veramente ai prossimi anni. Come sarà questa regione nel 2050 è la mia grande domanda. Dobbiamo immaginare quali saranno le vocazioni dei cittadini, il modello di sviluppo ecosostenibile, le capacità di realizzare un esempio virtuoso di turismo. Su tutto questo, le due piattaforme saranno utili ad ascoltare i territori, a raccogliere idee e mettere in atto buone pratiche».

Ibra-Lukaku, che rissa!

RAZZISMO/Lo svedese provoca, il belga reagisce

Zlatan offende, dà dell’asino all’avversario e lo invita a tornarsene in Africa a fare i vodoo. Il belga risponde a muso duro che la mamma dello svedese non è “immacolata”. Condanna unanime del giornalismo. Luigi Garlando, già intervistato dalla nostra cooperativa: «Il bullismo del milanista è irritante, ma sbaglia anche l’interista»; Paolo Condò: «Quello del rossonero è trash-talking, un espediente sleale e vigliacco»

 

Inter-Milan, derby ad alta tensione per Zlatan Ibrahimovic  e Romelu Lukaku. Negli ultimi minuti del primo tempo della sfida di Coppa Italia, i due attaccanti si sono scontrati in occasione di un calcio di punizione per i nerazzurri: un testa a testa in cui alcune parole dello svedese hanno scatenato la reazione del belga interista, trattenuto a fatica dai compagni.

Ibra ha giocato nelle tre principali squadre italiane, Juventus, Inter e, ora, Milan, dunque non è un’accusa o una difesa di parte. Grande giocatore, ma peperino incontrollabile era in bianconero e nerazzurro, lo stesso dicasi in rossonero. Ciò detto, Ibra l’altra sera si è lasciato andare a frasi infelici rivolte all’indirizzo di Lukaku, giocatore che veste la maglia nerazzurra e che prima di allora, nonostante fosse da un anno e mezzo in Italia, non aveva mai dato segni di reazione così feroci. Le frasi, del tipo «Asino, tornatene in Africa con mamma a fare i vodoo!», con risposta eccessiva anche dell’attaccante interista, «Tua madre è una p…!» e così via. Ibra poteva risparmiarsela, Lukaku poteva evitare la replica.

Il calciatore svedese ha tentato anche una difesa blanda di quanto accaduto in campo, provocazione, grave, compresa, parlando come spesso gli accade di se stesso in terza persona. «Nel mondo di Zlatan non c’è posto per il razzismo», ha scritto lo svedese in riferimento alle accuse sul significato delle frasi da lui pronunciate e dirette all’attaccante belga.

Luigi Garlando, prima firma della Gazzetta dello sport, da “Costruiamo Insieme” intervistato nei giorni scorsi, dalle pagine del quotidiano sportivo più letto ha detto detto la sua: «Il bullismo di Ibra è irritante, ma sbaglia anche Lukaku. E non facciamo ome Conte, il tecnico nerazzurro».

 

«COSA INSEGNATE AI RAGAZZI?»

Questo il commento di Luigi Garlando sulla Gazzetta dello Sport in relazione alla rissa sfiorata tra Ibrahimovic e Lukaku. «Cos’hanno imparato i ragazzi dalla didattica a distanza del derby di Milano?», s’interroga Luigi Garlando. «Che insultare – prosegue – minacciare, rincorrere un avversario, mettersi faccia a faccia, infamare madri e mogli è punibile con un cartellino giallo, come uno sgambetto. Quindi, tutto sommato, si può fare. A poco prezzo. Cosa dovevano fare di più Ibrahimovic e Lukaku per farsi cacciare? Espellere già nel primo tempo i due eroi della sfida avrebbe guastato il derby? Un arbitro è tenuto a tutelare anche la qualità dello spettacolo? L’unico modo per tutelare la qualità dello spettacolo è garantire che siano difesi i valori di legalità, sportività e rispetto dell’avversario sui quali si fonda. E invece a San Siro sono stati trascurati anche banali principi di civiltà».

«Il giorno dopo – continua Garlando – ci saremmo aspettati una tuonata del capo degli arbitri, tipo: “Valeri ha sbagliato. Doveva cacciarli. Mai più scene tanto vergognose in campo! Tolleranza zero!”. E invece è arrivata la solita, deludente, difesa di casta. E dai giocatori, dai loro eroi, che seguono quotidianamente, cosa hanno imparato nella didattica a distanza di San Siro? Nulla di cui essere fieri e che serva a crescere bene. Tutto è partito da un fallo duro di Romagnoli, cui Lukaku ha reagito a muso duro. Qui si è inserito Ibra: “Rilassati”. Risposta di Romelu: “Perché, se no?”. Come fanno i bambini, insomma. E su queste scintille infantili hanno versato benzina adulta».

«Non c’è razzismo – sottolinea il giornalista – perché Zlatan è cresciuto nel ghetto multirazziale di Malmoe, tutta la sua vita nel calcio e fuori è stata aperta, inclusiva. Spesso si è sentito chiamare zingaro. Ma è irritante il suo bullismo sfottente, la mistica muscolare, il superomismo che riduce ogni confronto a una sfida. Zlatan ha il diritto di sentirsi Dio, ma il dovere di rispettare le leggi dei mortali. Si può essere leader in altro modo. Lukaku è stato toccato nell’affetto più caro e sensibile, la madre, di cui non ha mai dimenticato sacrifici e sofferenze. Legittimo il risentimento, ma non può mai diventare l’alibi per minacciare spari in testa, violenze alle mogli altrui e per dimenarsi alla ricerca della giustizia sommaria. Vale per entrambi: nelle regole d’ingaggio è compreso l’autocontrollo. Occhio a giustificare con leggerezza, come Conte: “Ibra ha cattiveria da vincente. Mi piace se Lukaku si arrabbia. Io ho fatto il calciatore, so che può capitare”. Complicità da caserma, dove si trattiene tutto all’interno. Meglio invece aprire le finestre e cambiare aria», conclude Garlando.

 

«ESPEDIENTE SLEALE E VIGLIACCO»

Sulla vicenda è intervenuto anche Paolo Condò, giornalista nel salotto di Sky e commentatore sulle pagine di Repubblica. «Quello di Ibra è trash-talking, un espediente sleale e vigliacco», ha scritto Condò. «Quello che Ibra ha fatto a Lukaku nel derby di coppa Italia – ha proseguito il giornalista di Sky e Repubblica – ha un nome molto preciso: si chiama trash-talking, ed è un metodo – largamente diffuso nelle competizioni di vertice, e spesso anche nella partite di calcetto fra colleghi – per innervosire l’avversario portandolo a sbagliare, a reagire, a farsi espellere. I professionisti del settore, e Ibra certamente lo è, memorizzano le informazioni che possono tornare utili, quelle che rivelano i punti deboli degli avversari: la storia dei riti voodoo è una cretinata tirata fuori dal proprietario dell’Everton per giustificare agli azionisti il fatto che Lukaku all’epoca se ne fosse andato anziché prolungare il suo contratto – spiega Condò – Romelu si adirò molto per la falsità, e di quella rabbia ovviamente è rimasta traccia in rete: chi vuole provocarlo, sa dove colpire. Oltre a questa “carineria”, Ibra gli ha tirato addosso pure la storia dell’asino (“donkey”) che a Manchester tormentava il belga in due sensi: uno riguardava i suoi limiti tecnici, l’altro era appunto un doppio senso. Ce n’era d’avanzo per farlo reagire (e infatti Lukaku è partito con insulti e minacce) fidando nel fatto che l’arbitro non conoscesse l’intera storia, e dunque notasse la reazione assai più della provocazione: che poi è l’esatto obiettivo degli “artisti” del trash-talking».

«Bene, bravo, Marley!»

Nando Popu, Sud Sound System

«Ho conosciuto Carmelo, grande attore e regista, la musica dell’immenso Bob, re del reggae, e una cultura popolare che fa crescere. E un dialetto che avvicina e non allontana. Orgogliosi delle nostre radici, ai giovani dico: non emigrate, studiate e sappiate che siete con i piedi su una miniera, come turismo e masserie, tradizioni e gastronomia. Nord e sud, bianchi e neri? Mi sembra di tornare indietro di secoli…»

 

«Ma come si fa, oggi, a parlare ancora di neri e bianchi, di sud e nord, certe volte mi sembra di tornare indietro nel tempo: cultura e tradizione, quanto arricchiscono un popolo, purtroppo vengono considerati come superfluo, qualcosa di cui si può fare a meno, a vantaggio di un consumismo che indica il futuro nell’abbigliamento costoso piuttosto che nell’iPhone».

Le origini, il dialetto, la Magna Grecia, l’emigrazione, reimpossessarsi di tradizioni e di una lingua, il salentino, tornato ad essere lingua universale. Di questo ed altro parliamo con Nando Popu, uno dei fondatori dei Sud Sound System, formazione che nel tempo ha mescolato e servito, insieme, ritmi giamaicani e sonorità locali, con l’uso del dialetto e le ballate di pìzzica e tarantella.

 

Dunque, Nando, come si vive – anzi, non si vive – questo periodo di pandemia?

«Per noi è un vero problema, siamo sospesi in un limbo. Viviamo nell’incertezza; unica certezza: la nostra attività, quella in cui ci si sforza per fare arte, cultura, se vuoi, ma sulla quale gravano incognite sulla ripresa.  Stiamo perfino seguendo con ansia le due fasi del vaccino che dovrebbe restituirci parte di una serenità che mai avremmo pensato di perdere in questo modo. Dovesse finire domani la pandemia, non sappiamo quando potrebbe riprendere l’attività concertistica».

 

Cosa fa un artista in questo momento? A cosa si dedica, da cosa attinge risorse per scrivere, campare?

«I Sud Sound System sono anche un’etichetta, quello che abbiamo guadagnato nel corso degli anni non lo abbiamo messo in tasca, ma reinvestito, nello studio di registrazione e nelle produzioni. Oggi le risorse per mantenere questi due aspetti le attingiamo dai risparmi. I ristori? Lasciamoli perdere, se non altro per una forma di rispetto nei confronti di quanti se la passano peggio. Non vediamo l’ora che tutto questo finisca e si possa finalmente riprendere dal “Dove eravamo rimasti?”».

 

Domanda che non ci facciamo sfuggire. I Sud Sound System hanno reso il salentino una lingua universale: avvertite più soddisfazione o più responsabilità?

«E’ una missione ancora in corso. Comincia negli Anni 80, quando davano per spacciato qualsiasi dialetto. Erano i tempi dell’omologazione, della “Milano da bere”, si dava peso alla leggerezza. Il dialetto era considerato, invece, un linguaggio interiore, un lessico familiare, quasi si temesse a renderlo pubblico: erano gli anziani a parlare il dialetto, tanto che il nostro slang veniva visto come qualcosa di superato, vetusto. Il dialetto era vissuto in netto contrasto con le filosofie spesso frivole di quei tempi; così abbiamo provato a farlo rivivere, coltivandolo, imparandolo e traendone insegnamento. Abbiamo dimostrato che non era qualcosa di antico, ma empatia, fratellanza, un linguaggio che avvicinava; c’erano famiglie che avevano quasi vergogna di parlare il dialetto, obbligavano i ragazzi a parlare solo l’italiano, perché secondo loro dava modo di accedere con meno complicazioni al mondo del lavoro».

 

Il dialetto visto come risorsa, perché no, economica.

«Attraverso il dialetto abbiamo scoperto di essere Magna Grecia, a scuola un tempo non ti aiutavano a comprendere le tue tradizioni: tempo perso, dicevano. Di solito nascere al Sud era come crescere insieme all’idea dell’emigrare. Quando, invece, attraverso il dialetto abbiamo compreso di avere un’appartenenza e di essere un’espressione culturale, abbiamo spiegato ai ragazzi quanto sia importante studiare per capire chi siamo. E, perché no, trasformare lo studio in economia, in turismo e masserie, tradizioni e gastronomia; studiare, un giorno, ti permetterà di fare un mestiere che ti piace e rimanere nella tua terra senza cercare soluzioni altrove, lontano dalle tue radici che devi, invece, rivendicare, sostenere, aiutando i giovani a comprendere, accorgersi che hanno i piedi poggiati su una miniera».

POPU - 1

Quanto vi sentite parte dell’esplosione di un genere, la taranta, diventata poi rassegna?

«Ci siamo sentiti partecipi nel promuovere un genere coniugato alla musica giamaicana, caraibica; dal punto di vista canoro ci esprimevamo in chiave-reggae prendendo spunto dai nostri nonni con la pìzzica, gli stornelli. Pino Zimba, Uccio Aloisi e gli artisti di quella generazione di colpo si sentirono incoraggiati, tanto da affiancarci in questa operazione culturale non ancora conclusa: c’è ancora da lavorare. Ma oggi il Salento non è più reggae e pìzzica, c’è anche il funk, il soul, il blues, il rock; ci sono i SSS, ma anche Negramaro, Emma Marrone, Alessandra Amoroso e quanti hanno promosso la nostra terra attraverso la musica. E’ nata Puglia Sound, che sostiene gli artisti, li aiuta nella produzione e nella promozione. Oggi, per noi, sembra una cosa normale, ma quando ci confrontiamo con artisti bolognesi, milanesi, avvertiamo un senso di invidia per le cose che abbiamo fatto in tutti questi anni.

Lusingati per gli inviti, andiamo nelle scuole a parlare con gli studenti, raccontiamo la nostra esperienza, cercando di capire come ragionano i ragazzi, una generazione nuova, fino a trarre noi stessi insegnamento dalle loro esperienze per costruire insieme il nuovo».

 

In studio per un nuovo album. L’uscita dipende sempre dal maledetto virus.

«Certo, ci autoproduciamo, ma non avrebbe senso realizzare un album e restare a casa non potendo fare concerti e, dunque, promuoverlo, tanto in Italia quanto all’estero, dove trovi i nostri fratelli emigranti, ma anche curiosi che vogliono comprendere cosa sia successo nel Sud dell’Europa. Pertanto aspettiamo che questo periodo finisca per incontrare il nostro pubblico».

 

Hai parlato di migranti, la vostra musica è un linguaggio universale. Come vedete, ancora oggi, certe posizioni che fanno distinguo fra Nord e Sud, bianchi e neri?

«Quando sento cose simili, mi sembra di essere tornato nei secoli scorsi: sarebbe il caso, invece, di parlare di futuro e proiettarsi in cose che la stessa musica ha migliorato; dipende molto dalla cultura, in questi anni vista come un accessorio del quale si può fare a meno. Papà, zii, nonni, tutti figli di contadini magari mangiavano meno per assicurare ai propri figli le risorse per studiare, diventare medici, avvocati, architetti, ingegneri, chirurghi, professionisti che avrebbero cambiato la loro terra. E tutto ciò va visto sotto l’aspetto di progresso economico, ma anche umano. Personalmente, preso un titolo di studio in informatica, ho avuto modo di conoscere dal punto di vista artistico personaggi che vanno da Carmelo Bene a Bob Marley.

Ripeto, oggi, a torto, la cultura viene intesa come consumismo, comprare vestiti e iPhone costosi, quanto stiamo conoscendo attraverso le canzoni di questi ultimi anni. Ecco il razzismo, un sentimento di ritorno causato da come si perda di vista la cultura che, ripeto, non è un fardello, ma qualcosa che ti permette di aprire il cuore e la mente insieme, ripartendo da sentimenti che avvicinano e non allontanano».

«Teatro, colpo mortale»

Antonio Conte, attore teatrale, dice la sua

«Per bene che vada se ne riparlerà in autunno». Tarantino, da quarant’anni risiede a Roma. Ha lavorato con Verdone e Abatantuono, con Brass e la Wertmuller. «Con Pistoia e Triestino stavamo registrando “sold out”, poi ero pronto per misurarmi con un inedito di Marco Cavallaro: purtroppo ci siamo fermati, nonostante avessimo avanzato la proposta di dimezzarci i compensi…». Da Mario Carotenuto, un maestro, in poi.

 

Antonio Conte, tarantino, da quarant’anni residente nella capitale. Adesso non solo ci abita, ma ci vive anche, costretto dalla pandemia, lui che di mestiere fa l’attore, abituato com’era ad andare per teatri, a viaggiare da una città all’altra. Proviamo a comprendere che vita è, oggi, quella di un attore professionista, che al cinema e in teatro ha lavorato con Verdone, Abatantuono, Panariello e Brignano, Neri Parenti, Tinto Brass e Lina Wertmuller, senza dimenticare Mario Carotenuto, per quarant’anni protagonista della commedia all’italiana, ma che sulle tavole del palcoscenico, dava il meglio.

«Costretto ai domiciliari, devo dire che ci sto bene, anche se come il resto dei miei colleghi e le maestranze che vivono di questo lavoro, non vedo l’ora di riprendere l’attività. Carotenuto? Fantastico, la sua severità sul palcoscenico andrebbe raccontata, una scuola incredibile…».TEATRO 03 - 1Dunque, Antonio Conte, ho provato a contare i titoli: sessanta rappresentazioni a teatro, e fra una pausa e l’altra, una cinquantina di titoli fra cinema e tv: che significa per un attore come te restare un anno a casa?

«Manca e tanto il palcoscenico. Un po’ come quando, anche quando finisce una tournée teatrale, alle sette, sette e mezzo di sera, l’adrenalina comincia a salire: poi fai mente locale e quella carica emotiva ti tocca smaltirla diversamente, sei ai “domiciliari” e non puoi farci niente. Non ci voleva, per me sarebbe stata una stagione importante: io e i colleghi abbiamo lasciato per strada circa sei mesi di lavoro. Dovevo riprendere “Il Rompiballe”, spettacolo pazzesco con Nicola Pistoia e Paolo Triestino, due attori irresistibili: ci attendevano le piazze più importanti, due mesi fra Milano e Roma, per intenderci, poi in giro per l’Italia; lo scorso agosto ci attendeva  il debutto con un testo di Marco Cavallaro, un inedito, “Amore, sono un po’ incinta”; poi quattro mesi dall’autunno in poi: è saltato tutto».

 

Teatro leggero, operetta, commedie e teatro serio. Come si fa a passare dal teatro brillante, penso a “Pallottole su Broadway”, a quello drammatico, per esempio il “Riccardo III”. Non mica sarai anche tu “uno, nessuno e centomila”?

«Potrei in qualche modo autocelebrami. Ciò detto, soffro la sindrome del comico. Avendo la fortuna di farne tanto di teatro comico o brillante che sia, agisco d’istinto: non temo nemmeno un po’ nel passare dal comico al drammatico, lo dice la storia – non mia, intendiamoci – ma quella dei grandi, da Totò a Sordi, da Gassman a Manfredi: quando il comico si misura con il teatro drammatico diventa imbattibile».TEATRO 02 - 1Mario Carotenuto, il tuo maestro. Quanto era severo e quanto divertente?

«Un mostro di bravura, tanto bravo quanto difficile da raccontare. Bisogna avere avuto la fortuna di lavorarci insieme, per conoscere quanto lavoro c’era dietro ad un’opera teatrale. Pratico, ruspante, non stava ad “intellettualizzare” le situazioni: sapeva che il tempo perso, lo pagavi in scena. Proietti diceva che Carotenuto aveva i tempi comici, ma anche il racconto: Gigi era uno di quelli che scoppiava a ridere anche se la barzelletta non era irresistibile, perché Mario aveva la mimica, arte rara, del raccontatore: non c’erano santi. A Carotenuto, attore e regista, dava fastidio una cosa sola: se sbagliavi in scena; non ammetteva repliche, si arrabbiava, perché significava essersi distratti e, al tempo stesso, non avere avuto rispetto del lavoro».

 

Cinema e tv danno popolarità, ma il teatro è sempre il teatro: una volta avevi questa convinzione. Oggi?

«Sono dello stesso avviso. Quello che ti regala il teatro non può dartelo il cinema, né la tv: certo, questi possono darti popolarità, danaro, immortalità, ma nel teatro ogni sera è diversa dall’altra, un salto senza rete ed è un fascino unico, un’emozione che non si può spiegare…». 

 

Il rapporto con i colleghi. Vi sentite, vi vedete, interagite attraverso il web. Cosa vi dite e cosa cercate di non dirvi? 

«C’è poco da raccontarsi: non è tanto quando ripartiremo, quanto l’aver perso dai due ai tre anni di programmazione; nonostante il ministro abbia detto che a metà giugno riapriranno i teatri: il nostro lavoro, con tutto il rispetto per i commercianti, non è fatto di saracinesche e vetrine, riapri e la gente osserva, entra; è fatto, invece, di programmazione. Dovessero dirci “Da domani potete tornare in teatro”, rispondiamo semplicemente “Con cosa?”. La politica deve comprendere che il teatro non è fatto solo di attori: ci sono registi, aiuto regia, le maestranze, dagli scenografi ai macchinisti, dai facchini ai trasportatori, e poi gestori dei teatri, amministratori, autori, musicisti: un botto di gente e dietro ognuno di questi c’è una famiglia…».TEATRO 04 - 1Sostituisciti per qualche istante a un politico, prova a suggerire una soluzione.

«Innanzitutto la distribuzione dei soldi a pioggia, a fondo perduto: non è giusto; esistono teatri, enti di produzione che hanno preso più soldi di quanti ne avrebbero guadagnati esercitando la loro attività. Il teatro è un luogo sicuro, la gente che va a teatro è censibile, in tempo di pandemia siede con la mascherina, a distanza di una sedia dall’altro spettatore; avevamo anche avanzato la proposta di dimezzarci la paga, arrivare a fare due rappresentazioni nella stessa giornata riempiendo per due volte teatri capienti, che secondo il decreto ministeriale potevano disporre solo metà dei posti a sedere».

 

A proposito della pandemia: ottimista, pessimista, possibilista?

«Pessimista. Dovesse andare bene, riprenderemo a lavorare in autunno. Purtroppo molte compagnie non ce l’hanno fatta, altre non ce la faranno, perché il colpo ricevuto dal teatro è stato di quelli mortali».

«Abbiamo vinto comunque»

Taranto, sfiora il sogno di Capitale della cultura

Fra le dieci finaliste la spunta Procida. «Ma nel 2022 la nostra città realizzerà i grandi eventi in progetto», promette il sindaco Rinaldo Melucci. «Non è una sconfitta, abbiamo alimentato una partecipazione che senza pandemia avrebbe riempito le piazze; lo dicono i numeri registrati sui social, percepito dai commenti delle persone». Taranto è già stata scelta per ospitare i XX Giochi del Mediterraneo nel 2026.

 

Taranto non ce l’ha fatta. Sarà Procida, infatti, la Capitale italiana della cultura 2022. «Arrivare fra le 10 finaliste – dichiarato il sindaco Rinaldo Melucci, appena appreso l’esito finale della “corsa” – è stata una vittoria: ogni tarantino deve essere orgoglioso perché la sua città è tornata sui palcoscenici importanti».

Procida eredita il testimone da Parma che, a causa della pandemia, terrà in mano il titolo un anno in più del previsto. Lo ha deciso la Giuria per la selezione della città Capitale italiana della cultura 2022, presieduta dal professor Stefano Baia Curioni che ha raccomandato al ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini il progetto di candidatura presentato dalla città campana scelta tra dieci finaliste su 28 che in origine si erano candidate. In gara c’erano anche Ancona, Bari, Cerveteri (Roma), L’Aquila, Pieve di Soligo (Treviso), Trapani, Verbania, Volterra (Pisa) e, si diceva, Taranto.

Procida “capitale”, dunque. Ma niente è perso, perché adesso Taranto trasformerà questa occasione in un propulsore per una trasformazione già in atto e che ha bisogno dell’entusiasmo di tutti. Parola di sindaco. «Non è una sconfitta questa – ha aggiunto il primo cittadino della Città dei Due mari – se abbiamo alimentato una partecipazione che, senza pandemia, avrebbe riempito le piazze: lo abbiamo riscontrato dai numeri registrati sui social, lo abbiamo percepito dai commenti delle persone».TArANTO 02 - 1C’E’ IL RISCATTO

Riparte dalla proclamazione della cittadina campana il riscatto di Taranto. «Su questo entusiasmo – dice ancora Melucci – costruiremo il nostro progetto per il 2022, perché per noi sarà comunque un grande anno della cultura, un anno spartiacque durante il quale realizzeremo pezzi importanti del nostro dossier, con Regione Puglia, dando vita e corpo al protocollo d’intesa che abbiamo firmato nei giorni scorsi».

Con Procida per la prima volta un piccolo Comune diventa Capitale italiana della cultura dal 2016, quando questo riconoscimento è stato istituito (vincitori, dal 2016: Mantova, Pistoia, Palermo, Parma). Nel 2019 non fu assegnato in quanto Matera fu eletta Capitale europea della Cultura. Ora l’isola di fronte a Napoli avrà un milione di euro per realizzare quanto sognato e progettato.

 

…E C’E’ LA BIENNALE

Ma se il comune neoeletto si prodigherà a svolgere le attività presentate nel progetto, Taranto ha già le idee chiare sul futuro. Il progetto dell’Amministrazione tarantina era e resta un Piano A. «Lo dimostra il lavoro che abbiamo già avviato per la Biennale del Mediterraneo – spiega il sindaco di Taranto – o la collaborazione con Edoardo Tresoldi e Roberto Ferri che, oltre a essere membri del comitato scientifico, realizzeranno per la nostra città due eventi culturali di grande valore».

«Il mio compito – ha concluso Melucci – è dare alla città tutte le opportunità affinché possa emanciparsi dalla monocultura industriale; la cosa più importante di questo percorso è stata la capacità di unirci per raggiungere un obiettivo: non capitava da tanto, in riva allo Ionio, e solo questo è già un successo: è il primo passo del cammino di riscatto che ci sta trasformando in un riferimento: il “Modello Taranto” è già realtà”». Taranto, è bene ricordarlo, è già stata scelta per ospitare i XX Giochi del Mediterraneo nel 2026.

«Forza Taranto!»

La città si candida a Capitale della cultura 2022

«La cultura cambia il clima», il tema con il quale la Città dei Due mari fa sul serio. Il confronto con il MiBAC venerdì mattina, lunedì la risposta al progetto che vede il Comune accanto alla Grecìa salentina e a Bari. «E’ la partita della vita, abbiamo organizzato numerosi eventi e festival dopo il lockdown: siamo ciò che raccontiamo», ha dichiarato il sindaco Rinaldo Melucci.

 

Venerdì 15 gennaio, alle 10,45, Taranto, insieme con la Grecìa salentina, si è candidata a «Capitale italiana della Cultura 2022». Nata come un’idea, fra i diversi progetti dell’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Rinaldo Melucci, la cosa è andata avanti fra qualche dubbio e molti «Proviamoci!».

Così, l’idea diventata nei giorni, nelle settimane un progetto convinto e convincente, è stato presentato ufficialmente al MiBACT, il Ministero per i Beni culturali e per il Turismo (l’audizione è visibile sul canale Youtube dello stesso Mibact). Secondo prassi, ciascuna delle dieci città finaliste illustra in un’audizione il proprio dossier. Per la candidatura «salentina», etichettata con lo slogan «La cultura cambia il clima», il progetto è stato illustrato in via telematica per ragioni anti-Covid, dal sindaco di Taranto, Melucci, il suo vice, nonché assessore comunale alla Cultura, Fabiano Marti, il direttore generale dell’ente amministrativo, Ciro Imperio, il presidente dell’Unione dei Dodici comuni della Grecìa salentina, Roberto Casaluci.

Dopo studio e attenta analisi delle candidature, spetterà alla giuria presieduta dal prof. Stefano Baia Curioni, segnalare al ministro Dario Franceschini il progetto più idoneo alla designazione di città «Capitale 2022» entro lunedì 18 gennaio, al fine dell’attribuzione del titolo da parte del Consiglio dei ministri.

 

CAMBIA IL CLIMA…

Dopo una doppia selezione partita da quarantatré concorrenti, poi ridotte a ventotto, con lo slogan «La cultura cambia il clima» Taranto concorre fra le dieci finaliste (Ancona, Bari, Cerveteri, L’Aquila, la Marca Trevigiana, Procida, Trapani, Verbania e Volterra).

Il capoluogo ionico, insieme con la Grecìa, vive con spirito ottimistico la sua designazione «che per noi rappresenta la partita della vita, in un contesto resiliente votato al cambiamento che in Italia costituisce un unicum», ha dichiarato fra le altre cose il sindaco Melucci.

«Siamo la città che ha organizzato più eventi e festival – ha aggiunto il primo cittadino – dopo il lockdown, e siamo contenti di farlo; condividiamo con gli amici della Grecìa Salentina molte cose, ma soprattutto la consapevolezza che siamo ciò che raccontiamo: da decenni i nostri comuni lavorano sinergicamente sui temi della cultura».

Mare, storia, ambiente, innovazione, arti, riti, tradizioni ed enogastronomia, sono i differenti climi della nostra terra ideale, compresi in un piano sostenibile, secondo i dettami dell’Agenda Onu, ha sottolineato il sindaco. Questa convinzione è riposta nella presentazione del dossier di una candidatura che, se vinta, potrà contare su un milione di euro di contributo.

 

…FRA GRECÌA IL SALENTO

Taranto e la Grecìa Salentina sarebbero fra le candidate nell’aggiudicazione del titolo, al fianco di Trapani, Marca Trevigiana e L’Aquila. Ipotesi, naturalmente, che dovranno essere verificate dalla decisione del Consiglio dei ministri, una volta colto l’indirizzo della giuria che indicherà la candidatura migliore al ministro Franceschini. Proprio quest’ultimo che, recentemente, ha dato avvio alla prima Soprintendenza del patrimonio subacqueo italiano, affidandola a Taranto, ricostituendola col suo prestigio archeologico ultrasecolare, attraverso un inedito istituto di pluricompetenze, annettendo anche Belle arti e Paesaggio.

Il ministro della Cultura è a conoscenza del valore dell’intero territorio sotto l’aspetto culturale. Una città, Taranto, impegnata in un processo di riconversione, che ha il suo riflesso nell’operatività del Contratto istituzionale di sviluppo, dal quale affiora il rapporto costante con il Governo centrale.

Oltre al dialogo con Roma, sotto la previsione dell’ottenimento del riconoscimento, per Taranto giocherebbe a favore l’intesa raggiunta con il Comune di Bari, altra concorrente alla sfida. I due territori, indipendentemente dall’esito delle candidature, hanno firmato l’impegno a condividerne i relativi programmi, col supporto annunciato da parte della Regione Puglia. Un lavoro sinergico che sarebbe stato fortemente dal Governo e, in particolare, dal Ministero.

«Un calcio ai “social”»

Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello sport

«Una volta il contatto con i campioni, ingenuo se vogliamo, era più bello. Con il pretesto dei “profili”, invece di avvicinare, i calciatori allontanano i tifosi. Ma anche questi, che invadenza con i selfie. Più romantico chiedere un autografo». Ripubblicato “L’amore ai tempi di Pablito”, Rossi, i sei gol nel Mundial del 1982, la scommessa di Enzo Bearzot.

Per una volta, ospite di Costruiamo Insieme, sito e canale youtube, lo sport. Quello con la “s” maiuscola, ci verrebbe da dire, considerando Luigi Garlando, prima firma della Gazzetta dello sport, il quotidiano sportivo più letto, uno dei migliori autori delle cronache di calcio, una volta squisitamente domenicali. E’ cambiato il calcio, c’è lo “spezzatino”, partite tutti i giorni e a tutte le ore, perché la tv faccia cassa e spalmi il divertimento un tempo sostanziato nella schedina del Tototalcio, la domenica pomeriggio con tutte le gare alla stessa ora. Oggi, quella schedina del Totocalcio, che ti risolveva la vita, come suggeriva Fabrizi a Totò ne “I Tartassati” (“…un sistema ci sarebbe: tre fisse e dieci multiple”), non esiste più: cancellato. Dunque, Luigi Garlando. Giornalista e scrittore, centinaia di articoli e analisi delle gare della Nazionale azzurra e di punta di Champion’s e Campionato di serie A, trenta libri dati alle stampe.

 

Ultimo della serie, appena ristampato, “L’amore ai tempi di Pablito”. Un tributo a un grande del calcio, Paolo Rossi, nel quale l’autore racconta la vittoria degli azzurri ai Mondiali di calcio del 1982.

«Il motivo della ristampa: la scomparsa prematura di Paolo Rossi, per ricordare la figura, splendida, di un campione e i “ragazzi” che circa quarant’anni fa compirono quell’impresa».

 

Il tuo sentimento alla scomparsa di Pablito.

«Di grande dolore. Spesso ci siamo trovati in viaggio, lui in veste di commentatore della Nazionale: chiacchieravamo di calcio e altro, una persona deliziosa. Quel Mondiale credo debba essere ricordato in questa forma letteraria, con il codice del romanzo, un romanzo d’amore; in mezzo, la scommessa assurda, irrazionale, che fece l’allora allenatore della Nazionale, Enzo Bearzot, proprio su Rossi: non porti con te un giocatore che ha fatto tre partite e un solo gol nell’ultima stagione e lasci a casa il capocannoniere del campionato, Roberto Pruzzo. Non era mai successo e mai succederà: quella scommessa d’amore di Bearzot, fu poi ricambiata da Pablito che segnò sei gol regalandoci la Coppa del Mondo».GARLANDO 02 - 1Avevi vent’anni all’epoca, che ricordo hai?

«I vent’anni, l’entusiasmo e la spensieratezza dell’età, che coincidono con un Mondiale vinto è il massimo: lo seguivo in tv, da casa mia, ricordo in particolare il lunedì al Sarrià di Barcellona, Italia-Brasile 3-2; i “miei” avevano un negozio di generi alimentari e liquori, quel giorno andarono a fare la spesa nei magazzini all’ingrosso per rifornire l’attività; avrei dovuto aprire il negozio alle quattro del pomeriggio, ma non ebbi il coraggio di lasciare gli azzurri da soli: mi godetti la storica tripletta di Paolo Rossi, una delle più grandi emozioni calcistiche della mia vita. Quando tornarono dal loro giro di commissioni, papà e mamma trovarono una fila di persone imbufalite: papà, più comprensivo, capì che tenere chiuso il negozio per quella partita poteva starci, in realtà era stata la vera finale di quel Mondiale…».

 

Cosa è cambiato nel calcio in questi ultimi quarant’anni?

«Difficile farlo in breve. Intanto è cambiata l’immagine del calciatore, anche fisicamente: una volta i ragazzi avevano facce e fisici normali, Rossi stesso era gracile; per scrivere questo libro ho rifatto il viaggio dell’82: sono andato a dormire negli alberghi di Vigo e Madrid, dove alloggiarono gli azzurri dalla prima fase a gironi alla finale; un albergo del porto nella capitale spagnola, piccolo, dove normalmente alloggiano i rappresentanti in viaggio; impensabile oggi che una Nazionale prenoti un alberghetto del genere. Era un calcio moderno rispetto al passato, ma ancora a misura d’uomo, non ancora staccato dalla gente; anche per i giornalisti c’era occasione di avere un rapporto diretto con i giocatori, mentre oggi quel mondo è finito».

 

A proposito, calciatori e stampa al tempo dei social?

«Oggi i social filtrano i rapporti, i calciatori hanno un social-manager che gli cura la comunicazione, apparentemente un modo per stare vicino alla gente quando in realtà questa modalità tiene i tifosi a distanza. Non c’è più quel rapporto che il giornalista riusciva a trasmettere al lettore, al pubblico, guardando il calciatore in faccia, parlandogli di persona. E’ tutto più mediatico, più freddo e, dunque, costruito: hanno avuto la meglio strategie di comunicazione e marketing; una volta, nei bianco e nero televisivi, assistevamo a divertenti tavolate con un bel fiasco di vino fra Gianni Brera e Nereo Rocco; oggi, cose simili, non ci sono più…».

 

Un segnale, sintesi fra il calcio di ieri e oggi.

«Ieri si cercava l’autografo, oggi si cerca il selfie da postare sempre su questi “benedetti” social. Questa modalità, per giunta, è come se ti autorizzasse ad aggredire il campione per farti una foto, manifestando una confidenza esagerata, talvolta invadente; una volta avvicinare un foglio di carta a un campione per un autografo era qualcosa di rispettoso, quasi imbarazzante, ingenuo, ma sicuramente più bello».GARLANDO 03 - 1La scrittura del cronista sportivo, com’è cambiata rispetto al passato?

«Devi quasi rinunciare alla cronaca, dare per scontato che chi avrà il giornale fra le mani il giorno dopo sa già cosa è successo, ha visto in tv, sul tablet e sul cellulare mille volte le azioni della gara a cui è interessato; dunque a chi fa questo lavoro tocca andare in profondità, non dire cosa è successo, ma perché è successo: il grande salto è quello; il nostro compito è dare un motivo al lettore perché acquisti il giornale. Perché trovi una spiegazione più profonda, tattica, psicologica, in buona sostanza qualcosa di più rispetto a quello che ha visto il giorno prima: divertire con il racconto. Ricordo, da ragazzino, andavo a cercare il racconto di Brera: leggevo qualcosa di diverso rispetto a quello che avevo visto; così con Gianni Mura, affascinato nel leggere le sue cronache da inviato ai Tour de France…».

 

Un calciatore, un tecnico, un presidente con cui hai avuto un confronto in qualche modo chiarificatore a seguito di un tuo articolo, un voto in pagella?

«Diciamo che il confronto è nella normalità, tutto resta confinato nella dialettica, non è un grosso problema. Forse le critiche che mossi all’Inter del dopo-triplete: per come era stata gestita la ricostruzione, o meglio la “non ricostruzione”, la riconferma forse esagerata dei campioni di quell’impresa, una riconoscenza umanamente legittima. Moratti non gradì molto…».

 

Fra la trentina di titoli, uno degli ultimi libri, “Va all’inferno, Dante!”. A cosa è dovuta questa passione, considerando che collezioni la “Divina commedia” in tutte le lingue?

«Risale all’università, due anni di corso in cui mi sono dedicato e appassionato a Dante; credo, poi, ci sia un’affinità di spirito, nel mio mestiere nelle analisi di fine gara amo sottolineare il lato epico, è la mia indole: mandare all’inferno o in paradiso i protagonisti di quell’epica cui ho appena assistito mi trova in perfetta sintonia con il Poeta…».

 

Dante sollecita una domanda. Invece della lavagna con buoni e cattivi, proviamo a fare tre nomi secchi del nostro calcio candidandoli, sorridendo, fra paradiso, purgatorio e inferno.

«Mantenendoci nell’attualità, paradiso a Ilicic dell’Atalanta: la sua è una storia bellissima, ha incarnato la sofferenza della sua città, Bergamo, come se quel dolore lui lo avesse sconfitto uscendo dalla sua “selva oscura” per giocare la sua ultima partita (Benevento-Atalanta, ndc) da paradiso…

Purgatorio, Pirlo, tecnico della Juventus. Arrivato a sedere sulla panchina della Signora senza aver fatto gavetta, che considero purgatorio: le anime devono stare lì prima di andare in paradiso; Andrea, grande giocatore, penso abbia bisogno di tempo, fiducia, qualcosa di buono l’ha fatto già vedere, lo lasciamo un po’ lì a galleggiare, non chiamiamolo ancora “maestro”, poi vedremo se da allenatore guadagnerà in termini di valore quello che da calciatore ha ampiamente meritato…».GARLANDO 04 - 1All’inferno?

«Mi duole, ma anche per motivi di affetto dico Mario Balotelli. Per avere sperperato il suo talento e non per le cose che fa fuori dal campo, liberissimo di farle; non aver mai avuto l’ambizione di valorizzare fino in fondo il suo talento, credo sia imperdonabile: ecco, questo spreco credo che, metaforicamente, meriti l’inferno. Una volta Adriano Galliani, ex amministratore delegato del Milan, disse che fra le prime dieci cose che ama Balotelli non c’è il calcio: credo non ci sia fotografia migliore. Mario, purtroppo, ha usato il calcio come fosse un bancomat, per spendere un milione di euro all’anno per i suoi divertimenti; avesse avuto la testa di Pippo Inzaghi, l’ambizione feroce di diventare Pallone d’oro, oggi avremmo ancora un gran centravanti».

 

Un breve giudizio sulle principali squadre del calcio italiano, Milan, Inter e Juventus.

«Il Milan è il Diavolo in paradiso, nel senso che ha azzeccato tutto: un allenatore con un progetto tattico eccezionale, una squadra riconoscibile per come gioca, i giovani e i “nuovi” che si sono inseriti in fretta; una società che ha sconfessato se stessa, dando dimostrazione di buon senso, cambiando idea e rinunciando a un nuovo tecnico, Ragnick, confermando Pioli: non è così semplice; Maldini sta facendo benissimo, sta andando tutto bene, con questo non voglio dire che vincerà lo scudetto, ma ha un entusiasmo che altre società non hanno.

L’Inter è deludente, non solo per i risultati e per essere uscita da due competizioni in un colpo solo, Champion’s ed Europa League; è stato un fallimento anche dal punto di vista economico, in un momento in cui la società sta avendo problemi di liquidità quei diritti televisivi milionari le avrebbero fatto comodo; deludente anche sul piano del gioco, fa fatica nel crescere, non le è riuscito l’innesto di Eriksen che avrebbe potuto dare qualcosa in più; consola la posizione in classifica trovandosi ancora in alto, però credo fosse legittimo aspettarsi qualcosa di più.

La Juventus è come il Pirlo di cui si diceva. E’ purgatorio, quest’anno per la prima volta ha vinto tre partite consecutive, ma non ha risolto tutti i problemi. A centrocampo concede ancora troppo agli avversari, gli equilibri non sono ancora a posto, dipende ancora troppo da Cristiano Ronaldo, anche lui in calo: quando non gira lui i bianconeri hanno sempre bisogno di un eroe. Nel Milan, uscito Ibrahimovic non se n’è accorto nessuno. La Juventus è ancora una squadra di individualità e le manca il gioco».

 

Per finire, quanto mancano piazze storiche come Taranto, Lecce, Brindisi, Bari, Foggia? Quanto manca la Puglia a chi scrive di sport?

«Tanto, egoisticamente anche per ragioni turistiche. Manca la Puglia, il Sud in genere, la Sicilia, per dire: una trasferta al Sud è sempre piacevole, però al di là del discorso egoistico personale, al calcio da copertina manca la passionalità, il calore del pubblico del Sud. Sento parlare da tempo di un progetto di un supercampionato europeo, una sorta di superchampions: al solo pensiero che questo tagli fuori la provincia italiana, inorridisco: il campionato deve restare quello dei campanili, coprire il più possibile tutta la Penisola; un torneo rappresentato più o meno da tutte le regioni per me resta il campionato ideale. Già vedere gli stadi vuoti è un incubo, ogni volta che assisto a una partita è una sofferenza. Spero si riesca presto a ritrovare questa cornice, che poi è la migliore che il calcio possa regalare a se stesso».

Trentamila saturimetri gratis

Da lunedì 11 gennaio, lo distribuiranno milleduecento farmacie

Cosa sono e come funzionano questi minuscoli strumenti per combattere il Covid-19. Assegnati ai nuclei familiari con un membro affetto da patologie respiratorie. Insieme, Società italiana di pneumologia e Federfarma.

 

A partire da lunedì 11 gennaio, trentamila “saturimetri” saranno distribuiti gratuitamente nelle farmacie ai nuclei familiari al cui interno vi sia un membro affetto da patologie respiratorie. Lo ha annunciato all’agenzia giornalistica Ansa, Luca Richeldi, presidente della Società italiana di pneumologia e componente del Comitato tecnico scientifico (Cts). L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Federfarma e coinvolge 1.200 farmacie in tutta Italia. L’obiettivo è anche di prevenire le complicanze gravi legate a Covid-19, particolarmente pericolose per pazienti, si diceva, affetti da problemi respiratori.

 

COS’E’ E COME FUNZIONA

Il “saturimetro” è uno strumento molto semplice da usare. Questo particolare aggeggio di minuscole dimensioni permette di valutare la saturazione di ossigeno dell’emoglobina presente nel sangue arterioso periferico (definita “SpO2”) e, contemporaneamente, consente di misurare la frequenza cardiaca del soggetto. Detto anche pulsiossimetro o ossimetro, consente in pratica di misurare e monitorare il grado di saturazione di ossigeno nel sangue anche stando a casa.

Il “saturimetro” è un dispositivo che dispone di uno schermo LED e, una volta acceso, basta inserire il dito nello strumento: il led illuminerà la parte centrale dell’unghia e dopo qualche secondo viene letta e indicata la saturazione di ossigeno e la frequenza cardiaca.

Il principio di funzionamento su cui si basa il “saturimetro” è quello della spettrofotometria. Proprio la saturazione di ossigeno nel sangue è un indice ematico che permette di stabilire il grado di funzionalità respiratoria dell’individuo.

 

SATURAZIONE E VACCINI (SECONDA DOSE)

Quanto ai valori della saturazione, quando questi sono superiori al 95% sono da considerarsi normali. Se il paziente presenta valori inferiori al 95%, si è in presenza di una condizione di ipossiemia. La situazione è definita grave quando i valori sono uguali o inferiori all’85%. In questo caso bisogna avvertire il medico. L’uso del saturimetro, nel caso di pazienti con Covid-19, è fondamentale per valutare la funzionalità respiratoria, il cui peggioramento può legarsi a gravi complicanze dell’infezione da SasrCov2.

«In Italia resta, al momento, l’indicazione di effettuare la seconda dose, ovvero il richiamo, del vaccino Pfizer-BioNTech dopo 21 giorni dall’inoculazione della prima. Ciò sulla base delle attuali indicazioni dell’Agenzia italiana del farmaco Aifa e degli studi disponibili», ha concluso Richeldi, parlando di vaccini.