«La mia Africa…»

Giobbe Covatta, l’impegno con Amref e Save the children

«E la mia Taranto, perché non tutti sanno che sono nato qui. Da circa due anni non posso viaggiare, sento cifre allarmanti sui vaccini per combattere il covid. Fra un anno saremo ancora sotto la soglia del 5%. Speriamo bene, anche se la buona volontà non basta. Amo il teatro, la tv un po’ meno…»

 

Ambasciatore di Amref e testimonial di Save the Children, Giobbe Covatta ha pubblicato “Parola di Giobbe” a “Dio li fa e poi li accoppa” fino a “Donna sapiens” in libreria, nel cinema ha recitato da “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” di Nanni Loy ad “Anime borboniche” di Paolo Consorti e Guido Morra, proseguendo in teatro con “Parabole Iperboli”, “Corsi e ricorsi, ma non arrivai”, “Melanina e Varechina”, “Seven” fino alla “Divina Commediola”. Fatta la debita premessa, non tutti sanno che l’autore-attore è un napoletano “Made in Taranto”, praticamente un artista “fatto in casa”.

Detta così sembra una boutade, anzi lo stesso interessato corregge in “boutanade”, “sciocchezzuola” in senso largo. «Capisci a me!», aggiunge, Giobbe, Gianni all’anagrafe, quando entra in clima confidenziale. Dunque, che ci “azzecca” Napoli con Taranto. Semplice. O meglio, sarebbe semplice se qualcuno conoscesse le origini dell’attore napoletano o avesse consultato, per esempio, wikipedia. Insomma, una volta tanto la fantasia dei partenopei, maestri del “falso autentico” in opere cinematografiche e teatrali, è stata superata dalla realtà.

 

Napoletano purosangue, Covatta è nato proprio a Taranto. 

«Mio padre nella vostra città ha lavorato come sommergibilista per un po’, poi, una volta finito il lavoro tornammo a casa, a Napoli».

 

C’è, però, qualcosa che inevitabilmente lega l’attore alla Città dei Due mari.

«Certo, sarebbe sciocco nasconderlo: ogni volta che leggo o sento parlare di Taranto, penso alla città che mi ha dato i natali. Ci fosse Totò, a proposito dei “natali” direbbe: “…Ma qua’ Natale, Pasqua e Epifania…” – Covatta cita ‘A livella – invece qui mi sento davvero di casa: non faccio il ruffiano, ci ho pensato tante volte e sono giunto sempre alla medesima conclusione: Napoli e Taranto hanno similitudini, per esempio il porto, i pescherecci, la Città vecchia e suggestiva con quelle barche a schiera; l’ingresso, o l’uscita, dipende dai punti di vista, di quella “Porta Napoli”, che altro non era che la via mercantile che univa un tempo due città molto simili fra loro; cosa dire, quando passo da queste parti avverto il profumo della mia città e mi dico  “Finalmente a casa!”».

Fra i suoi spettacoli, “Melanina e Varechina” e “Seven”,  la grande comicità “sociale”. Il suo impegno, spesso ricampionato e riproposto in una chiave edita-inedita, una sorta di raccolta antologica. Il difficile rapporto, per esempio, tra mondo occidentale e continente africano; ma anche vizi e virtù del mondo occidentale, “grandi temi” Covatta affronta da tempo immemore e sempre con grande arguzia. Ma dibattere, dialogare con il pubblico, per esempio, su tematiche che a noi di “Costruiamo” stanno a cuore in modo particolare, non va certo a discapito del grande divertimento, dell’irresistibile serie di battute che coinvolge il pubblico per tutto lo spettacolo.

 

Quanto ti manca la tua Africa?

«Da un paio di anni non posso viaggiare e andare ne continente che amo, anche se l’attività nella quale sono impegnato da anni va avanti con l’entusiasmo di sempre. Poi questa sciagura del Covid ci invita ad uno sforzo ancora maggiore: vaccinare il maggior numero di persone nel più breve tempo possibile”.

 

Leggiamo numeri disastrosi.

«In Africa sono solo quindici milioni i vaccinati su un miliardo e mezzo di persone. Di questo passo, lo dicono gli studiosi, alla fine del 2022 soltanto il 5% della popolazione totale sarà vaccinata. Amref, come sempre ci mette la buona volontà, ma ci rendiamo conto che ogni giorno che passa l’impegno non basta».

 

A proposito di Covid quanto gli manca il contatto diretto con il pubblico.

«Una cifra. L’intero settore dello spettacolo è in ginocchio, anche aprire alla metà dei posti in un teatro da cinquecento, seicento posti a sedere, significa avere sempre gli stessi costi con ricavi e guadagni dimezzati. Da una parte, però, bisognerà pur cominciare». Una della massime che Covatta riprende tanto nelle chiacchierate con la stampa, quanto nei suoi spettacoli è la seguente: «Fatevi una domanda e datevi una risposta: ma secondo voi, la missione di un comico non può essere quella di divertire il pubblico senza impedire a questo di pensare?».

 

Proviamo a conoscerci meglio, allora, italiani: virtù e vizi.

«Non volendo abbiamo dimenticato la convivenza, sia con gli uni che con gli altri, cioè vizi e virtù. Con questi conviviamo da una vita, tanto che abbiamo una certa confidenza: li conosciamo bene, tutti sanno di che si tratta, io uso le parole con gioia. Descrivo quello che sta proprio dentro lo stesso vizio: una genesi e un suo sviluppo, un modulo applicato altrove».

 

Diceva un grande attore a difesa del suo lavoro. “Un cantante più ricanta un successo, più applausi raccoglie; un attore: una battuta, una barzelletta, una volta fatta o raccontata, perde il suo effetto. E, allora, Covatta ci svela il segreto di una battuta collaudata. 

«E’ il pubblico a promuoverla, rimandarla, bocciarla. Lo stesso spettatore comincia a farti sentire a tuo agio e quasi ti invita a “esagerare”: rifletto un attimo, poi infilo la battuta non senza un certo timore; se funziona, la memorizzo e ci lavoro sopra anche il giorno dopo e l’altro ancora, fino ad avere invece dell’idea di partenza, di una sorta di canovaccio, il “copione” definitivo cui attenermi».

 

Che rapporto ha con la televisione?

«Buono, come con un qualsiasi altro elettrodomestico, come definiva la tv il grande Eduardo. La guardo un po’, poi l’accendo, ma giusto per vedere se funziona. La tv di oggi, sinceramente, non mi affascina, tranne poche trasmissioni. Magari in uno di questi programmi, più avanti, ci farò un saltino anch’io. Mai fatto polemiche sui programmi televisivi, ma molto più semplicemente dico che tornerò a lavorarci se dovessero chiedermelo amici come Fabio Fazio o la Gialappa’s, se dovessero tornare a fare uno dei loro format di successo: loro sanno mettere insieme ironia e voglia di far riflettere. Mi diverte proprio l’idea di un programma con loro…».

 

Nel frattempo nessuno l’ha mai chiamata, invitata?

«Ogni tanto mi chiama qualcuno, mi propone di partecipare o intervenire in trasmissione, ma fino ad ora ho sempre educatamente rifiutato. Non me la tiro, sia chiaro, ma la scelta è precisa: faccio teatro e non tv perché mi piace guardare la gente in faccia, non entro abusivamente nelle case degli italiani, ma sono loro a venire a teatro a cercarmi: il pubblico compie una scelta precisa. E poi, negli spettacoli, ho tutto il tempo di fare e dire quello che voglio, la gente si diverte e, soprattutto, non sono costretto ad andare di corsa e restare nel recinto dei tre minuti».

 

Parola di napoletano o di tarantino?

«Parola di Giobbe».

«Taranto, quante emozioni…»

Massimo Ranieri, “intercettato”, felice di spiegare i legami con la città

«Qui, mio padre, ha fatto il servizio di leva. Conosceva strade, piazze, i sentimenti della gente. Un giorno Fellini mi fece una confidenza. Quando monto uno spettacolo penso a Trapani e Falqui, non scadevano mai nel volgare. Il pubblico avverte quando fai una cosa in cui credi…». Una sorpresa, una collega, una breve conversazione telefonica, uno scoop. E l’artista di “Erba di casa mia” e “Perdere l’amore”, non si scompone, accetta il “botta e risposta”.

 

«Portavo in giro il “Pulcinella” di Maurizio Scaparro. Federico Fellini era in platea, fra il pubblico, una cosa che mi confuse dall’emozione: finito lo spettacolo il Maestro mi si avvicinò e mi disse “bello il teatro, peccato che poi si apra il sipario…”». Massimo Ranieri, una intervista al volo, mentre si accinge ad entrare in un teatro per uno dei tanti spettacoli in allestimento. Questo breve “botta e risposta” telefonico, cominciato in un taxi che accompagna l’artista dall’albergo al teatro, ha un nome e un cognome: Paola Pezzolla, discografico prima, addetto stampa di artisti di grande spessore poi. «Gli amici a questo servono…», avrebbero sottolineato Garinei e Giovannini riprendendo una battuta di uno dei loro spettacoli di successo (Aggiungi un posto a tavola).

Dire Ranieri è un po’ come sfogliare un interminabile album di canzoni sempreverdi, “Erba di casa mia”, “Vent’anni”, “Rose rosse”, “Perdere l’amore”, “Ti parlerò d’amore”. Poi, Ranieri e il teatro, da “Barnum” a “Rinaldo in campo”, lo stesso “Pulcinella”, e cinema, da “Metello” a “Salvo D’Acquisto”. Le regie televisive e quelle teatrali. Una storia interminabile. Dunque, grazie a Paola, collega ai tempi delle radio. Una che non dimentica facilmente, tanto che se la senti quasi per errore, e sottolineiamo “quasi”, e ci dà modo di scambiare “due battute due” con uno degli ultimi grandi del nostro spettacolo, il minimo è ringraziarla per averti dato modo di realizzare uno “scoop”.

 

IMMENSO FELLINI!

L’aneddoto su Fellini, si diceva. Ranieri lo completa. «Con quella battuta, “Peccato che poi si apra il sipario…”, il più grande regista italiano di tutti i tempi aveva sottolineato la fase più bella del nostro lavoro: le prove; ciò significa il sudore, quando un giorno dopo l’altro costruisci e monti uno spettacolo. E’ in quell’occasione che un attore compie il massimo sforzo, dà fondo a qualsiasi energia».

Poi l’impatto col pubblico, il momento in cui registri le sue reazioni. «In tutti questi anni ho maturato una convinzione: trascini dalla tua parte gli spettatori nell’unico modo di cui disponi, cioè trasmettendo la sensazione che credi in assoluto a quello che stai facendo e il modo in cui lo fai; diversamente, puoi anche inventarti di tutto, non funzionerà mai».

Com’é cambiato lo spettacolo, a cominciare dalla tv. «Tanto, cominciamo dalla tv, peggiorata per certi versi. Oggi, quello che una volta era il piccolo schermo, dà l’idea di essere un elettrodomestico, proprio come un frigorifero: apri e, a tuo piacimento, prendi quello che ti va. Ce n’è per tutti i gusti, ognuno ha la trasmissione su misura, proprio come fosse un prodotto alimentare».

 

CHIAMATEMI “NOSTALGICO”…

Una volta non era così. «Scusate se faccio il nostalgico, ma non ci sono più i registi di una volta, Antonello Falqui ed Enzo Trapani, per esempio. Facevano televisione pensando al teatro. Costruivano, per intenderci, una cornice nella quale metterci uno show: la tv, dunque, era una sfilata di buon gusto, dagli autori agli interpreti, non scadevano mai nel volgare. Scusate la presunzione, mi sento di essere stato un allievo di quella scuola, di quel modo di fare spettacolo. E non lo nascondo, quando penso a un programma televisivo o a un tour penso a cosa avrebbero fatto loro, Falqui e Trapani, se fossero stati al mio posto. E, allora, curo tutto nei minimi particolari: scenografia, coreografie, luci, canzoni. Ogni volta che parto nell’allestimento di uno spettacolo è un po’ come tornare fra i banchi di scuola a svolgere un componimento. E quando il pubblico ti assegna un bel voto, torno a casa soddisfatto, perché ho fatto bene il mio lavoro».

Facciamo i provinciali, gli chiediamo del rapporto con Taranto. «Non immaginate quante passioni mi leghino a questa terra: fra queste, il ricordo di mio padre che oggi non c’è più: a Taranto sarebbe tornato volentieri per una “carrambàta”, lui che in questa splendida città aveva fatto il servizio di leva, tanto da conoscerne a memoria le bellezze e luoghi di una città eterna per la sua grande storia. Quando passo da Taranto, confesso, il mio cuore pompa grande passione».

«Farina, oro macinato…»

Covid, un anno fra tavola e pandemia

Pizze, focacce e dolci fatti in casa, i tarantini hanno riscoperto il “fai da te”. Assalto ai negozi di generi alimentari e supermercati. «Marzo e aprile 2020, presa dall’ansia la gente svuotava gli scaffali. E quando non usciva di casa, era disposta ad attendere anche tre giorni per la spesa a domicilio». Fra gli altri, nella classifica dei consumi: pasta, latte, zucchero, olio, passata di pomodoro e acqua. Prezzi sotto controllo. Mezzogiorno e tardo pomeriggio gli orari di punta. 

 

«Dovessi fare una classifica sui generi di prima necessità acquistati dai tarantini in un anno di emergenza-covid, non avrei che l’imbarazzo della scelta: pasta, farina, latte, zucchero, olio, passata di pomodoro, naturalmente acqua, ma non necessariamente in quest’ordine».

Andrea Sgobba, giovane titolare di un avviato supermercato del Borgo, ci aiuta ad avere un’idea su come sono cambiati i tarantini negli acquisti a partire dal marzo dello scorso anno, periodo del primo lockdown. «Avvertivo, forte, la sensazione che i tarantini fossero entrati in uno stato d’ansia, acquistavano qualsiasi cosa fosse esposta sugli scaffali, secondo qualcuno facendo la fortuna delle attività commerciali: sbagliato, i prezzi erano tenuti sotto controllo. Per non parlare degli ordini: non si contavano le famiglie, chiuse in casa, disposte ad attendere anche due, tre giorni la spesa a domicilio; telefonavano, dettavano l’elenco dei generi, solitamente di prima necessità, ed attendevano pazientemente…».

Ansia, acquisto compulsivo. Come sempre, la verità sta nel mezzo. «Portando ad esaurimento anche le scorte, chi – come il sottoscritto – svolge questo lavoro è stato disorientato: non volendo, ma immaginando, abbiamo provocato disagio anche alle aziende che producevano generi alimentari; vero è che molte industrie temevano il peggio, cioè che la crisi avrebbe interessato anche il settore alimentare, ma fortunatamente così non è stato: come spesso accade, dopo un breve periodo di assestamento, tutto è tornato alla normalità, anche in occasione degli ultimi decreti che hanno invitato i tarantini a restare in casa, circolare il meno possibile per evitare contagi».

 

FEBBRE DI PASSAGGIO…

Covid, febbre di passaggio, sarà come l’influenza dicevano. Non è stato così. Sgobba indica il periodo marzo-aprile 2020 come il periodo più preoccupante. «Non sapevamo con cosa avessimo a che fare, se il lockdown fosse una misura restrittiva passeggera e, nel frattempo, le industrie farmaceutiche avrebbero in breve trovato il rimedio, oppure che c’era da preoccuparsi e, dunque, reagire a testa bassa».

L’organizzazione di supermercati e attività di generi alimentari. «E’ subentrata subito la paura, le trasmissioni televisive, forse, invece di chiarire provocavano confusione, allarmismi, così i tarantini – perché è sui miei concittadini che mi permetto di fare una breve disamina – sono entrati in paura reagendo in maniera compulsiva: compravano di tutto, rastrellando in particolare scatolame, prodotti cioè a lunga scadenza, come se il confinamento fosse un barricarsi, chiudersi in un bunker in attesa di tempi migliori; certo, non è stata, e non lo è tutt’ora, una passeggiata di salute, ma con il passare dei mesi, nonostante la nostra città fosse tornata “zona rossa” e registrasse purtroppo il decesso di centinaia di tarantini per motivi legati al covid, la situazione dal punto di vista organizzativo è andata in qualche modo normalizzandosi».

Il titolare del supermercato, sfoglia i tabulati, interpreta le cifre, evidenzia con il pennarello un dato, da un lato incredibile, dall’altro comprensibile. «Il picco maggiore in quel periodo – sostiene Sgobba – ha fatto registrare la vendita di latte e biscotti, di qualsiasi marca; la clientela in quei primi due mesi di confinamento non andava tanto per il sottile: vendevamo panetti di lievito da un chilo o da chilo e mezzo, non più a cubetti; insieme con questi, ovviamente farina, come fosse oro macinato: la gente pensava a farsi il pane in casa, ma anche a fare pizze o dolci, considerando che un altro articolo andato a ruba è stato il lievito per dolci».

 

IN FILA PER SEI…

Poi un sospiro di sollievo. «Chi, come il sottoscritto, pianifica in modo ragionato acquisto e vendita, ha tirato un sospiro di sollievo in estate, con la riapertura dei negozi; fino ad allora, insieme con il personale disciplinavo l’ingresso a non più di cinque, sei unità per volta: nessuna lamentela, nonostante l’ansia i tarantini hanno reagito in maniera civile a questa inusuale modalità; le file, odiate negli uffici postali come in quelli amministrativi, venivano rispettate, disciplinate dall’insostituibile “eliminacode” e dal personale che invitava la gente ad indossare mascherina e ritirare il numero progressivo. osservando il distanziamento».

Sempre tabulati alla mano, risposta ad un’altra curiosità: gli orari dei tarantini per gli acquisti. «Sicuramente la forbice 12.00-13.00, anticipata dalla fascia 11.00-12.00 ad un ritmo sostanzialmente sostenibile; nel tardo pomeriggio, la fascia più significativa quella 18.00/19.00, a sfumare in quella successiva, 19.00/20.00, prima cioè della chiusura».

Torniamo fra gli scaffali, gli articoli più richiesti. «Con pizzerie e ristoranti chiusi o con aperture controllate, la gente si è nuovamente fiondata su farina e lievito, per pizze e focacce, poi latte e zucchero per i dolci. Se i tarantini hanno messo su qualche chiletto, forse il motivo è da ricondurre a un certo nervosismo: restando chiusi in casa, senza potere andare in giro, insomma camminare, provare a combattere l’ago della bilancia, l’attenzione ricade sempre al “mordi e fuggi”; piluccare questo o quello in attesa del pranzo o della cena ha spesso provocato l’aumento del peso…».

Come pagano i tarantini. «Due su tre con “carta”, reddito di cittadinanza compreso; in pochissimi chiedono di trasformare l’acquisto nei numeri che prevedono la lotteria: non avanzo ipotesi su quello che potrebbe essere stato un flop del governo, sicuramente ho la sensazione che la gente in questo preciso momento storico abbia più la testa a come superare questo periodo nero, piuttosto che consultare i numeri del lotto».

Dovendo certificare una classifica, pronostico difficile. «Dipende dal periodo, di sicuro pasta, passata di pomodoro, olio e, ancora, farina, lievito, latte e, ovviamente, acqua, a vagoni…».

«Filippino da ridere…»

Marco Marzocca, Guzzanti e la sua vocazione

«Ariel è uno dei personaggi più amati, anche se adoro il “notaio”: ho ribaltato il concetto, il collaboratore domestico prende per il naso il suo datore di lavoro. Comico per scelta, mi sono laureato in Farmacia, ma il richiamo di teatro e tv è stato decisivo. “Distretto di polizia”, la mia fortuna e la mia storia d’amore, ma quanta riconoscenza per Corrado e Serena Dandini…»

 

Molti lo conoscono per essere stato, e ancora lo è, pandemia e apertura dei teatri permettendo, “spalla” di Corrado Guzzanti. Non c’è spettacolo che il popolare comico non affronti se non con Marco Marzocca. Romano, sessant’anni, laureato in Farmacia alla Sapienza di Roma, artista a tutto tondo. Con Guzzanti, fra tv e teatro, è protagonista con “Tunnel”, “L’Ottavo nano”, “Il caso Scrafoglia” e “Aniene”, dunque con “Millenovecentonovantadieci” e “…la seconda che hai detto!”. Altra botta di popolarità, l’agente Ugo Lmbardi in “Distretto di polizia”. Da solo o con il barese Stefano Sarcinelli e il romano Max Paiella, porta in scena “Ma è possibbole”, “Da giovidi a giovidi”, fino a “Due botte a settimana”, prima che il covid spettinasse i giochi e facesse segnare il passo. Al suo tour come a quello di decine di colleghi e compagnie teatrali.

Marzocca ha i tempi giusti, la battuta pronta. All’artista molti riconoscono qualità non comuni, fra queste misura e discrezione. Caratterista per vocazione, sa stare un passo indietro al protagonista, senza che questa scelta venga vista come una rinuncia al proprio carattere, alla propria cifra attoriale, sicuramente straordinaria.

Marzocca, artista che Serena Dandini e Corrado Guzzanti hanno spesso raccomandato. Meglio, segnalato, per non cadere nel divertente equivoco. La prima, autrice di trasmissioni di successo come “Tunnel” e “Pippo Chennedy Show”; il secondo per essere stato protagonista, si diceva, anche insieme allo stesso Marco, di sketch e trasmissioni rimaste nella storia di una tv che di colpo si sfilò giacca e cravatta.

 

Marzocca, comico per scelta. 

«Non ci posso far niente, il richiamo del palcoscenico è stato più forte di qualsiasi tipo di studio, nonostante abbia cominciato come farmacista».

 

Dovesse spiegarsi in una, due battute al massimo. 

«Amo la musica, il golf, la pasta, pescare a mosca, il cinema: tutti i generi, in particolare la fantascienza, ma soprattutto amo videogiocare».

 

Marzocca e i suoi cavalli di battaglia. 

«Devo la popolarità al notaio del Pippo Chennedy Show, poi al pupazzo Sturby, il bambino Mikelino, padre Federico, il filippino Ariel da Zelig Circus: ora che ci penso, cose ne ho fatte».

 

Come nascono personaggi così singolari e diversi fra loro. 

«Casualmente, dall’osservazione della realtà. Nulla è premeditato. Mai studiato a tavolino: ci ho provato, lo ammetto, ma il risultato è stato sempre una mezza delusione. Dunque, quello che mi colpisce nella vita e mi diverte, lo elaboro».

 

Dovesse darsi una definizione.

«Mi vedo come un pittore che guarda un paesaggio e lo interpreta, a modo suo evidentemente. Un comico, se mi lasciate passare il termine, scova una situazione, la elabora, infine la restituisce modificata. Sostanzialmente i personaggi che interpreto me li ha ispirati la realtà, volutamente esagerati o comunque modificati».

 

Marzocca, il suo punto di vista sul dilemma tv o teatro. 

«Teatro, tutta la vita, nemmeno a chiederlo. Le tavole del palcoscenico ti offrono il modo di prenderti tutto il tempo che vuoi ed esprimerti come ti pare. In tv hai vincoli, intanto perché ci sono tempi da rispettare e altri attori che, giustamente, reclamano il loro spazio. E, per dirla tutta, a volte c’è anche chi ti dice quello che devi e non devi dire».

 

Marzocca, monologhi e dialoghi trattati a colpi di forbici. 

«Siamo in Italia, dunque non è difficile che capiti anche questo. Ma se non fai televisione non ti conosce nessuno, nessuno viene a vederti a teatro, ergo: la tv sei costretto a farla».

 

Distretto di polizia, una delle sue soddisfazioni professionali.

«Enorme, poliziotto a parte, è un po’ come se recitassi il ruolo che ho nella vita. Gli sceneggiatori hanno voluto riprendere la mia vera storia. Ho sposato Liliana, una ragazza colombiana conosciuta in chat, esattamente come “Ugo” di Distretto”: insieme abbiamo tre figli, collezioniamo nazionalità: lei colombiana, americana e italiana; io, per ora, solo italiana e americana, anche se conto di pareggiare il conto».

 

La sua storia d’amore, singolare.

«Non erano i tempi delle chat di oggi, da “cuori solitari” e via discorrendo: più di venti anni fa su internet c’erano gruppi di discussione, io che ho amato sempre viaggiare sono entrato in uno di questi temi; io e Liliana abbiamo cominciato a chattare una, due, tre volte, ad orari impensabili, fino a quando non ha accettato il mio invito, raggiungermi in Italia, a Roma. C’era del tenero, ma da lì in poi è nata la nostra storia d’amore e tre figli. che parlano correntemente spagnolo, inglese e italiano…».

 

Un artista, si dice, sia legato a tutti i suoi personaggi, lei Marzocca?

«Ariel, il filippino è fra i personaggi più amati dal pubblico: ho ribaltato il concetto, ildomestico prende per il naso il suo datore di lavoro innescando una serie di divertenti incomprensioni. Però amo il “notaio”, quel tipo che sbuffa e smadonna. Mi ricorda i nonni che non ho più, così diciamo che quando lo interpreto penso spesso a loro e a tutti quegli anziani, amabilissimi brontoloni».

«Puglia, amore infinito»

Bungaro, a breve pubblica un nuovo album

«Devo tanto alla mia terra, l’avermi trasmesso la passione, dato il coraggio di partire senza mai dimenticare le mie radici», dice il cantautore brindisino. «Fiorella Mannoia, rapporto straordinario, poi le mie altre stelle: Ornella Vanoni, Antonella Ruggiero, Malika Ayane, Rakele…». Intanto pensa all’estate. «Voglio tornare a riabbracciare il pubblico, come ho fatto con “Maredentro”, concerti senza sosta per due anni…»

«Uscirò a breve con un nuovo album del quale non svelo per motivi scaramantici, ma anche perché certe cose potrebbero concretizzarsi in queste ore: ho però anticipato questo lavoro composto da undici brani con un duetto con Fiorella Mannoia, “Il cielo è di tutti”, omaggio al grande Gianni Rodari nel centenario della nascita del grande poeta che molti conoscono come autore di letteratura per l’infanzia tradotta in tutto il mondo».

Non lo frena nemmeno il Covid. Certo, gli manca il rapporto diretto con il pubblico, i tanti concerti come accaduto con album e spettacolo “Maredentro”, ma Bungaro, brindisino, Antonio Calò all’anagrafe, prosegue la sua attività doppia, di autore e interprete. Tripla, di mezzo c’è anche quella di produttore, Rakele, altro personaggio scoperti e portati alla ribalta. Tirato per la giacchetta, Bungaro, nonostante amicizia e feeling tutto pugliese, non si sbilancia più di tanto.

Ci regala, però, qualche anticipazione. «Il mio ufficio stampa – ci dice – mi invita ad essere moderato nelle anticipazioni, posso dire, magari, di “Malia”, canzone dedicata ad Amalia Rodriguez; oppure “Anna siamo tutti quanti”, eseguita con l’Orchestra del San Carlo di Napoli e “L’appartenenza”, altro inedito, da qui dovrebbe prendere le mosse uno spettacolo con il quale spero di ricominciare a girare dal prossimo luglio così da ripetere l’esperienza di “Maredentro”, due anni di concerti». E poi, per dire quale sintonia abbia con la Mannoia, la collaborazione a “Padroni di niente”, album uscito di recente, con le sue “Eccomi qui” e “Olà”».

Bungaro, insomma, torna quando può. Si prende tutto il tempo di cui ha bisogno. Col benestare di amici e discografici che lo corteggiano. Ha mano e fantasia. Un cellulare che nelle due battute sul suo nuovo album, squilla almeno un paio di volte per richiedere una canzone. E Bungaro, che non è una radio, tantomeno un juke-box, ma un autore, prende tempo. E, finalmente, se ne dedica un po’ perché attendeva da tanto l’occasione di godersi questo momento.

BUNGARO 02 - 1

Torniamo a Fiorella Mannoia. Nel suo ultimo album, “Padroni di niente”, canta le sue“Eccomi qui” e “Olà”.

«Sentir cantare una tua canzone da Fiorella, è una grande emozione che avevo già provato quando aveva accettato di interpretare la mia “Fino a che non finisce”; duettare con lei, poi, è una doppia emozione. La Mannoia è una voce pensante. Quando scrissi “Il deserto” con Pino Romanelli, pensai subito a lei. Conosco il suo codice: nella canzone c’è l’amore come tema sociale. Mi recai a casa sua per farle sentire il brano. L’ascoltò in silenzio, alla fine tirò su una manica della maglietta che indossava, come se volesse trasmettermi i brividi che le aveva appena trasmesso sulla pelle quella canzone: “…quando andiamo in studio?”, mi disse. Fiorella è un’emozione infinita».

 

Le manca un “sì” per completare il suo parterre di voci femminili?

«Sono strafelice così. Oltre a Fiorella hanno cantato mie canzoni anche Ornella Vanoni, Antonella Ruggiero, Nicky Nicolai, Malika Ayane. Qualcuno mi chiede di Mina: rispondo che ci stiamo corteggiando a distanza, ho parlato con il figlio Massimiliano che di me ha grande stima. Vedremo, se son rose…Come per le altre “star”, anche per lei ci vorrà qualcosa che faccia la differenza. Me ne accorgo quando sta nascendo una cosa importante: il mio cuore batte forte, è il momento giusto. Avete presente quando scocca la scintilla agli innamorati?».

 

C’è una canzone che sembra scritta da lei.

«Ci penso un attimo: forse “Una notte in Italia” di Ivano Fossati. Sembra scritta da me, o meglio, avrei voluto scriverla io. Dello stesso Fossati, amo la straordinaria “C’è tempo”, anche questa vicina alle mie frequenze. Ci metterei anche “Povera patria” di Franco Battiato: canzoni che restano nel cuore di chi ama la qualità».

BUNGARO 03 - 1

Fra gli omaggi alla sua terra, in dialetto salentino.

«Quando si è trattato di animare, dare ritmo e passione ad alcune canzoni, l’ho fatto: è stato così per “Madonna di lu finimundu”, con lo straordinario canto appassionato di Lucilla Galeazzi che si unisce all’organetto di Ambrogio Sparagna, fino a diventare una danza frenetica, liberatrice come una taranta. Penso anche a “Piccenna mia”, una ninna nanna che a suo tempo dedicai a mia figlia Giulia».

 

Cosa pensa di avere imparato in tutti questi anni?

«Ascoltare gli altri, guardarmi intorno con curiosità, avere la percezione della lealtà: lo devo a mio padre».

 

Cosa pensa, invece, di avere insegnato?

«Forse ad essere credibili, a non nascondersi mai; insegno composizione e uso della voce: ai ragazzi provo a spiegare che cercare il successo è, in qualche modo, il rapporto con la propria fragilità, perché poi è da lì che parte tutto».

«A metà dell’opera…»

Domingo Stasi, tarantino, duemilacinquecento volte in scena in Italia e all’estero

«Quando sei tenore e, per giunta italiano, all’estero ti acclamano, purché dimostri il tuo valore. A venti anni ho sfiorato il sogno del professionismo. Devo a papà e mamma l’amore per il Belcanto. Debutto da protagonista al “Regio” di Parma, ma che emozione cantare al Valle d’Itria e all’Orfeo di Taranto…»

Domenico Stasi, “Domingo” in arte e sui borderò Siae. Tarantino, cinquantatré anni, da trenta è tenore professionista. Debutta al teatro Regio di Parma con la Compagnia del grande Corrado Abbati. Gira prima l’Italia, poi il resto del mondo. Una, due, tre volte. Milleottocento recite teatrali,  più di settecento concerti. Non si finisce mai di imparare, né di studiare, è questa la lezione del Maestro Domingo Stasi, tanto che, come ci spiegherà, ottimista per natura, il Covid per lui è stato un bicchiere mezzo pieno tanto da dedicarsi ad attività e studi che non aveva mai svolto fino a questo momento.

 

Partiamo proprio da qui, come fa un cantante lirico a tenersi in esercizio.

«Periodo difficile, occorre avere una grande forza mentale; positivo per carattere, attendo la ripartenza, svolgo i miei esercizi quotidiani per tenere le corde vocali in costante allenamento: a ripetere un repertorio consolidato, ma anche a studiare quanto potrebbe essere di particolare interesse per uno, come me, alla costante ricerca della perfezione e di nuovi stimoli».

 

Quanto manca ad un artista quella sana tensione che lo relaziona al pubblico?

«Abituarsi, piegarsi ad un periodo così complicato come quello che stiamo attraversando a causa della pandemia, è l’esercizio mentale più difficile: passione e amore per questa professione ti schiudono nuovi mondi, orizzonti culturali che ti aiutano sicuramente a crescere; fino a quando è stato possibile salire su un palcoscenico, interpretando un numero indescrivibile di recite in costume non mi sono mai trovato davanti a platee con sessanta, ottanta spettatori…».

 

Per non parlare con dei tour all’estero.

«All’attivo milleottocento recite teatrali, dunque in costume, e qualcosa come oltre settecento concerti. Con la mia compagnia cantavo davanti a platee dai duemila ai quattromila spettatori: cantare, recitare davanti a una media di seicento, piuttosto che ottocento persone, è una prova di carattere non indifferente, fatta di esercizi e massima concentrazione. Con il pubblico ogni sera è una bella sfida che, a fine rappresentazione, provi a chiudere con un grande abbraccio».

 

Quando ha capito che la sua grande passione stava diventando una professione?

«Quando ho capito che i grandi cantanti lirici non si fermavano ad ascoltarmi non di certo per compiacermi o per piaggeria: ecco, lì ho avuto l’esatta sensazione che potevo provare a realizzare un sogno cominciato a coltivare a tredici, quattordici anni: allora cantavo sui dischi suonati allo stereo, spinto dall’amore trasmessomi dai miei genitori, in particolare da mio padre, patito della lirica. Dovessi dire un’età precisa, bene, i vent’anni: è allora che gli insegnanti si sono accorti di me; a quel punto ho capito che la passione cominciava a trasformarsi in qualcosa di più concreto, posto che la crescita doveva però passare attraverso sacrifici, tanta gavetta. Infine, il primo passo importante, il debutto in qualità di tenore protagonista al “Regio” di Parma e, a seguire, tournée nei più grandi teatri italiani con la prestigiosa Giovane Compagnia di Operette di Corrado Abbati».

tenore 2 - 1

Un concerto che incornicerebbe?

«Risposta imbarazzante, come se mi chiedesse qual è il cantante che amo: dovessi fare sintesi, l’elenco comprenderebbe almeno una decina di nomi; lo stesso dicasi per recite e concerti, ma se fossi costretto a una risposta secca tornerei certamente al “Regio”, Ciclamino in “Cin Ci Là”, come a dire che la prima emozione non si scorda mai; accanto a questa ci metterei il debutto al Festival della Valle d’Itria, del quale ero stato spettatore da ragazzino; come la “prima” all’Orfeo di Taranto, giocare in casa provoca grande emozione, in un attimo può demolire quelle certezze messe insieme giorno dopo giorno con l’esperienza».

 

Ha girato il mondo più volte. Volessimo fare un distinguo fra pubblico e pubblico?

«Quando ti presenti come “tenore italiano” all’estero, puoi considerarti già a metà dell’opera, il pubblico considera il nostro Paese la culla del Belcanto: ma, attenzione, anche qui l’arma è a doppio taglio, a cominciare da una responsabilità maggiore; oggi esiste una più spiccata conoscenza delle opere e delle romanze anche grazie ai grandi interpreti della nostra canzone: negli Anni Settanta e Ottanta la lirica esercitava un certo fascino, oggi invece il pubblico devi convincerlo; un po’ come i calciatori ingaggiati negli Stati Uniti o in Cina per dare spettacolo. A proposito, proprio in Cina, confesso, in modo inatteso, ho trovato calore e grande competenza; lo stesso in Russia, senza dimenticare il Messico, Paese nel quale la cultura latina gioca un ruolo fondamentale».

 

Cavalli di battaglia?

«Tenore lirico spinto, mi sono adattato anche in ruoli da lirico leggero, come nell’operetta, tanto che quelle più indicate alla mia voce in questa forma di spettacolo sono quelle da “baritenore”, autentici gioielli scritti da Emmerich Kalman e Franz Lehar, fra i principali compositori dell’operetta viennese; nella lirica, invece, Cavalleria rusticana, Pagliacci, Tosca, Traviata, tutte in repertorio, in attesa di Turandot e Aida, interpretazioni di pari ardimento con le quali prima o poi mi misurerò».

 

Quando pensa a Taranto?

«Rapporto di amore e odio, amo la mia città, la sua storia e le sue tradizioni. Fin dal liceo, però, ho sempre desiderato che i miei concittadini avessero uno spirito diverso, fossero più consapevoli delle proprie potenzialità; vorrei, in qualche modo, che il tarantino non ostentasse solo l’orgoglio di appartenenza, ma si impegnasse nel provare a costruire un sogno. Nella mia vita ho realizzato un 70-80% dei miei progetti, la restante percentuale la lascio a quel desiderio di imparare sempre qualcosa di nuovo».

«Teatri, teneteveli stretti»

Angelo Branduardi, settantuno anni, artista senza tempo

Concerti all’Alfieri e al Fusco, gli album promossi in radio e tv. Da Milano a Roma, il ritorno a casa. E i successi. «Se ne saltassi anche uno solo nei miei spettacoli, il pubblico chiederebbe il rimborso del biglietto». Statura intellettuale e rispetto, dalla “Fiera dell’Est in poi”. «E pensare che era solo un lato B…».

 Trenta album pubblicati, dai successi di “Alla fiera dell’Est” a “La pulce d’acqua”, da “Cogli la prima mela” a “Si può fare”, per citare alcuni dei suoi maggiori successi commerciali. Ma Angelo Branduardi, artista superlativo, non ha mai smesso di pubblicare album e, soprattutto, mai chiuso con i concerti che sono stati sempre la sua essenza di artista legato al rapporto diretto con il pubblico. Anche se, come tutti gli artisti in questi ultimi dodici mesi è stato costretto allo stop forzato a causa della pandemia. E ad interrompere un tour, “Il cammino dell’anima”, che stava registrando spettatori e indici di gradimento. «Forse non tutti sanno che “Alla fiera dell’Est” era solo il lato B del 45 giri “Il dono del cervo”, altra bella canzone: vendeva poco, fino a quando non andai in tv e invece di fare la canzone scelta dai discografici eseguii la filastrocca-tormentone con “il toro che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò…”, considerata dai tecnici del mercato troppo lunga perché le radio potessero promuoverla”; feci di testa mia, andò bene e fu l’apoteosi…».

Fra le sue pubblicazioni, dunque, dal ’74 allo scorso anno trenta sono stati gli episodi discografici che hanno visto protagonista il “menestrello” nato a Cuggiono, sulle sponde del Ticino, trenta chilometri da Milano. Album straordinari, un percorso che comincia con un album dal titolo “Angelo Branduardi”, fino a “Il cammino dell’anima”. Fra questi, otto lavori dedicati allo studio e alla proiezione di suoni di un tempo in sonorità moderne (“Futuro antico”), “Così è se mi pare”, raccolte in studio e “live”, da “Altro e altrove” a “Senza spina”.

 

ARTISTA SENZA TEMPO…

Branduardi, è cantautore e uomo d’altri tempi. Quando può, ma senza problemi, dice la sua sulle produzioni, i concerti, gli agenti e i tecnici che scandiscono i tempi e le mode, dai social alla tv, che nonostante tutto, regge non senza qualche cedimento strutturale (vedi l’ultimo Festival di Sanremo). «Non ci sono più i discografici di un tempo – dice – ma trasmissioni televisive che illudono e massacrano». Gentile all’inverosimile. Tiene un sigaro, spento, fra l’indice e medio della mano destra, ma si scusa lo stesso, non senza puntualizzare. «E’ spento, ma se dà fastidio anche la sola idea del fumo, lo metto via subito».

Violinista per necessità, spiega. «Il pianoforte, che poi ho studiato, costava tanto, così d’accordo con papà ripiegammo su archetto e violino: il profumo del legno mi fece innamorare subito di questo strumento». La sua capigliatura, sempre folta, è tinteggiata di grigio. A questa si aggiungono le sollecitazioni della cute, un cervello costantemente impegnato che evidentemente sta imbiancando gli ultimi capelli neri.

«Continuo a lavorare, mi dicono dei dischi, della tv e io spiego: la vita continua, sono un cantiere aperto, un work in progress; chi fino a un anno fa veniva a vedere, ad ascoltare i miei concerti questo lo avvertiva, ricanto le mie canzoni che il pubblico si aspetta, ma continuo a sperimentare». E pazienza, “messere”. «Pazienza – sorride – se alcune cose non finiranno nei dischi, l’importante è che finiscano nelle corde emozionali della gente: conservo tutto, perché non si sa mai, di questo lavoro non si butta via niente, avete presente quello che si dice del maiale, poverino…? Per il resto, nei miei concerti devo tassativamente eseguire tutte le canzoni che mi hanno portato fortuna e che il pubblico ama riascoltare: se non le riproponessi, la gente mi aspetterebbe fuori dal teatro per chiedermi indietro i soldi del biglietto; invece il pubblico, dopo i miei concerti, esce felice dal teatro: la musica  è terapeutica, serve a questo».

 

…E CONCERTI INDIMENTICABILI

Ricorda i concerti all’Alfieri, chiuso; al teatro Fusco, chiuso e, finalmente, riaperto e restituito alla città. Prima al pubblico e, oggi, allo streaming, fino a quando la pandemia non avrà cessato nel cambiarci la vita. «Ma li hanno chiusi dopo i miei concerti?», quasi si preoccupa. Lo rassicuriamo sul “Fusco”, nel frattempo restituito come fosse un salotto. «Il prossimo anno in Italia altre sale chiuderanno, con queste anche alcune che ospitavano concerti. E’ l’Italia piegata su se stessa: figuriamoci se stanno a pensare a Branduardi, ai suoi dischi…». E i suoi “live”.

Confessa un suo desiderio di autore. «Volevo scrivere una canzone per Mietta: sempre bellissima, ma non se n’è fatto niente; incarna bellezza e passione tipiche delle donne del Sud. Magari un giorno ci sarà occasione, in questi anni sta seguendo un percorso artistico che rispetto. E’ bravissima. Anche lei fa poca tv, accipicchia: ti ospitano solo se hai da raccontare qualcosa che fa piangere, diversamente non sei in target».

Parliamo, allora, dei talent-show. «E’ una fabbrica di grandi illusi – insiste – fai un disco, cinquanta serate, poi ti parcheggiano e avanti un altro; aveva ragione il mio amico Ennio Morricone quando diceva che la tv non crea aspirazione, ma traspirazione…».

Si siede ancora sulla scalinata di Trinità dei monti alle sette del mattino? «Prima avevo casa lì, scendevo, compravo i giornali e leggevo, chiacchieravo con la gente, era un momento di sano relax. Poi mi sono trasferito a Campo de’ Fiori, preso casa e un bel pezzo di terreno: aria pulita, lontano dal caos e senza pressioni. Credo che i romani si siano accorti troppo tardi che la città gli stava sfuggendo di mano».

Oggi, Messer Branduardi, vive a Bedero Valcuvia, nel bel mezzo delle vallate prealpine, un soffio da Varese.

“Spalla” si nasce…

Enzo Garinei, novantaquattro anni, una vita dedicata al “tavolaccio”

«Amo questa terra, gli occhi delle donne del Sud», confessa il grande attore romano. «Palcoscenico, cinema e tv; Pietro, mio fratello, e Sandro Giovannini, star del “Sistina” e delle commedie musicali. Gino Bramieri, un grande. Totò e le due anime, attore e principe». Non ha paura dell’età, «vivo alla giornata, penso a Peppino, Fabrizi, Taranto, Modugno e Manfredi che “lassù” stanno allestendo lo spettacolo più bello del mondo».

Novantaquattro anni e non sentirli, settanta spesi sulle tavole dei palcoscenici italiani. Tra un impegno e l’altro, il cinema, i film con Totò, poi Sordi, Celentano, Pozzetto, Tomas Milian, Bud Spencer e Terence Hill, rivista e commedie brillanti, la tv con Bramieri e Vianello. Spalla ideale, generoso comprimario, fratello di Pietro, della Premiata ditta “Garinei e Giovannini”, come dire la commedia musicale italiana (Rinaldo in campo, Rugantino, Aggiungi un posto a tavola), Enzo Garinei è uno che ama il teatro e questo angolo d’Italia.

«Il teatro è galantuomo”, attacca infatti, quando parla del lavoro che tanto gli ha dato, in termini di soddisfazioni professionali e tanto ci ha dato in fatto di allegria e divertimento. Affascinato dal Salento, confessa che il lavoro, complicato dal covid da oltre un anno, “è stato sempre ripagato dall’affetto del pubblico”. Anche doppiatore, tono riconoscibile e familiare, è stato la voce fuori campo (“Dio”) nell’ultima edizione di “Aggiungi un posto a tavola».

 

Di episodi, anche legati al nostro territorio ha da raccontarne a non finire.

«Brindisi, aeroporto. Quella sera in scena a Casarano, non sappiamo come risolvere il problema di spostamento, telefono in albergo, al “Silver” per chiedere informazioni: risponde un signore gentile, mi rassicura in un attimo. In aeroporto, poco dopo arriva un’auto. A bordo del mezzo, bordo proprio l’uomo della reception. Aveva appena staccato dal lavoro: nessun taxi da chiamare, accompagna personalmente in albergo me e i miei colleghi. Non c’è alcun verso di fermarsi in una stazione di servizio perché io possa ricambiare un gesto così gentile, non so con un “pieno”».

 

Senza dubbio un bel gesto, maestro.

«Non finisce qui, all’indomani lo stesso signore ci riaccompagna in aeroporto. Cosa volete che vi dica: benedico questo lavoro, la gente che va a teatro, che quasi come un debito di riconoscenza compie gesti così affettuosi; “Il nostro è solo un modo per ricambiare quanto ha fatto e farà per noi”, mi dicono spesso, e io vado fiero di tutto questo».

 

TOTO’, PRINCIPE E COMICO

Garinei, ama passeggiare per le strade delle nostre città.

«Nella provincia, anche piccola, ci sto bene; se il teatro non è molto distante dall’albergo, esco e faccio lunghe passeggiate: amo guardare le vetrine, entrare in un bar, fare colazione e scambiare due chiacchiere con la gente; poi gli occhi delle donne di qui non li trovi tanto facilmente in giro, esprimono bellezza e solarità».

 

Attaccare con una domanda è un’impresa, non sai da dove cominciare. Proviamo, Totò?

«Il mio debutto nel cinema risale a “Totò le Moko”, poi tanti altri film. Ho interpretato anche una gag che tutti ricorderanno, “Totò cerca moglie” il film: la mia fidanzata e i suoi genitori praticamente miopi, occhiali con lenti spesse. Quando Totò partiva con le sue proverbiali improvvisazioni le risate scoppiavano anche sul set, primo segnale di quello che sarebbe diventato un film di successo. Una grande scuola la sua, con Totò dovevi stare sempre in campana, ti rovesciava un copione come un guanto e dovevi seguirlo con mestiere».

 

Totò e il Principe de Curtis, dicono che fossero diversi fra loro.

«Grande attore sulla scena, uomo riservato nel privato, lontano da pettegolezzi quando appendeva al chiodo bombetta e frac. Un esempio su tutti: non si è mai saputo per chi avesse scritto “Malafemmena”, se per sedurre Silvana Pampanini o perdonare la moglie Franca Faldini per la sofferenza provocatagli prima di cedere alla sua corte spietata. Quando arrivava a Cinecittà, accompagnato dal suo autista, non appena Totò metteva piede sul set e indossava gli abiti di scena diventava un altro, si trasformava nel grande attore comico che tutti conosciamo. Parlo al presente, perché Totò vive nelle cose che ha fatto».

 

Direttore artistico del “Sistina”, a Roma, nella capitale ha aperto una scuola di recitazione, “Ribalte”.

«Un tempo arrivavano folate di ragazzi e ragazze dal Salento. Mi auguro tornino a credere nel teatro, perché è da lì che parte tutto. I miei ragazzi me li trovo ovunque, sono cresciuti professionalmente, diventati star del teatro e della tv.  Quando li incontro faccio loro sempre la stessa raccomandazione: se fate la tv, ma amate il teatro, dovete decidervi: il contatto con il pubblico è fondamentale, dunque, tornate a misurarvi con “il tavolaccio”».

 

VECCHIA GUARDIA…

Quando le pongono più o meno le stesse domande, dica la verità, a cosa pensa?

«Che sono uno dei superstiti di una vecchia guardia. Capisco il lavoro dei cronisti. Ripeto spesso, e lo dico sinceramente, non ho paura della morte: tanti colleghi mi hanno solo preceduto. Gli stessi Pietro Garinei, mio fratello, e Sandro Giovannini, il mio grande amico Gino Bramieri. Penso a Totò e Peppino, Fabrizi e Taranto, Modugno e Manfredi. Penso che “lassù” stanno allestendo lo spettacolo più bello del mondo. Per quanto mi riguarda, faccio programmi a scadenza solo per il giorno dopo, per il domani; il dopodomani lo vedo già un po’ più distante».

 

Gino Bramieri, ci dica.

«Gino, un fratello. Grandissimo attore, uomo di enorme statura. L’ho assistito nel suo ultimo tratto di vita, nel ’96, con la morte nel cuore: il Premio alla carriera a lui intitolato, consegnatomi a Taranto dal direttore artistico Renato Forte, è uno dei riconoscimenti che conservo con maggiore affetto. Di premi ne ho vinti, molto importanti anche, ma Gino… Gino è una cosa difficile da spiegare».

 

A lui la univa e la divideva la passione per il calcio.

«Lui tifoso dell’Inter, io della Lazio. Ricordo nel ’64 lo spareggio Bologna-Inter per lo scudetto. Andammo all’Olimpico insieme:  io, lui e Pietro, mio fratello. Purtroppo per lui, vinse il Bologna, 2-0. Io, non la davo a vedere, ma tifavo più che per il Bologna, per Fulvio Bernardini, allenatore dei rossoblù. Romano come me, Bernardini era stato calciatore della Roma, ma nel passato anche della “mia” Lazio. Alla sconfitta Gino reagì lanciandomi un’occhiataccia, come a dire: “anche tu…”».

 

Una delle ultime commedie portate in scena a teatro, “Facciamo l’amore” di Arthur Miller. Compagni di viaggio, fra gli altri, Gianluca Guidi e Lorenza Mario.

«Non lo dico per piaggeria, sono stati splendidi. Fra le proposte che mi sono piovute generosamente, con un pizzico di sano egoismo ho sempre scelto la più indicata per me: il lavoro, lo spessore del personaggio, ma soprattutto loro, i miei compagni di viaggio. Guidi è un attore brillante, un regista sapiente e generoso, la Mario una showgirl completa. Quella commedia si apriva con un mio lungo monologo. Non sono un monologhista, amo il botta e risposta, il dialogo serrato, incalzare e attendere. Spalla si nasce e io, modestamente, lo nacqui…».

«Parsifal, tutto è partito da lì»

Roby Facchinetti, fra passato e presente

Nel 1973 l’album della svolta con i Pooh, oggi l’opera omonima firmata con D’Orazio. «Tre anni di lavoro, Stefano autore straordinario. Poteva restare un’incompiuta, invece a luglio dello scorso anno abbiamo messo un punto esclamativo al progetto. Portare in scena questa storia la considero una missione e un impegno nei confronti del mio “amico per sempre”». Intanto nelle radio, nuovo singolo del popolare compositore: “Cosa lascio di me”.

Roby Facchinetti, grande amico. Al punto tale da rivelare in via ufficiosa un progetto in altra occasione appena accennato. «L’ultima cosa che io e Stefano avevamo in mente l’abbiamo condotta in porto: un porto sicuro, nel quale c’era grande empatia e voglia di lasciare traccia di un progetto che avevo in mente già cinquant’anni fa: Parsifal». Oggi, “quei cavalieri simili a dei”, come recitava lo spartiacque dei Pooh fra pop e rock, hanno nuova residenza. In due ore e più, fra musica, firmata Facchinetti, e parole, scritte da D’Orazio. “Parsifal” non è più solo un brano lungo dieci minuti fra cantato e suite, oppure il titolo di uno degli album più fortunati di Roby Facchinetti, Stefano D’Orazio, Dodi Battaglia e Red Canzian. Oggi “Parsifal” è anche un’opera. «Grazie all’insostituibile contributo di Stefano, autore di testi straordinari, “Parsifal” è diventata un’opera di due ore; l’abbiamo completata dopo circa tre anni di lavoro, riascoltata mille volte come si fa con una creatura che ti sei coccolata a lungo».

 

Tre anni di lavoro.

«Verso la fine di giugno, inizi di luglio dello scorso anno, una volta letto e riletto, corretto e limato gli angoli qua e là, io e Stefano ci siamo guardati negli occhi, senza dirci niente, per noi parlavano le espressioni di due persone ampiamente soddisfatte dell’intero lavoro, faticoso sì ma al quale avremmo potuto mettere finalmente un punto esclamativo».

 

Stefano, autore con lo stesso Facchinetti di “Rinascerò rinascerai”, più avanti sarà colpito proprio da quella “bestiaccia” (così D’Orazio aveva chiamato il virus dal quale era stato aggredito) che lo ha portato via all’affetto dei suoi cari, di amici e di milioni di fan.

«Non amo interpretare certi segnali: poteva restare un’incompiuta, qualcosa che non avrebbe avuto più senso, senza la storia e i testi di Stefano, invece, ecco che “Parsifal” è diventata una grande storia».

 

Una storia solida, pare di capire.

«Piena di energia: la Tavola rotonda, Re Artù, i Cavalieri, le Crociate, il Santo Gral; non ci siamo mossi più di tanto dalla storia e dalla mitologia che noi tutti conosciamo. Piccole licenze: Parsifal, il protagonista, lo abbiamo in qualche modo modernizzato, abbiamo impresso un colpo di scena che non anticipo, provato a trasmettere emozioni».

 

Facchinetti ha assunto un grande impegno.

«Assunto con me stesso e con lo stesso Stefano, la mia missione sarà quella di portare in scena “Parsifal” come io e lui lo avevamo immaginato nei tre anni di scrittura. Altro piccolo miracolo: ho già partner importantissimi che mi stanno affiancando per mettere in scena questa grande opera».

 

“Parsifal”, snodo importante anche per i Pooh.

«Da lì, parliamo del 1973, è nato tutto: venivamo da “Tanta voglia di lei” e “Pensiero”, ma avevamo bisogno di imprimere una svolta alla nostra produzione, ai nostri “live”: ci stavamo smarcando da locali e balere per produrre spettacoli che non sfigurassero nei teatri; da lì in poi, i Pooh hanno fatto teatri-tenda e stadi, qualcosa di impensabile a quei tempi».

 

Lasciamo per un attimo “Parsifal”, maestro. In questi giorni in radio circola “Cosa lascio di me”, terzo singolo estratto dall’album “Inseguendo la mia musica”.

«Canzone e video spiegano in cento scatti la mia vita: da mia madre in poi, i miei affetti più cari, gli amici, quelli “per sempre” cioè i Pooh, e tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare e grazie alle quali, oggi, sono quello  che sono».

 

Un brano che più di altri occupa un posto speciale nel cuore di Facchinetti?

«Sono tanti i brani scritti e portati al successo ai quali, per ragioni diverse, sono legato, anche per una sorta di riconoscenza. Non vorrei essere banale, ma da compositore non posso non citare “Parsifal”: per tutto quello che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi. Ci sono le mie radici: mia madre ascoltava musica classica e operistica, devo a lei la mia formazione di musicista. Se non avessi avuto questi trascorsi fin da bambino, forse certi brani non li avrei mai scritti».

 

“Parsifal”, dunque, non si scappa.

«Corsi e ricorsi storici, qualcosa che alla fine mi rimanda proprio all’opera “Parsifal” di cui dicevo: qui dentro c’è tutto quello che di bello è giusto che ci sia. “Parsifal”, tutto è partito da lì».

 

«Caro Mac Roney…»

Intervista al Mago Forest

«Mi sono ispirato a lui, poi sono peggiorato per conto mio. Amo la Puglia, ho lavorato con Toti e Tata, il mio primo manager è di queste parti. Mi chiamassero insieme Arbore e la Gialappa’s, chi sceglierei…»

Ci sono artisti con cui stabilisci una certa empatia, subito. Avverti netta la sensazione quando li vedi in scena, riesci a leggere fra le pieghe del loro carattere, che non può essere un’altra cosa rispetto alle “luci del varietà”. Uno di questi è, sicuramente, Michele Foresta più noto come Mago Forest, comico, showman e conduttore televisivo. Periodo complicato quello del covid, non ci resta che il telefono.

 

E’ un piacere risentirla.

«Vedessi il mio di piacere, sono tutto un brivido: ma non ci davamo del “tè”? Ti prego, mi sento più a mio agio: ci conto…».

 

In estrema sintesi, da Arbore alla Gialappa’s, passando per Zelig, da ospite a presentatore. C’è un momento decisivo nel quale hai avvertito la svolta?

«Se momento decisivo possiamo chiamarlo, può essere quello di venti anni fa, quando i Gialappa’s vennero ospiti a Zelig: mi videro presentare e mi ritennero “abbastanza deficiente” per propormi il loro programma “Mai dire Maik”; chiuso in anticipo partì, comunque, la nostra collaborazione che durò nove anni ininterrottamente. Mi hanno rubato i miei migliori anni, mi hanno rubato, ma li perdono…».

 

Non riesce proprio a prendersi sul serio. Quando ti presentano, ti “lanciano” come fossi il parente povero di Silvan e Copperfield. Detto che nella realtà, sei un abile illusionista, non credi di ricordare in qualche modo anche un tuo antesignano collega, certo Mac Roney?

«Certo che sì, lui è stata la mia prima ispirazione, anzi diciamo che copiavo pari-pari le sue gag che vedevo in televisione, poi ho studiato molto e finalmente ho imparato a fallire da solo».

 

Un giorno, sbagliando un gioco di prestigio e sentendo il pubblico ridere, hai pensato di cambiare mestiere. Cosa ti ha portato a usare carte e piccioni per scatenare risate?

«Sinceramente no, fin da subito la mia intenzione è stata quella di cercare di far ridere, mi ha sempre affascinato il ruolo dell’antieroe e del mago al quale i suoi stessi attrezzi si rivoltano contro».

 

Arbore, Gialappa’s, Frassica, Chiambretti, Bisio. Quale ritieni possa essere il tuo partner ideale? Ma anche uno con cui non hai ancora lavorato, ma con il quale ti piacerebbe fare coppia? 

«Coppia, non accoppiarmi, dici. Perché ho avuto belle colleghe, Hunziker, Incontrada, la Marcuzzi. Glissiamo, dai. Diceva il poeta brasiliano Vinicius De Moraes: la vita è l’arte dell’incontro. E io incontri sul palco ne ho avuti, e tanti: ammetto di essere in debito con la fortuna. Per un comico il contesto è tutto e rare volte mi sono trovato nel posto sbagliato. Se potessi scegliere mi piacerebbe lavorare con Homer dei Simpson!».

 

Battuta veloce. I testi, li studi, li prepari o è un work in progress, nel senso che uno spettacolo dopo l’altro improvvisi, scremi e tieni le migliori battute?

«Parto da un’idea e poi la osservo con la lente distorta della comicità. Visto come parlo bene? Posso continuare, se vuoi. Mi preparo molto, ma mi piace lasciare margini all’improvvisazione, lasciarmi trasportare dagli umori del pubblico. Quello del comico è uno spettacolo sartoriale cucito ogni sera su misura».

 

Fra gli spettacoli più applauditi, “Motel Forest”, ospiti e comprimari sul palco. Qual è il canovaccio sul quale si snoda l’intera rappresentazione?

«Motel Forest è stato un luogo magico e bizzarro, in realtà un mio investimento sul futuro: De Niro apre ristoranti, Sting un agriturismo in Toscana, Antonio Banderas un mulino e io un Motel. Ci può stare, no? ».

 

Mago Forest, sei uomo del Sud, una volta si diceva che il pubblico fosse più passionale, mentre al Nord più attento e snob. E’ ancora così, secondo te?

«Devi rifarmi la domanda quando riapriranno le frontiere, pardon i teatri, i locali. La storia del pubblico caldo o freddo, tiepido, credo sia un luogo comune: detto questo in Puglia mi sono sempre trovato bene fin dai tempi della “Dolce Vita” di Bari gestita in passato dai mitici Toti e Tata, che mi presentarono il mio primo manager, che è di Nardò. Il pubblico che va a teatro sa cosa va a vedere e cosa si aspetta, io mi pongo il problema di dare sempre il massimo, perché al giorno d’oggi non è così scontato – e alla ripresa ho la sensazione che il pubblico sarà ancora più esigente – che la gente compri un biglietto, esca di casa d’inverno e vada a trovare parcheggio intorno a un  teatro per vedere uno show».

 

Finisse domani la pandemia, chiamassero Arbore e la Gialappa’s, a quale telefonata risponde per primo “Arrivo!”?  

«Se chiamano insieme trovano occupato e mi salvano da una decisione in qualche modo complicata. Meglio non lo sappiano, non gli venga davvero di telefonarmi nello stesso periodo: una confessione voglio proprio fartela: sarei molto, ma molto in imbarazzo».