«Un’oasi di pace»

Canale 5 e le bellezze della nostra Puglia

Parte da Torre Guaceto la disamina del notiziario della rete ammiraglia Mediaset. Da Brindisi a Carovigno, alle masserie della zona, alla bellezza della Valle d’Itria. Mare cristallino, macchia mediterranea e zona incontaminata. Ma anche viti e vigneti, gastronomia e bellezze storiche, dalle basiliche al barocco, al tesoro della Magna Grecia. Masserie, ideali per un sano relax o per confrontarsi, indisturbati, su temi come industria e commercio. E pensare che qui volevano costruire una centrale nucleare…

 

«Oltre tremila ettari di natura incontaminata e ancora selvaggia, otto chilometri di costa con mare cristallino e azzurrissimo, zone umide che si alternano alla macchia mediterranea: siamo in Puglia, sulla Costa adriatica dell’Alto Salento, nella Riserva naturale dello Stato e nell’Area Marina Protetta di Torre Guaceto». Comincia pressappoco con queste parole un servizio del Tg5, il notiziario di Canale 5, tv ammiraglia di Mediaset. Rende omaggio a una parte del Tacco d’Italia, la nostra Puglia, regione della quale in molti si ricordano solo in estate. Canale 5, come le altre tv Mediaset, da Italia 1 a Retequattro, in realtà realizzano numerosi servizi sulla Puglia in tutte le stagioni. Si parla di Arcelor Mittal, va bene, come ignorare le vicende politiche e non solo, legate al siderurgico tarantino, ma spesso e volentieri giornalisti e inviati si dedicano tutto l’anno alle bellezze del nostro territorio. Dunque, il mare cristallino, le spiagge assolate e bellissime da provocare invidia anche a Miami. Nel resto dell’anno, però, Tg5 e le altre redazioni del gruppo Mediaset, fanno servizi sull’accoglienza proverbiale dei pugliesi, dei prodotti tipici della nostra terra, di vigne e vigneti, di gastronomia, monumenti e basiliche, barocco e bellezze dell’antica Magna Grecia.

Stavolta il servizio è di carattere estivo. E che facciamo, lo respingiamo? Tutt’altro, lo accogliamo a braccia aperte quale contributo al lavoro informativo che da questo sito svolgiamo da tempo. E Torre Guaceto fa parte di questo ventaglio di proposte spesso indicate con nei nostri servizi. Torre, bellissima, situata tra Brindisi e Carovigno. Incastonata in una regione, la Puglia, di grande bellezza e interesse naturalistico. Incantevole. Una zona nella quale in più occasioni vi abbiamo segnalato la bellezza delle masserie e dei “buen retiro”, come la Masseria Don Cataldo, avvitata nel cuore della Valle d’Itria. Meta ideale per trascorrerci le vacanze e periodi in assoluto relax, senza contare l’eventuale occasione per farne meta di incontri per quanti sono attivi nell’industria e nel commercio.

Dunque, Torre Guaceto. All’interno della riserva si trova un’antica Torre costiera di avvistamento, chiamata Guaceto, da cui la riserva prende nome. Un’area davvero speciale, perché composta da due distinte zone protette: una marina e l’altra terrestre, gestite da un unico ente.

E il servizio del Tg5, ripreso dal TgCom, prosegue con una serie di indicazioni, tutte importanti e che non fanno altro che confermare quanto sia un “investimento”, per gli occhi e la salute, fare le vacanze da queste parti. Il centro della Riserva è costituito proprio dall’antico edificio militare aragonese, risalente al Cinquecento: il suo nome, Guaceto, evoluzione dell’antico toponimo arabo Gawsit, che significa “acqua dolce”, rivela che questa zona costituiva un approdo sicuro in cui le navi potevano sostare e rifornirsi di acqua e delle derrate fresche di cui avevano bisogno.

Tutto intorno alla Torre domina la natura: attraversando la regione a volo di uccello, dal mare verso l’entroterra, si osserva il susseguirsi di ambienti diversi: prima il mare, con i suoi fondali nei quali prospera una importante prateria di posidonia oceanica e, nei punti più profondi, il coralligeno. Segue il litorale con le spiagge e le dune sabbiose, che lentamente cedono il posto qua e là a zone umide e  alla macchia mediterranea, infine i campi coltivati e gli uliveti.

Torre Guaceto è un’area di importante biodiversità. In quest’ambiente trovano rifugio numerose specie animali, diverse per caratteristiche e abitudini: i più fortunati possono avvistare qualche timido mammifero notturno, tra cui il tasso, la donnola o la faina, che di giorno per lo più si nascondono nelle loro tane scavate nel terreno, ben mimetizzate nella vegetazione. Tra gli uccelli che fanno sosta nella Riserva, si possono avvistare numerosi passeriformi, tra cui il pendolino e l’usignolo di fiume, ma anche uccelli di dimensioni maggiori come il porciglione, gli aironi, il tarabuso e anche alcuni rapaci, tra cui il falco di palude.

Torre Guaceto continua, dunque, ad essere un luogo sicuro per numerose specie marine e terrestri. Qui tornano alla vita gli esemplari messi in pericolo dall’impatto antropico esercitato sul mare e sulla terra. Per difenderli e tutelarli il più possibile, il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto ha aperto due strutture a loro dedicate: il Centro recupero fauna selvatica ed il Centro recupero tartarughe marine, con l’intento e l’obiettivo di preservare i sistemi ecologici presenti, di ripristinare i luoghi degradati e di promuovere modelli di sviluppo territoriale sostenibili.

Nella fase attuale, inoltre, l’ente sta lavorando in rete con altre realtà pugliesi per il tracciamento degli spostamenti delle tartarughe marine a seguito della liberazione. Grazie ad un trasmettitore satellitare, infatti, gli operatori possono visionare i percorsi di mare battuti dagli esemplari curati presso il proprio centro. Il fine ultimo è quello di aumentare i livelli di tutela della specie in tutto il Mediterraneo.

La necessità di tutelare e proteggere quest’oasi naturale è stata avvertita intensamente fino dagli anni Settanta. L’interessamento va riconosciuto alla marchesa Luisa Romanazzi Carducci, membro del direttivo del WWF Italia, a iniziare a combattere per preservarla. Nel corso degli anni è stato sventato il progetto di costruire qui persino una centrale nucleare, oltre a un certo numero di lottizzazioni per insediamenti turistici. Per fortuna, alla fine Torre Guaceto è diventata un’area protetta e si conserva in tutta la sua selvaggia bellezza fino ad oggi.

Molte zone dell’area sono comunque fruibili anche turisticamente, pur nel rispetto delle normative di tutela. Nella parte Nord della zona costiera è possibile andare in spiaggia e fare il bagno a Punta Penna Grossa, dove è disponibile un’area attrezzata con ombrelloni e lettini. Il mare è bellissimo, con il suo colore blu intenso e le sue acque cristalline.

In questa zona è stato anche ideato un modello di pesca sostenibile, Nel rispetto del mare e insieme dei pescatori locali: la pratica di pesca condotta a Torre Guaceto è oggi presidio slow food, così come il pomodoro fiaschetto, un’antica cultivar riscoperta grazie all’impegno del Consorzio e degli agricoltori della riserva, coltivato nelle aree agricole dell’area protetta.

La Riserva è una meta turistica sostenibile certificata CETS (Carta europea del turismo sostenibile), un riconoscimento assegnato all’Area Marina Protetta nel 2016. Attualmente la procedura è in fase di rinnovo.

«Biscotti pugliesi, very good!»

G20 a Bari, prodotti tipici della regione a bordo del treno speciale

Ferrovie Appulo-Lucane ha offerto ai delegati un piccolo rinfresco preparato per l’occasione da aziende pugliesi. Fra queste, “Casolare di Puglia”, “L’Oro di Puglia”, “Orchidea Frutta”. Per tutti, biscottini alla pasta di mandorle di Ceglie messapica, taralli tipici baresi, ciliegie di Rutigliano, innaffiati da caffè e the. Tutto è stato servito rigorosamente in confezioni monoporzione, secondo quanto richiesto dalle norme anti-Covid.

 

G20 a Bari, sul treno speciale i biscotti pugliesi. Parola del presidente di Ferrovie Appulo-Lucane, Rosario Almiento. Fa di più, agli ospiti saranno offerte, tanto per gradire, anche le ciliegie, che da queste parti fanno impazzire di gioia i turisti.

Durante il viaggio (una corsa diretta che di circa 1 ora e 10 minuti) FAL ha offerto ai delegati un piccolo rinfresco preparato per l’occasione dall’Azienda “Casolare di Puglia” di Triggiano. Biscottini alla pasta di mandorle di Ceglie messapica, taralli tipici baresi de “L’Oro di Puglia”, ciliegie di “Orchidea Frutta” di Rutigliano, innaffiati da caffè e the, sono stati serviti rigorosamente in confezioni monoporzione, come richiedono le norme anti-Covid.

Grandi sono stati i preparativi nelle stazioni di Bari scalo e Matera centrale. A bordo del treno speciale delle Ferrovie Appulo Lucane, c’erano i Ministri degli Esteri e i Capi delegazione che da Bari si sono recati a Matera per partecipare ai lavori del G20.

Imponenti le misure di sicurezza, costanti i sopralluoghi delle forze dell’ordine. Moquette azzurra nella stazione di Bari scalo per accogliere e accompagnare i “grandi” a bordo del treno Stadler che per l’occasione è stato brandizzato con i loghi del G20 sia all’esterno, sui finestrini, sia all’interno, sui copritesta dei sedili.

 

ORGOGLIO PER TUTTI NOI

«Un grande orgoglio per tutti noi e una grande responsabilità che ci viene affidata – ha dichiarato il Presidente di Ferrovie Appulo Lucane, Rosario Almiento – una grande prova di fiducia di cui speriamo di essere stati all’altezza e che in queste ore ci vede impegnati con un imponente lavoro in cui si stanno impegnando tutti, dal management alle maestranze per fare in modo che, ancora una volta, FAL possa dare dimostrazione di affidabilità, efficienza e sicurezza. Ai “grandi” della Terra – conclude Almiento – offriamo un viaggio incomparabile a bordo di treni moderni che attraversano un paesaggio meraviglioso e quasi incantato tra Puglia e Basilicata, due splendide regioni che ogni giorno colleghiamo all’insegna dell’efficienza e della sostenibilità ambientale». Quello di cui parla Almiento, l’orgoglio, è anche il “claim” della campagna pubblicitaria con cui FAL ha voluto dare il benvenuto alle Delegazioni testimoniando la propria fierezza sulla stampa.

 

BARI-MATERA, IN UN’ORA

Dopo circa un’ora di viaggio i Delegati sono arrivati a Matera centrale, nella stazione progettata da Stefano Boeri per “Matera capitale della Cultura” e realizzata a tempo di record con fondi europei messi a disposizione dalla Regione Basilicata. Per l’occasione FAL ha deciso di ospitare una particolarissima mostra: un intervento di “exhibition design” e arte contemporanea interpretato per Matera centrale da Nicola Miulli. Si declina concentrandosi sul senso del “P.S. Post Scriptum” e basa il proprio presupposto concettuale sul trinomio People, Planet, Prosperity, intorno al quale si articola il programma della presidenza italiana del G20.

«Per la nostra Azienda è un’occasione straordinaria – dice il direttore generale di Ferrovie Appulo Lucane, Matteo Colamussi – la nostra vocazione è trasportare ogni giorno migliaia di persone, ma in questo caso abbiamo l’onore di trasportare i “grandi”, coloro che ogni giorno assumono decisioni importanti per il futuro di tutti noi e per lo sviluppo anche del nostro territorio. Abbiamo lavorato per accoglierli al meglio a bordo dei nostri mezzi e sulla nostra Rete che oggi, grazie agli imponenti investimenti compiuti negli ultimi anni con il sostegno delle Regioni Puglia e Basilicata, è sicura, moderna ed efficiente, tanto che pone FAL come modello di Azienda pubblica del Sud che funziona».

Italia in ginocchio…

Europei di calcio, gli azzurri si genuflettono contro il razzismo

Cinque giocatori della Nazionale prima del fischio d’inizio della contro il Galles, con quel gesto pongono un tema delicato al centro del dibattito. È il richiamo simbolico, carico di significato emotivo e umano, al “Black Lives Matter”, movimento impegnato nella lotta contro ogni discriminazione.

 

E’ bastato che metà squadra fosse distratta, pensasse di lì a poco ad incrociare gli scarpini con gli avversari in una gara di qualificazione per gli Europei e, allora, apriti cielo. “Metà si inginocchia, gli altri si astengono, liberi di dissociarsi dal gesto contro il razzismo”, “I razzisti italiani sono fieri dei calciatori della nazionale che non si sono inginocchiati”, “Perché lo hanno fatto solo cinque italiani?”, “E gli altri, si sono astenuti?”. E, peggio ancora, un conduttore-opinionista di una tv nazionale: “Inginocchiati per i neri americani? La Rai non può rompere i cogl***”. Cinque nazionali su undici. A riportare le cose in perfetta parità, ci ha pensato l’arbitro italiano Daniele Orsato, prima del fischio d’inizio di Scozia-Inghilterra.

Anche lui si è genuflesso per manifestare la sua posizione contro il razzismo. Un gesto onorevole, che riempie di orgoglio la categoria arbitrale e gli italiani. Purtroppo non tutti, a giudicare dalla strumentalizzazione che ne hanno fatto gli organi di stampa evidentemente non allineati con un pensiero diffuso: protestare contro la violenza e contro ogni forma di razzismo. Gli italiani, emigranti anche loro, dovrebbero conoscere quanto sia insopportabile la discriminazione, l’insulto, la prevaricazione, la violenza gratuita, talvolta sfociata nell’omicidio. Come accaduto in occasione dell’assassinio di George Floyd a Minneapolis da parte di un poliziotto, caso che ha travolto gli Stati Uniti e il mondo intero.

 

GALLES E AZZURRI IN GINOCCHIO

Dunque, torniamo all’episodio di domenica scorsa. Prima del fischio d’inizio di Italia-Galles. I calciatori del Galles tutti in ginocchio, nessuno escluso (segno, forse, che più di altri colleghi avevano le idee chiare…). Sono, invece, cinque i calciatori dell’Italia che, poco prima dell’inizio della gara, si genuflettono. Gli altri, pare di capire, come scrivono altre testate giornalistiche sarebbero in trance agonistica, così da perdere l’attimo fatale restando in piedi.

Toloi, Emerson Palmieri, Pessina, Bernardeschi e Belotti, sono gli Azzurri che si inginocchiano sul rettangolo di gioco. Accade nel giro di pochi secondi, prima che il direttore di gara fischi l’inizio di Italia-Galles, appunto, terza partita del Girone A degli Europei 2021. Il gesto, simbolo del movimento Black Lives Matter, viene eseguito dopo qualche istante di imbarazzo. Il direttore di gara fa ripetere il calcio d’inizio per consentire ai giocatori del Galles di inginocchiarsi.

Sarà stato un equivoco, ma fra i nostri calciatori alcuni capiscono, altri restano in piedi. Ma, attenzione, dietro questa dimenticanza non sembra esserci alcuna forma di dissenso o mancata solidarietà per il messaggio che quel gesto veicola in tutto il mondo. Piuttosto sono alcuni organi di informazione a prendere spunto dall’episodio per scatenare la macchina mediatica del “Non tutti erano d’accordo!”.

 

PERCHE’ IN GINOCCHIO

Inginocchiarsi, scrive Fanpage, è un gesto che da tempo gli atleti ripetono sui rettangoli di gioco. Soprattutto in Inghilterra, dove è divenuto una consuetudine. È il richiamo simbolico, ma carico di significato emotivo e umano, al Black Lives Matter: il movimento, tornato alla ribalta, si diceva, anche per l’omicidio di George Floyd (commesso da un agente della polizia di Minneapolis), è impegnato nella lotta contro il razzismo, in particolare nei confronti delle persone nere, vittime delle violenze delle Forze dell’ordine negli Stati Uniti.

Mettersi in ginocchio, viene spiegato, è un gesto volontario, mostrato dalle singole nazionali e senza alcuna indicazione specifica da parte della Uefa. Non tutte le selezioni lo hanno fatto e, in particolare in occasione delle gare dell’Inghilterra, hanno alimentato polemiche i fischi dei tifosi d’Oltremanica nei confronti della formazione di Southgate che ha scelto di aderire all’iniziativa. Succede. Come succede che Croazia e Russia siano tra le nazionali più fredde sul tema (non per questo significa che abbiano posizioni razziste).

La Scozia, che da tempo ha scelto di rilanciare il messaggio contro discriminazioni e razzismo stando in piedi, stavolta ha voluto invece mettersi in ginocchio per solidarietà nei confronti della selezione inglese. Ai calciatori, ricordavamo, s’è unito il direttore di gara Daniele Orsato, unico arbitro italiano presente agli Europei di calcio.

«Eriksen, che paura!»

Il dramma del calciatore e l’obbligo del defibrillatore

Corsi di primo soccorso per tutti. Per calciatori professionisti e dilettanti. «Il calciatore danese era già alle porte dell’aldilà, la fibrillazione ventricolare è l’anticamera della morte», ha spiegato il professore Thiene. «Questa volta è avvenuto il miracolo, prima il suo capitano Kjaer, poi i sanitari che hanno prestato immediato soccorso gli hanno salvato la vita…»

 

Dramma Eriksen, il calciatore della Danimarca accasciatosi senza un motivo apparente durante una gara degli Europei. All’indomani il caso viene studiato, discusso, si avanzano ipotesi e soluzioni per contrastare episodi simili, non solo nel “calcio che conta”, ma anche nei campionati, nei tornei minori, di qualsiasi disciplina si tratti. Ma torniamo a Christian Eriksen. «Una patologia sottostante c’è di sicuro, il calciatore danese era già alle porte dell’aldilà, la fibrillazione ventricolare è l’anticamera della morte», sostiene il professore Gaetano Thiene in una intervista rilasciata al Corriere della sera. «Questa volta, però – prosegue il professionista – è avvenuto il miracolo, i sanitari che gli hanno prestato soccorso gli hanno salvato la vita, quella di Eriksen è stata una morte abortita, cioè un grande successo».

«Ho proposto di inserire nelle licenze nazionali l’obbligatorietà di corsi di formazione per calciatori per l’uso del defibrillatore; noi faremo tutti i passi possibili per far sì che tali corsi non siano solo per i professionisti, ma anche nei dilettanti: per me questa differenza non può esistere». E’ così che il presidente della Federazione italiano gioco calcio, Gabriele Gravina, alla luce del caso Eriksen, illustra a “Casa Azzurri” le novità in materia di sicurezza che la Federazione da lui rappresentata sta pensando di introdurre. Intanto, cos’è il defibrillatore. E’ un apparecchio “salvavita” in grado di rilevare le alterazioni del ritmo della frequenza cardiaca e di erogare una scarica elettrica al cuore qualora sia necessario; l’erogazione di uno shock elettrico serve per azzerare il battito cardiaco e, successivamente, ristabilirne il ritmo.

 

PRIMA LA PAURA…

L’episodio che scatena il dibattito, si diceva, è noto. Christian Eriksen su un innocuo fallo laterale si avvicina al compagno che sta rimettendo in gioco il pallone. E’ un istante, si accascia come se avesse ricevuto un colpo improvviso. Casca terra, resta per diversi istanti in bilico fra la vita e la morte. Ci pensa subito il suo compagno di squadra e capitano Simon Kjaer. E’ il calciatore del Milan che per primo assiste il calciatore dell’Inter. Kjaer si assicura che non soffochi, prova a non fargli ingoiare la lingua. A quel punto il capitano della Danimarca, richiama i medici che poi, si capirà, salveranno il campione stesa e privo di vita per diversi istanti. Non è solo un passaggio di questi Europei, è un richiamare l’attenzione su ciò che potrebbe capitare su qualsiasi campo di calcio. Un segnale, si diceva, che il presidente Gravina e la stessa Figc da lui presieduta, ha deciso di raccogliere. A partire dalla prossima stagione, i calciatori di Serie A e degli altri campionati italiani, anche quelli minori, dunque non professionistici, dovranno partecipare a corsi di Primo soccorso per essere pronti a fronteggiare situazioni simili a quella accaduta nei giorni scorsi durante Danimarca-Finlandia, gara valevole per gli Europei. Prima sospesa e poi ripresa, pare, anche per volontà dello stesso Eriksen, nel frattempo trasferito in ospedale. Non appena riprende coscienza, caccia un bel sorriso, invita i compagni a giocare.

«Durante i ritiri delle singole squadre, attraverso la commissione presieduta dal professor Zeppilli, attiveremo dei corsi di formazione di Primo soccorso attraverso un programma che la commissione sta già studiando» . Sul malore accusato sabato scorso dal calciatore danese, Gravina ha aggiunto: «Siamo scioccati, per alcuni istanti gli si è fermato il cuore, ma anche il nostro. Gli studi scientifici italiani vengono apprezzati in tutto il mondo, tutti gli atleti vengono sottoposti a visite obbligatorie per legge per individuare eventuali patologie, anche cardiache; tuttavia alcuni avvenimenti, nonostante questi sforzi straordinari, continuano a verificarsi in soggetti apparentemente sani».

 

…POI LE CONTROMISURE

Di sport si può anche morire. Il Fatto Quotidiano, per esempio, in passato aveva già raccontato in come in Italia c’è praticamente una vittima ogni tre giorni per arresto cardiaco durante l’attività fisica. Tante di queste si potrebbero prevenire con un semplice defibrillatore, il “salvavita” per eccellenza, strumento scontato in una partita degli Europei sotto l’egida della Uefa, ma anche in qualsiasi gara riconosciuta da una Federazione. Meno nelle piccole strutture di allenamento, durante le attività amatoriali, nonostante la legge Balduzzi entrata in vigore nel 2012 sull’onda emotiva della morte del calciatore Morosini, ma applicata in maniera intermittente.

Il caso di Eriksen, però, ha dimostrato quanto anche il primissimo intervento di chi è immediatamente vicino all’incidente, cioè dei compagni di squadra, possa fare la differenza. Di qui l’iniziativa della Figc: inserire nelle prossime licenze nazionali (i requisiti per iscriversi al campionato) l’obbligatorietà di corsi di formazione per i calciatori in primo soccorso. L’idea è di approntare, già per quest’estate, in collaborazione con le Leghe di competenza e la Federazione medico sportiva, dei corsi durante i ritiri estivi delle squadre.

L’idea, pertanto, è dotare tutti di una preparazione di base, sapere come comportarsi in simili casi. Obbligatoria per i calciatori di Serie A, la norma potrebbe essere estesa a tutti i professionisti, dunque anche B e C, persino ai dilettanti. «Noi faremo tutti i passi possibili per riuscirci – ha concluso Gravina – Se si parla di vita non può esistere una differenza fra professionisti e dilettanti». Kjaer è intervenuto con Eriksen, ma in futuro potrebbe accadere ancora. Sarebbe un delitto lasciarsi trovare impreparati.

«Seid, perché?»

Si è tolto la vita, aveva vent’anni, lascia una lettera e tanti ricordi

«Quand’ero piccolo mi guardavano con affetto e curiosità, poi qualcosa è cambiato», ha scritto tre anni fa sui social. «Avevo trovato lavoro, ma gli anziani proprio non riuscivano a sopportarmi», dice il ragazzo di origine etiope. «Vi prego, non strumentalizzate il gesto di mio figlio; non è stato causato dal razzismo», dice Walter, papà adottivo. «Farò una smentita pubblica, se necessario, il mio ragazzo era molto amato e benvoluto, al suo funerale c’erano tanti ragazzi come lui e intere famiglie; ci sono tante cose di cui tener conto, in questi casi, ma sicuramente le discriminazioni non c’entrano», ha aggiunto papà Visin.

 

 

«Chi l’ha fatta finita, Seid? Non ci posso credere, così solare, sempre sorridente». Gigio Donnarumma, portiere del Milan e della nazionale di calcio, è esterrefatto quando gli dicono cosa sia successo a quel ragazzo che aveva incrociato ai tempi delle giovanili della squadra rossonera.

Seid è il giovane ragazzo etiope, un passato calcistico nelle giovanili del Milan, che nei giorni scorsi ha deciso di “farla finita”, togliersi la vita impiccandosi nella casa dei suoi genitori adottivi. «Ho conosciuto Seid Visin appena arrivato a Milano – ha raccontato l’azzurro all’agenzia nazionale Ansa – vivevamo insieme in convitto, sono passati alcuni anni ma non posso e non voglio dimenticare quel suo sorriso incredibile, quella sua gioia di vivere: era un amico, un ragazzo come me». E adesso, caro Gigio, Seid non c’è più. Ci resta una sua lettera scritta, però tempo addietro, prima cioè che il ventenne si impiccasse in casa dei suoi genitori adottivi, a Nocera Inferiore, due passi da Salerno.

«Sono stato adottato da piccolo – aveva scritto tre anni fa, tanto che, come leggeremo più avanti, i genitori adottivi invitano a non attribuire la decisione di Seid a motivi legati al razzismo – ricordo che tutti mi amavano; ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sento che si è capovolto tutto – è uno dei passaggi della lettera – ovunque io vada, comunque sia, sento sulle mie spalle come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone». Non è finita, Seid aveva voglia di riscattarsi, mostrare a chiunque avesse cominciato ad indicarlo. Non sono tutti razzisti, c’è chi infischiandosene di quei pochi che lo evitavano, gli avevano offerto un lavoro. «Ero riuscito a trovare un lavoro – spiegava in una sua lettera di tre anni fa il ventenne etiope – che ho dovuto lasciare: troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me. E, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani non trovavano lavoro».

 

 

“COSTRUIAMO INSIEME” E LE STORIE…

Argomenti che abbiamo sentito spesso e dai quali abbiamo preso debita distanza. Si tratta di una minoranza, non tutti sono così. Le pagine di Costruiamo Insieme sono piene di storie molte delle quali a lieto fine. Dolorose all’inizio, poi con il passare del tempo cambiate grazie al processo di integrazione e agli italiani che hanno aperto le porte del Paese e quelle del cuore. L’Italia non è un Paese razzista anche se in Italia ci sono persone razziste. C’è chi invita a non agitare la morte di quel ragazzo come una bandiera. Preghiamo e piangiamo per lui e impariamo a rispettarci.

«Quella lettera era uno sfogo – dice Walter Visin, padre adottivo dell’ex calciatore – Seid era esasperato dal clima che si respirava all’epoca in tutto il Paese, ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni». E’ determinato il papà di Seid. «Farò una smentita pubblica, se necessario – prosegue – Seid era molto amato e benvoluto, al suo funerale c’erano tanti ragazzi come lui e intere famiglie; ci sono tante cose di cui tener conto, in questi casi, ma sicuramente le discriminazioni non c’entrano. Non voglio parlare delle questioni che riguardavano mio figlio da vicino, delle sue sofferenze personali. So che era un ragazzo straordinario, e tanto basta: è molto triste che io e mia moglie, nonostante il dolore che ci attanaglia, dobbiamo continuare a ripetere che Seid non se n’è andato via per questo e che non vogliamo speculazioni».

 

 

MILAN, BENEVENTO, IL LICEO

Seid, adottato da una coppia di Nocera Inferiore, aveva debuttato nelle giovanili del Milan, poi era tornato a casa a studiare e prendersi il diploma di liceo scientifico. Giocava ancora a calcio, ma nella squadra di “Calcio a 5” dell’ Atletico Vitalica. L’estremo saluto nella chiesa di San Giovanni Battista a Nocera Inferiore, accompagnato dalla famiglia e dagli amici che indossavano una maglietta con la scritta «Arrivederci fratello. Ciao talento».

La giovane ex promessa del calcio, che aveva militato anche nel Benevento, tre anni fa aveva denunciato in un post su Facebook atteggiamenti razzisti, anche se i genitori del giovane – come anzidetto – hanno specificato che non vi è alcun legame tra i fatti raccontati in quello sfogo e il gesto estremo e hanno stigmatizzato il tentativo di strumentalizzazione delle parole del figlio.

Anche i i suoi compagni dell’Atletico, che lo avevano salutato via social ricordandone il sorriso, «l’indiscusso talento, la naturale straordinaria predisposizione a dare del tu alla palla, che restano impressi nella nostra mente e la refrattarietà a vedere il calcio come fonte di guadagno: vai via come sei arrivato, lasciandoci attoniti senza parole. A-Dios  talento enorme dal cuore fragile».

«La città è affranta per la scomparsa di Seid, per la sua giovanissima età, per la sua storia, per come se ne è andato, per il suo talento e la sua eleganza”, ha dichiarato all’agenzia AGI il sindaco di Nocera Inferiore, Manlio Torquato. “Non sappiamo cosa dire per una tragedia simile – prosegue il primo cittadino – forse ora non è il momento di farsi domande: ci sarà il tempo, ammesso che ci sappiamo dare risposte».

«Il cuore dell’uomo è il mistero più grande: ci sono cuori fragili che implodono – ha detto don Andrea Annunziata nel rivolgere l’ultima preghiera al ragazzo – quello di Seid è uno di quelli: non deve più accadere, a lezione che siamo chiamati a imparare è quella che ci vede impegnati a uscire dalle solitudini».

«Le sconfitte insegnano…»

Federico Zampaglione, all’Orfeo di Taranto spiega “Morrison”

«Le vittorie confondono. Sciocco desiderare il successo: è come voler vivere senza mai una difficoltà, quando sono gli errori ad insegnarti qualcosa. Non ci fossero sconfitte non godresti delle vittorie: nella vita rammenti più le sberle che le carezze. Canzone e cinema: la prima è istinto, il secondo è ragionamento. Lodo, il protagonista del mio film, è un po’ me: locali, furgoncini,  alti e bassi di una professione. 

 

«Vita, amicizia, sentimenti e sogni, lo scenario di “Morrison” è il mondo della musica. Protagonisti due musicisti, gli stessi che racconto nel libro “Dove tutto è a metà” condiviso con Giacomo Gensini quattro anni fa: Lodo, giovane, pieno di grandi sogni come il resto della sua band di cui è frontman, e  Libero, una popstar in fase calante e in cerca di rilancio».

Federico Zampaglione, ospite sabato scorso alla “prima” del teatro Orfeo di Taranto di Adriano e Luciano Di Giorgio, non nuovi a “vernici” importanti, introduce così la prima di “Morrison”. E’ uno dei film fra i più visti nello scorso week-end, realizzato fra ottobre e novembre dello scorso anno, durante la seconda ondata di pandemia, con la complicazione e la massima attenzione provocate dalle prescrizioni del caso.

Artista a tutto tondo, Zampaglione nel tempo è stato identificato come Tiromancino, gruppo del quale è il maggior azionista. Autore, interprete, portavoce, regista di video e quanto circola intorno a quel progetto, il cantautore romano, cinquantatré anni a fine giugno, in circa trent’anni di attività ha regalato piccoli capolavori: “La descrizione di un attimo”, “Due destini”, “Per me è importante”, “Amore impossibile” e “Un tempo piccolo”. Proseguendo con le ultime, “Cerotti” e “Er musicista”, colonna sonora del film fatto circolare nelle sale in questi giorni da Vision Distribution.

In prima serata la presentazione. Sarebbe sold out, se non ci fossero ancora le prescrizioni anticovid. “Zampa”, in compagnia di Giglia Marra, fra i protagonisti del film, prima della proiezione di “Morrison” invita gli spettatori a lasciare galleria e palchi per sedersi in platea. Questione di calore, partecipazione.

 

RIAPRE L’ORFEO

«Far riaprire i cinema – dice il cantautore, in questo caso nelle vesti di regista – sembrava “missione impossibile”, invece con esercenti coraggiosi come Adriano e Luciano ci siamo riusciti: riaprire sale e spazi culturali è importante, quanto provare a lanciarsi nella mischia dopo un anno per ripartire dal “dove eravamo rimasti?”; una volta ricevuto l’invito, io, la produzione e gli attori, ci siamo resi disponibili a dare il nostro contributo alla ripresa delle attività».

Certa politica ha asserito che di arte e cultura, “non commestibili”, si può anche fare a meno. «Non credo sia il periodo giusto per fermarsi e prestare attenzione ai politici: si possono anche ascoltare, giusto per farsi un’idea, ma spesso questi si lasciano andare a discorsi che non hanno né capo, né coda. A Roma si sono svolte manifestazioni, si è parlato della necessità di far ripartire arte, teatro e musica; speriamo che il motore riprenda a girare a pieno regime: a causa della pandemia la musica ha subito più di altri un oscuramento, pertanto l’auspicio è che il settore riparta in fretta, soprattutto per il pubblico che vuole tornare nelle sale, riprendere ad andare ai concerti».

Canzone e cinema. «La storia è il collante fra i due modi di raccontare; nel primo caso devi farlo in tre minuti, nel secondo mediamente in un’ora e mezza: la musica è istinto, il cinema è ragionamento; è complicato comunque misurarsi con il primo come nel secondo caso: la canzone richiede sintesi, il cinema qualcosa di più articolato che però non scivoli nel banale o nella noia. Quando queste due arti, sicuramente distanti fra loro, si incontrano e si coniugano felicemente come accaduto nel film, per chi come me ha fatto in modo che ciò accadesse, è una grande soddisfazione».

 

FRA MORRISON E TIROMANCINO

Similitudini fra “Morrison” e Zampaglione. «Ho vissuto i momenti di Lodo, il protagonista di “Morrison”: le serate, i locali, i furgoncini; anche quelli di Libero, la popstar che vive alti e bassi, quando la musica diventa la tua professione: ci sta che un disco possa andare meno bene di altri, una canzone dalla quale ti aspettavi qualcosa di più, arrivo a dire che un colpo a vuoto possa fare anche bene; non amo il successo a tutti i costi: a volte ti insegnano più le cadute che un primo posto in classifica; amo la musica, la notte dormo con le cuffie, se non le trovo non dormo».

I ragazzi dei talent hanno un solo obiettivo. «Desiderare il successo, sempre, per me è una stronzata: è come voler vivere senza mai una difficoltà, quando invece sono proprio gli errori ad insegnarti qualcosa. Che vita sarebbe se tutto fosse rose e fiori? Non ci fossero sconfitte non godresti delle vittorie: nella vita, credimi, rammenti più le sberle che le carezze».

Fine dell’incontro con sorpresa. Il tecnico audio, Francesco Tribuzio, alza il cursore audio. Dà voce a una chitarra imbracciata da Egidio Maggio. In pochi istanti ha messo insieme gli accordi di “Cerotti”, provoca l’ospite della serata. Zampaglione non si tira indietro e canta. «Non vivi più in questa città, le notti sono cerotti sopra l’anima…».

«Aiutiamo le fasce deboli»

Fabio Concato, un cantautore fuori dal coro

«Provo a far sorridere, commuovere, pensare. L’uomo deve sempre essere al centro dell’attenzione. Dobbiamo sforzarci nel guardare quanti hanno bisogno di aiuto. Non ci sono più i De Andrè e i Paoli di un tempo, ma ammiro Samuele Bersani e Niccolò Fabi, che come me pubblicano quando ne hanno voglia».

 

«Dobbiamo sforzarci nel guardare gli altri mettendoci nei panni di tutti, soprattutto delle fasce deboli». Fabio Concato, non canta o scrive e basta. E’ uno di quegli artisti che pensano, provano a scoccare scintille, a provocare ragionamenti. Più di trent’anni fa scrisse “051/222525”, in favore del Telefono azzurro. Invitò molti colleghi ad imitarlo e cedere i diritti all’associazione che tutela i minori dagli abusi dei grandi. Non ci fu una grande risposta. Lui è andato avanti per la sua strada. Coerente com’è, l’ha riproposta perfino nel suo album di cover “Non smetto di ascoltarti”. Insomma, per non dimenticare le creature fragili e indifese.

Concato, compare e scompare. Un po’ come il titolo di una sua raccolta, “Scomporre e ricomporre” pubblicata tanti anni fa. Non ha grande feeling con la discografia, lo stesso dicasi con i discografici. «Oggi i discografici, ammesso che ce ne siano ancora in circolazione, non hanno molto tempo da dedicare ai ragazzi, ai giovani che mostrano di avere stoffa: vogliono tutto e, possibilmente, subito: sarà per via dei talent, non so…».

La sua storia è diversa rispetto a quelle attuali. «Ho avuto la fortuna di incontrarne uno serio, mi disse di scrivere e scrivere, cantare e cantare, ma di non pensare che a canzone bella corrispondesse il successo sicuro: mi disse che avrei dovuto fare album per cinque, sei anni e poi qualcosa sarebbe accaduto: arrivò, puntuale, “Domenica bestiale” e, con questa, il successo».

“Domenica bestiale”, “E ti ricordo ancora”, “Speriamo che piova”, “Guido piano”, “Fiore di maggio”, “Sexy tango”, “Tienimi dentro te”, “Rosalina” e tante altre ancora. Tutte perle che permettono al popolare artista milanese, sessantotto anni a fine mese, di vivere di rendita, fra concerti e raccolte.

 

UN SUONO CHE CREA UN’ATMOSFERA

Fabio Concato, un suono che crea atmosfera. C’è tutto il mondo di un artista, amatissimo dal suo pubblico, rispettato da quanti hanno altre preferenze, ma che ugualmente seguono i “corpo a corpo” di un cantautore che, come, pochi ha lasciato segni indelebili nella canzone italiana.

Discreto, schivo, quando parla Concato sembra una della sue canzoni. Pieno di contenuti, essenziale, privo di orpelli. Il confine fra Concato e il suo pubblico sono lo studio di registrazione e i “live”, il resto, dice lo stesso artista, è vita. Non è un obbligo sorridere comunque, dire cose carine per compiacere a tutti i costi. E quando parla volentieri, cosa che non gli capita spesso, e non per una forma di snobismo, dice cose sempre interessanti.

Sui suoi concerti, per esempio. «Non c’è mai un concerto uguale all’altro, le atmosfere musicali sono in continua evoluzione, cambia anche a seconda del pubblico. Con i miei musicisti un momento eseguiamo un brano in chiave rock, poco dopo passiamo ad atmosfere acustiche delicate, sul tipo di “Domenica bestiale”».

Uno dei suoi manifesti, “Domenica bestiale”, che non sempre ha eseguito in pubblico. Un po’ come per Fossati “La mia banda suona il rock”. «Di altri non so, ma a me capita spesso di mettere in piedi un repertorio talmente ampio, che qualche canzone resta inevitabilmente fuori, poi il pubblico insiste, mi chiama per un bis e, allora, la canto: parola grossa, cantarla, in realtà è il pubblico che la esegue…».

 

NIENTE GIRI DI PAROLE…

Fabio Concato, schietto, sincero. Se c’è uno che non perde tempo con giri di parole, questo è proprio lui. Avrebbe potuto fare un album all’anno, cosa gli sarebbe costato? «Molto, intanto perché l’ispirazione non ti viene tanto al chilo: ti metti davanti a un piano, una chitarra e componi le tue otto ore al giorno; non funziona così. Ci sono quelli bravi, che però non conosco, che si mettono lì e prima o poi tirano fuori un’idea. Poi è il pubblico a stabilire se una cosa è bella o se è il caso di soprassedere».

Lei, poi, ama suonare e cantare. «E, allora, se provi a scrivere, non trovi il tempo per fare i concerti, che è una cosa che amo e a cui non rinuncerei tanto facilmente».

Dai suoi concerti si capisce una preparazione colta, scaturita dall’ascolto da tanta musica. «Quella musica che più di ogni altra mi porto dentro l’ho ascoltata quand’ero bambino: a pranzo papà ci faceva ascoltare musica jazz e brasiliana».

Non ci sono più gli artisti di un tempo, né gli spazi. «E’ diventato più difficile lavorare, nel settore della musica in particolare, ma non trovo giusto consigliare a un ragazzo di non provarci: puoi arrivare ai quarant’anni con il rimorso di non aver tentato, provato a fare quello che avevi tanto desiderato. Se c’è crisi nel mondo del lavoro in generale, è anche vero che oggi i ragazzi che vogliono fare musica hanno a disposizione uno strumento importante come il web, che può essere usato per farsi conoscere, apprezzare».

 

CANTAUTORE, DOVE SEI?

Per quanto riguarda i cantautori, non c’è stato ricambio di personaggi straordinari. «Vero, non ci sono i De André e i Paoli di un tempo; ci sono, però, artisti originali e capaci come Bersani, il cantautore naturalmente, Niccolò Fabi e Max Gazzè, mi piacciono perché mi somigliano: pubblicano quando hanno cose interessanti da dire e non perché gliel’ha chiesto un discografico amico».

“Tutto qua” è stato l’ultimo album di canzoni nuove, risale a dieci anni fa. Poi la raccolta “Non smetto di ascoltarti”, canzoni dello stesso cantautore, ma anche di altri. «Quando compongo provo a dare sempre il massimo e l’ultimo album in studio è un Concato al massimo. Canzoni che fanno sorridere, commuovere, pensare, come spero abbia provocato in tutti questi anni la mia produzione. L’uomo al centro dell’attenzione: lo spread, qualcosa di cui si parla molto, ma nessuno sa spiegarlo per bene; sarà anche importante, non dico di no, ma tutti noi non meritiamo forse una vita diversa? Dobbiamo sforzarci nel guardare gli altri mettendoci nei panni di tutti, soprattutto delle fasce deboli». Una definizione, tout-court del suo lavoro. «Ho sempre realizzato dischi d’amore, come i miei concerti, c’è sempre tanto amore in quello che faccio».

«Taranto, tesoro a cielo aperto»

Carlo Sangalli, presidente nazionale di Confcommercio

«Centro storico bellissimo: colonne doriche, palazzi di pregio, la cattedrale, l’università», dice il numero uno dei rappresentanti del commercio italiano. «Rigenerare un territorio partendo dalla Città vecchia, significa portare avanti valori fondamentali e lavorare su identità, dignità e operare su una prospettiva di futuro per i giovani». L’amicizia con l’arcivescovo Filippo Santoro, la stima per Leonardo Giangrande, il calcio e le partite che gioca e vince. «Non mi è mai piaciuto perdere…»

 

Il primo incontro, quello, si dice, che non si scorda mai, è avvenuto nella bella e accogliente sede universitaria “Aldo Moro” di Taranto, nel cuore della Città vecchia. Quell’incontro, fatalità, finisce ad ora di pranzo inoltrata, tanto che perde il primo aereo, quello delle 15. L’angolo più prezioso e amato della città che in questi giorni sta cominciando a rifiorire.

Carlo Sangalli, presidente nazionale di Confcommercio, prenderà il volo successivo. «Sono quasi contento di averlo perso – sorride – mi attendono a Milano in serata, arriverò comunque per tempo, mi auguro; mi tratterrò qualche minuto in più a Taranto per dare un’occhiata a un tesoro già visto di sfuggita, al mio arrivo, ma che mi ha fatto grande impressione: il Centro storico della città; ne avevo appena visto un pezzettino: Colonne doriche, palazzi di pregio, la cattedrale…».

Dopo le 14, Sangalli approfitta di quella manciata di minuti in più che è riuscito a rastrellare un po’ qua e un po’ là. Passeggia per via Duomo, maniche di camicia. Si ferma con i dirigenti Confcommercio di Taranto, con il presidente Leonardo Giangrande. Non dà l’impressione del mordi e fuggi. Non ha molto tempo a disposizione, ma non parla di corsa, non mette ansia. Per dirla tutta, se la gode. Siede ad uno dei tavolini, disposti su una suggestiva scalinata “interna” al Caffè letterario, un’idea di partenza sostenuta con forza da Barbara e Claudia Lacitignola, fra le prime a scommettere su un’attività nel cuore della Città vecchia.

 

RIPARTIRE DALL’IDENTITA’

Un pensiero alla riqualificazione. «Rigenerare un territorio partendo dalla Città vecchia – attacca Sangalli – un tesoro a cielo aperto, significa portare avanti valori fondamentali che non devono scomparire per nessun motivo al mondo; abbiamo l’obbligo di fare tutto il possibile perché questo non accada, impegnandoci più del dovuto: la riqualificazione di un borgo antico significa lavorare sull’identità, sulla dignità, operare su una prospettiva di futuro per i giovani».

«La sede universitaria di Taranto – prosegue Sangalli – è di una bellezza straordinaria, suggestiva: devo fare i miei complimenti agli amministratori locali per avere assegnato ai giovani, dunque, al futuro di questa città, una sede così importante e impegnativa».

L’abbraccio con l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro. Si conoscono dai tempi di Comunione e liberazione, ambiente cui Sangalli è sempre stato vicino. Ma anche per via della sua passione calcistica. Non solo in qualità di accanito sostenitore del Milan, ma anche come calciatore.

Nonostante i suoi ottantaré anni, quando può indossa ancora gli scarpini da calciatore. E non esistono amichevoli. «Adesso accade un po’ meno, ma non nascondo che la tentazione è sempre grande». E’ un grande sportivo, ma non nasconde la sua determinazione. «Le partite voglio sempre vincerle – ricorre a una metafora, sorride il presidente nazionale di Confcommercio – non mi piace perder tempo, entrare in campo, qualsiasi sia il terreno di gioco, e prenderle: diciamo che in tutti questi anni, spesso e volentieri, le ho date…».

 

DA QUI, IL FUTURO DEI GIOVANI

Taranto e la Città vecchia. «Bisogna fare in modo che questa realtà – riprende Sangalli – che nel passato ha significato tanto per lo sviluppo di tutta la città, continui a rappresentare tanto anche per il futuro, soprattutto per i nostri giovani; per chi qui ci studia e per chi, qui, vuole continuare a viverci: un messaggio più volte lanciato dal presidente Giangrande, un impegno serio e responsabile il suo».

Giro fra i vicoli, primo giudizio. «Questo centro storico è meraviglioso – si passa quasi una mano sul cuore il presidente Confcommercio – dovete credermi: io stesso sono nato in un piccolo paese della Comasca, Porlezza, cittadina con lo sguardo sul lago Ceresio, con spiccata vocazione turistica, come la vostra Taranto. Bene, quando vedo cose simili a vicoli, chiese e campanili, mi tuffo nel mio passato e vedo la mia stessa gente: piena di entusiasmo e voglia di fare. E’ questo il sentimento che ho colto qui: solidarietà, passione, partecipazione della gente».

Guardandosi intorno, primo pomeriggio di sole, fra vicoli, palazzi storici e basilica, un’idea di futuro. «Idea di futuro per questa terra – conclude Sangalli – la dico così: viste passione e determinazione, sono ottimista; ma, attenzione, il mio non è un atteggiamento di maniera: sono ottimista convinto».

Ore 9, fine del Ramadan

Giovedì mattina, Rotonda del Lungomare a Taranto

Centinaia di musulmani uniti in preghiera. Fra questi, operatori e ospiti di “Costruiamo Insieme”. Ringraziamenti a Prefettura e Comune di Taranto. Nel rispetto delle norme sul distanziamento. Tappetini e fedeli a un metro e mascherine indossate. Festeggiamenti della comunità islamica del territorio.«Ci siamo rivolti al Cielo per la pace e la salute, contro il covid e qualsiasi conflitto che porta morte e dolore», dicono i nostri ragazzi.

 

Giovedì 13 maggio, ore nove del mattino, Rotonda del Lungomare di Taranto, fine del Ramadan. I ragazzi della cooperativa “Costruiamo Insieme” festeggiano insieme con i fratelli di fede musulmana. Pregano insieme per la pace in ogni angolo del mondo, salute, contro la sciagura covid, perché finisca il nuovo conflitto riesploso in Palestina. Per questo e non solo hanno pregato le centinaia di musulmani che si sono dati appuntamento sulla Rotonda del Lungomare. «Abbiamo pregato due volte: non solo per festeggiare la fine del Ramadan, ma anche perché il tempo restasse bello, soleggiato, come in effetti è stato, così che in quelle due ore per le quali ci è stata gentilmente concessa l’autorizzazione della Prefettura, dalle sette alle nove del mattino, potessimo pregare sulla Rotonda del Lungomare». In mattinata, dalle sette alle nove, i ragazzi di fede musulmana, dunque, hanno festeggiato la fine del Ramadan, durato trenta giorni, iniziato martedì 13 aprile e conclusosi giovedì 13 maggio.

Idrees, carattere mite, ora appare rilassato. Ha un’spressione serena, sorride, festeggia la fine del Ramadan insieme con i suoi amici, Alì, Abdu, Himu e Ansoumane. Operatori e ospiti della cooperativa “Costruiamo Insieme”, si sono ritrovati sulla Rotonda insieme ad altri fratelli di fede musulmana, per pregare ancora insieme come accade da qualche anno, anche grazie alla grande sensibilità delle istituzioni cittadine, Prefettura e Comune di Taranto in primis. «Taranto, città ospitale e rispettosa – dice Idrees – non solo per l’accoglienza riservata agli stranieri, in particolare gli extracomunitari che chiedono asilo, ma anche nei confronti della nostra fede: molti in mattinata hanno seguito nel massimo silenzio e nel massimo rispetto la nostra preghiera; nonostante fosse un orario trafficato, non abbiamo avvertito rombo dei motori, né colpi di clacson: sono momenti come questi che ci emozionano, le nostre preghiere hanno raggiunto il Cielo e il cuore dei tarantini che ci hanno manifestato rispetto, che è anche una forma di affetto».Ramadan 2 - 1

foto di repertorio

 

TARANTO, IL BORGO, I FEDELI

Nella mattinata di giovedì, il Borgo si è riempito di numerosi fedeli musulmani, con addosso il vestito della festa e il proprio tappetino arrotolato e custodito con cura. Era appena finita l’ultima preghiera del Ramadan. Molti ragazzi hanno il volto disteso, sorridono, dentro avvertono forte quasi un’esplosione di gioia, tanto sono felici. «Decine di fratelli – dice Abdu – sono arrivati dalla provincia, adesso stanno facendo il biglietto, chi alla stazione, chi in un esercizio, per tornare a casa o sul posto di lavoro con il treno o con l’autobus».

«Abbiamo anche apprezzato la presenza, discreta, di agenti delle forze dell’ordine – dice Ansoumane – che hanno osservato a distanza che tutto avvenisse secondo quanto stabilito, ma anche per prevenire eventuali contrattempi: non è successo nulla in questi anni, da quando cioè chiediamo l’utilizzo della Rotonda: a fine preghiera, i tarantini più curiosi, ma con educazione e tatto, ci chiedono informazioni, sul rituale e sulla nostra fede; anche questo è un modo di rispettarsi, avere rispetto per la fede altrui».

«Spieghiamo che noi amiamo il nostro dio, Allah – ha detto Alì – come loro amano il loro Dio, e che ognuno si unisce in preghiera con i propri fratelli: anche noi, come loro, abbiamo invocato il nostro dio per la pace e la salute, per la fine della pandemia che si è abbattuta come una sciagura su tutto il  mondo privandoci della salute e dell’affetto dei nostri cari; speriamo che quest’apertura sia di buon auspicio per l’immediato futuro, perché tutti possano riprendere nella massima serenità le attività sociali e tornare a lavorare prima che il covid ci privasse di spazi e libertà».Ramadan 1 - 1

 foto di repertorio

 

«RISPETTIAMO LE NORME»

Anche a Taranto sono state rispettate tutte le indicazioni anti contagio. Ci ha pensato l’imam, lo stesso quanti hanno celebrato e letto la preghiera. Operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme” hanno sensibilizzato tutti i loro ospiti a rispettare le norme indicate dal decreto. Ogni fedele ha preso parte alla preghiera con il suo tappeto. Prima di stendere il tappetino e pregare i fedeli hanno provveduto ad igienizzarsi le mani, mantenendo almeno un metro di distanza. Naturalmente tutti hanno indossato la mascherina. In questo modo la comunità islamica della nostra provincia ha celebrato la preghiera dell’“Eid-al-Fitr”, una volta concluso il Ramadan, guardando al cielo e sperando, come accaduto, che il tempo reggesse almeno durante la celebrazione della preghiera.

Quella tarantina è una comunità perfettamente integrata nel tessuto sociale. In questi mesi di emergenza sanitaria ha prestato aiuto a famiglie in difficoltà.

Per il secondo anno consecutivo la festa per la fine del Ramadan si è svolta nel perimetro delle regole indicate dalle norme anticovid, regole cioè che garantiscano il distanziamento e che invitano anche quest’anno a frammentare i raduni.

«Taranto nel cuore»

Piero Pepe, attore tarantino, scomparso a settantacinque anni

«Infanzia, adolescenza, gli angoli della “mia” città», ricordava ogni volta che veniva al teatro Orfeo con Aldo e Carlo Giuffré, con cui ha recitato per quarant’anni. Un pranzo, con lui e un ospite, inatteso e graditissimo. Da “Napoli milionaria” a “La fortuna con l’effe maiuscola” in teatro, in tv e al cinema, con Massimo Ranieri e Nanni Loy. «Un giorno mi piacerebbe portare una mia produzione nella città in cui sono nato e che sento ancora mia…», aveva confessato.

 

«Mi so’ fatto chiattulille, dimmi la verità?». «Ma quando mai, Piero, sei in forma, si’ ‘na bellezza, anzi…Settebellezze», la mia risposta. In “Napoli milionaria” di Eduardo, diretto da Giuseppe Patroni Griffi, era stato “Settebellezze”, l’affascinante seduttore di donna Amalia, moglie di Gennaro, il protagonista della commedia che al suo ritorno troverà una famiglia completamente cambiata. Piero, altri non era, che Piero Pepe, tarantino di origini, napoletano di adozione. Era, perché il suo cuore generoso ha smesso di palpitare. E quella intervista più volte rimandata, oggi diventa un album di ricordi.

Ricorsi storici, Massimo Ranieri, nei panni che erano stati di Eduardo, aveva voluto Piero Pepe accanto a sé, proprio in quella stessa commedia, stavolta nel ruolo del brigadiere. Napoli Anni Quaranta, il sottufficiale dei carabinieri veglia sotto i bombardamenti il povero Gennaro che si finge morto, disteso sul letto e circondato da candele e fiori. «Com’è Massimo?», gli avevo chiesto. «Massimo? Eeeeh, com’è…Tuosto!». Sarebbe a dire che «Fino a quando una cosa non viene come dice isso, ti fa stare là fino a notte…». “Napoli milionaria” fu un grande successo televisivo, lo stesso Ranieri (http://www.costruiamoinsieme.eu/taranto-quante-emozioni/) aveva speso un giudizio che poi giudizio non era, sullo stesso Piero. Breve, ma inequivocabile. «Pepe? Se è bravo? E che te lo dico a fare…», aveva detto di lui il cantante, regista e attore napoletano. Circolava uno scatto della scena più famosa della commedia programmata in Rai. Quei pochi minuti erano un monologo dell’attore di origine tarantina. «Un’altra cosa che avrei voluto portare a Taranto? Le macchiette: ho uno spettacolo in cui recito, canto, indosso la paglietta, coi pizzi, alla maniera del grande Nino Taranto…». Ci teneva, era più forte di lui. Poi quando ci fu l’occasione, ecco che si smarcò, a malincuore. «Mi dispiace, stavolta proprio non posso, ho preso un impegno con la Scuola di recitazione nel teatro dei Padri Dehoniani a Sant’Antonio Abate. Vediamo più avanti, se il Cielo vorrà…».

 

 IL CIELO CAPOVOLTO

Ma il Cielo si è messo di traverso. Pepe,  grande attore della tradizione napoletana, si è spento il giorno del suo compleanno, a settantacinque anni. Non molti sapevano che Piero in realtà era nato a Taranto. E solo alla maggiore età, motivi di studio, si era trasferito a Napoli, per poi eleggere a quartier generale quella che, a ragione, aveva successivamente considerato casa sua: Castellammare di Stabia. «Tornare a Taranto  – confessava, anche con un po’ di rammarico – è come farsi un giro sulla giostra dei ricordi: le strade, gli angoli, le vie, la scuola…». “Scuola”, con quello schiocco che solo i napoletani sanno dare a una “esse” impura. «Qui avrei voluto fare uno stage, insegnare ai giovani attori, perché da queste parti di bravi ce ne sono; avrei anche voluto portare spettacoli che in questi anni ho prodotto personalmente…».

“Natale in casa Cupiello”, altra commedia di Eduardo. Portata in scena al teatro Orfeo di Taranto. Protagonista Carlo Giuffré con cui aveva lavorato quarant’anni. Lo invitai a pranzo, a casa mia. Voleva cortesemente rinunciare. «Carlo vuole partire subito, in albergo hanno cominciato le pulizie alle sette del mattino e il rumore dell’aspirapolvere nel corridoio lo ha messo di cattivo umore: non voglio farlo partire da solo…». «Porta anche il maestro, dopo pranzo ripartite…». A tavola, padrona di casa inappuntabile, un trionfo di frutti di mare e pesce. «A Sud l’ospitalità è proverbiale», spiegò Piero a Carlo. «Vedo, accidenti, nemmeno nel miglior ristorante napoletano…», il commento dell’ospite inatteso. Fra una forchettata e l’altra, piccola confessione tecnica. «Carlo, siamo partiti con “Natale” che durava un’ora e tre quarti, ieri sera all’Orfeo abbiamo fatto notte, due ore e mezza…». «Ci siamo spinti troppo oltre, vero? Ma alla gente piacciono certe battute, o no?», la considerazione del capocomico. Fra una forchettata e l’altra. «Un lunedì, a Milano, non lavoravamo», raccontarono, «siamo andati a trovare Christian De Sica, in scena con “Un americano a Parigi”: eravamo andati a trovarlo per complimentarci, ci fece restare in piedi e passò tutto il tempo a parlare con, come si chiama, Conticini…». «Diamine, dico io – Giuffré – perfino Gianrico Tedeschi aveva un camerino per conto suo, lo stesso la moglie: ognuno ospitava gli amici suoi, ecchecca’…». Non l’avevano presa bene, ma De Sica poteva essere stanco, distratto, qualsiasi cosa. «Io non me lo sono fatto passare nemmeno per la testa, chi se ne importa, è Carlo che ci resta male, non sembra, ma ci tiene all’etichetta…», aveva minimizzato Piero.

 

 “CANDID”, VIVO PER MIRACOLO

Fra un brindisi, con un bel Primitivo e un caffè, Giuffré fece una confidenza. «Monicelli mi voleva per “Amici miei”: volevo il nome in locandina grande quanto quello di Tognazzi, Noiret e Moschin…». Non se ne fece niente, accettò invece Duilio Del Prete. «Bravissimo, grande attore!», concordi Pepe e Giuffré. “La fortuna con l’effe maiuscola” di Curcio ed Eduardo, insieme con Aldo, anche questa all’Orfeo. Ancora un lavoro insieme, Piero era ‘o barone. Alto, bello, elegante, fiore all’occhiello. «Qualche volta abbiamo recitato in provincia…», confessava Piero. «E digli quante volte ti volevano “vàttere”, darti mazzate!», interveniva l’attore-regista. «Evidentemente a Carlo ‘sta cosa non piace, se il pubblico reagisce – diceva Eduardo – è buon segno, significa che sei entrato bene nella parte, forse troppo: non gli ho mai chiesto un aumento, ma la soddisfazione che per qualche minuto gli ho rubato la scena, dico io, me la vuoi dare?».

Un inatteso momento di popolarità Piero, senza saperlo, lo aveva avuto in tv. Candid camera, Italia 1. «Mi finsi l’innamorato di una bella donna che andava a chiedere la sua mano direttamente al marito, confessandogli che volevo formalizzare il rapporto con la sua benedizione: l’uomo sparì per qualche istante, per tornare con un fucile: mi rifugiai sotto un tavolo e urlai “Non spari, non spari: è su candid camera!”, ‘i muort… Uscirono regista e produttori, salvo per miracolo». Colpa del bell’aspetto, del fascino un po’ farabutto, così da riservargli ruoli di “malamente”.

Laurea in Giurisprudenza, Piero era stato subito travolto dalla passione per il teatro. “L’opera buffa del giovedì santo” con Roberto De Simone e poi, per ben settecento repliche, la citata “Fortuna con la effe maiuscola” con Carlo e Aldo. E “Napoli milionaria”, quattrocento repliche. Al cinema Pepe aveva lavorato in “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” e “Scugnizzi”, in tv con “I Cesaroni”, “La Squadra”, “Un posto al sole” e “Capri”. Aveva lavorato anche con Eduardo, l’ultima regia del grande attore e regista napoletano. «Non c’è che dire – ripeteva spesso, Piero – Eduardo, i Giuffré, Ranieri, mi sono trattato veramente bene».