«Vogliamo riprovarci»

Samir e Rami, tunisini, tornati in Italia

Sbarcati in Sicilia, hanno in testa una sola cosa: trovare lavoro. «Eravamo già stati qui, ma senza permesso di lavoro siamo tornati indietro. Vogliamo tentare di farci un futuro, anche a costo di sacrifici. C’è chi ha fatto di tutto, dal meccanico ai lavori di campo, a noi sta bene qualsiasi cosa ci dia dignità…»

«Siamo arrivati in Italia per migliorare la nostra condizione, non in cerca di assistenza». Rami e Samir, tunisini, fra i ragazzi sbarcati nei giorni scorsi sulla costa siciliana, e una settantina arrivati a Taranto, non fanno giri di parole. Parlano un discreto italiano. Forza della tv, i film, internet e i loro compagni che li hanno preceduti. Parlano troppo bene la nostra lingua, però. «Siamo già stati in Italia, anche per più di qualche anno, poi non avendo i documenti a posto, ci hanno rispediti a casa: non c’è stato verso, non abbiamo trovato chi, allora, ci regolarizzasse: adesso speriamo che qualcosa cambi», dicono.

«Se non conosci bene l’italiano – riprendono Rami e Samir – o non hai voglia di impararlo in fetta, meglio lasciar stare: gli italiani sono accoglienti, ma non tollerano vedere ragazzi girare a vuoto per le strade…». Questo, confessano, facendo attenzione a dire e non dire, per evitare di essere fraintesi. Padroni della lingua non lo sono, perciò massima prudenza. Sperano ci sia tempo per imparare meglio la nostra lingua e spiegare questa loro scelta di vita.

«Sappiamo di cosa parliamo – dice Rami – siamo stati sempre in contatto con nostri connazionali e comunque di amici di altri amici, di altri Paesi africani, che in Italia hanno trovato una soluzione, anche non stabile: noi conosciamo la fame, sappiamo di cosa parliamo, i sacrifici non ci spaventano, ci accontentiamo di poco».

«NON RUBIAMO LAVORO»

«Non vogliamo per questo togliere lavoro ai nostri fratelli – chiarisce Samir – significherebbe giocare al ribasso, chiedere meno di compensi già bassi: so che qualcuno se la passa male, conosciamo cosa significhi cercare un aiuto e distinguere fra uno che te lo presta col cuore e un altro che invece vede nella tua disperazione il suo business».

«Non è stato un viaggio facile – prosegue Samir – anzi, è stato molto più complicato di quanto pensassi: è durato tre lunghi giorni; dico lunghi perché quando la traversata in mare la compi già su una imbarcazione di fortuna e trovi un mare agitato, sei partito nella situazione non ideale: allora ti assale la paura, che un’onda possa ribaltarti di notte, puoi essere anche uno bravo a nuotare, ma puoi solo tenerti a galla, è una gara di resistenza; dare bracciate in una direzione o nell’altra, senza avere chiara una meta, perché vedi tutto nero è un dramma nel dramma: non ti resta che pregare, perché le forze ti abbandonano, puoi solo invocare il cielo perché il mattino arrivi nel più breve tempo possibile».

«Cambierebbe poco – riprende Samir – perché se al mattino ti trovi nelle stesse condizioni, la speranza è che qualcuno ti veda, un aereo, un elicottero, una motovedetta, una nave: a noi è andata bene, ad altri un po’ meno: parlo di quanti in questi anni hanno compiuto una traversata con gommoni alla disperata ricerca di una spiaggia su cui sbarcare e sulla quale puntare il proprio futuro…».

«CERCHIAMO UN’OCCASIONE»

Qualcuno di loro, prima tv locali, poi a tv nazionali ha raccontato la loro avventura. «Siamo arrivati in barca, clandestinamente, viaggiato in mare tre notti, siamo partiti da Monastir. C’è chi per il viaggio ha pagato sette milioni di dinari, più o meno 1.500 euro, una cifra enorme per qualsiasi tasca, figurarsi per chi viene da una zona dove si soffre da matti». «Cerchiamo lavoro – hanno dichiarato ai giornalisti due connazionali di Rami e Samir – siamo venuti solo per questo e non per vivere di assistenza: qui c’eravamo già stati, ma le leggi non ci permisero di continuare a lavorare nella clandestinità». Chi ha fatto l’autista, il meccanico, lavorato in un autolavaggio, nella cucina di un ristorante, fatto l’imbianchino. «Non ci perdiamo in chiacchiere – dice Rami – è stata sufficiente una prima esperienza: non eravamo qui a fare la bella vita, lavoravamo, ma un brutto giorno mi fermarono e mi rispedirono in patria: non avevo i documenti, cosa che invece mi auguro di poter chiedere, altrimenti non so più cosa fare…».

«Siamo arrivati in trecento, forse più – riprende – un brutto viaggio: un po’ sono scappati, ma credo fossero terrorizzati, avevano paura che i militari italiani li rispedissero subito sulla prima imbarcazione per la Tunisia: noi, invece, vogliamo lavorare, ci auguriamo ci siano condizioni diverse rispetto all’ultima volta in cui siamo stati in Italia; che ci rilascino un permesso di soggiorno e che nel periodo in cui restiamo in Italia ci possiamo dare da fare a trovare un lavoro, uno dei tanti che sappiamo fare: non ci fermiamo davanti a nulla, purché sia un lavoro pulito…». Decoroso, vorrebbe dire Samir, che ascolta il suo connazionale in silenzio. Lo si capisce dall’espressione. «Che non sia un lavoro che ci riduca in schiavitù – ammette alla fine – che ci faccia vivere con enormi sacrifici: connazionali e nordafricani in passato hanno lavorato per dieci euro piegati sulla schiena nei campi per dieci ore di lavoro al giorno; cerchiamo qualcosa di meglio…». Umano. Non gli viene la parola. Quando gliela suggeriamo, accenna un sorriso. «Ecco, ci accontentiamo di poco: adesso che in Italia c’è il virus, non c’è molta voglia di ascoltarci: speriamo che tutto passi in fretta e che a qualcuno venga voglia di sentire un po’ anche noi, vogliamo lavorare, sentirci utili a un Paese così bello e accogliente…».

«Ma si può?»

Ismaila, nigeriano, l’episodio scomodo per il governo di Malta

«Negare un soccorso e lasciare uomini in mare, mai sentita una cosa del genere». Centodieci africani respinti, lasciati in mare con giubbini e carburante. «Gli italiani hanno un altro stile. Su una chat la storia di Zliten, un porto di Tripoli, da dove un giorno anche io presi il mare, ma avevo in mente solo il vostro Paese…»

«A Malta c’è il coronavirus, siamo tutti malati e non possiamo accogliervi!». La notizia riportata da quotidiani e siti italiani, scatena subito centinaia di commenti. L’episodio risale allo scorso 11 aprile, ma è venuto alla ribalta solo nelle ultime ore, grazie a una testimonianza riportata da un migrante ad “Alarm Phone”, il network telefonico gestito da Don Zerai, che a sua volta rilancia su Twitter le “allerte” ricevute direttamente dalle imbarcazioni in difficoltà.

Ismaila, nigeriano incontrato per caso, un titolo di scuola superiore, mostra di saperne più dei giornalisti che hanno documentato a braccio una vicenda che, se fosse vera, assumerebbe i tratti di una storiaccia. Una delle tante nelle quali l’Italia, alla fine, ne esce in modo elegante. Da Paese accogliente, benché qualche politico provi a dare una immagine contraria, per qualche “like” in più.

Ismaila, mascherina dal naso al mento, è seduto davanti a una scrivania di un patronato. «Voglio fare domanda per il permesso di soggiorno, sapere se potete in qualche modo aiutarmi e quanto mi costerebbe…». «Duecento euro – spiega il responsabile del patronato, onesto al punto tale da suggerirgli una strada per risparmiare quei soldi, tanti per Ismaila – ma ti consiglio di provare a farlo da solo, recarti tu stesso nei vari uffici dove è necessario esibire i documenti: diversamente, fra una cosa e l’altra arriveresti a spendere anche quasi trecento euro, troppi secondo me: sai, in Italia facciamo accoglienza a parole, e poi chiediamo dai duecento ai trecento euro per istruire una pratica che potrebbe essere respinta, senza rimborsarti un solo euro…».

Ismaila, mani giunte, ringrazia il responsabile del patronato per il suggerimento. «Trecento euro sono troppi, in questo momento non posso permettermeli, di soldi ne ho spesi, tanti, per pagarmi il viaggio da Tripoli per arrivare sulle coste italiane…». Si ferma qualche minuto, non è molto pratico di Taranto, ripassa mentalmente le strade principali insieme con un amico, che non si separa un solo istante da uno zainetto. «Qui c’è tutta la nostra storia, casa nostra: le poche cose che siamo riusciti a portarci durante il viaggio…».

«NELLA MENTE UNA SOLA DESTINAZIONE»

Tripoli, fa accendere una spia, riporta all’episodio nelle acque maltesi. «Anche io sono partito dalla Libia per arrivare in Italia: nella testa avevo in mente solo una destinazione, il vostro Paese; mi sono confrontato con miei connazionali e, comunque, con gente che ha vissuto quella brutta esperienza lo scorso aprile; loro sono partiti da Zliten, scritto così… – lo scrive, ma lo precediamo consultando velocemente Google, per evitare inesattezze – una località lungo la costa libica ad est di Tripoli, non molto lontano da dove anche io ho preso il largo, a bordo di una imbarcazione insieme con una decina di miei connazionali…».

Erano in centodieci lo scorso aprile, salvi per fortuna. «Abbiamo chat con le quali molti ragazzi, come me – spiega Ismaila – in cerca di speranza si collegano, non conosco personalmente i ragazzi protagonisti di questa sfortunata vicenda, ma amici che hanno fatto conoscenza con qualcuno di loro, mi hanno spiegato come è andata…». Dunque, Ismaila. «Ho avvertito il dolore che hanno provato i ragazzi, in mare, convinti che il loro viaggio fosse finito, cioè che sarebbero stati soccorsi da una imbarcazione amica, in questo caso con a bordo militari maltesi: invece no, sono rimasti in acqua, chi li aveva accompagnati fino a quel momento ha pensato che la sua missione fosse finita, così è andato via; invece, tutti lì, a sbattersi in mare aperto: non sono stati presi a bordo, ad ognuno è stato lanciato un giubbotto, di quelli che ti tengono a galla, comunque, di più non hanno fatto».

Il giovane nigeriano si pone la nostra stessa domanda. «Ma si può lasciare gente in balia delle onde? Lanciare loro un salvagente e dire a chi li aveva accompagnati fino a quel momento “Se sei a corto di carburante – questo avrebbe detto un militare – te lo diamo noi, purché vi allontaniate, nel nostro Paese?”. E ancora, “…a Malta, la maggior parte è infetta dal coronavirus che sta costando la vita a migliaia di persone…”».

Altra versione, non c’è da stare allegri. «Qualcuno ha raccontato che la nave militare maltese si è avvicinata agli uomini in mare minacciandoli con le armi, dicendo che dovevamo tornarsene in Libia, da dove cioè erano arrivati: per questo motivo molti, sfiniti dal viaggio e scoraggiati, si sono lanciati in acqua: nessuno voleva tornare indietro…».

«E SE FOSSE STATO DI NOTTE…»

Ismaila non vuole crederci. «Ma un uomo, può arrivare a tanto?», si domanda. «Non voglio colpevolizzare un intero Paese – riprende – per frasi simili, dette comunque da uno o più militari; se così fosse, potrebbero avere solo eseguito un ordine: non prendere persone a bordo e assicurare loro assistenza minima, con carburante – per proseguire il viaggio sulle coste italiane – e salvagente per tenersi a galla, lanciare un SOS e farsi soccorrere da imbarcazioni italiane, pescatori, nave mercantile o militare…».

Una brutta pagina. «Voglio solo augurarmi che se fosse stato di notte e il mare fosse stato agitato, i militari maltesi avrebbero agito diversamente: so solo che gli italiani, come sempre, si sono distinti per generosità e rispetto; è per questo motivo che voglio fare richiesta di soggiorno, voglio trovarmi un lavoro, anche se occasionale, infine provare a stabilizzarmi e restare qui, in Italia: è questo il Paese che avevo in mente quando sono andato via dalla Nigeria, partendo poi dalla Libia per sbarcare in Sicilia e baciare il suolo italiano; l’ho fatto davvero, ho ringraziato il Cielo, per essere arrivato a destinazione, come fossi Cristoforo Colombo al suo arrivo in America…».

Conoscenti che hanno vissuto l’esperienza maltese? «Un po’ di giorni fa – conclude Ismaila – ho sentito ancora amici di amici, tutto è finito più o meno bene: parte di questi sono in Centri accoglienza, aspettano che l’emergenza provocata dal coronavirus passi e possano riprendere il cammino, chi andando al Nord, chi in un altro Paese europeo; io il mio primo sogno l’ho realizzato: sono qui ed è un buon inizio». E’ davvero felice, Ismaila. Non fosse così, non starebbe a compilare moduli, chiedere la strada più breve per avere un permesso di soggiorno, anche a costo di rimetterci duecento euro, se tutto andasse bene.

«E’ un vero casino…»

Mansur, nigeriano, il lavoro nero e il permesso di sei mesi

«C’è confusione sulla proposta di legge del ministro per regolarizzare noi migranti. Alcuni politici e pochi giornali sembra lo facciano apposta». «Facciamo fare a politica e stampa il loro mestiere, concentriamoci sulla posizione di chi è irregolare ma vuole uscire allo scoperto…», corregge Samuel, suo connazionale. Sicurezza sanitaria, mascherine, guanti e distanziamento sociale.

«E’ un vero casino…». Mansur, nigeriano come Samuel, sentito appena la scorsa settimana, non fa giri di parole. Sorride, pensa alla gaffe, si corregge, ma c’è poco da correggere, sapesse quante volte gli italiani fanno ricorso a questa espressione. «Non dite così, voi tarantini – dice – quando una qualsiasi cosa si complica così tanto da capirci niente o quasi?». Come dare torto a Mansour, che vede nella regolarizzazione dei migranti, e non solo, una boccata d’ossigeno. «E’ quello che ci vorrebbe in un momento di confusione – riprende – c’è di mezzo il virus, che ha mandato in tilt mezzo Paese e poi il governo, con il ministro che vuole sanare – si dice così? – la posizione di quanti lavorano nei campi, italiani compresi, poi i braccianti dell’Est, proseguendo con le badanti, fra queste anche donne africane che assistono donne anziane e disabili».

E’ informato, Mansur. «Con i primi sei mesi potremmo fare il raccolto nei campi, poi se le cose dovessero andare bene, magari il rinnovo di altri sei mesi». E’ questa, in sintesi, la proposta del ministro alle Politiche agricole e alimentari, Teresa Bellanova. «Braccianti irregolari – aveva dichiarato nei giorni scorsi il ministro – lavorano nei nostri campi, donne prestano attività da badanti e vengono pagate in nero». Poi la richiesta esplicita della “ministra”: «Chiedo che questi vengano regolarizzati subito con permessi di soggiorno temporanei di sei mesi, rinnovabili per altri sei mesi».

«FACCIAMO IN FRETTA»

«Credo non ci sia molto tempo da perdere – riprende Mansur – da notizie di amici e connazionali, ci sarebbero anche braccianti più o meno nelle mie stesse condizioni che non esce allo scoperto ed è in una situazione da delirio: letteralmente reclusi». Non uno, ma due i problemi. Samuel dimostra di esserne perfettamente a conoscenza. «Quello lavorativo e quello sanitario – dice il giovane nigeriano – noi in attesa di conoscere il nostro futuro, che ci auguriamo sia il più benevolo possibile, facciamo quello che dice il Decreto: se “andate” su Internet vedete quanti fratelli neri seguono con la massima attenzione le norme di sicurezza; ognuno di noi ha acquistato a buon mercato, poche decine di centesimi un po’ di mascherine, altri che non hanno grandi possibilità se ne sono fatti una scorta su misura: se non ci aiuta qualcuno, proviamo a industriarci…si dice così?». Samuel è attento al suo italiano. “Voglio impararlo di corsa, ho fatto grandi progressi: non giro più con il cellulare in una mano con il dizionario a vista per capire le parole che mi dicevano e quelle da pronunciare per farmi capire: non dico che tutto fila liscio, ma credo di essere a buon punto, non ci sono malintesi o lunghe spiegazioni, una volta anche a gesti…va tutto bene, anzi speriamo bene». Industriarci, è perfetto. «Quello che guadagniamo saltuariamente ce lo mettiamo da parte – riprende il discorso Samuel – nel caso si presentassero periodi in cui non ci è possibile lavorare: le mascherine, i guanti, ci sono stati donati; qualcuno li ha comprati in farmacia, a prezzi bassi: avevo sentito parlare di costi alti, a me non è successo, guanti e mascherina li ho pagati a cinquanta centesimi…».

«RACCOLTI E SICUREZZA SANITARIA»

Mansur e il problema sanitario. «Siamo nel periodo in cui è necessario andare nei campi e raccogliere frutta e ortaggi – dice – ma oltre alla regolarizzazione, chi è nelle mie stesse condizioni, deve avere rispetto delle norme di sicurezza: quando e se ci chiameranno, sicuramente nei campi dovremo fare attenzione a quello che si chiama…si chiama…». Distanziamento sociale? «Ecco, alla distanza di massima prudenza: che io sappia non ci sono stati casi fra neri, qui in Puglia; ci fossero stati – ma non vorrei che la prendeste come un’offesa – di sicuro sarebbero andati a finire sulle prime pagine dei giornali, perché noi facciamo notizia…». Riprende il buonumore, il giovane nigeriano. «Avevo letto in questi giorni che erano seicentomila gli irregolari, un numero esagerato: non credo siano così tanti, forse centomila, duecentomila, ma non solo africani: è bene parlare di irregolari, in attesa di disposizioni da parte del governo e non clandestini, altrimenti non se ne esce più, su questa cosa infatti c’è molta confusione, a volte messa in piedi ad arte, perché qualche politico e qualche giornale ne parlano e scrivono in modo non sempre corretto…». Samuel getta acqua sul fuoco, anche se non è il caso, Mansur ha detto quanto risulta dalle continue rassegne stampa. I soliti noti ad alimentare una macchina informativa non sempre limpida. «Non è il caso di fare polemiche – corregge, comunque, Samuel – lasciamo che i politici e i giornalisti facciano il loro mestiere, concentriamoci solo sulla battaglia del ministro che vuole regolarizzarci e il governo che sembra orientato a dare sostegno alla proposta di legge: per confrontarci su altre cose, sui temi che ci stanno a cuore, c’è tempo. Almeno, speriamo ci sia tempo…».

Per concludere, l’emersione dal lavoro nero e la regolarizzazione dei migranti riguarda braccianti, colf e badanti, cittadini italiani e stranieri con un rapporto di lavoro irregolare e cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto, I numeri cui alludeva Mansur sono inferiori rispetto ai seicentomila inizialmente previsti. Al momento pare siano circa 260mila secondo le prime stime: 200mila la platea che potrebbe emergere dal lavoro nero; 60mila quelli che avevano già lavorato in passato con regolare permesso.

«Forza ministro!»

Ayo e compagni sostengono Teresa Bellanova

«Regolarizzare noi extracomunitari, sarebbe un primo passo avanti. Qui, in provincia, è oro rispetto a Puglia e Nord Italia. Prima del virus, nei campi c’era tensione, miei connazionali litigavano fra loro per una fila di pomodori». Quindici euro lordi al giorno per dieci ore di lavoro. 

«Qui, in provincia, è oro rispetto ad altre situazioni a cui non voglio pensare!». Ayo, senegalese, lavora nei campi. «Non sempre vengo retribuito come da contratto, ma può andare bene anche così, specie ora: ho avuto “negativo” e rifatto domanda nei tempi previsti dalla legge per avere un nuovo documento che mi permetta di tornare a lavorare nei campi». Asad, suo connazionale, non è nelle stesse condizioni, ma poco ci manca. «Su internet – dice – nostra principale fonte d’informazione, ho letto che la ministra italiana vorrebbe regolarizzare noi extracomunitari, anche se con permessi della durata di pochi mesi: questa, forse, e parlo soprattutto per i nostri fratelli che lavorano nei campi al Nord della Puglia dove accadono cose da non credere, sarebbe una prima soluzione…».

Ecco il ministro alle Politiche agricole e alimentari, Teresa Bellanova. «Braccianti irregolari lavorano nei nostri campi, donne prestano attività da badanti e vengono pagate in nero: chiedo che questi vengano regolarizzati subito con permessi di soggiorno temporanei di sei mesi, rinnovabili per altri sei mesi». Non c’è altro tempo da perdere. Un numero esagerato di braccianti è letteralmente recluso e non esce allo scoperto. Se non fosse compiuto questo passo in avanti, extracomunitari sprovvisti dei documenti necessari verrebbero subito individuati. E non finisce qui, perché di colpo i problemi diventano due: lavorativo e sanitario.

«Lavoratori stranieri, in Veneto – spiegava due giorni fa il ministro – venivano pagati tre euro l’ora per raccogliere l’uva: sono sotto ricatto di caporali, italiani o stranieri, che comunque rispondono alla criminalità organizzata». «In provincia di Foggia – prosegue il ministro – pare ci siano tremila persone ammassate in campi di fortuna; non c’è distanziamento sociale, né mascherine, disinfettanti o altre modalità previste dai decreti sulla Sicurezza sanitaria. E nel momento in cui riprenderanno l’attività, salterà tutto per aria in termini di emergenza sanitaria».

E POI C’E’ “SAMI”

E poi c’è “Sami”, Samuel per i connazionali nigeriani e i fratelli africani. “Sami” per i ragazzi tarantini che lo hanno eletto “grande amico”. «Così mi chiamano – sorride – e io sono contento di questo loro affetto; anche per me il momento è critico, ma non mi demoralizzo, devo andare avanti: ovunque ci sia da lavorare io sono lì… C’è crisi, fra lavoro nei campi e quello estivo: a causa del virus – consulta il suo telefonino, sbuca il nome di questa invisibile sciagura… – ecco, “Covid-19”, tutto è fermo».

E’ aggiornato, Samuel. «Le cose, poco per volta – riprende – torneranno alla normalità: tutti dobbiamo fare più attenzione, tenere la mascherina e aspettare che si torni a raccogliere pomodori e mandarini, oppure a sistemare lettini e ombrelloni a due passi dal mare, io che l’estate mi sono sempre diviso fra campi e stabilimenti balneari».

«Ho lavorato con “bianchi” nelle campagne di Castellaneta – riprende – con regolare contratto: stavo bene, mi svegliavo presto al mattino, un bus passava da Massafra, per accompagnarci sul posto di lavoro: cominciavamo alle sei e finivamo più o meno all’ora di pranzo, tutti insieme: nessuna differenza fra italiani e stranieri; poi tutti a casa, sempre con il bus, mentre in caso di pioggia restavamo a casa; ho nostalgia di quei giorni: la gente non può avere tutta frutta e ortaggi a prezzi normali, e – per dirla tutta – io e i colleghi, non possiamo avere il salario tanto sospirato».

Prima del lavoro nei campi, quello in spiaggia. «L’ho fatto per due mesi un anno fa: non disponevo di molti soldi così mi sono messo in giro a cercare un lavoro, qualsiasi cosa capitasse; fui fortunato, trovai qualcuno che mi indicò il titolare di una spiaggia splendida, a Marina di Lizzano; spianavo e pulivo la sabbia con una ruspa, mentre la notte sorvegliavo l’intero stabilimento perché qualcuno non penetrasse nel lido e rubasse ombrelloni, sdraio e lettini: trenta euro al giorno, più la colazione; sono stati giorni in cui mi sono sentito importante, ma la stagione è durata solo due mesi invece dei tre previsti, l’estate si è chiusa in anticipo a causa del maltempo: piove sul bagnato, dite da queste parti, è proprio così…».

NON E’ TUTTO ORO…

«Qui è oro rispetto ad altre zone della stessa Puglia», spiegava pochi istanti prima Ayo. Come non dargli ragione. «Altrove – conferma – le condizioni di chi lavora nei campi sono talmente insostenibili che i braccianti litigano per una fila di pomodori per guadagnare una miseria in più: una lotta fra poveri». «Un lavoro da schiavi – interviene Mansur, suo connazionale – lavori per qualcuno che non ha rispetto per te: ti offende e solo la fame ti fa sopportare le umiliazioni…». La retribuzione, i conti a fine giornata. «Il caporale consegna al capo, che non è solo un bianco, a volte è del nostro stesso colore di pelle: paga in base ai cassoni riempiti». Qual è il compenso? Da non crederci. Jibril è in costante contatto con connazionali che lavorano in provincia di Foggia. «Fino a prima del virus – mi vergogno a dirlo – il compenso si aggirava intorno ai quattro euro a cassone riempito: proprio così, quattro euro per due tonnellate di pomodori raccolti; la retribuzione, nemmeno a dirlo, subiva altri tagli, al ribasso ovviamente: a causa di una serie di “trattenute” ecco che a fine giornata, raccolte tonnellate di pomodori, in tasca mettevano quindici euro per dieci ore di lavoro».

Secondo stime approssimative, è stato calcolato che la somma di venticinque euro moltiplicata per diecimila braccianti – dieci “puliti” vanno nelle tasche dell’organizzazione – dà un totale di duecentocinquantamila euro al giorno che finisce nelle tasche dei caporali. Moltiplicato il periodo di raccolta, tre mesi, dunque novanta giorni, ecco una cifra superiore ai ventidue milioni di euro a stagione. Riconosciuti compensi per la mediazione a capo nero o capo bianco, il resto, il tanto insomma, va dritto nelle tasche della criminalità organizzata. Ai braccianti non resta che raccogliere anche quel poco che resta: meno di quindici euro al giorno. E, concludono i due ragazzi, «Se non è schiavitù questa…». Il ministro ci prova, non senza contrasti (e non solo dalle opposizioni). Sarebbe un primo passo avanti, per i ragazzi. Ma, se ci pensiamo, anche per l’economia del nostro Paese.

«Strada facendo…»

Un viaggio interminabile, dal Pakistan attraverso Turchia e Iran

Waseem, la fuga, la fame. Poi le preghiere, uno squarcio di speranza. «Una settimana senza mangiare: colazione, pranzo e cena con un bicchiere d’acqua, due quando andava meglio. Lo stomaco non aveva la forza di brontolare, stava per chiudersi, poi un’anima di dio, i miei pochi risparmi. Cinquantasette, stretti uno all’altro, una nave ci prende a bordo, il porto di Taranto…».

«Cinquantasette, stretti fra noi, a bordo di una imbarcazione che arrivata in mare aperto ci ha messo addosso una paura matta: navigare, trattandosi di una “bagnarola” sarebbe meglio dire lasciarsi andare alle onde del mare, è più di un’impresa: è un miracolo!». Waseem, pakistano, quattro anni fa arriva in Italia. Salvataggio di fortuna, rotta verso il porto di Taranto, destinazione un hot-spot attrezzato. Di quelli che nei momenti critici hanno ospitato ogni giorno centinaia di persone fuggite dal Continente africano o dall’Asia meridionale, come appunto Waseem.

«Prima di arrivare in una città, bella e accogliente come Taranto», raccontava quel giovanotto di ventidue anni, «avevo sudato le classiche sette camicie: non è semplice staccarsi dalle proprie radici, convincere, uno per uno i tuoi affetti più cari: papà, mamma e quattro fratelli». I motivi sempre gli stessi, i suoi, come quelli dei suoi connazionali che di bello hanno una cosa: sono molto uniti fra loro, specie quando sono lontani da casa, in Italia per esempio. «Ci aiutiamo come possiamo: oggi ho bisogno di un mio “fratello”, domani potrebbe essere lui ad avere bisogno di me, è un patto non scritto».

La fuga da una città importante del Pakistan. Importante, ma povera. «Ero una bocca da sfamare, lavoro poco, al contrario tanta è la voglia di spendersi per la famiglia, che amo e sento non appena posso: niente da fare, dovevo andare via, una lotta disperata contro la fame; poi, potenza della tecnologia, con il primo cellulare la prima videochiamata, sono entrato in contatto con la famiglia; anche per guardarsi negli occhi, la spia dell’anima: un’arma a doppio taglio, da una parte la gioia di vedersi, dall’altra vedere una faccia quasi rassegnata». La prima domanda in quelle conversazioni, non si sfugge: la salute. «Si preoccupano di questo e io li consolo, li tranquillizzo, gli ripeto che va tutto bene e che occorre il tempo necessario per crearsi un futuro lontani da casa: mi guardano negli occhi, pregano per me, io sento tutto il loro affetto e la forza di una mano che mi guida…».

QUANTI SACRIFICI…

Incontrammo Waseem un anno fa. Ci colpì la sua storia, il suo passaggio fra Stati «non troppo facili» come Iran e Turchia. «Non facili», significherà qualcosa. «Certo, che non è semplice intanto passare un confine, senza non essere notato, fermato e fatto oggetto di mille domande: c’è da diventare matti, se non fosse che sai bene di non essere a casa tua, dunque sei di passaggio, e può succedere tutto e niente; è importante trovare militari almeno disposti ad ascoltarti e non a far valere la loro autorità per provocare una tua reazione e giocare, come si dice, al gatto con il topo».

Una settimana da dimenticare. «C’è stato un momento in cui me la sono vista brutta, lo stomaco ha rischiato di chiudersi completamente e rifiutare qualsiasi cibo; colazione, pranzo e cena – è drammatico il solo parlarne – era un bicchiere di acqua, due se vogliamo proprio esagerare e scherzare solo ora che quella brutta esperienza è un ricordo, incancellabile…». Il racconto, una piega drammatica. «Non mangiavo e l’unico modo che avevo per farmi passare la fame era dormire; sapevo anche di rischiare di non svegliarmi più, debilitato com’ero, ma pregavo, quello l’ho sempre fatto e continuerò a farlo».

…E CHE SOFFERENZA

Un brutto momento. «Sarà stato, forse, il settimo giorno, quando proprio non avevo più forze, non avevo la forza di pensare a quel corpo che ciondolava per le campagne in cerca di un giaciglio, ancora un angolo per lasciarmi addormentare, con uno stomaco che non aveva più la forza di brontolare: magro, trascurato all’eccesso, non avevo idea che quello fossi io, mi sembrava un incubo, chiunque in quel momento poteva passarmi addosso con un carro armato, non avrei sentito il benché minimo dolore…».

Invece, qualcuna di quelle preghiere condivise fra papà e mamma, i quattro fratelli e lo stesso Waseem, giunge a destinazione. «Vengo assistito, rimesso in piedi poco per volta, perché anche nel riprendersi occorre fare piano: appena la forza di mettermi una mano in una tasca e trovare, intatto, quel poco di risparmi raccolti in un fazzoletto e provare a pagarmi il viaggio per l’Italia: chi mi aveva assistito, mi indirizza a qualcuno che da Istanbul stava organizzando per pochi danari un viaggio per l’Italia, forse per la nave più vicina; quell’imbarcazione su cui salimmo in cinquantasette, infatti, galleggiava per scommessa e mai saremmo arrivati in Italia in quelle condizioni: unica speranza, incrociare appunto una nave che ci aiutasse e accompagnasse a destinazione». Ecco, le preghiere, il miracolo. «E’ il secondo tempo della mia vita, Taranto, il Centro di accoglienza, la cucina, per imparare a cucinare non solo riso speziato e pollo. Ci vuole pazienza, quella non manca: il primo scoglio l’ho superato, ora comincio a guardare con più fiducia al futuro, che il mio dio mi aiuti ancora per un altro pezzo di strada».

«Rivivere un dramma!»

Le ultime vicende della Alan Kurdi e un ricordo che brucia ancora

Centoquarantasei superstiti soccorsi e trasferiti nel porto di Palermo. Sambou, Solomon e Sirag avevano vissuto identiche storie in mare. «La mia bambina sta molto male, non c’è acqua né cibo, qualcuno ci aiuti per favore?», l’appello di una madre. «Ci sono due morti, aspettiamo da quattro giorni, bambini svenuti, abbiamo bisogno di aiuto subito: vi prego!», quello di un uomo disperato.

«Ci sembra di rivivere un incubo, abbiamo seguito la vicenda di quanti hanno trascorso giorni drammatici…», ci hanno raccontato i nostri ragazzi, fra questi Sambou, Solomon e Sirag, rispettivamente gambiano, nigeriano e libico. Storie simili a quelle appena accennate ai loro soccorritori dai centoquarantasei passeggeri tratti in salvo e scortati dalla Alan Kurdi nel porto di Palermo. Un sospiro di sollievo per quanti si sono salvati in questa ennesima storiaccia di fuga e appelli non sempre raccolti, e aiuti, non sempre immediati a causa dei soliti palleggiamenti di responsabilità.

Un’ora di ritardo nei soccorsi, abbiamo sempre sostenuto, può significare una o più vite umane spezzate. Non solo di bambini, già deboli di costituzione, ma anche di donne, incinte, come in questo caso, e uomini, seppure forti, che dimostrano la loro debolezza. Ora per aver salvato una decina di compagni di viaggio, ora per sfinimento, perché un fisico non è mai come un altro.

La vicenda, seguita col batticuore in tutti questi giorni, era cominciata con frasi drammatiche pronunciate in francese e tradotte, riportate su internet. Le urla strazianti di una donna: «La bambina sta molto male, non c’è acqua né cibo; ci dicono che vengono a prenderci ma non viene nessuno: qualcuno può aiutarci per favore?». Sono le grida di una mamma che vede, per prima, in pericolo la vita per la sua piccola che tiene stretta a sé e quella della creatura che porta in grembo. Non è solo una donna a lanciare l’allarme disperato a chiunque, in quel momento, sta ascoltando. C’è un uomo, che prima di altri, si impossessa di quel cellulare per urlare l’ultimo appello: «Ci sono due morti, aspettiamo da quattro giorni, ci sono bambini svenuti, non sappiamo dove siamo, abbiamo bisogno di aiuto subito. Vi prego!».

FINE DI UN INCUBO

E’ finito un altro incubo. Uno di quelli attraverso i quali sono passati, si diceva, anche Solomon, Sirag e Sambou, ragazzi che trovarono subito ospitalità nel nostra Paese e “casa” nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Momenti, ore, giorni di grande disperazione, quelli trascorsi da connazionali e fratelli africani finalmente tratti in salvo e ora al sicuro di una quarantena sostenuta da qualsiasi tipo di aiuto. E’ come se ripercorressero le loro storie i nostri tre ragazzi.

«Io di morti in mare ne ho visti almeno una ottantina, quelli mancanti quando ci siamo ricontati una volta soccorsi». E’ una delle più brutte storie raccontate dai nostri ragazzi. E’ quella di Sambou, gambiano, trovatosi nella stessa situazione di quanti, poi, dopo dolorose vicissitudini sono stati tratti in salvo. La sua imbarcazione, un gommone, viaggia accanto ad altri equipaggi in balia di onde alte quanto palazzi.

«Fu un momento – ricorda, un nodo alla gola – gente in mare: chiedeva aiuto, urlava, mentre noi eravamo in balia di un gommone ingovernabile; uomini e donne con bimbo in grembo venivano risucchiati sotto i nostri occhi dalle acque agitate: uno sterminio; una volta arrivata la Guardia costiera, noi del gommone con a bordo centosedici persone siamo stati tratti in salvo; poi i militari si sono dedicati ai superstiti dell’altra imbarcazione, tirati su a decine, ma pochi rispetto a quella moltitudine dispersa in mare: cinquanta in salvo, ottanta i morti!».

Nel porto di Palermo, soccorritori in maschere e guanti, dotano delle stesse misure di sicurezza i migranti appena sbarcati. Finita l’odissea, quella gente raccoglie le ultime forze e salta a bordo della “Raffaele Rubattino”, un traghetto messo a disposizione dal governo italiano. Qui i centoquarantasei migranti, piccoli e grandi, trascorreranno il periodo di quarantena imposto dall’emergenza coronavirus.

BRUTTE STORIE

Brutta storia, da non augurare al peggior nemico. Nemmeno per un’ora, per le sensazioni drammatiche che ti balenano nella testa. Non sai cosa fare, da dove fuggire. «Una volta in Italia ho ricominciato a vivere», aveva raccontato proprio Solomon, giunto in Italia dalla Nigeria. Brutta storia anche la sua. Ce l’aveva raccontata quasi con la voglia di alleggerirsi di un peso dal quale non riuscirà mai a liberarsi del tutto. La sua non è la stessa storia attraverso la quale è passata questa gente appena tratta in salvo. «Mi ritengo fortunato, a me sono toccate solo sette ore di mare, poi una nave italiana – il Cielo benedica lei e il suo equipaggio – salvò me e i miei compagni di viaggio: avevo messo insieme un po’ di soldi facendo il giardiniere e le pulizie in Libia: il mio sogno resta quello di riabbracciare, un giorno, i miei cari rimasti in Nigeria». Solomon era stato minacciato. Al padre, la ribellione a minacce e soprusi, era costata la vita: nessun colpevole assicurato alla giustizia. Così, al giovane nigeriano non resta che fuggire.

A Palermo, intanto si scrive la parola “fine” alla disperazione dei centoquarantasei migranti. La “Rubattino”, giunta da Napoli, aveva caricato generi di conforto per sostenere la quarantena: derrate alimentari, farmaci indumenti, mascherine, guanti in lattice. Una volta messi in salvo i migranti, l’organizzazione messa a punto dalla Prefettura è impeccabile. A Palermo, a bordo di un Atr della Guardia di Finanza, una task force di ventidue operatori della Croce Rossa Italiana, successivamente imbarcata sulla nave che trascorrerà la quarantena, si diceva, nel porto del capoluogo siciliano.

«Il mio è stato un viaggio, meno drammatico di altri, ma più complicato», ricorda invece Sirag, libico. «Nel mio Paese manifestavo solo per un sentimento che tutti, nessuno escluso, hanno a cuore: la libertà; per questo motivo, invece, sono stato minacciato di morte, ho lasciato padre, madre e due fratelli: ho dovuto mettere insieme tremila euro per tre giorni di viaggio in mare: imbarcato prima su un gommone, poi una nave spagnola, una nave tedesca, infine il porto di Taranto: respinto in Germania, sono tornato in Italia dove voglio costruirmi un futuro da cuoco».

La Sea Watch, Ong (Organizzazione non governativa) tedesca, insieme con Mediterranea e Alarm phone prova a ricostruire la prima tragedia del mare dopo la pandemia e sferra il suo pesante atto d’accusa contro l’Europa. «Dodici morti e cinquantuno persone riportate nell’inferno libico con la complicità dell’Europa – sostengono in un duro comunicato – un gommone abbandonato in mare per giorni e poi riportato in Libia con la complicità dell’Europa in violazione del diritto internazionale: esistono chiare responsabilità, l’omissione di soccorso che ha causato la morte di dodici persone uccise da fame, sete, disperazione». Un bollettino infinito.

Coronavirus, vittima illustre

Scompare a settant’anni lo scrittore Luis Sepulveda

Libri e regie teatrali, schiaffi al potere. Le parabole, gli animali in relazione fra loro, grande esempio di vita per l’uomo. Torture e fughe, l’ultima lotta: restituire dignità agli indios. Il ricordo di Gianni Minà. Intanto, resta ancora alto in Puglia il numero di decessi: undici quelli registrati ieri (uno in provincia di Taranto)

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, di un gatto e del topo che diventò suo amico, di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, di una balena bianca raccontata da lei stessa. Luis Sepulveda, cileno, uno dei più grandi scrittori dell’ultimo millennio, scriveva di creature del mondo animale per spiegare l’esistenza agli uomini. Sognava di mettere in relazione buoni e cattivi, elementi di natura diversi fra loro, vicini uno all’altro. Perché questi si conoscessero, annusassero, rispettassero i loro diversi punti di vista, ma alla fine idealmente si stringessero la “zampa”.

Il tratto delle sue favole si ispiravano a Fedro, scrittore romano vissuto duemila anni fa. Anche lui, a dispetto degli uomini, uguali fra loro, cui basta una sfumatura di colore spalmata sulla pelle, per dichiarare guerra, scavava nell’animo umano per trovare quanto di buono c’è in ognuno di noi. Sepulveda, purtroppo, non c’è più, stroncato dal coronavirus che anche ieri, e lo farà anche oggi, miete vittime senza distinzione e latitudini. Il Covid-19 può colpire chiunque, buoni e cattivi. Stavolta il virus ha colpito il bersaglio grosso, ha abbattuto il buono, una bandiera che avrebbe potuto svettare per tanto ancora. Per far rispettare quanti sono indeboliti dall’arroganza del potere; a favore delle minoranze etniche, proprio perché “minori” più facili da attaccare e abbattere.

Sepulveda lo piange il mondo che si batteva per l’uguaglianza, il diritto di opinione, la democrazia. Anche buona parte del mondo della cultura rimpiange la sua scomparsa. Libri come i suoi li scrive un grande autore su mille, se tutto va bene. Ci resterà la profondità delle sue opere, l’onesta intellettuale e una infinità di titoli e storie immense, da “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” a “Incontro d’amore in un paese in guerra”, proseguendo con “Un nome da torero”.

GIANNI MINA’, IL RICORDO

«Ho voluto bene all’uomo – dice Gianni Minà, grande giornalista e profondo conoscitore del Sud America, vissuto a lungo –  ma non posso fare a meno di piangere l’intellettuale che aveva partecipato alle lotte per il riscatto dell’America Latina con il coraggio e la forza che hanno solo i visionari, i romantici, i pazzi; Lucho le battaglie non le aveva scansate, ma le aveva affrontate per davvero; era un prototipo di scrittore e guerrigliero, sempre coerente». Prosegue, Minà, autore e conduttore di fortunati programmi televisivi. «Ero stato con lui a casa sua e della sua adorata moglie, la poetessa Carmen Yanez, per due compleanni nei quali aveva riunito i suoi numerosi figli e i suoi amici sparsi in tutto il mondo. Sono state giornate indimenticabili. Mi sento più solo, ma ho l’ingenua certezza che adesso lui è ritornato a fare la guardia del corpo al suo amato presidente Allende. Ciao Lucho, mi mancherai, sapendo con certezza che mi è impossibile ogni lenimento».

Sepulveda aveva settant’anni anni. Era stato ricoverato a fine febbraio ad Oviedo, a causa di una polmonite associata al nuovo coronavirus. Sepulveda è stato il primo paziente illustre a essere risultato positivo al Covid-19. Le condizioni di salute dell’autore di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” e de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” si erano aggravate nelle ultime settimane, non rispondendo in modo positivo ad antibiotici e trattamenti e avendo sommato alla polmonite anche altre patologie e problemi a diversi organi vitali.

GUERRIERO SOGNATORE

Guerrigliero, ecologista, esule politico, reporter, viaggiatore vicino ai popoli nelle zone più remote del pianeta. La difesa della libertà e dell’ambiente, due temi centrali nella sua vita, fulcro della sua scrittura, profondamente umana e carica di speranza. A soli 20 anni pubblica il suo primo libro di racconti “Crònicas de Pedro Nadie” (Premio Casa de las Americas). Consegue il diploma di regista teatrale, allestisce spettacoli, scrive racconti, fa il giornalista radiofonico e dirige una cooperativa agricola. Dopo l’adesione al Partito socialista entra nella guardia personale del presidente Salvador Allende e prosegue lo studio approfondito dei maggiori pensatori di sinistra. In seguito al colpo di stato del generale Augusto Pinochet nel 1973, Sepulveda viene arrestato due volte e in carcere, per due anni e mezzo, subisce torture. Per sette mesi è prigioniero in uno stanzino che non gli consente neppure di alzarsi in piedi.

Una lunga campagna di Amnesty International ne ottiene la liberazione, ma a prezzo dell’esilio per otto anni. Scappa in Brasile, in Paraguay, in Ecuador dove riprende la sua attività di drammaturgo e allaccia una collaborazione con l’Unesco per studiare l’impatto dell’Occidente sulla popolazione indios Shuar. Esperienza di vita con i nativi in Amazzonia che genera “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, tradotto in 35 lingue e adattato per il grande schermo vent’anni fa.

PUGLIA, UNDICI DECESSI

E a proposito di coronavirus, altra panoramica sul Covid-19 nelle nostre province. Mentre mantiene stabile il numero dei contagi da coronavirus in Puglia (ieri su 1.640 tamponi, positive 74 persone), resta ancora alto il numero di decessi, undici quelli registrati: due in provincia di Bari, quattro in provincia di Foggia, uno in provincia di Taranto, uno in provincia Bat, tre in provincia di Brindisi. Lo ha comunicato il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.

Il numero dei decessi in Puglia sale a 299, mentre i pazienti guariti sono 334, quelli in isolamento domiciliare 1.355. Le persone contagiate dal coronavirus ricoverate in ospedale sono 661. Dei 74 nuovi casi, 24 sono stati rilevati in provincia di Foggia, 16 nel Barese e 15 nella Bat. Infine, su 36.158 tamponi eseguiti dall’inizio dell’emergenza, i casi positivi sono 3.258, meno del 10%. Insomma, leggera flessione nei contagi, ma guardia sempre altra per debellare il coronavirus.

«Cosa possiamo fare?»

Jibril, etiope, trentasette anni, l’impegno contro il coronavirus

«Ho telefonato alla Croce Rossa italiana: quale può essere il nostro contributo nella lotta al Covid-19? Una spesa solidale, mi hanno risposto. Con i miei connazionali ho riempito carrelli con generi alimentari e prodotti per l’infanzia. La mia fuga dalla guerra, l’arrivo in Italia, l’ospitalità e un lavoro da magazziniere. Sposato, ho tre figli, amo questo Paese»

Cinque carrelli pieni di beni alimentari e prodotti per l’infanzia. Al di là del peso reale della “spesa” per quanti ne hanno bisogno, è il gesto che colpisce. «Abbiamo un debito con l’Italia, non vogliamo saldarlo con le azioni di volontariato che io e i mei connazionali stiamo svolgendo in tutta Italia a causa del coronavirus, intanto perché sentiamo l’obbligo di aiutare il prossimo che ha bisogno di assistenza; faremo altro ancora, di sicuro questo è uno dei contributi che sentiamo di fare con il cuore».

Jibril, etiope, trentasette anni, in Italia da una quindicina di anni, è uno dei maggiori promotori nel sostenere, con tanto di mascherina, qualsiasi iniziativa si tenga in tutta Italia. Potenza dei social, intanto, se tiene continui contatti con i suoi connazionali diventati nel tempo italiani a tutti gli effetti. E, allora, Jibril, racconta il suo arrivo in Italia, anche per lui uno sbarco. Come per molti dei nostri ragazzi, fra operatori e ospiti del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”.

«Sono arrivato su un barcone quindici anni da – lo ricordo bene, chi può dimenticarlo… – anche io, come tanti miei connazionali e tanti altri fratelli africani, ho messo le gambe in spalla e sono fuggito: sono scappato dalla guerra; l’Italia è sulle ginocchia, ma si sta riprendendo: questo Paese non merita quello che le sta accadendo, e non lo dico per compiacere i miei amici italiani negli anni diventati davvero tanti».

CINQUE CARRELLI…

Jibril ha consegnato alla Croce Rossa la “sua” spesa solidale. Una colletta fra connazionali, consegnata con tanto di mascherina agli addetti alla raccolta di beni di consumo da consegnare ad anziani, famiglie in difficoltà.

Ancora a proposito di quel viaggio per l’Italia. «Quando mi trovato in mezzo al Mediterraneo, dopo aver attraversato il Sudan e la Libia, abbiamo avvistato una imbarcazione con a bordo personale della  Croce Rossa italiana; è grazie a loro che il mio viaggio di speranza ha cominciato a prendere una piega fortunosa: così, a me e i miei compagni di viaggio, ci hanno accompagnato a Lampedusa. Da lì in poi, ognuno ha scelto la sua destinazione». Sicilia, Calabria, Puglia e, ancora, Roma e Milano, per quanti avevano scelto destinazioni italiane. Jibril, ha compiuto un percorso importante, si è guadagnato fiducia e lavoro, tanto da aver messo su famiglia. «Adesso lavoro come magazziniere – racconta il trentasettenne etiope – sono sposato e ho tre figli: dobbiamo tutto all’Italia». Non facciamo populismo, ma anche l’Italia deve molto a Jabril e quanti, come lui, hanno amato a prima vista l’Italia e hanno deciso di mettere le proprie radici in questo Paese.

E così la sua comunità in questi giorni di emergenza Coronavirus ha chiamato la Croce Rossa per chiedere cosa potesse fare lui, insieme con connazionali e fratelli africani, per manifestare una sentita vicinanza a quanti si stessero dibattendo nella paura da Covid-19. E, allora, ecco la “spesa solidale”. Cinque carrelli di beni alimentari a lunga scadenza e prodotti per l’infanzia. Non solo un gesto simbolico ma un’azione concreta di solidarietà, per restituire intanto la gratitudine di una comunità allargata verso la “sua” Croce Rossa, che tanto ha fatto per lui, per loro e quanti come loro sono diventati italiani “a tempo pieno”.

SOLIDARIETA’ INFINITA

«In questi giorni, siamo in prima linea tanto sul piano sanitario quanto su quello sociale per garantire a tutti il diritto alla salute, alla cura, alla dignità», ha spiegato Luigi Maraghini Garrone, Presidente della Croce Rossa di Milano. «La solidarietà della comunità etiope, in particolare, ci commuove e ci incoraggia a compiere ogni giorno un passo in più; per fare ciò, abbiamo attivato misure eccezionali per rispondere prontamente ai bisogni della gente e garantire la tutela di operatori e delle persone che soccorriamo; stiamo affrontando un momento di forte stress operativo e ogni contributo è, dunque, fondamentale a sostegno del nostro impegno». La città con la maggiore concentrazione di etiopi in Italia è Roma (2.368), seguono Milano (598) e Parma (343).

Ancora a proposito di Etiopia, il Primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, ha dichiarato lo stato di emergenza come misura per contenere la pandemia di Covid-19 nel Paese. Il provvedimento è stato reso noto dall’ufficio del premier . «Considerando la gravità del Covid-19,  il Governo dell’Etiopia ha messo in atto uno stato di emergenza», ha dichiarato l’ufficio di Ahmed. Nelle scorse settimane il Primo ministro aveva annunciato la chiusura di tutti i confini dell’Etiopia, mentre alle forze di difesa nazionali è stato ordinato di bloccare il movimento delle persone lungo tutti i confini, ad eccezione che per i beni essenziali in arrivo nel Paese. E’ bene ricordare che ad Abiy Ahmed Ali, promotore dello storico accordo di pace con l’Eritrea, lo scorso anno è stato meritatamente assegnato il Nobel per la pace.

«Riti virtuali…»

Settimana santa, il rito della “lavanda” un anno fa

Appena un anno fa l’invito ai nostri ragazzi. L’entusiasmo di Samuel, le parole di dom Antonio Perrella dell’Ordine Monastico ecumenico Cristiana fraternitas. Venerdì 10 aprile lo stesso abate tratterà su facebook il tema “Tutti sotto la stessa croce”. «L’impegno di Costruiamo Insieme, che fa sentire i ragazzi venuti dall’Africa meno ospiti e più italiani…».

A poco più di una settimana dalla Santa Pasqua, ci viene in mente lo scorso anno. Samuel, trentadue anni, nigeriano, fede cristiana, accetta la partecipazione ad uno dei riti che precedono la Settimana Santa. I Sacri riti, a Taranto, hanno un peso specifico che nessun’altra città italiana possiede. In Europa condivide il primato con la sola Siviglia. Anche lì dal Giovedì santo in poi, la città si ferma in una accorata preghiera. C’è chi studia, lavora, risiede all’estero, al Nord, in altri comuni italiani. E fa di tutto per stare in quei giorni nella sua Taranto.

Quest’anno, come risaputo, per una volta, i rituali che anticipano, vivono e posticipano la Settimana santa, saranno virtuali. Mai accaduto che questi, i Sacri riti, si svolgessero mediante i social, attraverso internet, i canali televisivi, ma senza fedeli. Sua santità, papa Francesco, già la scorsa settimana aveva impartito “Urbi et orbi” una speciale benedizione, in una piazza San Pietro completamente vuota. Una pioggia sottile, aveva bagnato le parole del Santo padre che si era rivolto non solo alla comunità cattolica, ma a tutti i fedeli, di tutte le religioni per pregare affinché fosse scongiurato il pericolo del Covid-19, il coronavirus che ha seminato vittime e segregato in casa milioni di persone.

Un anno fa, Samuel, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine di piazza Giovanni XXIII di Taranto, ospite dei nostri studi per rilasciare un’intervista proprio sui Riti della Settimana santa a Taranto, ci mette in contatto con dom Antonio Perrella, abate dell’Ordine monastico ecumenico Cristiana fraternitas. Ci accoglierà nella Chiesa anglicana a Taranto che ha sede alle porte della città, a pochi passi dall’ex ospedale “Testa”, in contrada Rondinella. «Vorrebbe officiare la lavanda dei piedi – spiega don Marco – e vorrebbe invitare uno dei nostri fratelli neri, ospiti di un Centro di accoglienza, sareste disposti ad accettare l’invito?».

«I DIVERSI SIAMO NOI!»

«Volentieri – accetta Samuel, il giorno dopo – mi sento lusingato di prendere parte al rito della Lavanda dei piedi, come nostro Signore fece il Giovedì santo con i suoi dodici apostoli prima di essere arrestato dai soldati su indicazione dei sommi sacerdoti: sono cristiano e prego sempre, almeno una volta al giorno». Conosce il Vangelo, Samuel, la sua partecipazione al rito cristiano sarà totale. Frate Antonio fa giungere all’oggi trentaduenne nigeriano, il motivo dell’invito. «Samuel, i diversi siamo noi – spiega l’abate – che, purtroppo, ancora oggi abbiamo stupidi pregiudizi, quando invece ragazzi come te, si stanno integrando nella nostra società con grande impegno, grazie anche all’ausilio di cooperative che, come Costruiamo Insieme, fanno accoglienza in modo professionale, così da far sentire i ragazzi venuti dall’Africa meno ospiti e più italiani…».

Samuel prima di sfilarsi una scarpa e un calzino, per sottoporsi al rito della lavanda, racconta brevemente la sua storia. «Sono venuto via dalla mia Nigeria e dai miei affetti più cari – racconta – in seguito a contrasti familiari diventati sempre più feroci: in un terreno di proprietà della mia famiglia, avevamo trovato del petrolio; al solo sentire il profumo di quella che sarebbe diventata una fortuna per noi, ecco che arrivarono nostri parenti: pretesero prima una fetta di quel terreno, poi tutto per intero, con atti di forza e violenza; in Nigeria, purtroppo, funziona così…».

In Nigeria ha lasciato papà, tre fratelli e due sorelle. La mamma non c’è più. «Furono loro – ricorda Samuel con un velo di tristezza – a dirmi di fuggire: meglio sapermi lontano e vivo, che non vicino ma non più in vita; scappai, mi imbarcai; era il 30 aprile di tre anni fa: un viaggio breve, una imbarcazione di fortuna, a bordo con una trentina di ragazzi: in mare alle quattro del mattino, poche ore un peschereccio ci avvista e ci segnala a una nave che ci carica a bordo per lasciarci in Sicilia: dopo quattro giorni, a Taranto, dove spero di restarci a vita, a meno che qualcuno non mi offra un corso e un lavoro da elettrauto, da operaio di infissi, imbianchino, qualsiasi cosa, in un’altra città».

«SENTITE SAMUEL…»

Frate Antonio prende la parola. «Avete sentito Samuel – spiega ai fedeli riuniti in preghiera – un ragazzo educato, di sani principi e una grande voglia di trovare una sistemazione in Italia, un Paese ospitale, che sa accogliere a braccia aperte chiunque invochi aiuto: ci attiveremo tutti insieme per trovare un lavoro, seppure saltuario, a un giovane che sentiamo già parte della comunità».

Samuel che lo scorso anno ancora non parlava perfettamente l’italiano, ma nel frattempo ha compiuto passi da gigante, ringrazia. Viene invitato a leggere un passo di una lettura. Vorrebbe declinare l’invito, ma affianca lo stesso frate Antonio che gli fa da suggeritore quando occorre. Il ragazzo nigeriano va avanti speditamente, raccoglie i sorrisi e i complimenti di tutti. Poi la funzione religiosa, la lavanda dei piedi. Dom Antonio, presiede la celebrazione capitolare ecumenica in occasione della Pasqua con il segno della lavanda dei piedi. Samuel, uno dei fratelli al quale l’abate, lava e bacia i piedi. «Samuel è uno dei nostri fratelli – conclude l’abate – è entrato di diritto nel Monastero ecumenico, sarà nostro gradito ospite tutte le volte che vorrà per pregare il Signore, anche in compagnia dei fratelli che condividono con lui il dolore della fuga e la gioia di avere trovato un Centro di accoglienza e una comunità cristiana aperta a chiunque voglia fare una esperienza di spiritualità inclusiva».

Intanto, quest’anno in occasione del Venerdì Santo, ci fa sapere dom Antonio Perrella, il prossimo 10 aprile alle 20.30 in diretta dalla pagina facebook (Christiana Fraternitas Comunità d’ispirazione monastica benedettina) lo stesso abate tratterà il tema “Tutti sotto la stessa croce”, Percorso meditativo sulla Passione di Cristo.

 

«Nostalgia canaglia»

Artigiano, un titolo di studio, Mbaye si racconta

«Fa brutti scherzi. Mio padre è rimasto a casa, io una volta in viaggio non mi sono più voltato. Sei mesi a piedi, poi un imbarco, finalmente l’Italia. Non ho corso pericoli, l’ho scampata bella»

«Mi sento artigiano a tempo pieno, ogni volta che mi viene richiesta dimostro la mia professionalità, nella speranza di trovare un impegno più costante». Mbaye, ventisette anni, arrivato in Italia poco più di due anni fa, ha le idee chiare sul suo futuro. «Ammesso che me lo facciano fare – dice sorridendo – perché, alla fine non sono così rigido: l’importante è trovare un buon lavoro; certo, il mio titolo di studio – diploma da artigiano – aiuterebbe, ma sono nelle mani di chiunque voglia darmi un’occasione».

Giunge dal Senegal, Mbaye, fede musulmana, un francese impeccabile, un italiano in via di perfezionamento. Racconta del suo viaggio, che non è stato proprio poi tutto questo incubo come quello raccontato da suoi connazionali o “fratelli” provenienti da altri Paesi africani. «Certo, anche io ho vissuto alla giornata, ma per fortuna non sono passato dalle mani di gente senza scrupoli». Il riferimento è a milizie e asma boys, giovani criminali che, secondo qualcuno, godono di una certa protezione. «Fanno il lavoro sporco al posto di altri – spiega Mbaye – tutti elementi poco raccomandabili, non hanno molte idee che gli frullano per la testa: tutto passa attraverso un modo di operare violento, di solito manifestato con un’arma puntata contro la faccia o un colpo rifilato ovunque capiti con il calcio di un fucile; non si accontentano degli spiccioli, vogliono soldi, tanti, altrimenti sono guai: io sono passato indenne da queste torture, ma molti amici e conoscenti con cui ho parlato, mi hanno raccontato cose da pazzi…».

PERICOLO SCAMPATO

Mbaye, pericolo scampato. «Parto dal mio Senegal: mio padre superati i settant’anni, aveva anticipato a me e al resto della famiglia, che lui sarebbe rimasto volentieri a casa; non gli andava di mettersi in viaggio per cercare un posto dove stare meglio; fosse venuto via, secondo me, avrebbe corso il rischio di rimetterci la pelle: la nostalgia fa brutti scherzi; anche io ne soffro, ma quando ho salutato lui, mamma e il resto della famiglia, me ne sono subito fatto una ragione: fossi venuto via, almeno per qualche anno, non mi sarei guardato indietro, proprio per non avere la tentazione di tornare sui miei passi; potevo ritenermi fortunato per come fosse andato il passaggio obbligato dal mio Senegal alla Libia, prima dell’imbarco per l’Italia».

E’ sincero il ventisettenne senegalese, non fa giri di parole quando confessa viaggio e ambizioni. «Non avevo una meta precisa, diciamo che non pensavo a fermarmi in Italia: nella testa avevo, comunque, l’Europa, il suo Nord, Francia, Germania, Inghilterra, non so; una volta attraversato il Mediterraneo mi sarei fermato dove avrei trovato il clima più ospitale, la possibilità di lavorare».

Il motivo che ha spinto Mabaye a lasciare il suo Paese. «Un diverbio più acceso con il mio capo, lui che organizzava il mio lavoro e quello degli altri; le ore di lavoro si moltiplicavano, i soldi diminuivano: chiedere il motivo di tutto questo e il perché ci facessero spezzare la schiena per pochi denari, non era bene accetto; non abbiamo chi tutela salute e posto di lavoro, non esiste democrazia in queste cose, vale la legge del più forte: “Mbaye, da domani trovati un altro lavoro, qui non ci servi più!”. Non abbiamo i sindacati, così dovetti raccogliere le mie cose e andare via e comunicare alla mia famiglia l’allontanamento dal posto in cui sgobbavo».

«TOGLI IL DISTURBO…»

Nonostante un titolo di studio, non c’era altra strada. «Quando manchi di rispetto a un capo, non ti resta che fartene una ragione: sei fuori dal mercato del lavoro, almeno nella tua città non ti prende più nessuno, è come se avessi una malattia contagiosa…Il mio diploma di artigiano serviva a ben poco, mi toccava andare a fabbricare sedie e tavolini, fare riparazione altrove, lì non c’era più spazio per me…».

«Tanto valeva andarsene dal Senegal – riprende Mbaye – quella non era più vita, vero che il mio Paese andava riprendendosi dalla crisi economica, ma i benefici il popolo proprio non li avvertiva, per noi il benessere restava sulla carta, ancora un miraggio; salutati i miei cari, gambe in spalle cominciai a camminare senza mai voltarmi, il mio obiettivo era la Libia, dove mi sarei imbarcato per l’Europa: mi fermavo in qualche villaggio, mi offrivo per fare lavoretti, aggiustare sedie, tavoli, armadi, divanetti, per un piatto di pasta e qualche spicciolo; poi riprendevo il viaggio, a piedi: un giorno eravamo una decina, disposti in fila indiana, uno dietro l’altro, un altro giorno una ventina; cambiavano i compagni di viaggio, ma l’obiettivo restava l’imbarco…».

Nessun contrattempo in un viaggio durato sei mesi, scongiurato il pericolo di milizie e ragazzi terribili. «Ci imbarcammo in più di novanta, un gommone piccolo, stavamo tutti raccolti in pochi metri, l’unica cosa che ci dava coraggio era la possibilità che avremmo incontrato qualche nave che ci avrebbe raccolti e accompagnati sulla terraferma, possibilmente non daccapo in Libia; in lontananza vedemmo una nave militare italiana, ci sbracciammo, ci avvistarono e vennero incontro: ci offrirono vestiti puliti e cibo, io che non vedevo il pane da giorni, fu il pranzo più bello della mia vita; arrivammo in Sicilia, io fui indirizzato a Taranto, Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, da quel momento per me cominciò tutta un’altra vita, in meglio naturalmente».