«Beirut, un disastro»

Una storia, due testimoni

«E’ tornata la guerra», ha pensato Ismail, libanese in Italia con la famiglia.  «Dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di grave», dice Roberto, militare pugliese. «A casa mia stanno tutti bene, purtroppo un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: era rimasto al porto per fare straordinario», aggiunge il primo. «Soccorsi tempestivi, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil», racconta l’italiano.

Oltre 140 morti, più di 5.000 feriti, 300mila circa gli sfollati, centinaia i dispersi. Sono i numeri preoccupanti che vedono il Libano lottare contro macerie e disperazione. La paura è un bagaglio a mano. «Niente da fare, quando qualcuno ti dice che nel tuo Paese c’è stata una forte esplosione, il primo pensiero corre a un attentato, che poi è l’anticipazione di una nuova guerra». La tragedia di Beirut, dove due esplosioni hanno demolito la capitale del Libano, uccidendo centinaia di persone e ferendone migliaia, come si diceva, viaggia come sempre sul filo della paura.

«E’ tornata la guerra – il primo pensiero di Ismail, cittadino libanese, in Italia insieme con la famiglia – non se ne esce più: è il nostro destino, ovunque andiamo, ci portiamo questo scomodo bagaglio che non molliamo un istante, personalmente da quando ero piccolo: la paura».

In Libano, familiari e amici. «E’ stato un parente ad inviarmi un video con le due esplosioni – racconta – immagini impressionanti, la prima sensazione che avverti è di una città letteralmente rasa al suolo e che nessuno si sia salvato: poi preghi, speri, che i danni siano contenuti; le immagini raccontano di qualcosa che non esiste più, i bollettini rispetto a quanto vedi sarebbero più incoraggianti: si parla di decine di morti e centinaia di feriti; purtroppo non è così, le note che sentiamo e le immagini che osserviamo successivamente nei notiziari italiani e stranieri che intercettiamo qui in Italia, diventano impietosi con il passare delle ore: i morti sono diventati centinaia, i feriti migliaia, incalcolabile il numero dei dispersi, almeno trecentomila gli sfollati».

ATTENTATO O DISGRAZIA…

L’asticella di sangue si alza. E non è ancora dato sapere se si sia trattato di un attentato o una disgrazia dovuta alla negligenza di chi ha sottovalutato l’enorme pericolo rappresentato da 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio sequestrate anni fa e stipate “temporaneamente” negli hangar del porto. Come convivere con una bomba ad orologeria.

«In tutto quel caos, con le notizie che si inseguono per ore – riprende il racconto drammatico del quarantenne libanese – mi è giunta una foto di casa mia, distante dal porto diversi chilometri: l’onda d’urto non l’ha risparmiata, sono andati in frantumi i vetri delle finestre, ma l’appartamento fortunatamente non ha subito altri danni».

Una notizia buona, una cattiva, che gonfia il cuore di dolore. «Un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: lavorava nel porto di Beirut, cuore del disastro, per un fatale  scherzo del destino non è più con noi: l’orario di lavoro prevede l’uscita alle cinque, dunque insieme – come tutti i giorni – avrebbero avuto il tempo necessario per allontanarsi e raggiungere casa; sullo sfortunato collega di mio fratello, causa uno straordinario, si è abbattuta la sciagura: hanno rinvenuto il cadavere del poveretto fra le macerie!».

Il Libano è già assalito da una grave crisi economico-sociale a causa di una storia fatta di massacri. «Non si hanno notizie certe – riflette Ismail – ma ho una paura tremenda, che sotto non ci sia stata solo una grave leggerezza nel sottovalutare il pericolo delle centinaia di tonnellate di nitrato d’ammonio, ma un attentato».

Ismail dà l’interpretazione che hanno dato tutti, subito. Come fosse Hiroshima. «Quando ho visto le prime immagini ho pensato a una bomba atomica, l’esplosione di un “fungo”: mai vista una cosa simile prima di quel momento. Nato quarant’anni fa – aggiunge – guerre ne ho già viste, purtroppo: la mia preoccupazione e il mio pensiero vanno al mio Paese, che vive una crisi economica: dove troveranno i soldi per garantire la ripresa? Dove sono gli ospedali e i presìdi sanitari per garantire alle decine di migliaia di feriti un’assistenza? Tutto in frantumi, in pochi istanti!».

SOCCORSI ITALIANI TEMPESTIVI

«Un boato fortissimo, difficile da spiegare, il resto è accaduto in fretta; subito dopo l’esplosione, c’è stato un attimo si smarrimento perché l’evento era del tutto imprevisto, fortunatamente stiamo tutti bene: purtroppo non si può dire lo stesso di migliaia di persone, fra morti e feriti». E’ la dichiarazione a caldo di Roberto, militare pugliese, familiari a Bitonto. Pare abbia riportato ferite lievi. Un braccio fasciato, racconta. «Qualche istante dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di preoccupante; quanto preoccupa, invece, è la situazione della popolazione libanese; noi, in qualche modo, l’abbiamo vissuta, ma siamo stati davvero fortunati, mentre tante altre persone non ce l’hanno fatta».

Era una normale giornata di lavoro, Roberto, caporalmaggiore, e i colleghi operavano nella massima serenità. «Purtroppo è arrivata questa esplosione, inaspettata e improvvisa – riprende – siamo stati fortunati, ma siamo stati anche bravi nel restare uniti e lucidi nell’affrontare l’accaduto». Nessuno si aspettava che dopo quella cortina di fumo,  sarebbero seguite due forti esplosioni che avrebbero raso al suolo la città.

«Soccorsi tempestivi, rispetto all’impraticabilità delle strade, poi, da italiano, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil che prestava soccorso alle vittime e assistere all’alba una volta rientrati alla base, momento che ha segnato l’inizio di un nuovo giorno». Con la speranza che sia anche l’alba di una rinascita.

«Un porto sicuro»

Berenice, dominicana, l’Italia e un’attività e quindici dipendenti

Vince un premio come imprenditrice, rileva un negozio, riparte da zero. «Utili i consigli di mio marito, che mi ha detto di non abbattermi al primo contrattempo. Un’ordinanza, chiusura, ricorso e una prima vittoria. Poi il supermercato che riparte con successo e i miei ragazzi che si tengono stretto il posto di lavoro, come se avessero ormeggiato in un rifugio amico…»

«Bello il mio supermercato, il panificio: guardo il frutto del mio lavoro, gente che lavora con entusiasmo e penso da dove sono partita e la strada che ho compiuto, con l’aiuto di mio marito e quanti, oggi, collaborano alla crescita della mia piccola, operosa impresa», dice Berenice.. Giorni, settimane, mesi di incertezze, paure, fatiche. Fuggito da un Paese diventato inospitale, dalla fame, da una dittatura, da una guerra civile. Arrivi qui. E, una volta in Italia, invece di restare ai margini della società, ecco ribaltato il pensiero comune sui migranti. Una volta entrato nel tessuto sociale del nuovo Paese, ecco un primo successo. Non solo fai bene il tuo, ma lo migliori, crei perfino posti di lavoro. E’ la storia di Berenice, una ragazza arrivata in Italia una decina di anni fa, premiata con uno di quei riconoscimenti che pongono in vetrina quanti danno un contributo concreto alla crescita dell’Italia: il “MoneyGram Awards Italia”.

Berenice ha un grappolo di nomi. Per noi, in qualche modo quello italiano o italianizzato che sia, va più che bene. Nonostante il mito della regina, affascinante e con una chioma mitica, peschi nell’antico Egitto. Bene, Berenice, premesse più o meno leggere a parte, ci affascina per la sua storia. Una di quelle che tanto ci piacerebbe sbandierare a quanti dicono che gli stranieri, gli extracomunitari in particolare, alla ricerca di un lavoro, comunque una qualsiasi attività lecita rendersi utili a un Paese ospitale come il nostro, vengono in Italia solo per “sistemarsi”.

GRANDE IMPRESA…

Berenice, dominicana, tre anni fa ha vinto un premio, un riconoscimento riservato a quanti, non solo italiani, hanno saputo fare impresa. «Sono emozionata – aveva risposto nell’occasione – questo è un Paese che dà ospitalità ed è molto attento alle dinamiche del lavoro e, in questo caso, alle imprese». Non solo viene premiata, ma le assegnano il “riconoscimento dei riconoscimenti”. «Una soddisfazione doppia – racconta – per la quale mi sono anche scusata: non volevo essere così invadente, dare l’impressione a qualcuno che non solo avevo fatto il possibile per diventare imprenditrice, ma che avevo pure rastrellato un premio dietro l’altro, forse a discapito di colleghe che lo meritavano quanto me…».

Ecco, il premio, alla ragazza dominicana che ha creato una impresa e che dà lavoro a una quindicina di persone, non solo straniere, ma anche italiane e che, lasciatevi servire, le sono riconoscenti. Specie di questi tempi, quando la giovane donna di colore ha dovuto lottare contro un virus, il Covid, che ha messo in ginocchio un intero sistema economico. Il peggio sembra essere passato. Con le sue dichiarazioni proviamo a ripercorrere le tappe che l’hanno spinta in copertina.

«Arrivata in Italia nel 2012 – racconta – dalla Repubblica Dominicana, Paese nei Caraibi, avevo nel cuore una speranza: realizzare un piccolo sogno, un’attività tutta mia con la quale dare lavoro a un sacco di gente; non volevo creare una seconda fabbrica automobilistica, sia chiaro, ma sicuramente qualcosa che mi desse soddisfazione, possibilmente realizzando un progetto partendo dal niente, come lanciare un seme di una di quelle piantagioni che, poi, rappresentano uno dei sostegni del mio Paese, l’agricoltura».

L’importanza di avere un marito che in lei ripone massima fiducia. «Gli ho spiegato quali fossero le mie intenzioni – racconta – non c’è stato bisogno di raccontargli daccapo un progetto nel quale credevo fortemente: l’unica cosa che mi ha fatto capire, senza tanti giri di parole: se avevo fatto una scelta sarei dovuta andare avanti fino in fondo, a costo di incassare qualche delusione».

Comincia il suo lavoro, apre un’attività. «Con l’aiuto di mio marito ho rilevato un supermercato, insieme al quale c’era un panifico. La gente – ho subito pensato – troverà ogni risorsa alimentare, dal pane al latte, proseguendo con qualsiasi altra cosa per la casa; ero in pieno sogno, sulla carta le cose cominciavano ad andare bene, quando arriva la prima doccia gelata…».

ORDINANZA E “DOCCIA FREDDA”

Uno di quegli imprevisti dei quali le aveva fatto cenno suo marito. La “doccia gelata” è una carta bollata, un’ordinanza di chiusura. «Non per causa mia – puntualizza Berenice – alcuni lavori di cui necessitava il locale non erano stati completati dai titolari da cui avevo rilevato l’attività; non mi restava che seguire il consiglio di mio marito, mostrare i muscoli, non abbattermi al primo imprevisto, anche perché avevo ragione da vendere: faccio ricorso, la giustizia arriva in modo sollecito, in ballo un’attività e posti di lavoro. Viene impugnata l’ordinanza, mi assumo l’impegno di occuparmi dei lavori di cui supermercato e panifico avevano bisogno, e finalmente riapro».

Grande soddisfazione. «Una prima grande vittoria – spiega Berenice – intanto la legge italiana che ha riconosciuto la perfetta estraneità per quanto riguarda i lavori non completati, poi l’aver restituito serenità ai primi dipendenti che col passare del tempo sono diventati una quindicina; oggi guardo con soddisfazione il mio piccolo capolavoro, un’impresa nella quale ho fermamente creduto con l’aiuto di mio marito e con uno staff di collaboratori straordinari».

Sono riconoscenti, i ragazzi. «Molto – conclude – mi hanno emozionata con il loro affetto: mi hanno detto, inoltre, che oggi un posto di lavoro è bene tenerselo stretto e perché questo diventi il sostegno per una famiglia e, dunque un porto sicuro, bisogna metterci non solo il massimo dell’impegno, ma anche più…».

«Togliti dalle scatole!»

Jamir, mulatto, scacciato mentre soccorreva una donna

Episodio di intolleranza. Ma scatta la solidarietà dell’intera città per il quindicenne attivatosi per prestare le prime cure alla malcapitata. Interviene la mamma sui social, il sindaco convoca il ragazzo in Comune. «Voglio stringergli la mano, se l’uomo ineducato non gli chiederà scusa, lo farò io stesso, anche a nome dei miei concittadini».

«Ma togliti dalle scatole e torna al tuo Paese!». Questo esercizio di stile è di un italiano, piccolo piccolo, una delle voci fuori dal coro, visto che la maggior parte dei nostri connazionali la pensa in altro modo. Anzi, quando può manifesta pure con tanto di striscioni sui quali scrivono «L’unica razza che conosco è quella umana». Jamir, quindici anni, quel senso di umano ce l’ha nel dna. E non perché è mulatto, ma perché mamma Katia, oltre ad avergli ripetuto dall’età di tre anni in poi che per lui – con un colore di pelle non simile a quello nostro, dove sarà poi tutta questa fortuna nel nascere bianchi, piuttosto che di un altro colore, mistero…  –  la strada sarebbe stata in salita, gli ha insegnato ad amare il prossimo, ad avere rispetto e ad essere tollerante, anche con quanti spesso lo hanno attaccato senza mai un motivo apparente.

Ma torniamo all’episodio che ha visto per protagonista il nostro Jamir. Non vogliamo nemmeno dire di che città o cittadina si tratta, non sarebbe giusto nei confronti della comunità che ha manifestato al nostro massima solidarietà, e del sindaco del piccolo centro cittadino, che lo ha invitato in Comune per stringergli la mano. Grazie, un gesto nobile.

I fatti. C’è una donna, dunque. Ha un giramento di testa, sta per cascare a terra, potrebbe battere rovinosamente il capo, riportare conseguenze gravi. Accasciarsi a peso morto può provocare danni seri. Jamir ha prontezza di spirito, si avvicina alla donna in difficoltà, la sostiene e l’accompagna in una posizione più comoda, distesa, in attesa che arrivino i primi soccorsi. Il giovanotto andrebbe ringraziato, invece, il solito idiota si fa riconoscere in un amen. «E levati, accidenti,  non vedi che non la lasci respirare? Anzi, fa’ una bella cosa, perché non te ne torni al tuo Paese?». Piccolo particolare, il Paese di Jamir è l’Italia, lui è un cittadino italiano. E anche se non lo fosse stato, invece di sperticarci in ringraziamenti per aver soccorso una donna in difficoltà, invece di stringergli la mano, gli indichiamo l’uscita? Ma qualcuno sarà anche un po’ matto. Per fortuna i matti sono sempre meno, anche se questi sono alla continua ricerca di un titolo, onorifico o sulla prima pagina di un giornale.

«VATTENE A CASA TUA!»

«Tornatene a casa!». Sono parole che ad un ragazzino di 15 anni fanno male. Italiano è italiano, ma ha la pelle mulatta, che sarà mai. Eppure non più tardi dell’altro giorno, Jamir si è sentito rivolgere questa frase mentre soccorreva una donna che si era appena sentita male.

E’ sera, sono quasi le otto. Davanti a un abr si è formato il solito capannello di gente. Una signora, di colpo, si è sentita male e il giovanotto che è a due passi da lei, in compagnia di un’amica. La blocca  al volo così da evitare alla donna di battere forte la testa sul marciapiedi. Jamir, mostra prontezza di spirito, invita qualcuno a chiamare i soccorsi, rincuora la donna, le dice che «è tutto sotto controllo!». Vero. «A scuola ho fatto un corso di primo intervento – spiegherà più tardi il quindicenne – mi sono  ricordato di quelle prime nozioni e mi sono dato da fare per aiutare la donna».

In tutta questa storia, interviene la mamma di Jamir. Si chiama Katia, manifesta il suo disappunto sui social. «Ha alzato le gambe alla malcapitata – spiega, dopo che il figliolo le ha spiegato l’episodio per filo e per segno – e quando la donna ha iniziato a riprendersi, le ha portato un bicchiere d’acqua». Ma della serie «non si può stare mai tranquilli» e «la mamma degli idioti è sempre incinta», come soleva ripetere Ennio Flaiano,  quando è arrivata l’ambulanza Jamir si è visto avvicinare da un uomo, un passante, che lo ha strattonato urlandogli a brutto muso di «togliersi di mezzo». «Sto solo provando a darle una mano», ha detto Jamir allo sconosciuto. E l’idiota. «Ma togliti dalle scatole – gli ha intimato ancora il passante – perché  non te ne torni al tuo Paese?».

Jamir, scosso, si allontana dalla donna che stava soccorrendo. «Frasi senza motivo – dice Katia, che non avrebbe mai voluto fare ricorso ai social per stigmatizzare l’episodio – che mio figlio non si sarebbe meritato nemmeno se fosse stato beccato a fare qualcosa di male, ma lui stava aiutando; anche la signora, quando si è sentita meglio, lo ha ringraziato».

«NON PERDONANO IL COLORE DELLA PELLE!»

La mamma di Jamir ha scritto un lungo post su Facebook, ha ricevuto centinaia di messaggi di solidarietà. «Mio figlio – ha scritto lasciando trasparire un certo sconforto – viene fermato per strada per essere controllato dalle Forze dell’ordine perché è mulatto», racconta la donna. «Dall’età di tre anni gli capitano episodi simili – prosegue – un giorno tornò a casa da scuola chiedendomi quale fosse, in realtà, la sua abitazione visto che qualcuno gli aveva detto di “tornare a casa sua”». «E sono anni che combatto per spiegargli che non c’è niente di diverso in lui e nella nostra famiglia». Non nasconde, Katia, che dal suo ragazzo si è spesso sentita chiedere: «Mamma perché non mi hai fatto bianco?». «Per una mamma – conclude la donna – è un colpo al cuore, come lo è spiegare al proprio figlio che dovrà fare attenzione doppia in tutto quello che fa; dovrà imparare a non rispondere, per non incappare in controlli: non voglio che Jamir si senta in difetto, soprattutto se, come in quest’ultimo caso, ha appena aiutato una persona in difficoltà».

Infine il sindaco. «Ho invitato Jamir in Comune nei prossimi giorni – dice il primo cittadino – voglio consegnargli un segno di ringraziamento per il gesto compiuto: è stato un comportamento da adolescente responsabile, e poi voglio porgergli le scuse a nome di tutta la città». Non dovesse chiedere scusa l’uomo che ha spinto il quindicenne mentre questi cercava di prestare aiuto alla donna malcapitata, ci penserà la città anche per lui. Parola di sindaco.

«La libertà in due bracciate»

Butterfly, ali da farfalla, racconta la sua storia olimpionica

Siriana, ventidue anni, lascia il suo Paese insieme con la sorella. Primo tentativo di fuga, infranto. Il secondo andrebbe meglio, se non fosse che il gommone fa acqua. Giù in mare, per tre ore trascina la “bagnarola” in salvo. Partecipa alla manifestazione dei “cinque cerchi”, la raggiunge il resto della famiglia.

«Eravamo in venti su un gommone, così piccolo che uno scricciolo come me, disteso per lungo, stava stretto, sacrificato: figurarsi tutti insieme; non potevamo farcela, ma la paura di essere intercettati e tornare in un porto turco come era già accaduto, ma anche in un altro Stato, ci mise le ali…». Per un attimo fermiamoci a questa porzione di racconto. Riprenderemo a breve, dalla stessa scena. Dalle stesse paure e dalle stesse emozioni.

Butterfly, ribattezzata così da connazionali e compagni di squadra, racconta la sua storia un po’ per volta. A lieto fine, anche questa. Le cerchiamo, le intercettiamo, ci documentiamo, queste storie finalmente belle. Ce le confermano colleghi cronisti, sportivi o di cronaca, esteri o qualcosa di simile, che queste avventure le hanno documentate. La ragazza di ventidue anni, fuggita dalla Siria, Asia occidentale, insieme con la sorella più grande Sarah, anche lei esperta nuotatrice, passa anche attraverso i nostri lidi.

«Il tempo di ammirarli in lontananza – dice – capisci che la terraferma è lì, che quella è la punta dell’Europa, arrivarci è il nostro sogno». Pensare che il solo mettere piede sul suolo europeo per poi proseguire il viaggio della speranza, oppure sbarcare in un’isola greca, per vedere come la vicenda può evolversi, sia un sogno, è qualcosa di impensabile.

E Butterfly, per via del suo modo di nuotare, simile a una farfalla, ammette che quello è già un sogno. «Disposta a cominciare, non ancora maggiorenne, da zero – sogna, appunto – per gettarmi alle spalle a generose bracciate una sofferenza che, ad essere buoni, dura da decenni: guerre continue per affermare potere e territori…».

Butterfly, un sogno. «Quello che una prima volta si infrange sul muso di una motovedetta turca, che ci intercetta e riconduce in porto: così il sogno si fa incubo! Io e Sarah non ci arrendiamo tanto facilmente, non vediamo altre strade per darci un futuro che sia lontano da colpi di arma da fuoco, stato d’allarme, lotte politiche in un Paese che ha continue emorragie».

BUTTERFLY, COME MADAMA…

Intanto, le due sorelle tornano indietro, sotto scorta. Non è finita. Come in tutte le gare, la ragazza cui hanno attribuito il nome della “Madama” di un’opera di Puccini, sa che dietro l’angolo c’è sempre una rivincita. Lo dice anche il suo tecnico, un allenatore che l’aiuterà ad alleggerirsi dei suoi pensieri e volare a pelo d’acqua.

«Prima dei salti di gioia – ricorda la ragazza siriana – la paura, tanta, per esempio il ritorno in Turchia, il Paese nel quale eravamo entrate io e Sarah, provando a fare da apripista ai nostri genitori e la terza sorellina, rimasta in patria con loro, passando per il Libano». Le intercettano, accidenti. «Quando vedi un’imbarcazione in lontananza – ricorda – comincia a batterti forte il cuore, un flash insegue l’altro: saranno amici o nemici, il pensiero alterno; non mi riconosco grande fortuna, tanto che quella motovedetta è turca: si accostano, ordinano senza mezze misure di seguirli; ci tengono d’occhio, sorridono fra loro, gli sguardi severi li riservano solo a noi che, eppure, al loro Paese non abbiamo dichiarato guerra. Ma è così che va il mondo: l’ho scoperto subito, a mie spese…».

Butterfly e Sarah, sorelle per la pelle, non si danno per vinte. «Dovevamo trovare un altro scafista – riprende – disposto a non chiederci cifre da capogiro e ad accompagnarci nella sponda di fronte, una delle isole del Mar Egeo, poi una volta lì avremmo trovato una seconda strada. Quello scafista che qualcuno ha contattato, in realtà non ha uno scafo veloce con il quale coprire quella distanza, da un porto all’altro: ha solo tanta buona volontà e incoscienza».

Quando arrivano nel porto alle prime luci dell’alba, quelle venti persone in fila e con bagaglio a mano, si imbattono in un canotto, più vicino alla grandezza di un salvagente, che non di un gommone. «Tutti si guardano in faccia, qualcuno vorrebbe rinunciare, troppo pericoloso: prendere il mare aperto con quell’“affare” è un’impresa, ma circola voce – che sia il padrone di quell’“arnese” che dà subito l’idea di fare acqua, o di uno dei possibili passeggeri a metterla in giro, è tutto da verificare – che il tempo per le ore a seguire sarà clemente, dunque, nessuna pioggia in arrivo e niente mare agitato: resta il fatto che venti lì dentro non possono starci, è contro ogni legge fisica…».

UN CORPO IMMERSO NELL’ACQUA…

In effetti, un corpo immerso nell’acqua dà grattacapi, figurarsi venti. «Ci siamo guardati fra noi – ricorda Butterfly – e atteso che uno, il più incosciente o coraggioso, a quel punto faceva lo stesso, compisse il primo passo verso quella bagnarola: tutti dentro, in piedi, niente posti a sedere, si parte!».

Torniamo al punto di partenza, una storia che rischia di fare acqua, nonostante Butterfly e la sorella Sarah, ce la mettano tutta. «Troppe venti persone per quei due, tre metri quadrati, ma proviamo a prendere il largo, direzione una delle isole greche nell’Egeo: le vediamo in lontananza, non cantiamo vittoria, proviamo ad essere scaramantiche, ci era accaduto nel viaggio precedente non appena in lontananza avevamo visto la prima costa…». Ma il pericolo stavolta non arriva da una motovedetta, da una nave ostile, giunge da quella stessa “bagnarola”: si spegne il motore e rischia di imbarcare acqua. E’ il momento di spiegare le ali. «Mi sono lanciata in mare con mia sorella e un’altra ragazza, insieme abbiamo nuotato per tre ore tirando quel gommone, che poi gommone non era, fino a quando dopo ore di interminabili bracciate non siamo arrivate a destinazione: eravamo in Grecia…».

Basterebbe questo per parlare di storia a lieto fine. Il più è fatto, la rotta balcanica, il viaggio infinito, a piedi e in treno, passando attraverso Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria e, infine, Germania, Paese nel quale le due sorelle ottengono lo status di rifugiate. Prima della guerra, quella ragazza che al posto delle braccia aveva due ali, aveva rappresentato la Siria ai Campionati mondiali di nuoto in vasca corta 2012, in Turchia. Stavolta, partecipa ai 100 metri “farfalla” femminili, supera la prima fase. E tutto quello che per anni l’aveva mortificata.

«Il mio lieto fine…»

Godfred, ghanese, calciatore

«Sono arrivato a Lampedusa. Mio padre si è ucciso di lavoro. Poi un provino in una squadra, mi ha cambiato la vita. Sogno di tornare a casa, comprare piantagioni di cacao. E far lavorare e stare bene tanta, ma tanta gente»

E raccontiamole un po’ di storie a lieto fine. Storie che sanno tanto di film di Frank Capra, sullo stile de “La vita è meravigliosa”. Il protagonista è un giovane calciatore. Non menzioniamo il cognome, né la squadra di appartenenza. La sua è una storia che deve interessare per come si è evoluta, con quell’esultanza da stadio che ha reso felice lui e la sua famiglia. Tutto scaturisce da una domanda, semplice. «Ma quando entri in contrasto con un tuo avversario, perché ci metti tanta foga, come se fossi arrabbiato con il mondo intero?». Un collega a Godfred, ventiquattro anni, ghanese, religione cristiana, tanto che spesso all’ingresso in campo con i suoi compagni di squadra, rivolge lo sguardo al cielo, gli indici rivolti, dice, al Signore, perché protegga lui e la sua famiglia, non necessariamente in quest’ordine. «Non sono arrabbiato con il mondo – Godfred al giornalista, in un italiano sempre migliore – anzi, credo di dovergli essere riconoscente: il calcio è fatto di classe, ma anche di passione, così il mio allenatore che in quanto a passione può insegnarne a tutti noi e cominciare daccapo, mi ha detto che non bisogna mai entrare svogliati in campo: facciamo il mestiere più bello al mondo e ci pagano tanto, dunque massima concentrazione e all’avversario provare a togliere il pallino del gioco anche con grinta».

La sua storia, praticamente un film. Uno di quelli che iniziano nella miseria e prima dei titoli di coda si concludono con un lieto fine. «Sono arrivato in Italia a Lampedusa – racconta – più di una decina di anni fa, non viaggiavo da solo, ero con papà, William, che non mi perdeva d’occhio nemmeno un istante; quando partimmo da Sunyani, sapevamo che non sarebbe stato facile farsi strada, crearsi un futuro in un Paese nel quale cento euro avevano un valore simile a zero, mentre a casa mia, avrebbero potuto rappresentare un anticipo per aprire una impresa modesta, ma qualcosa che avrebbe potuto farci stare bene».

PAPA’, QUANTI SACRIFICI

Papà e i sacrifici. «Lui ha fatto parte di quella schiera di extracomunitari che per vivere dovevano spezzarsi la schiena nelle piantagioni di pomodori: ha lavorato nelle campagne di Foggia, prima, in una, due, tre campagne in Campania, poi; dura la vita, così credo che giocare al calcio, allenarsi, andare negli alberghi di lusso, sia una cosa da difendere con le unghie e con i denti; se noi africani ci mettiamo più grinta è perché non vogliamo trovarci nelle condizioni di una volta…».

Alberghi di lusso, Godfred. «Se penso a dove dormivo quando ero piccolo – sorride – mi viene il capogiro, ecco perché i contrasti, come spiega il mister, devono essere leali sì, ma anche convinti; negli alberghi mi viene da mettere tutto a posto, come se fosse casa mia, ho rispetto per chi lavora, rassetta e dispone le stanze per altri clienti. Ma quanti sacrifici a casa…».

Poi il colpo di fortuna. «Certo, senza quello e senza un bagaglio tecnico non vai da nessuna parte; sono stato osservato, ho giocato bene le mie carte, fino a quando sono finito in un club di serie A: avevo realizzato il mio sogno, fare una cosa che avevo sempre desiderato quando giocavo nei campi della mia cittadina, e guadagnare tanti soldi con i quali aiutare la mia famiglia, che vive in Ghana, per aprire un commercio e far studiare le mie tre sorelline: attente, però, ho detto loro, studiate davvero, non sta bene che un uomo vi mantenga; devono studiare, farsi strada e un giorno diventare autonome: certo, le aiuterò, ma anche loro devono sapere che la vita è fatta di sacrifici, non è una lotteria…».

Godfred, non una ma più volte, ha pensato alla sua vita, a come sarebbe stata se con il papà non si fosse imbarcato per l’Italia. «Avrei lavorato in una piantagione di cacao – la risposta secca, senza pensarci troppo – dalle mie parti è quello il lavoro che fanno in molti, io avrei seguito la stessa strada; oggi che gioco al calcio e guadagno, sto pensando a un mio ritorno a casa, a fine carriera: comprerò piantagioni di cacao e darò lavoro a tanta gente».

LA TV DAI VICINI, IN CAMICIA

Cosa ricorda dei suoi quindici anni, Godfred. «Tante cose, provo a dirne una: non avevamo la tv, così mi toccava chiedere ad amici benestanti se fosse stato possibile vederla a casa loro; unica condizione, tirarmi a lucido e indossare una camicia, perché a casa della gente – giusto così – non si doveva entrare impolverati, con una maglietta magari sudata e con le scarpe sporche!».

Un pensiero rivolto a mamma, Confort. «Se papà mi ha insegnato l’importanza del lavoro – spiega Godfred – mamma mi ha fatto capire cosa sia il rispetto: prima di pretenderlo per se stessi bisogna averlo per il prossimo; e poi il valore delle cose, del denaro, mai sperperarlo, specie ora che, grazie al Signore, i soldi cominciano a circolare anche in casa nostra: non dobbiamo dimenticare un solo istante da dove veniamo e che il benessere è un dono che se non sai amministrarlo con giudizio e amore, così come è arrivato puoi perderlo…».

Gli è balenato, ma per poco, invitare in Italia i familiari, mamma, papà e le tre sorelline. «Con il mio aiuto stanno lavorando e studiando, venissero in Italia sarebbe complicato: non c’è molto lavoro e, allora, se posso, aiuto la mia famiglia da qui; mando loro dei soldi che permettano loro di guardare con serenità al futuro, poi ho in mente di realizzare il mio secondo sogno: dopo aver fatto il calciatore, come dicevo, mi piacerebbe comprare piantagioni di cacao e far lavorare tanta, ma tanta gente e far stare bene decine di famiglie: mi è bastato vedere papà negli occhi, pieno di sudore e distrutto da un lavoro massacrante, per capire la vita, non dobbiamo dimenticare da dove veniamo…».

«Ciao, Taranto!»

Said, marocchino, tecnico nel siderurgico tarantino, lascia la “sua” città

«Il Covid-19 ha impresso un’accelerata, abbiamo chiuso il contratto di ambientalizzazione con l’ex Ilva. Un amore a prima vista. Torno a casa, a Milano, riabbraccio mia moglie e le mie figlie a tempo pieno». Da Casablanca a Parigi, da Roma a Milano. Fra Gregoretti e Ferrara, Ferreri e la Muti. Poi una pallonata, una squadra di calcio, un ingaggio, un lavoro, il viaggio nella Città dei Due mari, un principio di nostalgia e una promessa.

«Di questa città mi mancherà la passione, l’amicizia, la gente che non ti fa mai sentire solo, anche se l’hai conosciuta al bar per un caffè, in fila al supermercato, sul posto di lavoro…». Said, sessant’anni, marocchino di Casablanca, dopo due anni, fa le valigie. Va via da una città che ha amato a prima vista. Lavorava per una multinazionale che si occupava di ambientalizzazione e aveva stipulato un contratto con l’Ilva, prima che il siderurgico più importante d’Europa, come continuano a definirlo oggi – nonostante perda pezzi e posti di lavoro – passasse ad Arcelor-Mittal. Il Covid-19 ci ha messo lo zampino, ha accelerato la fine dei lavori. Il confinamento, la mancata attività per mesi, rischiava di mandare gambe all’aria un sistema del quale Said faceva parte in qualità di responsabile.

«Mi dicevano – attacca Said – “I tarantini non sono pugliesi, sono un’altra cosa!”; invece, non solo sono pugliesi, ma addirittura pugliesi-pugliesi, un’altra cosa rispetto ad altri loro corregionali: sono generosi, altruisti; ne dico una, mal di testa o febbre, ti portavano Aspirina e Tachipirina, a scelta, e, talvolta, ti toccava anche prenderne una, altrimenti – e nonostante quella linea di febbre o quel malore passeggero fosse svanito… – ci restavano male…».

Una laurea in ingegneria appena sfiorata, in Francia, a Parigi, un bagaglio di grande esperienza e umanità messa al servizio della sua società, dei colleghi e dei suoi amici, quelli che ha incontrato sulla sua strada in tanti anni di lavoro. Ma la sua storia di sudore e maturazione con quello che è stato un lieto fine – anche se lui giura sia solo un “arrivederci” – comincia da ragazzo.

Casablanca, dicevamo. «Lavoravo per un’agenzia di viaggi, la Discover, sullo stile di Italturist organizzavo viaggi per Marocco, Turchia e Algeria; allestivo “carovane” e, nel frattempo, allargavo i miei orizzonti: parlavo arabo e francese, le due lingue ufficiali del mio Paese, ma non disdegnavo di sfogliare prima, di leggere poi, sempre più appassionatamente, libri in inglese, di solito psycho-thriller, e in italiano: fra i primi, “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola e “La pelle” di Curzio Malaparte».SAID - 1Taranto nel cuore, per sempre. «Quando si lascia una città come questa – dice il professionista marocchino, non senza un sincero dispiacere – non può che assalirti la nostalgia già settimane prima, vedi le cose che ti circondano sotto un altro aspetto: le guardi per memorizzarle, fotografarle, portarti passione, profumi, immagini; poi torno a casa, nella mia Milano, riabbraccio a tempo pieno mia moglie Daniela, insegnante, come mia figlia Miriam, e Nadia, art director in una multinazionale. Questo ha ammorbidito il dolore del distacco…».

Said, laurea sfiorata, poi l’Italia. «Avevo il bernoccolo per il teatro – spiega, circostanziando – la prima commedia cui ho assistito è stato “Il berretto a sonagli” di Pirandello, straordinario il racconto, straordinario l’autore; come attore non ero affidabile, mi avevano sempre assegnato particine, ma mi aveva assalito la voglia di dedicarmi al cinema; mi feci coraggio, contattai un parente stretto che mi invitò a Roma: “Vieni qui, è un buon momento, ti introduco a Cinecittà…”, mi promise. Non andò proprio così, in realtà mi dette picche, non sapeva come dirmi che non era stato sincero fino in fondo. Comunque, non mi detti per perso, mi presentai nella Città del cinema, dove incontrai Ugo Gregoretti e Giuseppe Ferrara, due grandi registi: mi suggerirono di recarmi a Milano, sul set del film “Il futuro è donna”, diretto da Marco Ferreri e interpretato da Hanna Shygulla e Ornella Muti. Mi avevano personalmente segnalato a Ferreri, che mi prese a benvolere, tanto che a fine riprese mi fece una dedica dandomi, bontà sua, del “collega”…».

Said abbandonò presto il sogno di cineasta, restando a Milano, fra mille piccoli, grandi impegni. «Mai perso d’animo, conobbi ragazzi che giocavano al calcio in una circostanza fortuita. Ero seduto su una panchina, leggevo un libro, mi arrivò una pallonata. Il modo con cui bloccai il pallone, li convinse a convocarmi per una squadra che stavano allestendo in occasione di un Mundialito voluto dal sindaco di allora, Carlo Tognoli. Andrew, figlio di un diplomatico inglese, prima del calcio d’inizio mi consegnò la fascia da capitano che onorai con organizzazione di gioco e bordate da venti metri: un destro da paura, perché nel frattempo, da estremo difensore, ero passato a centrocampo…».

Poi un lavoro stabile, una crescita professionale. «Ho fatto la mia bella gavetta – spiega il “castigatore” dei numeri uno – mi sono fatto apprezzare per le mie conoscenze, parlare più di una lingua, dal francese all’italiano, passando per un buon inglese, mi ha aiutato, con la mia multinazionale, due anni fa un contratto per l’ambientalizzazione dell’Ilva, un lavoro impegnativo: il mio compito e quello di un paio di colleghi, anche loro supervisori, consisteva nel seguire una settantina di dipendenti impegnati nel progetto che doveva portare a contenere prima, e successivamente abbassare, le emissioni scaturite dall’acciaieria».

Poi il confinamento obbligatorio condizionato dal coronavirus, fine dell’esperienza tarantina. «Con ogni probabilità riprendo il lavoro – conclude Said – lo stesso del quale mi sono occupato in passato, con un’altra multinazionale; due addii in uno solo, quello con la società che mi ha spinto sulle rive dello Jonio, e che prosegue brillantemente la sua attività, e con Taranto, una città che porterò sempre nel cuore, dal sole al mare, dalla cucina alla sua cultura, quella di una Magna Grecia che mi ha sempre affascinato».

Allora, addio Said. «Arrivederci, Taranto!».

«Quasi quasi…»

Fadi e Jinah, egiziani, delusi dall’Italia, pensano al ritorno a casa

«Faccio il pizzaiolo, in un localetto che ora mantengo con enormi sacrifici. Un socio italiano mi ha mollato in un mare di problemi e debiti. Volevo fare il salto di qualità, assicurare una vita decorosa a mia moglie e i miei due ragazzi, niente da fare…»

«Quasi quasi…». Brutta cosa questa premessa, sa di sconfitta e, in realtà, suona come tale. E’ una frase che nel nostro ragionamento senza rete ricorre spesso. Il protagonista di questa storia se ne sta nel suo localetto sulla Litoranea, un pugno di chilometri da Taranto.

«Macché Alessandria d’Egitto, come dite qua: al Cairo me ne torno!». Fadi, quarantadue anni, da una ventina in Italia, pizzaiolo a tempo pieno – per qualche tempo un’attività in società con un italiano che non si sa che fine abbia fatto – se questo tempo glielo permettesse, è risoluto, non fa giri di parole. Risolve l’imbarazzo di chi gli chiede qualcosa in più di una normale chiacchierata, con una battuta, forse la più famosa dalle nostre parti. La sua è una storia come quella di tanti commercianti, che nel periodo di contagio da Covid-19, hanno visto crollare vertiginosamente i propri affari, fino a sotto lo zero.

«Quando si chiudono le saracinesche senza sapere quando e se le aprirai, la tua storia si fa dramma: è un po’ che io e mia moglie Jinah ne parliamo, siamo ridotti ai minimi termini: non si lavora, nemmeno la riapertura con servizio a domicilio prima, con i tavolini sul marciapiedi ora, si fanno i numeri di una volta, quasi quasi torniamo a casa».

Hanno due ragazzi, Fadi e Jinah. Quelli che un tempo erano marmocchi, sono nati e cresciuti qua. «Eravamo fidanzati – spiega – pensavamo di farcela trasferendoci in Italia: allora non c’era diffidenza nei confronti di chi veniva dall’Africa, magari perché la situazione era sotto controllo, qui arrivava solo chi aveva davvero voglia di lavorare; ora c’è…casino: so che non è una parola bella nella vostra lingua, ma è uno dei primi sostantivi che ho imparato non appena arrivato in Italia; per voi non è mai confusione, è un casino, parola più appropriata non c’è perché adesso quella confusione che si faceva spazio nelle nostre menti, quelle mia e di mia moglie, è un vero casino!».

MA DAVVERO, FADI?

Davvero vuoi andartene, Fadi? «Aspetto ancora qualche mese, magari c’è una piccola ripresa del lavoro, ma non la vedo bene, passo un sacco di tempo con le mai in mano, cioè senza far niente, poi mi dico: quasi quasi facciamo le valigie e via…».

C’è più di qualche ragione nel suo rammarico, anzi per dirla alla sua maniera, altro che disappunto, Fadi è «incazzato» davvero. «Accidenti a me e quel giorno che ho deciso di fare un passo avanti, provare a migliorare il tenore di vita mio, mia moglie e dei miei due figli; dopo aver fatto il lavapiatti, l’aiuto cuoco e, infine, imparato il mestiere di pizzaiolo con un corso di formazione con la Confcommercio di qua, un po’ di anni fa, sono arrivato dove in qualche modo volevo arrivare: a fare il pizzaiolo; avevo un po’ più di tempo per la famiglia, più o meno mille euro al mese, più le mance che in un mese oscillavano fra i centocinquanta e i duecento euro, niente male: non facevamo una gran vita, ma con qualcosa che guadagnava Fadi facendo le pulizie mettevamo soldi da parte».

Poi la svolta, pare di capire. «Certo, incontro il titolare di un localetto, francamente in condizioni non incoraggianti: non aveva manodopera, allora ci siamo stretti la mano, abbiamo firmato un po’ di carte e diventati soci; è durato due anni, nonostante si lavorasse i soldi non bastavano mai, le bollette di acqua e luce, i rifornitori, li pagavamo sempre più in ritardo; una volta ci staccarono la luce, i soldi per pagare la bolletta, li aveva persi…così mi disse; io ci ho creduto poco a questa storia, ma alla fine quando la cosa stava per ripetersi, lui, il socio, è sparito di punto in bianco, lasciandomi nei guai: ogni mattina davanti al locale, i rifornitori che chiedevano il conto».

Fadi ispirava comunque fiducia. «Non c’era altra strada – ammette – dovevano credermi, altrimenti che cosa avrebbero potuto farmi, picchiarmi? Alla fine, ci siamo messi sotto, io e mia moglie abbiamo raddoppiato gli sforzi, pagato poco per volta i rifornitori, quelli che ci portavano farina, acqua minerale, birra, e abbiamo ripreso a respirare: evidentemente abbiamo una cattiva stella, perché si è abbattuto il Covid e abbiamo dovuto chiudere: è lì che abbiamo maturato l’idea del “quasi quasi”…».

MANGIAVAMO CON 300 EURO…

Soldi per pagare le utenze e le società che vi avevano assistito, non ne avevate più. «Mi vergogno a dirlo – china il capo, il pizzaiolo egiziano – ma in casa abbiamo campato con trecento euro al mese, mangiato anche una sola volta al giorno: il “socio”, chi lo ha visto più, dileguato, aveva spiccato il volo, volatilizzato, appunto…».

E ora, si fa largo la sconfitta. «E’ triste ammetterlo – confessa – non vedo altre vie d’uscita, il governo ha speso parole d’elogio nei confronti delle piccole imprese, ma io che mi sono rivolto a un patronato, non ho avuto un solo euro: c’era sempre qualche problema».

Quasi quasi, dice Fadi. «Aspetto che finisca l’estate, dovesse andare avanti così, non c’è via d’uscita, ho pagato a caro prezzo la presunzione che dopo venti anni potevo fare appena qualcosa di meglio per la mia famiglia; nella sfortuna, mi ha detto un amico ragioniere, mi è anche andata bene: se solo il mio socio avesse fatto debiti su debiti, sparito lui a me sarebbe toccato pagare, con soldi o con una condanna per truffa…».

Viste le citazioni, gli indichiamo la storia del bicchiere mezzo pieno. «Conosco – conclude Fadi – ma non vedo sereno all’orizzonte, questa dovrebbe essere un’estate clamorosa, ma così non è, stando a quello che dicono i colleghi: la litoranea è solo una strada di passaggio; io e Jinah ci guardiamo spesso in faccia, facciamo a turno ad abbassare il capo, una volta è lei ad arrendersi, una volta io… così, ci diciamo, quasi quasi…».

«Orgoglio e dignità»

Mazu, in Italia da cinque anni

Trent’anni, maliano, di fede musulmana, dal primo giorno ha solo avuto in testa l’Italia e Taranto. «Qui mi sono trovato subito bene. Ogni tanto qualche frase un po’…così, ma con tutti i tarantini ho un buon rapporto. Conosco perfino le loro espressioni. Un lavoro, non stabile, purchè riesca a sostenermi da solo: non voglio regali, né stare con un cappello davanti a bar o supermercati»

Un lavoro, anche modesto. Stare con un cappello davanti a un bar o un supermercato, nemmeno a parlarne. Orgoglio e dignità. Muza, maliano, trent’anni, fede musulmana, ha nella mente pochi, ma sicuri obiettivi. Intanto restare in Italia. Perfezionare il suo italiano, oggi, non solo accettabile, ma ottimo.

Lo avevamo conosciuto qualche anno fa. Ragazzo vivace, uno di quelli che ha chiaro in testa «cosa fare da grande». Ce lo disse lui stesso all’epoca, lo conferma a distanza di tempo da quella chiacchierata nella quale si spiegò ai connazionali, agli agenti di polizia locale, che presidiavano un improvvisato sit-in. «Oggi non lo rifarei – spiega – per molte ragioni: la prima delle quali è il sentirmi come se fossi a casa: non che nel mio villaggio, in Mali, avessi chissà quali comodità, ma quella forma di protesta, che poi protesta non era, non la ripeterei; con i miei amici venuti dal Nord Africa in cerca di speranza, ci sentivamo isolati, quasi lasciato soli al nostro destino: evidentemente se sono ancora qui non sono stato abbandonato, anzi, sono stato seguito perché godessi di ospitalità e rispetto, due princìpi dietro ai quali sono andato dal giorno in cui mi sono messo in viaggio per l’Italia».

Taranto è la sua città. «La vivo come può viverla uno straniero come me – dice Mazu – che non può passare inosservato, intanto per il colore della sua pelle, poi per qualche cittadino – ma poca cosa, sento di essere benvoluto, rispettato, dalla stragrande maggioranza dei tarantini – che ogni tanto si lascia andare a qualche battuta un po’ fuori dal seminato».

PROVAVO A NASCONDERMI…

Un esempio, una frase. «I primi tempi – ricorda – camminavo per strada accanto ai muri, cercavo in tutti i modi di passare inosservato, come se andassi di fretta, anche se non avevo nella testa un posto in cui sarei dovuto andare. Eppure, dico eppure, ma è una sciocchezza, c’era sempre qualcuno che trovava il sistema per cambiarmi l’umore, ma anche quella è stata una scuola, la tolleranza è una delle cose più sagge che uno straniero deve imparare: sorvolare, non dare retta al peso di una frase rispetto alle decine di incoraggiamento che incassavo da mattina a sera».

Certo che il trentenne maliano sa creare aspettativa. Fosse uno scrittore, sarebbe un giallista. Sa far montare l’interesse, prima di arrivare al nocciolo. Mazu, forza, la frase.

«“Tornatene a casa!”. Potevi avere incontrato amici  per strada, al bar, al supermercato, quella frase mi faceva star male: ecco la saggezza di cui parlavo, quella è arrivata poco per volta, alla fine ho anche compreso il risentimento di quei pochi che non vedevano di buon occhio la mia presenza e quella dei miei fratelli nordafricani a Taranto. Oggi è diverso, lo devo intanto al mio impegno: volevo imparare, e presto, l’italiano. Diventare un giorno dopo l’altro padrone della lingua e delle espressioni locali, aiuta, e tanto anche: ho tanti amici tarantini e tante volte quando batto un colpo a vuoto con il lavoro, sono loro stessi che mi aiutano».

La tua storia, il suo chiodo fisso. «Non voglio essere “un profugo”, voglio avere un nome, un cognome, una nazionalità: è per questo che mi sono battuto dal primo giorno che sono venuto in Italia, voglio avere le stesse occasioni che hanno gli altri; se ne fallissi anche una sola, rispeditemi a casa. Qualche mio connazionale era di passaggio, altri, invece, avevano scelto di restare in Italia. Io l’avevo già nella testa e nel cuore: con Taranto è stato amore a prima vista».

E’ in città da cinque anni. E conta di non trasferirsi altrove. «Mi trovo bene a Taranto – dice Muza – se non fosse che devo fare i conti con il lavoro, poco a dire il vero, ma so accontentarmi, potrei dire che sono ampiamente soddisfatto di come siano andate le cose».

POI GLI AMICI, L’ITALIANO…

Muza ha imparato bene l’italiano. Lui, come molti dei profughi viene dal Nord Africa, Paesi francofoni. Dunque, oltre al suo dialetto, parla il francese, mostra padronanza della lingua italiana. E da un po’, lo dice lo stesso interessato, conosce le «espressioni locali». «Non le parolacce – puntualizza, ride – ma le espressioni a voce alta, quando il tarantino saluta, ti dice di scansarti, di parlare a voce bassa: questione di gesti, li ho imparati di corsa e, ogni volta, è un bel ridere».

Taranto nel cuore, Muza. «Mi sono trovato subito bene – confessa – per l’accoglienza e l’affetto che tutti mi hanno dimostrato; per questo ho pensato che forse non sarebbe stata un’idea sbagliata quella di restare in questa città: ripeto, ho trovato gente di sani principi, che ha subito compreso la mia condizione».

Chi ha lasciato nel suo Paese. «Non ho genitori – racconta – lì ho lasciato il mio unico affetto, una sorella di sedici anni; farla venire qui? Non credo proprio, non vuole saperne di venire e ho grande rispetto della sua volontà anche se mi manca: è lei metà della mia famiglia».

Lavoro, Muza puntualizza, a scanso di equivoci. «Per lavoro non intendo stare con il cappello davanti a un esercizio commerciale o un supermercato, a dire “buongiorno” o “buonasera”; non lo farei mai, non ce l’ho chi lo fa, ma io sono abituato a guadagnare con il sudore della fronte; dal primo giorno ho voluto lavorare e guadagnare: non tanto, ma il giusto, quanto possa permettermi di sostenermi da solo, mangiare e dormire; migliorare, se possibile, la mia condizione, senza fare ricorso a uno di quegli assegni del governo; sono venuto in Italia per farmi una nuova vita, quella vissuta dalle mie parti non era degna di questo nome».

«Primo amore…»

Youssef e Alì, marocchini, a Taranto per scelta

«Merito dei tarantini, generosi e rispettosi. Quattro anni fa arrivammo qui. Dormimmo per strada, poi in palestra. Molti nostri connazionali andarono via: non c’era lavoro, noi restammo, affascinati da sorrisi, strette di mano sincere e ospitalità. Non ci sbagliavamo…»

Incontrare Youssef, un marocchino, dopo quattro anni circa, da un brutto (o buono, punti di vista) giorno quando insieme con una cinquantina di connazionali pernottò a cavallo, fra un sabato e una domenica, fuori dalla stazione.

Quel giorno mostrava, orgoglioso, uno dei suoi pollicioni in su. In segno di vittoria, questo il ragazzo marocchino con un sorriso appena accennato, perché non sapeva ancora quale fosse il suo destina, e comunque la gioia nel cuore, mostrava grande ottimismo. «Il nostro sogno – spiega Youssef – era quello di fuggire dalla miseria, in molti casi alleggerire le famiglia da una bocca in più da sfamare e venire in Italia, ma anche nel resto d’Europa a cercare fortuna: qualcuno l’ha trovata, qualcuno no; molti hanno proseguito il loro cammino – quattro anni fa si potevano ancora superare i confini, non c’era la stessa ostilità o il rigore di oggi – chi in Germania, chi in Francia».

Lui, Youssef, si è stabilito a Taranto, ha trovato un lavoro. «Niente tappetti o, come dite da queste parti, “gratta-gratta” – anticipa eventuali domande il cittadino marocchino, “italiano di adozione” dice lui stesso – ho trovato lavori saltuari, prima come fattorino in una ditta di spedizioni, poi come dipendente in un supermercato; cose così, contratti brevi, perché di più non era possibile, ma mi è andata bene, specie alla luce di quanto successo in questi mesi con la paura del contagio da coronavirus: è stato un continuo sentirmi con i miei familiari che, dopo quattro anni, conto di raggiungere per pianificare meglio il nostro futuro: le condizioni per mettere radice, ci sono; anche la voglia di lavorare: ora lavoro in un ristorante, ci stiamo riprendendo poco per volta…».

CINQUANTA, UNA DOMENICA…

Ricorda i suo connazionali. «Cinquanta, più o meno, una all’esterno della stazione di Taranto: era una domenica. Qualcuno era lì da venerdì, altri da sabato; a poche centinaia di metri dal porto di Taranto, dall’hotspot realizzato appositamente per rilasciare un primo documento a quanti, migranti e con motivi diversi, erano arrivati sulle coste italiane: in maggior parte mei connazionali, poi egiziani e tunisini. Molti, anche di altra nazionalità, fuggiti dalla Libia, dove erano in atto conflitti spaventosi».

Poi, insieme con lui Alì. «Alcune donne furono assistite – ricorda il suo connazionale – ospitate nella palestra Ricciardi dal primo giorno; la struttura sportiva, meno male, la notte di venerdì al suo interno ne aveva accolti un’altra cinquantina, con un’ottantina è rimasta all’esterno». Anche Alì ricorda. «Alla stazione la Polizia di stato, un’ambulanza che prestava assistenza medica e tarantini, tanti tarantini, che a noi portavano casse d’acqua, alimenti per la colazione e il pranzo, quasi una corsa alla solidarietà: anche per questo sono rimasto a Taranto, i cittadini sono rispettosi e generosi, tanto che oltre all’assistenza ci hanno offerto, per quanto possibile, un lavoro».

«C’era anche il sindaco (Ippazio Stefàno, ndr) – ricorda ancora Youssef – per quelle decine di ragazzi seduti sui gradini, fra buste e casse d’acqua: mise a disposizione ancora la palestra. Alcuni lasciarono il palazzetto, altri li sostituirono per riposarsi e ristorarsi provvisoriamente».

C’è chi chiese alla Prefettura di Taranto un tavolo urgente per comprendere quali fossero stati criteri e strumenti giuridici adottati fra accoglienza e respingimento. E cosa si potesse fare per evitare che migranti, come quelle decine di ragazzi marocchini senza sostegno economico non restassero privi delle prime necessità.

CHIUSE SALA D’ATTESA E STAZIONE

«Stava diventando – ricorda – un problema anche la mancanza di servizi igienici; c’erano quelli della stazione, a un passo, ma chiudevano alle otto di sera; la sala d’attesa, per stare seduti, stendersi un po’, recuperare se possibile le forze, ma anche lì a mezzanotte in punto, anche quella chiudeva; io non ce la facevo più, ero a pezzi, salii sul primo bus urbano e mi recai alla Salinella; non c’erano posti per dormire, tutti occupati, così quella prima notte ripiegai all’esterno, all’aperto, al freddo».

Cosa ricorda dell’accoglienza, Alì. «Ragazzi di associazioni con cui sono rimasto in contatto, con il tempo siamo diventati amici: sorridevano, provavano a mescolare un po’ di italiano a un francese scolastico, proprio come ho fatto io con il vostro italiano: ci vuole quella pazienza – l’ho imparato qui – che è la virtù dei forti. Scambiammo numeri di cellulare, nel caso qualcuno si fosse per di vista: quei numeri li conservo ancora».

«Molti sono andati via – conclude Youssef – sapevano che questa è una città che non offre molto lavoro. Come me, erano a metà strada, fra la miseria e la speranza di un futuro migliore, se non altro lontano da guerre, conflitti e stenti». Quel pollice su e bene in vista, come a dire “Ok”, è un primo, timido segnale di ottimismo. Youssef e i suoi compagni ci avevano subito creduto.

«Quanta violenza»

Dagli Stati Uniti all’Italia, passando dal caso Floyd

George ha rianimato il dibattito sul razzismo. «Succede ovunque, trattati così negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo», spiegano i nostri ragazzi che non smettono un attimo di seguire la vicenda del fratello afroamericano ucciso a Minneapolis. «Se vogliamo che i nostri figli crescano in un Paese all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori, tutti»

«Dobbiamo augurarci un ritorno alla normalità dopo la crisi sanitaria ed economica del Covid-19, ma dobbiamo ricordare che essere trattati in modo diverso a causa del colore della pelle e della razza è tragicamente, dolorosamente ed esasperatamente normale». Una delle tante frasi consegnate a social, blog, siti, organi di stampa. Che la pronunci un giovanotto della città di Minneapolis o un ex presidente degli stati Uniti che bene conosce le difficoltà che hanno ovunque, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, perché no, in Italia, poco importa. George, quarantasei anni ha dovuto rimetterci la pelle perché i riflettori della cronaca tornassero prepotentemente su un problema che viviamo ogni giorno, in Italia. Non solo, anche a Taranto: immigrazione, richieste d’asilo, visto per sei mesi, rinnovabile per altri sei mesi ancora, dopo di che vieni rispedito al mittente. Come accaduto a due ragazzi tunisini, Samir e Rami, sentiti la scorsa settimana. Dopo dieci anni hanno rimesso insieme i soldi per pagarsi un altro viaggio in Italia, sono arrivati al porto di Taranto. E’ qui che vorrebbero restare, ma non sappiamo, alla fine, cosa spetterà loro.

«Trattati in modo diverso a causa del colore della pelle e della razza», dunque. A proposito di George, che poi è George Floyd. Per tutti, ormai, solo tragicamente George. La pensano allo stesso modo anche i nostri ragazzi, scioccati da quanto accaduto nei giorni scorsi Minneapolis.

MALTRATTAMENTI…

«Trattati così, in modo violento, negli Stati Uniti – ci spiegano ragazzi che non smettono un attimo di seguire la vicenda del fratello afroamericano ucciso a Minneapolis – sia che si tratti di del sistema sanitario o del sistema giudiziario o di fare jogging strada, o semplicemente di guardare gli uccelli in un parco; non dovrebbe essere normale nell’America di oggi; non può essere normale: se vogliamo che i nostri figli crescano in un Paese all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori, tutti». Parola di Barack Obama, il primo presidente coloured della storia di un grande e, spesso, controverso Paese.

Pochi sanno come sia andata la storia del povero George. Di certo non compiamo chissà quale scoop se proviamo a raccontarla noi, dopo aver smanettato su internet, youtube e altri social. Ma ci sono frasi dolorose, come un pugno improvviso allo stomaco, taglienti come la lama di un coltello. “Polizia? Venite presto, un tale ci ha rifilato una banconota falsa di venti dollari per comprarsi delle sigarette!”. A nulla servono altre dichiarazioni in qualche modo pettinate dei due commessi di Cup Food. In un secondo momento, strano a dirsi, quasi a scagionare il gesto violento e definitivo di Derek Chauvin, il poliziotto che ha soffocato l’uomo di quarantasei anni. «Era ubriaco, fuori controllo!», dicono i due commessi. O glielo fanno dire, chissà. Sta di fatto che George, per essere fuori controllo, non fa un solo gesto che possa far pensare di essere «fuori di testa».

Fermato sulla trentottesima strada da due pattuglie di agenti di polizia, Floyd era stato trovato nella sua auto, trascinato fuori e ammanettato. Senza che lui ponesse resistenza. Senza accennare la minima reazione. Dunque, che bisogno c’era di fare ricorso a una manovra così violenta per immobilizzarlo. Quanta violenza e quanto disprezzo c’era in quel gesto per la razza nera?

I filmati che testimoniano l’accaduto confermano. Nessuna resistenza da parte di George prima di cadere, essere ancora strattonato e immobilizzato a terra. In un video che ha raccolto immagini girati dalle telecamere e dagli smartphone dei passanti, grafici e telefonate d’emergenza, il popolare quotidiano New York Times ha ricostruito tutta la drammatica sequenza, dall’arresto alla morte del quarantaseienne.

…E DUREZZA

La scena, documentano le immagini, va avanti per minuti, nonostante George implori aiuto e gridi «Non riesco a respirare, mi state uccidendo!». Niente da fare, il poliziotto continua a premergli il ginocchio sul collo. E i passanti che assistono alla scena che dura ben nove minuti, si rivolgono all’agente, gli chiedono di smetterla e di controllargli il polso. Qualcuno urla,  «Guarda, non si muove!». Un altro, ancora: «Gli esce sangue dal naso!». Alla fine il poliziotto si alza. Il corpo di Floyd senza vita viene caricato su una barella. Per lui non c’è più niente da fare.

Alla fine resta un problema di umanità, calpestata, e di limiti all’esercizio della forza da parte di chi agisce indisturbato, convinto che quella divisa gli consenta di essere anche brutale, fuori dalla norma. L’aggravante. E’ proprio la divisa indossata dall’uomo che ha soffocato Floyd. E anche del suo collega, che, mostra il video, resta in piedi, a guardare, senza intervenire per porre fine a quella inaudita, brutale violenza. L’agente Chauvin, già licenziato insieme agli altri tre colleghi che avevano preso parte al brusco e violento fermo di George,  è stato arrestato.

Joe Biden, vicepresidente degli USA, ha risposto accusando Trump di aver incitato alla violenza contro i cittadini statunitensi dopo aver minacciato di schierare i militari a Minneapolis per sedare le violenze. «Non citerò il tweet del presidente – ha scritto su Twitter – non gli darò risalto, ma sta incitando violenza contro i cittadini americani in un momento di dolore per così tanti: sono furioso, e dovreste esserlo anche voi».