Estate fuori dal mondo

Settembre, visitate le isole italiane più belle

Accoglienti forse saprà di esagerato, ma di sicuro ognuna di queste è una esperienza. Partiamo dalle nostre Cheradi, San Pietro, per proseguire con l’Asinara e Pianosa. Poi Eolie ed Egadi, il fascino della Sicilia. Posti incontaminati, dove si vive perfino a lume di candela. In qualche isolotto è bandito l’uso del cellulare (del resto, come potreste ricaricarlo?). Fra rassegne, canzoni e citazioni.

 

Una delle canzoni più celebri degli Anni Ottata, L’estate sta finendo, suggerisce un ultimo viaggio all’interno di un’estate che promette ancora bel tempo. Certo, piogge sparse e “stratocumuli”, come annunciano colonnelli e meteorine, non mancano in quest’ultimo scorcio di stagione, ma un colpo di reni alle nostre vacanze possiamo ancora imprimerlo. Parliamo, dunque, di perle incontaminate, località raggiungibili solo si ha davvero voglia di vivere un’esperienza “fuori dal mondo”: le nostre isole. Fra una breve citazione musicale e cinematografica, rassegne comprese.

L’estate sta finendo, si diceva. Ma la voglia di mare, spiagge e natura incontaminata, come suggerisce “siviaggia.it”, non vuole proprio saperne di congedarsi con l’ultimo sole di agosto. Magari siete, come noi, fra quanti preferiscono visitare località turistiche quando queste iniziano a riprendere fiato dopo essere stati invasi dal turismo di massa, e sono di nuovo pronte ad offrirsi daccapo ai visitatori in tutta la loro straordinaria bellezza. Un viaggio di fine estate da non perdersi, destinazione “le piccole isole italiane”.

Ma cominciamo, se permettete per un fatto di comodità, dalle nostre Isole Cheradi, costituiscono un piccolo arcipelago composto dalle due isole di San Pietro e San Paoloentrambe facenti parte del demanio militare. Sbarco e navigazione sono vietati per l’isola di San Paolo, mentre l’isola di San Pietro è stata aperta al pubblico, che gode di una spiaggia molto estesa, raggiungibile dalla città con mezzi dell’Azienda Municipalizzata Trasporti. L’Isola di San Pietro è ricca di storia e biodiversità. Anticamente posto a difesa della Città durante le guerre, è un posto magnifico sia sopra che sotto il livello del mare. Un tempo quest’isola era sede di fitte foreste di alberi che generavano ambra di finissima qualità. C’era chi soprannominava queste isole “Auree” per via dell’ingente quantità di corallo. Da qui forse il toponimo Coradi e Chèradi.

In epoca greca e romana, risulta che fosse abitata ed estesamente utilizzata. L’Isola di San Pietro è un’oasi per molte specie di uccelli come il barbagianni, la beccaccia di mare, la quaglia, il martin pescatore, il gheppio, tortore, gabbiani e cormorani.

Proseguiamo la nostra ricognizione con l’arcipelago delle Eolie, un altro paradiso. Tra le isole meno note, Alicudi e Filicudi. Questa seconda località viene citata da un minaccioso Vittorio Gassman che rivolge a un pretore, Ugo Tognazzi, quanto di peggio possa capitargli, come finire su un’isola lontana dal mondo. Incontaminata, aggiungiamo noi. Qui, infatti, il tempo si è fermato, le macchine non circolano e ci sono solo le gambe a portarvi a spasso. Oltre agli asini. Un luogo per viaggiatori allenati, le case sono disseminate lungo mulattiere e gradoni in pietra scavati nelle rocce. Le acque limpide e meravigliose, sono da esplorare in barca, per bagni indimenticabili.

Marettimo, è l’isola più selvaggia e lontana delle Egadi al largo della costa occidentale della Sicilia. Calette splendide, grotte e case di pescatori che punteggiano le sue coste bagnate dal mare tropicale. Regna il silenzio in queste insenature appartate. Cenare al tramonto, qui, sul patio di piccoli monolocali a strapiombo sul mare, vale il viaggio. Il pesce fresco, poi, è garantito ogni mattina, consegnato direttamente dai pescatori del luogo.

Il bianco accecante delle case dei pescatori si specchia nel mare dalla palette dei turchesi e dei blu. Barche e gommoni costellano la Baia di Levanzo, perla delle Isole Egadi. Le spiagge, qui, possono essere raggiunte tutte a piedi. Tra le più belle, quella dei Cala Minnola, con una verde pianeta e faraglioni che svettano al cielo. Anche il palato sarà ripagato, in questo paradiso. I due piatti tipici da provare? La frittata di minnole e gli spaghetti con le sarde

Linosa ha un aspetto lunare. Le spiagge nere di La Pozzolana, i fondali popolati da tartarughe giganti, minuscoli villaggi di pescatori, muretti a secco e fichi d’India, e persino un’escursione al cratere spento del Monte Vulcano. Arrivarci non sarà così comodo, ma ciò che offre l’isola è impagabile.

Poi c’è Capraia, il Santuario dei Cetacei, regno di delfini e balene. Situata a largo delle coste toscane, l’isola è la meta perfetta per gli amanti delle immersioni. Il simbolo del luogo è il borgo medievale dove un tempo sorgeva un penitenziario. Torri e un castello a strapiombo sul mare costellano le scogliere rosse. Sembra il set di un film, a proposito di esempi presi qua e là, di pirati e bucanieri. Le spiagge più belle sono la Baia del Ceppo e Cala Mortola, unica spiaggia dell’isola raggiungibile in barca.

Un’isola solitamente disabitata, ma non d’estate, quando sulle sue coste sbarcano turisti in cerca di pace e relax, è Palmarola, nell’arcipelago pontino al largo di Roma. L’atmosfera è più selvaggia che mai: non ci sono negozi, supermercati o locali, ma solo un unico ristorante e case dei pescatori incastonate nella roccia, affittate per il soggiorno.  La natura incontaminata, qui, la fa da padrona: grandi faraglioni, spiagge rosa, rocce di granito bianco e acque tropicali. Un luogo per avventurieri: non c’è corrente elettrica, quindi si sta a lume di candela, e i cellulari non “prendono” (tanto non si potrebbero ricaricare).

La sua forma ricorda quella di una farfalla. Pianosa, unica isola carceraria disabitata dal 1998, è un paradiso per pochi. Un nome che potrebbe avere ispirato un posto sperduto come Pianetta, paese nel quale si svolgono le attività de “Il medico e lo stregone”, con Mastroianni e De Sica. A Pianosa solo qualche centinaia di visitatori possono sbarcare quaggiù e visitarla con tour guidati. Meta ideale per amanti dello snorkeling e delle immersioni subacquee (consentite solo in determinate aree). Le spiagge sono ricoperte di fossili e polvere di conchiglie.

Un’isola che si estende soltanto su due chilometri quadrati di larghezza, a metà strada tra Napoli e Roma. Uno scrigno di storia e bellezze artistiche da ammirare, anche camminando. Questa è Ventotene. Non solo ha ispirato brani musicali, ma è località nel quale si svolge una importante rassegna cinematografica. Mosaici in ville romane, un castello borbonico, campi di lenticchie a picco sul mare, un porticciolo scavato nel tufo e localini ricavati nelle grotte. Ventotene, con le sue casette gialle, rosa e viola, un tempo erano celle per donne carcerate. Ora qui è un paradiso di acque cristalline e faraglioni imponenti.

Giannutri è un piccolo paradiso dell’Arcipelago Toscano a 11 km dall’Argentario e a 15 km dall’Isola del Giglio. Qui regnano il silenzio e la natura selvaggia, tanto che il cantautore Fabio Concato le ha dedicato il titolo di un album. Insenature e ripide scogliere bagnate da un mare che vira dal turchese al blu, spiaggette e pinete verdeggianti, sono la meta per il turista che non ama la vita da mare caotica e il brulicare di gente. Pace e relax sono garantiti. E, a tutti, la chiusura di un’estate all’insegna della natura e di una bellezza incontaminata.

«Italia, aiutami!»

Omran, collaboratore, rischia la vita

«Temo per la mia famiglia. I talebani stanno girando casa per casa. Vogliono giustiziare quanti hanno aiutato i governi a restituire normalità all’Afghanistan. Siamo un bersaglio, temo per i miei familiari, qualcuno in Italia faccia qualcosa»

 

Quanto dolore. E quanta rabbia, mista a delusione.  Ma anche preoccupazione, tanta preoccupazione per chi è ancora in Afghanistan. Sono alcuni dei sentimenti e delle testimonianze manifestati dalla cinquantina di italiani sbarcati a Fiumicino con uno dei primi voli organizzati dalla nostra Aeronautica. Voli  che stanno trasferendo in Italia connazionali e il maggior numero di collaboratori afgani insieme con le loro famiglie.

«Temo per chi ha lavorato con noi – la drammatica testimonianza di un medico che lavora per l’agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo – e ora rischia di morire; i talebani li stanno cercando casa per casa; lì, purtroppo, ci sono ancora migliaia e migliaia di persone che rischiano la vita: la situazione è gravissima, la comunità internazionale faccia qualcosa e alla svelta, ogni ora che passa diventa fatale per i nostri collaboratori, gente innocente che aveva in testa solo la libertà, la voglia di vivere senza pressioni, costrizioni, ridotte in schiavitù».

«Senza il sostegno dei contingenti militari stranieri – dice Omran, anni di attività con l’Agenzia governativa italiana in Afghanistan – esercito e polizia afghani, nulla possiamo contro gli Studenti coranici: è solo questione di giorni, di ore, la mia collaborazione con gli italiani sta mettendo  a rischio la mia vita e quella della mia famiglia: ti prego Italia, aiutaci!».

 

«PAURA DI RAPPRESAGLIE»

Omran ha lavorato nella cooperazione internazionale in Afghanistan. Fino al 2020 Herat era rimasta al riparo dalle minacce dei talebani, grazie anche alla presenza del nostro contingente militare di base nei pressi dell’aeroporto. Ora, dopo l’abbandono dell’Afghanistan, in alcuni casi frettoloso e senza sicurezza, Herat è praticamente nelle mani dei Talebani.

«Incredibili le rappresaglie a cui stiamo assistendo: quasi non volessero alcun beneficio dall’Occidente, le strade realizzate anche con il contributo della cooperazione italiana vengono fatte saltare; i Talebani cercano di bloccare ogni forma di comunicazione con l’esterno impedendo, per esempio, l’uso di internet. Trovare una connessione è sempre più complicato”. Prosegue il racconto disperato di Omran. “E’ un assedio, temo che le conseguenze saranno durissime. I simpatizzanti dei terroristi, specie di etnia pashtun, si stanno alleando con gli invasori. Mi conoscono, conoscono il mio lavoro e la collaborazione con gli italiani negli ultimi dieci anni: io e i miei familiari siamo in pericolo, a maggior ragione ora che tutti i contingenti stranieri sono andati via».

 

«CHIEDO UN “VISTO”»

E qui sta l’angoscia di un uomo da sempre fedele e operativo nei confronti della cooperazione italiana. Nel corso degli anni Rahgozar ha coordinato tantissimi progetti umanitari nella provincia di Herat collaborando con ong del calibro di Intersos, Cesvi e Gvc. Nel marzo del 2017 era all’opera con Gvc per un piano di rilancio della ruralità in alcuni villaggi poverissimi della provincia di Herat. Era stato lui a tenere le fila e i contatti tra le comunità e l’Aics.

«Grazie all’Italia eravamo riusciti a cambiare molte cose qui – prosegue Omran – quanto, purtroppo, sta per essere reso vano a causa dell’abbandono dei contingenti internazionali. Ho paura, mi considero un bersaglio. Ho provato a chiedere aiuto all’Aics di Herat, gestito afghani, ma senza tanti giri di parole mi hanno detto che per me, la mia famiglia, per chi ha collaborato con l’Italia non possono fare niente. Eppure chiediamo solo un visto per lasciare il Paese. Mio padre, molto religioso, che più volte mi aveva consigliato, insistito di non lasciare l’Afghanistan, adesso ha cambiato idea, ora mi esorta di mettermi in salvo con la mia famiglia: spero non sia troppo tardi».

«Con la mia famiglia sono nelle mani degli italiani – conclude Omran – fossi solo potrei provare a superare il confine, ma non è cosa semplice: unica soluzione è ottenere dall’Italia un visto con il quale espatriare a bordo di un aereo; per questo non smetto di fare appelli al vostro Paese: non è un atto di egoismo, mi rivolgo all’Italia anche a nome di quanti sono nelle mie stesse condizioni, non dimenticatevi di noi: aiutateci!».

Caccia al tesoro

Afghanistan, nel sottosuolo rame, ferro, terre rare

Prima l’Urss fino a fine Anni Ottanta, poi gli Stati Uniti, hanno scoperto inattese risorse nel sottosuolo. L’occupazione del territorio riporta alla luce interessi strategici. USA e Cina si parlano, trovano punti di contatto. Auspicabile un accordo fra le due potenze, per risolvere la crisi del paese occupato dai talebani.

 

Non ci sono buone notizie dall’Afghanistan. Qualcuno dichiara qualcosa, lascia sperare, e all’indomani per non sconfessare i sondaggi, fa marcia indietro. E, intanto, i talebani, che non vanno tanto per il sottile e più di altri sanno leggere fra le parole (di sicuro non incoraggianti per il popolo afghano), non ultime quelle dei leader del G7, lanciano un ultimatum: se le truppe straniere non abbandoneranno l’Afghanistan, allora l’Esercito islamico scaglierà un’offensiva contro chiunque si opporrà al “nuovo governo”.

Guerra di religione a parte, quanto è importante strategicamente l’Afghanistan, da oltre 30 anni al centro di un grande interesse non solo per motivi geografici, tanto da essere considerato crocevia fra Asia e Europa. Senza considerare l’elevata presenza di minerali nel sottosuolo.  Ecco, i minerali presenti nel sottosuolo. I primi ad intuire quale fosse il potenziale nascosto nel sottosuolo afghano, furono i sovietici che invasero il territorio  per poi abbandonarlo all’alba del ‘90.

In un servizio prodotto dalla Rai, si apprende che a quei tempi la Cia si impossessò dei documenti fino a quel momento nelle mani degli esperti dell’URSS all’indomani della messa in fuga dei talebani con l’intervento dell’esercito americano nel 2001. Fu in quell’occasione che la questione relativa alla presenza di minerali del sottosuolo afghano venne nuovamente a galla.

 

QUEL SOTTOSUOLO…

Lo studio per comprendere quanto potenziale nascosto si trovasse nelle viscere del Paese venne affidato nel 2006 agli analisti dello U.S. Geological survey, in quel momento impegnati in Iraq nelle rilevazioni petrolifere. Dopo una serie di ricognizioni, gli esperti stabilirono come in quello che sembrava un territorio inospitale e arido giacessero qualcosa come sessanta milioni di tonnellate di rame, oltre due milioni di tonnellate di minerale di ferro, circa un milione e mezzo di tonnellate di terre rare, oltre a oro, argento, zinco, litio e mercurio.

Lo studio prodotto dai geologi americani tuttavia non ebbe un seguito. Il minerale è rimasto nel sottosuolo, in attesa di un nuovo studio. La presa della Cina su materiali considerati strategici per la transizione ecologica potrebbe farsi quindi ancora più stretta.  Fatto acclarato, infatti, che Stati Uniti ed Europa dipendano rispettivamente per l’80% e il 98% dalla Cina per la fornitura di terre rare, materiali in assenza dei quali non sarebbe possibile produrre batterie al litio, pale eoliche e pannelli solari.

Più complesse, però, le problematiche. Intanto è necessario evidenziare come il problema delle terre rare nasca non tanto dalla loro carenza ma dal processo altamente inquinante che ha spinto negli ultimi anni l’Occidente a compiere il processo in Cina. Il paradosso della rivoluzione “verde”, infatti, è che l’opinione pubblica, pur essendo fermamente favorevole alla transizione green non vede di buon occhio le miniere e le fonderie necessarie per attuarla.

 

…CHE FA TANTO GOLA

Ma ora che il consumo di energia elettrica da fonti rinnovabili è destinato ad aumentare in maniera cospicua, il focus dei policymaker, anche europei, è tornato a puntare sullo sviluppo dell’estrazione e raffinazione di metalli, come ha dimostrato la pubblicazione del “critical raw materials resilience: charting a path towards greater security and sustainability” nel settembre 2020.  Anche se la Cina domina oggi la filiera dell’elettrico, non arriverà allo stesso grado di influenza geopolitica ottenuta dall’Arabia Saudita e da altri Paesi del Medio Oriente con il petrolio. Limitare le spedizioni di batterie potrebbe portare a prezzi più elevati e ritardi per le nuove auto elettriche, ma non avrebbe alcun impatto sulla capacità delle persone di spostarsi oggi con i propri veicoli come accadde nel corso dell’austerity degli Anni 70.  Secondo il Centro per gli studi strategici e nazionali, lo scollegamento dalla Cina è impossibile (improbabile e costoso).

A proposito delle relazioni commerciali tra America e Cina, fra i due Stati esiste una vulnerabilità reciproca che potrebbe spianare la strada a un potenziale accordo per proteggere determinati materiali considerati strategici. Se, infatti, da un lato gli USA dipendono dalla Cina per la fornitura di terre rare, nel comparto dei semiconduttori l’America è in possesso di metà mercato a livello mondiale. Ecco, perché sarebbe auspicabile un accordo fra le due potenze.

Madonna, friselle e orecchiette

La grande popstar in Valle d’Itria per festeggiare il suo compleanno

E’ la terza volta che l’artista di “Like a virgin” torna in Puglia. Amore a prima vista, sbocciato come per la tavola. Insieme con figli e fidanzato. A suonare il tamburello, cantare con i tarantini Terraross e intonare “Bella ciao”. E, intanto, Instagram promuove il Tacco d’Italia in tutto il mondo

 

E tre. Per la terza volta Madonna, lei la popstar per eccellenza, torna in Puglia. Per festeggiare il suo compleanno, non in una lussuosa villa di Los Angeles o in uno dei ritrovi più esclusivi di Miami. Madonna sceglie la nostra regione, la più bella al mondo, secondo i sondaggi svolti dal Washington Post negli ultimi anni.

Come per le altre due occasioni che hanno fatto notizia, noché il giro del mondo, la cantante e autrice di “Like a virgin” e altre decine di successi, ha scelto la Valle d’Itria. E’ qui che si vive a dimensione umana, lontano da traffico e stress. Ci si rilassa in compagnia del verde, di una tavola sempre invitante e ricca di soluzioni. E’ qui che si pasteggia con le cose per noi più semplici, ma a che evidentemente per gli ospiti hanno un valore esagerato, come orecchiette e friselle. Sì alla dieta, ma ogni tanto ci si può abbandonare alla tentazione del palato. Dunque, Madonna: orecchiette, friselle e tamburello, per accompagnare i Terraross, gruppo di musica popolare della provincia di Taranto (sette musicisti e una danzatrice).

 

ANNUNCIO SOCIAL

Madonna, dunque, è tornata in Puglia, a Borgo Egnazia, a Savelletri di Fasano. Sessantatré candeline, spente con allegria, lo spirito di sempre, con una grande voglia di divertirsi circondata dagli affetti più cari, dai figli e dal fidanzato. La presenza di madonna in Puglia è stata annunciata come ormai accade da tempo, da uno dei social più diffusi: Instagram. E’ stato il modello Joshua Lee Cummings a immortalare Madonna in una delle sue “stories”, con la didascalia “Birthday mood”: panoramica della piazza allestita di tutto punto, con luminarie e lunghi tavoli per accogliere protagonisti e ospiti. E, fra gli altri scatti: Madonna in piedi davanti a un tavolo decorato con mazzi di peperoncini rossi.

È stata un’altra grande festa. La prima volta nel luglio 2016: una foto su Instagram perché i fan  capissero che la loro beniamina che era arrivata in Puglia in vacanza. Un amore a prima vista, quello fra  l’interprete di successi come “Like a virgin”, “Vogue” e “La isla bonita” e questo angolo di cielo. Madonna era stata in giro, aveva passeggiato fra il Salento e la Valle d’Itria, fra i trulli, per cenare ad Alberobello, visitare l’abbazia di Cerrate. La sua vacanza si era conclusa con un caloroso “Arrivederci!”. E così è stato, alla prima occasione, Madonna è tornata.

 

RITORNO E “ARRIVEDERCI!”

Un anno dopo, in compagnia dei figli e degli amici, in occasione del suo compleanno. Festeggiamenti straordinari. La cantante era arrivata in sella a un cavallo bianco, per poi farsi fotografare in posa su un letto di pomodori rossi per poi ballare la tradizionale pizzica. Stavolta, scongiurate le restrizioni in materia di covid, ecco per la terza volta la star. E anche stavolta per spegnere le candeline e godersi la nostra Puglia.

Dopo aver festeggiato il suo compleanno, Madonna ha continuato a godere delle bellezze e delle atmosfere dalla Puglia. Fra le performance postate sui social, si scorge Madonna in un locale di Ostuni nel quale l’artista si diverte impugnando il tamburello e cantando e ballando insieme con i Terraross “Bella ciao”.

Dunque, tutti a tavola: orecchiette, friselle, vino rosso e altri sapori di questo angolo di Puglia. Per proseguire nei festeggiamenti pugliesi per il suo compleanno.  Proprio il compleanno è stata l’occasione perché Madonna tornasse in Puglia. Una terra che ama, un affetto che condivide puntualmente su Instagram. Anche grazie ai suoi “like” il Tacco d’Italia fa il giro del mondo.

«Verranno ad uccidermi»

Zarifa, ventisette anni, il sindaco più giovane dell’Afghanistan

Dal quotidiano Il Fatto a Libero, dal Corriere della Sera a Repubblica, è un susseguirsi di reportage che mostrano di avere a cuore il destino di un popolo. E in particolare delle donne, che corrono il rischio di tornare in schiavitù. Le opinioni di donne attiviste che lanciano un appello al mondo: «Non lasciateci sole, altrimenti è la fine»

 

«Forse fino a qualche giorno fa temevo per la mia vita, ora non ho più paura; temo solo per i miei familiari, che mi sostengono in questa protesta passiva nei confronti degli invasori: sono qui, seduta, in attesa che qualcuno arrivi e con il pretesto di fare giustizia mi ammazzi». Così Zarifa, giovane sindaco di una delle città afghane, insediatasi tre anni fa per amministrare un piccolo centro nel quale prima o poi arriveranno le forze talebane. Le stesse che in questi giorni hanno sovvertito il governo e pare abbiano intenzione di ripristinare condizioni che proverebbero qualsiasi libertà alle donne.

Dal quotidiano “Il Fatto” a “Libero”, dal “Corriere della Sera” a “Repubblica”, è un susseguirsi di reportage che mostrano di avere a cuore il destino di un popolo. E’ pericolo Afghanistan. I guerriglieri talebani o esercito che sia, nei giorni scorsi ha avuto la meglio sull’esercito afghano tanto da avere occupato senza trovare grande opposizione dall’esercito locale la capitale Kabul. Questi ultimi avevano bisogno di rinforzi, armi per meglio difendersi dal nemico che avanzava verso la capitale. C’è un report dell’Intelligence americana sottoposto a Biden, presidente USA, nel quale venivano espresse perplessità sull’eventuale resistenza dei militari afghani ad un eventuale attacco sferrato dai Talebani. Biden ha perso appeal con il suo elettorato e, più in generale, con il popolo americano. Trattare con gli invasori, perché questo è quanto scaturirebbe da un vertice nel quale gli Stati Uniti hanno invitato le altre forze presenti al Tavolo per studiare l’opposizione al ricostituito Emirato islamico. Facendo un po’ di conti, a oggi, Siria, Libia, Egitto, Palestina, Iraq, Arabia Saudita e, ora, Afghanistan, hanno in comune una cosa: il disimpegno da parte del governo americano.

 

SOCIETA CIVILE IN PERICOLO

Intanto, in queste drammatiche ore, il sentimento sembra essere uno solo: la società civile dell’Afghanistan teme di essere in grave pericolo. Da quando i talebani hanno preso la capitale Kabul e, più in generale, il potere sull’intero Paese. Le donne, in modo particolare, sono convinte di scivolare daccapo in un inferno senza diritti. In tutto questo, in attesa di una presa di posizione da parte del governo americano, uno dei più autorevoli organi di informazione della Grande mela, il New York Times, ha pubblicato la testimonianza di Zarifa Ghafari, ventisette anni, la sindaca più giovane dell’Afghanistan.

Conosciuta per essere da sempre in prima linea per il rispetto dei diritti delle donne, Zarifa è convinta che il peggio sta per arrivare: «Verranno per le persone come me, mi uccideranno; sono seduta qui, in attesa che arrivino: non c’è nessuno che aiuti me o la mia famiglia. Sto seduta con i miei congiunti, insieme con mio marito. Non posso lasciare la mia famiglia. E anche se fosse, dove andrei?». Zarifa è stata nominata a capo della città di Maidan Shar l’estate di tre anni fa dal presidente Ashraf Ghani, fuggito per mettersi in salvo dai talebani.

«Sono distrutta – ha dichiarato la giovane sindaco – non so su chi fare affidamento, ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi: non ho più paura di morire». Nel frattempo i talebani stanno provando a rassicurare la popolazione, annunciando un’amnistia generale per i funzionari statali. «L’Emirato islamico – riporta un documento – non vuole che le donne siano vittime, ma anzi dovrebbero avere ruoli nella struttura di governo, ma in accordo con la Sharia». Insomma, «Voi governate, ma comandiamo noi».

 

L’INCUBO DOPO VENTI ANNI

Inutile girarci intorno, quanto sta accadendo in queste ore pare abbia un solo significato: per le donne afghane è la fine di tutto. Dopo venti anni sono tornati i talebani e con questi la “sharia”, la versione più estremistica della legge coranica che vorrebbe le donne segregate, ignoranti, invisibili. Quando guidarono l’Afghanistan nella seconda metà degli Anni Novanta, fecero piombare l’Afghanistan nel buio più totale. Le donne furono cancellate dalla società, trasformate in tanti fantasmi azzurri come i burqa che dovevano indossare, in schiave sessuali. Furono vietati lavoro e studio, pena la lapidazione. E adesso l’incubo è tornato. Anche Fatima, trentacinque anni, nelle Forze di sicurezza afghane, teme gravi ritorsioni. Non è riuscita a salire su uno degli aerei in partenza da Kabul. «Uccideranno anche me, sanno bene chi ha aiutato gli occidentali; stanno facendo le liste in ogni città delle donne single, dagli 8 ai 45 anni: molte saranno uccise, quelle che saranno risparmiate andranno in moglie ai talebani».

«Veder crollare tutto in un istante è la fine del mondo», ha dichiarato una giovane studentessa, rappresentante delle giovani afghane presso l’Onu. «E’ un incubo per le donne che hanno studiato e che intravedevano un futuro migliore». «La storia si ripete velocemente«», dice Fawzia Koofi, ex vicepresidente del Parlamento afghano.

Non solo resistenza passiva. C’è chi vuole vendere cara la pelle. Chi vuole restare e lottare. «Non servirebbe a nessuno se tutte le donne lasciassero il Paese», ha dichiarato all’emittente britannica Mahbouba Seraj, attivista di lunga data, dicendosi pronta a sedersi a un tavolo con i talebani per cercare di cambiare le cose dall’interno: «Nessuno, né i talebani, né il mondo, né la nostra repubblica, ha mai capito la forza delle donne afghane, quale risorsa siano».

Terrore a Kabul

Capitale afghana invasa dai Talebani

La gente scappa, teme rappresaglie. Le donne, che avevano conquistato libertà e lavoro, si nascondono. Lanciano un appello: «venite a prenderci, altrimenti è la fine!». Intanto centinaia di uomini disperati corrono in aeroporto, assalgono gli aerei per fuggire in Qatar.

 

Per le strade di Kabul, in Afghanistan, c’è paura. Il nuovo regime prova a rassicurare il popolo che nei giorni scorsi ha subito l’invasione dei Talebani. E insieme a questi, la comunità internazionale circa l’intenzione di pacificare il Paese.
Non sono però in moltia credere all’annuncio dei Talebani circa una “amnistia generale” per tutti i funzionari delle vecchie autorità afghane, invitati a tornare a lavoro. «Un’amnistia generale per tutti», RIPORTA un comunicato, «pertanto dovrete riprendere le vostre abitudini di vita con piena fiducia».  Gli Stati Uniti, intanto, stanno rafforzando il cordone di sicurezza intorno all’aeroporto di Kabul riaperto per consentire il proseguimento dei rimpatri. Sono ancora migliaia le persone che cercano di lasciare la città di Kabul dove, secondo alcuni testimoni, i Talebani starebbero setacciando casa per casa in cerca di presunti oppositori, donne e simpatizzanti della politica occidentale. Notizia dell’ultima ora riferita dal Pentagono: entro la fine della giornata a Kabul ci saranno 4.000 soldati Usa.

 

DONNE DISPERATE: E’ FINITA!
Ma chi, più di altri, teme per la propria incolumità, sono le donne. In Afghanistan è il tempo della paura. «Siamo nascoste in cantina, siamo sole, vi prego: portateci via», urla una ragazza di ventiquattro anni che ha studiato per trovare finalmente un lavoro che la gratificasse. Da tre giorni, la poverina, se ne sta chiusa a casa con la sorella nella speranza che i Talebani non le trovino. La loro colpa: essere donne, aver studiato e lavorare.
Ma le immagini stampate nella mente dalla gente che in queste ore sta seguendo la vicenda afghana è quella della fuga da Kabul su voli di fortuna. La gente si stipa come sardine, sembra di guardare un film già visto. Una delle immagini diffuse dai militari americani riassume il dramma dell’esodo da Kabul: seicentoquaranta afghani ammassati all’interno di un aereo da trasporto, che ha come massima capienza un quarto dei passeggeri.

 

UN AEREO STRACOLMO 
La foto è stata scattata nel pieno della grande fuga dalla capitale appena conquistata dai Talebani. Nonostante il sovraffollamento «l’equipaggio ha deciso di partire comunque», ha riferito una fonte militare Usa a Defense One, e «circa 640 civili afghani sono sbarcati quando l’aereo è arrivato a destinazione». In precedenza, video dell’aereo superaffollato – il volo è stato denominato Reach 871 e aveva come destinazione la base dell’aviazione Usa Al Udeid in Qatar – erano già circolati sui social network. Defense One ha anche diffuso la trascrizione di una conversazione radio tra un ufficiale e un interlocutore sull’aereo. «Va bene, quante persone pensi ci siano sul tuo aereo? …Ottocento?». Segue imprecazione.
Dopo i due uomini precipitati nel vuoto dopo essersi aggrappati ad un aereo in decollo dall’aeroporto di Kabul, il Washington Post dà notizia di una nuova vittima della fuga disperata di molti civili afghani: il cadavere di un uomo è stato trovato nel vano-carrelli di un aereo da trasporto americano C-17.
Due fonti hanno detto al giornale che il corpo incastrato tra i carrelli ha temporaneamente reso inutilizzabile l’aereo. Si tratta dello stesso modello di velivolo sul quale sono saliti circa i seicentoquaranta civili afghani trasferiti in Qatar.

«Finalmente a casa!»

Vasco Rossi, anche quest’anno a Castellaneta Marina

Dopo la sua Emilia, il suo secondo domicilio è la nostra costa. Atterrato a Grottaglie con un volo privato, il rocker si è diretto nel suo “buen retiro” tarantino. «Stare qui è un vero spasso», dice. «Qui, dove le fragole sanno di fragole e i pomodori di pomodori». Un tutore al collo, lussazione a unaspalla, a causa di una caduta dalla bici.  «Mi spiace, per qualche giorno niente foto e autografi. Altro che  “Vita spericolata…”»

 

Vigilia di Ferragosto. Puntuale, Vasco torna sulle rive dello Ionio. Stavolta si accompagna un “amico” del quale il cantautore di “Vita spericolata” avrebbe fatto volentieri a meno: un tutore al braccio destro. Un rimedio necessario per un artista che scrive, suona, rilascia autografi. Ma è solo questione di giorni, poi potrà sfilarsi dal braccio lussato quella scomoda imbragatura.
Dunque, bentornato Vasco. La Puglia, come sempre, lo ha atteso a braccia aperte. Come ogni anno, uno degli artisti italiani più amati, ha scelto la bellezza, i sapori, la serenità di questo angolo d’Italia. Con tutto il rispetto per quanti fanno questo lavoro di mestiere, Castellaneta, sede del “buen retiro” di Vasco, non è proprio Salento. E’ provincia di Taranto, Costa ionica. Qualsiasi cosa accada fra Taranto, Brindisi e Lecce, dalla macchina mediatica viene licenziata come “salentina”; quando, invece, si tratta di Lecce e della sua bella provincia (diamo a Cesare…), tutto “…accade nel Leccese”. Dunque, Grottaglie, aeroporto, Castellaneta Marina, uno degli angoli più belli d’Italia, sono in provincia di Taranto.

 

CASTELLANETA MARINA, TARANTO
Fatto del provincialismo come non ci capita spesso di fare, passiamo alla rockstar. Quel Vasco che almeno tre generazioni amano. Appena sbarcato nella Città delle ceramiche, Vasco ha cominciato subito a sorridere a uno scatto, scherzare, a prendere in prestito da uno dei nostri autori più acclamati, Michele Salvemini, molfettese, più noto come Caparezza: «Sono venuto a ballare in Puglia… col tutore». Così il Vasco più Vasco d’Italia, ha annunciato il suo ritorno per le consuete ferie sulla Costa tarantina. Lo ha fatto attraverso un post Instagram corredato dalle foto, si diceva, che lo ritraggono all’aeroporto di Grottaglie mentre scende le scale del volo privato con quella vistosa fasciatura al braccio.
Il cantautore modenese, autore di “Vita spericolata”, “Albachiara”, “Siamo solo noi”, “Sally”, “Senza parole” e tutto il resto appresso, si sta riprendendo da un infortunio provocato da una caduta da una bicicletta nei primi giorni di agosto. E’ stata quella rovinosa manovra, con scivolone e cadutona, ad avergli procurato la lussazione alla spalla destra.
Come accade da anni a questa parte, il più popolare rocker italiano trascorrerà un periodo di vacanze a Castellaneta Marina, tra pinete, macchia mediterranea e spiagge, nel posto «dove le fragole sanno di fragole i pomodori di pomodori», come scritto dallo stesso artista sui social.
Anche questa volta i suoi fan, già scatenati sui social alla notizia del suo arrivo, possono sperare di incontrarlo in riva allo Ionio come spesso accaduto gli scorsi anni, occasioni nelle quali Rossi non si è mai sottratto all’abbraccio, spesso troppo passionale (ma ci sta…) della folla di bagnanti.

 


NIENTE DI ROTTO, TRANNE LE SCATOLE

Vasco, si diceva, è caduto dalla sua bici. Sui social ne ha dato notizia lui stesso. «Mi spiace – ha scritto – ma per qualche giorno niente foto e autografi», ha fatto sapere mostrando una foto con il braccio bloccato da un tutore. «Niente di rotto, nessuna lesione: mi sono lussato una spalla cadendo dalla bicicletta», spiega,. Poi si prende in giro con l’hashtag «Voglio una vita spericolata».
Nulla di grave, ma, si può dire, Vasco, dai: «E’ una rottura, fa un male boia!». Oh, finalmente, adesso ti riconosciamo. Va bene la dichiarazione politicamente corretta, ma tu ci hai insegnato che lo smadonnamento può essere terapeutico. Così va bene. Anzi, va bene, va bene così.

«Io e Federico, sposi…»

Giglia Marra, attrice, mercoledì si è unita a Zampaglione, leader deI Tiromancino

Ricevimento per centosettanta invitati in una masseria alla periferia della sua Mottola. «L’ho conosciuto in un locale romano, poi a Las vegas la sua dichiarazione. Abbiamo voluto fare le cose a modo, il Covid ci aveva impedito di coronare prima il nostro sogno». Lei in abito bianco, lui in smoking. E a tavola, dal pesce alle orecchiette, alle mozzarelle, e “bomboniere” originali: piatti di ceramica di Grottaglie. E su ognuno di questi, frasi delle canzoni del popolare cantautore-regista. Un sogno che lei aveva anticipato, sottovoce, al teatro Orfeo di Taranto…

 

Giglia Marra, attrice, nata a Mottola, ha coronato il suo sogno d’amore. Nella sua cittadina, due passi da Taranto, ha sposato il cantautore Federico Zampaglione, per tutti l’anima dei Tiromancino. Di questo desiderio, Giglia, nonostante avessimo scambiato due sole battute un paio di minuti prima, ci aveva fatto cenno un sabato, precisamente il 29 maggio, quando con Federico aveva raccolto l’invito dei titolari del teatro Orfeo, Adriano e Luciano Di Giorgio, a presentare il film “Morrison”, scritto e diretto da Zampaglione. A fare gli onori di casa ci aveva pensato la collega Alessandra Macchitella. Si sa, la star della serata è Federico, che, ci perdonerà, convoglia su se stesso buona parte della stampa per spiegare l’anteprima del film, ma la nostra attenzione è rivolta per buona parte della free-conference alla nostra conterranea.

Attrice di fiction e cinema, trentanove anni, Giglia a diciotto anni è pertita per Roma per studiare recitazione. Una laurea in Cinema all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito un altro titolo di studio, il diploma all’Accademia di Beatrice Bracco. Fra i suoi impegni televisivi, «Vivere», «Distretto di polizia 8», «Ris» e «Squadra Antimafia», fino al cinema nel film «Teleaut – Ultima trasmissione», corto «Cristallo» (candidatuture a Nastri d’Argento e Globi d’Oro), fino a «Morrison».
I genitori di Giglia avrebbero voluto per la loro figliola una carriera da avvocato o manager. «Mi è dispiaciuto non poterli accontentare, ma credo che, oggi, siano felici della mia attività di attrice. Da piccola ammiravo Monica Vitti e Anna Magnani, anche se caratterialmente e cinematograficamente diverse fra loro, veri simboli del nostro cinema».

 

 

«UNA COMMEDIA…»
Grande interprete in ruoli drammatici, confessa un altro desiderio, stavolta professionale. «Mi piacerebbe misurarmi in qualcosa di leggero, i miei stessi amici mi riconoscono un carattere brillante, così hai visto mai riuscissi a ritagliarmi un ruolo in un film-commedia?».
Ma prima di entrare nel vivo di cerimonia e matrimonio, passo indietro, dove ha conosciuto Zampaglione. «In un locale di Roma, l’occasione fu una foto che una mia amica, fan di Federico, voleva che le scattassi. E’ stato il momento in cui io e lui abbiamo scambiato appena due battute, poi, silenzio, emozioni, e forse proprio in quel momento abbiamo avvertito che stava scattando qualcosa». Singolare il primo approccio con qualcosa che fosse un legame importante. «Eravamo andati a Las Vegas, a festeggiare il mio compleanno. E’ stato in quell’occasione quando lui, scherzando, mi ha provocata: “Ci sposiamo?”. “Va bene pure per le nozze a Las Vegas, ma prima voglio quelle in chiesa”, sono tradizionalista».
Poche ore fa si sono conclusi i festeggiamenti. Sposi, finalmente: «Se sto sognando non svegliatemi», dice Giglia ad amici e parenti più stretti. La funzione religiosa si è svolta nel pomeriggio nella chiesa di Santa Maria Assunta, mentre il ricevimento per centosettanta ospiti, nella Masseria Bonelli, una location immersa nel bosco, fra trulli e a tanta vegetazione. Lei in abito bianco è arrivata all’altare al braccio del padre, mentre ad accompagnare lo sposo, in smoking scuro, è stata Linda, undici anni, la figlia che Zampaglione ha avuto con Claudia Gerini. Sui social pubblicati due scatti: uno mano nella mano per le strade di Mottola e l’altro in primo piano con la fede al dito. 

 

«CANZONI E ALLEGRIA»
«Non è stato semplice organizzare tutto in meno di due mesi», ha confessato Giglia alla stampa. Per due anni avevamo rimandato il matrimonio a causa del Covid. A fine giugno abbiamo deciso di anticipare a mercoledì 11 agosto per impegni di lavoro. Senza dimenticare l’incognita virus, che avrebbe potuto far saltare i piani». Evento curato in ogni dettaglio, con tanto di green pass, tamponi e, chi più ne ha più ne metta, per evitare il contagio.
Hanno allietato i festeggiamenti, la musica di Zampaglione e quella dei Terraross, gruppo folk che aveva già affascinato la grande cantante Madonna durante le vacanze pugliesi. Canzoni e allegria.
E per finire, il menù. Per il rinfresco la coppia ha scelto un programma a base di pesce, con mozzarelle realizzate sul momento in masseria. Tutto nella tradizione pugliese. Immancabili le orecchiette e una bomboniera originale: piatti in ceramica realizzati per gli sposi da un maestro di Grottaglie. Tutti pezzi unici, con frasi delle canzoni di Federico Zampaglione.

Green pass e furbetti

Carta verde, entra i vigore, ma c’è chi pensa ad aggirarla

L’ultimo piano escogitato dal Governo. Guerra al covid, ma c’è chi aggira l’ostacolo. Ristoratori vaccinati, ma restii a chiedEre i documenti alla clientela. Si troverà una via di mezzo, intanto gli studenti sono a favore della “carta verde”, over trenta meno collaborativi. E’ la solita Italia, fatta la legge…

 

Da un notiziario Rai a quello Mediaset, dal Corriere al Giornale, è un susseguirsi di servizi sul “green pass”, altra croce e delizia degli italiani, che evidentemente non si fanno mancare nulla. nemmeno quelle idee, furbe, che hanno reso popolare la fantasia e, diciamolo, anche il malcostume italiano in tutto il mondo. Parliamo di “carta verde”, per accedere nei pubblici esercizi, il documento di libera circolazione necessaria e rilasciata a quanti si sono sottposti al vaccino. Parliamo, meglio, scriviamo, dell’ultima soluzione adottata dal governo italiano, come in altri paesi europei. Fatta la legge, trovato l’inganno, l’arguzia che ribalta il risultato che Draghi e il suo governo stavano per portare a casa, non senza ostacoli da parte dell’opposizione.
Dunque, cominciamo dalla circolare in materia di “green pass”. Dopo giorni di consultazioni tra gli uffici legislativi di palazzo Chigi e i Ministeri competenti, una circolare del capo di gabinetto del Viminale, avrebbe chiarito (condizionale d’obbligo) le modalità per l’accesso in tutti i luoghi dove è obbligatoria la certificazione verde. Regole, però, che variano a seconda dei posti in cui si va.

 

E I GESTORI NICCHIANO…
Cominciamo allora, dai gestori dei locali pubblici. Dovranno solo verificare che i clienti abbiano il green pass, senza però chiedere il documento di identità. I controlli sull’autenticità della certificazione verde spettano infatti alle Forze dell’ordine. Il dubbio era nato perché sul decreto approvato dal governo non si fa cenno all’obbligo per ristoratori e titolari di altre attività di accertare le generalità del cliente, ma l’applicazione utilizzata per scansionare il green pass contiene un’indicazione diversa.
Sulla schermata che compare dopo aver inquadrato il Qr code del certificato è infatti riportato quanto segue: «Per completare la verifica è necessario confrontare i dati anagrafici sotto riportati con quelli di un valido documento di identità». Una postilla che aveva provocato la rivolta dei ristoratori, che dichiaravano attraverso gli organi di rappresentanza: «Non siamo poliziotti».
Tempestivamente Palazzo Chigi, su Instagram, ha chiarito che cosa bisogna fare per scoprire se la certificazione è falsa. «Per verificare se una Certificazione verde è autentica – hanno informato da Palazzo – bisogna utilizzare l’app gratuita VerificaC19 installata su un dispositivo mobile (non è necessario avere una connessione internet)». Viene specificato, inoltre,  che «l’app non memorizza le informazioni personali sul dispositivo del verificatore».

 

SCAMBIAMOCI IL GREEN PASS
Una volta entrato in vigore il “green pass”, cambiano le regole negli esercizi. Dallo scorso fine-settimana, il dibattuto tagliando verde è la vera novità. Come si diceva, spetta ai gestori delle attività accertarsi che i clienti siano in regola, scansionando il Qr code con l’applicazione Verifica C19. Procedura non complessa, anche se ci sono ancora dei nodi da sciogliere. «Non mi piace che passi l’idea – dice un gestore – che i ristoranti passino per luoghi a rischio: non è così, tutto il personale è vaccinato e si attiene alle regole, non tanto per convinzione quanto per mentalità».
«Lavoriamo con in tavoli all’esterno – prosegue il ristoratore – perché non tutti sono ancora muniti della carta verde». Secondo le prime stime, al momento un cliente su quattro non ha il lasciapassare. I gruppi, spesso, sono misti quando è così il personale è costretto a far accomodare la clientela all’esterno del locale. Non tutti infatti hanno preso nota delle novità. Ma come in tutte le cose, spesso qualcuno tende a chiudere un occhio, o anche due. «Io il Green pass ce l’ho – dice un ventenne – è questione di senso civico, dispiace però vedere che in molti locali ancora non lo chieda nessuno». «Noi – dicono invece altri ragazzi, studenti – ci siamo vaccinati insieme per fare la maturità senza pensieri e goderci le vacanze». Ma ovviamente il discorso non vale per tutti. Il risultato, però, si inverte quando entrano in ballo gli over trenta.
Sulla base di testimonianze, si registra un certo scetticismo. «Per ora non mi vaccino, vedo cosa accade a settembre», dice una ragazza. Ma poi ci sarebbe l’ingresso nei locali. «Per ora non è un problema, si può comunque stare fuori e poi non è detto che serva il “green pass” per entrare, c’è chi si fa furbo e i modi per aggirare le restrizioni ci sono…». Finché dura.

«Dopo-Xylella, ci siamo!»

Buone notizie, mandorlo, ciliegio, citrus, prunus…

Via libera definitivo all’impianto in zona infetta di alberi. Per non condannare le province di Lecce, Brindisi e Taranto a una monocoltura. In Salento, agricoltori senza reddito da sette anni. Milioni gli ulivi secchi. Frantoi svenduti a pezzi in Grecia, Marocco e Tunisia. Persi 5mila posti di lavoro. L’incoraggiamento dall’Assessorato regionale all’Agricoltura e da Coldiretti Puglia.

 

Finalmente una buona notizia per la Puglia. C’è il  via libera definitivo all’impianto in zona infetta di mandorlo e ciliegio. E non solo, ma anche di tutti i citrus e prunus per iniziare a programmare la diversificazione colturale in Salento, dopo il disastro causato dalla Xylella che ha colpito ventuno milioni di ulivi.

La notizia, confortante, specie in un periodo di crisi come quello provocato dalla pandemia, arriva direttamente dalla  “Coldiretti Puglia”, facendo riferimento alla determina firmata da Donato Pentassuglia, assessore all’Agricoltura della Regione Puglia che autorizza l’impianto di piante “specificate”, si diceva, in zona infetta, vietato fino allo scorso 3 agosto nel 40% del territorio regionale pugliese.

«E’ possibile l’impianto delle piante specificate che si sono dimostrate resistenti o immuni all’organismo nocivo nelle zone infette in cui si opera l’eradicazione, e ciò riguarda agrumi, il pesco, l’albicocco, il susino, il mandorlo», dichiara il presidente di Coldiretti Puglia, Savino Muraglia.

Lo scenario che si presenta ai nostri occhi ha qualcosa di lunare: migliaia di ulivi secchi ancora da eliminare, si stagliano rigogliosi i mandorli, ma anche gli albicocchi, esempi di “resilienza” alla Xylella fastidiosa in area infetta, testimoni che la diversificazione colturale è possibile e opportuna, per non condannare le province di Lecce, Brindisi e Taranto a una monocoltura, con il rischio che un organismo alieno azzeri il patrimonio produttivo del territorio, come già avvenuto con la Xylella che ha compromesso il 40% del patrimonio olivicolo della regione Puglia.

 

BATTERIO, MANDORLI E CILIEGI…

Le indagini diagnostiche sulle piante delle varietà di ciliegio dolce e mandorlo selezionate per esempio, a seguito dell’esposizione sia all’inoculo artificiale sia ad adulti di sputacchina con elevata incidenza di infezioni di Xylella fastidiosa, hanno dimostrato, spiega Coldiretti Puglia facendo tesoro dello studio scientifico dell’IPSP del CNR di Bari, che la presenza del batterio risulta in media inferiore all’11% su mandorli e ciliegi. Questo dato confrontato con quanto ottenuto nelle tesi con piante di olivo, con la media di piante infette del 74,43%, indica una percentuale significativamente più bassa di infezione di mandorlo e ciliegio.

«Vitale aprire all’impianto anche di altre specie arboree – è l’opinione del presidente Muraglia – per poter utilizzare al meglio i 25 milioni di euro messi a disposizione verso altre colture dal Piano anti Xylella dei 300 milioni di euro e dare una iniezione di risorse alla ricerca con i 20 milioni di euro da destinare agli studi scientifici e alla sperimentazione per ricostruire al meglio il patrimonio produttivo e paesaggistico della Puglia».

Il mandorlo è da tempo considerato resistente e tollerante, sostiene Coldiretti, in una misura almeno uguale, se non superiore, alle varietà di olivo resistenti, per le quali è autorizzato l’impianto, secondo gli studi del CNR di Bari, mentre gli agrumi, il pesco, l’albicocco ed il susino sono risultate immuni alla Xylella fastidiosa sottospecie pauca da prove scientifiche del CNR di Bari, già ampiamente validate nel 2016 e quindi anche prima dei due anni richiesti dal regolamento.

 

REIMPIANTI INDISPENSABILI

E’ indispensabile liberalizzare i reimpianti  con l’adeguata diversificazione colturale per una ricostruzione efficace dal punto di vista economico e paesaggistico, perché la ricerca ha dimostrato che altre varietà hanno caratteri di resistenza non dissimili da quelle delle varietà di olivo resistenti.

«E’ indispensabile liberalizzare i reimpianti – prosegue Muraglia – con un intervento risolutivo del Ministero dei Beni Culturali, in collaborazione con la Regione Puglia, per le necessarie deroghe ai vincoli paesaggistici per l’espianto di ulivi ed il reimpianto di culture arboree diverse dai soli ulivi resistenti».

Nel Salento gli agricoltori sono senza reddito da sette anni, si contano milioni di ulivi secchi, i frantoi sono stati svenduti a pezzi in Grecia, Marocco e Tunisia, sono andati persi 5mila posti di lavoro nella filiera dell’olio extravergine di oliva, con un trend che rischia di diventare irreversibile se non si interviene con strumenti adeguati per affrontare dopo anni di tempo perduto inutilmente il ‘disastro colposo’ nel Salento. «Tutto ciò – conclude Coldiretti Puglia – è utile a permettere il ripristino e la nuova creazione di riforestazione al servizio degli operatori e dell’indotto turistico sull’area infetta da Xylella che in Puglia ha colpito ottomila chilometri quadrati di territorio; in questo modo sarà possibile mettere in atto una gestione forestale sostenibile e certificata di area vasta i cui attori, se opportunamente incentivati, potranno essere i consorzi forestali capaci di organizzare e coordinare le proprietà private, pubbliche nonché demaniali».