«Le mie due vite…»

Frida Bollani Magoni, grande talento

Cieca fin dalla nascita ha coltivato la sua passione per la musica. «Merito di papà e mamma, Stefano Bollani e Petra Magoni, due grandi musicisti», dice. «In un’altra famiglia, forse, avrei faticato di più, ma alla fine così doveva essere così è stato…»

 

Un sorso d’acqua e “Carol of the bells”, “Blackbird”, “Over the rainbow”. Altro sorso d’acqua, “Moon river”, “Holy night”, “Amazing grace”. Poi, tre note. «La conoscete questa?». Inequivocabile, la gente la riconoscerebbe fra mille. E’ “Caruso” di Dalla, il pubblico risponde con un grande applauso.

Frida Bollani Magoni, figlia d’arte. Papà è Stefano Bollani, compositore, pianista, fantasista; mamma è Petra Magoni, fra le più celebri interpreti jazz, prima fan di sua figlia Frida. Petra è la sua ombra, si sbraccia per l’intero concerto di Taranto. Location originale, Frida ha voluto quella e solo quella: la Concattedrale Gran Madre di Dio.

«Tenere concerti nelle chiese, nella Concattedrale Gran Madre di Dio, in questo caso – ci dice Frida – è un’esperienza nuova all’interno di un tour natalizio in tutta Italia, in particolare in Puglia e felicissima di aver fatto ascoltare un repertorio nella maggior parte nuovo: canzoni natalizie in luoghi, le chiese, nei quali ero stata impegnata in passato solo con dei cori: in questo progetto, pianoforte e voce, trovo un’acustica straordinaria e un pubblico che in parte mi conosceva e che spero abbia potuto apprezzare il mio impegno anche in una chiave sperimentale».

Frida 2 - 1

    Foto Aurelio Castellaneta

ANIMA ALLE CANZONI

Frida affascina, dà anima alle canzoni. Ai brani originali, come alle cover che il pubblico accompagna in coro o tenendo il ritmo battendo le mani. In questi giorni anche il settimanale del Corriere della sera, “7”, ha dato copertina e profondità alla sua sensibilità in un bell’articolo di Silvia Avallone.  «Mamma mi è di grande aiuto in tour – spiega Frida – è lei che si occupa del trasferimento da una città all’altra, del sound-check, dei rapporti con la stampa, cose alle quali non ero abituata, almeno non professionalmente: adesso ci sto facendo l’abitudine, ma Petra – così chiama mamma… – è insostituibile». Come non crederle. Scherza Frida dal palco. Non può lasciarsi andare in una battuta che subito Petra, in fondo alle due ali di banchi, le risponde a voce alta. «Chi conosce questa canzone?», interroga Frida. «Iooo!», urla Petra. E’ un incoraggiamento costante, come quello del pubblico, che non solo riconosce i brani in scaletta, ma interagisce scandendo il ritmo con le mani e con i cori.

Frida Bollani Magoni, ha diciassette anni. E’ cantante e pianista, compositrice, figlia d’arte. Sono stati i suoi genitori, riconoscendone qualità e sensibilità non comuni, ad averla incoraggiata nel coltivare una già spiccata inclinazione per la musica. Tutto questo nonostante una malattia congenita che ha reso Frida cieca fin dalla nascita. Come raccontato da mamma Petra, è stato chiaro fin dalla più tenera età che la figlia avesse un talento straordinario.

«Studio e suono – ha raccontato – buona parte della settimana la dedico alla scuola, il week-end, se possibile, ai concerti: non so stare senza musica. Come tutti, alla mia età, ho amici e compagni di scuola, fra me e loro nessun ostacolo…».Frida 3 - 1

     Foto Aurelio Castellaneta

«LA MIA STRADA ERA SEGNATA»

Che fosse una in gamba, Frida, lo si è visto durante il concerto tarantino organizzato dall’ICO Magna Grecia che ha ospitato la giovane artista toscana nella rassegna orchestrale 2021-2022. Ha spirito da vendere, non si pone problemi a parlare della sua cecità. «Ringrazio i geni sballati – ha dichiarato a Silvia Avallone – ma anche al talento che ho ereditato dai miei genitori: in un’altra famiglia forse avrei faticato di più, ma alla fine così doveva essere così è stato…»

Quanti applausi per la sua personale versione de “La cura” di Franco Battiato o “Hallelujah” di Leonard Cohen. E per gli inediti “I’ll miss you” e “Christmas again”, fino a un ricco medley strumentale di canzoni di Natale. Ha appena finito di cantare, ha la gola secca Frida. Stende un mano, cerca nel vuoto la sua bottiglietta d’acqua, che arriva puntuale. Ci pensa mamma Petra, anche a contenere la gente che attende la sua ragazza per complimentarsi, dirle, urlarle «Brava!». Farle sentire tutto l’affetto e la stima per uno straordinario talento. «La mia strada era segnata fin da quando ero nella culla – dice Frida – mi dicono a che mentre i miei cantavano a e suonavano io sgambettavo, un segno anche quello, la musica è la mia casa…»

Addio, Big Desmond

A novant’anni si è spento l’arcivescovo che sfidò l’apartheid

Premio Nobel per la pace, si era schierato dalla parte dei neri in Sudafrica. «Ci ha lasciato in eredità un Sudafrica liberato», ha detto il presidente Cyril Ramaphosa. «La sua vita per milioni di sudafricani è stata una benedizione: leader, un essere umano straordinario, un pensatore», ha sottolineato la Fondazione Mandela

 

E’ scomparso all’età di novant’anni, il grande Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace. Tutto ricordiamo l’arcivescovo per essere stato in tempi non sospetti il simbolo della lotta all’apartheid in Sudafrica e quel riconoscimento internazionale che aveva meritato con tanto di applausi a scena aperta. I funerali, ha reso noto la sua Fondazione, si svolgeranno a Città del Capo l’1 gennaio.

L’apartheid. Brutta cosa quella politica fatta di estremismi e discriminazione da parte delle minoranze bianche nei confronti dei neri nella Repubblica Sudafricana. Una lotta violenta perpetrata con inaudita violenza, seminando paura e morte, con qualsiasi violenza contro libertà e diritti civili degli indigeni neri, finalmente annientata trent’anni fa.

Desmond, come tutti lo conoscevano, purtroppo non c’è più.  A darne notizia è stato il presidente Cyril Ramaphosa. «La scomparsa dell’arcivescovo emerito Desmond Tutu è un altro capitolo del lutto nell’addio della nostra nazione a una generazione di eccezionali sudafricani che ci hanno lasciato in eredità un Sudafrica liberato».

Premio Nobel per la Pace nel 1984, Desmond Tutu era stato il primo arcivescovo anglicano nero di Città del Capo. Aveva sempre lottato per difendere chiunque fosse oggetto di discriminazioni, vessazioni, atti di violenza, a favore di quanti non avevano diritti. Quante sono state le attività politiche in Sudafrica per abbattere le differenze tra bianchi e neri. Presidente della commissione “Truth and Reconciliation Commission”, Big Desmond aveva il compito di indagare sulla violazione dei diritti umani. Fra le sue pubblicazioni: “Crying in the wilderness” (1982) e “Hope and suffering” (1983), “No future without forgiveness” (1999) e “God has a dream: a vision of hope for our time” (2004). Fu lui l’autore di una delle frasi più famose con la quale sintetizzò la sofferenza del suo Paese agli occhi del mondo: “Rainbow Nation”, nazione arcobaleno.

Nel ricordare la figura di Desmond Tutu è intervenuta, fra le altre, la Fondazione Mandela, che ha definito la sua scomparsa una perdita «incommensurabile, grande più della vita stessa». «Per tante persone in Sudafrica la sua vita è stata una benedizione: leader, un essere umano straordinario, un pensatore».

BTM Puglia, benvenuto!

Taranto accoglierà uno dei maggiori promotori di turismo del Sud Italia

Torna “in presenza” e lancia il format “Lab”. Scelte in tema di PNRR, sostenibilità ambientale e promozione dei territori. La regione si conferma destinazione wedding in Italia. L’evento punta a tornare elemento di punta internazionale ampiamente riconosciuto pre-pandemia. L’edizione di due anni fa aveva ospitato in tre giorni 16.000 visitatori, 175 espositori, 80 buyer internazionali e 155 relatori esperti.

 

Scongiurando ondate da covid, Taranto si candida ad ospitare la settima edizione di BTM Puglia, fra i principali eventi di promozione del turismo del Sud Italia, che tornerà “in presenza” dal 2 al 4 marzo 2022 dopo il rinvio dell’edizione 2021.

Detto della volontà di scacciare il pericolo “pandemico”, la nuova edizione si presenta con un ricco programma di incontri tra buyer e seller e una veste rinnovata, che fa leva sulla necessità di un nuovo turismo fondato sulla sostenibilità.

Per raggiungere obiettivi importanti, ecco che una novità sarà dedicata il 4 marzo agli amministratori e ai dirigenti di comuni, destinazioni e reti di imprese: il “BTM Lab – workshop di ascolto e di progetto”, giornata di lavori in cui il comitato scientifico di BTM sarà a disposizione delle realtà che avranno aderito per analizzarne le esigenze e supportare le scelte che dovranno compiere nei prossimi mesi in tema di PNRR, sostenibilità ambientale e promozione dei territori. Un’iniziativa che metterà in rete enti, operatori e imprese del turismo per pianificare una strategia di sviluppo delle destinazioni.

Non è un caso la scelta della Città dei Due mari: Taranto si accinge a programmare un periodo di rilancio post-industriale nel segno della transizione ecologica e di riscoperta come meta turistica, a partire dal nuovo terminal crocieristico che quest’anno ha già visto transitare novantamila passeggeri. Numeri che proiettano il terminal in questione nella Top 10 degli scali nazionali.

A fare da cornice a questa “tre giorni” di incontro e riflessione sul futuro del turismo, il Circolo Ufficiali di Taranto, il Circolo Sottufficiali di Taranto e il Teatro Orfeo. Il circolo Ufficiali ospiterà le aree Expo, il BTM Lab, la sezione tematica dedicata al turismo wedding BTMinLove e le sale conferenze dove si svolgeranno eventi, workshop e focus di approfondimento. Il circolo Sottufficiali sarà, invece, la sede della sezione tematica dedicata al turismo enogastronomico BTMgusto e degli incontri B2B tra buyer e seller. Al Teatro Orfeo, infine, toccherà ospitare la Main Hall della parte convegnistica e di formazione con i principali eventi attesi dal pubblico.

Fra gli attrattori del programma, convegni e contenuti di formazione che, per il secondo anno, viene stilato da un comitato scientifico composto da professionisti esperti e docenti di turismo: Rodolfo Baggio, Edoardo Colombo, Martha Friel, Beppe Giaccardi e Nicoletta Polliotto. Il comitato scientifico sarà anche protagonista della giornata dedicata al BTM Lab in programma per tutta la giornata di venerdì 4 marzo: una volta analizzate le esigenze espresse dai partecipanti in fase di iscrizione, saranno loro a stilare un programma su misura per affrontare le principali problematiche emerse.

Come accennato, ecco le altre due importanti aree tematiche in cui sarà suddiviso l’evento: “BTM Gusto”, produttori ed operatori del Turismo enogastronomico si racconteranno attraverso il cibo, le emozioni e la cultura dei territori per rispondere alla domanda: “Che sapore ha la felicità?”; “BTM in love”, fondamentale in un territorio come la Puglia che si posiziona come seconda destinazione wedding in Italia dopo la Toscana, si proporranno attività di formazione ed incontri B2B programmati tra seller e buyer internazionali, wedding planner e blogger affascinati dall’offerta del territorio pugliese.

Nel programma sarà confermato anche il format “BTM tra le Righe”, presentazioni con gli autori di libri e manuali sul turismo destinati a operatori turistici che vogliono aumentare le loro competenze in ambito di Hospitality, Digital Marketing e Innovazione nonché la giornata di formazione per gli operatori del turismo a cura della digital agency Titanka!

BTM 2022, infine, si propone anche come faro di attrazione per il turismo incoming in Puglia dando l’opportunità a operatori esteri e giornalisti di settore di scoprire da vicino alcuni angoli nascosti di questa regione. Particolarmente ricco il programma hosted buyer che permetterà a operatori internazionali selezionati di scoprire la Puglia in un fam trip della durata di 4 giorni e incontrare in fiera gli espositori pugliesi nel b2b matching in programma al circolo Sottufficiali. Una ghiotta occasione per tutti gli operatori del turismo del Sud Italia di incontrare “in casa” chi distribuisce il prodotto turistico italiano all’estero. BTM Puglia è organizzata dall’agenzia di eventi 365 Giorni in Puglia srls che propone da 7 anni un modello di turismo basato su professionalità, formazione digitale, innovazione e ospitalità. Oggi BTM Puglia punta a tornare l’evento internazionale ampiamente riconosciuto che è stato pre-pandemia: l’edizione di febbraio 2020 ha ospitato in 3 giorni 16mila visitatori, 175 espositori, 80 buyer internazionali e 155 relatori esperti.

«Fuga dalla violenza»

Kouamé, ventisette anni, ivoriano, si racconta

«Ho lavorato in Libia, risparmiato e comprato il viaggio per l’Italia. Mio padre assassinato a bastonate, una esecuzione davanti a testimoni. Mi piacerebbe restare qui, ma di sicuro non tornerei mai indietro»

 

«Mi chiamo Kouamé, ho ventisette anni, vengo dalla Costa d’Avorio, Africa occidentale, sono musulmano, parlo francese e sto imparando l’italiano: sarei rimasto volentieri a casa mia, ma una serie di tragedie si sono abbattute sulla mia famiglia: mio padre morto, restano mamma e due miei fratelli, più piccoli: papà ci ha rimesso la pelle, nemmeno ammazzato da un governativo: è stato un conoscente che durante un litigio è andato giù duro, prima con legnate, poi con sassate…». Sembra uno di quei film che raccontano la storia primordiale, l’uomo che non ha ancora compiuto i primi passi verso la civiltà: morte tua, vita mia. «Ma più di qualche litigio nel mio Paese si risolve in modo violento: l’esercito interviene solo per evitare assembramenti, focolai di proteste, perché non si riempia la piazza e cento non diventino mille, diecimila e via così…».

Ha il chiodo fisso della democrazia Kouamé, come dargli torto. Dalle sue parti “democrazia” è una parola bella quanto “mamma”. «E’ lei che ti ha dato la vita – dice il ventisettenne ivoriano – e i primi insegnamenti, il rispetto del prossimo, della gente, della vita umana: anche se uno non la pensa come te, va rispettato comunque; non deve avere avuto lo stesso tipo di educazione l’assassino di mio padre, visto che la discussione è degenerata al punto tale che quel matto furioso ha stretto in pugno la prima cosa che gli è capitata fra le mani, un bastone pesante, e ha cominciato a picchiare mio padre alle spalle, alla nuca, ai fianchi, nonostante fosse stramazzato al suolo».

 

PAPA’, AMMAZZATO…

Qualcuno ha visto la scena, l’ha raccontata in giro, qualche altro gli ha suggerito di farsi gli affari propri. «Ma a noi è giunta, raccontata a tratti, l’intera storia: l’aggressore si è accanito contro quel corpo inerme, steso davanti ai suoi occhi, quasi volesse mettere in scena un agguato, come se mio padre fosse stato colpito da più uomini, ecco perché dopo le bastonate sono arrivate le sassate, presumo anche dopo che mio padre aveva reso l’anima al Cielo…».

Una storia archiviata dalla polizia locale come “Omicidio commesso da ignoti”. Al plurale, come a sostenere quella messinscena era stata una mossa diabolica, vincente per quell’assassino. Qualsiasi fosse stato il motivo della discussione, ricorrere alla violenza è da bestie.

«Senza mio padre – spiega Kouamé – ho trovato lavori saltuari, scuola nemmeno a parlarne, nel mio Paese se non hai i soldi sei meno che niente: lì ci sono milioni di poveri, pochi ricchi, è l’ingiustizia sociale; c’è chi non ha il denaro per mangiare anche una sola volta al giorno, chi invece se la gode e i soldi li getta perfino nel water; così ho salutato mamma e i miei due fratelli e sono partito per la Libia, lavoravo in una impresa di pulizie dal mattino presto fino a pomeriggio, senza un attimo di sosta; una volta smesso, dopo aver mangiato qualcosa al volo, mi dedicavo a radere aiuole e pulire i giardini di chi aveva bisogno di manodopera: un anno e mezzo di questa vita, i soldi ben nascosti addosso, infine l’incontro con un mediatore che mi presentò a uno scafista e il lungo viaggio dalla Libia all’Italia…». Ricorda come se fosse ieri, Kouamé. «In realtà non era proprio uno scafista, ma il proprietario di un gommone, che aveva più riparazioni che persone a bordo, e parlo di quasi un centinaio di profughi come me: rispetto a quello affrontato da migliaia di africani, il mio viaggio non è stato così pericoloso; avvistati in mare da una nave mercantile siamo stati scortati sulle coste della Sicilia, da lì in Puglia…».

 

«PRIMA IL RISPETTO!»

La democrazia è il chiodo fisso di Kouamé. Come dargli torto. «Qui vedo che il Natale viene celebrato come la Festa delle feste, in Costa d’Avorio qualcosa che gli assomiglia per importanza è il Tabaski, la Festa del sacrificio: per qualche giorno vestiamo tutti allo stesso modo, mangiamo le stesse cose, perché in quei momenti dobbiamo essere tutti uguali, così insegna il Profeta…». Il futuro di Kouamé. «Mi dedico a lavori saltuari, rinnovo contratti, ora come addetto alle pulizie, talvolta come elettricista, tanto che me la cavo con gli impianti, ho fatto una buona scorta di esperienza in Libia: una parte del guadagno lo spedisco a casa, uno dei  miei due fratelli studia, spero faccia quel percorso che non ho potuto compiere io a causa della morte di papà. Per il resto, non mi dispiacerebbe restare in Italia, qui mi sento come a casa, inserito nel tessuto sociale; non riuscissi a restarci dovrò prendere in considerazione l’ipotesi di andare via, ma certamente non tornare più al mio Paese: una volta che hai assaporato la bellezza del rispetto, la democrazia, non puoi nemmeno lontanamente pensare di tornare indietro, uno degli ultimi insegnamenti di mio padre…»

Puglia, it’s beautiful!

Shia LaBeouf, a Giovinazzo gira un film su “Padre Pio”

Terra irresistibile, per gli attori e i registi. In queste settimane le ultime riprese del nuovo film di Abel Ferrara. Il frate di Pietrelcina esercita sempre grande fascino. L’attore di “Indiana Jones”, “Transformers” e “Wall Street” seduto in un bar del paese, vestito da “cappuccino”. Poi nel day-off, shopping e pranzo in giro.

 

San Giovanni Rotondo, ma in buona sostanza, la storia di San Pio da Pietrelcina, è un forte attrattore. Attira il turismo religioso, ma anche i tanti strumenti di comunicazione, dalla radio alla tv (basti pensare a due fiction in quasi-contemporanea fra Rai e Mediaset, con Castellitto e Placido), fino al cinema. Un tempo “Padre Pio”, oggi santo, raccoglie decine se non centinaia di storie intorno a sé.

Ultima della serie, un film di Abel Ferrara, protagonista del Frate, Shia LaBeouf, già interprete in Indiana Jones, Transformers e Wall Street. Ed è stato proprio LaBoeuf, “pescato” da Antonella Gaeta, puntuale nel fare cronaca con Repubblica, nell’edizione di Bari. Dove può stare a suo agio un cappuccino se non al bar? Perché è lì che l’attore di Hollywood è andato per mischairsi fra la gente, vedere di nascosto l’effetto che fa, vestito così, come fosse un frate. Pare sia andata non bene, di più. Nessuno, pare, lo abbia riconosciuto, anche se vedere un frate comodamente seduto al bar, gambe accavallate, a sorseggiare la sua colazione, qualche sospetto lo ha pure provocato.

Missione perfettamente riuscita. LaBbeouf ha dato una grande prova delle sue capacità attoriali, mescolandosi bene fra la gente che era in un bar di Giovinazzo dove stanno realizzando le riprese di un film su San Pio di Pietrelcina, ai tempi della sua giovinezza. Ferrara è un regista serio, sicuramente avrà pensato, curato insieme ad autori una sceneggiatura particolare, un racconto singolare su vocazione e primi miracoli del santo. Magari la storia potrebbe anche proseguire fino in fondo, fino all’incontro con il cardinale Wojtila, diventato papa Giovanni Paolo II. “Tu diventerai papa”, gli disse in quell’incontro Padre Pio, “ma vedo anche sangue e violenza su di te…”.

 

“CAPPUCCINO” AL BAR…

Adesso questo “cappuccino” diventa anche un attrattore per la Puglia, non solo Giovinazzo. Sono innumerevoli le star del cinema ad avere scelto questa regione per prendere casa, stare sereni fra il verde e una cucina che non si batte.Shia LaBeouf farà pubblicità al Tacco d’Italia, sicuri. E’ un attore amatissimo, stimatissimo dai colleghi. Da queste parti c’erano già stati Richard Gere per “Re David” e Mel Gibson per “The Passion”, la Basilicata a due passi, lo shopping, i ristoranti e i day-off (riposo) in Puglia. Ma non solo la tavola, come abbiamo visto. Anche un break al bar vuole il suo rituale. Ecco, dunque l’ultimo “Padre Pio” al tavolino.

Ma quella del cinema “sotto casa”, ricorda Repubblica, è “un’esperienza già toccata nel 2003 a Matera, quando Mel Gibson vi girò The passion of the Christ”. Protagonista l’affascinante Jim Caviezel, che girava nelle vie della Città dei Sassi “vestito” da Gesù. Non siamo a quei livelli mistici – raccontano, alludendo all’ultimo episodio “cinematografico” – ma qualcosa di simile è capitato a Giovinazzo, quando nel pomeriggio un curioso frate cappuccino si è seduto con un “confratello” a fare colazione nella piazza principale del paese.

Shia LaBeouf sta girando a Monte Sant’Angelo, sul Gargano, un film sul giovane Padre Pio. Durante una pausa dal lavoro ha visitato la Puglia, ha girato in lungo e largo. Sapori e profumi, la tavola e il buon vino. “La Puglia ha un altro sapore…”, pare abbia detto l’attore. Non facciamo fatica a credergli: la Puglia, lo dicono gli stessi quotidiani americani che l’hanno eletta “la regione più bella del mondo”, è proprio bella. “It’s beautiful!”.

«Cattivo per contratto»

Ciro, quarant’anni, napoletano, il suo esordio a Taranto

«Girai con Lina Wertmuller “Io speriamo che me la cavo”». Dopo cinema e fiction, è diventato uno dei protagonisti di “Gomorra”. «Il mio impegno di attore mi obbliga a rivestire talvolta i ruoli di “malamente”: ma se non ci fossi io, i “buoni” chi li noterebbe?». Lina Wertmuller, Paolo Villaggio, i vicoli, il mare, la gente…

 

«La mia città viene disegnata in modo negativo, ma credo che tutto sommato anche questo faccia parte del gioco: se non ci fossero i cattivi che vengono sconfitti, non ci sarebbero buoni vincenti che hanno la meglio». Napoli, sempre affascinante, disegnata un po’ come gli pare, a registi e sceneggiatori, è più bella di come la disegnino. E allora, Ciro Esposito, quarant’anni, da venti sulla breccia, traccia il profilo della sua carriera e della sua città.

Da “Io speriamo che me la cavo” a “Gomorra”. Nel film di Lina Wertmuller con Paolo Villaggio girato in parte a Taranto, era il bambino ribelle Raffaele Aiello. Nella quarta e quinta stagione della serie televisiva è il luogotenente del boss camorrista ‘O Maestrale. Gli spettatori più attenti si sono accorti della somiglianza del protagonista: il volto, infatti, è quello di Ciro Esposito, attore napoletano, quarant’anni, che ha esordito sul grande schermo quando aveva solo 10 anni nel film della regista scomparsa nei giorni scorsi.

Curiosa la storia di Ciro. Parte in qualche modo da Taranto. «Era un periodo un po’ così, a Napoli, così – per quello che ricordi, avevo nove anni – ci trasferimmo in Puglia, quartier generale la città dei Due mari, che aveva similitudini con la mia città». Altri tempi, concordai una serie di interviste con la Wertmuller, Villaggio e i ragazzi-alunni del film, fra questi Esposito, che ci colpì per intraprendenza. Inutile, la regista anche quella volta ci aveva visto bene. Intervistai Villaggio, chiacchierammo tre ore nella hall, dalle cinque alle otto di sera, quelle ore passarono in fretta, ma questa è un’altra storia. Le altre interviste a cura di Walter Baldacconi e Giovanni Matichecchia, che con particolare attenzione curò quelle ai giovanissimi attori del cast. Studio 100, all’epoca, si era presentata come fosse una corazzata.

 

HOTEL PLAZA…

Quella volta, il piccolo Ciro Esposito, già vivace, interpretava Raffaele Aiello, un ragazzetto vivace diretto dalla grande Lina Wertmuller, partner Paolo Villaggio. Alloggiavano all’Hotel Plaza, nel cuore di Taranto, vista piazza Garibaldi. «Tutti noi ragazzini, una quindicina, eravamo seguiti dai genitori, diversamente non avremmo potuto spostarci: fu un’idea di Lina e della produzione, a Napoli il costo del film sarebbe aumentato in modo esponenziale, magari sarebbe venuto più di qualcuno a raccomandarsi, chiedere lavoro, allora l’unico sistema era quello di preparare le valigie e venire a Taranto: ero coccolato da Lina e da Villaggio; lei sorrideva, mi dava consigli, non appena dava il ciak, massimo rigore; a me sembrava un bel gioco, non pensavo ancora potesse  diventare il mio lavoro, invece è andata proprio così: oggi sono nel cast di “Gomorra”, non perdo d’occhio il teatro, che amo assai, ma non dimentico gli inizi».

Ricorda Taranto e la trama. «Una bellezza, i vicoli della Città vecchia, le barche, il mercato, ricordavano quelli di Napoli: qualcuno mi spiegò anche che un tempo esisteva una via commerciale che via-mare univa le due città, Porta Napoli. Ero un ragazzo un po’ monello, ne combinavo di tutti i colori, ma poi come spesso accade fra due elementi così distanti, come un insegnante rispettoso e un alunno vivace, tutto si risolve: i due si avvicinano poco per volta, fino a quando ai due protagonisti devono separarsi…».

 

LINA E PAOLO, DUE GRANDI

Lina, una macchina da guerra. «Potrei dire che mi ha insegnato la metà del mio lavoro, nonostante la tenera età e sul set la prendessi un po’ alla leggera: non voleva che giudicassi quell’esperienza come un lavoro, Lina voleva che mantenessi quella spensieratezza e quella “scugnizzeria”, perché di lì a poco avremmo girato e non andava bene che mi calassi nel personaggio: dovevo essere spontaneo, un “Raffaele Aiello” che per difendersi attaccava, un teppistello dal cuore d’oro, tanto che la scena finale – voluta da una straordinaria regista – è rimasta nella storia: io sul ciclomotore che seguo il treno sul quale il mio maestro, Villaggio, finito l’anno scolastico torna a casa sua».

Villaggio, un po’ orso. «Schivo, riservato – corregge Esposito – me lo godevo nelle scene in cui ci trovavamo soli e non con tutti gli altri miei compagni di classe: quando mi parlava aveva lo stesso tono che assumeva in scena, ci ho pensato tempo dopo; parlavamo, parlavamo e parlavamo prima delle riprese, ma lui era già entrato nel personaggio e mi provocava quasi, perché parlassi come fa un ragazzino vivace, insomma come “Raffaele Aiello”» .

Ma il bravo Ciro Esposito, negli anni, si diceva, si è distinto in ruoli diversi. Alunno scavezzacollo proveniente da una famiglia difficile, appunto, in «Io speriamo che me la cavo», il quarantenne attore napoletano ha poi recitato in numerosi film e anche in tante fiction italiane: «Don Matteo», «Un posto al sole estate», «Un’altra vita», per poi arrivare a «Gomorra», nel ruolo di Raffaele, braccio destro di ‘O Maestrale, più o meno trent’anni dopo l’esordio.

«Migranti, una risorsa»

Mario Draghi interviene a Montecitorio

«Vanno trattati bene, non è pensabile violare i diritti umani», dice il premier. «Non si può sbagliare sull’accoglienza, altrimenti può diventare un peso: se si fa bene questa gente diventa un valore aggiunto». 

 

«I migranti vanno trattati bene, non bisogna violare i diritti umani: non si può sbagliare sull’accoglienza, se questa si fa bene questi migranti diventano delle risorse». Di questo e altro ha parlato alla Camera il presidente del Consiglio Mario Draghi. E’ intervenuto con una serie di ragionamenti circostanziati, non solo sull’accoglienza, ma anche su altri temi.

Quello dell’accoglienza, come si sa, è un argomento che a noi di Costruiamo Insieme, sta particolarmente a cuore. Quando ne parla il presidente del Consiglio, che invita a riflettere sulla necessità di fare bene accoglienza e che i ragazzi che arrivano in Europa vanno aiutati ad inserirsi perché possono rappresentare una risorsa importante per tutti, allora non possiamo che condividere il suo pensiero.

Un pensiero che proprio ieri nelle pagine di politica ha riportato con la solita puntualità, il Corriere della Sera. “Dal ruolo strategico dell’Ue al caro bollette, dai vaccini al Pnrr – scrive il quotidiano italiano più letto – Mario Draghi interviene alla Camera e nel suo discorso in vista del Consiglio Ue traccia un bilancio della situazione a 360 gradi”.

In particolare il “CorSera” pone l’accento sull’intervento di Draghi a proposito dei migranti, quando ne contesta l’utilizzo come, parole del premier, «strumento di pressione politica internazionale» e la sistematica violazione dei diritti umani che sta avvenendo al confine tra Polonia e Bielorussia.

«I migranti vanno trattati bene – dice infatti Mario Draghi – non è pensabile violare i diritti umani: non si può sbagliare sull’accoglienza; se si sbaglia sull’accoglienza la migrazione diventa un peso maggiore, se si fa bene questi migranti diventano delle risorse».

Draghi ha poi escluso che in sede di Unione europea il tema immigrazione «possa avere come unico punto quello delle migrazioni secondarie», ovvero limitazioni al trattato di Schengen con controlli alle frontiere per impedire il passaggio degli irregolari da uno stato all’altro».

L’Italia, ha assicurato il premier, solleverà la questione chiedendo una «gestione condivisa, solidale, umana e sicura» con la promozione di corridoi umanitari dai Paesi terzi verso gli Stati Ue. «Non è sufficiente che sia solo l’Italia ad attuarli — il pensiero del premier — in quanto serve un chiaro impegno europeo; dobbiamo rafforzare i canali legali di migrazione, allo stesso tempo, serve una gestione condivisa, rapida ed efficace dei rimpatri».

Fra gli altri temi affrontati nell’intervento a Montecitorio, Draghi è intervenuto anche sulla politica espansiva. «La Commissione europea prevede che l’Italia crescerà del 6,2% quest’anno, un tasso superiore a quello dell’Unione europea, pari al 5%. Permangono però elementi di incertezza, come la diffusione della variante Omicron e le pressioni inflazionistiche, legate anche all’aumento dei prezzi dell’energia. A fronte di questi rischi, è giusto confermare una politica di bilancio espansiva per il 2022, che consolidi il sentiero di crescita e punti soprattutto sugli investimenti».

«Addio diesel e benzina!»

L’Europa ha deciso, l’Italia si allinea

Progressivamente ci sarà un calo nella produzione di auto a combusione. Spazio a quella “elettrica”. Potrebbe essere una brutta mazzata all’economia interna, considerando che nel nostro Paese sono diverse le aziende che producono autovetture

 

Cominciamo a dare una bella occhiata alle nostre auto che circolano per le strade di tutto il mondo, perché in un futuro non molto lontano dovremo dire addio ai motori diesel e benzina. Semplice, a partire dal 2035 l’auto sarà solo elettrica.

Non è un film o un cartoon dei Pronipoti, bensì una nota  del Ministero della Transizione ecologica al termine di un incontro al quale hanno partecipato i ministri della Transizione ecologica Roberto Cingolani, delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile Enrico Giovannini e dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti.

Nell’incontro, si legge nel comunicato, «Sono state definite le tempistiche di sostituzione dei veicoli con motore a combustione interna, decidendo, in linea con la maggior parte dei paesi avanzati, che il phase out (il taglio definitivo) delle automobili con motore a combustione interna dovrà avvenire entro il 2035, mentre per furgoni e i veicoli da trasporto commerciale leggeri entro il 2040».

 

COMMISSIONE EUROPEA…

«In tale percorso – continua la nota – occorre mettere in campo tutte le soluzioni funzionali alla decarbonizzazione dei trasporti in una logica di “neutralità tecnologica” valorizzando, pertanto, non solo i veicoli elettrici ma anche le potenzialità dell’idrogeno, nonché riconoscendo – per la transizione – il ruolo imprescindibile dei biocarburanti, in cui l’Italia sta costruendo una filiera domestica all’avanguardia».

Il Ministero precisa ai costruttori di nicchia, che «misure specifiche potranno essere eventualmente valutate con la Commissione europea all’interno delle regole comunitarie». Insomma, diamoci quell’occhiata di cui si diceva alle nostre amate auto, perché che lo si voglia o no, dal 2035 dovremo dire addio ai motori termici: l’Italia si allinea alle norme contenute nel pacchetto “Fit for 55” adottato a luglio dalla Commissione europea.

L’addio ai motori a combustione interna potrebbe avere impatti notevoli su un settore, la produzione automobilistica che in Italia è stata centra nell’intera economia nazionale.

 

…INCHINO ITALIA

Questi i numeri divulgati da Anfia, l’associazione della filiera automobilistica italiana, che raccontano di una produzione nazionale cresciuta dal 2014 al 2017, passando da 698mila unità a 1,14 milioni. Una fase, questa, seguita da un calo nel 2018 del 7% a 1,06 milioni di autoveicoli e nuovamente nel 2019 del 14% a 915mila.

Infine, il colpo di grazia che non t’aspetti: nel 2020 arriva il Covid. Porta un sciagurato ribasso nelle vendite fino 15,1% rispetto al 2019, per un totale di 777.000 volumi, destinati per il 67% ai mercati esteri. In particolare, lo scorso anno la produzione di autovetture è giunta a 450.000 unità, pari 16,6% in meno rispetto al 2019. Su questo, pesa il progressivo addio al gasolio. In Italia, dal 2016 al 2020, è diminuito del 18%, passando dal 33% al 15% sul totale dell’intera produzione interna, praticamente una caduta produttiva pari al 70% negli ultimi cinque anni. Come a dire, ancora tre lustri, che passeranno in un soffio e poi, addio motori a diesel e a benzina.

«Via le stampelle!»

Rashid, torturato, non camminava più sulle sue gambe

Trentatré anni, nigeriano. Aveva rifiutato di prendere il posto del papà stregone. Un’assemblea aveva deciso di fare “giustizia”. «La fuga con mia madre, l’acquisto di un visto, l’arrivo in Italia, una serie di operazioni e, finalmente dopo quindici anni, i primi passi…». Lavora saltuariamente, sogna un visto per ragioni umanitarie. «Tornassi a casa, per me sarebbe la fine», dice

 

«Grazie all’Italia ho gettato via le stampelle sulle quali dovevo appoggiarmi per camminare: la mia vita è di quelle vissute sul filo del dolore e della persecuzione», dice Rashid, nigeriano di trentatré anni. Almeno la metà di quegli anni vissuti pericolosamente, li ha trascorsi su due gambe malconce, torturate, percosse, spezzate, perché dalle sue parti se non fai come ti dicono rischi la vita.

«E per me era meglio morire che essere sottoposto a torture quotidiane, appeso a testa in giù e malmenato con qualsiasi cosa alle ginocchia: quando sei in quelle condizioni pensi a mille cose, anche ad estraniarti da quel corpo, talmente forti sono quei colpi e quei dolori…». Rashid non riesce a raccontare di getto la sua storia. Si ferma, porta le mani al viso, asciuga quelle lacrime di umiliazione più che di dolore. Riparte nel racconto. «In quelle condizioni pensi anche che sia meglio la tortura che il morire: poi quegli aguzzini infieriscono con tale impeto e cattiveria sul tuo corpo, un giorno, una settimana, un mese, tanto che a quel punto pensi che quella storia non finirà mai se non quando sarai morto: e, allora, meglio farla finita, subito!».

Perché tanta violenza. C’è una storia che noi, per cultura, non comprendiamo, anche se la nostra cronaca è piena di violenze efferate. E allora, Rashid prova a spiegarcela. Ci sono cose che per lui fanno parte di una certa normalità. «Mio padre era al capo di una setta religiosa, di quelle che seguono in molti; a capo viene eletto, a sensazione, l’elemento più carismatico, chi ha dialettica, sa predicare, riesce a persuadere e convincere altra gente ad entrare nella setta, perché quella comunità è la migliore, non teme nulla…».

 

UNA SETTA, I RITI…

Ma c’è un “ma” nella vita del trentreenne nigeriano. «Mio padre muore e secondo regole non scritte, il suo primo erede maschio deve subentrargli in tutto e per tutto: officiare i riti, impartire ordini e penitenze, esercitando pieno controllo; io che ho studiato un po’ ho sempre avuto riserve su quei rituali, anche perché spesso sfociavano in una violenza inaudita; e più studiavo e più mi rendevo conto di quanto assurdo fosse il ruolo di mio padre. Il mio genitore muore, i suoi riti non hanno funzionato su se stesso, toccherebbe a me prendere il suo posto, lo decide un’assemblea; chi si rifiuta viene sottoposto a torture fino a quando non si arrende e riveste il ruolo di quella comunità».

Non ci resta che fuggire. «Con mia madre preparo la fuga, ci procuriamo un visto che non costi molto: non abbiamo molti risparmi, il mio obiettivo è l’Europa, arrivare qui e farmi operare: cammino con l’ausilio di due stampelle, mi reggo appena, ho le ossa rotte, le conseguenze di quelle torture potrebbero complicarsi al punto tale che potrei morire nel giro di poco tempo». In Nigeria, cure, nemmeno a parlarne. «L’unica è la via di fuga: mamma si ferma prima, io proseguo per l’Italia. Chiedo asilo, vengo portato in ospedale dove un’equipe di medici mi opera immediatamente: ricordo la sala operatorio, le voci del personale medico – io che l’italiano lo masticavo già bene… – che si interrogava su come avessi fatto a sopravvivere in quello stato e sottoposto a ferite così gravi da far temere che non potessi camminare più sulle mie gambe».

 

ITALIA, UGUALE MIRACOLO

E, invece. «Via le stampelle, adesso cammino lentamente, avverto dolori, ma non sono più lancinanti come un tempo: per chi ha sopportato torture come le mie, stare oggi in queste condizioni è come se fosse una passeggiata di salute; se c’è qualcosa che bruttissima quella esperienza mi ha insegnato è lo stringere i denti: adesso va meglio, perché non poteva che essere così».

Rashid, la riconoscenza per l’Italia, il sogno di restare qui, con un lavoro. «Svolgo lavori con una società che si occupa di pulizia, per me un’attività leggera, mi muovo lentamente, ma colleghi e datore di lavoro sono soddisfattissimi di quello che faccio; c’è un solo problema, il contratto è saltuario e temo che questo possa incidere per chiedere il permesso di residenza: spero che, nel frattempo qualcosa accada, e che questo incubo che dura da almeno quindici anni finisca una volta per tutte. Di certo, un po’ grazie alla mia testardaggine, ma soprattutto grazie all’Italia e ai medici italiani, possa richieder la protezione umanitaria: se tornassi in Nigeria per me sarebbe la fine».

«Ma quali schiaffoni…»

Maurizio Micheli, successo a teatro con “Amore mio aiutami”

«Tolta la scena delle sberle di Sordi alla Vitti. Impensabile che un uomo risolva questioni d’amore con la violenza. Poi, se c’è uno che le prende, quello sono io. Oggi intitolerei un monologo a Sorrentino. Mi affascina il cinema, la tv un po’ meno, troppe urla e “fotoromanzi”…». Si torna finalmente a teatro e “Costruiamo Insieme” affianca il cartellone a cura di Renato Forte

 

“Costruiamo Insieme” torna ad affiancare una stagione teatrale, “I colori del teatro”, a cura di Renato Forte per l’Associazione culturale “Angela Casavola”. Primo titolo in programma, “Amore mio aiutami”, capolavoro del cinema di fine Anni Sessanta, scritto da Rodolfo Sonego e interpretato da Alberto Sordi e Monica Vitti. Protagonisti a teatro, Maurizio Micheli e Debora Caprioglio. Il debutto, lo scorso 7 dicembre al Teatro comunale Fusco di Taranto.

Dunque, Micheli, nato a Livorno, ma vissuto a Bari, dove si è anche laureato, prima di partire alla volta di Milano, tentare la carta del teatro, affascinando il regista dei registi, con un monologo: “Mi voleva Strehler”. Ma l’attore, che non nasconde il suo amore per la Puglia, non dimentica che alcuni dei suoi personaggi più famosi devono qualcosa, quantomeno l’accento, alla nostra terra.

Dunque, «Brunetta dei Ricchi e Poveri, fatti punk!», «Sciambàgne…»,  «Radio Bitonto Libera…», «Non ho ancora trovato il mio “Asso nella manica”», «Tieni pure il gazebo, capadic***!». Dino de Nittis, dj di radio Bitonto Libera, quello di “Strisciullo ti arreda il trullo”. E, ancora, Anna Rosa Di Fonzo in arte “Susy”, Rocco Tarocco avvocato del Foro di Trani. Proseguendo con Vituccio Ragusa fotoreporter nel “Commissario Lo Gatto” con Banfi, diretto da Dino Risi, e il Pinuccio Tricarico di “Rimini Rimini” per la regia di Sergio Corbucci con Laura Antonelli.

«Le tavole del palcoscenico – dice Micheli – un amore che dura da cinquant’anni, dai tempi del Teatro universitario di Bari, la città nella quale ho vissuto a lungo. Oggi la tv è un’altra cosa, equivale a urla, litigate furiose; il piccolo schermo attraverso queste modalità viene sempre più visto come una scorciatoia per il successo, quando un tempo anche per due sole battute all’interno di una commedia giravi l’Italia con una compagnia teatrale in cambio di un compenso che ti permettesse di mangiare in trattoria e dormire in una pensione. Non voglio apparire un nostalgico, ma una volta era un’altra cosa…».

 

Prima di parlare di “Amore mio aiutami”, un accenno a “Mi voleva Strehler”, la carica delle mille repliche?

«Funziona ancora, continuo a riproporlo nella stesura originale, riprendendo le emozioni e le ambizioni di qualcuno che, come il sottoscritto nel monologo, stava per affrontare un provino davanti a quello che per noi giovani di un tempo rappresentava un mito: Giorgio Strehler».

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Foto Studio Renato Ingenito

 

Un monologo, oggi, a chi lo dedicherebbe?

«Quello era un atto d’amore nei confronti del teatro, provare ad accarezzare un sogno: lavorare, attingere insegnamento da quello che, a ragione, era considerato “il regista”; oggi, mi ripeto, è un’altra cosa. I giovani non vogliono più saperne di compiere il percorso scolastico, la gavetta. Non piace più a nessuno studiare, sacrificarsi; più facile urlare in tv, crearsi un personaggio, diventare noto e partecipare il più a lungo possibile a uno dei tanti salotti televisivi che assegnano poltrone  a chiunque abbia voglia di strillare…».

 

Differenza fra la sua e la tv di oggi.

«Ricordo quella che produceva sceneggiati, in Rai proponeva opere letterarie importanti, dirigevano Anton Giulio Majano, Sandro Bolchi, Daniele D’Anza; oggi quei capolavori sono stati sostituiti dalle fiction, fotoromanzi televisivi. Insomma, altra roba. Poi la tv brillante era quella di autori e registi di grande esperienza».

 

Torniamo al monologo che spesso rappresenta ancora oggi. Invece di Strheler, Micheli, a chi si ispirerebbe?

«Non mi dispiacerebbe fare cinema, di recente sono stato il papà di Checco Zalone in “Quo vado”. Dovessi fare un provino, inventarmi un nuovo monologo, mi faccia pensare… Ecco, non mi dispiacerebbe aspirare a un “Mi voleva Sorrentino”, sicuramente fra i più grandi registi italiani. Ma Sorrentino, mi chiama, non mi chiama…?».

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Foto Studio Renato Ingenito

 

Buon successo in teatro. In “Amore mio aiutami”, ha una partner deliziosa come Debora Caprioglio.

«Se il buongiorno si vede dal mattino, “Amore mio aiutami” funziona anche a teatro. E’ poco che abbiamo cominciato, la gente partecipa. La sceneggiatura di Sonego nasce per il cinema, poi Sordi e la Vitti sono grandi, tanto che quel film lo trascinano al successo. Certo, il cinema è una cosa, il teatro un’altra. L’idea di partenza, curata da Renato Giordano, è quella originale: una moglie si innamora di un altro uomo e chiede aiuto al proprio marito per cercare di guarire. Originale, non trova?».

 

Gli schiaffoni cinematografici che Albertone dava alla Vitti, che fine ha fatto quella scena-culto?

«Semplice: l’abbiamo cancellata. Oggi non si può pensare ad un marito che, seppure tradito, picchia la moglie. Di scene violente, purtroppo, ne è piena la cronaca di tutti i giorni, dunque anche trattandosi di “tradimento”, l’argomento doveva essere maneggiato con cura. Nell’adattamento teatrale, dunque lui la sgrida solamente. Anzi, per dirla tutta, è la donna che prende a sberle l’uomo. Perché una donna, si dice, non si sfiora nemmeno con una rosa…».

 

A proposito di Ròsa, come il fiore e il nome di donna, che da queste parti “suona” in altro modo. Il commissario Lo Gatto smaschera le sue origini pugliesi, e in Rimini Rimini dedica un cavallo di battaglia di Peppino di Capri, “Sciambàgne”, ad una affascinante Laura Antonelli. Ma, a proposito di fascino, quanto la seduce il cinema di oggi?

«Il teatro lo faccio da cinquant’anni. Fra un film e un’occasione in tv, non avrei dubbi: farei il cinema, a condizione che registi e copioni siano quelli giusti. Non ce l’ho con la tv, ma ormai assisto a un esercito di debuttanti: chi si improvvisa comico, chi attore. Marlon Brando, non l’ultimo degli arrivati, già nel lontano ’59, diceva che “il teatro lo fanno gli attori, il cinema i registi, la tv gli altri”. E la tv, purtroppo, oggi è così piena di “altri”».