«Non fate gli scapoloni!»

Papa Francesco al simposio internazionale sul sacerdozio

«Non cadete in tentazione. Senza amici e preghiera diventa un peso insopportabile. Dove funziona la fraternità e ci sono legami di vera amicizia. È possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria»

Simposio internazionale. Fra temi e titoli principali: «Per una teologia fondamentale del sacerdozio, cosa ci si può attendere nell’attuale contesto storico, dominato dal dramma degli abusi sessuali perpetrati da chierici?». Nell’Aula Paolo VI apre i lavori papa Francesco. È un discorso che colpisce subito per le parole con cui introduce il suo intervento. «Non so se queste riflessioni – dice Sua Santità – siano il “canto del cigno” della mia vita sacerdotale, ma di certo posso assicurare che vengono dalla mia esperienza: troppo spesso abbiamo dato dell’obbedienza un’interpretazione lontana dal sentire del Vangelo». L’obbedienza, spiega il papa, in una cronaca puntuale di Domenico Agasso per La Stampa, non è un attributo disciplinare ma la caratteristica più profonda dei legami che ci uniscono in comunione: obbedire significa imparare ad ascoltare e ricordarsi che nessuno può dirsi detentore della volontà di Dio, e che essa va compresa.

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

CONFRONTARSI CON GLI ALTRI

Secondo papa Francesco questo atteggiamento di ascolto permette di maturare l’idea che nessuno è il principio e il fondamento della vita, ma ognuno deve necessariamente confrontarsi con gli altri. «Le vicinanze possono provocare ogni tentazione di chiusura, di autogiustificazione e di fare una vita “da scapolo”, o da “scapolone” – e quando i preti si chiudono, si chiudono, finiscono “scapoloni” con tutte le manie degli “scapoloni”, e questo non è bello. Questa vicinanza invita, al contrario, a fare appello ad altre istanze per trovare la via che conduce alla verità e alla vita».
Nel suo lungo intervento sul tem dell’obbedienza, che prima fa sorridere e un attimo dopo scuote i presenti, papa Francesco passa dall’idea di “scapolone” a quella di celibe che senza amici sarebbe un peso insopportabile. «Dove funziona la fraternità sacerdotale e ci sono legami di vera amicizia, lì è anche possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria. Il celibato è un dono che la Chiesa latina custodisce, necessita di relazioni sane, di rapporti di vera stima e vero bene che trovano la loro radice in Cristo: senza amici e senza preghiera il celibato può diventare un peso insopportabile e una controtestimonianza alla bellezza stessa del sacerdozio».

SACERDOTI, INVIDIA, BULLISMO

Il Papa parla anche delle molte crisi sacerdotali che hanno all’origine proprio una scarsa vita di preghiera, una mancata intimità con il Signore. «Senza l’intimità della preghiera – spiega Francesco – della vita spirituale, della vicinanza concreta a Dio attraverso l’ascolto della Parola, la celebrazione eucaristica, il silenzio dell’adorazione, l’affidamento a Maria, l’accompagnamento saggio di una guida, il sacramento della Riconciliazione, senza queste “vicinanze” concrete un sacerdote è, per così dire, solo un operaio stanco che non gode dei benefici degli amici del Signore».
Tra i sacerdoti si annida invidia, qualche episodio di bullismo. Non di quelli che si raccontano quotidianamente, ma qualcosa di simile. Per tendere alla fraternità occorre imparare la pazienza, che è la capacità di sentirci responsabili degli altri, di portare i loro pesi, di patire in un certo senso con loro.
«L’invidia è tanto presente nelle comunità sacerdotali. Non tutti i sacerdoti sono invidiosi, no, ma c’è la tentazione dell’invidia a portata di mano. Stiamo attenti, dall’invidia viene il chiacchiericcio. Ci sono forme clericali di “bullying”. L’amore fraterno non cerca il proprio interesse – dice Sua Santità – l’amore vero si compiace della verità e considera un peccato grave attentare alla verità e alla dignità dei fratelli attraverso le calunnie, la maldicenza, il chiacchiericcio»

Che tesoro sei!

Craco, cittadina-fantasma di grande fascino

Negli itinerari suggeriti dai siti più autorevoli (Siviaggia) figura questa località lucana. Spazzata via da una frana e un terremoto, risorta grazie al cinema. Un luogo che ha ispirato Francesco Rosi, Mel Gibsone Rocco Papaleo

Lo ha detto la CNN. Gli americani, gli stessi che hanno incoronato negli ultimi anni la Puglia come la regione più bella al mondo, ci riprovano. In realtà l’autorevole network è stato saltuariamente anticipato da riprese cinematografiche di Francesco Rosi e Mel Gibson, dallo stesso Rocco Papaleo che qui è di casa. In sostanza, però, quando si parla di luoghi abbandonati sparsi nel mondo, nello stesso momento anche carichi di suggestioni, anche in questo caso dobbiamo dare atto che gli americani ovunque pescano bene.
Così fra i siti speciali, diventati una delle attrazioni irrinunciabili per molti viaggiatori e segnalati dal più autorevole sito turistico, come “Siviaggia.it”, uno dei più belli si trova proprio in Italia. E nemneno tanto lontano da qui.
Infatti, alludiamo a Craco, cittadina-fantasma immersa in Basilicata.
La fine ha “inizio” nel 1963, quando il centro storico di Craco viene evacuato. Una frana di vaste proporzioni lo rende quel borgo-fantasma che sarà celebrato anche dagli strumenti di informazione internazionali.

Foto isassidimatera.com

Foto isassidimatera.com

UNA SCIAGURA…

Gli abitanti avevano provato a non abbandonare del tutto la zona, ripiegando nella valle sottostante: Craco Peschiera. Una decina di anni dopo un alluvione peggiorò la situazione, impedendone una possibile ripopolazione, fino al colpo di grazia inflitto dal terremoto del 1980. Come racconta il sito “Siviaggia.it”, Craco vecchia viene abbandonata, trasformandosi in un presepe senza vita. “Del borgo antico resta oggi uno scenario di bellezza quasi irreale – si legge – una storia rimasta in sospeso e una leggenda inquietante; aggrappato su una collina di roccia biancastra, a metà strada tra le montagne e il mare, Craco è a non più di cinquanta chilometri da Matera”.
“Graculum”, che sta per “piccolo campo arato”. Nel Medioevo, in origine fu prima un importante centro strategico militare, grazie al suo celebre torrione che domina la valle dei fiumi Cavone e Agri, poi sede di una universitas. Nel 1881, riporta “Siviaggia.it”, la popolazione aveva superato la soglia dei duemila abitanti. Verso la fine del XIX secolo, il perimetro urbano aveva raggiunto la sua massima espansione, contando numerosi palazzi nobiliari in vari punti del paese, di particolare bellezza architettonica: il municipio, le scuole, il cinema, le botteghe artigiane e il convento dedicato a San Pietro, edificato nel 1630.
Poi accade che da borgo fantasma diventi luogo di riprese cinematografiche. Diversi sono i film ambientati in questo scenario rimasto comunque suggestivo.

Foto e-borghi.com

Foto e-borghi.com

…E LA “RINASCITA”

Nel 1979, il grande Francesco Rosi gira proprio qui scene del film “Cristo si è fermato a Eboli”, magistralmente interpretato da Gian Maria Volonté. Nel 2004, questi luoghi ispirato anche il grande attore-regista Mel Gibson, che nel 2004 ambienta il suicidio di Giuda, una delle scene più toccanti de “La passione di Cristo” (protagonista Jim Caviezel). Fino a “Basilicata coast to coast” di e con Rocco Papaleo (da noi intervistato) girato in questi luoghi nel 2010.
Una decina di anni fa il Comune di Craco ha inaugurato un breve itinerario che permette di esplorare il borgo in sicurezza, percorrendone il corso principale fino a quello che rimane della vecchia piazza, sprofondata a causa della frana. Successivamente, l’itinerario è stato arricchito con la visita nel cuore del paese fantasma, allungandosi sotto l’imponente Torre Normanna dell’XI secolo. Una suggestione all’interno dell’altra. Immagini che fermano natura e tempo e dei quali è bene riappropriarsi per goderne anche le bellezze. Una città che continua ad esistere nonostante le avversità e che ha saputo riscattarsi fino a diventare uno dei borghi del nostro Sud più belli al mondo.

«Diavolo in me…»

Hachim Mastour, dal Milan in poi

Una storia fatta di emozioni, racconta il calciatore, centrocampista e attaccante che ha cominciato con i rossoneri dei quali è tifoso. «Rifarei tutto quello che ho fatto, come ripartire dalla Reggina e da una piazza calda come quella della squadra calabrese». Marocchino, nato a Reggio Emilia, è stato il più giovane debuttante con la maglia della Nazionale del suo Paese: non aveva nemmeno diciassette anni. Qualcosa è cambiato, ma non è detto che certi amori non tornino

Foto Alfredo Pedullà

Foto Alfredo Pedullà

Per i molti ragazzi ospiti del nostro Centro di accoglienza, se c’è una disciplina sportiva dalla quale sono affascinati, questa è il calcio. Lo amano, lo vivono, talvolta anche troppo. Diciamo con il tifo giusto. Urlano, gioiscono, non condividono le posizioni tecniche, ma poi alla fine si stringono la mano da buoni amici. Una partita di calcio è emozione, d’accordo, ma alla fine è sempre qualcosa che nasce e deve restare lì, in quel perimetro, sessanta per centodieci metri, grossomodo. Di recente molti ragazzi hanno seguito la finale di Coppa d’Africa vinta dal Senegal, che ai calci di rigore dopo i tempi supplementari ha avuto la meglio sull’Egitto, l’altra squadra finalista. E’ stato un momento molto bello. Quella finale è stata l’occasione per parlare con alcuni di loro, appassionati di calcio e delle storie legate a questo sport. E’ più forte di loro, e di noi, quando in una storia c’è quel colpo di tacco, i ragazzi la seguono con emozione.
I ragazzi sono affascinati dalle storie, non solo quelle importanti, a lieto fine. Pongono attenzione anche a storie che vorrebbero finissero in altro modo, non con il magone, bensì con un sorriso. Ma la vita, e questo i ragazzi lo sanno, è fatta di alti e bassi. Può andare bene, le congiunzioni astrali – si dice – possono essere quelle giuste e, dunque, tutto fila liscio. Qualche volta, e anche questo i nostri fratelli lo sanno, qualcuno può inciampare in una pietra, un ostacolo imprevisto. Poco male, si riparte. Si raccolgono le proprie forze e via, ad accarezzare sogni mettendoci quell’impegno che deve esserci in qualsiasi cosa si faccia. Anche il calcio, a suo modo, spiega quanto sia importante come nella vita – per esempio – il gioco di squadra, non essere egoisti, saper riconoscere la forza dell’avversario, esultare per un colpo a sensazione di un compagno o riconoscere il gesto atletico con un applauso.

Foto Calciomercato.com

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DEBUTTO CON DOPPIETTA

E veniamo alla storia di quest’oggi. Lui è Hachim Mastour, ventitrè anni, nato a Reggio Emilia. Calciatore marocchino con cittadinanza italiana, parte dalle giovanili del Milan: debutta contro l’Albinoleffe, segna due gol. Titoli cubitali sui giornali, è nata una stella. Poi qualcosa si inceppa. Secondo qualcuno nella testa e nelle gambe del ragazzo, che a nostro avviso resta un grande talento. Vedremo. Intanto ci piace raccogliere battute prese un po’ qua e un po’ là. Come un video postato dalla Reggina, società calabrese dalle antiche tradizioni calcistiche, compresi campionati nella massima serie.
E’ lo stesso calciatore marocchino, il più giovane debuttante con la maglia del suo Paese (diciassette anni), a raccontarsi. «Per me il calcio è tutto – spiega Mastour – l’ho sempre avuto nella mente fin da bambino, per me non esisteva altro divertimento che non fosse il calcio: studiavo e pensavo al calcio, finivo i compiti e incontravo i compagni di scuola, ci dividevamo in due squadre e via, a prendere a calci un pallone. In famiglia, quattro in tutto, mamma e una sorella, era papà ad essere appassionato quanto me, se non di più, di calcio: quante partite vedevamo insieme e tutte le volte ci trovavamo d’accordo su questo e quel campione, questo o quel gol. E non solo: fu papà a pronosticare per me una carriera professionale da calciatore».

Foto Calciomercato.com

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POI UN PASSO INDIETRO

Papà ci aveva azzeccato. Di Mastour si interessa il Milan, una delle squadre più blasonate al mondo. «E’ stata la mia occasione: qualcuno mi ha detto che forse è stato un errore cominciare dall’università del calcio, invece di sgobbare sui campi di calcio di categoria inferiore, dove compagni e avversari non fanno complimenti: dei primi devi guadagnarti la fiducia, dagli altri il rispetto. Che ricordi ho del Milan? Indelebili, amo quei colori, ogni volta che guardo quel Diavolo in tv, mi emoziono, lavoro sodo perché un giorno possa tornare a vestire una volta quei colori».
Ci balena in testa la canzone di Zucchero, “Diavolo in me”, un rock-blues allegro. Hachim la conosce certamente, a Milanello erano in molti a cantarla, a cominciare dai tifosi che lo sostenevano e non lo hanno dimenticato. Arrivano le esperienze all’estero: Spagna, Olanda e Grecia. «Non è affatto semplice, credetemi: quando sei ancora un ragazzo staccare di colpo con la famiglia e gli amici, diventa dura: certo, meglio fare il calciatore che altri mestieri usuranti, talvolta sottopagati e per diciotto ore al giorno: di storie ne ho sentite… Ma non nascondo che sognavo una carriera in Italia, magari dal Milan in prestito ad altre squadre a farmi – come si dice – le ossa e poi tornare in rossonero. Detto della nostalgia, se sei bravo anche dal dolore riesci ad imparare e a crescere: per me è stato così».
Sulla sua strada la Reggina due volte, in mezzo il Carpi. Mastour rifarebbe tutto allo stesso modo. «Le scelte che ho fatto fino ad oggi mi hanno aiutato a crescere: se mi si chiede quali aspettative io abbia oggi, sicuramente fare bene con la Reggina, che milita in B, giocare fra i professionisti: la società ha obiettivi di crescita e io proverò a essere parte del progetto. Ottimo il rapporto con società, compagni e mister. Ho avuto proposte anche dall’estero, volevo restare in Italia, Reggio Calabria è una piazza importantissima per fare calcio e ripartire…».

Ex Ilva, interviene l’Onu

Un documento di ventuno pagine condanna il siderurgico

Non sarebbe rispettata la salute dei cittadini che abitano nelle vicinanze dell’acciaieria. È uno dei luoghi, è scritto, fra i più degradati in Europa. Operazioni di bonifica in grave ritardo.

Foto TGcom24

Foto TGcom24

C’è il rapporto Onu sull’ambiente a proposito di quanto provocato al territorio dallo stabilimento siderurgico di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia. L’ex Ilva, riporta il documento, sarebbe tra i luoghi più degradati in Europa occidentale.
Riprende il documento il Corsera, accostando l’area industriale tarantina alle peggiori zone inquinate del mondo a causa di insediamenti industriali.
Il diritto a un ambiente salubre, viene riportato nel rapporto in questione, potrebbe essere garantito solo se si limitasse l’utilizzo di sostanze tossiche che colpiscono le persone più vulnerabili.
Evidentemente ciò non accade a Taranto, dove le operazioni di pulizia e bonifica dovevano iniziare nel 2021 ma sono state rinviate al 2023, con azioni dei diversi governi che permettono all’impianto di funzionare non tenendo conto neanche della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo con la quale l’Italia, nel 2019, è stata condannata per aver violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare di alcuni cittadini».

Foto La Stampa

Foto La Stampa

DIRITTI UMANI IGNORATI

La notizia, scrive il Corriere della sera, viene ripresa da una sintesi del rapporto di ventuno pagine scritto dal relatore speciale delle Nazioni Unite, David R. Boyd, sugli obblighi in materia di diritti umani relativi al godimento di un ambiente sicuro, pulito e sostenibile, d’intesa con il Relatore speciale Marcos Orellana sulle implicazioni per i diritti umani della gestione e lo smaltimento di sostanze e rifiuti pericolosi.
Il rapporto annuale, intitolato “Il diritto a un ambiente pulito, salubre e sostenibile: ambiente non tossico” è stato approvato dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu il 12 gennaio 2022.

Cosa significa. La produzione di acciaio derivante da sessant’anni di funzionamento dell’impianto a ciclo integrale, alimentato ancora oggi a carbone, secondo gli esperti delle Nazioni Unite ha compromesso la salute dei cittadini e violato i diritti umani per decenni, provocando un grave inquinamento atmosferico. I residenti che vivono nelle vicinanze dell’impianto «soffrono – è riportato nella sintesi – di malattie respiratorie, cardiache, cancro, disturbi neurologici e mortalità prematura».

Foto Acistampa

Foto Acistampa

UNA CITTÀ SOFFERENTE

È una conferma autorevole di un’istituzione internazionale di quanto i tarantini vivono e soffrono sulla loro pelle da decine di anni nei quali sono stati statisticamente provati gli aumenti di patologie e decessi collegabili all’inquinamento atmosferico e agli agenti nocivi presenti nell’ambiente.
Il rapporto dell’Onu, riprende il Corsera, sollecita i governi a realizzare interventi che portino a un inquinamento zero per impedire non solo il deterioramento dell’ambiente, ma anche gravi diseguaglianze sociali che portano a zone del mondo in cui diritti, come quello alla salute, sono compromessi proprio a causa del degrado ambientale e della presenza di siti contaminati in comunità svantaggiate.
Lo scorso ottobre, il Consiglio per i diritti umani ha adottato la risoluzione 48/13 nella quale, per la prima volta, si riconosce a livello globale «il diritto umano a vivere in un ambiente pulito, sano e sostenibile».

«All’inferno e ritorno»

Piero Pelù, sessant’anni, si confessa

Il leader dei Litfiba ammette debolezze, ma anche quel pizzico di fortuna che lo ha tenuto per quarant’anni sulla cresta del rock. «Se penso a quanti della mia generazione non ci sono più a causa dell’eroina, mi sento un miracolato», dice l’artista in procinto di partire con “L’ultimo girone”, titolo dantesco non a caso. «Quella robaccia è stata il nostro Vietnam negli Anni 80: la odiavo e, oggi, ho come la sensazione che che stia tornando di nuovo e i ragazzi di oggi non sappiano cosa in realtà significhi quel “viaggio”».

Foto Il Messaggero

Foto Il Messaggero

«Sessanta e non sentirli», Piero Pelù, incarnazione del rocker che più rocker non si può, ha appena superato la soglia del suo sesto decennio «vissuto più o meno pericolosamente, anzi senza “meno”: vissuto pericolosamente». Il bello del cantante dei Litfiba è che non gira mai intorno a un discorso, gli piace andare dritto al nocciolo. Al sodo, insomma. E quel c’è di sodo nel suo ultimo bilancio è una vita da rocker, fra mille tentazioni e qualche esagerazione di troppo. «L’inferno, per esempio – dice – se penso a quanti della mia generazione non ci sono più a causa dell’eroina, mi sento un miracolato». Pelù, come spesso gli accade, si è raccontato senza freni dando quelli che in gergo i giornalisti chiamano “titoli”. Impegnato con i Litfiba nelle prove del tour “L’ultimo girone”, si è raccontato al Corriere della sera. Un lungo articolo, un bel corpo a corpo, nel quale il giornalista del Corsera non si è fatto mancare nulla, dando risposta a qualsiasi interrogativo. Dall’altra parte un artista disponibile, intelligente, sensibile che vuole “dire cose” che possano essere di insegnamento ai suoi fan. Ma anche a chi legge le colonne, il sito del “Corriere” a ha voglia di sapere qualcosa di più di questo giovanotto di appena sessant’anni. «Abbiamo toccato corde che non pensavamo – confessa – ciò che sentivamo noi, sentiva il pubblico: non ho mai fatto musica per far denaro, anzi mettiamola così: era il solo modo per salvarmi dal mio disagio, dalla mia inadeguatezza, dalla mia ombrosità, dalla mia solitudine, dalla mia timidezza».

Foto Radio Capital

Foto Radio Capital

L’ULTIMO GIRONE…

Toscano di Firenze, come l’altra parte dei Litfiba, Ghigo Renzulli, stanno facendo le prove del tour “L’ultimo girone”, qualcosa che ha il sapore dantesco, come l’inferno. Quel girone fatto di fuoco e fiamme è la droga, la peggiore dei suoi tempi: l’eroina. Quella robaccia che ha fulminato rocker e attori, artisti che non si risparmiavano niente, anche se poteva sembrare un solo biglietto di andata.

Il tempo non passa solo per Vasco. «Lui di anni ne ha settanta: come Mick Jagger e Iggy Pop – rivela al Corriere della sera – resta un bel punto di riferimento: significa che qualche annetto posso andare ancora avanti». Parla di Sanremo, il frontman dei Lifiba. «Nel 2020, quaranta anni di carriera, volevo provare un palco sul quale non ero mai stato, e così vada per Sanremo…».

«Credo solo nel partito del rock’n’roll», risponde Pelù quando gli viene chiesto se non si sente ancora di sinistra e se non gli dispiace la rielezione di Mattarella. «A sinistra c’è rimasto solo il presidente, tutto è andato in fumo», si riferisce agli ideali, i valori. A proposito di Sanremo, più di venti anni fa proprio lì conobbe la Carrà «che mi fece fare un monologo sulle mine anti-uomo, quando non si usava parlare d’altro, come oggi: da allora l’ho amata svisceratamente, tanto più che a “The Voice”, il talent nel quale eravamo giurati, facevamo coppia fissa».

Foto InToscana

Foto InToscana

«COME FOSSIMO IN GUERRA»

Dante, la citazione, l’inferno, l’ascensore per arrivarci l’eroina. «E’ stata il nostro Vietnam negli Anni 80, a causa dell’eroina ho perso un fratello, Ringo De Palma: la odiavo e, oggi, ho come la sensazione che che stia tornando di nuovo e i ragazzi di oggi non sappiano cosa in realtà significhi quel “viaggio”».

Breve parentesi. A Taranto abbiamo incontrato Pelù insieme alla moglie, Gianna Fratta, pianista e grande direttrice d’orchestra. E pensare che non sembrava uno destinato alla vita coniugale. Invece «se trovi una donna con cui hai così tanti punti in comune, uno scambio continuo così profondo e sincero, perché non sposarsi?» Di un errore in particolare non parla, gioca al rialzo. Sarebbe sciocco ammettere di aver commesso un solo errore. E allora, vada per «…ne ho fatti talmente tanti, ma non rinnego niente: se oggi sono qua e, forse, anche a causa di quegli errori». La fortuna è saperli riconoscere al solo fiuto, al solo sguardo e svoltare fino a quando si è ancora in tempo. Ecco Pelù, l’ultimo dei rocker. A proposito di band e Sanremo, i Maneskin. «Nonostante il successo esagerato è un gruppo che si migliora sempre: impressionanti».

Edouard mani d’acciaio

Champion’s lo scorso anno, Coppa d’Africa quest’anno

«Scartato a un provino, stavo per chiedere un sussidio al Centro per l’impiego». Comincia così la storia del portierone senegalese nato in Francia. «Mi avevano detto che non ero tagliato per quel ruolo: mi crollò il mondo addosso nel leggere sul volto dei miei genitori la mia stessa delusione». Poi la svolta. «Un amico, un primo provino, poi Cech al Chelsea che mi indica come migliore prima scelta». Ormai, Mr. Mendy solleva un trofeo dietro l’altro.

Foto: Sky Sports

Foto: Sky Sports

Che storia, la storia di Edouard. E’ una di quelle che ci piacciono, intanto perché a lieto fine. Poi perché è il racconto di un riscatto, una prova di coraggio e forza insieme. Non è facile trovarsi nelle condizioni di Edouard, prima che diventasse Mr. Mendy, la seconda testa coronata di Londra, nel Chelsea e ricevesse la stretta di mano del presidente del Senegal, il suo Paese d’origine per il quale nella Coppa d’Africa alzata al cielo in segno di vittoria, proprio lui, Edouard, ha parato un sogno.

Nato a Montvilliers in Francia, padre guneense, mamma senegalese e cugino di Ferland, difensore del Real Madrid, la storia di Edouard va raccontata. Glielo hanno chiesto daccapo, prima e dopo la Coppa d’Africa. E lui, Edoaurd, come gli è capitato in questi ultimi anni, non si tira indietro. Come fosse fra i pali esce con sicurezza. Blocca qualsiasi cosa ci sia da bloccare. «Perché – racconta – i ragazzi se hanno un sogno hanno l’obbligo fino in fondo di crederci: a me è successo, ero sull’orlo di abbandonare il gioco del calcio: avrei dovuto farlo a livello dilettantistico, accontentarmi di poche centinaia di euro al mese, se fosse andata bene».

Una vita al bivio, al limite, come se fosse un di quelle linee tracciate con il gesso sul perimetro di gioco. Era ai bordi, un altro passo e sarebbe finita, il calcio avrebbe dovuto farlo con gli amici del quartiere e vederlo in tv. La sua storia, bellissima, l’ha ricordata lo scorso anno Fabrizio Gabrielli, vicedirettore de “L’ultimo uomo”, pubblicata anche sito Sky. Era la vigilia della finale di Champion’s League e quella gara decisiva la giocava proprio lui, il nostro Edouard mani d’acciaio.

Foto: Sky News

Foto: Sky News

DA DISOCCUPATO A FINALISTA

Raccontava la sua storia, da disoccupato a finalista di Champions League. «Avevo fatto un provino, ci avevo messo anima e cuore, per uno come me che vuole imprimere una svolta importante alla propria vita, era una bella occasione», dice. Ma il pugno allo stomaco arriva a fine provino. «Qui non c’è posto per te, ne sono stati selezionati di migliori», in buona sostanza. Nessuna via di fuga. Nemmeno un «…perfeziona le uscite, lo scatto di reni, la presa», una speranzella insomma. A un ragazzo le cose quacuno che insegna sport deve saperle anche dire, rischia il danno psicologico. «È stato come ricevere uno schiaffo», ricorda nella sua storia Gabrielli, che riporta le parole di Mendy, «mi ha fatto davvero male e nemmeno per una sola ragione: era il club della mia città, dove volevo fare successo, volevo fare della mia famiglia una famiglia fiera, far diventare di colpo importante il mio quartiere, quello che mi circondava».

Brutta cosa tornare a casa a testa bassa, dopo aver riposto tanta speranza in quell’occasione che poteva essere la prima curva della vita da svoltare. «Brutta cosa aprire la porta di casa e rispondere alla prima domanda che ti rivolgono i tuoi cari: “Allora, Edou, come è andata?”. E non c’è cosa più triste che vedere i propri genitori restare delusi per la tua stessa delusione: hanno parole e abbracci importanti, provano a restituirti un po’ di serenità».

Foto: Gazzetta.it

Foto: Gazzetta.it

«MI VUOLE IL SENEGAL!»

Torna fra i pali, non è titolare in una squadra che è ad un passo dalla retrocessione, sull’orlo dell’anonimato. Le sliding-doors, le porte scorrevoli, si dice. Perso per perso nelle ultime due, tre gare lo buttano nella mischia. Fa in tempo ad incassare il gol di un certo N’Golo Kanté, quel top player con il quale, oggi, è compagno di squadra al Chelsea. Piccolo il mondo.

E pensare che all’inizio della stagione 2014-2015, Edouard non aveva una squadra e, dunque, un lavoro. «Mamma mi aveva detto di non pensarci più, di recarmi al Centro per l’impiego, prendere un sussidio in attesa di trovare un lavoro: cosa sapevo fare? Prendere a calci un pallone, anzi fare in modo che questo non rotolasse in rete: rise l’addetto al collocamento, non c’erano richieste di portieri…». Oggi può sorridere il portierone di Senegal e Chelsea. Finalmente, aggiungiamo noi. Con il suo Paese ha vinto la Coppa d’Africa, con la squadra londinese ha vinto la Champion’s.

Per la prima volta, in quel momento, Edouard comincia a pensare che forse il calcio non sarà il suo futuro. Allora gli tocca fare davvero altro, il commesso di un negozio di abbigliamento per esempio. Ma la sua storia a quel punto diventa favola, le zucche si trasformano in carrozza. Un amico gli dice che all’Olympique Marsiglia, cercano un portiere che accetti di fare la riserva della riserva. Anche stavolta ci vuole un provino. «Ricorderò per il resto della mia vita quella telefonata: finalmente il volto di mia madre era tornato ad illuminarsi».

Due anni dopo Aliou Cissé, attuale tecnico del Senegal, lo convoca, lo fa giocare. Caro Edouard, ti è cambiata la vita. Gioca con Reims, Rennes, terzi, alla spalle di Paris Saint Germain e Olympique Marsiglia. Nel 2020 il Chelsea cerca un portiere: Cech, che lo ha conosciuto, indica Edouard. E’ lui l’ideale. Mamma sarà fiera stavolta.

Coppa d’Africa, zampata dei Leoni

Senegal vittoria contro l’Egitto nella competizione continentale

Non bastano i tempi regolamentari, né i supplementari. Decidono i rigori, l’ultimo è di Mané (che in gara ne aveva sbagliato uno), che ha la meglio su Salah, suo compagno di squadra nel Liverpool. Il presidente del Senegal, Macky Sall, ha subito dichiarato festa nazionale per celebrare lo storico risultato (sfiorato nel 2002 e nel 2019). In centomila festeggiano anche in Italia

Fonte Repubblica.it

Foto Repubblica.it

Che festa in Senegal, il Paese pieno di grandi talenti del calcio conquista per la prima volta la Coppa d’Africa battendo 4-2 l’Egitto ai rigori dopo una partita e tempi supplementari senza reti. Il pubblico appassionatosi alla competizione continentale ha dovuto aspettare due ore per avere il responso finale non senza grandi palpitazioni. Così dopo il penalty calciato da Sadio Mané, una delle perle del Liverpool, è scoppiata la gioia. Non solo, si diceva, nello stadio di Yaoundé (Camerun), bensì in tutto il Senegal e un po’ dappertutto, dove insomma la comunità senegalese è presente. I vincitori della Coppa d’Africa hanno festeggiato come hanno potuto, con strumenti e attrezzi per fare un chiasso assordante e liberare la gioia, e naturalmente canti e balli. In un paio di edizioni il Senegal ci era andato vicino, ma l’altra sera sul podio, meritatamente, ci è salita lei. Onore al grande Egitto di Salah.

Macky Sall, presidente del Senegal, ha subito dichiarato festa nazionale per celebrare lo storico risultato che ha consentito di portare la Coppa Dakar. Il presidente che avrebbe dovuto visitare le Comore alla fine di un viaggio che lo ha portato in Egitto ed Etiopia, ha cancellato l’ultima tappa per dare personalmente il benvenuto ai vincitori.

Fonte Eurosport

Foto Eurosport

FINALMENTE LA RIVINCITA!

Dopo le due sconfitte nelle finali del 2002 e del 2019, quindi i Leoni del Senegal hanno vinto la loro prima Coppa d’Africa. L’Egitto, che vanta sette titoli, stavolta ha dovuto piegarsi alla forza degli avversari. Alla fine ha avuto la meglio la nazionale guidata da Aliou Cissé, 4-2 grazie anche alle trasformazioni del “napoletano” Koilibaly e all’“inglese” Manè, che aveva sbagliato un rigore in apertura di partita. Ironia della sorte, Manè ha alzato la Coppa davanti al compagno di squadra del Liverpool, l’egiziiano Momo Salah, che avrebbe voluto trionfare anche con la sua Nazionale dopo aver conseguito numerosi titoli in Inghilterra con i Reds.

Il Senegal alla vigilia della Coppa era fra le squadre che godevano i favori dei pronostici. Una rosa completa, con fior di top player: il portiere del Chelsea Mendy, il difensore del Napoli, Koulibaly, il centrocampista del Paris Saint Germaine, Gueye, gli attaccanti Mané e Dieng. Una gara molto tattica, con il Senegal con più possesso palla e l’Egitto a puntare sulle ripartenze di Salah. A fine gara e supplementari, la soluzione dal dischetto: premiata la squadra che aveva più voglia di vincere.

Intanto, le agenzie di stampa informano un episodio di cronaca. A Torino, una volante della polizia è stata accerchiata, presa a calci e costretta ad allontanarsi da decine di (falsi) tifosi del Senegal. L’episodio potrebbe essere collegato a gruppi di malviventi che non vogliono la presenza delle forze dell’ordine nel quartiere Barriera di Milano. L’episodio verificatosi domenica sera a Torino riguarda, però, poche persone, che saranno sicuramente perseguite a termini di legge. E’ bene ricordare che Italia i senegalesi sono più di centodiecimila ed hanno festeggiato in altro modo.

Addio, Monica

In Campidoglio, un tappeto floreale di mimose e rose gialle

L’attrice aggredita da una malattia neurodegenerativa. Gli ultimi venti anni vissuti nella massima riservatezza. Ci resterà il suo sorriso, la sua voce familiare, le decine di film diretti da Antonioni, Monicelli, Scola, Risi e Sordi

Foto Il Fatto Quotidiano

Foto Il Fatto Quotidiano

Non si può vivere così. Monica Vitti se n’è andata nel massimo silenzio. A novant’anni, avvolta in un silenzio rispettoso. Come aveva chiesto la stessa attrice quando aveva avvertito cosa le stesse prendendo, quale malattia si stesse impossessando del suo corpo e, soprattutto, della sua mente. Una malattia neurodegenerativa, grave come l’Alzheimer, se non peggio come dicono gli esperti. Bella lotta fra queste due sciagure.

Quel morbo stava facendo a pezzi la memoria dell’attrice romana. Solo l’amore del marito, il fotografo Roberto Russo, ha tenuto vivo quel filo comunicativo con l’esterno. Esterno: parola grossa. Da venti anni l’attrice di decine di film brillanti, commedie all’italiana, non era più la stessa. Ecco perché insistiamo nel sostenere non si può vivere in questo modo: una “non vita”.

Nel momento in cui avrebbe potuto regalarsi un lungo, sano relax, un sereno distacco dal cinema e la tv, ecco che, improvvisa, arriva la malattia che se la porta via. Già venti anni fa. La donna è stata seguita amorevolmente, ma aveva cominciato a perdere i meccanismi di un’autonomia assistita da una badante che si prendeva cura di lei per tutto il giorno.

Foto Corriere.it

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QUANTI FILM…

E’ stato sufficiente che le tv s’inseguissero nel renderle omaggio. La programmazione ci ha mostrato tanti titoli, pochi se consideriamo quanto realizzato in tutta la sua prima vita dall’attrice più amata dagli italiani. L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso. Sono stati i film che per primi l’hanno imposta all’attenzione di critica e pubblico, lei musa ispiratrice di Michelangelo Antonioni, il grande regista che l’aveva amata e le aveva cucito addosso ruoli drammatici. Poi la svolta, con Mario Monicelli, inventore insieme con Dino Risi della “commedia all’italiana”: La ragazza con la pistola, poi i film con Sordi, Steno, Scola, Corbucci: Amore mio aiutami, Polvere di stelle, L’anatra all’arancia.

E’ andata via in un soffio. Coperta da un mare di mimose, come riporta la puntuale cronaca dell’ultimo saluto all’attrice, l’agenzia Ansa. E poi rose, ma soprattutto gialle, che hanno colorato la camera ardente in Campidoglio, prima dell’ultimo saluto nella Chiesa degli artisti a Piazza del Popolo a Roma.

A rivolgerle l’ultimo saluto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. “Monica era un’attrice straordinaria – ha detto il primo cittadino – che giustamente viene ricordata e celebrata in tutto il mondo; noi vogliamo onorare la sua memoria intitolandole un luogo della nostra città”.

Foto RAI

Foto RAI

…DECINE DI OPERE

Per Dario Franceschini, ministro della Cultura, “La Vitti era una donna straordinaria e un’attrice incredibile, rimasta, nonostante gli ultimi anni di assenza, vividissima nel cuore degli italiani, come dimostra l’ondata di amore e affetto che sta ricevendo”.

Molti gli amici, le amiche e colleghe che le hanno rivolto l’ultimo saluto. Fra queste, Dacia Maraini e Giovanna Ralli. Un saluto affettuoso quanto sincero, glielo hanno rivolto la tante persone comuni: fiori, messaggi, lettere, ritratti e dediche commoventi: “Il vuoto tutto intorno, ma non dentro”, “Grazie per i sogni”, “Sei stata tutti noi”. Quanti amano le arti possono consolarsi con le opere che i grandi ci hanno lasciato. Come distinguere le opere dalle croste? Semplice: quelle che ci danno un’emozione, ci strappano un sorriso, una riflessione, ecco, quelle sono opere. Consoliamoci nel vedere e rivedere i suoi film, un testamento a vista. Quei titoli, quelle battute con una voce roca, originale, tanto da renderla gradevole, ci terranno per sempre compagnia.

Lorena, siamo con te!

Un insegnamento dal palco di Sanremo

L’attrice chiamata al Festival per condurre con Amadeus la rassegna canora. Nata a Dakar, è stata oggetto di messaggi violenti: “Non se lo merita, l’hanno chiamata lì perché è nera”, “E’ arrivata l’extracomunitaria”, “Forse l’hanno chiamata per lavare le scale e annaffiare dei fiori”, hanno scritto di lei. «Così ho scoperto di non essere una ragazza italiana come tante». E il conduttore, «…serena, hai tutto il tempo che vuoi per spiegare l’idiozia di certa gente»

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«Sono Lorena, nata a Dakar e cresciuta a Roma, una laurea in Storia contemporanea; ho studiato recitazione e, per fortuna, questo è diventato il mio lavoro: sono un’attrice…». Fin qui niente di particolare, se non fosse che il tono e la voce dell’attrice, uno scricciolo di una forza inaudita, per un attimo, ma solo un attimo, si piega su quella che vuole essere un’umiliazione e, invece, è la solita testimonianza – diceva Ennio Flaiano – di come la mamma degli ignoranti è sempre incinta. Non se ne esce più, non fai in tempo ad educarne uno, che dai social ne sbucano altri dieci, altro che “Rocco e i suoi fratelli”. C’è da diventare matti.

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Ma Lorena, mostra le braccia, sottili, ma tutte muscoli. Passa appena un dito sotto quel nasino che sembra disegnato, come se volesse asciugarsi le lacrime che le impediscono di parlare come avrebbe voluto. In tutto questo, bravo Amadeus, che alla faccia dei ritmi televisivi le si avvicina, una, due volte, per incoraggiarla, darle sicurezza. Come a dire, «Lorena, hai tutto il tempo che vuoi!».

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UNA VITA TRANQUILLA…

E riprende. «Una vita abbastanza tranquilla la mia, come tante ragazze italiane (perché Lorena, a prescindere da sciocche nazionalità che poveracci utilizzano per compiere un distinguo, è italiana). Succede che Amadeus mi chiama come co-conduttrice a Sanremo ed eccomi qua». Lorena è felice, ma i soliti imbecilli da tastiera, quelli che sparano idiozie tanto al minuto, le smorzano quella gioia fino a qualche istante prima legittima. «Succede che con questo annuncio – riprende la giovane attrice – scopro una cosa: a trentaquattro anni non sono una ragazza italiana come tante, ma resto nera. Fino ad oggi, a scuola o sul tram, nessuno aveva sentito l’urgenza di dirmelo e, invece, non appena Amadeus lo ha annunciato al Tg1, certe persone hanno sentito questa urgenza». Non nasconde nulla la ragazza.

Anzi, mette alla berlina l’idiozia di persone, “esseri inumani” ci verrebbe da dire. «Il mio colore della pelle è un problema per loro: ecco alcune frasi riprese dai social: “Non se lo merita, l’hanno chiamata lì perché è nera”, “E’ arrivata l’extracomunitaria”, “Forse l’hanno chiamata per lavare le scale e annaffiare dei fiori”». Basterebbe questo campionario di pillole di inciviltà a farci vergognare del convivere quotidianamente con gente capace di simili sentimenti.

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MERCOLEDI’ SCORSO LA SCOSSA

Mercoledì sera, puntata in cui affianca Amadeus, la co-conduttrice prosegue leggendo alcuni passaggi del libro “Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun, settantasettenne scrittore marocchino emigrato cinquant’anni fa in Francia. «Un pochino ci sono rimasta male – riprende Lorena – mi sono arrabbiata e mi è rimasta dentro una domanda: “Perché alcuni sentono la necessità di pubblicare certi post e si indignano per la mia presenza sul palco dell’Ariston, perché hanno problemi con il colore della mia pelle?”. Non sono qui per darvi una lezione, ma per dirvi cosa ho scoperto studiando per capire meglio. Tahar Ben Jelloun ha scritto “Il razzismo spiegato a mia figlia” e inizia così: la figlia Mérième gli fa una domanda “Babbo, che cos’è il razzismo?” e lui: “Tra le cose che ci sono al mondo è la meglio distribuita, tanto da diventare ahimè banale, consiste nel manifestare diffidenza verso persone che hanno caratteristiche fisiche e culturali diverse dalle nostre». Arriva il peggio, quella che noi, figli o genitori, dovremmo considerare una mazzata. In senso lato, naturalmente. Una di quelle che fanno più male di una vera legnata.

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«“Un bambino ripete quello che dicono i suoi parenti – prosegue l’attrice leggendo un passaggio dell’autore – tutto dipende dell’educazione, sia a scuola che a casa: il razzismo non ha alcuna base scientifica, esiste un solo genere umano, che ha sangue della stessa tinta, indipendentemente dal colore della pelle, perché un uomo è uguale a un uomo”». «La figlia – conclude Lorena Cesarini – leggendo uno dei passaggi letterari più semplici, ma severi – gli chiede se i razzisti possono guarire e lui: “La guarigione dipende da loro, se sono capaci di mettere in discussione se stessi o no, perché quando uno riesce ad uscire dalle sue contraddizioni va verso la libertà”. La cosa più importante – chiude – per me quindi è la libertà, quella dagli insulti e dai giudizi, e mi auguro come Mérième di non perdere mai questa curiosità perché è quello che mi rende libera, più matura di molti altri adulti». Grazie Lorena, per avercelo ricordato stando alla nostra stessa altezza, senza volerci impartire una lezione che, forse, avremmo meritato. L’altra sera ti abbiamo vista e ascoltata con la massima attenzione. E grazie per averci ricordato un autore di grande spessore Tahar Ben Jelloun.

Sanremo, grazie per Vasco

Un festival diventato un ponte fra due edizioni di Domenica in

Canzoni col contagocce, affermano personaggi e non successi internazionali. Il più popolare rocker italiano racconta il suo intervento doppio. «Raccolsi l’invito di Gianni Ravera, il patron, che aveva capito tutto: da lì ebbe inizio tutto…»

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

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Parte il Festival di Sanremo. Vi risparmiamo banalità e luoghi comuni. Non siamo TV Sorrisi e canzoni, la rivista che da anni, come desiderava il direttore dei direttori, Gigi Vesigna (tre milioni di copie vendute ogni settimana) pubblica la foto d’insieme dei partecipanti alla più popolare kermesse canora. Colpa o merito di Baudo, punti di vista, se ci siamo ritrovati la rassegna canora (un tempo vetrina del meglio, o pressappoco, della canzone italiana) in versione extralarge. Era abbandonata al suo destino, quando Superpippo, prima di essere dimissionato perché considerato “nazionalpopolare” dall’allora presidente Rai Enrico Manca, andò prima da Berlusconi (contratto principesco), per poi abbandonare la concorrenza sfiduciato dagli ex colleghi. Da un Festival che durava mediamente tre giorni, Baudo si inventò formule sempre diverse fino a trascinare la rassegna a fare da ponte a due puntate di “Domenica in”. Uno stillicidio. Si alzarono gli ascolti, Sanremo diventò una sorta di “Fantastico”, le canzoni diventarono una cornice. A farla da padrone, superospiti – anche italiani, che si guardavano bene dal partecipare alla gara – fra presentatori, attori, cantanti, star internazionali, calciatori, perfino Premi Nobel. Insomma, non un Festival, ma tutta un’altra cosa.

Nello sfogliare le centinaia di articoli apparsi sulla stampa e sui siti, ci piace segnalare un articolo di Cristiano Sanna (Tiscali), che dà una diversa lettura, meglio una stesura, rispetto al resto dei colleghi. Certo, il sito che offre condizioni interessanti per quanti navigano su internet, scrive altro a corredo della partenza di Sanremo, come è giusto che sia. Ma è l’angolazione che dà al suo intervento, rispolverando una partecipazione (anzi due, “Vado al massimo” la prima, “Vita spericolata” la seconda) proprio alla passerella canora scrivendo nientemeno che di Vasco Rossi.

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

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«COME SE AVESSI ACCETTATO…»

“Tutti lo vogliono anno dopo anno – scrive Sanna – e lui rifiuta, ogni volta: sono passati quarant’anni di una lunga, ironica vendetta che in occasione dell’edizione numero 72 di Sanremo si gioca tutta sul filo della suspense”. Vasco ha accanto due amici, Guido Elmi e Maurizio Lolli, ma anche i due chitarristi Maurizio Solieri e Massimo Riva. Con un po’ di impegno è possibile intervistarlo, anche per tre ore di seguito, come accadde al sottoscritto (è tutto custodito su due C90, le audiocassette di un tempo). Una lunga chiacchierata che, forse, potrebbe essere lo spicchio di un prossimo programma di Raidue (vedremo…). Vasco, in un angolo a pochi metri dalla reception dell’albergo Oreinte di Bari, confessò di tutto e di più. Senza freni. Canzoni, lavoro, desideri, giornalisti e attori che lo avevano offeso pesantemente. Le sue risposte, mai banali, anche se erano le quattro del mattino, non suonarono mai come offesa.

Corre voce che Amadeus stia premendo per averlo a sorpresa, avanza Sanna in una ipotesi. Non illude, puntualizza, “anche stavolta sarà buco nell’acqua”. Vasco Rossi ha rimesso piede all’Ariston nel 2005 come super ospite e questo pare abbia chiuso definitivamente il cerchio.

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

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GENNAIO ’82, BUONA LA PRIMA

Data spartiacque per il buongusto italico e la concezione di canzonetta popolare. Vasco si presentò a Sanremo col suo reggae “Vado al massimo” e per tutti sembrò che lui andasse malissimo. Aria di chi è lì per caso e totalmente disinteressato di come stare in scena e di fronte alle telecamere finale col microfono che avrebbe dovuto riconsegnare, messo in tasca e poi da lì caduto mentre lui si allontanava, con boato audio in diretta.

Quando lo vide con la Steve Rogers Band a Domenica In, ricorda il giornalista ripreso da Tiscali, Nantas Salvalaggio scrisse su Oggi: «Vasco Rossi… Un bell’ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumé dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto”… Un vero artista, anche quando interpreta uno “zombie”, un barbone da suburra, un rottame umano, ci mette quel lievito che ti ripaga dalla bruttura del fango, dell’orrido che contiene il personaggio. Invece, quello sciagurato di Vasco era orrido-nature, orrido-allo-stato-brado”…».

Pesante Salvalaggio. Ma anche la risposta che dette al sottoscritto, perché la riportassi sul Corriere del giorno, il quotidiano con cui lavoravo all’epoca, e sulle frequenze di Studio 100 Radio, emittente importante del Sud e da me diretta, non fu una semplice passeggiata di salute.

Infatti, ricorda il collega nel suo puntuale intervento, “quando il signor Rossi tornò a Sanremo due anni dopo mostrò di non essersi scordato il signor Salvalaggio: “Meglio rischiare che finire come quel tale che scrive sul giornale”. E Salvalaggio: “Uno splendido esempio di drogato, è diseducativo fare apparire un tossico in televisione”.

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

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VASCO II, IL RITORNO

Determinanti, comunque, i due anni a Sanremo. Vasco ha fatto un lungo post su Facebook nell’occasione dei quarant’anni di “Vado al massimo”. «Ci andai – scrive Vasco – perché Gianni Ravera, il patron del Festival mi offriva la platea nazionale della televisione garantendomi soprattutto la libertà di fare quello che volevo. Geniale Ravera, aveva capito che la musica nell’aria stava cambiando e che io rappresentavo il nuovo. Per questo accettai l’invito e ci andai. Ci andai da solo, perché nessuno dei miei fidati collaboratori di allora, leggi Guido Elmi in primis, volle accompagnarmi, non ci credevano. Io, invece, sapevo bene quello che facevo. Avevo già scritto canzoni come “Albachiara”, “La noia” (la prima provata a casa di Curreri, la seconda la sua preferita, parole di Vasco, registrate, ndc), “Jenny”, “La nostra relazione”, “Colpa d’Alfredo”, “Siamo solo noi”. “La platea nazionale mi serviva, certo. Ma quello che volevo io soprattutto, era sbalordirli, provocarli, scuotere in loro un’emozione, dissacrare quel palco con ironia e provocazione.

Poi fu Vita spericolata e un decollo inarrestabile. Ero certo che avrei colpito e, nel bene o nel male affondato, chi dalla platea del teatro a quella della tv, mi guardava (anche se pochi allora dichiaravano di guardare il festival, in realtà tutti mi avevano visto..). Più che una sfida, quei tre minuti di esibizione, lo spazio di una canzone, rappresentavano per me un’occasione unica per farmi notare da più gente possibile. Della gara, a me, non m’importava nulla e tantomeno di vestirmi “elegante”, io avevo il mio look da concerto, jeans e giacca in pelle. Ricordo che dietro le quinte mi guardavano tutti come se io fossi un alieno».

Grande, unico Vasco. E un “grazie” a Sanremo, che difficilmente seguirò (sei giorni equivalgono ai domiciliari…), per averci regalato quelle due schegge matte di un grande rocker.