«Negramaro, ma che bravi!»

Quando la band salentina era già il futuro del nostro rock

Presentarono il loro primo singolo, “Solo”, al Candle di Monteroni. Da quel momento esplose l’affetto per quei cinque ragazzi nati e cresciuti fra Copertino e Veglie. Emozioni nel ripercorrere quella strada, loro che non hanno mai dimenticato le origini. Partiamo dal primo articolo pubblicato su quei nostri ragazzi…

Foto Ufficiale Negramaro

Foto Ufficiale Negramaro

Quando i salentini Negramaro erano il futuro del nostro rock. Mi è stato chiesto di ripercorrere quel momento. Non c’è nulla di meglio che tornare su quel debutto che profumava già di successo. Era un po’ come avere assistito su un campo di calcio al debutto di Paolo Rossi. Facile dire “Questo è un campione, l’ho scoperto io…”: ma quando mai? Chiunque si fosse trovato a passare da quella masseria di Copertino, al solo vedere come quei ragazzi accordavano gli strumenti e provavano a diventare un unico suono, avrebbe pronosticato per i Negramaro un grande successo. Giuliano, Emanuele, Ermanno, Andrea, Danilo e “Pupillo” a San Siro? Proprio lì, uno stadio strapieno tutto per loro, dopo appena cinque anni dall’esordio. Tutti che si stupivano e io, hai voglia a dire, «ve lo avevo detto, questi spaccano!». Andò come avevo pronosticato, dai microfoni della mia radio, Studio 100, e dalle colonne del mio giornale, il Nuovo Quotidiano di Puglia.

«Lo scorso 7 febbraio al Candle, sulla strada per Monteroni, hanno presentato il singolo “Solo”, uscito lo stesso giorno nel quale hanno tenuto il live. E subito i Negramaro, salentini di Copertino, debuttano nelle classifiche radiofoniche e, quel che più conta, nei rilievi di “Music control”, società che mediante un complicato meccanismo di impronte via etere riesce a dire quante volte una canzone passa in radio, fra private e circuiti nazionali». Questo l’attacco di un mio articolo pubblicato giovedì 20 febbraio 2003, appunto, dal Nuovo Quotidiano di Puglia.

Foto Ufficiale Negramaro

Foto Ufficiale Negramaro

«A ME SEMBRANO FORTI!»

Mi aveva contattato Teo Pepe, caposervizio del giornale salentino che godeva e gode grande appeal in tutta la Puglia. «Prova a sentire il pezzo, a me non sembra male – mi disse – poi tu hai esperienza, fai radio già da diciotto anni…». Lo ascoltai, è vero, mi fece subito effetto. Stavo per commettere una ingenuità, una di quelle che si compiono quando non si vuole essere parziali. «Dovesse leggere qualcuno con senso critico il mio articolo – pensai – direbbe che ne ho scritto bene perché sono ragazzi, vanno incoraggiati e, poi, perché sono salentini». Non stavo scrivendo per “Ciao 2001”, settimanale con il quale avevo collaborato ai tempi dell’indimenticato Beppe Caporale, grande giornalista, grande amico. Scrivevo per il Nuovo Quotidiano e il mio compito doveva essere quello di valorizzare i ragazzi di talento della nostra terra. Loro abbondavano di talento e, allora, a farsi benedire tutto il resto, a partire da quelli che fanno il capello in quattro. Sciolsi le ultime riserve.

Foto Ufficiale Negramaro

Foto Ufficiale Negramaro

QUEL SUCCESSO CERTIFICATO

«Il successo di questi sei ragazzi – attaccai – a scanso equivoci, non è virtuale ma certificato; piacciono, e tanto, ai radiofonici, quelli che fanno e disfano come Penelope, la tela del successo: Giuliano Sangiorgi (voce e chitarra solista), Emanuele Spedicato (chitarra ritmica), Ermanno Carlà (basso), Danilo Tasco (batteria), Andrea Mariano (tastiere e synth) e Andrea de Rocco (campionatore)». Proseguivo. «In questi giorni stanno vivendo un meritato momento di popolarità, che proveranno a sostenere con la pubblicazione dell’album prevista per fine febbraio».

La storia dei Negramaro comincia in un’antica masseria. Qui provano canzoni inedite, fino a quando non comincia a prendere forma il primo album, la prima canzone che si stacca da quella produzione è, appunto, “Solo”, che diventa anche un video diretto da Karl Barman. «L’avventura – scrissi quel giorno – comincia da una formazione a tre: Sangiorgi, leader, autore delle canzoni, Spedicato e Carlà, (vegliesi, come puntualizza il sito “Veglie news” che per primo pubblica, integrale, quell’articolo); tre anni addietro, dunque nel 2000, a loro si uniscono Tasco, Mariano e de Rocco». Da allora ci siamo sentiti, per telefono, poi con il cellulare, che intanto cominciava ad incombere nelle nostra abitudini quotidiane. Con Giuliano cominciamo a mandarci una fitta serie di messaggi, mi informa sulle attività dei Negramaro che esploderanno definitivamente, fra Premio Sala stampa al Festival di Sanremo e Rivelazione al Festivalbar, rassegna che vinceranno meritatamente più avanti, fino a una serata indimenticabile a Lisbona, lo stadio di San Siro con “live” da brividi. Ci sarebbero anche gli Mtv Awards di Lisbona, i ragazzi ritirano il “Best Italian Act”, il racconto di Giuliano, una serata nella quale calpestano lo stesso palco con Green Day, Alicia Keys, Shakira, Robbie Williams e Madonna. Ma questa è un’altra storia, che magari racconteremo più avanti se avrete voglia di rileggerla.

Foto Ufficiale Negramaro

Foto Ufficiale Negramaro

«SIAMO UNA BAND!»

Una cosa mi piace sottolineare, la costanza di Giuliano nel parlare al plurale. Non c’è un solo momento, nemmeno per distrazione, in cui non parli dei Negramaro. «E’ il nostro progetto, io sono uno dei sei…», e via così. Il successo sta proprio lì, il non aver dimenticato mai un attimo le comuni radici, anche in un momento in cui si sono persi di vista, allontanati e poi riavvicinati, come nelle più belle storie d’amore e di amicizia.

Torniamo a quel febbraio di quasi vent’anni fa. «Il progetto, senza tanti giri di parole – scrivo – è farsi in quattro, provare, provare, provare’; detta così può sembrare una parola d’ordine, ma non ci sono alternative, se non quelle di fare i bagagli ogni volta che in giro per l’Italia c’è una rassegna “live” che possa dar modo di farsi vedere, ascoltare, notare. Passano da Arezzo Wave, festival nazionale del rock, sono fra i dieci finalisti di Brend New Talent, concorso promosso da Mtv. I nostri ragazzi non si fermano un attimo. Fanno i pendolari da Copertino a Roma, Milano se il caso lo richiede. E anche da spalla ad Afterhours, Negrita, Verdena, 24 Grana e Meganoidi. Dal nord al “profondo sud”, Palermo. C’è un motivo, la finale nazionale del Tim Tour, vinta davanti a qualcosa come centodiecimila spettatori. Uno, mille brividi, tutto in una notte magica».

Ancora dal Nuovo Quotidiano. «Fioccano i complimenti, ma non è consentito distrarsi. Fra radio e tv partecipano a “Bande sonore” su Italia 1, “Made in Italy” (“Zanzare” il singolo, li porta al quinto posto davanti a formazioni ad oggi più titolate della scena rock). Nuovamente “Tim Tour”, ma stavolta da ospiti, da big, come si conviene a chi ha già fatto vedere di che pasta è fatto.

Un singolo per tre canzoni, fra queste “000577”. Fine anno scorso (2002), contratto con la Sugar, etichetta di Caterina Caselli, produttrice discografica che ha grande fiuto. I ragazzi hanno stoffa e una prima canzone giusta: “Solo”, fa al caso dell’ex Casco d’oro e altri brani per realizzare un album. La Caselli ha già al suo attivo numerose scoperte, fra queste Bocelli, Elisa, Avion Travel e Gazosa. Tutti nomi che hanno già frequentato i piani alti nelle classifiche italiane e internazionali. Ai nostri interessa farsi conoscere, le classifiche arriveranno. Anzi, sono già le benvenute…”. E la storia dei Negramaro, cominciata prima di quel febbraio del 2003 continua, senza sosta.

«Per non dimenticare»

Giorno della Memoria, abbiamo raccolto numerose dichiarazioni

«Dobbiamo combattere ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza», ha dichiarato Sergio Mattarella, presidente della Repubblica. Papa Francesco ha avuto una lunga e affettuosa conversazione, di circa un’ora, con la scrittrice Edith Bruck. Gli interventi di presidente del Consiglio, Senato e Camera, della senatrice Liliana Segre, lei stessa vittima dell’olocausto, dei rappresentanti della politica italiana.

Foto tratta da internet

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In occasione della Giornata della Memoria il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un suo intervento ha dichiarato che «questa ricorrenza non ci impone solamente di ricordare i milioni di morti, i lutti e le sofferenze di tante vittime innocenti, tra cui molti italiane, ma ci invita a prevenire e combattere, oggi e nel futuro, ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza. A partire dai banchi di scuola. Perché la conoscenza, l’informazione e l’educazione rivestono un ruolo fondamentale nel promuovere una società giusta e solidale. E, come recenti episodi di cronaca attestano, mai deve essere abbassata la guardia».

«Nel pomeriggio della Giornata della Memoria, a Casa Santa Marta, Papa Francesco ha avuto una lunga e affettuosa conversazione, di circa un’ora, con la signora Edith Bruck, a poco meno di un anno dalla sua visita nell’abitazione della scrittrice a Roma», rende noto la Sala stampa vaticana. «Entrambi – prosegue la nota – hanno sottolineato il valore inestimabile della trasmissione ai più giovani della memoria del passato, anche nei suoi aspetti più dolorosi, per non ricadere nelle stesse tragedie».

Non solo Papa Francesco o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Giornata della Memoria, come ogni anno, si celebra per non dimenticare le vittime dell’olocausto (dai 15 milioni ai 17 milioni di vittime, dal 1933 al 1945, fra queste sei milioni di ebrei). Fra dichiarazioni agli organi di stampa, a radio e tv, note e comunicati resi alle agenzie, fra queste, l’Agenzia Ansa, la Cooperativa Costruiamo Insieme ha raccolto le testimonianze di alcuni rappresentanti la politica italiana.

Foto tratta da internet

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DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO…

«Oggi ricordiamo l’orrore dell’antisemitismo – lo ha asserito il presidente del Consiglio, Mario Draghi – e rinnoviamo il nostro impegno collettivo a contrastare ogni tentativo di cancellare la memoria. Ricordare è impegno per il presente, fondazione per il futuro».

«Il Giorno della Memoria è l’occasione per rinnovare con forza il comune impegno a combattere l’indifferenza – ricorda Liliana Segre, senatrice della Repubblica e superstite lei stessa dell’olocausto – è stato il vero complice dei misfatti della Shoah (lo sterminio degli ebrei, vittime del genocidio nazista, ndc)».

«Solo attraverso il ricordo delle atrocità subite da milioni di ebrei, di bambini, donne e uomini senza colpa, possiamo tenere viva la consapevolezza degli errori del passato e delle devastanti conseguenze che hanno prodotto», ha dichiarato il Presidente del Senato, Elisabetta Casellati.

«Il valore e il senso della Giornata che celebriamo – data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – risiede nella conservazione e nella trasmissione, soprattutto alle generazioni più giovani, della memoria, che è qualcosa di tanto prezioso e allo stesso tempo fragile», scrive in una nota il Presidente della Camera, Roberto Fico.

«Roma è stata segnata dalla guerra e dagli stermini del nazismo e non dimentica. Anche per questo è oggi una città orgogliosamente universale, che fa della libertà, della democrazia, della fraternità, del contrasto al razzismo e all’antisemitismo i suoi valori fondamentali», ha dichiarato Roberto Gualtieri, sindaco della capitale.

Foto tratta da internet

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…AI PARTITI

«Senza memoria l’umanità è condannata a ripetere gli errori e gli orrori della storia. Ma la memoria non accompagnata dall’impegno quotidiano contro tutte le forme di antisemitismo e intolleranza rischia di essere un monumento fragile». Questo il pensiero di Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione.

«Presidiare ogni spazio della società, comprese le piazze virtuali – consegna attraverso i social il suo pensiero Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio – e riempirlo con la sostanza umana, il dolore, il vuoto insopportabile lasciato da tutte le donne, gli uomini, le bambine e i bambini portati via dalla Shoah. Per questo, la Regione Lazio lancia un nuovo portale e un podcast, destinato in particolare alle nuove generazioni».

«È nostro dovere ricordare affinché gli orrori del passato non si ripetano mai più. Trasmettiamo alle nuove generazioni l’importanza della libertà e del rispetto. La memoria va coltivata ogni giorno», ha riportato su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

«Un omaggio a tutte le vittime della Shoah. Un momento di condivisione nazionale contro ogni tipo di violenza, odio e discriminazione. Una tragedia umana che ha scavato un solco della memoria, da non oltrepassare mai più». Lo scrive su Twitter Antonio Tajani, Coordinatore nazionale di Forza Italia. «Perché l’atroce follia assassina non si ripeta mai più. #giornatadellamemoria». Lo scrive il leader della Lega, Matteo Salvini.

«Sono distrutto!»

Fabrizio Miccoli, idolo delle folle recluso con pesanti accuse

Scrivono di lui Corriere della sera, Gazzetta dello sport, LeccePrima. «Fabrizio non si ritiene responsabile per quei fatti che gli sono stati imputati e per i quali è stato condannato», dice il suo legale. «Mio figlio ha sempre fatto del bene, ha tolto tanti ragazzi dalla strada: hanno voluto dargli una lezione», dice papà Enrico.

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

“Estorsione aggravata dal metodo mafioso”. E’ questa la sentenza definitiva di condanna in Cassazione per il Fabrizio Miccoli, calciatore amatissimo dalle platee nazionali, da quelle pugliesi con la maglia del Lecce, a quelle di Palermo, ma anche di Juventus e Fiorentina, per non parlare della maglia azzurra vestita da quell’ala così sgusciante sulla fascia come in area avversaria, ben dieci volte. Un vanto sportivo per il Salento.

Purtroppo, oggi, l’ex calciatore è rinchiuso nel carcere di Rovigo. Dovrà scontare la pena di tre anni e mezzo per aver chiesto – questo il capo d’accusa – a Mauro Lauricella, figlio di un boss siciliano, di intervenire per far “restituire” da Andrea Graffagnini a Giorgio Gasparini, ex fisioterapista del Palermo, la somma di dodicimila euro.

«Ha scelto lui la detenzione in Veneto – ha dichiarato l’avvocato di Miccoli, Antonio Savoia, alla Gazzetta dello Sport – Fabrizio è un uomo distrutto e, soprattutto, non si ritiene responsabile per quei fatti che gli sono stati imputati e per i quali è stato condannato».

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

«HA AIUTATO MOLTI RAGAZZI»

Nella vicenda che ha colpito migliaia di tifosi che amano Fabrizio, generoso in campo quanto fuori dal perimetro di gioco, assicurano amici e conoscenti del calciatore, è intervenuto Enrico Miccoli, padre dell’ex calciatore oggi quarantaduenne. «Fabrizio – ha dichiarato il papà al Corriere della sera – sta pagando per qualcosa che non ha fatto: lui che ha sempre fatto del bene, ha tolto tanti ragazzi dalla strada: hanno voluto dargli una lezione». Nei confronti di Fabrizio era come se fosse già tutto scritto. «La Cassazione – ipotizza alla Gazzetta dello sport Enrico, il papà, distrutto quanto lo stesso figlio Fabrizio – forse non ha prestato attenzione alle carte: c’è un’altra telefonata in cui Fabrizio qualche giorno dopo chiese a Lauricella di “lasciarlo perdere”, ma non è stata presa in considerazione dai giudici».

In questi giorni riprende la vicenda “LeccePrima”, in un articolo puntuale di Veronica Valente, nel quale la collega traccia la cronaca degli eventi dando voce al legale di Fabrizio. «Certamente Fabrizio – dice l’avvocato Antonio Savoia – non è contento, non si trova in albergo, ma sta cercando di affrontare nel migliore dei modi la situazione: pur non condividendola, rispetta la sentenza; nonostante viva questa condizione, però sta resistendo, grazie al conforto dei suoi familiari. Ma non solo. E’ venuto a conoscenza del supporto di molte persone che stanno dalla sua parte, ritenendo eccessivo sia il reato per il quale è stato condannato sia il fatto che debba scontare la pena in cella. Insomma, sente che in tanti continuano a fare il tifo per lui e questo non può che fargli piacere». Insieme con Miccoli, il legale starebbe valutando una serie di istanze da indicare al Tribunale di sorveglianza una misura alternativa al carcere.

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

«TANTI TIFANO ANCORA PER LUI»

L’ex calciatore rosanero, conclude LeccePrima, «ha sempre dichiarato di essere all’oscuro delle parentele mafiose di Lauricella e di esserne venuto a conoscenza solo quando furono travolti dall’inchiesta. Questi, in primo grado, fu condannato a un anno per violenza privata, ma in appello la pena diventò di sette anni perché fu riconosciuto responsabile anche del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso».

Abbiamo ancora negli occhi il pianto a dirotto di un ex ragazzo, trovatosi in una vicenda più grande di lui. Non vogliamo nemmeno un attimo sostituirci ai giudici, che hanno interpretato secondo gli atti, quanto “intercettato”, ma ci domandiamo se non esista una strada, la stessa compiuta da quanti per reati sicuramente molto, ma molto più gravi, hanno goduto di una pena alternativa meno severa. Non è un pianto di ravvedimento a salvare un essere umano, ma non sottovaluteremmo il fatto che non appena la condanna è stata definitiva, Fabrizio sia andato a costituirsi. Non sottovaluteremmo nemmeno la condanna che l’ex attaccante della Juventus e della Nazionale sta scontando senza sollevare clamori. Come se volesse farsi dimenticare, farsi scivolare addosso quanto lo ha travolto, qualcosa di molto più grande di lui.

«Taranto sotto controllo»

Dopo l’episodio criminoso in città, summit in Prefettura

Alla riunione presieduta dal prefetto Demetrio Martino, sono intervenuti il questore Massimo Gambino, i Comandanti provinciali Gaspare Giardelli (Carabinieri) e Massimo Dell’Anno (Guardia di Finanza). Nota di merito e Attestato ufficiale da Palazzo di Città per i due agenti feriti nel conflitto a fuoco

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

Seduta del Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica nella Prefettura di Taranto. A presiederla, il prefetto Demetrio Martino. L’incontro si è svolto all’indomani del violento episodio nel corso del quale sono stati feriti due agenti della Polizia di Stato. L’uomo che aveva esploso una decina di colpi di pistola contro dei rappresentanti le Forze dell’Ordine, è stato tratto in arresto. Prefetto e componenti il Tavolo convocato, hanno espresso solidarietà al Questore di Taranto manifestando enorme apprezzamento agli agenti della Polizia di Stato, per impegno, professionalità e generosità a garanzia della sicurezza di tutti i cittadini, nonché per avere con sollecitudine individuato ed arrestato il responsabile dell’episodio criminoso. Nell’occasione il Prefetto ha rivolto personalmente espressioni di stima e gratitudine nei confronti degli agenti di Polizia rimasti feriti inseguito alla violenza manifestata dal soggetto che avrebbe agito sotto l’effetto di stupefacenti.

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

Quanto accaduto ha posto in evidenza la necessità all’impegno massimo di due dei fenomeni di rilievo che si manifestano nell’ambito del controllo del territorio: spaccio e uso di stupefacenti, e la disponibilità di armi da fuoco. Dall’approfondimento della situazione di contesto e nel prendere atto dell’intensa e continua attività messa in campo dalle Forze dell’Ordine, nel Tarantino come dimostrano i ripetuti e lusinghieri risultati conseguiti nelle iniziative di prevenzione e repressione, si è condivisa l’esigenza di rafforzare ulteriormente le azioni di prevenzione generale per contrastare con maggior forza le attività criminali in argomento.

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

CONTRASTO A TRAFFICO E SPACCIO

In conseguenza, si è valutata positivamente l’utilità operativa di interventi di “alto impatto”, in aggiunta ai servizi di prevenzione già in atto, anche mediante il potenziamento delle attività info-investigative, e l’ausilio delle componenti di specialità delle Forze dell’Ordine, per realizzare azioni mirate al contrasto del traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e con particolare attenzione al sequestro delle armi illegali detenute nel territorio provinciale.

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

Alla riunione svoltasi in Prefettura sono intervenuti il Questore Massimo Gambino, i Comandanti Provinciali Gaspare Giardelli (Carabinieri) e Massimo Dell’Anno (Guardia di Finanza).

Il commissario straordinario del Comune di Taranto, prefetto Vincenzo Cardellicchio, dopo poche ore dall’evento di una gravità inaudita e che solo per una pura fatalità non si è concluso in modo ancor più tragico, si è subito messo in contatto con il questore Massimo Gambino per avere maggiori informazioni sul grave episodio e sullo stato di salute dei due Aaenti coinvolti, esprimendo loro la solidarietà dell’intera città.

«L’episodio delittuoso nella sua dinamica – riporta la nota di Palazzo di Città – è testimonianza della protervia e della ferocia con cui agiscono i criminali, ma anche della rapidità di risposta della Questura e della altre Forze di Polizia, tutte immediatamente allertate ed intervenute, dello sprezzo del pericolo con cui gli Agenti della Polizia di Stato hanno assolto ai loro compiti e soprattutto della pericolosità dell’impegno quotidiano richiesto a tutti gli Operatori della Sicurezza e che vede centinaia di donne e uomini in divisa impegnati di giorno e di notte ed ancor più in tutte le giornate e le occasioni per noi è le nostre famiglie più liete e festose».

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

«EPISODIO ISOLATO»

Il prefetto Cardellicchio ha inoltre disposto che con delibera immediatamente esecutiva, su conforme avviso del prefetto Demetrio Martino, che ai due agenti feriti venga tributato un “Attestato di Gratitudine” a nome loro ed idealmente per questa occasione esteso a tutti i colleghi di tutte le Forze di Polizia anche della Polizia Locale impegnati sul territorio comunale. Non appena gli agenti feriti riprenderanno sevizio il riconoscimento in questione verrà loro personalmente consegnato dal Commissario straordinario del Comune di Taranto.

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

Infine, una dichiarazione del questore di Taranto, Massimo Gambino, che ha reso dopo l’incontro con la stampa ad Enzo Ferrari, direttore di TarantoBuonasera. «Si è trattato di un episodio isolato – ha dichiarato il questore – che poteva capitare ovunque, quindi non ascrivibile a situazioni più complesse. La riposta della Polizia è stata immediata, è inevitabile però che tra i cittadini si sia diffuso il timore che questa non sia una città sicura. Proprio l’episodio di sabato scorso è sintomatico della capacità di controllo del ter-ritorio da parte delle forze dell’ordine. La nostra pattuglia era lì perché aveva ricevuto una segnalazione e aveva prontamente individuato la persona che era stata segnalata. Così come i Falchi sono prontamente intervenuti dopo la sparatoria catturando il responsabile. Taranto – ha assicurato il questore – è sottoposta al quotidiano controllo del territorio da parte di tutte le forze di polizia. Ovviamente ognuno preferirebbe avere un poliziotto sotto casa, ma il nostro impegno è massimo».

Cinquant’anni in più!

Jeff Bezos investe tre miliardi per un farmaco allunga-vita

L’ultima scommessa su qualcosa che somiglia all’“energia dell’universo”. Porterebbe beneficio agli uomini, quasi come nel film “Cocoon”, ma anche nelle tasche del proprietario di Amazon. Assunto l’ex supermanager farmaceutico Hal Barron. Il centimiliardario fa sul serio, Draghi non ancora, ma potrebbe far “scaldare” l’ex ministro Fornero (hai visto mai, si va in pensione ai novanta…)

Fonte Libero Quotidiano

Fonte Libero Quotidiano

E se esistesse davvero qualcosa di simile all’“energia dell’universo” della quale romanza lo straordinario David Saperstein in “Cocoon”? Quel librone trovò produttori illuminati, come Richard e Lili Fini Zanuck e un regista da Oscar come Ron Howard, una vita fra tv e cinema, dal Richie Cunningham di “Happy days” e Steve Bolander di “American graffiti”, poi regista con due statuette portate a casa.

Il caso-Cocoon, non i film o il romanzo, si riapre in questi giorni con l’investimento dalle mille e una notte, tre miliardi di dollari, tanto per cominciare di Jeff Bezos che crede ciecamente nella “start up” che arriverebbe ad allungare la vita media di altri cinquant’anni. E’ questa la sfida del fondatore di Amazon a proposito dello studio, avanzato pare, sulle tecniche di rigenerazione cellulare che promettono mezzo secolo di vita in più. E’ una scommessa, ma per uno che non ha problemi di danaro, anche questo tipo di investimento può essere una scommessa. Lo scrive il Corriere della sera. Sulle pagine del quotidiano italiano più autorevole, l’ottima Irene Soave, attacca a proposito dell’idea per certi versi bizzarra di Bezos: volare nello spazio come in vacanza, creare e abitare mondi paralleli come Zuckerberg con il suo «metaverso», comperarsi la giovinezza eterna e l’eterna salute.

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MR. AMAZON, CENTIMILIARDARIO

In buona sostanza, a proposito dell’analisi del Corriere, i grandi miliardari, “dopo averne messo a reddito quasi ogni caratteristica, sembrano voler scavalcare la condizione umana”. E’, appunto, questa l’ultima scommessa lanciata da Mr. Amazon, a proposito dell’eterna giovinezza. Fondatore e presidente dell’azienda di commercio elettronico con sede a Seattle, il secondo uomo più ricco del mondo, è stato il primo “centimiliardario” entrato nella classifica di Forbes e il primo Paperone a volare in orbita. Bene, fatta la debita premessa, torniamo all’annuncio del “salto di qualità” nel gestire la sua ricca startup “Altos Labs”, che ha fra le sue principali mission la “lotta contro l’invecchiamento” e la “rigenerazione cellulare”.

“Altos”, scrive Irene Soave, appartiene a Bezos dallo scorso settembre, anche se solo l’altro giorno il proprietario di Amazon ha annunciato di avere assunto come direttore esecutivo l’ex supermanager farmaceutico Hal Barron, fino a qualche tempo fa nell’organico della multinazionale britannica GlaxoSmithKline.

WhatsApp Image 2022-01-22 at 18.57.09E BEZOS CI PROVA

Questo passaggio si commenta da solo, secondo il “Corriere”. Tanto che sarebbe un segnale più che significativo proprio in virtù dell’investimento di tre miliardi di dollari nei futuri piani di ricerca e sviluppo. Questi, ricerca e sviluppo, si svolgeranno in particolare sulla riprogrammazione cellulare, una tecnica già usata in laboratorio finora solo su cellule singole e che effettivamente “ringiovanisce”. Per alcuni dei più autorevoli studiosi proprio qui starebbe la chiave del possibile prolungamento della vita attraverso la sconfitta di mali provocati dall’invecchiamento. Ma, attenzione, parliamo solo di studio avanzato, non di risultati. Ci vuole poco, infatti, che Draghi inviti l’ex ministro Fornero a svolgere uno studio che consenta di alzare ulteriormente l’asticella dell’età pensionabile, diciamo così, a novant’anni.

«Puglia, amore mio»

Donato Ciletti, dal successo con i Profeti alle canzoni in osteria

«Ho sempre fatto quello mi andava di fare, canto per gli amici e i clienti del locale di un amico». Lontani i successi discografici con il suo complesso musicale e il contratto con la CBS. «Compravo auto alla moda, una per colore, ho fatto il ragioniere per papà, ma il richiamo della musica, anche solo chitarra e voce, mi ha sempre rapito…»

foto pagina Facebook di Donato Ciletti

foto pagina Facebook di Donato Ciletti

«Un amico comune ci ha presentati, così la sera canto nella sua osteria: il titolare del locale è un bel tipo e tanto basta…». Donato Ciletti, oggi settantasei anni, pugliese di Orta Nova, da piccolo insieme con la famiglia trapiantato a Milano, fondatore dei Profeti. Con Renato Brioschi (a suo tempo Renato dei Profeti, «Lady Barbara»), Donato fonda una delle formazioni musicali più amate. Una sera decide di raccontarsi a Gianni Messa, giornalista di Repubblica che raccoglie la sua bella storia. Una di quelle che insegnano, lasciano il segno. Ciletti, conosciuto ai tempi del colosso Warner, con cui firmò un contratto, partecipò come solista a un Festival di Sanremo. Era il ’78, in quella edizione sfondarono Anna Oxa e Rino Gaetano.

Una storia che comincia negli Anni Cinquanta. Milano, comunque il Nord, è uno degli obiettivi di chi “sale” dal Sud. «All’esterno degli edifici e delle pensioni – ricorda Ciletti – erano esposti quei brutti cartelli di cui tanto si parla ancora oggi “Non si affitta ai meridionali”». Per dirla alla De Crescenzo, rispetto a certi episodi di razzismo nei confronti dei neri che arrivano dall’Africa in cerca di lavoro e speranza, «siamo tutti a sud di qualcuno». Anche lo stesso Ciletti, che regala la sua storia a Messa e ai lettori di Repubblica, quando parla del nostro sud, involontariamente lo fa da “milanese”. «Quando scendo e arrivo nei pressi del Gargano, mi batte forte il cuore», racconta. Scendere e salire, una cosa che fa sorridere. Il nord è su, il sud è giù. «Ma il mio è un atto d’amore – confessa l’artista – amo la mia Puglia come la nostra cucina». Quando gli chiedono la sua hit gastronomica, non tentenna un solo attimo. «Crudo di mare, pasta al forno, pesce alla brace e “brasciole”».

DENTRO LA STORIA

768-800x700Ma entriamo nella storia di Ciletti, dal Festival all’osteria. «Di mezzo un bel po’ di successi e un addio, quello di Renato con cui fondai i Profeti: alla CBS, casa discografica dei Santana e dei Pooh, tanto per intenderci, non piaceva il nostro nome di origine, i Sonars, e allora, pur di firmare un contratto, accettammo».

«Fu subito successo – riprende Ciletti – nonostante Renato ci avesse appena lasciato per inseguire il suo successo solistico ad un Disco per l’estate vinto con “Lady Barbara”: guadagnavo un sacco di soldi, ce la godevamo un po’ tutti, io compravo eleganti Citroen verniciate di colori diversi, lui moto; poi ci sciogliemmo come accadde ad altre formazioni musicali, io continuai a scrivere, cantare, andai appunto a Sanremo: scrivere, suonare e cantare è stato sempre il mio passatempo preferito. E se oggi non sento nemmeno gli anni che mi porto addosso, credo sia merito di questo mestiere, esercitato davanti a dieci, cento, mille persone: è il mio elisir di lunga vita…».

Dunque, l’osteria. «Non lo faccio per lauti guadagni, il momento è quello che è, ma perché il titolare del locale è una persona a modo, uno che mi lascia campo libero: se una sera non mi andasse di cantare, preferendo stare seduto al tavolo a chiacchierare con amici, non mi dice nulla; ai clienti mostra con orgoglio le copertine di quei tempi, uno di quelli in foto sono io…». Fra i successi fine Anni Sessanta, “Ho difeso il mio amore”, “Gli occhi verdi dell’amore”, “La mia vita con te”, “Non si muore per amore”. Dopo l’addio di Renato, il primo posto nella Hit parade radiofonica condotta da Lelio Luttazzi con “Era bella”, poi il successo al Festivalbar di Vittorio Salvetti con “Io perché, io per chi”.

AI MERCATI GENERALI…

R-3225603-1478886742-9754Non si può dire, insomma, che Donato non abbia avuto il suo momento di celebrità. «Milano insegna: forse ti dà regole non scritte, se le rispetti vivi bene: canto e suono, la chitarra fu un primo regalo che mi fecero, papà non aveva paura del salto nel buio si rimboccò le maniche, cominciò a vendere frutta e verdura come ambulante; non ci faceva mancare niente, educazione compresa». Come prese la sua scelta musicale. «Venne in un locale di Viareggio a sentirmi insieme con il complesso musicale di allora, cantai “Il mondo” di Jimmy Fontana, la gente esplose in un grande applauso a fine canzone e papà venne a complimentarsi, fu la sua benedizione».

Più avanti papà cresce commercialmente. «Apre un’attività ai Mercati generali, gli faccio da amministratore, ma quella vita non fa per me, così al primo vero richiamo della musica, torno a cantare: i locali in quegli anni pagavano bene, cantavo e suonavo quello che mi andava di cantare e suonare, meglio di così…».

Uno dei tanti episodi raccontati a Repubblica. «Un ingaggio generoso per cantare ad un matrimonio – ricorda Ciletti – un signore in un elegante gessato mi consegnò un pacco di soldi, più di un milione di vecchie lire, sulla fiducia: senza contratto, solo una stretta di mano, quelle che non puoi e non devi disattendere».

Milano vicino l’Europa, ma la Puglia è sempre la Puglia. «Anche se avevo nove anni quando sono “salito” – spiega il cantautore – non so come, mi è rimasto, indelebile, quel forte legame con la mia terra, le mie origini: torno quando posso, ed è sempre un bel tornare…».

«Taranto nel cuore»

Rocco Papaleo, il teatro, il suo film più bello

«“Cozza tarantina” a parte, celebre battuta in un film di Checco Zalone, qui ho girato “Il grande spirito” diretto da Sergio Rubini». L’attore lucano parla di “Peachum” in teatro, ma ricorda anche le riprese realizzate in città. «La pandemia non ha premiato quella pellicola come invece avrebbe meritato». «Le tavole del palcoscenico sono il luogo della costruzione, il grande schermo la celebrazione dell’attore», dice il protagonista di uno dei titoli della Stagione teatrale di prosa

Claudio Frascella

«Cosa mi lega a questa città, Taranto: della “cozza tarantina” diventata un tormentone grazie al film di Checco Zalone, “Che Bella giornata”, nel quale interpreto suo padre, mi piace ricordare il teatro Orfeo, il Tatà, belle esperienze: poi il mio più bel film…».

Breve pausa. Rocco Papaleo è così, non parla di corsa per non offrire il fianco ad interventi che interrompano un concetto. E’ il suo ritmo naturale al quale non pensa nemmeno minimamente di rinunciare. E’ nel foyer del teatro comunale “Fusco”, con il cast incontra il pubblico, modera la giornalista Monica Caradonna, introduce il direttore, Michelangelo Busco. Papaleo è il protagonista di “Peachum: un’opera da tre soldi”, uno dei titoli della Stagione invernale di prosa del “Fusco” e spin-off di una delle opere teatrali più avvincenti di Bertolt Brecht, autore, regista, interprete Fausto Paravidino.

foto Aurelio Castellaneta

foto Aurelio Castellaneta

Dunque, il suo più bel film e Taranto.

«Ho girato proprio qui il mio più bel film, “Il grande spirito”, diretto da Sergio Rubini: non ci fosse stata di mezzo la pandemia questo titolo avrebbe avuto un’accoglienza più generosa nelle sale cinematografiche, ma è andata così e se sto qui a parlarne a tre anni di distanza, vuol dire che quello è stato il film al quale tengo di più, per il personaggio interpretato, se permettete la mia prova d’attore magistralmente diretto da Rubini…».

E, allora, insistiamo sul profilo impegnato. Cosa c’entra lei con il teatro “serio”?

«E’ una risposta che non riesco a dare: tutto quello che faccio in ambito teatrale, televisivo o cinematografico, è serio, nel senso che ci metto il massimo dell’impegno; pertanto non cambia l’approccio, prendo sul serio questo gioco che mi è stato concesso di realizzare».

foto Aurelio Castellaneta

foto Aurelio Castellaneta

Mai interpretato, nemmeno per gioco, un ricco borghese, come le capita per “Peachum”.

«I personaggi che ho deciso di interpretare cucendomeli addosso, in effetti, non hanno mai avuto questa cifra; forse piccolo-borghese, un insegnante piuttosto che un prete, per il resto film minori nei quali non sono stato chiamato a dare questa profondità».

Cosa significa rinunciare alla comodità di fare del cinema, nel senso che la location è quella e non si prevedono eccessivi spostamenti rispetto a un tour teatrale.

«Mi conoscono come interprete cinematografico, ma ho provato spesso ad alternare questa mia attività con quella teatrale: il teatro è la condizione nella quale si matura, ti consente di evolvere in un lavoro nel quale c’è sempre da imparare, proprio per il numero di prove, confronti che portano a discutere, lavorare sulla parola compiendo un lavoro artigianale che il pubblico condivide sera dopo sera: le tavole del palcoscenico sono il luogo della costruzione, il grande schermo la celebrazione dell’attore».

Non sei autore e regista, che effetto fa essere diretti?

«Sono partito lasciandomi guidare, ma Paravidino vuole che durante il percorso si lavori su alcuni meccanismi sulla definizione di quello che io e i colleghi interpretiamo; all’inizio ero più guardingo, ho cercato di assumere una modalità, uno stile che successivamente ho assorbito dando anche qualcosa di mio, comunque sempre organico al progetto».

«Santità, ecco Mozart»

Papa Francesco in un negozio di dischi a Roma

Una improvvisata in un’attività del centro. «Una grande emozione, da cardinale era nostro cliente, poi lo abbiamo perso di vista, diciamo così…», la titolare di “Stereosound”. Dalla Santa sede raccontano che Bergoglio spesso sorvola sul protocollo. In altra occasione aveva comprato scarpe e occhiali. Il cinema di Anderson e Moretti aveva raccontato sortite non proprio simili

Non è la prima volta che papa Francesco esce da Città del Vaticano per fare shopping. Sia chiaro, non con carrello e mascherina in fila in un supermercato della capitale. Lo ricorda una nota della stessa Santa sede che specifica sortite simili, aiutando addirittura la stampa nazionale e internazionale a far passare il concetto di Uomo fra gli uomini. Stavolta, papa Bergoglio, si è recato in un negozio di dischi, come ci è capitato qualche volta. Come uno di noi è entrato in questa attività commerciale, “Stereosound”, ci ha spiegato il Corriere della sera, per salutare titolare e dipendenti, lui che ai tempi in cui era cardinale e di passaggio a Roma spesso, proprio lì, acquistava incisioni di esecuzioni di Mozart.

Nel cinema già due titoli, in modo totalmente diverso, avevano avanzato ipotesi su come potesse essere una scappatella del Santo padre fra le strade di Roma. “L’uomo venuto dal Cremlino”, film americano del ’68 interpretato da Anthony Quinn diretto da Michael Anderson e “Habemus Papam” con Michel Piccoli diretto da Nanni Moretti. Nel primo, Quinn, interpreta un arcivescovo prigioniero in un gulag dell’allora Unione sovietica, ispirato a una storia vera, tanto che per liberare un rappresentante della chiesa greco-cattolica ucraina intervennero a più riprese Papa Giovanni XXIII e il presidente americano John Kennedy; nel secondo, Piccoli, ha un attacco di panico tanto da fuggire per le strade della capitale fra lo sconcerto generale.

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

DUE SORTITE AL CINEMA…

Entrambi girano per Roma in abiti più o meno civili, quasi volessero vedere di nascosto che effetto fa. Quinn dà un tratto politico, Piccoli un segno psicologico. E Francesco? Jorge Mario Bergoglio è l’Uomo fra gli uomini. In passato ha tirato le orecchie a qualcuno, dato uno strattone a una fedele che lo aveva assalito. Cose così, facendo conoscere quello che è il lato umano di un papa, che deve manifestare, se possibile, il suo tratto semplice, di persona che qualche volta può concedersi mezz’ora fuori dal comune.

Dalla Città del Vaticano hanno ricordato che a papa Francesco era capitato di uscire dalla Santa sede, accompagnato per acquistare scarpe ed occhiali. Stavolta si è trattato di dischi. Bergoglio si è concesso un’altra uscita privata fuori le mura, questa volta per recarsi in un negozio di musica, “Stereosond”, in via della Minerva, accanto al Pantheon. Uno dei primi a notarlo, il vaticanista spagnolo Javier Martínez-Brocal, direttore dell’agenzia “Rome Reports”, che trovandosi proprio lì, per strada in quel momento, ha filmato l’uscita di Bergoglio dal negozio con un disco sotto un braccio. Immagini postate su twitter e giro del mondo, aperture di notiziari, tg e prime pagine sulla stampa, con buona pace della titolare del negozio che ne ha ricavato un po’ di pubblicità che di questi tempi non può che far bene.

SANTITA’, GRANDE COMPETENZA

La titolare di «Stereosound», infatti, ha spiegato al Corriere della sera che è stata un’emozione immensa, una visita a sorpresa. «Il Santo Padre – ha dichiarato la donna – è appassionato di musica ed era già nostro cliente, anni fa, quand’era ancora cardinale e passava per Roma; poi, ovviamente, non lo abbiamo più visto. E adesso è venuto a trovarci, per salutarci. Con che disco è andato via? Con un disco di musica classica che gli abbiamo regalato volentieri».

Papa Francesco non ne parla, ma pare sia un ascoltatore competente. A padre Antonio Spadaro, nella sua prima intervista a “Civiltà Cattolica”, aveva dichiarato: «In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et Incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo». Altroché, grande competenza Santità. «Beethoven – aveva infatti dichiarato ancora a padre Antonio Spadaro – mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler. E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch».

«Dal calcio al bar…»

Paolo Baldieri e il coraggio di cambiare mestiere

«Mi sono ritirato a trentadue anni, fra Roma e Lecce le mie soddisfazioni professionali. Non avevo più stimoli, mi sono ricostruito una vita. D’accordo con mia moglie e i miei figli ho lasciato la capitale e trasferito in Salento. Affascinato da Paolo Rossi, poi da Falcao e Conti, ma soprattutto dalla pesca e dal caffè e dal gelato…». Storia di un’ala veloce come poche, leale con se stesso e gli altri

Essere onesti con se stessi, poi con chi ti sta intorno. Questo è stato in campo e fuori dal perimetro di gioco Paolo Baldieri, attaccante, fulmine di guerra di una Roma scudettata, poi di un buon Lecce, una squadra e una città che col tempo lo hanno sedotto del tutto. Dopo aver abbandonato il calcio, si è dedicato al suo passatempo preferito, la pesca, poi alla compravendita immobiliare, infine il commercio. Come a dire “non si vive di solo calcio” e, se si sta bene con se stessi, ci si può meglio relazionare anche con gli altri. Lascia prima la Roma, poi la città. Come accade il più delle volte ai calciatori professionisti, in questo caso porta con sé l’intera famiglia. Moglie e figli, nonostante fossero legati alla capitale dove lo stesso Paolo aveva compiuto i primi palleggi da promessa a professionista, lui nativo di Ladispoli. Bella, esemplare la sua storia raccontata in rete, ai siti new.italia-24.com, ilposticipo.it, goal.com e via di questo passo. Una storia utile a chiunque, specie quando per dieci brillantissimi anni sei stato sotto i riflettori e ad un certo punto si «spengono le luci e tacciono le voci». Insomma, c’è vita anche dopo i trenta. E se hai la testa sulle spalle, come Baldieri, le cose vengono più facili anche quando riponi la maglietta nel cassetto.

L’onestà, innanzitutto. «A trentadue anni non mi sentivo più utile alla causa, o meglio non ero più completamente soddisfatto». Sarà stata una velocità che cominciava a battere appena un colpo a vuoto, un calcio che cominciava a cambiare, Paolo incassa un «Ma sei matto?» dalla moglie. In realtà avrebbe potuto giocare ancora due, anche tre anni, magari limitando il suo raggio d’azione. «Volevo essere sempre al top, nella Roma di Liedholm, non ero titolare, ma quando entravo davo fastidio agli avversari, non ce n’era per nessuno, ero così veloce che i difensori diventavano matti».

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QUELLA VOLTA PAOLO ROSSI…

Poi, dopo il fascino esercitato da un piccolo-grande Paolo Rossi che all’Olimpico fulmina la “magica” con tre sberle, la voglia di provarci. «Il bello di non vivere proprio nella capitale, ma in una cittadina ad un soffio dalla Città eterna, è quello di disporre spazi, campetti, giocare anche tre partite in un solo pomeriggio: così è stato, dunque Liedholm, gli allenamenti con Falcao, Conti e Di Bartolomei, i migliori insegnanti di calcio».

A Lecce diventa una bandiera, ricambia l’affetto dei tifosi salentini. «Tanto che finita la carriera, dopo aver giocato qualche annetto qua e là, decido che Lecce doveva diventare il mio quartier generale: rispetto alla capitale, trovo questa città a misura d’uomo, la mia famiglia ha condiviso».

Scelta coraggiosa, racconta Baldieri. «Volevo dedicarmi alla pesca, cosa che ho fatto per tre anni: farlo con la canna è una sfida ad armi pari e poi ti aiuta a riflettere, in una sola parola, a crescere. Mi dedico alla compravendita di immobili, una volta ristrutturati li rivendo, poi il mercato registra una flessione e penso al commercio».

E IL CORAGGIO DI CAMBIARE GIOCO

(Wikipedia)

(Wikipedia)

Uno che è veloce nel gioco e nel pensiero, ci mette un amen a cambiare “fascia”. Mercato immobiliare a singhiozzo? Bene, ecco un esercizio nel quale si può gustare un bel gelato, sorseggiare un buon caffè. «Ricomincio – spiega Baldieri – sono il primo a dare l’esempio, a ordinare io tavoli, a scaldare la macchina del caffè, a far partire la macchina per fare un gelato che sia il top”. Ossessionato dalla perfezione e dall’onestà. Il gelato e il caffè devono essere il meglio, come quando scendeva sulla fascia con i colori giallorossi della Roma in una ventina di gare importanti e oltre un centinaio con quelli del “suo” Lecce. “I miei figli hanno condiviso la mia scelta, mi seguono, sono fiero di aver insegnato loro che il lavoro e l’onestà pagano: per arrivare al massimo mi allenavo scrupolosamente, quando ho pensato che non potevo più fare strappi e dare metri ai difensori, mi sono guardato intorno, dato un periodo di riflessione e ricampionato il mio futuro, non più con le scarpette, ma con la testa e con il cuore: il commercio e la città giusti».

Oggi Baldieri è un commerciante attivo, rispettato, stimato. Un esempio per i suoi ragazzi, ma anche per la sua clientela con la quale si ferma a parlare di quello che è stato il calcio e quello che poteva essere. Uno che si è cucito sul petto uno storico scudetto di cose da raccontare deve averne a non finire. E poi, se finissero le storie di calcio, ci sarebbero ancora quelle di vita. La pastura, la canna, gli ami da usare, gli immobili, le case una consulenza che non si nega a nessuno. E il gelato. «Se il cono e il gusto sono invitanti, ci sta un peccato di gola…».

La scomparsa di David Sassoli, presidente dell’Unione europea

Addio al volto del’Accoglienza

Deluso dai Paesi dell’UE nei confronti dei profughi alla ricerca di riparo da guerre civili, persecuzioni politiche e fame. «Non una sola nazione si è fatta avanti per offrire accoglienza ai richiedenti asilo». Vicedirettore del Tg1, era ricoverato nel reparto di Oncoematologia dell’Istituto di Aviano. Colpito da un tumore del sangue si era sottoposto a un trapianto di midollo

Deluso. Non c’è aggettivo così elegante che lo stesso avrebbe utilizzato, rispettoso della correttezza dialettica, a proposito del totale disinteresse dei Paesi dell’Unione europea nei confronti dei profughi (con particolare riferimento a quelli afrghani) che cercavano e cercano riparo da guerre civili, persecuzioni politiche e fame. Purtroppo in questi giorni abbiamo dovuto dire addio al volto dell’accoglienza, quello di David Sassoli, giornalista e, nel momento in cui è venuto a mancare, presidente del Parmaneto europeo.

«Per avere una vera politica di sicurezza e di difesa comune – aveva ripetuto – dobbiamo anche fare un passo avanti ambizioso e prendere in considerazione il voto a maggioranza qualificata nel Consiglio ogni volta che sia possibile». Una posizione netta, senza “se” e senza “ma”, alla faccia dei cerchiobottisti che spesso trattano con le opposizioni. La posizione di Sassoli, già vicedirettore del TG1, era stata netta. Deluso dalle conclusioni del Consiglio Affari interni, l’organo deputato alle politiche comuni e di cooperazione dell’Unione Europea, aveva segnalato una imbarazzante anomalia, come il vedere Paesi fuori dall’Unione europea farsi avanti per offrire accoglienza ai richiedenti asilo afghani, senza assistere ad un solo Paese membro fare altrettanto. Nessuno, aveva indicato Sassoli senza prenderla larga, ha avuto il coraggio di offrire rifugio a coloro ancora in pericolo di vita. Aveva invitato a non far finta che la questione afghana non ci riguardasse, in quanto avevamo condiviso obiettivi e finalità.

Sassoli era ricoverato nel reparto di Oncoematologia dell’Istituto Tumori Friulano ad Aviano. Era stato colpito da un tumore del sangue e sottoposto a un trapianto di midollo. Per questo motivo lo scorso 26 dicembre era stato trasferito proprio ad Aviano: le sue condizioni si erano aggravate dopo un’ultima ricaduta durante il periodo di Natale («sono stato colpito da una brutta polmonite da legionella», confessò a novembre).

Molti “no vax” hanno compiuto speculazioni hanno speculato persino sulla sua morte. Lo staff di Sassoli aveva anche risposto indignato al solito sciacallaggio a proposito di deliranti malevolenze su Covid e altro diffuse in rete, ma rispettando la volontà dello stesso Sassoli a non replicare, inasprire i toni. Era intervenuto seccamente, però, Enrico Mentana, direttore del Tg La7, che senza mezze misure aveva definito questi leoni da tastiera e social, fabbricatori di fake news «ignobili esseri, vigliacchi» che attribuivano la scomparsa di Sassoli alla terza dose di vaccino.

Del giornalista dal grande spessore umano, ci restano le sue parole. «Una voce europea – diceva – forte e comune sulla scena internazionale è più che mai necessaria: l’Europa deve prendere il suo posto, far sentire la sua voce, definire i propri interessi strategici anche nel quadro dell’Alleanza Transatlantica, per poter svolgere un’azione di stabilizzazione, di pace e di sviluppo insieme ai nostri partner in un quadro multilaterale».

Una priorità che per il presidente «va di pari passo con la necessità di avanzare insieme verso una vera politica di sicurezza e di difesa comune, senza la quale rimarremo dipendenti dalla buona volontà delle grandi potenze e ci esporremo alle minacce dei regimi autoritari».

«Una vera Europa geopolitica – sosteneva l’ex presidente dell’Unione europea – dovrebbe iniziare alle nostre frontiere, con i nostri partner, con i nostri amici più vicini: penso in particolare ai paesi dei Balcani occidentali, verso i quali abbiamo una responsabilità storica. Qualsiasi ritardo ed esitazione rischia di fare il gioco di altre potenze. Avere un continente stabile, pacifico, democratico e prospero porterebbe immensi benefici a tutti i cittadini europei».