Giovani, fuga al Nord

In venti anni, un milione hanno abbandonato il Sud

Un terzo sono laureati. Non ci sono professionisti che possano veicolare progetti. Il meridione rischia di perdere finanziamenti. Non ci sono professionalità ed esperti. Chi matura preferisce fare le valigie. Rabbia e scarse prospettive. Ma il Mezzogiorno proverà a rialzarsi. Analisi e considerazioni della stampa nazionale

 

Fine anno, tempo di bilanci. E quando si parla di giovani e di Sud, insieme, l’argomento è da prendere con le proverbiali molle. Dunque, negli ultimi venti anni un milione di italiani nati o con residenza al Sud, hanno scelto di “salire” al Nord. Motivi semplici, spiegati millimetricamente da statistiche osservate con la lente di ingrandimento.

Più di un milione di persone, si diceva, negli ultimi due decenni ha preferito fare le valigie e trasferirsi dal Sud Italia al Centro o al Nord Italia. Non basta, un terzo dei ragazzi è laureato. E’ il quotidiano “Il Giornale”, autorevolmente diretto da Augusto Minzolini, a pubblicare una statistica a firma Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Bene, anzi, male, perché la Svimez fa la radiografia alla crisi occupazionale al Sud divulgando cifre impietose e preoccupanti in quella che è la puntuale relazione annuale.

In buona sostanza, il Sud rischia seriamente di restare al palo. Rimanere ancora indietro, nonostante l’occasione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Napoli, città più rappresentativa del meridione racconta di come la divisione fra Nord e Sud, in Italia, sia di quelle importanti. Senza giri di parole: preoccupante. “Se si tiene conto che il valore medio dell’indice di ricambio del personale in Italia – documenta Il Giornale – è pari a 0,65, nel periodo 2007-2018, le distanze si evidenziano per zone geografiche”.

 

E IL SUD ZOPPICA…

E non solo. “Al Centro-nord l’indice è pari allo 0,70, nel meridione si ferma allo 0,58”. Napoli, purtroppo, segna uno dei risultati più negativi: l’indice è dello 0,40. E c’è chi sta peggio, Palermo. Il capoluogo della Sicilia rispetto a quello della Campania  è addirittura appena superiore allo zero. “Il personale pubblico laureato – scrive Il Giornale – poche volte supera il 30% del totale dei dipendenti; a Napoli raggiunge la cifra del 19,60%”. Esiste pertanto il rischio concreto che il Sud resti fuori dai finanziamenti, non avendo quelle competenze progettuali per attingere ai fondi previsti per il rilancio dei territori italiani. L’emigrazione dal Sud verso il Centro-nord degli elementi più formati e più capaci complica l’intero quadro.

C’è anche il Corriere del Mezzogiorno a riprendere l’analisi Svimez, che “propone di rafforzare gli enti locali meridionali, garantendo il supporto di centri di competenza nazionali come Sogei, Invitalia e Consip, in sinergia con gli atenei universitari locali”. Il quotidiano distribuito al Sud con il Corriere della Sera, aggiunge inoltre che “le difficoltà di natura economica dei comuni del sud non rende ottimisti sui programmi da adottare”.

Concludendo, riassumono i due quotidiani che hanno separatamente curato il focus, è evidente che per garantire i servizi base c’è bisogno di aumentare il prelievo fiscale e ciò creerebbe maggiori difficoltà ai cittadini, già messi a dura prova dal Covid-19.

“Come se non bastasse – la conclusione dell’inchiesta – anche le previsioni sulla crescita del Pil, ipotizzate dalla Svimez, confermano il divario del Sud con il resto d’Italia: sono diversi i punti in meno che realizzerà il Mezzogiorno e ciò avrà un effetto-boomerang anche sull’occupazione”. Ultimo dato allarmante, ancora a svantaggio del Sud: circa la metà dei licenziati in Italia è meridionale.

«Da restare senza fiato»

Dayo, somalo, la fuga dalla Somalia, un’operazione delicata

«Non avevo il diaframma, un’equipe medica italiana mi ha restituito il respiro. I miei genitori pensavano fosse la paura del conflitto civile a farmi stare male. Invece, non era così: fuggito dal mio Paese, arrivai in Algeria, poi in Libia. Non avevo più soldi, chiesi di ospitarmi in ospedale: ero allo stremo delle forze, mi sentivo morire…».

 

«Mi mancava il respiro. Proprio così, non riuscivo a respirare bene, era una cosa che mi portavo dietro fin dalla tenera età: i miei genitori dicevano che era dovuto a uno stato d’ansia peggiorato a causa della guerra civile scoppiata nel mio Paese, la Somalia: un esercito contro l’altro, governativo contro opposizione…».

Dayo, che in italiano potrebbe essere paragonato al nostro Felice, prova a raccontare la sua storia. Una paura continua, quella di un respiro profondo, mai assecondato come succede a una persona normale. Spesso chi gode di ottima salute non si ferma a riflettere sul normale che per altri è uno stato eccezionale. Ci vengono in mente ore e ore di educazione fisica a scuola, prima della pandemia. Il professore che scandisce la marcia. Studenti in fila, scarpette da ginnastica e via, prima a passo d’uomo, poi di corsa, uno stop, inspirare ed espirare. Qualcosa che Dayo, quell’inspirare ed espirare, non aveva mai assaporato. Anzi, il suo status lo metteva quotidianamente di fronte a uno spettro, una malattia terribile, di quelle da giorni contati. Una diagnosi che prima o poi gli sarebbe stata fatale. Ma tutto è bene quel che finisce bene. «Fino a un certo punto, però: in Italia ho risorto in parte i miei problemi di salute, ma metti che non trovassi lavoro, una delle condizioni essenziali per restare qui, da voi, mi ritroverei a fare i conti con il rimpatrio e con la mia Somalia ancora in conflitto. E, purtroppo, con i due eserciti in lotta fino all’ultimo sangue a darsele di santa ragione e a non fare sconti a chi si trova a passare dalle parti di un conflitto».

 

QUEL RESPIRO AFFANNATO

Ma andiamo per gradi. Passo indietro, malattia e respiro affannato. «Avevo undici anni quando è scoppiato il conflitto interno fra due eserciti: chi dalla parte del governo, chi contro, insomma i “ribelli”, quelli che non hanno mai condiviso la politica di chi governa considerata violenta. Adolescente, avevo paura che uno di quei colpi sparati da un esercito o dall’altro mi centrasse e, a casa, mi aspettassero inutilmente: mi accorsi che scappando avevo bisogno di riprendere fiato, proprio non ce la facevo. Ho convissuto con questa patologia, così l’hanno chiamata i medici, per anni. Per i miei genitori a provocarmi la cattiva respirazione erano ansia, paura, preoccupazione: tutto mi sarebbe passato non appena certe cose in Somalia si sarebbero aggiustate; anche io mi sarei giovato dalla fine delle ostilità…».

Inspirare ed espirare. Inspirazione, quando il diaframma si contrae; espirazione, quando il diaframma si rilassa. «Purtroppo da visite appena più accurate ho scoperto di essere nato senza il diaframma, avete presente il muscolo che permette ai cantanti di emettere note basse e alte anche in modo prolungato? Bene, io che non ho mai avuto ambizioni da cantante, dunque non compiere virtuosismi legati a questo benedetto diaframma, dovevo sottopormi al più presto ad un intervento chirurgico».

Purtroppo per Dayo nella sua Somalia, non ci sono cure, né ospedali. «Magari gli ospedali ci sono pure, lo stesso i medici bravi, ma in quegli anni nessuno specialista avrebbe potuto dare retta a un ragazzino con la mia patologia: le corsie erano piene di morti e feriti: i primi portati via in barella e seppelliti non lontano; gli altri, i feriti, adagiati anche due per volta sullo stesso letto».

 

CHIEDO ASILO (E LAVORO)

Un atto di coraggio. «Avevo fatto qualsiasi lavoro pur di mettermi da parte un po’ di soldi e pagarmi un viaggio per fuggire prima in Algeria, poi in Libia e lì imbarcarmi per l’Italia e vedere se da voi sarebbe stato possibile curarsi e, con questo, trascorrere una vita decorosa, senza sussulti, senza paura e, soprattutto, senza avere nelle orecchie colpi di fucile o di pistola…».

Finalmente l’Italia, dopo uno di quei “viaggi della speranza”. «Nel trasferimento dalla Libia all’Italia, mi sono ritrovato senza più soldi in tasca: avevo paura e fame; una faceva passare l’altra, ma alla fine mi feci coraggio, mi rivolsi ad un ospedale dove si presero cura di me. Non eravamo in pandemia, mi fossi trovato in questa emergenza per me, come per chiunque altro, sarebbe stato un problema: mi presero in cura; qualche specialista, con l’aiuto di un interprete, mi chiese come avessi fatto a sopravvivere in quelle condizioni: per il personale medico diventai un paziente da curare e allo stesso tempo un caso da studiare».

Poi il miracolo. «Hanno compiuto un intervento delicato, ma alla fine mi hanno restituito il respiro. Ora ho un’altra necessità: trovare un lavoro che mi salvi una seconda volta; non avessi la fortuna di trovarlo, mi toccherebbe tornare indietro, nel mio Paese e cominciare tutto daccapo: una cosa è certa, le condizioni che ancora insistono nel mio Paese, mi toglierebbero di nuovo il respiro».

Taranto, Polo all’idrogeno

Fino a quattordicimila posti di lavoro entro venti anni

Cinquemila nei prossimi dieci, il resto a seguire. Di questo si è discusso ieri al Salina Hotel. Relatori: Livio De Santoli, ordinario Energy management Università La Sapienza di Roma, e Angelo Consoli, presidente Cetri-Tires. Hydrogen Park immaginato all’interno di una strategia che può rappresentare un riferimento per il sistema pugliese. Potenziali utilizzatori finali: le attuali centrali elettriche operanti della zona, vicino depuratore di  Acquedotto Pugliese fornirebbe acqua per l’elettrolisi.

 

Un polo dell’idrogeno, a Taranto, alimentato da fonti rinnovabili potrebbe generare quattordicimila di posti di lavoro nei prossimi 20 anni. E’ il risultato di uno studio accademico sull’utilizzo dell’idrogeno che si pone obiettivi che riguardano energia e mobilità a Taranto e provincia. Il progetto introdotto dall’europarlamentare Rosa D’Amato, è stato illustrato ieri sera al “Salina Hotel”. Relatori: Livio De Santoli, ordinario Energy management Università La Sapienza di Roma, e Angelo Consoli, presidente Cetri-Tires. Moderatore dell’incontro, il giornalista Angelo Di Leo.

L’Hydrogen Park a Taranto, così è stato detto, avrebbe lo scopo di accelerare il processo di decarbonizzazione del  territorio e di riconvertire il comparto industriale in esso compreso mediante la produzione e l’utilizzo del vettore idrogeno.

Un Hydrogen Park necessita di conoscere il potenziale delle aree tecnologiche presenti per attrarre investimenti in relazione alla intera catena del valore dell’idrogeno. In particolare, occorre valutare la fattibilità tecnico-economica della realizzazione degli elettrofuels, temi di frontiera che già oggi impongono un sostegno alla ricerca applicata, soprattutto in aree fortemente industrializzate come Taranto per la raffinazione petrolchimica.

L’Hydrogen Park di Taranto, pertanto, è immaginato all’interno di una strategia dell’idrogeno che può rappresentare un riferimento per il sistema pugliese ed italiano. L’orizzonte temporale dello studio è fissato al 2030 con uno step intermedio al 2024.

 

STUDIO E USI

L’attuale settore di consumo maggiore è quello industriale. Ricopre quasi il 75% dei  consumi  totali,  valore  significativamente  maggiore  rispetto  alla  media  nazionale  (42%). Dalle simulazioni, la richiesta totale di energia elettrica attualmente riferita alla Provincia di Taranto è compresa tra 0.47 e 0,74 GW di potenza. Nel caso in cui non fosse possibile installare una quantità tale di impianti eolici, anche o soprattutto per la lunghezza del periodo di autorizzazione di tali impianti, occorrerà provvedere con almeno 100 MW di fotovoltaico supplementari per un totale di 150 MW.

Si prevede di usare l’idrogeno in settori diversi: trasporto pubblico (autobus), con uno scenario preso in considerazione che si pone come obiettivo la sostituzione di 40 autobus con i nuovi a Fuel Cell. Se ne ricaverebbe un valore di idrogeno annuo necessario alla gestione dei mezzi; trasporto pubblico (treni), con uno scenario che considera la sostituzione dell’intera flotta a trazione diesel dell’unica tratta che prevede l’uso di treni diesel (Taranto-Reggio Calabria) con nuovi treni a Fuel Celltrasporto pesante su gomma, in quanto nella provincia di Taranto è possibile stimare il quantitativo di idrogeno da destinare a rifornimento di mezzi pari a quaranta camion a lunga percorrenza; diesel di sintesi, utilizzato nel settore navale di piccolo cabotaggio. Questo utilizzo risulta quasi la metà di tutti gli interventi ipotizzati nell’ambito del trasporto; miscelazione nella rete del gas, per l’utilizzo di idrogeno in blending con il gas naturale, quasi esclusivamente rivolto al greening del settore del riscaldamento degli edifici, risulta necessario immettere in rete il 77.2% del totale di idrogeno che si stima di produrre annualmente. Il costo complessivo per gli usi finali dell’idrogeno ipotizzati risulta pari a 56.6 milioni di euro.

 

FATTIBILITA’ E OCCUPAZIONE

L’impianto previsto a Taranto riguarderebbe una vasta superficie (anche in area SIN)  e verrebbe utilizzata la pipeline di Snam per utilizzare in forma blended l’idrogeno prodotto. I potenziali utilizzatori finali dell’idrogeno potrebbero essere, ad esempio, le attuali centrali elettriche operanti della zona. Il vicino depuratore di  Acquedotto Pugliese fornirebbe acqua per l’elettrolisi.

A  titolo  di  esemplificazione,  investendo un  milione  di  euro nell’industria tradizionale si crea un posto di lavoro. Se lo si investe nel settore energetico tradizionale si creano ottpo posti di lavoro. Se lo si investe, invece, nelle tecnologie della decarbonizzazione si ottengono venticinque posti di lavoro. Con  gli investimenti  sull’idrogeno  verde,  ipotizzati  nello studio presentato ieri a Taranto, come prima approssimazione sono stimabili cinquemila posti di lavoro aggiuntivi al 2030, tenendo conto anche della maggiore disponibilità di risorse nei settori indotti e la necessità di percorsi formativi ad alta professionalità.

Considerando inoltre 50 MW di elettrolizzatori da installare a Taranto entro il 2030 (200 milioni di investimenti) e prendendo atto di una intensità occupazionale dell’idrogeno vicina a quella delle rinnovabili  (con 15 posti di lavoro a milione di euro investito) a Taranto questo settore dovrebbe  creare  intorno  a i quattromilacinquecento/cinquemila posti di lavoro entro  il  2030.  Con una punta stimata di quattordicimila posti di lavoro in venti anni.

Questa l’ipotesi di Polo dell’idrogeno a Taranto alimentato da fonti rinnovabili. Quattordicimila posti di lavoro nei prossimi venti anni. Lo studio accademico sull’utilizzo dell’idrogeno che si pone obiettivi che riguardano energia e mobilità a Taranto e provincia, è incoraggiante. Come i numeri occupazionali dei quali la provincia avrebbe più che mai bisogno.

«Ho parato la distrofia!»

Astutillo Malgioglio, “numero uno” nel sociale

Lunedì diventa Cavaliere della Repubblica. Premiato per il suo impegno a favore dei bambini affetti da distrofia. Centinaia di gare da professionista, ma il suo pensiero dopo gli allenamenti andava ai suoi pazienti. Un giorno, il suo compagno all’Inter, Jurgen Klinsmann, colpito dal suo straordinario lavoro gli staccò un assegno di settanta milioni di lire…

 

La storia di Astutillo Malgioglio è una grande storia. Lui stesso, sua moglie Raffaella, sono grandi. E bene fanno a raccontarne le gesta, in questi giorni, quotidiani come il Corriere della sera e Il Fatto, che riprendono la nomina dell’ex portiere di Roma, Lazio e Inter, a Cavaliere della Repubblica «per il suo costante e coraggioso impegno a favore dell’assistenza e dell’integrazione dei bambini affetti da distrofia».

E come se avesse parato cento rigori tutti d’un fiato. Anzi, Astutillo, che ai collezionisti di figurine e ai più attenti “ascoltatori” di calcio, non passa inosservato quantomeno per un nome singolare, quello più impegnativo. Un pallone afferrato con le unghie e con i denti, e sferrare un calcione a una ipotetica sfera per allontanare il più lontano possibile una sciagura come la distrofia muscolare.

La storia di Astutillo. Straordinaria. Prima che ne parli lui stesso, attraverso dichiarazioni rilasciate alla stampa, è bene fare un passo indietro. Uno che gioca al calcio, in squadre professionistiche, è baciato dalla fortuna. Intasca stipendi importanti, potrebbe vivere nel lusso, ma al nostro eroe, quello dello scialacquare danaro non fa per lui. Viene folgorato da una, due, tante storie di persone sfortunate. Continua a fare il suo mestiere, a parare, ma la sua testa dopo il campo è ad una palestra, quella che ha visitato e gli cambierà la vita.

 

UN “GRAZIE”, AL PRESIDENTE…

Dunque, l’onorificenza al Merito che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferirà lunedì 29 novembre all’ex portiere di Roma, Lazio e Inter Astutillo Malgioglio. Astutillo Malgioglio ha sessantatré anni, ha giocato anche con Brescia, Pistoiese, per terminare il percorso sportivo all’Atalanta. Ma il portiere spesso scosso da opinioni esecrabili di tifosi, dirigenti e compagni di squadra, nel sociale raccoglie i successi più importanti della sua vita. Poco riconosciuto dal mondo del calcio, finalmente il Quirinale lo premierà per il suo impegno costante e coraggioso a favore dell’assistenza e dell’integrazione dei bambini affetti da distrofia.

Tutto accade nel ’77. Convinto da amici, Malgioglio fa visita a un Centro per bambini cerebrolesi. «Mi impressionò la loro emarginazione – racconta al Fatto Quotidiano – l’abbandono, il menefreghismo della gente; fu un’emozione fortissima, un pugno nello stomaco. I miei genitori si sono sempre impegnati nel sociale e mi avevano già insegnato il rispetto e la solidarietà verso gli altri, ma quel giorno tutto mi apparve chiaro».

Parallelamente al calcio, il portiere porta avanti gli studi e si laurea in Medicina ed è il 1980. Azeglio Vicini, grande tecnico della Nazionale, lo vuole nell’Italia Under 21, vice di Giovanni Galli. Quella chiamata potrebbe cambiargli la vita professionale, ma lui, Astutillo, ha nella testa calcio e sociale: parla con la moglie Raffaella. Ecco perché grande anche lei. Le mogli, le compagne dei calciatori spesso sono distratte dalla vita mondana, non hanno troppo tempo per guardarsi intorno. Raffaella si guarda dentro. Così, insieme con il marito decide di studiare una soluzione per quei bambini. «Acquistammo i macchinari e aprimmo a Piacenza un centro per la riabilitazione motoria dei bambini. Chiamai la palestra “Era77”, dalle iniziali del nome di mia figlia Elena nata nel 1977, di mia moglie Raffaella e del mio. Offrivamo terapie gratuite ai bambini disabili. Li aiutavamo a camminare, a muoversi da soli».

Per lui la vita non è solo una palla di cuoio. «Quello pensa agli handiccapati anziché parare», gli dice qualcuno. «In tutta la carriera – risponde a queste provocazioni – non ho mai saltato un allenamento: ero uno di quelli che si definiscono “professionisti esemplari”».

 

…E A LIEDHOLM, ERIKSSON E TRAP

Dopo un’esperienza al Brescia, lo chiama la Roma. Niels Liedholm, tecnico svedese, un signore, lo autorizza ad usare la palestra di Trigoria per assistere i suoi ragazzi. Seguirà l’esempio di Liedholm anche Eriksson, tecnico di Roma e Lazio. Nella capitale, purtroppo, una certa frangia di tifosi lo contesta aspramente. «Se stai sempre con gli handicappati, quando pensi al pallone?», gli rimproverano. La storia con la Lazio finisce male.

Finalmente arriva l’Inter di Giovanni Trapattoni. Cinque anni felici. «Con gli ingaggi dell’Inter rinnovai la palestra con attrezzature all’avanguardia; i ragazzi venivano da tutta Italia per fare rieducazione nel mio centro: allenamento al mattino ad Appiano, al pomeriggio lavoro nel mio Centro, a fare terapia con i disabili. Dicevano che questo impegno mi distraeva, invece a me dava una carica straordinaria». Un giorno porta con sé un compagno di squadra, Jurgen Klismann, che resta impressionato dal lavoro e dalla passione che Astutillo mette con i suoi ragazzi. Il grande attaccante di Inter e Germania gli staccherà un assegno da 70 milioni di lire.

Finita una carriera brillante, per mancanza di fondi chiude la sua palestra. «Offrivo assistenza gratuita, e il denaro per un’idea del genere, l’unica possibile, non lo avevo più, così ho regalato i macchinari; finché ho potuto, raggiungevo i pazienti a domicilio». «Ma ora ho ripreso ad aiutare gli altri, sempre con mia moglie Raffaella e sono molto felice – ha dichiarato al Corriere della Sera – di mettere a disposizione la mia e la sua esperienza. Io ho sempre usato le mani, il Signore mi ha dato questo talento e continuo a farlo…».

Oggi, scrive Corsera, Malgioglio è ancora in attività. L’ex portiere, Cavaliere della Repubblica, sviluppa progetti di sporterapia e continua a battersi per l’integrazione nello sport fra disabili e normodotati. Roba da presidente, altro che cavaliere.

Città vecchia in allegria

“Vicoli in festa” e l’Isola torna a sorridere

Come restituire con verde, fiori e fantasia anima e bellezza a uno degli angoli più belli di Taranto. La collaborazione con un’azienda del territorio, la collaborazione di associazioni e cittadini. «Vedere tante iniziative riempie il cuore di orgoglio e gioia», ha detto il sindaco Rinaldo MelucciVICOLI COPERTINA 3 - 1Dare colore e slancio alla Città vecchia. E’ stato questo l’obiettivo di una delle tante iniziative che circolano da tempo a Taranto. Nessun quartiere escluso, anche se “Vicoli in Festa”, una delle ultime iniziative condotte in porto dall’Amministrazione comunale Melucci, è stata indirizzata all’Isola.

Uno dei gioielli di Taranto, la Città vecchia, appunto, è stato al centro di una brillante idea che ridà il sorriso a stradine, vicoli, cortili, angoli con tanto verde e il colore dei fiori a dare allegria a un intero quartiere che può contare su un concreto rilancio.

“Vicoli in Festa”, dunque, il programma di iniziative che, voluto e sostenuto dal sindaco Rinaldo Melucci e dalla sua Amministrazione, ha visto insieme cittadini, associazioni e aziende del quartiere, unite tutte insieme per rendere più accogliente e, si diceva, colorata la Città Vecchia.

L’idea dell’assessore all’Ambiente Paolo Castronovi, trova la collaborazione di un’azienda, “Verdidea”, che non si è fatta ripetere due volte l’incoraggiante invito. Così verde, fiori, colori e fantasia e la Città vecchia si è accesa in tutta la sua bellezza. L’azienda che si occupa della manutenzione del verde urbano, ha colto l’occasione per manifestare la sua professionalità realizzando in questi giorni installazioni naturali decorate con i caldi colori dell’autunno. VICOLI COPERTINA 4 - 1ASSOCIAZIONI, CITTADINI…

Dopo l’attività che ha fatto il suo in lungo e largo, è toccato a cittadini e associazioni, che spontaneamente, poco dopo, hanno organizzato una serie di laboratori, visite guidate e iniziative varie.

Orgoglioso di un’animazione territoriale dal basso che l’Amministrazione intende valorizzare e incentivare, il sindaco Rinaldo Melucci che in questi giorni ha rilasciato una breve dichiarazione agli organi di informazione. «Dopo il successo del numero zero di “Vicoli in Festa” – ha dichiarato il primo cittadino – faremo in modo che una iniziativa che ha registrato un simile successo prosegua anche durante le prossime festività».

E’ solo l’inizio. «Siamo convinti – ha ripreso Melucci – che altre associazioni e altri cittadini si uniranno insieme per arricchire ulteriormente il programma di iniziative di “Vicoli in Festa”, che evidentemente non finisce qui. Vedere tante iniziative tra le strade e i vicoli della Città Vecchia riempie il cuore di orgoglio e di gioia».

«Il recupero e la valorizzazione del nostro meraviglioso Centro storico – ha concluso il sindaco – sono un obiettivo perseguito con determinazione dedicandogli un’attenzione crescente. È un processo di rigenerazione urbana che non può che passare attraverso il coinvolgimento di cittadini e associazioni del quartiere».

«Rifarei tutto daccapo!»

Mohammed, somalo, condannato a centoquarantadue anni

«Abbandonato in mare aperto da trafficanti turchi insieme con altri trentatré migranti, mi sono messo alla guida dell’imbarcazione», dice. Intervento della Guardia costiera greca, condotto a riva, prima fermato poi arrestato. Secondo il giudice, applicata la legge: chi è alla guida del mezzo è colpevole. Nonostante otto testimoni  stiano dalla parte del giovane, c’è attesa per l’appello. Il caso finisce sul “Corriere”. E con questo, altri quarantotto casi simili. 

 

Mohammed, somalo, condannato a centoquarantadue anni. Un processo che non dura più di tre quarti d’ora, come il tempo di una gara di calcio. Gli avvocati d’ufficio, come spesso accade, si rimettono alla clemenza della Corte, che applica la legge secondo un criterio unico, unilaterale. L’uomo era alla guida dell’imbarcazione, per chi lo ha prima fermato e poi arrestato, Mohammed è accusato di traffico internazionale di esseri umani. Lui, invece, era alla guida di quella imbarcazione con altri trentatré migranti perché abbandonato in mezzo al mare su quella “carretta” dai veri trafficanti, dei turchi che hanno collaudato un sistema remunerativo: acquistano una barchetta a motore, si fanno pagare dal numero più alto possibile da gente disperata, la stipano sull’imbarcazione e l’abbandonano al largo. Da quel momento i poveracci sono in balia di se stessi, a meno che qualcuno non prenda il coraggio a due mani, afferri il timone e, a motore acceso, si diriga verso la spiaggia amica più vicina.

Così ha fatto Mohammed che di esseri umani ne ha salvati trentatré. Fermato dalla Guardia costiera greca, insieme con la barca da lui guidata, non è stato scortato a riva. Il fermo è stato subito tradotto in arresto, processo per direttissima, condanna di centoquarantadue anni. Da non crederci. Accusa e condanna sono stati già impugnati da deputati che altro non fanno che far rispettare i diritti umani.

Lui, Mohammed non si sconfessa. Rifarebbe tutto daccapo. «Non ci penserei su due volte», ha dichiarato davanti al giudice. «Si trattava di salvare la mia vita e quella di altre trentatré persone, per questo dico che rifarei tutto esattamente quello che ho fatto».

 

DICEMBRE SCORSO…

Dicembre 2020. Hanad Abdi Mohammed, somalo, sale sul barcone che deve trasportarlo insieme ad altri “passeggeri” dalla costa turca in Grecia non pensa minimamente cosa sta per accadergli. «Una volta abbandonati in mare aperto al nostro destino dai trafficanti turchi, sono stato subito assalito dalla paura di annegare; tutto immaginavo, che io e la gente a bordo saremmo stati trattenuti per essere identificati, assistiti dopoun viaggio simile, ma non che fossi arrestato».

Cos’era accaduto. Al largo dell’isola di Lesbo i trafficanti turchi avevano abbandonato quel catorcio, uno dei tanti acquistati a quattro soldi, nelle mani dei migranti. Mohammed, non ci aveva pensato su due volte. Aveva afferrato il timone e si era messo alla della bagnarola. Il giovane somalo viene assalito dalla paura, ma l’istinto di conservazione fortunatamente è più forte, così si mette alla guida dell’imbarcazione malconcia.

Scortato dalla Guarda costiera turca, arrivato a terra, Mohammed viene tratto in arresto con l’accusa di traffico internazionale di esseri umani. Tanto che, in primo grado, viene condannato a centoquarantadue anni di prigione.

«È una sentenza ingiusta e crudele», ha spiegato al Corriere della Sera il deputato greco di Syriza Stelios Kouloglou, dopo aver fatto visita a Mohammed in carcere sull’isola di Chios in compagnia di una delegazione di eurodeputati. «Nonostante la situazione, l’ho trovato calmo e lucido», spiega ancora al cronista del Corriere. Per arrivare a questa sentenza, entra nel merito, «i giudici si sono basati su una legge greca del 2014, articolo 30 della legge 4251/2014chi prende il timone è considerato un contrabbandiere e riceve una condanna a 15 anni per persona trasportata e l’ergastolo per ogni persona morta durante il viaggio».

Kouloglou prosegue. «All’imputato sono stati forniti inizialmente avvocati d’ufficio che non hanno studiato il caso e non gli è stata fornita un’appropriata assistenza nella traduzione durante gli interrogatori». L’udienza dura quarantacinque minuti, dopo un’ora e mezza di Camera, ecco il verdetto scioccante: Hanad Abdi Mohammed, cittadino somalo, è condannato a centoquarantadue anni per traffico internazionale di esseri umani. Il giudice avrebbe solo applicato la legge.

 

“CORSERA” PUNTUALE

Ma il Corriere della Sera nel suo ampio, esaustivo servizio apparso in questi giorni, segnala che il caso di Mohammed non è l’unico caso. Secondo un rapporto reso noto un anno fa da una ong tedesca, sono stati individuati altri quarantotto casi solo fra Chios e Lesbo. Anche in questi casi gli imputati non hanno tratto alcun profitto dal contrabbando.Nella prigione di Chios sono reclusi due giovani afghani, anche loro condannati a pene esemplari: cinquant’anni di prigione, sulla base della stessa accusa.

Incredibile, se si pensa che uno di questi ha viaggiato con moglie incinta e un figlio: quale trafficante farebbe una cosa del genere, fa notare il deputato. C’è anche il caso di un siriano di ventotto anni, scrive il Corriere, in prigione ad Atene e condannato a cinquantadue anni ad aprile dopo aver attraversato la Turchia con sua moglie e tre figli. Un altro afghano è stato accusato per la morte del figlio durante la traversata, a seguito di un incidente provocato da uno speronamento. Solita modalità, sostengono le associazioni per i diritti umani.

La condanna di Mohammed, poi sarebbe aggravata dal fatto che due donne sono annegate durante la traversata incriminata. E tutto questo, nonostante otto migranti presenti sulla stessa imbarcazione hanno testimoniato come il trafficante turco che li aveva trasportati per un tratto li avesse abbandonati alla vista  della Guardia costiera turca, che a sua volta avrebbe spinto la barca ad entrare in acque greche.

 

SOLITA PRASSI

La modalità, secondo Syriza Stelios Kouloglou sarebbe sempre la stessa: accusare, cioè, i migranti per cercare di fermare il flusso. Un sistema, secondo gli esperti, che oltre a violare i diritti umani non funziona. La pratica di “processare i migranti per traffico di migranti”, scrive il Corriere, è iniziata nel periodo della crisi del 2015-2016, quando più di un milione di rifugiati hanno attraversato la Grecia. «E si è intensificata – dicono osservatori – da quando la Turchia all’inizio del 2019 ha smesso di far rispettare un accordo raggiunto con Bruxelles nel 2016 per fermare il flusso e rimpatriare tutti coloro che riescono a entrare illegalmente in Grecia che non hanno diritto alla protezione dell’Unione Europea». Difficile per la Grecia, ma anche per l’UE, cooperare con la Turchia per reprimere il traffico. La Grecia, da parte sua si giustifica sostenendo che i suoi tribunali sono equi e che ha l’obbligo di sorvegliare i propri confini.

Negli ultimi due anni, secondo gli avvocati che difendono Mohammed e altri sui quali pendono lo stesso tipo di condanne, le accuse vengono mosse senza prove reali. Senza contare che nei confronti dei veri trafficanti di esseri umani non viene fatto niente. Attualmente recluso, attende con speranza l’appello.

«Patrimonio del mondo»

Città vecchia, lunedì scorso la candidatura al Castello Aragonese

«L’Associazione nasce per le grandi potenzialità culturali, archeologiche e naturali dell’Isola», ha dichiarato il presidente Michele Rossetti. Nella candidatura, poste in evidenza, fra l’altro: le Colonne del Tempio, gli ipogei, l’architettura di età bizantina, i Vicoli, la Chiesa di San Domenico, la Cattedrale di San Cataldo, il Castello Aragonese, il Ponte Girevole, il Palazzo d’Aquino e il Museo archeologico nazionale.

 

La Città vecchia di Taranto come patrimonio mondiale culturale dell’UNESCO. Per realizzare un sogno o comunque lo si voglia vedere, un progetto che darebbe un atteso scatto in avanti alla nostra cultura, a una storia millenaria, ci ha pensato  un’associazione di promozione sociale, “Taranto Patrimonio nel Mondo”, un ente del terzo settore, costituitosi lo scorso febbraio per uno scopo ben preciso: avanzare la candidatura dell’Isola a una ricchezza da salvaguardare.

Il progetto è stato presentato lunedì mattina nella Sala convegni del Castello aragonese, altro grande attrattore e manufatto storico, di fronte alle due Colonne doriche, altra testimonianza di una storia infinita custodita dalla Città vecchia. Presenti all’incontro introdotto da Matteo Dusconi, il presidente dell’Associazione “Taranto Patrimonio del Mondo”, Michele Rossetti, il vicepresidente Dario Lupo, il segretario Valerio Lupo. A fare gli onori di casa, a nome dell’Ammiraglio Salvatore Vitiello, il comandante Sergio Lamanna. La sensazione è che per i promotori dell’associazione sia stato più semplice trovarsi insieme nel lavorare e mettere la Città vecchia al centro dell’attenzione (meritevole di un simile riconoscimento), che non curare i dettagli per realizzare un’associazione autorevole e con professionalità importanti e credibili.

 

L’ASSOCIAZIONE

«La lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO – ha dichiarato il comandante Lamanna, portando i saluti dell’Ammiraglio Vitiello – comprende beni naturali e culturali unici al mondo, la cui protezione è considerata, per la loro eccezionalità, responsabilità dell’umanità; non solo, dal 2003 l’UNESCO ha approvato la Convenzione per la salvaguardia del Patrimonio culturale immateriale dove sono stati inseriti spettacoli, rituali, feste, tradizioni, espressioni orali, le tecniche artigianali e relativi manufatti: Taranto, ben si colloca in questo contesto. La città vecchia con le Colonne del tempio, gli Ipogei, l’architettura di età bizantina, i vicoli e loro funzioni, la Chiesa di San Domenico, la Cattedrale di San Cataldo, il Castello Aragonese, il Ponte Girevole “San Francesco di Paola” sono elementi identitari, unici al mondo unitamente ai riti religiosi, alle capacità marinaresche dei nostri maestri d’ascia, alle tecniche di pesca e tanto altro».

«L’Associazione è sorta – ha detto nel suo intervento il presidente Rossetti – perché crediamo nelle grandi potenzialità culturali, archeologiche e naturali della Città Vecchia. Questo è certamente un fine principale, ma non esclusivo, perché tutta la città di Taranto merita di essere valorizzata e candidata, basti pensare a MArTA, ai Giardini dell’Ospedale militare, il Mar piccolo e altro ancora. L’augurio è che la nostra provocazione – che non è solo tale – venga accolta a qualsiasi livello per raggiungere gli obiettivi prefissati. “Taranto Patrimonio nel Mondo” nasce come associazione di promozione sociale, ente del terzo settore: ha svolto un approfondito studio del territorio per scrivere una grande pagina per la Città vecchia con un documento che diventa progetto. La nostra  è un’associazione aperta alla comunità: a breve inizieremo i tesseramenti e la consegna delle tessere onorarie».

 

LA CANDIDATURA

«La candidatura – ha puntualizzato il segretario Lupo – è stata posta all’attenzione degli Organi istruttori della Commissione Italiana Nazionale per l’UNESCO. La valutazione del dossier richiederà del tempo e, probabilmente, richieste di integrazione. Il documento presentato prevede la presentazione di ogni sito archeologico e bene culturale, con il relativo studio). Proprio a tale scopo abbiamo posto in evidenza: le Colonne del Tempio, gli ipogei di Taranto, l’architettura di età bizantina, i Vicoli e le loro funzioni, la Chiesa di San Domenico, la Cattedrale di San Cataldo, il Castello Aragonese, il Ponte Girevole San Francesco di Paola, il Palazzo d’Aquino e il Museo archeologico nazionale MArTA. La nostra è certamente un’idea ambiziosa, basata sul senso di responsabilità perché d’ora in poi dovremo ulteriormente impegnarci per custodire questo tesoro, che è grande parte della nostra eredità. La città di Taranto è testimone di una bellezza che finora non abbiamo saputo del tutto apprezzare».

Fra i presenti, Sergio Prete, presidente dell’Autorità di sistema portuale dello Jonio; Cosimo Borraccino, Consigliere di staff del Presidente della Regione Puglia; Riccardo Pagano, direttore del Dipartimento jonico dell’Università di Bari; Tiziana Latorre, in rappresentanza del presidente dell’Ordine degli Architetti, Pietro Vito Chirulli (presidente reggente di Confindustria Taranto); Alberto Mosca, vice presidente Confcommercio Taranto; Annalisa Adamo, già assessore agli Affari generali del Comune di Taranto; Roberto Settembrini, segretario generale dell’Autorità di Sistema portuale dello Jonio. Fra gli interventi, quelli di Dario Lupo, vicepresidente dell’associazione, e dell’archeologa Silvia De Vitis.

Ospitalità, responsabilità e comunità

Progetto Erasmus, a cura dell’Istituto comprensivo “Renato Moro”

Sono i tre pilastri fondamentali su cui si basano competenza e insegnamento. Sedici studenti e dieci docenti stranieri accolti a Taranto. Giunti da Turchia, Portogallo, Bulgaria, Polonia e Grecia.  Un plauso alla dirigente scolastica Loredana Bucci e a quanti hanno realizzato il programma. Per gli ospiti è stata una settimana ricca di esperienze significative

 

Sono rimasti a Taranto fino a venerdì scorso i sedici studenti stranieri del Progetto Erasmus “Toys Stories: Portraits of children and their toys around Europe”. Accompagnati da dieci docenti, sono giunti da Turchia, Portogallo, Bulgaria, Polonia e Grecia per essere ospiti dell’istituto comprensivo Renato Moro di Taranto.

Il progetto, lodevole, entusiasmante, ha visto uno scambio di buone pratiche attraverso un confronto culturale tra i giochi tradizionali di oggi e di ieri. Ma, attensione, non è stato siolo questo il motivo conduttore che i ragazzi hanno seguito a partire dal primo pomeriggio di lunedì 8 novembre.

Il primo di questi appuntamenti si è svolto nel plesso “Leonida”, in via Lazio. Per le delegazioni straniere, accolte dall’Inno europeo, il “benvenuto” è stato rivolto in dieci lingue diverse a cura della dirigente scolastica Loredana Bucci e degli studenti della secondaria di primo grado dell’istituto comprensivo “Renato Moro”. Danze e balli tipici del territorio con la consegna di tamburelli ai Paesi partner. Primo tema affrontato: l’innamoramento, sentimento universale, che pur se con tante sfaccettature in ogni Paese, permette di superare tutte le diversità.

Per questo motivo è stata portata in scena una rappresentazione che ha visto protagonisti gli alunni della “Leonida” che hanno raccontato l’amore nelle diverse nazioni coinvolte nel progetto “Erasmus plus”, con un omaggio al sommo poeta Dante, che nella “Commedia” alla fine del 1200 aveva celebrato l’amore puro attraverso la figura di Beatrice. Anche l’esibizione della pizzica si è arricchita del suo significato autentico. Un ballo che anticamente, in Puglia, rappresentava il momento cruciale dell’innamoramento. La scintilla scoccava con uno sguardo fugace durante la “pizzica de core” durante la quale gli innamorati erano vicini senza mai toccarsi, con il dono di un fazzoletto rosso da parte della ragazza al ragazzo che era riuscito a rapirle il cuore.

 

SCAMBIO “NON SOLO CULTURALE”

Ma lo scambio non è  solo culturale, bensì anche ludico. I partecipanti di “Toys Stories”, infatti, sono stati invitati anche a “creare” nuovi giocattoli o a “ideare” nuovi giochi (anche digitali) per migliorare le abilità creative e stimolare il pensiero computazionale. Ogni Paese Partner ha offerto il proprio contributo, in merito alla valutazione, alla piattaforma ETwinning, alla diffusione del progetto sui social, alla metodologia.

Il nostro Paese ha scelto la metodologia. In qualità di leader del movimento “Senza zaino”, l’Istituto comprensivo “Renato Moro” ha mostrato con competenza in che modo il suo insegnamento si concentra su tre pilastri: ospitalità, responsabilità e comunità. Una scuola nella quale gli studenti si sentono supportati nel loro apprendimento e nella loro crescita per diventare futuri cittadini. Nonostante l’impossibilità di viaggiare degli ultimi due anni, docenti e studenti dei Paesi ospiti hanno ugualmente portato avanti il progetto online nella Scuola Primaria e in quella Secondaria di 1 grado, mantenendo attivo lo scambio culturale e i progetti nella Scuola Primaria e Secondaria.

“La mobilità Erasmus – sostiene Loredana Bucci, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Renato Moro” – è un’esperienza vista come positiva e arricchente; l’Erasmus ci aiuta a essere inclusivi e ospitali verso altre culture; la mobilità rafforza il senso di unione e ci ispira ad apprezzare la diversità dell’Unione Europea, a fare nuove amicizie e a imparare nuove lingue”.

Quella in Italia, e in particolare, quella tarantina, è stata una settimana ricca di esperienze significative. Sono state, infatti, organizzate attività culturali con momenti di accoglienza, scambi culturali e amichevoli per far conoscere il nostro territorio e le sue abitudini a chi risiede all’estero.

 

ACCOLTI A PALAZZO DI CITTA’

Martedì 9, gli studenti del Progetto Erasmus ed i loro docenti sono stati accolti a Palazzo di Città dagli amministratori locali, tra questi, l’assessore alla Pubblica istruzione, Deborah Cinquepalmi. I ragazzi sono stati accompagnati a visitare luoghi caratteristici di Taranto: la cattedrale di San Cataldo, la Città vecchia ed il Museo Diocesano. Nel corso della visita è stato, inoltre, proiettato un video promozionale in lingua inglese su Taranto e le sue bellezze. Diversi i contributi al documentario, tra cui quello del presidente dell’Autorità portuale di Taranto, Sergio Prete.

Nel pomeriggio, nel plesso “Leonida”, sono state illustrate mediante l’ausilio di slide sullo scambio delle pratiche metodologiche del “Senza Zaino”. Mercoledì 10, la delegazione straniera ha visitato i diversi plessi dell’istituto comprensivo con, a seguire, un momento musicale a cura dell’Orchestra Archita. Ancora attività differenziate per i gruppi e nel pomeriggio visita al MArTA, il Museo archeologico nazionale. Giovedì escursione in barca a bordo delle motonavi gestite da Amat-Kyma mobilità, e visita al Castello Aragonese.

Nel pomeriggio, giro turistico ad Alberobello, alla scoperta dei trulli, e a Martina Franca, per la Valle d’Itria. Venerdì, ultimo giorno di visita a Taranto. Prima del ritorno a casa, la delegazione dei sedici studenti ha preso parte a tornei sportivi che hanno visto protagonisti studenti italiani e studenti di altre nazionalità.

«Ho messo le tende!»

“Mimmo”, una vita fra mille lavori, poi a Taranto ha messo famiglia

«Sono stato con Nando Orfei, smontavo e rimontavo per il suo circo. Poi le giostre, in uno studio veterinario, con un autodemolitore, infine con un’azienda che si occupa dei mezzi Amat. Sposato da circa trent’anni, ho tre figli, mai un episodio di intolleranza. Sono musulmano, amo gli italiani, ho grande rispetto dei compagni di lavoro, odio le bugie»

 

Mohamed, egiziano, cinquantotto anni, sposato da ventinove con un’italiana, tre figli. «Per gli amici è Mimmo, forse perché Mohamed è complicato? Ma puoi metterci anche il cognome, Rokn, non ho problemi: non devo soldi a nessuno…». Ride, Mimmo, una vita «avventurosa», così la definisce, vissuta fra mille espedienti. «Mi piaceva cambiare lavoro, conoscere gente – prosegue con il suo sorriso contagioso – insomma, non stare mai in un posto per più di qualche settimana».

Così si spiegano le tante esperienze che lo hanno visto impegnato in attività di montaggio e smontaggio, per esempio. Di tendoni da circo e giostre, per dirne un paio. Una vita di episodi, da farne un romanzo. Leonardo Sciascia si sarebbe ispirato per una delle sue “storie semplici” (e avvincenti), perché Mimmo quando si racconta lo fa con dovizia di particolari. «Non ho niente da nascondere, non mi piace stare tanto in un posto. Non fosse stato per Taranto, forse, stare ancora in giro a fare uno dei tanti mestieri che amo: non mi sono mai scoraggiato, ho affrontato la vita sempre con il sorriso».

Ma andiamo per ordine. «Sono arrivato in Italia nell’84, non da profugo, ma da studente di Giurisprudenza al secondo anno di università che si era stancato di stare sui libri: qui non ho potuto proseguire gli studi, troppa differenza fra le nostre e le vostre leggi, anche se la conoscenza mi ha aiutato nel tempo; sono di quelli che imparano l’arte e la mettono da parte…».

 

ROMA, MILANO, BARI…

Cosa ha spinto Mimmo, così giovane, a lasciare il suo Paese. «L’avventura, conoscere un altro Paese e viaggiare, anche fra tante esperienze: a me è sempre piaciuto guadagnarmi il pane con il sudore; se fossi riuscito a unire il viaggio con un guadagno, seppure modesto, per me sarebbe stato l’ideale».

Nel 1984 parte dal Cairo, arriva a Roma. «Appena atterrato mi trasferisco subito a Milano – racconta – trovo lavoro con il Circo Nando Orfei, mi occupo di montaggio e smontaggio del tendone sotto il quale uno dei circhi più importanti del mondo ospita spettacoli dalle mille e una notte: quanti grandi artisti ho conosciuto! Il titolare del circo, Nando Orfei, un gran signore: rispettoso del lavoro di ognuno di noi, puntuale nel pagarci; e poi i figli, Ambra, Paride e Gioia, gente perbene».

Ma per Mimmo, sei mesi in un posto, o meglio, con una sola attività cominciano ad essere tanti. Ha voglia di avventura, così lascia Orfei e vola alle giostre. «Sono fatto così, devo cambiare, non riesco a stare fermo in un posto, anche se poi, una volta maturo, la vita mi porterà a fare una scelta definitiva: sposarmi e restare a Taranto, dove sono felice…».

Nella girandola dei lavori a breve termine, con le giostre resta impegnato per ben cinque anni. Un primato per Mimmo l’Egiziano. «Ho girato tutta la Puglia, spingendomi quando c’era richiesta in altre località del Sud: dove arrivavano le giostre, giungeva il divertimento, così vedere i ragazzi e i bambini accogliermi con un sorriso non poteva che rallegrarmi».

 

INFINE, TARANTO

Un altro breve stop. Mimmo mette le tende. «Mi sono fermato a Bari, ho lavorato in uno studio veterinario, mi occupavo della toelettatura di animali domestici, lavavo cani e gatti; anche questo lavoro mi piaceva, ho sempre amato gli animali. Poi, dopo un po’, ho detto al veterinario che volevo cambiare aria, fare altre esperienze, così mi sono trasferito a Taranto. Ho lavorato con un autodemolitore, fra i Tamburi e Crispiano. Anche qui, per un po’, poi la scelta definitiva. Sposato nel ’92, quattro anni dopo sono entrato in un’azienda che si occupa della pulizia dei bus Amat. Da quindici anni ho piantato le tende definitivamente, ho una moglie e tre figli, un maschio e due femmine. Ho fatto una scelta di vita, sto bene qua».

Gli amici, Mimmo ha le idee chiare. «Vado d’accordo con tutti – assicura – mai avuto discussioni, avverto forte amicizia e rispetto nei miei confronti; in Italia mi sono trovato subito bene, a Taranto sto da Dio…». Mimmo ha un segnale originale nel suo cellulare. «E’ il canto che avverte l’ora della preghiera: sono musulmano, ho grande rispetto delle religioni altrui». C’è una sola cosa che odia: le bugie. «Quelle proprio non le sopporto, è un atto spregevole: sono l’anticamera del tradimento; per fortuna sono in pochi ad essere così, ma la delusione quando qualcuno fa ricorso alla bugia è davvero grande».

«Ciao, Stefano!»

Teatro Orfeo, D’Orazio ricordato dai Palasport

Ospite Tiziana Giardoni, moglie del popolare batterista italiano. Sul palco Silvia Di Stefano, figlia dell’autore di “Pinocchio” e “Aladin”, e artisti pugliesi. Il resto della “macchina della musica”, Roby, Dodi e Red, in tre video toccanti per ricordare il compagno di centinaia di successi e concerti. Incasso devoluto all’Aido

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Foto Aurelio Castellaneta

 

Lunedì 8 novembre, teatro Orfeo di Taranto. Settecentocinquanta posti a sedere, tutto esaurito. Biglietti acquistati online da Milano, Firenze, Napoli, Potenza, Cosenza, Catania.

Si avverte, netta, la sensazione che l’esclamazione più amata da Stefano D’Orazio, «Che meraviglia!», circoli nelle teste e nei cuori del Popolo dei Pooh. Difficile dimenticarlo. Il popolare batterista dei Pooh scomparso un anno fa era più di un musicista. Ha ragione Tiziana Giardoni D’Orazio, sua moglie, ospite della serata, quando sottolinea: «Stefano non era solo una persona straordinaria, per affetto, sensibilità e generosità; era anche un artista a trecentosessanta gradi come pochi: musicista, autore, scrittore, produttore, manager e tanto altro ancora».

D’Orazio al tempo dei Pooh aveva rinunciato a proposte di radio e tv nazionali. Contratti come autore e conduttore, per via della sua cultura, smisurata, e per la sua brillantezza. Tutte proposte cordialmente respinte: tutto incompatibile con il suo ruolo di Pooh a tempo pieno. Non sbagliava un colpo Stefano. Fosse stato un calciatore avrebbe fatto gol in acrobazia; ciclista avrebbe vinto a braccia alzate; come atleta per vistoso distacco.

Serata al teatro Orfeo organizzata dai fratelli Claudio e Pier Giuffrida, fondatori dei Palasport. Con Cosimo Ciniero e Lorenzo Ancona (l’altra metà dell’unica coverband nazionale insignita dagli stessi Pooh) oltre alla stessa vedova di D’Orazio, ospiti sul palco dell’Orfeo: la figlia del batterista, Silvia Di Stefano (nome d’arte in omaggio al popolare artista) e numerosi artisti pugliesi. Fra questi, Maurizio Semeraro, protagonista di musical firmati D’Orazio; Antonio De Santo, anima dei Terraross; Martino De Cesare, chitarrista di Gragnaniello, Eugenio ed Edoardo Bennato, Esposito; Egidio Maggio, turnista, chitarrista di Mariella Nava, Mimmo Cavallo, Mia Martini. E poi, Franco Cosa, Aldo Cosa (voce dei Vasconnessi), Giuseppe Di Gioia, Fabio Barnaba, proseguendo con la Scuola di teatro Orfeo, Michael White, Leo Tenneriello, Gaetano De Michele, Occhi profondi, Studio teatro danza, Frank Ferrara, l’Orchestra Tebaide.

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 Foto Aurelio Castellaneta

 

DOVE SONO GLI ALTRI TRE

Gli altri Pooh, Roby, Dodi e Red, hanno partecipato con contributi video. Durante lo spettacolo, grande emozione nelle parole di Roby Facchinetti (in via di allestimento “Parsifal – l’Opera”, scritta con lo stesso D’Orazio), Red Canzian e Dodi Battaglia. Gli  “amici per sempre”, in una serata di grandi emozioni, insomma, hanno voluto far sentire tutto il loro affetto per Stefano.

Il ricavato del concerto andrà all’Aido, l’Associazione italiana donatori organi per cui l’artista romano era stato testimonial. All’evento è intervenuto Vito Scarola, vicepresidente nazionale Aido.

Tiziana Giardoni ha ringraziato i Palasport, organizzatori di  una serata straordinaria. «Stefano è stato ricordato da una città, Taranto, che lo ha amato tantissimo, un affetto che lui in più occasioni aveva ricambiato e non solo tenendo concerti con i Pooh; il giorno dell’anniversario della sua scomparsa, il 6 novembre, ho annunciato la nascita di un’Associazione a lui dedicata: lo scopo sarà continuare a fare quello che lui aveva sempre fatto: aiutare ragazzi di talento a farsi strada nel mondo dello spettacolo».

Nel foyer del teatro Orfeo nel pomeriggio di lunedì scorso, Tiziana ha presentato anche “Tsunami”, libro postumo di D’Orazio. Moderatore, Claudio Frascella.  «Stefano era un genio – ha spiegato – prendeva mille appunti, si segnava qualsiasi cosa, perché prima o poi quella noticina sarebbe diventata un’idea, un progetto: una canzone, un musical, un libro; mi leggeva capitolo per capitolo: non aveva ancora finito di scriverne uno, che era pronto già quello successivo; i suoi personaggi non erano solo un virgolettato, recitavano attraverso la sua voce, ogni sera: c’è tanto di lui in  “Tsunami”, leggere questo libro sarà come compiere un passo avanti nella conoscenza di D’Orazio; non era solo un autore di canzoni e musical di successo, scriveva anche di libri di spessore: non aveva mai smesso di studiare, aggiornarsi su qualsiasi cosa che gli tornasse utile non solo nel suo lavoro, ma nella vita».

«Con  “Ste’”, alla romana – ha raccontato Silvia Di Stefano – era un continuo confronto, voleva sapere qualsiasi cosa facessi: non prese bene il fatto che cantassi, entrare in questo mondo era complicato e lui non raccomandava nessuno; anzi, partiva per la sua Pantelleria, dove aveva casa; fu in una di queste occasioni che a sua insaputa partecipai al casting di  “Pinocchio”: presa. Quando lo seppe andò su tutte le furie, poi ascoltò la mia voce e si convinse. Quanto ci manchi Ste’!».

Infine, i Palasport. Quattro ragazzi innamorati dei Pooh e delle loro canzoni, tanto da diventarne coverband.  «Questa serata per Stefano – dicono Claudio e Pier Giuffrida, compagni di Lorenzo e Cosimo, gli altri due Palasport – ci sembrava il minimo: un atto dovuto. Per noi i Pooh sono sempre stati il complesso musicale di riferimento, la scomparsa di Stefano un grande dolore: lo avevamo incontrato nel 2006, a Ponte di Legno, in occasione della finale del primo e unico contest per coverband dei Pooh. Se abbiamo conseguito questo riconoscimento ufficiale, lo dobbiamo anche a lui: durante le prove, seduto in platea ascoltava e annotava pregi e difetti delle formazioni musicali in finale. E se nel tempo la nostra passione per i Pooh è diventata un lavoro, lo dobbiamo anche a lui».