“Vergogna” sulla pelle

La scritta sul braccio di una cinesina di tre anni

L’episodio accaduto a Roma, in una scuola d’infanzia. I genitori hanno condotto la piccola in ospedale e sporto denuncia. Aperta un’inchiesta per lesioni con l’aggravante dell’odio razziale

Detto che a qualsiasi forma di violenza, verbale o fisica che sia, non si risponde con la stessa moneta, per qualche istante abbiamo pensato ai genitori della piccola cinese nei giorni scorsi tornata da scuola sanguinante con scritto su un braccio – presumibilmente incisa con uno spillo – la parola “Vergogna!”.

La prima cosa da fare è contare fino al classico “dieci”, numero che serve a far sbollire e ragionare. D’impeto? Non vogliamo nemmeno pensarci. Ma la cosa singolare è che a commettere un atto così grave su una piccola di appena tre anni e indifesa, possa essere stato un suo coetaneo. Anche un po’ più grande, uno che sa già leggere e, quel che è peggio a questo punto, scrivere. Non sarà tutta opera del ragazzino, della ragazzina, insomma dell’autore del gesto così crudele da infliggere un dolore corporale e mentale al tempo stesso.

Foto Il Riformista

Foto Il Riformista

E L’EDUCAZIONE DI UN TEMPO?

Ma dov’è l’educazione di un tempo? Pensiamo ai genitori, agli argomenti che affrontano in presenza dei loro figlioli più piccoli, al tipo di educazione che questi trasmettono senza rendersene conto. Ma anche agli strumenti di comunicazione, alle radio, alle tv e, perché no, agli insegnanti. I bambini assorbono come spugne: seguono un ragionamento e, magari, pensano che condividere un pensiero li autorizzi ad eseguire qualsiasi cosa.

Leggiamo dal Fatto Quotidiano: Roma, bimba cinese di tre anni torna da scuola sanguinante: la parola “vergogna” incisa sulla pelle; la procura di Roma ipotizza il reato di lesioni volontarie aggravate dall’odio razziale. A quanto emerso, l’incisione sarebbe stata eseguita con uno spillo sul braccio.

Questo lo stato dell’arte riportato dal giornale diretto da Marco Travaglio. Sgomenti i genitori della piccola, prosegue il giornale, nel vedere inciso sulla pelle, sembra sul braccio, una scritta in caratteri cinesi (xiu) che significa “vergogna”. Ancora non è noto chi sia stato l’autore dell’aggressione alla bimba, residente alla Garbatella.

Foto Tripadvisor

Foto Tripadvisor

TOCCA ALLA PROCURA

La procura di Roma, nel procedimento aperto gli scorsi mesi, ipotizza il reato di lesioni volontarie aggravate dall’odio razziale. Al momento è iscritto nella lista degli indagati un maestro di scuola ma per gli inquirenti l’uomo avrebbe già dimostrato la sua estraneità ai fatti.

I genitori quel giorno, portandola a casa dalla scuola di infanzia (che ora non frequenta più) hanno subito notato la ferita e portato la bambina in ospedale, dove hanno sporto denuncia per lesioni. A quanto emerso, l’incisione sarebbe stata eseguita con uno spillo. L’indagine è stata affidata alla pm Gabriella Fazi: inizialmente, i magistrati hanno disposto un incidente probatorio, perché la piccola avrebbe indicato il maestro come autore della scritta sulla pelle, ma ne avrebbe parlato bene successivamente smentendo la prima versione dei fatti.

Attualmente quindi, scrive il Fatto Quotidiano, le indagini secondo gli inquirenti, “si stanno muovendo a 360 gradi” e si concentrano sulle persone che a vario titolo sono state in contatto con la vittima il giorno in cui la piccola è stata prelevata da scuola dai suoi genitori.

DAMS anche in Puglia

Svolta epocale per l’Università degli studi “Aldo Moro”

L’ateneo di Bari e Taranto avrà i suoi corsi di Accademia nelle Discipline dell’audiovisivo. Non più necessariamente Bologna perché i nostri studenti si formino in un settore in continua crescita. I nostri ragazzi potranno perfezionarsi sul territorio nel campo dell’audiovisivo, della musica e dello spettacolo

Niente più Bologna per quanti vorranno iscriversi al DAMS, l’Accademia che forma nelle Discipline dell’audiovisivo, della musica e dello spettacolo. O meglio, l’università del capoluogo emiliano resta un faro in materia di studio, ma a breve anche la Puglia potrà dire la sua. Dal prossimo anno, infatti, l’università “Aldo Moro” di Bari e Taranto, attiverà il nuovo corso di studio per rispondere alla costante richiesta occupazionale prodotta da un’industria cinematografica che in Puglia sta attraversando una stagione di successi. Dovessimo dare un nome, scriverlo in testa ai titoli di un film, una qualsiasi fiction, bene, questo sarebbe sicuramente quello di “Apulia Film Commission” e, naturalmente all’investimento nel settore artistico e culturale degli ultimi anni che ha permesso alla Puglia, si diceva, di crescere e diventare set cinematografico privilegiato di sceneggiati televisivi e lungometraggi. Nonché di fornire professionisti alle troupe che girano in Puglia spot pubblicitari, documentari e produzioni televisive. Il che significa, per chi viene ad investire nel Mezzogiorno, abbattere notevolmente i costi di produzione.

Nei giorni scorsi ne ha scritto la Gazzetta del Mezzogiorno, annunciando una svolta epocale per la nostra regione che proprio nella produzione di qualsiasi cosa sia legata alle immagini, dagli spot ai film, negli ultimi anni aveva fatto registrare un’impennata che nemmeno piazze come Roma e Milano avevano certificato nel recente passato.

Foto Giornale di Puglia

Foto Giornale di Puglia

SIGNORI, IL DAMS…

E veniamo al DAMS targato Università degli studi “Aldo Moro” di Bari e Taranto. Il corso ad accesso libero annunciato appena venerdì scorso nell’Aula A del Palazzo Ateneo, prevede due percorsi formativi: “Cinema e media” e “Teatro e musica”. Il primo, il percorso cinematografico e audiovisivo, proporrà una formazione approfondita nel campo dell’industria cinematografica, televisiva e dei nuovi media, attraverso discipline come storia e tecnica del linguaggio cinematografico, sceneggiatura e storytelling, forme e modelli della serialità televisiva, teoria e tecnica dei media digitali.

Il secondo, il percorso teatrale e musicale, invece, offrirà invece una preparazione indirizzata sulle arti performative in relazione al mondo dell’impresa, prestando una forte attenzione per la storia delle drammaturgie europee e le forme dello spettacolo contemporaneo con insegnamenti di carattere produttivo, manageriale e organizzativo.

Un argomento che ci sta particolarmente a cuore: gli sbocchi occupazionali. Gli studi al DAMS, spiega la “Gazzetta”, aprono scenari interessanti, ruoli di rilievo nella filiera industriale cinematografica e televisiva e in quella teatrale e musicale, oltre che in realtà ed enti, pubblici o privati, che si occupano della promozione della cultura.

Il DAMS fornirà un primo livello di formazione nel campo del cinema, dell’audiovisivo, della musica e dello spettacolo, offrendo una preparazione di stampo umanistico grazie, per esempio, a discipline storiche, sociologiche, letterarie, artistiche. Ma anche economico-organizzativa, corsi e laboratori di produzione, marketing, diritto, organizzazione di impresa. Un corso, in particolare (L-03), darà accesso alla Magistrale in Scienze dello Spettacolo (LM-65), già attiva nell’università del capoluogo.

Foto BariToday

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STORIA, ESTETICA, ECONOMIA

Tra le materie caratterizzanti storia, estetica, economia ma anche strumenti e metodologie di base per un’indagine critica nell’ambito dell’audiovisivo e dello spettacolo. Le competenze generali, sia umanistiche che economiche, saranno integrate da un apprendimento pratico e laboratoriale. Si prevede, inoltre, riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, una stretta collaborazione attraverso stage e tirocini formativi, con le principali realtà industriali regionali, nazionali e internazionali per garantire a studenti e studentesse l’opportunità di entrare subito in contatto con il mondo del lavoro. In questo senso sarà sostenuta la mobilità internazionale in alcuni dei Dipartimenti e dei Centri di ricerca internazionali più importanti nel campo dei film, dei media e dei performance studies.

«Gli stretti rapporti intrattenuti negli anni recenti dall’Ateneo di Bari – fanno sapere dalla stessa Univresità – con le imprese culturali e creative operanti sul territorio hanno fatto emergere l’urgenza di formare figure professionali in grado di coniugare le competenze umanistiche con quelle tecnico-organizzative, al fine di operare nell’ambito della progettazione, ideazione, produzione e divulgazione audiovisiva, musicale e teatrale».

«Jail, mio marito vive!»

Latifah, nigeriana, il suo racconto, le ore drammatiche in mare

«Imbarcati su un gommone, ci rovesciammo in acqua. Lo persi subito di vista: eravamo una sessantina, ci salvammo appena in dieci. Volevo farla finita anche io, fui salvata in tempo. Adesso aspetto un bambino a cui darò il suo nome, non l’ho mai dimenticato: insieme sognavamo la libertà»

Si chiama Latifah. La incontro per strada, un pomeriggio, richiamato dalle urla che lancia all’indirizzo di un suo connazionale, presumo. L’uomo, un giovanottone di almeno un metro e ottanta, non appena sente alzare il tono delle grida della donna alza il passo e fa perdere le sue tracce. Svolta al primo angolo, si dilegua.

Latifah, nome che non ho bisogno di appuntare. E’ identico a quello di una nota cantante tunisina. La ragazza, che dice di avere trent’anni, incinta, è scossa, si ferma un attimo davanti a un bar. Entra nell’esercizio, si siede. Francesco, il titolare, le porta intanto una bottiglietta d’acqua. «Calma…», le dice, «Calma, ha il pancione, è incinta, non deve agitarsi…».

Il tono cordiale dopo qualche istante mette serena la donna. Parla inglese, ma anche l’italiano. «Non ce la faccio più – spiega – aspetto un bambino, ho perso mio marito Jaili quattro anni fa mentre fuggivamo dalla Nigeria per l’Italia: una volta nel vostro Paese avremmo deciso cosa fare, restare, chiedere assistenza, oppure proseguire per la Francia o la Germania in cerca di lavoro…».

La scomparsa dell’uomo ha fatto cambiare i piani di Latifah. «Eravamo giovani di belle speranze – dice la donna – sognavamo una vita diversa, libera, rispettati fra gente rispettosa, invece tutto è finito durante una notte: non erano ancora arrivate le prime luci dell’alba, quando il mare cominciò ad agitarsi, da tre giorni viaggiavamo a vista con un gommone che poteva portare sì e no venti persone: eravamo una sessantina, occhio e croce».

Foto Repubblica

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UN GOMMONE, FACEVA ACQUA

Il gommone non solo imbarcava acqua, veniva sbattuto da onde alte un palazzo di dieci piani, era anche sprovvisto di giubbotti, salvagenti o altri strumenti di salvataggio. «Una sciagura, quando siamo saliti a bordo di quello che un tizio faceva passare per scafo, abbiamo capito che dovevamo rivolgerci al Cielo perché tutto andasse bene: fra il restare in Libia, correre il rischio di finire nelle mani di qualche banda senza scrupoli, tentare la carta della fuga e il sogno della libertà, io e mio marito non ci abbiamo pensato su due volte: siamo saliti a bordo; un uomo raccoglieva da tutti, i soldi di carta senza contarli, più che fidarsi aveva un piano intesta».

La donna e il marito lo capirono quasi subito. «Si era rivolto a un ragazzo che faceva passare per il conducente dello scafo – ricorda Latifah – ma ripeteva troppe volte, “Tranquilli, fidatevi!”; comprendemmo che non era un navigatore esperto una volta in mare aperto: non aveva i soldi con cui pagarsi il viaggio e in cambio della traversata senza scucire danaro sarebbe stato disposto a portarci dall’altra parte del Mediterraneo…».

I problemi cominciarono il giorno dopo. «Avevamo appena lasciato Tripoli – riprende la donna – quando il ragazzo, un imbecille, tanto da prestarsi al gioco di quell’assassino che ci aveva messo nelle sue mani e a bordo di una imbarcazione così insicura che dopo due ore dalla partenza, cominciava ad imbarcare acqua: non avevamo secchi con i quali raccogliere l’acqua che penetrava; non era tanta, ma usavamo due bidoni e dei camicioni, con questi ultimi raccoglievamo l’acqua e poi li stringevamo in mare: pensavamo che questo sacrificio durasse un giorno, al massimo due giorni…».

Foto Blog di Viaggi

Foto Blog di Viaggi

MARE IN TEMPESTA

Invece, non andò così. «Una violenta tempesta rovesciò il gommone, tutti in mare, la maggior parte travolti dalle onde, finiti sott’acqua: restammo a galla non più di una decina, aggrappati a ciò che restava dell’imbarcazione, lontani gli uni dagli altri; io urlavo il nome di mio marito: “Jaili! Jaili!”, nessuna risposta, fui assalita dalla disperazione, volevo farla finita, farmi inghiottire io stessa dal mare, quando alle prime luci dell’alba noi superstiti, stanchi e impauriti, sentimmo il motore di una imbarcazione italiana che faceva sentire la sirena: mi sembrava di assistere quasi a uno di quei film nei quali arrivano i soldati accompagnati da uno squillo di tromba».

Le urla, il pianto, la creatura che nascerà a giorni. «Quell’uomo che si è allontanato è il mio compagno, non è un cattivo elemento, trova solo lavori saltuari e mi aveva chiesto soldi: abbiamo anche discusso sul bambino che nascerà e che rappresenterà un peso anche dal punto di vista economico: è stato uno sfogo, il mio, lui ha capito che aveva esagerato e si è allontanato chiedendomi scusa; non vedo l’ora di mettere il mio cucciolo al mondo: lo chiamerò Jail, come mio marito, perché quell’uomo con il quale sognavo una vita migliore non l’ho mai dimenticato».

«Non trovo personale», invece…

Pare che un cartello fosse solo un pretesto

Prima il Corriere di Torino, poi Il Fatto, piombano su un malcostume adottato da esercenti e commercianti. Mentre un titolare lanciava l’appello, il suo personale licenziato si è rivolto alla stampa

Non tutto è oro quello che luccica. Mai fermarsi alla prima impressione, al primo titolo ad effetto della serie “Chiudo per mancanza di personale”. Facile fare un cartello, apporlo sulla porta d’ingresso e scatenare una eco mediatica non indifferente. “In Italia non vuole più lavorare nessuno!”, il primo commento di chi si ferma al solo titolo-civetta. Ma, si diceva, non sempre le cose stanno come sono dipinte. I colori non sono quelli che appaiono al primo sguardo. E, allora, se il titolare di un ristorante denuncia di chiudere il suo locale per mancanza di personale, attenzione, dietro può esserci un’altra storia.

Come quella riportata dal Corriere di Torino (allegato del Corriere della Sera) e ripresa da Charlotte Matteini per Il Fatto Quotidiano, giornale attento più di altri a quei dettagli che, in realtà, fanno la differenza. E che differenza.

«Il Corriere Torino – scrive la giornalista – ha dedicato un articolo al ristoratore che raccontava di essere costretto a interrompere l’attività perché non riusciva ad assumere: tra i commenti al post diffuso sui social dalla testata sono però apparse una serie di testimonianze di suoi ex dipendenti; uno stato lasciato a casa il giorno prima: “Mi hanno detto che avrebbero chiuso una o due settimane per fare dei lavori”. Un’altra sarebbe stata licenziata a dicembre 2021 causa calo del fatturato dell’altro dei due locali dello stesso imprenditore».

Foto Il Giornale Del Cibo

Foto Il Giornale Del Cibo

«CHIUDO BOTTEGA»

«Non riesco ad assumere, quindi chiudo bottega», scriveva su un cartello in bella vista il ristoratore-proprietario di un locale. Raccontava di essere stato costretto a chiudere temporaneamente la propria attività dopo poco meno di sei mesi per mancanza di personale. «Eppure, garantiva il titolare, il menù in busta paga è più che dignitoso: 1.700 euro (netti) al mese, per 12 mensilità, per cuoco e aiuto cuoco, e 1.400 euro per cameriere di sala», riportava l’articolo, rimarcando che a un mese dalla pubblicazione degli annunci nessuno si era presentato per un colloquio.

«Tra i commenti al post diffuso sui social dal Corriere di Torino – specifica Il Fatto Quotidiano – sono però subito apparse una serie di testimonianze che raccontavano l’altra faccia della medaglia: quella dei lavoratori, in questo caso degli ex dipendenti del ristoratore, proprietario di due ristoranti a Torino». «Ho mandato un curriculum in risposta a un annuncio di lavoro pubblicato per l’altro ristorante di Rostagno, Le Fanfaron Bistrot, che cercava un capo partita ai primi di cucina piemontese, ben diverso dal lavorare il pesce come poi sono finito a fare durante la prova – racconta Paolo a ilfattoquotidiano.it – Io avrei dovuto prendere in gestione il locale dopo una settimana di prova in affiancamento, regolarmente contrattualizzata. Prendere in gestione significa che praticamente avrei dovuto fare tutto da solo, dal lavare i piatti alla cucina vera e propria. Il contratto? Un sesto livello del Ccnl dei pubblici servizi, con qualifica di aiuto cuoco».

Foto Roma Today

Foto Roma Today

DIPENDENTI IMBUFALITI

Ma sono vari i dipendenti che hanno pubblicamente contestato il racconto del ristoratore diffuso dal quotidiano, scrive ancora Charlotte Matteini, una donna ha lavorato per oltre due anni in quel locale. Prima del lockdown, scrive, il titolare applicava effettivamente i contratti come da normativa e retribuiva le ore di straordinario che i suoi dipendenti facevano e segnavano timbrando il cosiddetto cartellino: tutto cambia con l’arrivo della pandemia, i dipendenti finiscono in cassa integrazione e il ristorante riapre poco per volta con l’asporto e via via con tutto il resto del servizio al termine del blocco imposto dai decreti dell’allora governo Conte.

Poi, un giorno, ecco il cartello: “Chiudo per mancanza di personale”. Forse lo fa per prendere tempo, magari l’uomo che, alla fine non imprimeva orari insostenibili, non trattava male il personale, sbaglia nella comunicazione. Cosa insegna questa storia: in Italia, c’è chi vuole lavorare, a cominciare dagli stessi dipendenti del ristoratore e, allora, l’idea di prendere ossigeno per rimodulare le due attività, non sia stata proprio il massimo. Auguriamoci che arrivino tempi migliori e, soprattutto, la chiusura temporanea porti consiglio.

Profumo di Nobel

A Luisa Torsi, barese, la “Wilhelm Exner Medal”

«Super felice, grazie», le prime parole della scienziata pugliese. A lei, uno dei massimi riconoscimenti scientifici, in passato già assegnato al grande Guglielmo Marconi. L’ideazione del “Single Molecule digital assay”, sistema bioelettronico, consente di individuare un singolo marcatore proteico o un virus in un campione di sangue o di saliva. «Questo premio potrebbe riservare ulteriori sorprese», ha dichiarato Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia

Profumo di Nobel per una scienziata pugliese. Luisa Torsi, professoressa ordinaria di Chimica dell’Università di Bari e vice presidente del Consiglio scientifico del Cnr, nella sede del Palais Eschenbach di Vienna ha ricevuto la Wilhelm Exner Medal. Lo deve all’ideazione del suo “Single Molecule digital assay”, sistema bioelettronico, brevettato nel 2018. Questa scoperta in brevissimo tempo è rileva un singolo marcatore proteico o un virus prendendo in esame un campione di sangue o di saliva.

Come riportato dall’edizione barese di Repubblica, in un esauriente articolo di Maricla Pastore, si tratta di una scoperta scientifica che vale un riconoscimento prestigioso consegnato in passato anche a Guglielmo Marconi. Il premio scientifico di statura mondiale Laura Torsi lo ha ritirato dalle mani di Leonore Gewessler, Ministra federale per la protezione del clima, l’ambiente, l’energia, la mobilità, l’innovazione e la tecnologia della Repubblica d’Austria.

«Sono profondamente onorata – le parole della scienziata pugliese, riportate da Repubblica – è un momento che mi emoziona e mi ha emozionato profondamente; questo è un premio importante, l’ha ricevuto Guglielmo Marconi, l’hanno ricevuto i premi Nobel ed io mai avrei pensato di riuscire ad arrivare fin qui: sono anche davvero onorata e felicissima che la delegazione della Regione Puglia e il Presidente Emiliano in primis, siano qui ad assistere a questo evento.

Foto Affari Italiani

Foto Affari Italiani

CHIAMIAMOLO “NOBEL”

Non è azzardato il paragone con il Nobel. Il premio, infatti, viene conferito dalla “Austrian Trade Association” a scienziati e ricercatori, che si sono distinti grazie alle loro sperimentazioni, per la portata economica e industriale dei loro studi di ricerca. Una medaglia assegnata in questi anni anche a ventitré premi Nobel. “Oltre alla “Wilhelm Exner Medal” – scrive Maricla Pastore su Repubblica – la scienziata barese è stata la prima donna al mondo insignita col premio “Heinrich Emanuel Merck”.

Dopo aver frequentato l’asilo a Knoxville, nel Tennessee, Luisa Torsi aveva raccontato lo scorso febbraio allo stesso quotidiano l’impatto con la prima elementare a Bari. «Durissimo – aveva ricordato – quasi non conoscevo una parola in italiano, in compenso trascorrevamo estati bellissime in campagna dai nonni in Pianura padana; si viveva all’aperto con i nostri cugini, tutti maschietti, all’insegna di un ozio costruttivo che ci spingeva a inventarci qualcosa dal niente: le capanne nell’orto, le piscinette scavate nel terreno, i carretti realizzati con le assi di legno e i cuscinetti a sfera».

Questo il curriculum della scienziata pugliese. Una laurea in fisica, un dottorato in chimica, sfilate di moda nel fine settimana, un marito conosciuto in laboratorio e due riconoscimenti prestigiosi. E due figli maschi, entrambi ingegneri meccanici. «Anche loro – spiega con orgoglio – laureati a Bari: qui esistono corsi di laurea competitivi con quelli degli altri atenei italiani: Alessandro ha 28 anni ed è stato assunto in Ferrari, e di questo non possiamo che esserne fieri; Vincenzo, ne ha 24, lavora con la Scuola politecnica federale di Losanna su un importante progetto a cavallo fra la biologia e l’ingegneria meccanica». La domanda sorge spontanea: scienziati si nasce o si diventa?

Ad accompagnare a Vienna Luisa Torsi, riporta invece, il portale Fame di Sud, una delegazione pugliese formata dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, dalla direttrice del Dipartimento Sviluppo Economico regionale, Gianna Elisa Berlingerio, dal dirigente della Sezione Ricerca e Relazioni Internazionali e della Sezione Trasformazione Digitale, Vito Bavaro, e da ricercatori delle Università degli Studi di Bari e Brescia. Già nel 2010, la scienziata barese aveva ricevuto il premio Heinrich Emanuel Merck, prima donna al mondo, per la sua attività di ricerca svolta nel campo dei sensori chimici e biologici per dispositivi come i transistor a film sottili. Nel 2019, invece, aveva ricevuto il premio “Distinguished Women Award” dall’Unione internazionale di chimica pura e applicata, come una delle scienziate maggiormente distintesi al mondo nel campo della Chimica.

Foto Il Fatto Quotidiano

Foto Il Fatto Quotidiano

EMILIANO E L’AMBASCIATORE

La redazione di Fame di Sud riporta, fra le altre, una dichiarazione del governatore pugliese. «Il premio Wilhelm Exner per Luisa Torsi è un grande orgoglio per la Puglia – ha dichiarato Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia – basti pensare a un riconoscimento attribuito in passato ad un altro italiano come Guglielmo Marconi: è, insomma, uno di quei riconoscimenti che potrebbe portare anche a qualche altra meravigliosa sorpresa per la ricerca italiana. Ho voluto accompagnare Luisa qui a Vienna per incoraggiarla, per fare in modo che questa notizia non passasse inosservata e soprattutto perché questa scoperta ha potenziali ricadute sulla salute delle persone di enorme importanza. Si tratta di una vera rivoluzione, di medicina predittiva, di medicina personalizzata: la Regione Puglia stava già investendo nel biopolo di Lecce; questi ulteriori passi ci hanno spinto ad investire ulteriormente nella ricerca e a sostenere il progetto di Luisa Torsi. Dunque non posso che dire: viva la Puglia viva l’Italia, viva Luisa Torsi e il suo grande lavoro per il bene dell’umanità».

«È un vero orgoglio essere qui», ha detto l’Ambasciatore italiano a Vienna Stefano Beltrame. «L’Italia – ha proseguito – è un Paese molto spesso è critico con se stesso, ma ha eccellenze straordinarie che si fanno valere su mercati molto competitivi. Vorrei quindi ringraziare la professoressa Torsi per l’aiuto che offre alla nostra autostima. Fa poi molto piacere osservare che questi scienziati e ricercatori italiani che si fanno valere nel mondo non sono soli, ma sono accompagnati dai loro Enti territoriali: la Puglia è una regione che ha avuto un miglioramento della propria narrativa nazionale strepitosa negli ultimi dieci anni e adesso è uno degli orgogli italiani».

«Quel tiro al bersaglio…»

Simba, trentadue anni e una fuga infinita

«I nostri carcerieri ci dicevano che eravamo liberi: ci facevano scappare e poi ci piantavano un colpo di arma da fuoco alla schiena. Con tre amici una corsa notturna fino in spiaggia, poi finalmente un gommone. Quattro fratelli e due sorelle rimasti in Guinea, un giorno spero di riabbracciarli»

«Vedere gente morire dal vero una dietro l’altra, come fosse un film di guerra o una delle guerriglie rappresentate in quei film sul narcotraffico, è l’esperienza peggiore che potessi vivere e, purtroppo, l’ho vissuta davvero». Simba, trentadue anni, guineano, ha una gran voglia di raccontarsi e raccontare una tragedia vissuta sulla sua pelle. Lui, testimone della cattiveria di militari che quasi scherzavano con esseri umani come fossero davanti a un tiro a segno, ha negli occhi, e mai lo dimenticherà, le scene di quei cecchini. «“Correte!”, urlavano a quei poveracci che non potevano riscattare la loro libertà e dopo poche decine di metri gli piantavano una, due, tre pallottole alla schiena: ti rendi conto? Immagina di correre verso la libertà, hai le ali ai piedi, pensi di essere fuori tiro o magari di averla scampata, che ecco, arriva il primo colpo forte, secco: vedi un uomo indifeso, inerme, in ginocchio perché sta perdendo le sue forze e a quel punto l’esplosione di un secondo colpo e un istante dopo, la testa di quel poveraccio che si apre in due, come una noce di cocco!».

«Ne avevo visti morire davvero tanti, anche a causa della guerra civile, perfino militari, ma in quel modo disumano mai». Prosegue nel suo racconto, Simba. «E la mamma, il papà, la moglie, i fratelli di quelle povere vittime, chi li avviserà? Venivano lasciati lì in campagna, senza un minimo di rispetto per la loro anima; c’erano anche quelli che facevano di peggio: urlavano “La volpe! La volpe!”, conoscendo uno degli sport praticati un tempo in Inghilterra: la caccia alla volpe; consisteva nel mettersi in uno dei mezzi di cui disponevano e andare alla caccia di quei due, al massimo tre che erano riusciti a sfuggire al tiro al bersaglio; il più delle volte li stanavano e ammazzavano, ce ne accorgevamo dai colpi di arma da fuoco e dalle facce sorridenti e soddisfatte dei nostri carcerieri, segno che quei poveracci non avevano avuto scampo».

Foto Corriere CE

Foto Corriere CE

ERA SOLO L’INIZIO

Non è finita, le sofferenze proseguono. «Ho perso – spiega il trentaduenne guineano – quando perdi i genitori, la guida sicura del tuo futuro; mamma e papà li persi uno dietro l’altro, a causa di malattie che difficilmente potevano essere debellate: non potevano curarsi, le cure costavano tanto, ciascuno di loro voleva che fosse l’altro a salvarsi, fino a quando venne a mancare papà, mentre la mamma entrò in un lungo mutismo, fino a farsi travolgere dalla sua malattia e “andarsene”, raggiungere papà».

Vorrebbe tornare in Guinea, Simba. Nel suo Paese ha lasciato quattro fratelli e due sorelle, tre di loro sposati. «Ho un desiderio grande: tornare da loro, riabbracciarli tutti insieme, ma anche loro non se la passano bene; qualche settimana fa in due momenti diversi ho sentito un fratello e una sorella, non avevano notizie dagli altri da giorni, ma spero sia solo un problema di comunicazione

Foto Redattore Sociale

Foto Redattore Sociale

QUEI RASTRELLAMENTI…

Torna sulle scene cui ha assistito suo malgrado. Scatta la ribellione, che viene soffocata non solo dai militari, ma anche da un esercito civile: non venivano pagati dal governo, ma si capiva che erano autorizzati a razziare qualsiasi cosa. «Ho visto rastrellamenti: armi in pugno entravano in casa sfondando la porta; ti prendevano per i capelli, uomini e donne non facevano distinzione, per trascinarti in una prigione per sottoporti a torture di varia natura: psicologica e fisica con un finale che il più delle volte era sempre lo stesso, con una sola rara eccezione: la fuga; se eri svelto e riuscivi ad eludere i tuoi carcerieri dandotela a gambe levate, era la tua salvezza, altrimenti colpo alla schiena…».

«Sparavano a ripetizione – riprende Simba che a stento articola le ultime frasi – il tiro al bersaglio di cui ti dicevo: non più le voci dei miei compagni, erano stesi a terra, in pozze di sangue, ormai privi di vita; la mattina alle cinque, spesso al cambio turno, ti svegliavano, non ti davano il tempo di realizzare cosa stesse accadendo: aprivano le baracche nelle quali ci avevano chiusi e ci dicevano di correre: “Oggi è il vostro giorno fortunato!”, ci urlava il più cattivo di tutti, perché “Vi diamo l’occasione di farla franca, andare via da qua: ma, badate bene, che o approfittate adesso o non approfittate più, perché non ci sarà una seconda occasione..”».

E l’occasione era sempre la stessa. «Un gioco sporco, tremendo, vigliacco – racconta con le lacrime agli occhi quel ragazzone di trentadue anni – ti dicevano che eri libero e tu li guardavi, poi facevi un passo, ti guardavi alle spalle e provavi a camminare, sempre più velocemente, non appena cominciavi a correre – una cosa che non dimenticherò mai – prima lunghe risate, poi colpi di arma da fuoco esplosi da quei fucili che imbracciavano con grande disprezzo nei nostri confronti».

Foto Corriere.it

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SCENE DI DOLORE

Le scene a cui Simba ha assistito una volta fuggito in Libia. «Le armi in assoluto, cosa peggiore l’uomo non poteva inventarsi – spiega Simba – senza parlare dei più giovani, degni di quegli assassini più grandi privi di scrupoli: per loro imbracciare un fucile era un gioco, a volte avevano appena dieci, forse undici anni, con quelle armi in pugno si facevano rispettare; avevano già dimostrato che le nostre vite non contavano niente, sparando e ammazzando, così nessuno gli si avvicinava, nemmeno pensando di poterli disarmare: erano una intera tribù».

Finalmente un raggio di sole. «La vita, direi – conclude Simba – dopo essere fuggito di notte con altri tre miei compagni, verso una spiaggia da dove, sapevamo, sarebbero partiti dei gommoni: i nostri carcerieri ci avevano affidato per tre giorni a un signore, proprietario di una piantagione: riuscimmo ad aprire la baracca e a scappare, non sapendo in realtà da che parte andare: il rischio era che potessimo trovarci in campagna piuttosto che in spiaggia; uno di noi sapeva orientarsi con le stelle: fosse vero o meno, ci portò davvero in spiaggia; lì cominciammo ad avere paura che le nostre informazioni fossero sbagliate, quando in lontananza scorgemmo gruppi di decine e decine di persone: gli corremmo incontro, mettemmo insieme quello che avevamo e lo consegnammo a un tipo che ci fece accomodare su un gommone: poteva ospitare trenta, massimo quaranta passeggeri, salimmo in centoventi; una decina li perdemmo durante un viaggio lungo tre giorni, fino a quando non incrociammo una nave mercantile: l’equipaggio ci ospitò a bordo. L’Italia, la nostra salvezza…».

Gucci, sfilata in Puglia

Parata di stelle del jet-set a Castel del Monte

Serata indimenticabile dedicata alla stagione Resort 2023. La fortezza costruita intorno al 1240 da Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro romano impero, a Castel del Monte a fare da suggestiva location. Fra i presenti, la modella thailandese Davikah Hoorne, le attrici Dakota Johnson ed Elle Fanning, la cantante Lana Del Rey, gli attori Blake Lee e Jodie Smith. Circolano anche i nomi di altri noti testimonial Gucci: Jared Leto, Harry Styles e gli italiani Alessandro Borghi e Achille Lauro

Dopo gli spettacoli di Chanel a Montecarlo, e Louis Vuitton, a San Diego, lunedì sera è stata la volta dell’attesa sfilata di Gucci, dedicata alla stagione Resort 2023. Il programma per poche centinaia di candidati, è stato rappresentato nel cuore della Puglia, in una cornice a dir poco straordinaria: Castel del Monte. Come ha riportato il settimanale “Io Donna”, l’ambientazione è medievale, sicuramente unica nel suo genere. Questo splendido scenario, ha raccontato sul suo portale il popolare settimanale, ha fatto da sfondo ad una collezione stratificata e complessa, ricca di riferimenti e citazioni.

Ma cosa è accaduto a Castel del Monte, qui in Puglia, una regione ormai al centro dei pensieri chic e della voglia di “vacanzare”? Bene, lunedì sera, come ha puntualmente riportato il sito “Il Post”, è stata presentata “Cosmogonie”, la nuova collezione dell’azienda di moda italiana Gucci disegnata dal direttore creativo Alessandro Michele. La fortezza costruita intorno al 1240 da Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro romano impero, a Castel del Monte a fare da suggestiva location. La roccaforte che ispirò la forma della biblioteca ottagonale del film “Il nome della rosa”, il grande romanzo di Umberto Eco, si trova proprio qui, vicino Andria. Così bella e affascinante, a tratti misteriosa, la fortezza è a ragione considerata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Foto Sky

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SITI, RIVISTE, QUOTIDIANI

All’evento, come documenta “Il Post”, erano presenti più o meno trecento invitati tra cui i Maneskin. Nel videodocumento trasmesso sui canali social di Gucci, la collezione dedicata ai filosofi Hannah Arendt e Walter Benjamin, trovando una particolare affinità con quest’ultimo per la capacità di scovare e assemblare citazioni lontane da loro: un’operazione simile a quella di Alessandro Michele, direttore creativo, che ha accostato forme degli anni Quaranta e Cinquanta, gorgiere elisabettiane, perle, mantelli, pelli tribali, gioielli ispirati a quelli dei matrimoni berberi, jeans decorati con pietre e velluti scuri e luccicanti.

Come sempre, indica “Il Post”, gli abiti erano gender fluid (pensati cioè per corpi femminili e maschili senza connotazioni di genere). Indossati da modelli e modelle, gli abiti saranno in vendita tra sei mesi. Castel del Monte inaccessibile a chi è senza invito: ogni invitato è associato a un numero corrispondente a una stella, adottata da Gucci in suo nome “per attraversare il cosmo”. Un risvolto diverso, quello che imprime a questa Grande Festa, il quotidiano Repubblica nell’edizione pugliese con un articolo a firma di Anna Puricella, giornalista attenta alla movida di casa nostra.

Foto Corriere della Sera

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PUGLIA, IRRESISTIBILE

Puglia irresistibile, scrive, per chi ci mette piede per la prima volta, e con lo smartphone in mano immortala cene in luoghi mozzafiato, campagne, città e monumenti, dal centro di Ostuni alla Cattedrale di Trani. L’hanno fatto modelli, modelle e giornalisti arrivati nella regione per Gucci, e c’è chi è più discreto e chi no.

C’erano i Maneskin, reduci dall’Eurofestival di Torino, che hanno pubblicato il video sulle loro pagine mentre sono a cena a Trani. Cosa dire di Grotta Palazzese, storico ristorante di Polignano a Mare ricavato in una grotta e con affaccio sull’Adriatico: la modella thailandese Davikah Hoorne, le attrici Dakota Johnson ed Elle Fanning, ma anche la cantante Lana Del Rey, gli attori Blake Lee e Jodie Smith. Fra gli invitati intorno ai quali era tutto era un top secret (relativo, considerando i social rivelatori…), altri noti testimonial Gucci: Jared Leto, Harry Styles, gli italiani Alessandro Borghi e Achille Lauro.

“Vènghino, signori, vènghino!”

Puglia, star dell’estate

Dal Salento alle spiagge e al mare di Taranto. Quanto costa un soggiorno. Mete ambite e prezzi, contenuti rispetto a località che non offrono lo stesso appeal. Qui i più bei posti, la migliore tavola. Una prima top ten dei luoghi più affascinanti e qualche suggerimento. Ma fate presto, l’estate è dietro l’angolo

“Vènghino, signori, vènghino!”. Si sa che per il sensale di una volta, la declinazione dei verbi non è il suo forte. Un po’ fantozziano, il richiamo più in uso nelle fiere di una volta, ci serve solo per introdurre un argomento che, come sapete, ci sta particolarmente a cuore: le vacanze. Specie se queste in qualche modo coincidono con la nostra regione.

Dunque, la Puglia, da anni, si conferma come uno dei posti più belli d’Italia. Ma spingiamoci anche oltre: del mondo. Non vogliamo tornarci su, ma negli Stati Uniti una delle riviste e dei quotidiani americani più autorevoli negli ultimi tre anni hanno incoronato proprio la Puglia come la regione più bella del mondo.

La Puglia anche quest’anno si candida come meta ideale per le vacanze. Il top, le spiagge e il mare di Taranto e il Salento che, come sempre registra cifre pazzesche quando il turista intenzionato a “scendere” al Sud cerca in affitto case-vacanze.

E anche stavolta è boom di richieste. Stavolta a confermare come il Salento sia la meta più ambita degli italiani, e non solo come vedremo, è “Holidu”, motore di ricerca per case e appartamenti vacanza d’Europa, che con Summer Price Index 2022 ha realizzato una classifica dei luoghi più belli e ricercati in Puglia, con disponibilità e prezzi medi delle case vacanze.

Foto blog-it.hotelsclick.com

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HOLIDU, UN MOTORE DI RICERCA…

Dunque, in questa speciale classifica lo studio indica le trenta destinazioni della Puglia più “cliccate” in tutti i mercati in cui il portale è presente (pertanto non solo per l’utenza italiana) con l’elenco di soggiorni fra l’1 giugno e il 30 settembre di quest’anno.

Secondo lo studio del motore di ricerca “Holidu”, al primo posto troviamo Gallipoli, regina incontrastata fra le case-vacanza, con un prezzo medio di 244 euro a notte. A seguire Otranto (230 euro a notte), Ostuni (212 euro), Torre dell’Orso (211 euro) e Porto Cesareo (234 euro). Infine, ma non ultima, Trani (124 euro).

Gallipoli viene indicata come simbolo della movida estiva salentina. In questa speciale classifica precede Otranto e Ostuni a completare il primo terzetto, cui seguono Torre dell’Orso e Porto Cesareo. A seguire, Pescoluse, Vieste, Monopoli e Bari, nono posto, con Lecce ad una incollatura, che chiude la Top 10 proprio al decimo posto.

Foto travel.thewom.it

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…SAN PIETRO E MARUGGIO

Ma, attenzione: non è solo Gallipoli tra le località più care. La località più costosa in fatto di case ed appartamenti vacanze, stando sempre al motore di ricerca interpellato, è San Pietro in Bevagna, vicino Maruggio (Taranto): 261 euro a notte, a precedere la stessa Maruggio con 250 euro a notte. Leuca, Porto Cesareo e Otranto registrano 230 euro a notte, mentre la sempre affascinante Polignano a Mare si attesta su una media di 220 euro a notte.

E veniamo alle più economiche che superano, però, i cento euro a notte: Bari e Taranto, per esempio, con 134 euro e Trani con 124 euro. Con Brindisi che “chiude” a 120 euro in media a notte. Sempre secondo il motore di ricerca internazionale “Holidu”, al momento risultano avere disponibilità di alloggio: San Foca, Otranto e Torre Vado con oltre il 60%. Sotto il 50%, Martina Franca e Torre dell’Orso. Appena sotto il 40%, troviamo Vieste e Rodi Garganico, con un 30%, mentre le star della provincia di Taranto con vista-mare restano le Marine di Pulsano e Maruggio con il solo 25% di alloggi ancora prenotabili. Ma occorre fare presto, altrimenti fra motori di ricerca, siti, social e passaparola si rischia di trovare un cartello con su scritto “sold out”. E l’estate è alle porte.

«Quattro calci di gioia!»

Francois, ivoriano, da più di un anno in Italia

«Un viaggio lungo e tormentato. Recluso e picchiato, poi dato in affidamento per mesi: ero diventato un essere che solo col lavoro poteva pagarsi la libertà. Quando un bel giorno mi dissero che potevo andar via, non prima di aver ricevuto l’ultima “lezione”»

«Quattro caffè, da portar via, grazie…». Il barista riempie i bicchierini di carta e li copre con piccoli coperchi. Lui, dopo aver tirato fuori gli spiccioli, pagato e chiesto lo scontrino, che qualcuno quasi sicuramente gli chiederà, sistema i caffè come fossero una pila alta una ventina di centimetri ed esce dal bar. Si chiama Francois, ivoriano, una trentina d’anni, spiega il titolare dell’esercizio. «Operai che stanno facendo lavori nelle vicinanze – aggiunge il barista – gli assegnano gli incarichi più singolari, non solo l’acquisto di caffè, ma generi di conforto, dai panini ad articoli di gastronomia d’asporto, perfino le sigarette anche se queste non rientrano nel

la categoria di quanto commestibile, anzi…». Il signore che ci parla di Antoine è un virtuoso, ricorda quel ragazzo, cliente da un po’ di giorni, per una prima frase pronunciata in italiano, ma con un chiaro accento francese: «“Che il Cielo ti benedica, amico mio…”, mi disse il primo giorno: perché tanto entusiasmo? Lo avevo trattato con rispetto: questi ragazzi non chiedono altro, vengono da zone di guerra, Paesi dove sono in corso guerre civili e la vita è sempre più legata al grilletto di una pistola o di un fucile».

Lo aspettiamo il giorno seguente, puntuale, arriva Francois, magro, capelli ricci, non lunghi, un’acconciatura più o meno “rasta” se ci abbiamo azzeccato. «Vediamoci più tardi, ora sto lavorando, amico…». Parla bene, bella la sua cadenza francese in un italiano più che approssimativo, quando risponde alla domanda sulla possibilità di conoscere la sua storia e raccontarla ai nostri amici.

Foto Pot Europa

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CAFFE’ AI “COLLEGHI”

Eccolo intorno all’ora di pranzo. Sceglie dei tramezzini, li porta ai colleghi, torna e sceglie anche il suo, accompagna il panino con una spremuta d’arancio. Da più di un anno in Italia, sui trent’anni, sfodera un sorriso accattivante. Fuggito da un Paese, la Costa d’Avorio, nel quale, restando lì fra militari, miliziani e bande armate, corri sempre il rischio di prenderle di santa ragione. E sempre senza un vero motivo. Sei sfuggito a un gruppo di malintenzionati, pochi minuti ti ritrovi accerchiato da altri.

E quando non hai scampo, ecco una gragnuola di calci e pugni, mentre un pugno di complici dell’aguzzino tengono le armi spianate sulla tua faccia. «E’ una storia che si ripete in molti Paesi africani – dice Francois – hai, netta, la sensazione che, come ti muovi, le buschi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, dove sono stato prigioniero per più di qualche mese».

«Ho perso mio padre, morto in un conflitto, in piena guerra civile – riprende – a casa ho lasciato la mamma e due sorelle; per compiere il viaggio per arrivare in Italia, ci ho messo sei, forse sette mesi, ho perso il conto: una parte di quel periodo l’ho trascorsa in Libia, un tugurio, più che una prigione».

«Quei mesi li ricordo bene, purtroppo, durante la prigionia mi svegliavano, a qualsiasi ora: calci, pugni, mi colpivano anche con il calcio di una pistola o di un fucile, ovunque capitasse: sul volto, alle spalle, sulle gambe, nelle parti più delicate. «E mentre te le suonavano, ti ricordavano che la tua vita gli apparteneva e l’unica cosa che poteva liberarti era il riscatto che avrebbero dovuto pagare i miei familiari, che in realtà non avevo: già mamma e le mie due sorelle avevano i loro problemi, figurarsi mandarmi soldi perché i miei carcerieri mi restituissero la mia libertà…».

Foto IlGiornaledelCibo

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«L’ITALIA PER ME…»

Cosa rappresenta l’Italia per Francois. «Qui mi sento un uomo libero, protetto, per questo dico che la libertà è il bene più prezioso che un uomo può avere in dono dalla vita: amo il mare, il sole, l’aria fresca, passeggiare, sognare interminabili nuotate».

Il ragazzo ivoriano si fa coraggio. «Vedi, queste sono cicatrici, provocate con lame di coltelli o da sigarette spente per divertimento: a me dicevano di non fiatare, mentre mi torturavano, altrimenti mi avrebbero ammazzato, perché non sapevano che farsene di uno che piangeva, perché piangere non è da uomini: da non crederci, ecco perché una volta arrivato in Italia, ho cominciato a piangere di gioia per smettere solo il giorno dopo».

Per i carcerieri di Francois, la vita ha un prezzo. «Mille dinari libici, duecento euro per intenderci: tanto valeva la mia vita in quelle settimane, perché per loro io ero già un peso: pane e acqua avevano un costo, mi ripetevano».

Come se la cavò, Francois. «Visto che non potevo farmi mandare soldi da casa, mi affidarono a un signore che aveva bisogno di manodopera nel suo giardino, in casa: l’uomo aveva rispetto, non urlava, non mi picchiava, al contrario di quei carnefici che, come fossi una bestia, mi accompagnavano sul posto di lavoro e la sera venivano a prendermi: mesi così, poi finalmente a qualcuno venne in mente che potevo andare via. Mi rifilarono quattro calci, uno dietro l’altro, li prendevo e piange, ma di gioia: ero un uomo libero e scappavo, scappavo, scappavo…».

Pastori abruzzesi e lupi convivenza sostenibile

Terra delle Gravine, percorsi a impatto zero sulla natura

 Riportare equilibrio fra uomo, fauna e flora. Massima tutela anche per gli allevatori. Cambio di mentalità sulla biodiversità. In quattro aziende affidamento gratuito di cuccioli. Questa pratica ha abbassato le predazioni del 100%. Gli interventi di Fabrizio Quarto, sindaco di Massafra, e Lorenzo Gaudiano, biologo

Mettere al sicuro il bestiame dagli assalti di lupi nella Terra delle Gravine. Il progetto, sicuramente virtuoso, è frutto della collaborazione tra le Istituzioni locali e l’Università di Bari con l’obiettivo di porre fine contro lupi e allevatori, e soprattutto dimostrare che una convivenza sostenibile è davvero possibile.

«Sono stati inseriti cani pastori abruzzesi all’interno delle aziende colpite – dice Fabrizio Quarto, sindaco di Massafra – fin dall’inizio abbiamo sostenuto la bontà di un progetto che ha visto le Istituzioni al fianco dei produttori e dell’Università: oggi, finalmente, possiamo manifestare gli esiti positivi di uno studio che da un lato garantisce la tutela degli animali e dall’altro quella degli allevatori».

Massafra è il comune capofila del progetto che indica lo stato di avanzamento di un importante progetto che sta mettendo fine a un problema antico che sino ad oggi aveva visto l’uomo contro i lupi.

«Abbiamo trovato – spiega Quarto – percorsi a impatto zero sulla natura, e dunque ecosostenibili, per riportare un equilibrio doveroso tra noi e la fauna e la flora che ci circondano; questo progetto segna un cambio di mentalità sulla tutela della biodiversità».

foto TarantoBuonaSera

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DALLA PARTE DEI LUPI

Perseguitato dal Medioevo e a rischio estinzione dai primi Anni Settanta, di recente si è registrata una inversione di tendenza con la riconquista da parte dei lupi dei propri spazi. Il lupo, negli anni, ha fatto i conti con pregiudizi e paure, tanto che solo tardivamente si è capito quanto sia importante la sua tutela.

Nel territorio delle Gravine dell’arco ionico tarantino conoscono perfettamente il problema. Qui da sei anni è in corso un’azione di ricerca e di studio sui lupi, con lo scopo di salvaguardare una figura fondamentale nell’ecosistema e che determina un equilibrio a cascata sulle altre componenti faunistiche del territorio.

«Abbiamo riscontrato almeno tre nuclei riproduttivi nel parco Terra delle Gravine – spiega Lorenzo Gaudiano, biologo conservazionista – due dei quali sono stanziati nelle parti occidentale e orientale, mentre il terzo, di più recente caratterizzazione, è situato ai confini settentrionali».

È proprio l’estrema adattabilità e capacità di sfruttare le più disparate risorse nutritive di alcuni gruppi che porta i lupi a spingersi nelle vicinanze delle aziende agricole e di allevamento presenti nell’area, causando non pochi grattacapi per gli allevatori. Negli “interventi per la tutela e valorizzazione della biodiversità terrestre e marina”, contenuti nel POR Puglia 2014-2020, i comuni di Massafra, Crispiano e Statte, coadiuvati dall’Oasi WWF Monte Sant’Elia, hanno inserito anche un aiuto da offrire agli allevatori del posto per difendere il bestiame dagli attacchi del lupo.

Foto LaTerradiPuglia

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E DEGLI ALLEVATORI

«Sono tantissime le aziende che insistono sul territorio – prosegue Gaudiano – alcune con radici antiche e che vantano razze di elevato valore conservazionistico come il cavallo murgese, la vacca podolica: non certo un’economia di sussistenza; le predazioni dei lupi qualche anno fa si erano fatte frequenti, tanto da essere seguite da stampa, radio e tv: durante i primi tavoli con le associazioni di categoria c’era molta conflittualità, poi tutti hanno convenuto che fare rete è fondamentale».

La soluzione al fenomeno è arrivata dalla fauna stessa. In quattro aziende è stato portato a termine l’affidamento gratuito, da parte delle istituzioni locali, di mute di pastori abruzzesi, nati e cresciuti a stretto contatto con gli animali da allevamento, tanto da sentirli come parte del proprio nucleo familiare, il che ha permesso loro di difenderli attivamente. In altre realtà questa pratica ha abbassato le predazioni del 100% e anche nella Terra delle Gravine il trend è stato identico.

«Attraverso il nostro lavoro in circa trenta aziende del territorio – le parole di Gaudiano – siamo riusciti a far abituare l’uomo alla presenza del lupo pur difendendo i propri capi di bestiame dai suoi attacchi. La nostra campagna di sensibilizzazione ha dato i suoi frutti: i cani inseriti a loro volta si sono riprodotti, così da affidare i cuccioli ad altre aziende, con un’ottima trasmissione di know-how e buone pratiche».

Politica locale, associazioni, agricoltori e allevatori tutti dalla stessa parte per risolvere insieme due problemi nel modo più naturale possibile.

È possibile una convivenza sostenibile tra uomo e lupo. Il lupo più è ramingo e più si avvicina alle greggi lasciate allo stato brado o semibrado, ma l’intervento dei cani potrebbe convincerlo a stanziarsi nelle zone ricche di naturalità e in cui la catena alimentare verrebbe rispettata senza danni per agricoltori e allevatori.