«Non chiamatemi eroe!»

Lorenzo, poche parole e una storia breve e “lunga” da raccontare

Ha salvato la vita a una piccola precipitata nel vuoto afferrandola al volo. Lui era lì, di passaggio quando si è accorto che la bimba si stava lanciando nel vuoto. Colpa (e merito) di un tablet che si schianta al suolo. Il ventottenne trevigiano viene attirato da quell’oggetto, alza gli occhi al cielo, stende le braccia e…

«Eroe io? Ma non scherziamo, ho solo fatto solo quello che dovevo!». No, caro Lorenzo, non pensare di cavartela così, con una battuta e quel sorriso di colpo diventato il più cliccato su Internet. Sei un eroe, un eroe dei nostri tempi per dirla con Monicelli che diresse uno strepitoso Sordi, che tutto era tranne un eroe. Pavido, sfuggente, così confusionario che si incartava nonostante avesse ragioni da vendere.

Non capita tutti i giorni di salvare la vita a una bimba che precipita nel vuoto, mentre gioca, dal secondo piano di casa sua afferrandola fra le braccia. Succede in una strada del comune di Treviso. Lui, di passaggio osserva quella piccola che non comprende che sta per compiere un gesto che può costarle la vita: la piccola scavalca il balcone. E lui, Lorenzo, terrorizzato, corre sotto al balcone, si pianta sotto il marciapiedi in direzione della piccola. Le urla: «No, ti prego, non farlo! Ti prego!». Si sa, i bimbi pensano che la vita sia tutta un gioco, non sentono, anzi quasi provano un sottile piacere a far finta di non sentire, pur di non obbedire a un grande. Così, la piccola si lascia cadere nel vuoto, pensa che volare dal secondo piano faccia parte del suo nuovo gioco. Per fortuna, sotto, c’è quel ragazzo che l’afferra saldamente. Da non crederci. Grazie, Lorenzo.

Eppure lui non si sente un eroe, scrive in un lungo articolo Il Resto del Carlino. Così: «Ti prego, ti prego no». Sono le uniche parole urlate a squarciagola con terrore, pronunciate da Lorenzo alla bambina appesa alla ringhiera del balcone. Poi è corso sotto al palazzo con le braccia tese, ha chiuso gli occhi ed è diventato un eroe. La piccola, che ha soli quattro anni, gli è caduta miracolosamente tra le braccia e lui, le ha salvato vita quasi per caso. Una vicenda che ha dell’incredibile, accaduta nel comune veneto, nella zona di Sant’Antonino, a pochi passi dalla ferrovia.

Foto Tribuna di Treviso

Foto Tribuna di Treviso

SALVATAGGIO ECCEZIONALE

Appassionato d’arte, Lorenzo, diventato protagonista di un salvataggio eccezionale, vive nel quartiere trevigiano di San Zeno con i genitori e lavora come addetto museale a Venezia. È stata una frazione di secondo a cambiare il corso degli eventi. La piccola era in bilico sul balcone di casa, in via Sant’Antonino, Lorenzo che passava di lì per andare a riprendere la sua bicicletta, che aveva bucato solo un’ora prima. L’aveva portata lì, a riparare, a due passi da casa della piccola.

Arrivano le tv, per fortuna rilascia un paio di battute. Chi, come noi, fa questo lavoro deve insistere, magari cogliere anche una sola sfumatura. E, allora, Lorenzo, una battuta per la stampa. «Mi chiamano eroe, ma io ho fatto solo quello che dovevo: davanti agli occhi ho ancora l’immagine di quella bambina minuscola appesa con una manina al terrazzo del secondo piano. Continuo a pensare a cosa sarebbe successo se avessi mancato la presa». Proprio vero, ma non vogliamo nemmeno lontanamente pensarci. A quello che sarebbe accaduto se il giovane avesse mancato la presa. Come lui stesso l’avrebbe presa, se la piccola non gli fosse caduta fra le braccia.

È stato il rumore del tablet caduto sull’asfalto ad attirare l’attenzione del giovane, scrive “Il Resto”. La piccola lo aveva tra le mani e le è sfuggito prima di cadere. È stato quello il momento fatale, la svolta che ha cambiato il destino della bambina e di Lorenzo, diventato un eroe all’improvviso e senza volerlo. Il ragazzo con un sorriso contagioso ha alzato gli occhi al cielo e ha visto la bimba aggrappata al terrazzo. Da quel momento in poi, lo scorrere veloce degli eventi, ormai entrati nella storia. Una storia indelebile che nessuno potrà mai cancellare dalla memoria di Lorenzo e, di sicuro, da quella della bambina.

Foto Il Gazzettino

Foto Il Gazzettino

«AVEVO FORATO LA BICI…»

«Verso le 5 del pomeriggio sono tornato al negozio di bici per ritirare la mia “due ruote”, quando ho sentito alle mie spalle cadere un oggetto. Mi giro di scatto, vedo un tablet per terra con lo schermo infranto: alzo gli occhi al cielo e vedo quella piccola, così minuscola, aggrappata con un braccio alla ringhiera del terrazzo».

Figlia di una coppia tunisina, la bambina stava giovando sul terrazzo di casa, sfuggita per un attimo al controllo della baby sitter, che in quel momento si trovava all’interno dell’appartamento. Aveva un tablet tra le mani, che all’improvviso le scivola via. Si infila tra la ringhiera e fa un volo di otto metri. La bambina cerca di afferrarlo, inutilmente. Allora si arrampica sul parapetto, si sbilancia e cerca di evitare la caduta aggrappandosi con le manine alla ringhiera.

Da sempre grande appassionato di arte e cinema, Lorenzo Tassoni è laureato in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale. Al momento lavora come guardasala nello storico Palazzo Venier-Manfrin di Venezia. Il giovane, origini trevigiane, vive a Treviso con la sua famiglia e spera di trovare un posto di lavoro stabile nel settore artistico. Magari il sindaco che lo incontrerà nelle prossime gli proporrà di partecipare a un concorso. Non sappiamo quanto faccia, in fatto di punteggio, “salvare una vita”. Di sicuro per pochi istanti sappiamo quanto ha fatto la paura in quegli istanti. «Novanta, macché, almeno centottanta!». Ringraziamo il cielo e quel giovane che la città non dimenticherà tanto facilmente. I genitori della piccola? Il papà appena arrivato dà un’occhiata alla sua figliola, non è nemmeno spaventata, pensa al tablet. Meglio così. L’uomo abbraccia Lorenzo, lo stritola quasi tanta è la sua riconoscenza. Poi arriva la mamma della piccola, in bici. Vede l’ambulanza, urla disperata, pensa che sia successo qualcosa di irrimediabile. Invece, quello scricciolo, che ha fatto tremare un intero isolato, è lì, gioca con una infermiera. Anche la donna stringe Lorenzo, non sa cosa dirgli. Ci pensa Lorenzo, ormai lo conosciamo. «Non ho fatto niente, solo il mio dovere: non sono un eroe…».

“Benny”, cuore di Taranto

Medaglia d’oro ai Mondiali di nuoto per Benedetta Pilato

Trionfa a Budapest. Rimonta da urlo nei 100 rana ai Mondiali 2022. «Stracontenta e soddisfatta del mio lavoro e del mio percorso», le prime parole della campionessa mondiale. «E’ l’emblema della comunità ionica, la trasformazione di un territorio che riparte dai più giovani»

Gara di quelle indimenticabili per Benedetta Pilato, la nuotatrice tarantina che ha vinto la medaglia d’oro nei 100 rana ai Mondiali 2022 di Budapest. “Benny” ha chiuso in 1’05″93 con una seconda vasca da sogno e firmando una rimonta meravigliosa. Nella prima vasca era quarta, pensate a quale sforzo si sia sottoposta per recuperare bracciate alle sue avversarie. Seconda la tedesca Anna Elendt, terza la lituana Ruta Meilutyte.

Gara complicata quella della diciassettenne tarantina, anche se Benedetta ha conservato le energie per il finale toccando per prima il muretto. Lontane dalle prime la giapponese Reona Aoki, la svedese Sophie Hansson, la cinese Qianting Tang e la britannica Molly Renshaw.

L’azzurra, stando alla disamina tecnica fornita dagli esperti, è riuscita a non farsi risucchiare dal ritmo delle avversarie piazzando sul finire le bracciate risolutive. Alla Duna Arena Benedetta, appena risalita dalla piscina non è riuscita a trattenere le lacrime dall’emozione. Mentre lo speaker provava a chiederle come si sentisse, “Benny” è esplosa in un pianto liberatorio dopo aver compreso quale fosse l’impresa appena compiuta.

Foto RaiNews

Foto RaiNews

MINORENNE MONDIALE

L’Italia non aveva mai avuto una campionessa del mondo minorenne. Fino a prima della conquista dell’oro da parte della nuotatrice tarantina, la più giovane iridata del nuoto era stata Novella Calligaris che il 9 settembre 1973 aveva vinto gli 800 a 19 anni ancora da compiere, registrando in quell’occasione il primato del mondo. Benedetta Pilato, prima del successo iridato di Budapest, era già diventata l’atleta italiana più giovane a conquistare una medaglia (argento) nei 50 rana ai Mondiali di Gwangju a soli 14 anni. In quell’occasione aveva anche superato il record che deteneva la lituana Ruta Meilutyte nel 2013 (aveva 16 anni). A sedici anni, il 22 maggio dello scorso anno, la campionessa della rana italiana era diventata anche la più giovane primatista mondiale della storia italiana.

«Era la mia prima finale mondiale nei 100 rana – ha detto a caldo “Benny” – e già ero contenta di averla raggiunta; aver vinto, poi, è stato davvero sorprendente».

Foto FanPage

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STRACONTENTA!

«Prima della gara – rivelato ai microfoni di Sky sport – piangevo di gioia per Ceccon che mi ha fatto rivivere le sensazioni provate quando ho stabilito il record mondiale e adesso eccomi qua con l’oro al collo. Sono stracontenta e soddisfatta del mio lavoro e del mio percorso. Sto crescendo anche se resto sempre la più piccola della squadra, quindi me la godo. Siamo una nazionale fortissima. Siamo uniti, vinciamo, sembra venire tutto facile».

Infine, le parole del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci. «La comunità ionica – ha detto il primo cittadino del capoluogo ionico – manda un grandissimo abbraccio al suo gioiello, Benedetta Pilato. È veramente un momento particolare per la storia di Taranto, lei è l’emblema della trasformazione che la nostra comunità, a partire dai più giovani e a partire dallo sport, sta compiendo: il nostro impegno lo rinnoviamo con lei, con tutti i giovani della sua generazione per l’impiantistica sportiva della città che si sta rinnovando in vista dei Giochi del Mediterraneo. Forza Benny, auguri e complimenti!».

«“Raga”, non mollate!»

Giulia, neolaureata barese lancia un appello ai colleghi studenti

Un pensiero che fa il giro del web. «Per chi non ce l’ha fatta, chi ha mollato, chi non si è sentito all’altezza, ha trovato solo porte chiuse e non crede più in se stesso», Incassa tremila “mi piace” e interessa la stampa nazionale

«A chi non ce l’ha fatta, a chi ha mollato, a chi non si è sentito all’altezza, a chi ha trovato solo porte chiuse, a chi non crede più in se stesso, a chi ha pianto notti intere pensando a quell’esame, a chi non è riuscito a respirare per l’ansia, a chi si è dato la colpa di ogni fallimento, a chi ha preferito morire invece che fallire ancora. A me, che alla fine ce l’ho fatta». E’ una parte del post che Giulia, studentessa appena laureata, ha pubblicato su Instagram. Oggi funziona così, magari la stessa protagonista della scossa, del diretto dritto alla bocca dello stomaco, non sapeva nemmeno che quel suo sfogo finisse sulla stampa, i giornali. Fra i più attenti nella disamina, provocatoria se vogliamo, è stato il Corriere della sera. Ma non sulle pagine locali, bensì sul nazionale. Perché quello rifilato ai “naviganti” (di internet) da Giula è un destro che metterebbe a tappeto qualsiasi coscienza.

Più e più volte – scrive Corsera – Giulia, ventitré anni, ha pensato di gettare la spugna. Ansia, notti insonni, l’emozione, che proprio sul più bello potesse tradirla. E, invece, la ragazza pugliese affronta gli esami, uno dietro l’altro, consegna la tesi e, alla fine, si laurea in Lettere Antiche all’Università “Aldo Moro” di Bari e Taranto. Restano scolpite nella sua mente, si legge sulla stampa e sui social, le difficoltà incontrate, fino a mettere nero su bianco una tesi tutta da leggere: “La censura nel cinema italiano da Totò e Carolina a Totò che visse due volte”. E qui scatta la dedica riportata puntualmente dal Corriere della sera.

Foto Corriere.it

Foto Corriere.it

GIULIA, GRAN TEMPERAMENTO

Giulia non solo ce l’ha fatta, scrive il quotidiano. E’ anche riuscita a dare ampio risalto al suo messaggio. Lo ha postato su Instagram, raccogliendo circa tremila consensi, quelli che in gergo si chiamano “like”, un po’ come l’indice di gradimento dei programmi televisivi. Giulia parte e arriva dritta al cuore, le sue parole, toccanti, vanno forse oltre l’effetto sperato. La neolaureata diventa un simbolo. Scrive: «Nessuno parla mai di loro – riferendosi agli sconfitti – perché nessuno pensa mai a chi non ce la fa più, a chi si porta quell’esame dietro per anni e non perché non studia, ma perché qualcuno ha deciso che quella domanda sulla nota a pie’ di pagina di uno dei tre libri da 500 pagine a cui non ha saputo rispondere, vale la bocciatura. La mia tesi, la mia laurea, tutti i miei sacrifici, li ho dedicati a chi ha passato notti intere a piangere, notti insonne a domandarsi: “ne vale davvero la pena?”, giornate a studiare sui libri per poi sentirsi dire che non era abbastanza. Ma non è così».

Secondo Giulia, chiosa il Corsera, a contribuire al problema ci si mettono anche i media. «Sui giornali capita spesso di leggere di studenti che si laureano più volte e/o in tempi record – scrive – e questo tipo di confronto crea molta pressione, perché ognuno ha i suoi tempi e le sue difficoltà. Penso per esempio a chi ha ridotte disponibilità economiche ed è costretto a lavorare per permettersi gli studi».

010_tesidilaureaQUANTI “LIKE”!

Sono in molti ragazzi a ringraziare per le sue parole, il web si inchina al suo pensiero, nel giorno dell’incoronazione a neolaureata. «Sono stati gentilissimi – ha ricambiato Giulia – mi sento davvero grata per tutti i commenti ricevuti. Qualcuno mi ha perfino scritto raccontandomi la sua storia». «Ho il pallino della scrittura – conclude nel suo appassionato intervento social – e mi piacerebbe diventare una giornalista o una insegnante. Sto già scegliendo la Magistrale, ma non essendomi trovata bene in Italia sto valutando l’opzione di studiare nuovamente fuori. Per via della lingua mi piacerebbe trasferirmi in Inghilterra, ma la Brexit e il costo delle università locali sono ostacoli non da poco. Si vedrà». Intanto, cara Giulia, grazie per averci ricordato tre, quattro cose che non dovremmo mai dimenticare. A partire dai sacrifici, non sempre sufficienti da parte dei genitori, per proseguire con quelli che – giustamente nella tua riflessione condivisa da tremila ragazzi – fanno migliaia di ragazzi per “mantenersi agli studi”. Noi ci uniamo alle tue dolcissime dediche e ci rivolgiamo ai ragazzi arrivati quasi sul filo di lana, senza tagliare il traguardo. Ragazzi, c’è sempre tempo. Fermatevi un attimo, riprendete tutto il fiato di questo mondo e riprendete la corsa. La corona non è poi così lontana.

«Generazione cinque euro!»

Ogni giorno una mortificazione

Tre storie, tre ragazzi, che hanno anche vergogna di avere accettato pochi spiccioli. Lavano le scale, servono ai tavoli, stanno in cucina. E le mance? Spariscono anche…

Generazione cinque euro. Al solo pensarci, viene il sangue ai polsi. E bene fa qualche quotiodiano autorevole a riportare alcuni casi che sfiorano l’incredibile. C’è la Gazzetta del Mezzogiorno, per esempio, che riporta i casi di tre ragazzi che, alla fine, preso un po’ di coraggio, vuotano il sacco.

Altro Incorvaia e Rimassa, ispiratori del film “Generazione mille euro” diretto da Massimo Venier, il regista preferito da Aldo Giovanni e Giacomo e dalla Gialappa’s. Purtroppo, in questo caso, c’è poco da ridere. Poche le occasioni di lavoro che offre Taranto, specie ai giovani. Se questi non proseguono negli studi, avendo alle spalle famiglie con possibilità economiche per affrontare corsi universitari, nella propria città non hanno un grande futuro.

Poco incoraggianti i dati sui nostri giovani, dalla nostra provincia al resto del Sud. Le ultime stime Istat a livello provinciale fornite da Confcommercio Taranto, confermano: il tasso di occupazione giovanile fino ai 24 anni è del 9,5% (in Italia 16,8%); quello di disoccupazione, sempre fino ai 24 anni è, invece, del 39,4% (in Italia del 29,4%). Secondo Svimez, negli ultimi quindici anni sarebbe scomparsa dal Sud una città grande come Napoli, mentre una analisi dell’Ufficio Studi su Economia ed occupazione al Sud, certificherebbe che il Pil pro-capite resta sempre la metà di quello delle regioni del Nord. E, per finire, sarebbero mediamente centocinquantamila gli studenti, molti pendolari, che ogni anno per scelta emigrano dal Sud al Nord (30% del totale).

pulizia-del-condominio-1VERGOGNA E NOMI DI FANTASIA

Generazione cinque euro, si diceva. Entriamo in partita. Nomi di fantasia, ma storie purtroppo vere, una dietro l’altra. I ragazzi, ancora sul mercato a condizioni “meno svantaggiose”, chiedono il minimo sindacale: la privacy. Orari da non crederci: lavoro da cameriera in un ristorante, dalle sette del mattino all’una dopo la mezzanotte; su e giù per le scale, dalle sei a mezzogiorno. Non proprio una passeggiata di salute. Per cinque euro o, in alternativa, un pacchetto di sigarette. Di solito, il motivatore senza scrupoli: «Meglio che startene a casa, senza far niente!». Sfruttatori con un coraggio da dieci e lode, forse perché quei ragazzi che stanno “senza far niente” non sono i loro figlioli.

Dunque, cinque euro. Compenso giornaliero di ciascuno dei tre ragazzi che ci racconta la sua storia di lavoro sottopagato. Assicurazione, nemmeno a parlarne. In caso di controllo, la giustificazione: «E’ in prova, oggi è la sua prima volta!» (e forse anche l’ultima…). Chi lava le scale, chi fa la cameriera in un ristorante; chi, infine, è impegnato in una attività di gastronomia.

Da perderci il sonno, ma anche chili. «Venti in due anni!», dice Valentina, collaboratrice in un esercizio che prepara primi e secondi da asporto. «Non dormivo la notte, per gli orari e il trattamento cui ero sottoposta; poi, le umiliazioni quotidiane, nelle parole e nei gesti: insistevo però, volevo dimostrare ai miei genitori che il lavoro non mi nauseava, che pur di sentirne il sapore amaro, avrei accettato qualsiasi trattamento». E gli amici. «Bravi a dirmi di abbandonare, perché non si può accettare qualcosa di simile: “Ma come fai?”, mi dicevano. Non c’erano e non ci sono alternative, dunque bere o affogare».

Young asian woman hates getting stressed waking up early 5 o'clock,Alarm clockDALLE CINQUE DEL MATTINO

«A casa, senza un piano B, se non il primo ciclo di studi portato a compimento; poi, proseguire, avendo le risorse economiche, o trovare un’alternativa», confessa Aldo, impegnato per mesi in un’attività che si occupava della pulizia di condomìni sparsi in città. «In giro c’era poco o niente, allora, accettai la proposta di quella ditta di pulizie: non dovevo pagare lo scotto del noviziato; cosa vuoi che sia – mi dicevo – tenere una scopa fra le mani, mescolare detersivo e acqua in un secchio, spezzarsi la schiena a strigliare gradini e pianerottoli, talvolta in stabili senza ascensore: una vitaccia; il tutto, sei giorni a settimana, dal lunedì al sabato, alla modica cifra di duecentocinquanta mensili; quei soldi, tutti insieme in biglietti di taglio medio, per far sembrare lo “stipendio” una cifra onorevole: chi mi consegnava quella misera somma di solito aveva l’espressione di chi in quel momento ti stava quasi arricchendo».

E al ristorante, niente orari. «Patti chiari, diceva il ristoratore: qui si sa quando si entra, non si sa quando si esce…». Bel coraggio anche questo tipo. «Ma andava così», spiega Antonella, con tanto di magone. Avrebbe voluto ribaltare i tavoli, far volare le posate, in quei momenti mandare al diavolo il datore (parolone!). «Ho resistito due anni – spiega – dalle sette del mattino a dopo la mezzanotte, quando andava bene, altrimenti si chiudeva anche più tardi».

Le mance. «Altra storia: un giorno seguii un tavolo con una cinquantina di persone, lascio immaginare il lavoro, l’andirivieni dalla cucina; piatti diversi fra loro, ma farli arrivare nei tempi e nei modi giusti per evitare lamentele; fine serata: i presenti lasciano sul tavolo un euro a testa, cinquanta euro complessivi di mancia; arriva il titolare, li raccoglie, li prende, diciamo così, in custodia: “Poi li metto insieme con le altre mance, nel salvadanaio del personale”; mai rivisti quei soldi, né io, tantomeno i miei colleghi».

camerieriE PROVANO ANCHE IMBARAZZO…

Valentina non fa più parte della “Generazione cinque euro”, ma racconta altro ancora. «Provo un certo imbarazzo – dice – se penso alla vigilia e alle festività, quando il titolare faceva una sorta di appello: “Chi non ha impegni con le famiglie, può venire qui, a lavoro, il giorno di festa lo trascorriamo insieme!”; come se l’ambiente di lavoro fosse una seconda famiglia, sarebbe autorizzato a pensare qualcuno, invece niente di tutto questo; compravo un tramezzino e una bottiglietta d’acqua in una di quelle macchinette che fanno servizio ventiquattr’ore al giorno, con il titolare che recitava quasi la parte dell’offeso per quella mia scelta; un giorno, bontà sua, mi disse di prendermi qualcosa da mangiare fra quanto rimasto in cucina, quasi mi rimbrottò a causa della sola melanzana scelta: “La conosci la roba buona!”. Volevo sprofondare, lo avessero saputo i miei genitori… Ecco, i miei venti chili persi appartengono a quel periodo: se lo raccontassi in giro, tranne i “miei”, nessuno mi crederebbe».

«Un collega ci accompagnava con un furgoncino da un condominio all’altro», ricorda invece Aldo. «Con il dovuto rispetto per chi fa il mestiere più antico del mondo, mi sembrava di essere una prostituta: il conducente sostava nel furgoncino, fumava una, due sigarette e, alla fine, si assicurava che avessimo fatto bene il nostro lavoro: così, tutte le mattine, sei giorni a settimana, dal lunedì al sabato, fino a quando non ce l’ho fatta più e me ne sono andato». Anche la “liquidazione” da romanzo. Il titolare dell’impresa di pulizie: «Mi dispiace, ma sai quanti ne trovo che stanno a casa senza far nulla e che aspettano solo una chiamata?». «Cosa rispondi a uno che ti dice così – la reazione composta del ragazzo – e non ha nemmeno la coscienza di provare a raddoppiarti un seppur misero compenso per non lasciarti andare?». Conclude Aldo. «E’ così che va, purtroppo storie simili alla mia e di altri ragazzi come me, ce ne sono, basta avere il tempo di cercarle e la voglia di scriverle. Naturalmente dopo che uno abbia avuto il coraggio di raccontarle».

«E le ferie d’agosto?»

La risposta a un imprenditore salentino in cerca di personale estivo

«C’è l’aria condizionata?», «Per meno di tremila euro non se ne parla», «Sabato e domenica libero?». Ormai i ragazzi rispondono così alle offerte di lavoro. Colpa del reddito di cittadinanza? Al ristoratore è stato esplicitamente richiesto il pagamento “a nero”, per non perdere l’assegno mensile. Complicato uscire da una situazione simile

«Cerco aiuto pizzaiolo, camerieri caffetteria e banconista bar per stagione estiva: lo stipendio lo decidete voi, il giorno libero lo decidete voi e gli orari anche. Per info contattatemi». E’ una provocazione, ma c’è peggio: nessuno si è risentito, ha pensato di presentarsi o rispondere piccato al titolare di un ristorante salentino che, privo di personale, ha pensato di rendere pubblico lo scarso interesse dei nostri ragazzi per il lavoro. Insomma, anche da questa storia, non ne usciamo proprio bene.

Come sfondare una porta aperta. In due diverse occasioni abbiamo scritto che se il Reddito di cittadinanza ha dei meriti, dall’altra ha provocato una certa noncuranza nei confronti del lavoro. Un tempo esistevano i giornali del tipo “Cerco lavoro”, quello dei “Concorsi”, che esiste ancora, ma con una tiratura per “soli amatori”. Insomma, cifre bulgare.

Abbiamo anche scritto nei giorni scorsi anche come, un ristoratore del Nord, abbia cavalcato in modo non del tutto onesto una certa “assenza di personale” chiudendo un suo locale per aprirne un altro e, nel frattempo, inviare ai vecchi dipendenti lettere di licenziamento. Succede anche questo, i social insegnano.

Foto Lavorare Turismo

Foto Lavorare Turismo

ALLORA VI…SPUBBLICO

Stavolta ci troviamo al cospetto di un altro ristoratore. Uno che, immaginiamo, seduto al tavolino ha forse voluto creare un putiferio mediatico. Avrà sentito qualche aspirante cameriere o “aiuto pizzaiolo”, non del tutto convinto della sua proposta di lavoro: per gli orari o per lo stipendio. E, allora, «Ve lo do io il lavoro!»: vi spubblico con un post, prima o poi qualcuno passerà dal mio profilo facebook e riprenderà lo sfogo, accipicchia.

Detto, fatto. Sull’imprenditore insoddisfatto, si sono catapultati a decine. Giornalisti, non aspiranti pizzaioli. Organi di informazione, dal Nuovo Quotidiano di Puglia, proseguendo con il Corriere della sera e Repubblica, nelle edizioni regionali piuttosto che quelle “on line”, hanno ripreso la notizia che ha poi fatto il giro delle redazioni di mezzo Stivale.

Dunque, «Cerco aiuto pizzaiolo – riportava il post d camerieri caffetteria e banconista bar per stagione estiva e lo stipendio lo decidete voi, il giorno libero lo decidete voi e gli orari anche. Per info contattatemi». Questa la provocazione nei giorni scorsi da un imprenditore salentino, titolare di un locale di Porto Cesareo, fra le marine più affascinanti del Salento nel periodo estivo.

«In tv e sui social – aggiunge il ristoratore – si parla di imprenditori che sfruttano, in realtà io e i miei colleghi in zona non riusciamo a trovare persone disposte a lavorare nonostante stipendi più che dignitosi: offro dai 1200 euro in su netti al mese e non trovo persone disponibili». Stipendio base, che sfiora i 1.500, anche 1.600 per i pizzaioli. Nonostante, però, lo stipendio decoroso, dice l’imprenditore, il personale non si trova.

Foto Leccesette

Foto Leccesette

NON PIU’ DI 100 PIZZE A SERA

Causa mancanza di personale, il primo passaggio obbligato: non più di cento pizze a sera, cinquanta in meno rispetto alla media giornaliera. Motivo plausibile: per non appesantire oltremodo l’unico pizzaiolo a disposizione, altrimenti anche lui potrebbe andare via e lasciare nei pasticci il proprietario del locale. «Non so, forse i ragazzi – prova ad ipotizzare l’uomo – non considerano il lavoro da camerieri come un’opportunità o un’esperienza utile».

«Cerco personale. Lo stipendio lo decidete voi e gli orari anche». Un post provocatorio su Facebook per denunciare mesi di difficoltà nel trovare camerieri, baristi e pizzaioli. Così Pierluigi Lucino, imprenditore leccese di 40 anni, ha deciso di denunciare la carenza di personale per le sue due attività una piccola pizzeria e il nuovo ristorante Riviera Bar Bistrot, a Porto Cesareo in Puglia

Per il ruolo di aiuto pizzaiolo la paga può arrivare a 1500-1600 euro netti al mese ma è da mesi che l’imprenditore non trova candidati. Tanto da aver deciso di ridurre il numero di pizze sfornate in una serata. «Non posso far lavorare troppo l’unica persona che ho, non sarebbe giusto. Invece di centocinquanta pizze abbiamo messo il tetto a cento».

arton18566LAVORO NERO? NO, GRAZIE!

L’imprenditore, vuota il sacco. Spiega di aver ricevuto persone che chiedevano di lavorare in nero pur di non perdere il Reddito di cittadinanza. «Paradossale ma è successo anche questo. In un contesto del genere perché non si aiutano gli imprenditori ad assumere in regola: no ai 5 euro l’ora, sì ai Contratti collettivi nazionali che esistono e vanno applicati».

«Durante la pandemia – conclude – molti sono andati a lavorare da altre parti: chi aveva voglia di lavorare ha trovato impiego nella logistica o in azienda. Da mesi posto annunci, la situazione è preoccupante e sta mettendo in crisi la ristorazione locale, fatta di gente laboriosa e onesta».

Come reagiscono i giovani? Con ironia. Molti, con il passare del tempo sono diventati esperti nella comunicazione, ci hanno messo uno spirito “cazzaro” e hanno dato fondo alle proprie risorse di autori di battute tanto al chilo.

«E le ferie in agosto?», «C’è l’aria condizionata?», «Mi scusi, ma per meno di tremila euro non se ne parla!», «Ma il sabato e domenica sarei libero?». Ci provano, magari Antonio Ricci e per “Striscia la notizia” o Gino & Michele per “Zelig” li ingaggia come “battutisti”. «Lo stipendio?», ci pare di sentirli, «quello non è un problema: decidetelo voi…». Battuta per battuta, non si offendano i ragazzi, né i loro genitori. Non dite o postate che «Gli stranieri vengono in Italia e ci rubano il lavoro!». Le cose, come vedete, stanno in un altro modo.

Via da una “non vita”

Muzi, senegalese, ventiquattrenne, in Italia da quattro anni

«Vorrei fare il meccanico a tempo pieno. Ora faccio un po’ da carrozziere e un po’ da elettrauto. Nel mio Paese niente lavoro, a malincuore ho lasciato mamma, fratello e sorella. Le torture in Libia, in cambio di soldi per la libertà. E se non arrivava il riscatto, affondavano una lama tagliente in una spalla…»

«Dovessi scegliere un lavoro, non avrei dubbi: voglio fare il meccanico: lo facevo nel mio Paese, con buoni risultati, non vedo perché non potrei farlo anche qui». Muzi, ventiquattro anni, senegalese, mamma, sorella e fratello lasciati a casa, prova a togliersi dalla pelle una delle tante storie che abbiamo raccontato in queste pagine di vita vissuta. «Ero alla disperazione completa, senza lavoro, rappresentavo una bocca in più da sfamare, con piccole attività saltuarie: io, mamma, sorella e fratello facevamo quello che potevamo fare, diciamo che era un “non vita” ed è da lì che sono scappato da qualcosa che mi faceva somigliare a una pianta che vegeta: sta lì, cresce se le danno l’acqua, appassisce un giorno dopo l’altro se hanno deciso che non è più utile, non abbellisce più, non ha più ragione d’esistere…».

Ricorda la fuga dal suo Paese. C’è povertà. «Ci fosse stato lavoro a sufficienza – riprende Muzi – non avrei avuto difficoltà a restare: i primi tempi che qui, a Taranto, vedevano un viso nuovo, un nero che non passa inosservato, se non altro per il colore della sua pelle, dovevo spiegare che la mia fuga era stata una scelta obbligata: gli italiani, me lo insegnano, quando cento anni fa sono partiti per l’America, hanno lasciato a malincuore l’Italia; lasciare il proprio Paese per tentare una nuova avventura, una vita che non sai come si evolverà, non piace a nessuno: gli italiani come i senegalesi, ma aggiungo anche i maliani, i nigeriani, gli ivoriani, se non fossero stati costretti dalla fame ad andare via, non avrebbero mai lasciato i propri affetti per cercare fortuna altrove…».

Immagine-per-servizio-meccanicaADDIO, MAMMA…

«Sono partito dal mio Senegal, dove ho lasciato mamma, vedova, un fratello e una sorella. Il mio viaggio, in teoria, non sarebbe così lungo se sulla strada non avessi incontrato imprevisti anche di una certa gravità. Pochi giorni per attraversare Mali, Burkina Faso e Niger, sei mesi per tornare un uomo libero. I guai cominciano in Libia, sei mesi da prigioniero: fermato, come miei connazionali, dal solito pretesto documenti non del tutto chiari: con questa motivazione mi hanno aperto le porte di una prigione, che tutto sembrava, fuorché una prigione: pane e acqua, come tanta altra, come me, fermata con i pretesti più curiosi; io e gli altri “fermati” dovevamo stare fermi e zitti, buoni in un angolo: ci era consentito telefonare a casa per chiedere quei soldi necessari che mi permettessero di essere rilasciati: insomma, documenti insufficienti, ma se avessi mostrato qualcosa come duemila dinari, quelle “carte” di punto e in bianco sarebbero state perfette…».

Mentre attende un posto da meccanico, Muzi. «Lavoro saltuariamente da un meccanico, un elettrauto e un carrozziere. Non che mi sia fatto un nome, ma comincio a muovermi con una certa disinvoltura: molte delle marche sulle quali mi sono allenato in Senegal qui non esistono da tempo, ma va bene anche così: non mica volevo diventare subito il meccanico di riferimento della Ferrari?

Foto Gazzetta.it

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FORZA FERRARI!

Dalle mie parti la Formula 1 è solo rosso-Ferrari, non esistono altre scuderie, ricordo alla vigilia di ogni Gran premio, mi organizzavo con gli amici: auto e calcio sono le mie due passioni, ma l’amore per le quattro ruote è insuperabile. Spero che quest’anno sia quello buono perché la squadra di Maranello torni ad essere la numero uno nel mondo».

Ci tiene, Muzi, a far sapere che nonostante il peggio sia passato, conserva ancora brutti ricordi nell’anima e sulla pelle. Scopre le spalle, non realizzi subito. Pensi che siano tatuaggi o segni impressi da una tribù. «Quando i miei aguzzini si stancano a riempirmi di botte, non erano ancora arrivati i soldi, passavano alla tortura: impugnavano un coltello e affondavano la lama, a volte anche passata sul fuoco per renderla rovente. Era il loro sistema per provocarti dolore fisico e mentale, metterti paura».

A casa ha lasciato mamma, un fratello e una sorella. «Papà l’ho perso da piccolo, avrò avuto tre mesi; sento spesso i miei familiari, anche solo per salutarci, chiedere come stanno e dire come sto io qui, in Italia: cerco un lavoro fisso, ma non mi lamento e non appena avrò imparato meglio l’italiano, mi darò da fare ancora di più».

“Reddito”, si mette male

Adesso più della metà degli italiani lo boccia

Un quarto manterrebbe il Rdc, mentre il resto sarebbe totalmente indifferente. Due sondaggi, uno di Swg e un altro di Lab210, forniscono percentuali che oscillano fra il 54% e il 62%. Renzi vorrebbe il referendum, ma raccogliere cinquecentomila firme per promuoverlo non è semplice. Ne parla Mentana su La7, ne scrivono Il Tempo e Affari italiani

L’argomento, ripreso dal nostro Domenicale, è ancora di quelli caldi: Reddito di cittadinanza, sì o no? Esistono scuole di pensiero diverse, però più di metà degli italiani sarebbero ormai stanchi di questo “assegno” a pioggia a milioni di italiani. Solo un quarto del campione intervistato sarebbe d’accordo nel continuare a mantenerlo in vita, l’altro quarto francamente se ne infischia. Come foto d’insieme degli italiani non è male. C’è di tutto: gli intransigenti, che ci mettono la faccia; il resto che se la gioca fra un “non sarà quello il male del nostro paese” e, infine, un “vorrei ma non posso”.

Sul tema in questi giorni è intervenuto il quotidiano “Il Tempo”. Sul giornale diretto da Davide Vecchi, l’analisi comincia dal voto di domenica 12 giugno. Come risaputo, si vota in molti comuni per le elezioni amministrative e per i referendum sulla giustizia. Esistono continui sondaggi, uno di questi, costante, è quello di Swg, che ad ogni inizio settimana informa sulle intenzioni di voto ai partiti. Tale sondaggio non può andare in onda – scrive Il Tempo – ma il direttore Enrico Mentana presenta una rilevazione interessante: quella che riguarda un referendum, ancora ipotetico, sull’abolizione del reddito di cittadinanza.

Foto Perugia Today

Foto Perugia Today

ABOLIAMOLO, MA…

La maggioranza degli intervistati sarebbe a favore dell’abolizione del sussidio-totem del Movimento 5 stelle. Il 54% per cento voterebbe “sì”, mentre il 25% sceglierebbe di mantenere il Rdc. Il 21% degli intervistati, invece, non andrebbe a votare o non saprebbe quale segno spuntare sulla scheda.

Referendum ipotetico, si dice. Anche se, questo, sarebbe nei piani di Matteo Renzi. Il leader di “Italia Viva” ha anticipato che dal 15 giugno partirà la raccolta ufficiale di firme per rimuovere il “sussidio grillino” col voto popolare. Politicamente, l’analisi del quotidiano diretto da Vecchi, Renzi su questa iniziativa potrebbe avere sostegno dal centrodestra, a partire da Fratelli d’Italia, anche se c’è chi sospetta si tratti solo di una mossa di comunicazione politica. Due gli ostacoli all’orizzonte: lo scoglio delle cinquecentomila firme, che non è un dettaglio, ma anche i tempi dettati dalla legge in relazione alla scadenza della legislatura. Nelle previsioni più ottimistiche, non se ne parlerebbe prima dell’autunno del 2023.

Foto Il Giorno

Foto Il Giorno

CINQUESTELLE ASSEDIATO

Negli ultimi mesi sono stati sferrati numerosi attacchi da parte di diversi esponenti politici al Reddito di cittadinanza e, ora, anche il sondaggio sarebbe ingeneroso nei confronti dei Cinquestelle. A proposito di sondaggi, c’è quello riportato da Affari Italiani ad essere ancora più impietoso rispetto a quello di Swg. Per “Affari” sarebbe addirittura il il 62% dei cittadini a chiedere che il Reddito di cittadinanza venga cancellato. Lab210, che che ha realizzato il sondaggio, spiega come soltanto il 37,8% degli italiani vuole mantenere la misura assistenziale. E con l’avvicinarsi delle elezioni non starebbe una buona notizia per i grillini e per Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio. Pare, infatti, che la difesa della misura sostenuta dai Cinquestelle ormai non rientri più fra gli argomenti che possano convincere gli elettori a votare il movimento fondato da Grillo.

«Lavorare? No, grazie preferisco il “Reddito”»

Meglio godersi l’estate, dicono in molti

A spasso fra gli organi di informazione che riprendono una provocazione di Massimo Giletti (La7). Sul Sole 24 Ore, Il Giornale, Libero e il portale Today, le dichiarazioni di imprenditori e le risposte dei candidati. «Mi tengo stretto l’assegno mensile, piuttosto lavoro in nero…». E un certo tipo di assistenzialismo crea una voragine tra domanda e offerta

Quando il palinsesto scarseggia, la redazione fa ricorso all’usato sicuro. Uno dei cavalli di battaglia è il Reddito di cittadinanza, tema trasversale, che interessa tanto quanti stanno a sinistra e non hanno del tutto condiviso la misura invocata e sostenuta dal Movimento 5 Stelle; quanto a destra, dove il “reddito di base” e, dunque, l’erogazione a pioggia di un minimo garantito, non ha mai convinto. Così, l’altro giorno, Massimo Giletti – simpatico o antipatico, ma sicuramente uno che conosce il mestiere e il sistema di fare ascolti – rilancia il tema dei temi: il Reddito di cittadinanza. Dalla sua ultima inchiesta, provocatoria, evidentemente, scaturisce una domanda e, in allegato, una risposta. “Lavorare? No, grazie, preferisco il reddito di cittadinanza”.

Nulla di cui stupirsi, anche se mette in evidenza una delle principali cause del fallimento del Reddito. La misura targata Movimento 5 Stelle, scrive Luca Sablone sul Giornale, avrebbe dovuto fare da spinta verso l’occupazione, ma in molti casi si è rivelata essere un vero e proprio disincentivo al lavoro.

E, infatti, a proposito di Giletti, come scrivevamo, la conferma viene dall’ultimo servizio di “Non è l’arena” andato in onda su La7 e all’interno del quale due percettori del rdc hanno rifiutato un contratto di lavoro per tenersi stretto il “sussidio”.

arton18566DISPONIBILITA’, MA IN NERO

«Spesso riusciamo a trovare la figura giusta ma quando chiediamo di portare i documenti per regolarizzare il contratto rispondono: no, grazie, abbiamo il Reddito di cittadinanza e non vogliamo perderlo: se vuole possiamo lavorare in nero». Sicindustria – riprende il portale Today – l’associazione di imprese della Sicilia che aderisce a Confindustria, sul Sole 24 Ore ha lanciato un grido d’allarme per l’occupazione dell’Isola. Secondo l’associazione le piccole e medie imprese faticano a trovare personale perché gli aspiranti lavoratori non vogliono rinunciare al reddito di cittadinanza. Non solo, manifestano disponibilità solo “in nero”: reddito, più salario più o meno pieno.

Torniamo a Sablone. L’imprenditore Valerio Laino – scrive il giornalista – da mesi ha messo annunci e sparso la voce, ma il risultato è sempre lo stesso: arriva una lunga serie di “no” da chi ha già un’entrata economica grazie al Reddito di cittadinanza. Così l’inviato Marco Agostini lo ha accompagnato a svolgere dei colloqui per l’assunzione di nuovi dipendenti: un posto da banchista, un contratto di terzo livello per 6 ore e 40 con una busta paga da 1.300/1.500 euro.

Il primo “candidato”, dopo essere venuto a conoscenza delle condizioni e degli aspetti del contratto, mette subito le cose in chiaro. «Ci sarebbe solo una cosa però, magari rimane tra me e lei… Se possibile non mi fa un contratto perché io già percepisco il reddito di cittadinanza». Il desiderio sarebbe dunque quello di un lavoro in nero così da non farsi mancare il sussidio grillino da 730 euro. «È un rischio stare in nero ma meglio così», aggiunge senza problemi.

La sostanza non cambia con un altro soggetto, già in passato candidato a lavorare nell’attività dello stesso Laino. L’interlocutore si dice disponibile, ma mette le mani avanti e fa sapere di percepire già il reddito di cittadinanza: «Facendo un contratto non… mi capisce?». «Questo lavoro potrei farlo – manifesta quasi magnanimo il “redditato” – se ci mettiamo d’accordo diversamente sì: resta il fatto, però, che al momento non lascio il reddito».

ansa10NUMERI IMPRESSIONANTI

Il quotidiano Libero parla di numeri drammatici circa la platea di beneficiari del Reddito di cittadinanza che non vuole saperne di accettare un lavoro. I Centri pubblici per l’impiego della provincia di Napoli, per esempio, hanno incassato risposte negative in molti casi. Nel 90% dei casi, i posti offerti agli assistiti sarebbero rimasti vacanti. Senza dimenticare l’enorme mole di truffe in tutta Italia, con i furbetti che incassano soldi pur non possedendo i requisiti necessari.

Anche per questa motivazione è tornato ad accendersi il dibattito sulla misura a firma del Movimento 5 Stelle. Le iniziative politiche non mancano. Italia Viva dal 15 giugno avvierà una raccolta firme per arrivare all’abolizione. Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia, va giù dura: il reddito di cittadinanza, sostiene, «mortifica il merito e le competenze» e perciò propone di sospenderlo per la stagione estiva reintroducendo i voucher. «Questa cultura assistenzialista – completa la senatrice – penalizza anche gli imprenditori che non trovano più personale».

Alla fine, la riflessione degli imprenditori, ci ritroviamo in una situazione paradossale: esiste una ricerca di gente da contrattualizzare a tempo determinato, ma anche quest’anno le imprese stanno registrando grandi difficoltà a trovare gente che voglia lavorare. Si parla di numerosi colloqui per inserire in organico gente da poter far lavorare nei locali, ma la risposta è sempre la stessa: meglio il Reddito di cittadinanza e godersi l’estate. Detto che il reddito, in un momento di grande crisi sta aiutando tanta gente, un certo tipo di assistenzialismo ha creato una voragine tra la domanda e l’offerta».

«Mio nonno di Taranto…»

Sara Pinna, conduttrice veneta e caso mediatico del giorno

Offende in diretta tv Domenico, un piccolo tifoso calabrese. Poi si scusa, pensa che possa essere graziata, lei che ha un congiunto meridionale. E invece casca nel razzismo totale, con una frase infelice. E anche lei, come ricorda Gramellini, cade nel teorema: «Giudicateci da ciò che facciamo, anziché da ciò che diciamo». Anche se non scioglie il dubbio che ciò che dicono assomigli molto di più a ciò che pensano

«Lupi si nasce», dice Domenico, con l’ingenuità del piccolo tifoso che forse pensa di pronunciare una frase di incoraggiamento alla sua squadra e agli altri sostenitori, come lui, del Cosenza. Ma, francamente, non importa per quale squadra faccia il tifo Domenico, è un bambino, il minimo che si possa fare sarebbe sorridergli, sorvolare. Come minimo. Senza porre accenti su una frase a caldo dopo una partita di calcio. I gol si fanno, i gol si prendono. Purtroppo c’è chi fa gli autogol, va leggero e senza tanto pensarci, buca la sua porta. E’ accaduto questo, giorni fa, ad una giornalista, Sara Pinna, che non ha resistito alla provocazione (provocazione?) di un bambino al microfono di un inviato di Tva allo stadio “Marulla”. Da studio, Pinna aveva replicato: «E gatti si diventa: non ti preoccupare che venite anche voi in Pianura a cercare qualche lavoro».

Cara Sara, che risposta è. Fosse stata almeno tecnica, come a dire che forse il Lanerossi più di altre squadre, possibilmente non a discapito del Cosenza, avrebbe meritato la permanenza in serie B.

La notizia la riprendono in molti, a cominciare dal Corriere del Veneto/Corriere della sera che non va troppo sul leggero con la conduttrice veneta. Poi sulla prima del Corriere arriva Il Caffè (amaro, evidentemente) di Gramellini. Ma, fra gli altri, c’è TuttoNapoli, a cui l’affermazione rivolta dalla giornalista veneta al piccolo tifoso calabrese, proprio non va giù. Tant’è che condanna l’uscita dal tenore razzista della conduttrice, che a sua volta provoca reazioni sui social e la risposta polemica del papà del piccolo tifoso del Cosenza.

RISPONDE IL PAPA’ DI DOMENICO

La reazione non si fa attendere, documento l’organo di informazione partenopeo. Il genitore di Domenico rivolge su Facebook un post, dal titolo forte “Lettera di un padre a una conduttrice razzista”. «Alla gentilissima Sara Pinna – scrive – sono il papà di Domenico, il bambino che nel post partita Cosenza-Vicenza esultando per la vittoria della sua squadra ha pronunciato la frase “Lupi si nasce”, dietro consiglio del papà. Con la sua risposta, cito Sue parole, “Eh ma gatti si diventa sai? Intanto prima o poi venite in pianura a cercare lavoro” lei ha dimostrato di essere anzitutto poco sportiva oltre che ignorante e con non pochi pregiudizi. Prima di parlare è necessario pensare bene a cosa si dice perché lei non sa, cara Sara Pinna, che Domenico è figlio di due imprenditori calabresi che amano la propria terra e che certamente con non poca fatica dimostrano quotidianamente di voler contribuire per migliorarla e supportarla nel pieno delle proprie possibilità».

«Lei, con la sua qualifica da Giornalista – prosegue il papà di Domenico – dovrebbe ben sapere e dimostrare a coloro i quali si rivolge cosa sono etica e morale: due qualità a lei sconosciute a quanto pare. In ogni caso, qualora nella propria terra mancasse lavoro non ci sarebbe comunque da vergognarsi a cercarlo altrove. Dovrebbe saperlo, perché la storia lo insegna se lei avesse avuto modo di studiarla, che la Padania deve tanto ai meridionali e a molti di loro deve il suo sviluppo dal punto di vista lavorativo».

Chiusura, tono moderato e invito. «La invito, senza rancore, a visitare la Calabria così che possa anche lei capire che terra meravigliosa è e quanta bella gente la abita, noi a differenza Sua, detestiamo i pregiudizi e il razzismo proprio non ci appartiene. Nascere lupi vuol dire amare i colori della propria squadra e supportarla in tutto e per tutto. Nessuno invece nasce ignorante, alcuni ahimè decidono di diventarlo. Vorrei ricredermi e sperare che non sia il suo caso. Il papà di Domenico».

sara-pinna-1229x768CORVENETO: SARA, HA SBAGLIATO!

Interviene anche il Corriere del Veneto, edito dal Corriere della sera. «Lupi si nasce», aveva riversato il bambino nel microfono di Andrea Ceroni, inviato di Tva allo stadio Marulla. Da studio, Pinna aveva replicato: «E gatti si diventa. Non ti preoccupare che venite anche voi in Pianura a cercare qualche lavoro». Il caso, in sordina per qualche giorno, è esploso con la pubblicazione, sullo spazio Facebook del gruppo meridionalista «Movimento 24 Agosto», della lettera firmata dal padre del bambino, in cui Pinna viene accusata di nutrire «l’antico pregiudizio» contro la Calabria e tutto il Sud. Il video della diretta post partita è diventato virale e la conduttrice è finita in croce, via social.

Il Corriere Veneto le pone qualche domanda. Intanto: Sara ha capito di aver sbagliato? «Sì, nell’istante stesso in cui facevo quell’affermazione avevo capito che era fuori luogo».Ha provato a ricontattare il padre e il bambino dello scambio in diretta? «La lettera l’ho letta il giorno seguente, il 21 maggio. E il 21 maggio ho contattato il genitore, mi sono fatta dare il suo telefono e l’ho chiamato: telefonata di cinque minuti e 11 secondi, che ho registrato. Ci tenevo particolarmente a scusarmi con lui e con bambino. Nella telefonata ho detto: “Sono mortificata per quelle parole, che non sono state appropriate. Per la verità andrebbe capito il senso in cui volevo dirle, ma qui è secondario: quel che mi interessa è sapere come sta il bambino”. Questo per quanto mi renda conto benissimo di come, se le cose non vengono manipolate dagli adulti, i bambini siano sereni…».

caffe-amaroUN CAFFE’ AMARO

Ce ne sono tante ancora di cose, ma ci piace chiudere con Il Caffè di Gramellini sul Corriere della sera. Ecco la riflessione del popolare giornalista, che va dritto al nocciolo del tema. Perché la conduttrice-giornalista, chissà per quale motivo, piuttosto che scusarsi subito, aveva tirato in ballo l’esistenza di un nonno tarantino.

«Io contro il Sud? Ma se ho un nonno di Taranto!» giura la conduttrice di una tv vicentina – scrive Gramellini in prima sul Corsera – dopo essere stata trascinata sulla pira dell’indignazione collettiva per una battuta infelice sui meridionali. Sara Pinna – cognome sardo, ma forse la Sardegna non era abbastanza a Sud per fornirle un alibi – si è poi profusa in mille scuse. Perciò ci scuserà a sua volta se useremo il suo avo pugliese – il quasi metafisico “Nonno di Taranto” – per rimarcare il vezzo giustificazionista con cui molti, quando scivolano sulla buccia del politicamente scorretto, cercano di ricucire l’orlo del baratro.

C’è il sovranista antisbarchi che asserisce di avere un genero marocchino simpaticissimo. Il negazionista dell’Olocausto che va sempre in vacanza a Tel Aviv. Il moltiplicatore di battute omofobe che ha un migliore amico gay. E poi ancora il razzistone compulsivo che giura di avere adottato un bambino nero a distanza, il bestemmiatore seriale che organizza la giornata del sorriso in parrocchia, per finire con il contestatore della Nato che ha la colf ucraina. Medaglie al merito non richieste che sembrano suggerire: giudicateci da ciò che facciamo, anziché da ciò che diciamo. Ma non riescono a sciogliere il dubbio che ciò che dicono assomigli molto di più a ciò che pensano.