«Partecipare, un atto di fede»

Franco Pignatelli, decano della Processione dei Misteri

«Una tradizione cominciata nel Dopoguerra con papà Luigi, il “cavaliere”». «Andare in processione deve essere devozione, non ostentazione», osserva Angelo Lecce

Dal Dopoguerra ad oggi, fatta eccezione per un paio di anni, fra una troccola portata nella processione dell’Addolorata e una nei Misteri, Franco Pignatelli ha proseguito nella tradizione di famiglia nel rispetto del simbolo della Settimana santa, la statua di “Gesù morto”. Con il benestare dei confratelli, puntualizza. «Le ultime parole papà – ricorda con profonda emozione – le rivolse alla mamma, furono una raccomandazione: “…Dì a Franco, la statua di Gesù morto!”». Il papà di Franco era Luigi Pignatelli, noto in città come “il Cavaliere”, presidente del Taranto in una delle più brillanti e appassionate stagioni calcistiche della squadra rossoblù.

Nel suo studio in via Cavallotti 70, pieno centro cittadino, c’è anche Angelo Lecce. Con lui, più di una volta, è stato “sotto” la statua di “Gesù morto”. «Ringrazio i confratelli del Carmine – precisa Pignatelli – che più di una volta mi hanno autorizzato a prendere, insieme ad altri, le sdanghe di “Gesù”: negli ultimi anni avevamo assistito a gare per l’aggiudicazione dei simboli non sempre rispettose del periodo di crisi, lungo purtroppo, che sta attraversando la città; a cose fatte, ho ritenuto giusto fare ricorso a una gara ragionata quasi una forma di riconoscenza nei confronti della mia famiglia che ha sostenuto la Confraternita con grande passione anche nei momenti di crisi».

“SCATTI” A RAFFICA

Franco Pignatelli mostra foto incorniciate e appese nel suo studio. «Don Angelo Monfredi, l’avvocato Cosimo Solito, Fulvio Santovito e Salvatore Fallone; io da piccolo, pantaloncini corti; e qui – indica una delle tante foto – il Cavaliere, immancabile; molti ricordano la sua fede per le processioni, Città vecchia e Borgo, come quella per Sant’Antonio, santo al quale era molto devoto: anche gli ultimi anni papà è stato sempre presente, i titolari delle varie attività facevano quasi a gara a offrirgli una sedia per riposarsi durante i Sacri riti che lui seguiva passo dopo passo…».

Una Taranto d’altri tempi. «Gli Anni 70 – osserva Pignatelli – erano quelli del boom economico della nostra città, il siderurgico, l’indotto, i negozi; una Taranto in grande salute, con la voglia di partecipare in concreto alle tradizioni, per dare grande importanza a uno dei momenti più sentiti dai tarantini».

Angelo Lecce, uno dei confratelli con cui Pignatelli è stato «sotto la statua». «Da più di venti anni – spiega Lecce – partecipo alla Processione dei Misteri: puntualizzo, non è un fatto di prestigio come potrebbe pensare qualcuno, ma un atto di fede: facciamo attenzione quando parliamo dei nostri Riti, la partecipazione deve essere sempre devozione e non ostentazione; non è la prima volta che prendo parte alla Processione dei Misteri con Pignatelli, mi auguro non sia nemmeno l’ultima: l’auspicio è che il Signore ci dia la forza per dare il nostro contributo alle tradizioni».

Schermata-2021-03-05-alle-15.31.58MA UNO “SCATTO” PAGATO CARO

Non è andata, però, sempre liscia se così si può dire. «Ricordo nell’82, una gara forse rimasta nella storia, quando un paio di confratelli fecero di tutto per farci concorrenza: padroni di fare offerte, ma non giocare al rialzo quasi fosse un dispetto; papà, “U’ Cavaliere”, ci restò molto male, non sapeva darsi pace, s’interrogava su quell’atteggiamento ingiustificato, stavamo parlando di voti, penitenza, chiesa; mi colpì una sua espressione: “A nuje?!”, come a dire “Siamo stati sempre corretti, non abbiamo mai ostacolato nessuno e qualcuno vuole quasi prendersi gioco di noi?”».

C’è un altro episodio. Franco Pignatelli lo ha rimosso, non vorrebbe tornarci sopra. «Ma sì, più avanti tutto è stato chiarito – argomenta – accadde nel 2007, anche stavolta finì sui giornali: quell’anno la gara era stata accesa, come accade raramente; prendemmo ancora una volta “Gesù Morto”, ma anche qui con una concorrenza inspiegabile tanto da spingere in alto l’aggiudicazione; purtroppo non finì lì, a porte chiuse: chi aveva lanciato la gara, ma aveva perso, seguì la Processione quasi con fare provocatorio».

Da qui, la reazione. «Che non dovrebbe esserci – giustifica – ma commisi l’errore di “chiamare” la sdanga, qualcuno che mi sostituisse per qualche istante sotto la statua; eravamo in via Di Palma, chi aveva giocato al rialzo non si stava comportando correttamente, sguardi, sorrisini, poco rispetto per chi faceva penitenza, pregava; da lì, il parapiglia: ebbi un anno di sospensione, come nell’82; ma, ripeto, questo non dovrebbe mai accadere e di questo mi sono pentito amaramente, con il Signore e con la Confraternita…».

Per concludere. «Diamo spazio – conclude Pignatelli – anche agli altri confratelli, scelta dovuta a un normale turnover; detto questo, ho prestato giuramento tanto alla congrega del Carmine quanto a papà mio: fin quando Dio vorrà parteciperò alla Processione dei Sacri misteri con il massimo rispetto».

«Artem, ma che fai?»

Quindici anni e il saluto nazista durante l’inno di Mameli

Russo, campione di kart, corre con licenza italiana, dal podio sfodera braccio teso e sorriso in un gesto eloquente. Il suo team lo licenzia in tronco: «Ci vergogniamo profondamente per il comportamento del nostro pilota: meditiamo il suo licenziamento»

Due volte la mano sul cuore, poi il braccio teso. E’ un inequivocabile riferimento al saluto nazista. A compierlo è un giovane pilota russo, Artem Severyukhin, kartista di quindici anni, al quale verrà anche da ridere mentre compie quel gesto fuori da ogni grazia, ma è un atteggiamento talmente spregevole da essere condannato senza “se” e senza “ma”.

La sceneggiata, il giovane Artem, la interpreta mentre viene intonato l’inno nazionale italiano. Il video della doppia, infelice performance – scrive Il Messaggero – diffuso da Nexta tv, emittente di opposizione bielorussa, che trasmette dalla Polonia, fa esplodere il caso mediatico. Difficile cercare di capire cosa sia passato per la testa del biondo kartista, che corre con licenza italiana (da qui l’esecuzione dell’inno di Mameli) per “Ward Racing”, un team svedese. Un gestaccio, non c’è altra parola, un saluto nazista mentre l’esercito di Putin continua a mietere vittime su vittime con lo scopo di «de-nazificare», così dicono, l’Ucraina.

Tutti questi elementi vengono manifestati a Portimao (Portogallo), dopo la gara di kart vinta da Severyukhin. Ma la storia non finisce lì. Anzi, è solo il primo passaggio di una bufera conduce dritto al licenziamento anche del team svedese che segue il giovanissimo pilota russo e dall’annuncio dell’Aci (Automobile club Italia) di provvedimenti, a cominciare dalla revoca della licenza di guida concessa nel nostro Paese.

Foto Urban Post

Foto Urban Post

QUINDICI ANNI, UNA FOLLIA

Il quindicenne pilota di kart paga salato quel braccio teso, che ha attirato l’attenzione della Federazione internazionale dell’automobile (che organizza, fra gli altri, il “Karting European Championship”), dell’ACI provocando grave imbarazzo in Svezia. L’ACI vede in quel gesto compiuto da Artem un comportamento deplorevole con un procedimento disciplinare d’urgenza che all’autore della guasconata potrebbe concludersi con il ritiro della licenza.La posizione del “Ward Racing”, il team svedese, è ancora più dura sui social: «Ci vergogniamo profondamente per il comportamento del nostro pilota, tanto da meditare in queste ore di porre termine al suo contratto per le gare, non ritenendo più possibile continuare a collaborare con lui».

Dura, pertanto, la condanna nei termini più netti possibili del gesto, che non rappresenta in alcun modo punti di vista e valori di “Ward Racing”, che ricorda al suo giovane pilota, ma anche agli strumenti di comunicazione che ospita tre famiglie ucraine. «Siamo orgogliosi del nostro Paese – riporta in un articolo Il Messaggero, che racconta l’intera vicenda – che ha preso la storica decisione di inviare armi all’Ucraina per combattere contro l’esercito russo».

Foto Corriere.it

Foto Corriere.it

COME IVAN KULIAK

Non è il primo grave atto consumato da un giovane russo diventato di colpo popolare grazie ad attività sportive. La posizione assunta dal biondo kartista ci riporta a quella del ginnasta russo Ivan Kuliak. Kuliak, come Severyukhin, rischia la squalifica di un anno dalle competizioni per aver indossato, durante la premiazione della gara di Coppa del mondo di ginnastica in Qatar di inizio marzo, la canottiera con al centro una “Z”, lo stesso simbolo che i militari russi hanno dipinto sui loro mezzi corazzati e da trasporto con i quali hanno invaso l’Ucraina. Non si può parlare di una leggerezza. Si tratta di atti sicuramenti studiati e sostenuti da ragionamenti, se poi queste provocazioni vengono manifestate davanti a milioni di persone. Gesti di grave follia, specie se a compierli sono dei ragazzi, che dovrebbero pensare ad altro, ad allenarsi per esempio; a socializzare con altri coetanei per alzare il livello intellettuale condannando qualsiasi regime totalitario e, soprattutto, invasioni ed eccidio di popolazioni civili indifese. Lo sport è un’altra cosa.

«Torre di controllo, c’è un problema…»

MOMENTI DI PANICO SUL VOLO NEW YORK-PARIGI

L’aereo ha un breve black out in fase di atterraggio. Bravi i piloti nel rimandare di qualche minuto il rientro. Cambiano pista, incassano l’ok e planano finalmente senza problemi su un’altra pista. L’ente investigativo francese ha aperto un’inchiesta

«Torre di controllo, ci sentite? Qui Boeing 777-300ER di Air France, c’è un problema: l’aereo non risponde ai comandi». Trattasi di dramma, come evoca quella frase pronunciata dall’equipaggio dell’Apollo 13 diventata, poi, rappresentativa, di qualcosa che era più di “un problema a bordo”.

Ma cosa è accaduto l’altro giorno a quel volo dell’Air France del quale i piloti per qualche istante hanno perso il controllo? Come riportato dal giornalista Leonard Berberi dalle colonne del Corriere della sera, con dovizia di particolari aggiornamento compreso, l’episodio che ha del drammatico è accaduto mentre l’equipaggio del volo New York-Parigi si preparava ad atterrare nell’aeroporto della capitale il “Charles de Gaulle”.

L’aereo per lunghi, drammatici istanti, non rispondeva ai comandi. Un po’ come quando il pc non dà segnali di vita e invoca il reset. Insomma, il Boeing non riceveva segnali e per motivo i piloti hanno annullato la procedura di discesa. Tanto che gli è toccato fare il giro dello scalo e atterrare sulla pista del “de Gaulle” in un secondo momento. Quanto accaduto è stato confermato, si diceva, al Corriere della Sera dalla compagnia aerea e da Bea, l’ufficio francese per le indagini e l’analisi sulla sicurezza dell’aviazione civile. L’audio del comandante e del primo ufficiale, conferma le difficoltà affrontate in quei momenti.

Foto Unione Sarda

Foto Unione Sarda

DICIASSETTE ANNI DI SERVIZIO…

«Il Boeing 777-300ER di Air France, da diciassette anni in servizio – scrive il Corriere della sera – stava operando il volo AF11 ed era decollato dall’aeroporto “JFK” di New York la sera prima; non è chiaro quanti fossero i passeggeri a bordo e la compagnia non l’ha chiarito; avvicinandosi verso il “Charles de Gaulle” di Parigi i piloti hanno iniziato ad avere problemi nella gestione del velivolo: come spesso accade, le conversazioni sono state registrate dagli appassionati nei dintorni dell’aeroporto e sono state confermate al Corriere dagli addetti ai lavori».

«Qui volo Air France AF11, procediamo verso la pista 26 sinistra», il cambio di programma annunciato da uno dei piloti alla torre di controllo parigina. «Air France AF11, siete autorizzati ad atterrare sulla pista 26 sinistra!», risponde a quel punto il controllore assegnato a gestire l’atterraggio dell’aereo. «Ci confermate che siamo autorizzati ad atterrare sulla pista 26 sinistra?», chiede il pilota. «Confermo, Air France AF11», la replica dalla torre. Fin lì sembra tutto normale, fino a quando pochi secondi dopo si sentono le smorfie dei piloti che lanciano un urlo mentre in sottofondo suona l’allarme: il Boeing non risponde ai comandi. «Stop, stop!», dice un pilota.

Suoni e voce allarmano la torre di controllo. «Air France 11?», chiedono da terra. «Ti richiamo», dice il pilota. «Air France interrompete l’avvicinamento immediatamente», l’ordine che arriva dalla torre. «Ok ci fermiamo a 1.500», rispondono dalla cabina. Ma l’allarme suona ancora, mentre il pilota continua a svolgere una manovra ancora non del tutto chiara. «Qui AF11, facciamo il giro, vi richiamiamo», dicono dall’aereo.

Ed ecco il secondo tentativo di atterraggio. Dopo alcuni palpitanti secondi e mentre il Boeing si prepara a un’altra manovra di atterraggio, la torre viene contattata di nuovo dalla cabina. «Abbiamo fatto il giro per problemi ai comandi di volo: l’aereo non rispondeva», spiegano stavolta dalla cabina. «Siamo pronti a riprendere la discesa con le indicazioni radar. Dateci il tempo di gestire la situazione poi guidateci fornendoci il vento in coda». «Ok AF11, ho notato l’aereo deviare alla sua sinistra sul radar», spiegano dalla torre. «Volete tornare sulla pista 26 sinistra?». «Preferiremmo la pista 27 destra», risponde il pilota. Dopo qualche altro batticuore, finalmente l’aereo atterra senza ulteriori gravi contrattempi.

Foto Wikipedia

Foto Wikipedia

INTANTO, VIA ALLE INDAGINI

Cos’era accaduto. Un portavoce del Bea, l’ente investigativo transalpino e tra i più avanzati al mondo, spiega al “Corriere” che gli esperti stanno analizzando i dati delle due scatole nere del velivolo. Una registra gli audio della cabina, l’altra memorizza tutti i parametri di volo. Il giorno dopo l’ente conferma di aver aperto un’inchiesta per determinare le cause di questo «incidente grave, le cui circostanze indicano che c’è stata una forte probabilità di incidente».

Air France replica «che il personale del volo AF11 ha dovuto annullare l’atterraggio, fare un go-around per un problema tecnico durante la discesa: l’equipaggio ha gestito la situazione e ha fatto atterrare normalmente l’aereo dopo un secondo tentativo». Dal suo canto l’aviolinea transalpina si rammaricata del disagio causato ai viaggiatori, ma ricorda che gli equipaggi sono formati e regolarmente istruiti su queste procedure utilizzate da tutte le compagnie aeree per garantire la sicurezza dei voli e dei passeggeri. L’articolo, specifica il Corsera, è stato successivamente aggiornato con la comunicazione dell’apertura dell’indagine dell’ente investigativo francese.

«Sono qui per voi…»

Yuri, russo, aiuta Nazar e Alina, due coetanei ucraini

«Che ne direste di venire a giocare a rugby?». Paolo Ricchebono, già campione nazionale di palla ovale, ha rivolto l’invito ai ragazzi. Passa a prenderli a casa, perché quei ragazzi vanno subito inseriti in una storia che possa riavvicinarli a una vita normale

Quando leggiamo notizie come queste, non possiamo che farci assalire da un sano orgoglio nazionale e lasciarci andare un «Che il Cielo assista sempre questo Paese!». Il Paese in questione, una volta tanto è il nostro, assalito da mille emergenze, da una politica spesso in contrasto con se stessa. Ma dal punto di vista umano, diciamocelo, un Paese secondo a nessuno. C’è una bella storia, una delle tante, riportate dall’agenzia Adnkronos ed è quella di tre ragazzini, due ucraini e un russo.

Nazar, otto anni, Alina sette, sono due cugini. Oksana, mamma di Nazar, lavora in Italia, dove è arrivata qualche tempo fa, ospite di una famiglia genovese a cui si affeziona subito. Quattro anni in Italia, il lavoro da contabile, soddisfacente, tanto da poter mandare una parte dei suoi soldi ai sui cari. Il suo sorriso viene smorzato da una notizia che non avrebbe mai voluto sentire. Arriva a metà febbraio, la sua Ucraina è stata invasa dall’esercito russo. A quel punto la donna non ci pensa su due volte, il suo pensiero è rivolto ai piccoli, alla loro salute. Chiama in Italia, la famiglia che l’aveva ospitata e le chiede aiuto. Non solo per lei e i suoi ragazzini, ma anche per altri. Vuole salvare da quel disastro che, giorno dopo giorno, non promette niente di buono, anche gli ospiti di un orfanotrofio. Vuole portarli in Italia con lei. La famiglia della quale era già stata ospite si attiva, trova una soluzione. Così Oksana torna in Italia, non più come collaboratrice, ma come mamma di Nazar e zia di Alina, come angelo dei ragazzini dell’orfanotrofio di Kiev. Con i due cuginetti, anche la nonna, la mamma di Oksana, che non voleva lasciare la sua città, ma che alla fine si è fatta convincere.

Foto Wikipedia

Foto Wikipedia

QUELL’ESPRESSIONE UN PO’ COSI’…

A Genova comincia a circolare la storia, fino a quando non giunge a un certo Paolo, che non è poi un Paolo qualunque, senza offesa per chi porta questo nome. Paolo è Paolo Ricchebono, già campione d’Italia con la Mediolanum, insieme tanto per capirci, di giocatori come Dominguez, Cuttitta, Campese. Senza tanti giri di parole, Ricchebono va a meta: «Nazar, Alina, che ne direste di venire a giocare a rugby?».

Per Paolo il rugby è la sua vita. Ama allenare i ragazzini, e anche quei due ragazzini, benché uno maschietto e l’altra femminuccia, non possono che fare al caso suo. Fa di più, va a prenderli a casa. Deve fare subito, la terapia deve essere da urto, quei ragazzi con ancora nelle orecchie il rumore delle bombe, vanno subito inseriti in una storia che possa quantomeno riavvicinarli a una vita normale: vanno inseriti in una squadra. La lingua non è un problema, anche perché Paolo, uno tosto, ha già fra le mani la soluzione: un ragazzo russo, gioca nell’Under 17, si chiama Yuri. «Lui il mio asso nella manica, il gancio giusto per questi due ragazzi smarriti: ero convinto che avrebbe dato loro tutto l’aiuto possibile».

Paolo porta i piccoli ospiti al campo. Ci sono le presentazioni, i due sembrano un po’ spaesati, capiscono solo quei sorrisi, meno quello che gli altri ragazzi si stanno dicendo fra loro. Fino a quando non sentono una lingua familiare, uno che si rivolge loro parlando in russo: è Yuri. «Ciao ragazzi, sono Yuri e sono qui per aiutarvi». Gli occhi di Nazar si spalancano e diventano luminosi, quelli di Alina ancora di più: la sorpresa più inaspettata e per questo la più bella.

Foto AbruzzoWeb

Foto AbruzzoWeb

RUSSI E UCRAINI, INSEPARABILI

«Ora sono diventati inseparabili – racconta, fiero, Ricchebono – a loro tre non interessa nulla chi sia russo e chi ucraino: Yuri, naturalmente, è diventato il loro punto di riferimento, a lui piace sentirsi così, sapere di essere utile e loro si fidano ciecamente di quel ragazzone». Racconta ancora Ricchebono. «Non serve ricamarci troppo sopra – aggiunge – si chiama umanità, ed è esattamente come dovrebbe essere».

I due ragazzini di Kiev vogliono tornare a casa. Anche se piccoli, sanno che per il momento non possono farlo, lì a casa loro sparano, lanciano le bombe, pare non abbiano pietà di niente e nessuno. I ragazzi, intanto, hanno ricominciato a fare scuola, in Dad (Didattica a distanza). La maestra dei due ragazzi, da Kiev, ha deciso di non interrompere l’insegnamento e in un modo o nell’altro le lezioni andranno avanti. Attraverso lo schermo, anche se sotto le bombe, separati ma vicini. Il rugby, nel frattempo, comincia a diventare familiare: Nazar è un bell’atleta, il più alto della sua Under 9; Alina è agilissima, anche lei la più alta della squadra. Hanno cominciato a correre, a dribblare, a fare slalom, a scappare. Fortuna che questo è un gioco, un campo da rugby, che insegna come schivare i colpi, ma anche a far capire cosa sia stare insieme, uniti, fare squadra.

TEMPI DURI PER I DURI…

Costa caro lo schiaffo di Will Smith a Chris Rock in tv

La notte in cui gli veniva assegnato il primo Oscar come migliore attore, il “Man in black” ha rovinato la sua carrierona. Espulsione dall’Accademy e una produzione Netflix bloccata. Muccino, suo amico: «Una carriera cestinata in quindici secondi!». E l’attore: «Accetterò qualsiasi conseguenza, le mie sono state azioni scioccanti, dolorose e imperdonabili»

«Accetterò qualsiasi conseguenza, le mie sono state azioni scioccanti, dolorose e imperdonabili». E’ il cuore di un ragionamento affrontato da Will Smith più o meno a caldo, dopo quel gesto pesante quanto sconsiderato: un ceffone in diretta, davanti a centinaia di milioni di telespettatori, quando la sera stessa sta per essere certificata con la consegna del suo primo Oscar. Il conduttore, anche lui nero, Chris Rock, una raffica di battute, qualcuna evitabile, ne fa una di cattivo gusto proprio sulla moglie di Smith che ha una alopecia («…con quella pelata potrebbe interpretare il secondo capitolo di Soldato Jane»). Da qui la reazione sproporzionata dell’attore, seduto a pochi metri dal presentatore. Will Smith si alza, arriva a un passo da Chris Rock al quale rifila una forte sberla, di quelle con cui andare stesi per terra. Rock, impassibile, resta in piedi, incassa con un sorriso e una esclamazione («Wow!»), guarda il suo aggressore andare a sedersi e prosegue la serata. Non proprio come se nulla fosse accaduto. Da qui l’idea del provvedimento di espulsione per condotta violenta.

Insomma, tempi duri per un duro come Will Smith. E’ così che la star hollywoodiana di “Bad boys”, “Independence day”, “Men in Black”, “Alì” e tanto altro ancora, ora dopo ora sta perdendo fiducia e vicinanza dei colleghi. Non solo, ma anche credito e spazio nel mondo produttivo. Se l’Academy dovesse confermare la sospensione o l’espulsione di Smith dal “club” per lui sarà notte fonda. Potrebbe non avere nemmeno più proposte per uno spot pubblicitario.

Foto Ladonna.it

Foto Ladonna.it

PUNTUALE “IL FATTO”

In un ottimo articolo de Il Fatto Quotidiano, viene ripreso un passaggio di “Hollywood Reporter” (insieme con “Variety” il giornale cinematografico americano più importante). Potrebbe risultare un caso, scrive HR, ma a Smith è appena saltato un film (“Fast and loose”) un thriller nel quale Smith sarebbe dovuto essere l’interprete principale. La produzione Netflix pare fosse in fase avanzata, spiega HR, ma ad un certo punto all’agente dell’attore è stato comunicato che il progetto per ora è in stand-by. Coincidenza, ma sicuramente non un buon segno. “Fast and loose” era stato bloccato pochi giorni prima della Notte degli Oscar, ma forse dopo quanto accaduto, Netflix ha fermato la preproduzione di “Fast and loose”. Nonostante la statuetta appena vinta da Will Smith, avrebbe impreziosito e pubblicizzato in maniera esponenziale la serie tv. Ma negli Stati Uniti su certe cose sono intransigenti.

Uno dei personaggi di spicco del cinema, Silvio Muccino, che ha diretto Smith in due film, come riporta Il Fatto Quotidiano, è intervenuto con un lungo e affettuoso post, non privo di un’analisi e una riflessione. Come dovrebbe essere quando si è amici. Dunque, nessuna frase fatta, massima solidarietà o parola simili. Solo una riflessione, come si dice, ad alta voce.

Foto Corriere.it

Foto Corriere.it

CARO AMICO TI SCRIVO…

«Ho scritto a Will – racconta il regista italiano – lo immagino devastato. E mi sembra ancora impossibile che tutto ciò sia successo veramente, a lui?! A Will?! Non c’è momento in cui non mi chieda come stia. Sotto la gogna del mondo intero. Una vita intera dedicata a diventare una stella del firmamento con rigore, studio, disciplina, serietà, professionalità. E quindici secondi per polverizzare tutto, perché questo è successo».

«Lui che ragiona sempre così attentamente su tutto – prosegue Muccino – non ha senso quello che gli è accaduto, però è accaduto, è irreversibile, incancellabile, e lui ne è l’unico responsabile. E io che a Will ho voluto e voglio bene davvero, non riesco a fare pace col fatto che si sia fatto saltare in aria così, senza motivo, con l’Oscar che sapeva, era nell’aria, lo aspettava a distanza di minuti». Non ci sono scuse che tengano. Si fosse violentemente sentito offeso dalla battuta di Will Rock, avrebbe potuto dare mandato ai suoi legali, trascinare il comico in Tribunale. Ma la violenza fisica, quella proprio no. Ci spiace Will, quella sberla così forte e assordante è come se te la fossi data da solo cento volte. Fa male a noi, che ti adoriamo come attore, figurarsi a te, in questo momento.

PUGLIA, ATTRAZIONE FATALE

Angelina Jolie, altra star hollywoodiana interessata ad investire in una masseria

Non solo la protagonista di Lara Croft, ma anche altre stelle del grande schermo. Da Helen Mirren a Gerard Depardieu, i Beckam, Madonna. E il gruppo Meliá punta su Polignano a Mare, Baglioni Hotels & Resorts ha preso la gestione di Masseria Muzza. Grandi progetti e investimenti per le nostre bellezze e le nostre masserie ormai invidiate in tutto il mondo

Foto BrindisiReport

Foto BrindisiReport

Puglia, arriva un’altra star di Hollywood. Angelina Jolie stella del firmamento cinematografico, ha deciso di fare come suoi illustri colleghi e investire in Puglia. Il suo arrivo lunedì scorso, prima che tornasse nella sua Los Angeles. E’ atterrata a Brindisi su un aereo privato per poi trasferirsi a Torre Chianca, un viaggio breve, una trentina di chilometri. Altrettanti separano la località balneare salentina dall’aeroporto brindisino. Insomma, tutto sotto controllo, l’ideale: a una ventina di minuti dalla pista sulla quale far decollare o atterrare il proprio volo privato, oppure ospitare altre star o fare shopping nella Capitale del barocco.

Non è dato sapere quali siano i progetti della popolare attrice americana. Pare, però, che l’attrice, due Oscar (uno per il suo impegno umanitario) sia pronta ad investire in zona. Già proprietaria di un castello nel sud della Francia e di altre tenute in giro per il mondo, pare che l’ex moglie di Brad Pitt abbia intenzione di allargare i suoi orizzonti immobiliari. Le mancherebbe, evidentemente, una proprietà in Italia. Infatti, dubitiamo, che si spostasse dagli Stati Uniti per venire in Italia per compiere una visita ad amici o venire a vedere una volta un tramonto mozzafiato (con tutto il rispetto per le eccentricità delle star hollywoodiane).

La Jolie, avvistata dai residenti e i turisti di passaggio a Torre Chianca, pare abbia pernottato in una masseria immersa nella natura.

Foto Il Fatto Quotidiano

Foto Il Fatto Quotidiano

“RIDGE” E MASSERIA DON CATALDO

Qualcuno ha raccontato che si sarebbe concessa una lunga passeggiata nelle verdi distese circostanti, ammirando la bellezza di questo angolo d’Italia. Ma Angelina Jolie non è l’unica star del grande schermo ad essersi letteralmente innamorata della Puglia. Per esempio, Helen Mirren. L’attrice inglese, naturalizzata statunitense, oggi anche cittadina italiana onoraria, da anni passa molti mesi nella sua masseria in provincia di Lecce (lo scorso anno Checco Zalone la invitò ad interpretare «La Vacinada», canzone-tormentone).

Ma come la Mirren, anche Ronn Moss, l’indimenticabile Ridge di Beautiful, che ha realizzato molte riprese del suo film “Viaggio a sorpresa” insieme con Lino Banfi nella Masseria Don Cataldo a Martina Franca, sa perfettamente che da queste parti si sta bene. Per bellezza, accoglienza, verde, mare, collina e gastronomia, numero uno nel mondo.

Come la Mirren e Moss, lo sanno anche Gerard Depardieu e Meryl Streep, per non parlare di Madonna che ogni estate soggiorna a Borgo Egnazia, due passi da Savelletri. Ma anche i coniugi Beckham. In questi giorni il Corriere della sera ha riportato sono diversi i gruppi alberghieri a puntare sulla Puglia. “Se il gruppo Meliá punta su Polignano a Mare – scrive il Corsera – Baglioni Hotels & Resorts ha preso la gestione di Masseria Muzza, struttura a pochi minuti da Otranto, immersa tra le spiagge dell’Adriatico e le terre Salentine”. In Puglia, infine, starebbe per arrivare un nuovo Four Seasons Hotel con un’altra importante transazione è stata completata da Belmond. L’azienda (che fa parte di Lvmh) ha acquistato Masseria Le Taverne. Dunque, grandi progetti per le nostre bellezze e le nostre masserie ormai invidiate in tutto il mondo. E se lo dice la Jolie…

«Che pasticcio la vita…»

Zaki, nigeriano, un papà e due fratelli in Nigeria

Venticinque anni, racconta la fuga in mare, le notti insonni, nascosto in Libia perché i miliziani non lo portassero in prigione. «Il mio più grande desiderio? Riabbracciare mio padre, i miei due fratelli, mamma purtroppo non c’è più: sarebbe bello ci ritrovassimo qui, in Europa, vivere in Africa è un vero tormento».

«Un gran pasticcio!». Tutto questo è la guerra, ler persecuzioni, la fame, la fuga. Tutto questo, per Zakiyyah, questo il suo nome pere esteso, è «un gran pasticcio!». In realtà usa un’altra frase, una delle espressioni più care dalle nostre parti che amiamo accorciare in una sola battuta un concetto, specie se si vuole andare dritti al cuore della questione.

E’ una delle prime cose che il giovanotto di appena venticinque anni ha imparato non appena è sbarcato in Italia. Spiega la crisi dalla quale è scappato, i contrattempi che ha trovato per inserirsi possibilmente in un diverso tessuto sociale, dunque non trova di meglio che questa breve frase. «Un pasticcio esagerato!». E quando le cose vanno ancora peggio, come lo stesso Zaki racconta, la frase, essenziale, che spiega tutto questo disagio, rende meglio l’idea aggiungendo l’aggettivo “grande”. Dunque, com’è la tua vita, Zaki? «…Un gran casino!». E giù a ridere.

«Sono venuto via dalla mia Nigeria quattro anni fa – dice – la città in cui vivevo con la mia famiglia; la situazione era già complicata, sentivamo alle porte delle nostre case le milizie che volevano rispettassimo la volontà del governo: guai opporsi; i miei fratelli, mi dicono, che questa gente se la trovano praticamente in casa, con tutte le difficoltà, gli stenti ai quali la popolazione viene quotidianamente sottoposta».

Foto Sicurezza Internazionale

Foto Sicurezza Internazionale

TREMENDO ANCHE LI’

Dunque, in Nigeria, anche per la famiglia di Zaki è «tutto un gran pasticcio!». «Gli ultimi tempi – prosegue il giovane – avevo vissuto con mio zio; mamma era morta, con papà avevo avuto continue discussioni, così per evitare litigate furiose ho accettato l’ospitalità di mio zio; poi lui è andato via, ha abbandonato casa, i militari li aveva praticamente alle costole, così anche io ho dovuto fare una scelta, dolorosa».

Ma indietro non si torna. «Tornare a casa? Nemmeno a parlarne, avevo compiuto la mia prima scelta, litigare cioè con mio padre e le sue idee; visto che avevo rischiato grosso, tanto valeva proseguire e andare via dal mio Paese: non avevo alternative; andare via, un grande dolore, la sensazione di una sconfitta che brucia tutti i giorni; lasciare i luoghi che ti hanno visto bambino e poi crescere, è quanto di peggio possa accadere a una persona: dopo generazioni sei tu quello che toglie le radici e non dà continuità alla tua famiglia, quello che ti hanno lasciato i padri dei nostri padri…».

«Per fortuna ho ripreso i contatti con la famiglia; con i miei due fratelli, che mi raccontano spesso come vivano la situazione in Nigeria: i militari ce li hanno praticamente in casa, si sentono oppressi; non solo, fanno la fame, come in tutti quei Paesi dove c’è la guerra; quando ci capita di parlare sento nelle loro parole tutta la tristezza del disagio, della paura: e quando sento da settimane quello che accade in Ucraina è come se rivivessi quei momenti».

Il rapporto con papà. «Lo sento – confessa – ci hanno pensato i miei fratelli a mettere pace: sarebbe stato sciocco continuare a mantenere sciocche distanze; non era proprio il caso. Nelle nostre brevi chiacchierate al telefono, i miei fratelli mi spiegano i dolori giornalieri cui la popolazione viene sottoposta: un dolore che si aggiunge ad altro dolore».

Foto Nigrizia

Foto Nigrizia

DESTINAZIONE ITALIA

Il suo viaggio per l’Italia, passando per la Libia. «Sono stato sei mesi lì, mi facevo vedere poco in giro, dormivo dove capitava, per evitare che anche lì miliziani o banditi: se cadevi nelle loro mani, botte e via il denaro dalle tasche, nel caso avessi guadagnato qualche dinaro: nel frattempo ho fatto qualche lavoretto, muratore, specializzato in muri a secco; magari mi capitasse di fare qualcuno di questi lavori qui da voi». C’è un desiderio in cima alla lista. «Dare una mano ai miei fratelli, papà: lasciare a loro la decisione di restare a casa e aspettare tempi migliori oppure affrontare un viaggio sempre pericoloso, a me fortunatamente durato cinque giorni: su un gommone, con altri cento ragazzi, con tanta fame e tanta paura».

Ha grande dignità, Zaki. Se provi ad offrirgli una colazione, lui, il venticinquenne nigeriano risponde con educazione: «No, grazie come se avessi consumato».

Mani in tasca, fissa il mare. Prova a guardare il sole, le cose che più di altro gli danno il senso di libertà. «Non ti nascondo – ammette – che mi capita di pensare ogni giorno ai miei fratelli, a mio padre: tornare ora a casa sarebbe un problema, il viaggio inverso non serve, mi troverei in piena guerra civile; i miei cari non vogliono saperne, stanno male ma stanno a casa, impossibile farli ragionare».

Zaki trascorre le sue giornate senza affanni. «Faccio due passi, chiedo a qualcuno se ha bisogno di una mano, per lavori in muratura e quando sto male mi faccio coraggio da solo: trovare un buon lavoro e riabbracciare la mia famiglia: è il mio desiderio più grande».

Ciak, dirige Riondino

Set e casting a Taranto, da lunedì 4 a venerdì 8 aprile

Debutto dell’attore tarantino dietro una macchina da presa. Confermato l’amore e l’impegno per la sua città. Produzione alla ricerca di attori e attrici (non minorenni) disponibili per piccoli ruoli e figurazioni speciali, originari di Taranto e provincia

Foto Avvenire

Foto Avvenire

Michele Riondino e Taranto, un amore infinito. Come il suo impegno per la sua città, nel manifestare contro l’inquinamento da acciaio e costruire su solide basi un Primo Maggio, per dirla tout-court, politicamente scorretto. Contro quello televisivamente superato e in doppiopetto realizzato dalla Rai e durante il quale non sempre è possibile parlare di problemi ambientali per non recare disturbo al manovratore.

Detto questo, veniamo alla notizia. Michele Riondino debutta da regista e sceglie come location la sua città, ma anche di fare un certo numero di selezioni per allestire un cast per il suo esordio da cineasta. Non solo parole, ma fatti. Riondino, nonostante qualcuno gli avesse consigliato di trattare l’acciaio del quale vive la sua città con la massima cura, è andato avanti per la sua strada. Talmente bravo come attore, da infischiarsene anche se a qualcuno fosse venuto in mente di mettere qualche sasso sulla sua strada per farlo inciampare. Invece, carriera comunque folgorante, conferma in serie televisive di successo e avanti così, come il suo Primo Maggio tarantino.

Foto Repubblica

Foto Repubblica

DEBUTTO TARANTINO

Ma occupiamoci, ora, dell’ultimo step che riguarda la sua carriera: quello in veste di regista. Michele Riondino dirigerà a Taranto il suo primo film. Prodotto da Palomar SpA con Bravos Srl. Inizio riprese previsto per metà maggio. In questi giorni l’annunciato casting, la selezione cioè di attori e aspiranti attori per interpretare un ruolo nell’esordio registico del nostro concittadino. La produzione è alla ricerca di attori e attrici (non minorenni) disponibili per piccoli ruoli e figurazioni speciali, originari di Taranto e provincia, ma anche di Brindisi e provincia, della Valle d’Itria e Bassa Lucania. Non solo per tratti somatici, ma anche per tono, passionalità e accento meridionali.

Vista l’epoca di ambientazione del film, spiega la produzione che ha lanciato il casting, è importante che i candidati non abbiano tatuaggi in vista, piercing, tagli e colori dei capelli troppo moderni. Per partecipare occorre inviare dati anagrafici, contatto telefonico, foto (primo piano, mezzo busto e figura intera) e/o un breve video di presentazione agli indirizzi info@afo6.it e castingtaranto22@gmail.com

Verranno prese in considerazione, puntualizza la produzione, solo candidature in linea con le richieste. Per intendersi, non saranno accettate segnalazioni di candidati che abbiano altre caratteristiche. Non potranno, inoltre, partecipare al casting i residenti in altre province e/o regioni. E’ prevista una retribuzione per i selezionati durante la fase di riprese del progetto. I primi incontri si terranno a Taranto nella settimana che va da lunedì 4 a venerdì 8 aprile.

“Battaglini” campione!

Titolo nazionale al liceo scientifico, orgoglio tarantino

Conquista il “Piday 2022”. Gli studenti hanno la meglio su mille colleghi. Il loro elaborato straordinario. La soddisfazione del supervisore del progetto, il docente Vincenzo Valentini, e del dirigente scolastico, Patrizia Arzeni

Altro successo nazionale per il liceo scientifico “Battaglini” di Taranto. Grazie alla straordinaria performance di alcuni alunni dello storico istituto, la nostra città sale sul gradino più alto del podio riservato alla Matematica. Il liceo tarantino dalla straordinaria tradizione, infatti, ha conquistato il “Piday 2022”. Eccezionali gli studenti tarantini che hanno avuto ragione di oltre mille colleghi provenienti da tutta l’Italia.

Con pieno merito hanno conquistato il Concorso generale organizzato dal Politecnico di Milano, in occasione della Giornata mondiale della matematica celebrato lo scorso 14 marzo. Già l’anno scorso i giovani allievi del “Battaglini” avevano ottenuto il primo posto nella sezione “Video animati”, ma in questa edizione “I cavalieri della Tavola rotonda” (questo il nome della squadra supervisionata dal docente Vincenzo Valentini), si sono appuntati sul petto la Medaglia d’oro più ambita del concorso.

Foto TarantoBuonaSera

Foto TarantoBuonaSera

ECCO I “CAVALIERI”

Sotto con i nomi delle star matematiche (fra parentesi le sezioni di appartenenza): Claudia Novellino (4 L, capitano), Filippo Pavone (4 L), Giorgia Lapomarda (4 L), Francesco Marinotti (4 D), Stefano Altamura (4 D), Gabriele Morrone (4 D), Giulia Marchisella (4 D), Claudia Miano (2 E), Francesca Vacca (2 E), Salvatore De Stefano (2 E), Gianluca Maggi (2 E), Lorenzo Carella (2 E).

Questi ragazzi hanno studiato e confezionato un video di 3’14”, titolo: “Questione di cifre”. L’elaborato ripercorre, attraverso un viaggio nel tempo, il significato avuto nella storia dal numero irrazionale, così tanto importante per la matematica da meritarsi una celebrazione annuale.

«Quest’ anno il tema prevedeva il Pigreco in relazione alle figure geometriche – spiega il prof. Valentini, supervisore del gruppo matematico – e la squadra dei nostri studenti, che già lo scorso anno aveva vinto il prestigioso premio relativo ai video animati, quest’anno ha conquistato il Primo premio generale, migliorando di fatto il già notevole risultato conseguito precedentemente. Questa la sceneggiatura del video animato ed elaborato dai nostri ragazzi: una ragazza viene in possesso di una calcolatrice magica che la trasposta in un viaggio nel tempo; per tornare a casa, la fanciulla sarà costretta ad inserire il valore esatto del Pigreco: solo quando capirà che ciò è impossibile, data l’irrazionalità del numero, la soluzione le consentirà il rientro a casa e, dunque, il ritorno nel presente».

WhatsApp Image 2022-03-27 at 07.57.02GRANDE SODDISFAZIONE!

«Sono molto soddisfatto del prestigioso risultato raggiunto – ha proseguito il docente – e felice del meritato riconoscimento ricevuto dai ragazzi che hanno profuso nel progetto tanto impegno e tanta passione».

Soddisfatta anche la dirigente scolastica, la dott.ssa Patrizia Arzeni. «Complimenti al docente e agli studenti – ha dichiarato – che per il secondo anno consecutivo hanno dato lustro al liceo tarantino, sottolineando la grande importanza dell’iniziativa in termini di accrescimento delle competenze digitali; non solo, ma anche la grande valenza didattica e di socializzazione del progetto, tanto importante in questo delicato momento storico che ha costretto i giovani a lunghi periodi di forzato isolamento».

«Sotto una pioggia di bombe»

Storie di ucraini e moldavi, in Italia

Racconti fra paure e pianti. «C’è chi arriva e chi parte: gli anziani, che in passato hanno già dato, si riparano nel resto d’Europa», dicono due badanti. «Non dimenticherò l’abbraccio e il pianto di Maria, che ha lasciato l’Italia per raggiungere il figliolo di venti anni: il ragazzo non ha mai visto una pistola e ora dovrà sparare contro suoi coetanei che, come lui, non sanno cosa sia una guerra»

«Non dimenticherò mai l’abbraccio di Maria, la badante di papà, non appena la situazione in Ucraina stava prendendo una brutta piega: piangeva e spiegava, nel suo italiano, ma soprattutto con i suoi occhi, come fosse possibile che suo figlio, appena ventenne, la testa ancora sui libri, mai vista una pistola in vita sua, fosse stato chiamato a combattere per la patria e sparare contro ragazzi della sua età».

Grazia, modenese, è una delle tante italiane ad aver dato assistenza e lavoro a una ucraina. Maria, una donna diventata, come spesso accade in storie simili, una della famiglia. «Ci siamo strette un istante o un eternità, ricordo però le sue braccia intorno alle mie spalle, mi trasmettevano da un lato tanta forza e dall’altra preoccupazione, tanta preoccupazione: come se Maria in quel momento si stesse aggrappando a una delle poche certezze che le erano rimaste: l’affetto sincero di chi, come me, ma anche altri miei concittadini, e non solo, abbiamo saputo dare a lei e suoi connazionali».

Anche quando prova a spiegare, a dare un senso a qualcosa di disastroso come una guerra, specie di questi tempi, dove basta schiacciare un bottone per fare una strage, Grazia non riesce a trattenere il dolore. «E’ andata via – spiega – quasi corresse a prendersi la sua razione di bombe, comunque a fare la mamma, da scudo al suo ragazzo, poco più di un bambino: è una pazzia, provate a pensare un solo istante ai nostri ragazzi di un qualsiasi liceo, rastrellati da eserciti civili che distribuiscono armi e munizioni?».

Foto La Stampa

Foto La Stampa

AGI SUL PEZZO

Le agenzie giornalistiche, fra queste l’Agi, che da prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina, sta svolgendo un puntuale lavoro di informazione, documentano queste e altre storie. Cose che non avremmo mai voluto scrivere, specie, come spiegava Grazia, all’alba di un Ventunesimo secolo, nel quale è sufficiente uno schiocco delle dita per radere al suolo un intero Paese.

C’è chi è arrivato da pochi giorni e ha negli occhi ancora le lacrime e sul volto la paura della guerra, spiega l’Agi in un suo reportage. Chi è qui, in Italia, da qualche anno, ma è preoccupato per i propri familiari, bloccati in Ucraina. E, infine, chi cerca di dare loro una mano: italiani generosi che portano medicine e beni di prima necessità nelle parrocchie dove si raccolgono scatoloni pronti per essere inviati a chi ha più bisogno di noi.

«Non parlo bene la vostra lingua, sono arrivata da poco in Italia, ma provo lo stesso a spiegarmi perché la gente sappia: in tutti questi anni la Russia, ovunque abbia messo mani, ha seminato guerra e rovine», racconta una ucraina di sessant’anni. «Conosciamo perfettamente cosa sia il sacrificio, tanto che alla mia età per aiutare i miei ragazzi, la mia famiglia, non appena una mia amica, già in Italia, mi ha prospettato la possibilità di lavorare qui, non ci ho pensato su due volte: un grande dolore lasciare il mio Paese, un grande dolore tornarci; evidentemente la sofferenza fa parte del nostro vivere, o non vivere, quotidiano».

Nella stessa situazione della donna sessantenne, non unica in questa situazione, altre sue connazionali. «La mia famiglia è lì, il mio cuore lì, con loro: mio figlio, mio marito e i miei nipoti», dice un’altra donna, origini moldave, ma da anni in Ucraina, «da quando, cioè, la Russia ha deciso di invaderci daccapo: voi, In Italia, avete avuto notizie in queste settimane, diciamo dallo scorso 24 febbraio, in realtà sono otto anni che si vive nella paura, le bombe erano già all’ordine del giorno: a nulla erano serviti gli appelli del popolo ucraino, non erano in molti a crederci». «Io, moldava – riprende la donna – ho già superato una guerra, con tutto il dolore, la sofferenza che questa ti trasmette: ci siamo trasferiti in Ucraina e ora è accaduta la stessa cosa; i russi sono così, non cambiano: Georgia, Cecenia e, ora, Ucraina…».

Altro giro, altra storia. Una donna, in Italia da poco meno di vent’anni: «Non dormo la notte – dice, anche lei badante – penso alle telefonate con mio marito e i miei figli, quando ci sono i collegamenti ed è possibile parlarci: purtroppo sono sotto le bombe e io vorrei essere lì con loro; se gli accadesse qualcosa e io fossi ancora qui, non saprei perdonarmelo».

Foto RomaIT

Foto RomaIT

C’E’ CHI RESTA A COMBATTERE

Non tutti riescono a venire in Italia o comunque a fuggire da un Paese sotto assedio. Qualcuna di queste donne ha avuto la fortuna di riabbracciare i familiari. Non c’è stato bisogno di parlare, si sono abbracciati e scoppiati in un pianto liberatorio. «Ma vogliamo tornare presto in Ucraina – dicono – non adesso, consideriamo l’arrivo in Italia come ad un passaggio obbligato in attesa che qualcuno cominci ragionare: non è proprio possibile che oggi si sentano cose così orribili, che niente hanno di umano»

«I miei parenti sono arrivati dalla Polonia in bus – spiega la donna, abbracciando il marito, poco meno di ottant’anni – con lui, mia nuora, un nipotino, un’amica e il suo figlioletto: mio figlio è rimasto lì, deve aiutare; ha ragione, quando dice che alla sua età non si può scappare: se tutti andassero via, chi resterebbe a combattere per riconquistare la libertà?».

Queste le storie raccolte dalle agenzie. L’Agi ce ne racconta tutti i giorni. Storie che toccano il cuore, spiegano un popolo forte, straordinario, che non ha difficoltà nel difendere la propria posizione fino all’ultimo respiro. «Siamo nati per soffrire – dice un profugo, quasi settantenne – e la sofferenza, purtroppo, è l’unica eredità certa che lasceremo ai nostri figli: io stesso avrei potuto fuggire da ragazzo, ma dove sarei andato? In un Paese che non è il mio? E che opinione avrei avuto di me, in fuga costante? Sono nato in un Paese dell’Est sotto l’egemonia di chi vuole impedire a me ed a milioni come me, di sognare un Paese libero; tornerò, potete starne certi: oggi ho accompagnato i miei cari, ma il mio posto è là, sotto quel cielo di bombe!».