Chef Rubio, ma sei bollito?

Grane per il popolare conduttore televisivo accusato di violenze online

Avrebbe offeso la senatrice Liliana Segre, superstite della Shoah. Con il cuoco, nato a Frascati, ex rugbista, segnalate agli inquirenti altre ventitré persone. «Per tanto tempo sono stata in silenzio su queste persone che mi insultano, ma adesso le denuncio»

1668682172-rubioQuel paio di baffoni alla Salvador D’Alì (lui sì era un artista!), l’aria un po’ strafottente di uno che non solo non ha più nulla da imparare, ma che può insegnare, addirittura di tutto e di più. E noi dissentiamo. Come tutte le volte in cui leggiamo o sentiamo di discriminazioni, violenze non solo verbali.

Stavolta, Chef Rubio, è di lui che scriviamo (anche se avremmo voluto farne a meno, accidenti), cuoco, ex rugbista così da farne un uomo duro (che paura!), si è superato. Infatti, il conduttore di “Unti e bisunti” e “Camionisti in trattoria”, si è beccato una denuncia. Al vaglio di chi ha aperto un’inchiesta su denuncia della senatrice Liliana Segre, c’è anche il suo nome, non quello “in arte”, bensì Gabriele Rubini. Non l’unico, sono infatti ben ventiquattro ad essere stati denunciati dalla novantaduenne parlamentare per le minacce online nei suoi confronti. Notizia riportata nei giorni scorsi da “La Stampa”, quotidiano torinese nazionale che segnala Chef Rubio nell’apertura dell’inchiesta.

“MANDATO” AL LEGALE…

Una intenzione, quella della Segre, che aveva già manifestato assieme all’avvocato Vincenzo Saponara, nello scorso novembre al Forum nazionale delle donne ebree d’Italia. La senatrice, testimone della Shoah, era stata in particolare il soggetto cui “Rubio” e gli altri ventitré in causa, avevano indirizzato messaggi di odio, anche di carattere antisemita, insulti e minacce di morte.

«Per tanto tempo – ha detto Liliana Segre, dichiarazione puntualmente raccolta da “La Stampa” – sono stata in silenzio su queste persone che mi insultano, ma adesso le denuncio. Credo sia anche di cattivo gusto augurarmi la morte a 92 anni!».

Non di recente, ma già tre anni fa Chef Rubio era stato denunciato per istigazione all’odio razziale in seguito a un tweet in cui riteneva «abominevole» lo Stato di Israele. Così, anche grazie a queste minacce, la senatrice da tre anni vive sotto scorta. Una misura non richiesta dalla stessa, ma assegnata in seguito alle minacce che riceveva e, purtroppo, aggiungiamo noi che continua a ricevere. «Ma la mia scorta – scherza la senatrice – è diventata una splendida sorpresa: i carabinieri che ogni giorno mi sono accanto hanno più o meno l’età dei miei nipoti, tanto che amo considerare questo nostro stare insieme come ad un’affiatata famiglia allargata».

963793-k32F--835x437@IlSole24Ore-WebEX RUGBISTA, PAURA…

L’ex rugbista, oggi acclamato chef televisivo lo scorso aprile aveva pubblicato un tweet con il quale accusava apertamente la senatrice a vita. «Palestinesi? “Non mi occupo di politica” – riprendeva una citazione della stessa Segre – Vedo che però te ne occupi quando si tratta degli ucraini: lasciami dire che il tuo silenzio sistematico nei confronti della pulizia etnica che il popolo palestinese sta subendo da settantaquattro anni è disgustoso».

Rubio, secondo le cronache, si sarebbe spinto anche più in là arrivando a minacciare la senatrice che, dicevamo, con le tasche ormai piene, ha deciso di presentare alla caserma dei carabinieri di Milano le ventiquattro denunce in seguito alle minacce ricevute online.

Messaggi di “odio di natura diffamatoria, spesso di carattere antisemita e contenenti auguri di morte”, documenta il suo legale. Ma proprio la stessa Segre nel suo intervento al forum nazionale delle Donne ebree d’Italia aveva dichiarato: «La vita mi ha insegnato a essere libera e senza paura nonostante io sia la più vecchia d’Europa obbligata alla scorta per tutti gli insulti e gli improperi e le minacce di morte che mi vengono fatte». Infine, come già riportato, aveva concluso con una riflessione. «Poi, non pensate che sia anche di cattivo gusto augurare la morte a una donna di novantadue anni?». Chef, confessa, stavolta questa “pietanza” ti sarà rimasta sullo stomaco.

«Io, condannato al manicomio»

Pino, sessantaquattro anni, trenta vissuti da recluso

«Avevo nove anni e tanta fame, mangiai un tozzo di pane, provai a rimediare: mia madre non me lo perdonò». Una brutta storia, priva di affetto e piena di carte bollate. Un risarcimento che non gli restituisce l’affetto e un’infanzia perduta

pexels-photo-8693379Potrà mai perdonarci, Pino, per i suoi trent’anni, chiuso in manicomio senza che avesse disturbi mentali? In quei manicomi, poi, dove il personale non aveva problemi a picchiare i pazienti e, quando questi manifestavano insofferenza, a legarli al letto. Roba da manicomio. Il tribunale gli ha riconosciuto cinquantamila euro quale risarcimento e lui, stanco anche di dover farsi riconoscere più che un indennizzo, le scuse legittime, alla fine ha accettato quella cifra. Ha trovato un avvocato, Serenella Galeno, che rispetto ai colleghi non solo ci ha messo professionalità, ma anche l’anima. Ce li immaginiamo quegli avvocati che si sono smarcati da un simile incarico: «Causa lunga, troppe carte da compilare, scale di tribunale e chissà se, alla fine, riusciremo mai a venirne a capo!». Ecco perché un “grazie”, a Pino per aver accettato le scuse di questa società, e al suo avvocato, dobbiamo proprio tributarlo. Ci alleggeriamo la coscienza, ma le nostre scuse non cancelleranno mai quei trent’anni in cui Pino è stato trattato da pazzo, in manicomio, quando pazzo non lo era mai stato.

Ci sarebbe una terza storia, l’accenniamo appena. Pino, lì dentro, ci finisce all’età di nove anni, da bambino: la mamma lo punisce, non va a trovarlo, non chiede nemmeno come stia, lo dimentica. Tanto, avrà pensato quella mamma che mamma non è, di figli ne ho altri cinque. Quante punizioni ha subito, Pino. Scusaci, scusaci, scusaci.

Di questa storia se n’è occupata Simona Berterame. L’ha ripresa per Fanpage, puntuale come sempre nello scovare piccole, grandi storie e per trattarle con tatto e discrezione.

TUTTO COMINCIA NEL ’67…

Pino viene rinchiuso in manicomio il 12 dicembre del 1967. Ha nove anni, è un bambino senza patologie. Accade a Girifalco, paesino calabro noto per aver ospitato un manicomio per quasi cento anni. Tutto comincia nella disperazione più pura: il tentativo di furto di un pezzo di pane. Pino non ha il papà, in compenso ha una mamma molto severa, è l’ultimo di sei fratelli. Una mattina di quel freddo dicembre Pino viene mandato dalla mamma a comprare il pane. Nel tornare a casa, la fame gioca un brutto scherzo. Il morso a quel tozzo di pane gli cambierà totalmente la vita.

«Mangiai tutto il pane appena preso al mercato – racconta Pino a Fanpage.it – mia madre mi avrebbe riempito di botte, perciò sono tornato indietro per provare a rubare un filone ma sono rimasto chiuso nel negozio e la mattina dopo mi hanno beccato».

La polizia comunica alla madre di Pino che lo porteranno via: la donna non andrà mai a trovarlo in manicomio. Quel bambino, letteralmente abbandonato, invocherà per un a vita l’affetto. Non incontrerà mai una volta nemmeno i fratelli, tutti più grandi di lui. Pino da evitare, condannato una seconda volta. Dallo Stato, che lo risarcirà con poche decine di migliaia di euro, e dai suoi “cari” che lo eviteranno come fosse un appestato.

Eppure, Pino è solo un bambino. Non ha patologie, ma gran parte della sua vita sarà costretto a trascorrerla rinchiuso in un manicomio: cose da pazzi! La sua cartella clinica, perfino, riporta una diagnosi che lo scagionerebbe in quattro e quattr’otto: carenza affettiva, ricoverato per ragioni umanitarie.

«Ho tentato di scappare ma non c’è stato verso – confessa a Fanpage – lì ti picchiavano, sono stato anche legato al letto solo perché mi ribellavo; da bambino mi mettevo a guardare le persone passare da dietro le grate delle mie finestre e pensavo: guarda che bello lì fuori…».

sanatorium-4160287_960_720UNICO AL MONDO

Il suo è un caso giudiziario unico al mondo, un paziente internato in manicomio che chiede di essere risarcito per gli anni di vita persi. Non fosse per un lieto fine, anche se gravemente in ritardo, la storia di Pino ricorda in alcuni tratti “Dov’è la libertà…?” con Totò diretto da Roberto Rossellini. Un uomo ingiustamente condannato viene rilasciato dopo tanti anni, ma trova un mondo cambiato, i suoi cari che lo canzonano.

Dopo dieci anni di processi Pino ottiene un risarcimento di 50mila euro per il “riconoscimento della responsabilità dei sanitari per aver eseguito un ricovero illegittimo”. I giudici hanno riconosciuto la sussistenza del “danno non patrimoniale individuabile nella perdita di chance dall’essere inserito in un nucleo familiare”. Pino ha solo perso l’occasione di non crescere in una famiglia circondato da affetto. Questo dice la sentenza, anche se a noi pare una cosa enorme.

Pino è rimasto a Girifalco, vive con una modesta pensione con sua moglie Angela. Fa l’artigiano, ha sessantaquattro anni e sta provando a riprendere in mano la sua vita, anche se tutti gli anni perduti non glieli darà indietro nessuno. «Mi è mancato tutto – ha dichiarato – ma ormai il passato è messo sotto una pietra, non si può tornare indietro». Pino, grazie anche per questa lezione.

Storie di tutti i giorni

Autista di bus cittadino aggredito

Non risponde alle provocazioni. Ma spesso una corsa su un mezzo pubblico si trasforma in una rissa. O in un palcoscenico dal quale assistere ad episodi violenti. Sindacati e amministratori invitano al buon senso. Fino a quando sarà possibile

autista-bus-2«Figlio di…». Il più delle volte è una esclamazione dialettale, come a mettere subito in chiaro le cose, intimorire il presunto avversario, che a fare l’avversario, francamente, non ci sta.

Mezzogiorno superato da pochi minuti, via Oberdan, incrocio con via Cavallotti, a venti metri dalla sede della nostra cooperativa. Il silenzio viene interrotto, nell’ordine, da una frenata e da un successivo colpo di clacson. Un autista Amat alla guida del suo bus per centimetri ha evitato l’impatto con un’auto di media cilindrata che intanto è piantata al centro strada. Con un gesto di una mano il conducente del mezzo pubblico prova a far comprendere all’automobilista distratto, ancora lì, la collisione mancata per un niente.

La gente che ha assistito all’episodio, questo è la sensazione che si ricava, pare aspetti che l’automobilista tiri fuori dal posto di guida una mano e chieda scusa per la distrazione di qualche istante prima e che tutto finisca lì. Invece, non è così, Taranto è la città dei supplementari. Una storia ha uno strascico dietro l’altro, una parola tira l’altra, tutti hanno ragione e si finisce alle mille e una notte. Insomma, quell’episodio non si è evaporato.

Torniamo all’auto ancora al centro della strada. Non ci sono le scuse dell’automobilista, tutt’altro: dalla vettura sbuca un signore, alto, sul metro e ottanta, petto in fuori. Dimenticandosi di avere torto, o di essere abituato ad avere sempre ragione, con fare minaccioso si avvicina all’autista del bus e comincia ad insultarlo. Senza ragione. Non c’è stata provocazione, solo un benevolo appunto (per fortuna, all’interno del mezzo pubblico la brusca frenata non ha provocato feriti).

«FIGLIO DI…»

«Figlio di…!», si diceva, «Non lo sai che devi far passare prima me?». Oltre ad una frase che lascia perplessi, ecco il “tu”, che non si nega a nessuno, specie in quei momenti.

«Guardi, egregio signore», la risposta garbata dell’autista Amat, «lei ha il “dare la precedenza”…», «Hey, figlio di…», parte seconda, forse risentito nel sentirsi dare dell’“egregio” – cosa che evidentemente non gli capita tutti i giorni – «Scendi, te la faccio vedere io la precedenza!». A quel punto, più che intimorito, facendo appello al buon senso, il conducente del mezzo pubblico fa scorrere il finestrino alla sua sinistra come a chiudere la comunicazione e ripartire. Mossa saggia, che però offre il fianco all’automobilista ormai gasato perché ora gode di una platea di una decina di concittadini e pare non aspettasse altro. «Cosa chiudi il finestrino, figlio…!», parte terza.

Storie di tutti i giorni. Non ci meravigliano le proteste di autisti Amat e i comunicati dei sindacati a difesa dei dipendenti pubblici. L’autista sentendosi apostrofato senza motivo umanamente avrebbe potuto anche reagire. Aveva sia il fisico, tanto più le ragioni. Ma, avrà pensato: meglio non trascendere.

amat-wpp1627280948146MEGLIO SOPRASSEDERE

A quale titolo, poi. Complicarsi una giornata, candidarsi ad ennesima vittima dell’ennesimo aggressore? Meglio non pensarci e fare appello al buon senso. Soprattutto dopo gli ulteriori inviti rivolti al personale Amat dalla dirigenza della municipalizzata (nonché dagli stessi colleghi e sindacalisti): «Evitate, sorvolate, se possibile, purtroppo certa gente non riesci ad educarla, il rispetto per questi non esiste».

E così, senza essere sollecitati da dirigenti o sindacalisti, avendo assistito all’episodio, un altro tentativo di aggressione abbiamo provato a raccontarvelo noi. Non ci piace sindacare, dare opinioni, ma ci è sembrato di assistere ad uno di quei western b-movie che trasmettono in tv al pomeriggio. La trama il più delle volte: un pistolero spaccone e uno sceriffo saggio che evita lo scontro, nonostante le offese continue. Il tutto fino a quando il tutore della legge non ne avrà le tasche piene e i clienti del saloon non si scaglieranno insieme contro l’arrogante di turno. Ma questo accade solo nei film, per fortuna. Mentre in città dilaga la tensione. Gli autisti sono sempre nel mirino di gente senza scrupoli e pronta alla lite tanto al chilo, e la gente per bene, chi lavora, è costantemente soggetta a questi personaggi. Fine della puntata. Alla prossima.

«Ma a Taranto…»

Enrico Montesano espulso da “Ballando con le stelle”, cita la nostra città

«La stessa Rai sta realizzando un film sulle eroiche gesta del comandante della “X Mas”, Salvatore Todaro», dice l’attore. «Mentre io sono fuori dal programma per avere indossato una maglietta che rievocava quel Corpo militare attivo durante la seconda guerra mondiale». Per ora la tv nazionale non accoglie le argomentazioni del popolare attore romano. Intanto, in città, Pierfrancesco Favino interpreta l’eroico ufficiale che salvò la vita a ventisei nemici ormai alla deriva

Enrico-Montesano-Alessandra-TripoliStop alla partecipazione di Enrico Montesano a Ballando con le stelle: la Rai, un mese fa definisce «inaccettabile» quanto accaduto durante le prove di “Ballando con le stelle”, programma targato Raiuno. Motivo del provvedimento: l’attore ha indossato una maglietta con i simboli della Decima Mas. Subito le scuse da parte della Rai «a tutti i telespettatori». Nonostante ci sia chi dice che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, appena insediatosi a Palazzo Chigi e a guida di una coalizione di centrodestra, sorvolerà sulla leggerezza del popolare attore romano.

«Quanto accaduto – riportava la nota di Viale Mazzini – è inaccettabile: riteniamo inammissibile che un concorrente di un programma televisivo del Servizio pubblico indossi una maglietta con un motto e un simbolo che rievocano una delle pagine più buie della nostra storia. Chiediamo scusa a tutti i telespettatori e, in particolare, a coloro che hanno pagato e sofferto in prima persona a causa del nazifascismo a cui proprio quella simbologia fa riferimento. È decisione, dunque, della Rai interrompere la partecipazione di Enrico Montesano alla trasmissione del sabato sera “Ballando con le stelle”».

«RAI, RIPENSACI!»

La posizione di Montesano, che si difende. «Sono profondamente dispiaciuto e amareggiato per quanto accaduto durante le prove del programma; sono un collezionista di maglie: ho quella di Mao, dell’Urss, ma non per questo ne condivido il pensiero; non c’era in me nessuna intenzione di promuovere messaggi politici o apologia di fascismo da cui sono profondamente distante. Sono sempre stato un uomo libero e democratico. Credo nei valori della Costituzione e mi scuso profondamente con chi si è sentito offeso e turbato. È stata un’ingenuità. Io col nazifascismo e tutti i totalitarismi non c’entro nulla e li disprezzo profondamente. Chiedo ancora scusa».

Non è stata sufficiente secondo i piani alti della Rai la marcia indietro di Montesano. Resta “tra color che son sospesi”, come dice Virgilio a Dante nella Divina commedia.

Ma in questi giorni, lo stesso popolare attore è tornato sull’argomento. Il pretesto è lo sceneggiato “Comandante”, protagonista Pierfrancesco Favino, che Raiuno sta girando a Taranto: «…la stessa Rai sta realizzando un film – ha dichiarato Montesano – sulle eroiche gesta del comandante della X Mas, Salvatore Todaro».

Questo uno dei passaggi a proposito della richiesta di riammissione al programma televisivo. Non si dà per vinto su quella che avrebbe ritenuto più che una leggerezza, addirittura una distrazione. «Chiedo formalmente alla Rai di tornare sui suoi passi e reintegrarmi nel programma, per darmi la possibilità di spiegare ai telespettatori e all’opinione pubblica la mia posizione, altrimenti riuscirebbe difficile non credere ad un accanimento ad personam. Sono un uomo libero, di pace e di dialogo come la mia storia personale ed artistica dimostra».

Arsenale_di_TarantoPROGETTO IMPORTANTISSIMO

Lo sceneggiato di Raiuno è un progetto di altissimo livello: un sommergibile lungo settantatré metri ormeggiato all’interno dell’Arsenale della Marina militare dove è stato allestito il set televisivo. Il sommergibile in questione è il “Cappellini”, alla guida del quale il comandante Salvatore Todaro compì un’impresa eroica. Todaro, infatti, rimorchiò la scialuppa su cui avevano trovato riparo i naufraghi nemici. Dopo un giorno di navigazione Todaro prese a bordo i ventisei marinai del mercantile “Kabalo” accompagnandoli nel porto più vicino.

Quando a qualcuno venne in mente di fargli notare che un comandante tedesco in tempi di guerra non sarebbe mai sceso a patti, assumendo una posizione più severa con i nemici piuttosto che salvargli la vita, il comandante non esitò un solo istante a dare una risposta rimasta negli annali della storia: «Gli altri non hanno, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle». Questa una frase riecheggiata, in qualche modo, nella vicenda-Montesano, che al momento a poco è servita per riammettere l’attore-concorrente-ballerino negli studi di “Balliamo con le stelle”. A orecchio, la storia non è ancora all’ultimo capitolo. Ne sentiremo ancora delle belle.

«Ricchi e insensibili!»

Emirati Arabi, schiaffo alla povertà

Centosessantunomila euro per quattordici invitati. Più di diecimila euro a testa. Padroni di spendere quello che vogliono, ma forse non di mostrare il proprio status economico mentre c’è gente che non mangia tutti i giorni. Ma ristoratore e commensali si difendono, mentre i follower sui social attaccano senza mezzi termini. «Non solo è un ristorante costoso, è inavvicinabile per il 99,999% della popolazione: Salt Bae, sei stato davvero insensibile a pubblicarlo»

pexels-photo-259249Sia chiaro, chiunque è padrone di spendere, avendone le possibilità economiche, qualsiasi cifra. Si sa, che al mondo ci sono ricchi, non molti, e poveri, la maggior parte. Ma tante volte ai primi, cioè ai ricchi, non guasterebbe un po’ di rispetto per chi non può godere di cene e vini costosissimi, fino a superare un conto di 161mila euro per sole quattordici persone: una media di oltre diecimila euro a testa.

Tutto accade l’altro giorno, come hanno riportato Corriere della sera e Fanpage, quando ristoratore turco, Salt Bae, pubblica su uno dei social del suo locale dalle mille e una notte lo scontrino di una cena di quattordici persone al “Nusr-Et Steakhouse”. Non appena posta lo scontrino, subito la levata di scudo di clienti e fan del locale che non gradiscono il gesto, considerato fuori luogo. Insomma, con tutta la stima e tutto il bene che possano riconoscere e volere a uno dei ristoratori più facoltosi al mondo, non era il caso di fare tutto quel can-can mediatico: c’è gente che soffre, gente che non può mangiare nemmeno una sola volta al giorno, e il ristoratore presenta sui suoi social un conto di 161mila euro per quattordici commensali.

«LA QUALITA’, MAI COSTOSA»

Il cattivo gusto, segnalato dai più, è stato superato quando il ristoratore non soddisfatto della visibilità già ricevuta da quella cena pagata a peso d’oro, ha aggiunto un commento, anche questo a nostro avviso da risparmiarsi: sotto la foto dello scontrino, il commento: «la qualità non è mai costosa».

Il Corriere della sera, con la solita perizia giornalistica, fa un’attenta disamina. Durante la cena i signori seduti al tavolo dei “centosedicimila euro”, hanno consumato: cinque bottiglie di vino rosso Petrus (85.404euro), due di Petrus 2009 Louis XIII (52.562euro) e una di Chateau Margaux (4.072euro), per proseguire con bevande “povere” come una birra Heineken (14euro), un Negroni (19,55euro) e quattro cocktail Virgin mojito (47euro). Ciò detto, il Corsera, nella sua generosa analisi, contesta come eccessivi i 106euro per nove bottiglie di acqua naturale e i 72euro per le sei di acqua frizzante.

Esagerata è sembrata anche la spesa per i singoli piatti: i facoltosi clienti dei quali non è dato sapere l’identità, hanno ordinato due Istanbul steaks ricoperte di foglia d’oro (2.370euro), due Ottoman steaks (1.444euro), due filetti di manzo (1.181euro) e altre 11 bistecche di manzo (1.025euro), proseguendo con cinque porzioni di carpaccio di manzo (314euro), un antipasto di carne cruda affettata sottilissima (295euro), quattro porzioni di patatine fritte (47 euro) e 15 baklava ricoperti d’oro (1.538euro). L’oro, rappresentato con foglie sottili o sottoforma di “condimento”, è una specialità della casa. Giustifica il prezzo delle portate.

Poco meno di trentamila i commenti inoltrati a Sal Bae. «È un conto totalmente folle: sono circa 98 milioni le persone al di sotto della soglia di povertà, qual è lo scopo dietro la pubblicazione di queste cose? Smetterò di seguirti e spero che tutti facciano la stessa cosa: vergognati!», scrivono follower arrabbiatissimi. Qualcuno, davvero contrariato, va giù ancora più duro: «È pura follia: non si tratta nemmeno di buon cibo, questo è solo un prezzo da criminali. Ego allo stato puro!». Questi i primi commenti, tanto per gradire.

pexels-photo-11202308«VERGOGNA!»

Considerando i tempi che attraversiamo, uno fra i tanti commenti è stato decisamente più incisivo: «Non solo è un ristorante costoso, è inavvicinabile per il 99,999% della popolazione: Salt Bae, sei stato davvero insensibile a pubblicarlo».

Sulle pagine di Fanpage, invece, viene a galla il motivo di quella cena così costosa. L’addio alle corse da parte dei piloti di Formula 1 e dei loro più stretti amici, il giorno dell’ultimo Gran Premio svoltosi proprio ad Abu Dhabi, a Sebastian Vettel, leggenda dell’automobilismo. «Quello scontrino pubblicato – riporta Fanpage – è solo spazzatura! Siamo persone normali, non abbiamo ordinato caviale o mangiato con il cucchiaio d’oro: avevamo un menù fisso, alcuni di noi hanno una dieta che richiede particolari accorgimenti, come ovviamente Luis Hamilton, che è vegano».

Tutto è bene quel che finisce bene. Ma tante volte, la foga e il momento concitato al quale si vuole dare giustificazione, fa compiere passi e offese inutili. Non era, infatti, in discussione quello che un pilota di Formula 1 o un altro riccone di passaggio dagli Emirati Arabi, spendesse quanto gli pare per un pranzo o una cena, bensì il buon gusto della discrezione. Ordinare, consumare, chiedere il conto e stop, senza ostentare la propria posizione economica. I nostri vecchi saggi dicevano che quando si mangia, non si parla. Un motivo doveva pur esserci se facevano passare questo insegnamento.

Sara, due volte campionessa!

KATA E KUMITE/Medaglie d’Oro per l’atleta tarantina ai Nazionali di Roma

Con la Rappresentativa pugliese sale sul gradino più alto del podio. Prima vittoria nella categoria individuale, la seconda “a squadre”, con le compagne Isabella Santo, tarantina anche lei, e Michela Rizzo, leccese

Sara Soldano podioDue medaglie d’oro per la tarantina Sara Soldano, quella individuale e quella a squadre; una, quella a squadre, per la tarantina Isabella Santo, condivisa anche con la stessa Soldano, e la leccese Michela Rizzo.

Sara Soldano 2Grande successo, dunque, per le nostre atlete raggiunto nei Campionati nazionali a Rappresentative regionali di kata e kumite in programma a Roma sabato 26 e domenica 27 novembre. Un successo, per giunta così pieno, che mancava da anni nella bacheca della squadra pugliese allenata nella spedizione romana dai tecnici Antonio Di Serio, tarantino, e Vito Barletti, leccese.

LE DUE DISCIPLINE…

Il kumite è, invece, una delle tre componenti fondamentali dell’allenamento nel karate, assieme a kata e kihon e consiste nell’allenamento con un avversario. Il termine giapponese kumite viene tradotto con la parola combattimento. Kumite si compone della parola kumi, che significa “mettere insieme”, e della sillaba te, che significa “mano”. Per kumite si intende, quindi, l’incontrarsi con le mani: nel confronto reale come in quello di palestra è necessario un avversario. Lo scopo del vero combattimento è quello di “abbattere” l’avversario, quello del kumite è la crescita reciproca dei praticanti.

E IL PALMARES…

Sara Soldano, ventenne tarantina, attualmente è fra le prime quaranta atlete al mondo. Studentessa, al secondo anno corso di laurea Scienze motorie all’Università degli studi di Bari e Taranto “Aldo Moro”, nell’anno solare, oltre alle gare di Serie A svoltesi a Pamplona e al Cairo, Sara Soldano ha partecipato alle Premier League di Lisbona e Mosca. Le sue ultime gare, a Roma, nel Campionato italiano di kata e kumite sabato 26 e domenica 27 novembre.

Qui, si diceva, Sara Soldano ha conseguito le due ultime medaglie d’oro della sua carriera: quella individuale e quella a squadre, conseguita insieme con le sue compagne di rappresentativa, Isabella Santo, tarantina, e Michela Rizzo, leccese.

«Che generosità!»

Un assegno di quarantamila euro nella cassetta delle offerte

«Restaurate la nostra chiesa e i suoi dipinti», ha scritto in un biglietto e in forma anonima un fedele di Ornago, vicino Monza. Don Arnaldo, non immagina chi possa essere stato: «Rispettiamo la sua volontà, pregheremo per lui…». La notizia sul quotidiano Il Cittadino, ripresa da Fanpage.it

7011492_25112431_offerte_chiesaQuarantamila euro nella cassetta delle offerte. Non in banconote di piccolo taglio, come ci capita spesso di sentire nei film, bensì con un assegno. Certo, sul titolo ci sarà pure una firma, ma don Arnaldo, che dice messa anche nella chiesa di Sant’Agata, ad Ornago, provincia di Monza e Brianza, non si pone tante domande: rispetta la volontà di quel fedele che ha accompagnato il suo grande gesto con un biglietto sul quale ha scritto: «Utilizzate questo denaro per il restauro della chiesa e per i dipinti al suo interno. Ricordatemi nelle vostre preghiere. Grazie». Un gesto nobile, d’altri tempi, volendo provare a ricostruire, ma molto alla larga, l’identikit del benefattore così generoso, che senza essere visto da altri fedeli, si è accostato in zona-altare per sfilarsi da una tasca l’assegno già compilato e introdurlo senza essere visto nella cassetta delle offerte. Come fanno i veri fedeli, che offrono quello che possono.

PERSONA GENEROSA E DISCRETA

Senza ostentare, il poco o il tanto che ciascuno può offrire alla comunità. Di sicuro non sarà stato un giovane, bensì un uomo in età, cui non fa difetto la discrezione con cui ha compiuto il gesto, tantomeno la generosità. Senza contare la sensibilità, tipica di chi ama l’arte, se il fedele così generoso ha chiesto a don Arnaldo Mavero, sacerdote della comunità pastorale di Santa Maria Maddalena, di porre attenzione anche ai dipinti custoditi in chiesa.

E il parroco, dal suo canto, che dice? Intervistato dal sito fanpage.it in una rubrica curata da Francesca Del Boca, che non si lascia sfuggire una sola di queste notizie (per questo spesso vi consigliamo di consultare questo interessante organo di informazione), si dice «curioso di sapere chi è stato, anche se al momento non ne ho idea». Condisce lo stupore con una esclamazione di colore, quasi a dare valore al suo stupore: «Ci abbiamo pensato parecchio – dice don Arnaldo a fanpage.it – con la sacrestana siamo stati lì a dire “Porco boia, chi può essere!”, ma proprio non ne siamo venuti a capo». Va bene così, il parroco un’idea prima o poi se la farà, ma se il fedele ha chiesto di restare anonimo avrà avuto le sue buone ragioni. Almeno quarantamila.

Gli-euro-più-rariDON ARNALDO, STUPITO!

Questa la storia di quell’assegno da capogiro. Un’offerta ben lontana dai soliti spiccioli. «Immaginate il nostro stupore – ha raccontato don Arnaldo al quotidiano Il Cittadino – l’assegno era inserito in una busta anonima accompagnata da un messaggio, nel quale veniva espressamente fatta richiesta di provvedere al restauro della chiesa e di dedicare allo stesso benefattore un ricordo durante la preghiera».

La domanda circolata in questi giorni, perché la curiosità è tanta, è su chi potrebbe essere il benefattore misterioso. «Non abbiamo idea di chi possa essere, di sicuro nessuno si sarebbe aspettato una generosità così discreta e così grande al tempo stesso: la scelta dell’anonimato rende però ancora più significativo un gesto così generoso».

«Rispetto per i diritti umani»

Mondiali di calcio, la Germania, le bocche “cucite”

«Ci hanno impedito di parlare». «Questa non è una posizione politica: i diritti umani non sono negoziabili», sostiene la Federazione tedesca. Tutto comincia con le minacce della Fifa al portiere Manuel Neuer, che voleva indossare una fascia a favore dei diritti Lgbtq. Da quel momento in poi, l’inferno

neuer-fascia-di-capitano-fifaTutti, nessuno escluso, allineati sul campo per la foto di squadra. Non la solita, tutta sorrisi, stavolta c’è una differenza, sostanziale. I calciatori della Germania posano per i fotografi con una mano a tappare la bocca, come a dire «Ci hanno impedito di parlare». In breve: «Ci hanno negato il più elementare dei diritti: esprimere un giudizio in piena libertà».

La Nazionale tedesca nella gara contro il Giappone ha utilizzato la tradizionale foto ufficiale con un deciso segno di protesta. In segno di protesta contro la decisione della Fifa, la Federazione internazionale di calcio, di vietare la fascia arcobaleno con la scritta “One love”, che avrebbe dovuto indossare il capitano Manuel Neuer. Proprio Germania, al debutto al Mondiale era stata tra le più decise nel voler difendere la propria scelta a favore dei diritti Lgbtq. I media tedeschi si erano interrogati sull’ipotesi che Neuer potesse andare contro lo stop, ma il portiere indossa la fascia Fifa, “No Discrimination”.

Così la Federcalcio tedesca con un tweet condiviso da milioni di internauti ha accompagnato la foto dei giocatori della nazionale con la mano sulla bocca prima della partita col Giappone. «Con la fascia del capitano abbiamo voluto dare l’esempio dei valori che viviamo in Nazionale: “Diversità e rispetto reciproco. Sii forte insieme ad altre nazioni”. Non si tratta di un messaggio politico: i diritti umani non sono negoziabili. Questo dovrebbe essere ovvio. Purtroppo non lo è ancora. Ecco perché questo messaggio è così importante per noi. Bandirci dalla benda è come bandire le nostre bocche».

football-3471307_1280«AL MIO SEGNALE…»

«Era un segnale, un messaggio che volevamo lanciare. Volevamo trasmettere il messaggio che la Fifa sta invece mettendo a tacere». E quel messaggio scatena l’inferno (mediatico). E’ l’opinione del tecnico della Germania, Hansi Flick, che ha messo per qualche istante da parte le preoccupazioni per la sconfitta col Giappone. Il tecnico è tornato a parlare del veto della Fifa alla fascia “One Love” e dell’iniziativa dei suoi giocatori che prima della partita si sono coperti la bocca durante la foto pre-partita, un gesto che secondo l’attaccante Kai Havertz, è stata la cosa giusta da fare. Intanto, la Federcalcio tedesca (Dfb) si è mossa per capire se sia legale la minaccia della Fifa di sanzionare i giocatori che indossino la fascia “One Love”. «La Fifa – dichiarano i vertici della Federazione calcistica tedesca – ci ha impedito di utilizzare questo simbolo in favore della diversità e diritti umani e lo ha fatto minacciando serie sanzioni sportive, senza specificarle. La federcalcio federale sta verificando se questa azione della Fifa fosse legale».

Alla Bild, uno dei giornali tedeschi più autorevoli, uno dei rappresentanti della Federazione tedesca ha aggiunto che sulla questione è stato interessato il Tribunale arbitrale dello sport, augurandosi che il capitano della Germania, Neuer, possa indossare la fascia “One Love” per la seconda partita della sua squadra, domenica 27 novembre contro la Spagna.

UNA CITTA’ PER CANTARE (E FARE BENEFICENZA)

Taranto ricorda Stefano D’Orazio, un amico di “Costruiamo”

L’ultima sua intervista in video. Uno dei suoi libri e i tanti progetti rimasti in agenda. I tarantini Palasport al teatro Orfeo hanno promosso una serata-tributo. In video, oltre la moglie, Tiziana Giardoni, gli “amici per sempre” Facchinetti, Battaglia, Canzian e Fogli. Ricordato anche Negrini, uno dei fondatori dei Pooh. Fra gli ospiti, Roberto Ciufoli e Graziano Galàtone. Fondi per l’Aido, associazione della quale lo storico batterista dei Pooh era stato testimonial

STEFANO Castellana Grotte 1Lo avevamo incontrato a Castellana Grotte, ci aveva invitato. Andammo a trovarlo. Stefano D’Orazio, storico batterista dei Pooh, era così: amava circondarsi di amici, che negli anni aveva in tutta Italia. Per noi aveva un libro da presentare (l’intervista è sul nostro sito, cliccate https://youtu.be/h-CDJ-Eypj4), ma soprattutto la voglia di rivederci, dopo aver convolato “a giuste nozze” con Tiziana Giardoni, appena diventata signora D’Orazio, dopo un lungo fidanzamento.

A proposito di Tizana. «Sapete quanto per me sia importante mantenere vivo il ricordo di Stefano, e non solo perché era il mio compagno di vita: ha lasciato un vuoto umano e artistico importante. Così non posso che ringraziare per quanto hanno fatto, stanno facendo e faranno, i Palasport che per il secondo anno consecutivo hanno voluto tributare una serata in memoria di un grande artista dal grande cuore: spero di riabbracciarvi tutti nella prossima edizione».

Questo il contenuto di un saluto e una promessa, insieme, lunedì scorso al teatro Orfeo proprio di Tiziana, in occasione del ricordo che la coverband ufficiale della formazione italiana più amata ha voluto tributare a Stefano D’Orazio con lo spettacolo “Palasport & Friends”. Per una sera, inoltre, i ragazzi vincitori dell’unico contest riservato alle formazioni che girano l’Italia con i successi di Facchinetti, D’Orazio, Battaglia e Canzian, sono riusciti a riunire virtualmente i Pooh: sullo schermo, dietro la batteria originale del quarantennale, oltre al messaggio di Tiziana, infatti, sono stati mostrati i video che Roby, Dodi e Red avevano confezionato per l’occasione. Anche Riccardo Fogli ha voluto partecipare con un suo personale contributo. Infine, proiettata anche l’immagine di Valerio Negrini, autore dei grandi successi dei Pooh e fondatore insieme con Facchinetti del gruppo musicale italiano più amato.

Un “tutto esaurito” annunciato, una serata di beneficenza in favore dell’Aido di cui D’Orazio era stato testimonial e tante emozioni con molti artisti che hanno voluto dare il proprio apporto ad una serata a dir poco straordinaria. Fra gli ospiti, Roberto Ciufoli, grande amico di Stefano, che ha interpretato alcune pagine dell’autobiografia del grande batterista, e Graziano Galàtone, giunto in teatro sul filo di lana da Catania, dove aveva interpretato una delle numerose repliche de “La Bella e la Bestia”. Fra gli artisti intervenuti, il violinista Francesco Greco, l’attore Giorgio Consoli, Non solo Zero (Rino Argeri, una emozionante interpretazione “alla Zero” della bellissima “50 primavere”), Piero Carrieri (Ohm, tribute dei Pink Floyd), Franco Cosa, il soprano Angela Massafra, Team Energy, Francesco Tinelli, coreografo e ballerino. E’ intervenuto il giornalista tarantino Claudio Frascella, grande amico di D’Orazio che ha personalmente seguito due tour dei Pooh.

Palasport & Friends«Ci tenevamo molto ad un altro appuntamento per ricordare Stefano – hanno detto i Palasport – perché è stato un artista geniale e di grande umanità; abbiamo colto al volo l’invito della splendida Tiziana, che l’anno prossimo potrebbe tornare ancora sulle tavole dell’Orfeo a regalarci ancora altri aspetti del carattere dell’artista romano, grande autore e uomo di grande generosità».

«I Palasport – ha detto Fabiano Marti, assessore alla Cultura e allo Sport del Comune di Taranto – sono uno dei nostri fiori all’occhiello, hanno un grande seguito, come lo hanno avuto per cinquant’anni i Pooh, una formazione adottata e più volte ospitata nella nostra città: come Amministrazione siamo vicini a chi promuove la cultura e crea eventi popolari e di classe».

«D’Orazio – ha detto Ciufoli – era un mio grande amico, c’è stato un periodo in cui festeggiavamo il suo onomastico nella sua villa: veniva mezzo mondo dello spettacolo, accadeva di tutto, che io indossassi il tutù e lui le giarrettiere; serate dissacratorie in cui accadeva il contrario di quanto accadeva in scena, dove i Pooh erano ordinati e compunti. Stefano avrebbe potuto darci ancora tanto, come uomo e come autore, per questo ho voluto interpretare un sonetto in romanesco scritto di suo pugno, ironia della sorte dedicato al Covid, quella “bestiaccia” che ce lo ha portato via».

Ma quanto è bella la Puglia?

Due passi nell’entroterra, la Valle d’Itria

Cittadine suggestive con storia e tradizioni di accoglienza. Visitiamo Martina Franca, Locorotondo e Cisternino. Chiese e monumenti, palazzi e piazze che lasciano incantati. E dove non è da scartare l’ipotesi di un aperitivo, un buon bicchiere di vino o un gelato

locorotondo-natale-pugliaDi queste località da fiaba, come le definisce l’autorevole proiezionidiborsa.it, ce ne siamo occupati spesso. Non solo delle tre in elenco, già “visitate” di recente insieme con altre cittadine piene di fascino e suggestione. Quando si scrive (o si parla di Puglia), non c’è niente da fare, facciamo comunque riferimento ad uno degli angoli più belli in assoluto del mondo. E stavolta vi risparmiamo la sfilza di quotidiani e riviste americane (e non solo) che hanno indicato la nostra penisola (ci riferiamo più alla Puglia che all’intero Stivale…), come la più bella del mondo. Un aspetto che non proviamo nemmeno lontanamente a discutere: intanto perché non può che farci enorme piacere, poi perché non avremmo argomenti importanti cui appellarci, volendo essere pignoli e trovare difetti alle bellezze di quest’angolo di mondo.

Dunque, parliamo di tre “fiabe”. Intanto provando a dare ad esse un nome, così la cosa ci facilità nel compito: Martina, Cisternino, Locorotondo. Ecco, detto che la Puglia non solo è una delle Regioni più belle d’Italia, ma anche del mondo, non abbiamo difficoltà a confermare – come riporta proiezionidiborsa – che ogni estate questa regione viene assalita da turisti che provengono dal resto d’Italia e dal mondo: dal Gargano al Salento, passando per la Costa ionica e proseguendo per la Valle d’Itria, possiamo ammirare angoli unici al mondo.

DIMENTICATE IL MARE…

Parlando di mare, non possiamo che sfondare una porta aperta, invece stavolta vogliamo allungare nell’entroterra, qualcosa tutto da scoprire. Partiamo dal triangolo Bari, Taranto e Brindisi, nel quale troviamo letteralmente un luogo d’incantevo: la Valle d’Itria.

Caratterizzata da distese di ulivi, trulli e masserie dal tipico colore bianco o rosso, Martina Franca è una città elegante e dall’architettura barocca. Un gioiello in provincia di Taranto, famoso anche per il Festival della Valle d’Itria, appuntamento che ogni anno richiama appassionati di musica lirica e sinfonica.

Provate a fare i due classici passi nel centro storico: un vero e proprio labirinto urbano tutto da scoprire, tra stradine, vicoli ciechi con case tinte di calce bianca e palazzi signorili. Bellissima la Basilica di San Martino. Elegante, maestosa e nel suo stile barocco, con facciata esterna e interna piena di decorazioni. Qui sono conservate le reliquie di Santa Comasia compatrona della città insieme a San Martino. A proposito di chiese, da visitare anche quelle del Carmine e di San Domenico. In Piazza Roma, il bellissimo Palazzo Ducale, dove attualmente ha sede il Comune di Martina Franca.

Altra località che provoca grande suggestione: Locorotondo. Piccolo paese in provincia di Bari e considerato uno dei Borghi più belli d’Italia (ne abbiamo già scritto, qualcuno ricorderà). Il suo centro storico, al pari di quello di Martina appena descritto, è un piccolo gioiello: sembra quasi che il tempo si sia fermato, stradine, muri tinti di bianco e negozietti. Nel periodo natalizio il centro storico viene allestito in maniera così elegante da sembrare un vero presepe.

Fra le bellezze, spicca la chiesa di San Giorgio (Chiesa madre), costruita nel punto più alto della collina, tanto che cupola e campanile si possono ammirare anche da lontano. Altro punto meraviglioso di Locorotondo, la zona panoramica da dove è possibile osservare la bellezza della valle.

TTT_Puglia_Cisternino_OCT20_08ENTROTERRA IMPERDIBILE

Infine, a chiudere il tris da fiaba (ma la favola, credeteci, continuerebbe all’infinito…), ecco Cisternino. Piccolo borgo tutto da scoprire, lo troviamo fra Martina e Locorotondo. In provincia di Brindisi, anche questa località è immersa nella Valle d’Itria.

Qui le chiese non mancano, così la nostra comoda passeggiata può avere inizio visitando la chiesa di San Nicola: una facciata imponente e al suo interno colonne in pietra e opere importanti. Fra i simboli di Cisternino, la Torre Normanno Sveva, costruita con lo scopo di diventare un punto di avvistamento. All’interno del centro storico, ammiriamo la bellezza dei vicoli, così belli da sembrare usciti dalle favole. Al cospetto dell’accogliente piazza Vittorio Emanuele, osserviamo la bellezza della Torre dell’orologio, uno spazio così accogliente nel quale è possibile gustare un buon bicchiere di vino, un aperitivo o, perché no, un gelato. Ben accetto anche fuori stagione, considerando le temperature di tarda mattinata spesso concilianti con qualcosa di fresco da bere o gustare. E ora, buona passeggiata e al prossimo tour fra le bellezze di una regione invitante e fra le più suggestive d’Italia. E non solo…