«Puglia, non finisce qui…»

Dolce e Gabbana, Alta moda in Valle d’Itria

L’amministratore delegato D&G, Alfonso Dolce, fratello dello stilista Domenico, lascia più di uno spiraglio nel tornare nella nostra regione. «La collaborazione con presidente Michele Emiliano e la sua squadra è stata eccezionale. Siamo certi che in futuro ci sarà occasione per dare corso a questo legame». Meglio di così…

 

Foto Sito Web D&G

Dolce e Gabbana a casa nostra. Nella Valle d’Itria, dentro quel panorama bene assortito di trulli e masserie come poche altre zone possono permettersi in tutto il mondo. Normale, dirà qualcuno. Certo, considerando che i trulli sono una geniale costruzione scaturita dalla mente dei nostri avi che hanno pensato di unire l’utile al dilettevole. Un giorno ci soffermeremo anche su questo fenomeno, che abbiamo trattato solo di sguincio. Normale, con una Valle che sembra dipinta, con una tavolozza sulla quale erano spremuti, in particolare, due tubetti di colori: il bianco dei muri a secco e dei trulli, e il verde degli ulivi e dei vigneti, posto che olio e vino che si produce nel Tacco d’Italia, difficilmente si può infiocchettare altrove.

Dunque, non è un caso che i due stilisti di grido, Dolce & Gabbana, qui parliamo di brand ecco perché in mezzo ci mettiamo la “e” commerciale, abbiano scelto la Puglia e in particolare la Valle d’Itria.

Dunque, diciamo subito che l’appuntamento clou della moda internazionale svoltosi solo pochi giorni fa, è stato un grande successo. I due stilisti di fama mondiale hanno anticipato i preparativi arrivando nel Tacco dello Stivale con uno yacht dalle mille e una notte, la “Regina d’Italia”, attraccato nel porticciolo di Polignano a Mare. Tanto per gradire e promuovere un altro suggestivo angolo della Puglia.

 

Foto Sito Web D&G

ALBEROBELLO, OSTUNI…

Domenica scorsa ad Alberobello, è stata presentata la collezione donna Alta Moda, mentre il giorno successivo, ad Ostuni, è stata la volta dell’Alta Sartoria Uomo. Una “due giorni” pugliese conclusasi con una megafesta in una masseria fra le più accoglienti della Valle d’Itria (non abbiamo mai nascosto un debole per la Masseria Don Cataldo…).

«L’energia e la partecipazione di tutti è stata fantastica. C’era la voglia di stare insieme, la serata è stata magica in ogni suo momento», ha dichiarato Alfonso Dolce, fratello dello stilista Domenico Dolce, amministratore delegato D&G, a Rosarianna Romano del Corriere del Mezzogiorno. «Helen Mirren, ambasciatrice di “Save the Olives” – ha proseguito – ha aperto la serata inaugurale con un importante discorso sull’importanza di tutelare il territorio».

A seguire, una degustazione di prodotti tipici pugliesi, due performance musicali straordinarie con Blanco e Diana Ross nella straordinaria cornice di Borgo Egnazia.

Alta Moda, un Grand Tour tutto italiano partito undici anni fa. «Partito da Taormina – ha aggiunto Alfonso Dolce – a oggi ha toccato alcune delle destinazioni più iconiche d’Italia; l’obiettivo non tanto nascosto è il cercare di offrire un’esperienza raccontando ciò che conosciamo meglio e amiamo di più: le nostre radici, l’amore per il “Fatto a Mano” e le maestrie artigianali».

 

Foto Sito Web D&G

«TORNEREMO, PROMESSO…»

Tutti gli anni, è stato inoltre spiegato, alla fine degli eventi, Domenico Dolce e Stefano Gabbana iniziano a lavorare all’edizione successiva con l’obiettivo di trovare location evocative, ricche di storia e tradizione. I sopralluoghi effettuati in Puglia, tutti interessanti, hanno portato, infine, alla scelta di Fasano, Alberobello, Ostuni per gli eventi principali. Ma non è detto che questa sia la sola tappa che il Grand Tour dell’Alta Moda farà in Puglia.

«Tutti i progetti a cui lavoriamo – ha concluso l’amministratore delegato di D&G – hanno una visione di lungo termine e, anche in questo caso, auspichiamo lo stesso approccio; la collaborazione con il presidente Michele Emiliano e la sua squadra è stata eccezionale, tanto che siamo certi che anche in futuro ci sarà occasione per dare corso a questo legame; per ora stiamo lavorando a un documentario, insieme a Sky Arte: è un progetto culturale di rilievo che punta alla promozione del territorio pugliese e delle sue eccellenze».

Puglia, ancora tu

Prima nella top estiva, è nostro il mare più bello d’Italia

Il fascino di Pugnochiuso e Castellaneta, di Polignano e Gallipoli. Non c’è partita, un gradino più sotto del podio Sardegna e Sicilia. Fino all’11 in Valle d’Itria le sfilate, ma solo per i vip, di Dolce&Gabbana. Turisti avvisati

 

 

Puglia, Sardegna e Sicilia. Questo il terzetto delle regioni più votate per il mare più bello. Un podio che racconta la classifica dei dieci migliori comuni balneari italiani segnalati da una delle community più attive di internet (Vamonos-Vacanze.it) su un campione di duemila persone.

Puglia, inequivocabilmente, prima. A farla da padrona, la spiaggia di Pugnochiuso (Vieste), centro turistico roccaforte di Vamonos-Vacanze, resort fortemente voluto da Enrico Mattei che scoprì queste baie verdeggianti sorvolando la costa del Gargano nel lontano 1959, quanto dette il “la” nell’avviare quella che oggi si può dire l’industria del turismo sul Gargano.

Bellissime, affascinanti, le località estive, dal Gargano, appunto, al Golfo di Taranto, passando per il Salento, un mare che corre lungo oltre ottocento chilometri di coste. Spiagge sabbiose, scogliere, oasi marine, litorali frastagliati, bagnati dalle acque cristalline del mare Adriatico e del mare Ionio, sulle cui rive si affacciano antichi borghi di pescatori, cittadine turistiche e vivaci porticcioli. Numerose e accoglienti, le località balneari in Puglia per trascorrere vacanze allegramente tra sole, mare e sport.

 

 

NON SOLO PUGNOCHIUSO

Detto di Pugnochiuso, ecco Rodi Garganico, tipico borgo marinaro sulla costa settentrionale del Gargano con le case dei pescatori disposte a cascata sul mare e un porticciolo turistico dove si può arrivare direttamente in barca. Altra località suggestiva, Peschici. Merita una sosta per passeggiare nel centro storico tra case imbiancate a calce e cupole arabeggianti, vedere l’austero castello medievale a strapiombo sul mare e gustare piatti di pesce freschissimo nei numerosi trabucchi presenti in zona. A seguire, il parco marino delle Tremiti, un vero paradiso della vacanza a contatto con la natura. Situate al largo delle coste del Gargano, le sue verdi isole ricoperte di macchia mediterranea e pini marittimi sono facilmente raggiungibili in traghetto.

Posizione spettacolare, a picco sul mare, Polignano a mare. Città natale di Domenico Modugno, l’artista ha notevolmente contribuito a farla conoscere oltre i confini della Puglia. Al celebre cantante è dedicato il monumento in cima alla scalinata “Volare”, da cui si accede alla scogliera più popolare della cittadina.

La città più orientale d’Italia, Otranto. Da scegliere tra spiaggette sabbiose, scogliere e calette bagnate da un mare limpido e turchese che punteggiano il litorale cittadino.

Già nell’Ottocento Santa Cesarea era una rinomata località termale, come testimoniano le originali ville nobiliari in stile moresco che caratterizzano il paesaggio della cittadina sulla costa adriatica del Salento. Oltre alle cavità da cui sgorgano le benefiche acque sulfuree, nel litorale roccioso si aprono numerose grotte marine, richiamo irresistibile per gli appassionati di snorkeling e immersioni.

Alla punta estrema del Tacco d’Italia, Santa Maria di Leuca. La costa circostante è rocciosa e frastagliata, da esplorare in barca per raggiungere le suggestive grotte nella scogliera. Un centro storico circondato dal mare, trattorie veraci dove gustare il meglio della cucina salentina e stabilimenti balneari alla moda fanno di Gallipoli la riconosciuta “perla dello Ionio”.

 

 

E POI C’E’ CASTELLANETA

Tra la laguna di Porto Cesareo e Punta Prosciutto si allungano spiagge tra le più incantevoli del versante ionico del Salento. Mare trasparente dalle sfumature caraibiche, favolosi fondali bassi e sabbiosi, piccoli promontori con antiche torri di guardia e isolotti selvaggi.

Infine, ma non ultima, tra le più frequentate località di mare del Golfo di Taranto, Castellaneta Marina. Immersa nel verde di una riserva naturale di macchia mediterranea e pini marittimi, meta di rilassanti passeggiate e attività outdoor. La spiaggia lunga e sabbiosa vanta la Bandiera Blu ed è attrezzata con stabilimenti balneari, bar e ristoranti.

Infine, notizia delle notizie: il Grand Tour di Dolce&Gabbana fa tappa in Puglia. Dopo le suggestive sfilate a Capri, a Venezia e Siracusa, i due designer siciliani hanno scelto la Valle D’Itria per presentare le collezioni di Alta Moda, Alta Gioielleria e Alta Sartoria (dedicata all’uomo). Permanenza fino all’11 luglio,  quando è ancora top secret la lista degli ospiti, anche se fra i seicento invitati vip potremmo vedere vecchi amici della Maison, da Sharon Stone alle Kardashian. 

«Paese mio ti lascio, io vado via»

Isabella, trentatré anni, da otto in Australia

Da cameriera pagata male e sottoposta a stress, a direttrice di uno dei ristoranti di maggior prestigio in Australia. «Rispetto piacere di vivere in un Paese meraviglioso come l’Italia purtroppo passa in secondo piano», spiega. «Nel Paese in cui oggi vivo e lavoro, posso continuare ad aspirare ad una carriera ancora più importante». «Manco da otto anni, ho nostalgia, ma qui devo seguire la mia strada…». Il lavoro, lo studio della lingua, del food, dei vini e tanto altro ancora

 

«Rispetto alla priorità, il lavoro, il piacere di vivere in un Paese meraviglioso come l’Italia purtroppo passa in secondo piano; sotto il profilo lavorativo, nel Paese in cui oggi vivo e lavoro, ho raggiunto un livello a dir poco importante: posso continuare ad aspirare ad una carriera ancora più importante».

Isabella si sfoga, rilascia un’intervista che fa male e fa bene un po’ a tutti. In Italia, cameriera, pagata male e a nero, sottoposta a orari insostenibili, oggi a Melbourne, dove risiede da otto anni, svolge un lavoro di direttrice in uno dei ristoranti australiani più importanti. «In Italia – dice – non so se sarebbe stato possibile; a Milano, quando facevo la cameriera, mi hanno offerto un regolare contratto solo dopo mesi in nero: però prima volevano che firmassi le dimissioni in bianco; sono cose che qui, in Australia, molto semplicemente, non succedono».

La storia di Isabella, raccolta dalla redazione di “Leggo”, ottimo lavoro, potrebbe chiudersi qui. Invece crediamo sia giusto rifletterci. Specificare perché questa è una storia “fa male e fa bene un po’ a tutti”. Male, perché tutti vorremmo che i nostri figli restassero in un Paese che abbiamo ricostruito prima, ma demolito successivamente, a colpi di astuzia, furbizia e soprattutto a danno di ingenui e bisognosi. Questi siamo noi, inutile nasconderlo.

 

 

BICCHIERE MEZZO PIENO

Fa bene, ecco il bicchiere mezzo pieno, perché la storia di Giulia insegna che la forza di volontà può spingerti a riscattarti, non senza il dolore di una mezza sconfitta perché ti è toccato andare a settemila chilometri da casa per farti riconoscere un ruolo che in Italia, nemmeno in due vite, ti avrebbero riconosciuto. A cominciare da contratto e stipendio. Siamo un Paese che non si stupisce più. Non ci fanno più effetto politici e magistrati corrotti e indagati, così come dar torto ad Isabella. Che, per inciso, non torna in Italia da otto anni.

E’ la storia di un’emigrata che con il dolore nel cuore, ce l’ha fatta. Chi resta incollato al proprio Paese, un po’ per pigrizia, un po’ per mancanza di fiducia, sperando magari nel cambiamento. E chi il guizzo, il cambiamento se lo crea. Isabella, trentatré anni, origini calabresi, cresciuta a Firenze – dunque una che non si spaventa di togliere le tende e trasferirsi altrove – che stanca di fare la cameriera per giunta a Milano – altro trasloco per lavoro – ha lasciato tutto e si è trasferita in Australia, dove oggi è direttrice di «uno dei ristoranti italiani migliori», come spiega in una sua intervista rilasciata al Corriere della sera.

La sua vita è cambiata radicalmente. Sembra un romanzo lieto fine. «Sono scesa dal bus, 44 gradi all’ombra e mi sembrava di essere finita su un altro pianeta», ha raccontato al Corsera. Tutto nasce da una riflessione maturata giorno dopo giorno, aveva bisogno di una terapia d’urto. «Nel 2014, a Milano, ero ad un bivio, non ce la facevo più. Fino a quando mio fratello Claudio non mi ha detto: “Devi andartene”. Mi ha pagato il biglietto per l’Australia, dove ho raggiunto nostro fratello, che viveva lì da tempo: l’idea era quella di stare via qualche mese, lavorando per mantenermi e, invece, sono qui da otto anni». Brava Isabella. Come avresti fatto comodo a un’Italia che perde pezzi per strada.

 

 

MILANO, IMPOSSIBILE…

«A Milano pagavo 550 euro di affitto e facevo la cameriera: lavoravo dieci ore al giorno e guadagnavo sei euro l’ora, in nero», racconta al quotidiano italiano più letto. Oggi Isabella è  “venue manager”, ovvero direttore, e “head sommelier”. «Mi occupo delle prenotazioni, dello staff, dei rapporti con i fornitori e di tutto ciò che riguarda i vini; il direttore, in un ristorante, è il responsabile che tiene unita la squadra: è il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene dal posto di lavoro: deve saper gestire la pressione, lo stress e ogni incidente; il nostro è un lavoro contante di problem solving: non puoi essere raccomandato o inventarti un curriculum di sana pianta; se non sai lavorare si vede già da come entri in sala o da come impugni un coltello».

Come in una favola. «Ero senza soldi – spiega Isabella – ho bussato ad un ristorante chiedendo un lavoro qualunque, così Stefano mi ha dato una possibilità: è stato l’unico a farlo. E da quel momento mi ha sempre supportato: il resto, però, l’ho fatto io. A Napoli avevo lavorato con Nunzio, un grande della ristorazione. Lui mi ha insegnato che la conoscenza è potere. Per questo ho studiato molto: la sala, i vini, la cucina, anche la lingua, perché un conto è saper parlare inglese per fare quattro chiacchiere, un conto è riuscire a fare gli ordini con i fornitori. Quando gli altri uscivano, io stavo a casa a studiare, perché volevo diventare la più brava. Ambivo a fare la manager. Così ho lavorato sodo e ho cercato di farmi valere. Non è stato facile, anche in quanto giovane donna: alcuni colleghi uomini, più grandi di me, non mi hanno accettata subito come direttore».

Isabella, si diceva, non pensa di tornare in Italia a breve. «Purtroppo, il piacere di vivere in un Paese meraviglioso come l’Italia passa al secondo posto quando si guarda a certe dinamiche. Dal punto di vista lavorativo, il livello che ho raggiunto qui e a cui posso aspirare per la mia carriera futura…in Italia, non so se sarebbe stato possibile…».

«Figli dei falegnami, niente scuola!»

Durante Cartabianca il “Bria” compie una delle sue uscite

Il re della notte e di Majestas, l’ex Billionaire sardo, parla a modo suo degli artigiani. «Devono imparare a fare il mestiere dei loro papà, altrimenti chi mi fa il controsoffitto?», più o meno in tv. Poi, duro, con suo figlio Nathan Falco: «Dopo il Liceo farà il cameriere»

 

Va bene la polemica a tutti i costi, praticamente il sale nella comunicazione di Flavio Briatore. Ma stavolta l’imprenditore ha capito di aver esagerato. La frase sui figli dei falegnami che devono fare i falegnami e non andare a scuola, perché lui non ha trovato un falegname per fargli il controsoffitto in una delle sue case o delle sue ville, è stata infelice. Ha avuto il solito effetto dirompente, ma non ha creato il dibattito di solito da lui provocato. Perché non c’è stato un braccio di ferro, ma un coro, uno solo, indirizzato contro il re della notte e di Majestas, l’ex Billionaire.

Briatore, come avrete sentito e letto, è stato ed è al centro di una delle sue tante polemiche per le dichiarazioni sui figli dei falegnami e dei muratori. Le parole contestate sono state pronunciate nel corso di Cartabianca, programma condotto da Bianca Berlinguer e nel quale si dibatteva sul mondo delle medio-piccole imprese. Le dichiarazioni dell’imprenditore, che sembrano rimandare a una “teoria delle caste” secondo uno dei suoi “avversari” Andrea Scanzi – che ha postato un video da Bari, dove era ospite per un incontro – hanno scatenato le polemiche del mondo dell’istruzione. E non solo. Perché quando il “Bria” interviene, si salvi chi può: si lascia prendere dal suo ego, va fuori controllo ed investe come una valanga e trascina a valle tutto e tutti.

 

Foto profilo Facebook

«UN PAESE SENZA CONTROSOFFITTI»

Briatore non è nuovo a uscite, riassume Giorgia Bonamoneta su Virgilio.it, che lo mettono in cattiva luce. Soprattutto quando si muove sul delicato tema del lavoro, la mobilità sociale e i giovani. A creare scandalo questa volta, dopo il recente elogio al governo Meloni, sono state le parole sulle aziende di famiglia.

A scatenare la polemica le frasi dette nell’ultima puntata di Cartabianca, nella quale Briatore era stato invitato a parlare delle difficoltà delle medio-piccole imprese. Sull’argomento l’imprenditore ha voluto fare un esempio: «L’altro giorno sono andato da un falegname per chiedere un lavoro ad un controsoffitto: bene, la sensazione che ho ricavato è la seguente: tra vent’anni non ci saranno più falegnami, muratori o gente che fa controsoffitti».

Dicevamo di Andrea Scanzi. La sua risposta al “bria” è stata veloce, tagliente: «Questa è teoria delle caste», ha detto in un video che trovate su youtube. Scanzi, invitato a Cartabianca subito dopo Briatore, non aveva seguito in diretta il discorso dell’imprenditore. Si è quindi ritrovato a rispondere alle affermazioni di Flavio Briatore, con le quali non concordava, solo in seguito. Scanzi ha definito le parole di Briatore «teoria della casta», cioè l’idea che alcuni lavori possono essere fatti solo da alcune persone, per esempio da chi nasce in una determinate classe.

 

 

SCANZI, «ASCENSORE SOCIALE NEGATO»

«Briatore ha detto, sostanzialmente – ha ribattuto a bocce ferme e una volta vista l’intera puntata, Scanzi – che quando i falegnami hanno dei figli non è che dicono loro di fare il falegname, ma gli dicono “studia’”. E’ un discorso allucinante, perché nega qualsiasi ascensore sociale e qualsiasi aspirazione delle persone».

«Del resto mia cara – ha proseguito il giornalista – di che si stupisce (Briatore), anche l’operaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente ne può venir fuori, “non c’è più morale contessa” cantavano i Modena City Ramblers. Da allora non è cambiato nulla? Briatore è finito al centro dell’ennesima bufera proprio per aver immaginato un futuro senza falegnami e muratori. La colpa si troverebbe nel percorso scolastico e universitario e quella voglia dei genitori di dare ai figli e alle figlie la possibilità di scegliere il proprio futuro».

A proposito di valanga e polemiche. Sono stati in molti a rispondere all’imprenditore, da professori a giornalisti, tutti con la stessa opinione: lo studio è importante per il principio di autodeterminazione. Insomma, non ci sarebbero Briatori che tengano.

Infine, per onore di cronaca, Briatore ha risposto alle accuse parlando del figlio, Nathan Falco. «Anche mio figlio, dopo il Liceo – ha asserito duro, il “Bria” – verrà a lavorare da me, ma inizierà facendo il cameriere e, se vorrà raggiungere i miei livelli, dovrà impegnarsi».

Giulio, sei un fuoriclasse!

Salentino di Galatone, undici anni, entra fra i banchi delle medie superiori

«Tutto comincia all’età di tre anni, realizza un impianto con il nonno. Non era un caso, a quattro anni leggeva le etichette nei supermercati, a cinque cambiava i sistemi operativi; a sei invocammo aiuto…», spiega la mamma. Il piccolo è osservato con stupore dai compagni più grandi, ma non si sente un fenomeno, tanto che sogna di giocare a pallacanestro e suonare la batteria

 

Diplomarsi a soli sedici anni. Sarebbero in realtà quindici, se Giulio, enfant prodige non fosse nato a fine giugno, sul filo di lana della fine degli esami scolastici. Prima che arrivi al diploma, però, parliamo del piccolo-grande Giulio che di anni ne ha solo undici e invece di frequentare la scuola media, nello scorso settembre è stato iscritto all’istituto superiore “Enrico Medi” di Galatone, cittadina in provincia di Lecce. E’ qui, a Galatone, che il ragazzo che bruciò le tappe vive con papà e mamma, orgogliosi di lui il giusto. Perché è giusto essere orgogliosi di un figlio, che invece di frequentare per il secondo anno consecutivo un anno scolastico, i gradini li sale tre per volta; ma è anche vero che non bisogna farne un fenomeno da baraccone, uno di quelli che spesso ospitava Maurizio Costanzo nei suoi show. Personaggi dei quali, detto per inciso, attori, cantanti, scrittori, filosofi e via discorrendo, si è persa traccia.

Fossi il direttore di un giornale a un mio cronista chiedere, invece di intervistare il piccolo stesso, i suoi genitori, di intervistare i suoi compagni di classe, i coetanei del piccolo Giulio. Per capire ome hanno vissuto e come vivono un compagno o un vicino di casa con una marcia in più: come se niente fosse, con un po’ di invidia, con indifferenza. E non per essere il direttore primo della classe, ma perché in un’epoca in cui viviamo e spesso malsopportiamo i divi della tv e dei social, credo piacerebbe capire altri aspetti di un “fenomeno”, meglio una sindrome, quella di Asperger.

 

 

QUELLA SINDROME UN PO’ COSI’…

che nei decenni, ma anche nei secoli, ha interessato personaggi come Mozart e, più recentemente, Einstein. Ma l’elenco è lungo e lo riporteremo in coda. Io, non come presunto direttore, resto comunque legato al talento coltivato con applicazione, alla genialità pura, quella che ha fatto conoscere l’Italia in tutto il mondo: Leonardo, Dante, Michelangelo, per fare i primi nomi che vengono in mente.

Dunque, Giulio, undici anni. Intervistato in questi giorni dal Corriere della sera. “All’inizio ero spaventato, ma felice: i compagni mi hanno accolto benissimo, anche se i ragazzi più grandi erano sorpresi nel vedere un bambino che sedeva al loro stesso banco”.

Giulio, ragazzo-prodigio, è il primo bambino italiano ad aver iniziato un percorso didattico personalizzato. Dovrà frequentare regolarmente la scuola seguendo anche ore di algebra previste nel biennio delle superiori. Un ciclo di studi che gli permetterà di accedere direttamente al terzo anno delle “superiori” dopo la terza media. Insomma, una corsa allo studio parallela. Come se allo start dei cento metri a Giulio assegnassero una corsia esterna. Corre, come e quanto i suoi compagni, ma si unisce allora praticamente al traguardo: agli esami di maturità.

 

GIULIO, SOGNI E BASKET

Giulio ha già un sogno nel cassetto: diventare un ingegnere informatico o un programmatore, una passione che coltivava già da piccolo. «A tre anni comprò – ha spiegato la mamma al Corsera – insieme a suo nonno, un pannello solare: eravamo stupiti quando ci accorgemmo che Giulio fu in grado di alimentarlo da solo». Altro scatto in avanti. «A quattro anni lo vidi per la prima volta leggere le etichette nei supermercati, a cinque cambiava i sistemi operativi. Non era, però, un bambino sereno, tanto che a sei anni ha chiesto aiuto».

L’aiuto in soccorso di Giulio ha un nome e un volto: Annamaria Manni, terapista neuro e psicomotricità dell’età evolutiva. E’ lei che nel 2018 Giulio scopre che il piccolo genio salentino è portatore della sindrome di Asperger. «Con la diagnosi ha finalmente dato un nome al suo modo di essere – spiega la mamma – così grazie al supporto della dottoressa Manni e degli insegnanti, a piccoli passi ha imparato a stare con gli altri: oggi, Giulio, è un undicenne che gioca a basket e suona la batteria».

 

 

LA SINDROME DI ASPERGER

La sindrome di Asperger (spesso abbreviata anche in SA) è un disturbo pervasivo dello sviluppo, annoverato fra i disturbi dello spettro autistico. Non comporta ritardi nell’acquisizione delle capacità linguistiche né disabilità intellettive. La locuzione fu coniata dalla psichiatra britannica Lorna Wing in una rivista medica risalente al 1981 in onore di Hans Asperger, uno psichiatra e pediatra austriaco, il cui lavoro non fu pienamente riconosciuto fino agli anni novanta. Le persone Asperger, la cui causa è ignota, presentano una persistente difficoltà nelle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi ristretti a determinati ambiti. Diversamente da altre forme di autismo, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o nello sviluppo cognitivo.

Tra i personaggi famosi portatori della sindrome di Asperger: Elon Musk, Greta Thunberg, Steve Jobs, Albert Einstein, Bill Gates, Dan Aykroyd, Anthony Hopkins, Alan Turing (creatore dei primi algoritmi, pose le basi per gli studi legati alla scienza informatica e all’intelligenza artificiale), Andy Warhol, Susanna Tamaro, Wolfang Amadeus Mozart, Satoshi Tajiri (creatore dei Pokemon), Tim Burton (regista), Bobby Fisher (il più grande giocatore di scacchi).

«Cinema, che passione!»

Enrico Vanzina a Taranto, racconta sessant’anni di storia del grande schermo

«Mio padre Steno, Risi e Monicelli, i grandi della commedia. Io e mio fratello Carlo abbiamo sceneggiato e girato qualcosa come centoventi film. Come un tempo avevamo provato a raccontare gli italiani. Sordi, da imitatore a imitato. E poi Villaggio, Proietti e un film che vorrei fare con Verdone. Checco Zalone, Pio e Amedeo mi ricordano il “mio” Abatantuono»

 

«Hai un gran…sedere, hai diciassette anni e sei di fronte al più grande scrittore italiano!», gli disse un giorno Ennio Flaiano. Enrico Vanzina, regista, sceneggiatore, scrittore, giornalista, centoventi film all’attivo, sere fa allo Yachting Club di Taranto, ospite della rassegna “L’angolo della conversazione” a cura di Gianluca Piotti, per presentare il suo ultimo libro, un giallo: “Il cadavere del Canal Grande”. Parlare con lui davanti ad un aperitivo, ascoltarlo dal palco, cenare, fra un vinello e una santa spaghettata alle vongole, è come fare zapping con la commedia all’italiana.

«Grazie a papà, Steno (Stefano Vanzina, ndc), che ha diretto, tanto per intenderci, tutti i film dell’immenso Totò e, per fare due titoli, “Un giorno in pretura” e “Un americano” con il grande Alberto Sordi, ho conosciuto tutto il cinema, gli attori, i registi, gli sceneggiatori, così com’erano nella vita reale».

Racconta di tutto e di più, Vanzina. Con grande semplicità. Come sceneggiasse uno dei suoi tanti film, realizzati insieme con suo fratello Carlo, scomparso circa cinque anni fa. “Parla come magni”, avrebbe detto Nando Mericoni, detto l’americano.

«Hemingway ha spettinato i giochi, con i suoi romanzi ci ha insegnato che a parlare devono essere i protagonisti, i personaggi: dunque, quale miglior strumento se non il discorso diretto».

 

 

Dicevamo di Ennio Flaiano.

«A casa, a pranzo, a cena, mio padre invitava Risi, Monicelli, De Sica, Comencini, Lattuada, al quale devo il mio debutto cinematografico con “Oh Serafina”, e ancora Scola, Maccari, Zapponi, Age e Scarpelli, Sonego, Vincenzoni, intellettuali come Flaiano, Patti, Brancati, Longanesi; casa si riempiva di cinema, il vero cinema: fu uno di quei giorni che mi venne l’ispirazione: voglio scrivere; così qualcuno mi indirizzò a Flaiano, personaggio strepitoso, battuta fulminante, libri e sceneggiature veri e propri saggi di ironia: “Ennio, mi piacerebbe diventare uno scrittore”, e lui: “Pensa che…fortuna: hai davanti a te, il sottoscritto, senza nulla togliere al resto dei presenti, il migliore scrittore italiano! Leggi le mie cose: quando non ti sarà chiara qualcosa, domanda, senza problemi”».

Qual è l’insegnamento?

«Chi osserva il mondo, la battuta l’acchiappa: devi scrivere come parla la gente; per fare lo scrittore bisogna amare il cinema, leggere tanti libri, frequentare musei, ascoltare musica, andare a teatro, al bar, sull’autobus, fare sesso; le commedie: un umorista francese diceva: speriamo che il mondo resti ridicolo».

E Albertone?

«Lattuada mi volle accanto a sé per “Oh Serafina”, avevo appena ventitré anni, Pozzetto venne a cenare a casa per conoscere Sordi; non appena arrivò, Renato si alzò per stringere la mano ad Alberto: “Maestro, che piacere…”, fece Pozzetto. E Sordi, “Stai, stai, ma tu chi sei Cochi o Renato?”. Alberto era così. Sordi, nel suo lavoro ha osservato gli italiani, li ha imitati, finché il suo modello non è diventato talmente forte che gli italiani ad un certo punto hanno cominciato ad imitare lui».

 

 

Vanzina, la fortuna di conoscere Totò.

«Il Principe abitava non molto lontano da casa nostra e io e Carlo andavamo spesso a trovarlo; elegante, altra cosa rispetto ai suoi personaggi: lo guardavamo con ammirazione e stupore, specie da quando papà ci aveva portati sul set di “Totò Diabolicus”: ci era rimasto impresso il Principe vestito da donna, quella era vera arte, fare cinema, interpretare uno, due, tre personaggi diversi fra loro».

Poi c’è anche Proietti.

«Ci invitarono negli Stati Uniti, Sordi e De Sica in un’auto, io e Gigi in un’altra; loro a cena, noi al Madison Square Garden per ascoltare Ray Charles: entriamo e ci troviamo davanti ad una muraglia umana, nera, non c’era un solo bianco; Gigi a quel punto sfodera un sorriso alla Mandrake, tipo “Febbre da cavallo”, e testuale: “Enri’, me sto a caca’ sotto…”».

Paolo Villaggio, altra icona del nostro cinema.

«Inghilterra, riprese di “Io no spik inglish”. Villaggio suggerisce una serata al “Bucaniere”, vecchio pub londinese. Prenotiamo una settimana prima. Chiusura alle nove di sera. Arriviamo alle 9.01. “Too late”, ci respingono. Insistiamo, invochiamo uno strappetto alla regola, niente: andiamo via bastonati. Pochi metri dopo, in un vicolo, alle mie spalle sento la voce narrante di Villaggio-Fantozzi: “Capri, Ferragosto, cinque del pomeriggio: Antonio sta abbassando la saracinesca del suo ristorante, “I Faraglioni””; gli piombo alle spalle: “Antonio, siamo in quindici…”. E lui, alzando la saracinesca: “Non c’è problema, dotto’…”. Questo era Villaggio, uomo di grande spirito e immensa cultura».

 

 

Romanità, romanismo, cose che la legano a Verdone.

«Carlo, siamo grandi amici. Ci sentiamo quasi tutti i giorni. Uscire con lui è come uscire con Totti, a Roma non fai due metri senza essere fermato. Mi piacerebbe dirigerlo in un film, è complicato: lui lavora con se stesso, lo ha fatto appena con Sorrentino e Veronesi, ma ho la sensazione che ce la farò. Io e lui ci riteniamo maratoneti del cinema, altri sono centometristi, li superi che hanno già il fiato corto».

Come in uno dei suoi film, scorrono i titoli di coda. Enrico Vanzina e considerazioni sparse.

«La più grande commedia all’italiana: “Il sorpasso” di Risi con Gassman e Trintignant; fra i titoli miei e di mio fratello Carlo: “Il cielo in una stanza” con Elio Germano; la più grande attrice comica del nostro cinema: Monica Vitti; battute amate e odiate: “E anche questo Natale s’o semo levati dalle palle!”, Garrone da Vacanze di Natale, una persecuzione; “Invecchiare fa schifo!”, Virna Lisi da “Sapore di mare”: in realtà invecchiare non fa affatto schifo; la Puglia, la amo, è bellissima, devo tornarci con più calma: con Abatantuono, origini pugliesi, ho lavorato per diversi film sul suo “terrunciello”, divertimento allo stato puro; poi, sfondo una porta aperta: trovo divertenti Checco Zalone, Pio e Amedeo, che ho incontrato di recente».

Golpe di sole

Estate, nel fine-settimana il tentativo di ribaltare il governo presieduto da Putin

“Wagner”, l’esercito dei “contractor” assoldati dalla Russia e capeggiati da Prigozhin, ha messo paura al mondo per un’intera giornata. Il timore maggiore: lo scoppio di un conflitto civile con l’ingresso in guerra di più “attori”

 

Non è stata quella che si suol dire una «passeggiata di salute» quella dello scorso week-end in Russia. Insomma, non finisce tutto in una bolla di sapone, come se in piena estate un colpo di sole, di punto in bianco, si fosse impossessato del leader della

Il presidente russo Vladimir Putin è apparso nel primo discorso televisivo dopo il tentativo di colpo di stato da parte di Wagner al cui comando si era posto – secondo Putin – il “ribelle” Yevgeny Prigozhin. L’occasione del “ritorno” del presidente russo dopo l’assenza nel fine-settimana scorso è stato l’incontro con partecipanti e ospiti dell’XI International Youth Industrial Forum.

Dal suo canto, tirato in ballo dallo stesso “invasore”, Prigozhin, il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha visitato le truppe in Ucraina. Anche in questo caso, la sua è la sua prima apparizione pubblica dall’ammutinamento di Wagner. Shoigu, però, non ha fatto commenti sul «grave caso di ribellione» durante il quale Prigozhin aveva chiesto al ministro della Difesa un incontro chiarificatore a Rostov prima della sospensione dell’ammutinamento.

 

 

«SHOIGU, DOVE SEI?»

Ma, attenzione, secondo alcuni importanti blogger militari russi su Telegram, hanno avanzato l’ipotesi secondo la quale il ministro della Difesa, Shoigu, si sarebbe recato in visita al confine con l’Ucraina venerdì scorso, prima dunque della sommossa che ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero. Secondo i blogger in questione le immagini e il video rilasciati dal ministero della Difesa russo potrebbero risalire proprio a venerdì scorso, dunque al viaggio avvenuto prima dell’ammutinamento di Wagner.

«La cosa principale in queste condizioni – ha dichiarato all’agenzia Tass il primo ministro russo Mikhail Mishustin – è garantire la sovranità indipendenza del nostro Paese, sicurezza e il benessere dei nostri cittadini; a tal fine, il consolidamento dell’intera società è particolarmente importante: dobbiamo agire insieme, come un’unica squadra, e mantenere l’unità di tutte le forze, stringendoci attorno al Presidente».

Intanto si registra il procedimento penale a carico del leader della Wagner Prigozhin. L’accusa è di ribellione armata tanto che Prigozhin continua ad essere indagato dal dipartimento investigativo dell’Fsb russo. Fonti bene informate affermano che la decisione di avviare un procedimento penale non è stata ancora annullata e che le indagini sulla ribellione sono in corso.

Dall’Italia, intanto, «seguiamo l’evolversi della situazione interna russa, anche se naturalmente non tocca a noi interferire: tutto dipende dalla situazione, ma certamente l’assenza di Wagner non rafforza l’armata russa», ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

 

 

DA TUTTO IL MONDO…

Dagli Stati Uniti, invece, «la crisi in Russia rivela crepe nel sistema di potere di Vladimir Putin». Lo ha dichiarato il segretario di Stato americano Antony Blinken, che ha aggiunto: «al momento non si ha notizia di capo militare cacciato da Putin, pertanto bisognerà aspettare le prossime settimane per capire gli sviluppi».

Infine notizie dalla Cina che sostiene la Russia nel mantenimento della stabilità nazionale. «Questi sono affari interni della Russia – sottolinea la nota – anche se  in qualità di vicino amichevole e partner di cooperazione strategica globale nella nuova era, la Cina sostiene la Russia nel mantenere la stabilità nazionale e nel raggiungere lo sviluppo e la prosperità».

Insomma, un bel braccio di ferro del quale, oggi, si parla con una certa rilassatezza, anche se la paura di una vera guerra civile è stata tanta. Tutto è bene quel che finisce bene, si diceva un tempo. Ma qui, in realtà, la sensazione che si ha è che tutto sia appena cominciato.

«Adesso ti sistemo io!»

Un datore di lavoro gioca un brutto scherzo a un suo dipendente

Versa circa mille euro, il TFR, con l’equivalente di novantamila monetine e un biglietto: «Vai a fare…» . Al giovane dipendente non va giù. Denuncia, inchiesta ed intimazione di pagamento: quarantamila! Tanto è costato all’uomo il mandare al diavolo un proprio dipendente

 

«…Frégati!». Più o meno questo, per dirla all’inglese, il messaggio di un datore di lavoro che ha liquidato un suo dipendente con novantamila monetine. L’idea avrà fatto sorridere il titolare dell’attività che a quell’idea ci avrà pensato giorno e notte, fra un ghigno e una risatina. Evidentemente quel dipendente, fiscale nelle sue ore di lavoro come nei suoi diritti, era uno che non si faceva passare tanto facilmente la mosca da sotto al naso.

Finito per finito il rapporto di lavoro, il giovane disoccupato ha informato l’Ispettorato del lavoro che ha fatto le sue ricerche. Avete presente la pallina di neve che scivola da una montagna e arriva a valle che è valanga. Ci verrebbe da dire “Così impara, quello sciocco guascone!”, invece dispiace perfino sapere che una guasconata, appunto, è finita peggio di quanto il “poverino” pensasse.

La storia, individuata da Edoardo Ciotola per “Tuttonotizie”, comincia proprio dal proprietario dell’officina che, per canzonare un proprio dipendente rompiscatole, gli ha elargito l’ultimo stipendio con oltre novantamila monetine, con allegato un biglietto con insulti. Per il meccanico sembra che la storia finisca con il suo dipendente che si porta via, in carriola, il suo ultimo stipendio, quello di fine rapporto. Invece, pochi mesi dopo, la polizia bussa alla sua porta. Purtroppo per lui non ci sono buone notizie.

 

 

«COSE CHE SUCCEDONO…»

«Chi lavora nel settore privato – scrive Ciotola – potrebbe aver avuto una cattiva esperienza con il suo ex datore di lavoro; alcuni contratti terminano anzitempo o non vengono rinnovati a scadenza; motivi più disparati, fra questi l’incompatibilità che si viene a creare tra le due parti, datore e dipendente; più di qualcuno ha avuto un’esperienza simile o conosce qualcuno rimasto in pessimi rapporti con chi gli corrispondeva lo stipendio a fine mese: fa parte della natura umana e difficilmente potranno esserci cambiamenti nel futuro prossimo».

Insomma, a dimostrazione che, ancora oggi, molti rapporti lavorativi finiscono nel rancore, c’è la storia di Andreas, ex dipendente di un’officina in Georgia, negli Stati Uniti. Mesi fa la sua ultima busta paga di un’officina per la quale aveva lavorato alcuni mesi: 915 dollari. Un corrispettivo che il giovane dipendente ha giudicato troppo basso tanto da denunciare l’accaduto all’equivalente americano del Ministero del Lavoro. «Il mio datore di lavoro non mi ha versato il TFR, il trattamento di fine rapporto».

Da qui le notti insonni del suo datore di lavoro, fatte di esclamazioni del tipo «Vai a fidarti di chi ha bisogno di lavoro!», «Proprio vero, il personale è il nemico pagato!» e, ancora, «Ripaghi la mia generosità con questa moneta?». Moneta, ecco, deve essere scattato qualcosa nella testa dell’uomo non appena ha pensato a quella parola: moneta.

 

 

«GLIELA FACCIO PAGARE!»

Il giorno dopo comincia la sua personale battaglia contro Andreas. Un giorno dopo l’altro, il datore non si sa come, riesce a mettere insieme più di novantamila pezzi da un centesimo. Con tutte quelle monetine, con allegato biglietto, gli pagherà il Trattamento di fine rapporto. L’uomo, ostinato, si procura una carriola, carica i novantamila pezzi – resi viscidi anche per essere stati trattati con olio per motori, insomma un datore sui generis – e glieli versa nel vialetto che porta a casa sua. Non finisce qui: fra le monete, il giovane meccanico trovato un biglietto con dedica, molto pesante: «Vai a fare in c**o!». Andreas a questo punto si dimostra quel ragazzo pignolo che il suo datore aveva conosciuto sul posto di lavoro: denuncia l’episodio alla polizia che collabora con il Ministero del Lavoro.

Dopo qualche mese, la doccia gelata. L’ex datore di lavoro non aveva “pagato in maniera corretta” Andreas e altri otto dipendenti. Nello specifico, non avrebbe pagato regolarmente tutte le ore di straordinario, che per la legge americana hanno un costo più alto, considerandole “normali”. Fatti ulteriori accertamenti, si è scoperto inoltre che il proprietario dell’officina avrebbe dovuto corrispondere al ragazzo altri ottomila dollari, più altri seimila agli altri otto dipendenti che non erano stati pagati regolarmente. Se a queste cifre aggiungiamo i danni per il ritardo nel pagamento, si arriva presto a qualcosa come 40.000 dollari. Quel “Vaffa!” avrà alleggerito di molto il peso del datore di lavoro, ma in quanto a dollari, anche in questo caso l’uomo avrà alleggerito le proprie tasche. Morale della vicenda: Ma paga! Un assegno arrotondato a mille dollari e stop, chi si è visto si è visto. Invece? Invece, “Frégati!”. Chi dei due è rimasto…scottato?

«Ti piace la vista, eh?»

Toby, ventuno anni, non vedente, espulso da una palestra

Fissava il vuoto. Non secondo una donna che si sentiva “osservata”. Ingiurie pesanti all’indirizzo del ragazzo, espulso dalla struttura sportiva. Senza poter spiegare che, invece, era cieco

 

«E’ tanto che mi fissi, vuoi smetterla e pensare a fare i tuoi esercizi? Se non la smetti lo dico al titolare della palestra e ti faccio cacciare in men che non si dica!».

E’ diventata virale, si dice così oggi, la storia di Toby, ventunenne studente inglese non vedente. E’ una di quelle storie delle quali appena leggi le prime righe cominci ad incupirti al punto tale da volere andare subito a leggere la conclusione sperando che sia un lieto fine. La storia di Toby, purtroppo, è di quelle che confermano quanto, di fronte alla disabilità spesso ci imbattiamo in barriere più mentali e culturali, che fisiche.

Toby è un ragazzo cieco che ha voluto condividere la sua storia su suo account Tik tok. La vicenda è presto spiegata: è quella di un giovane disabile e incompreso che racconta di essere stato cacciato da una palestra per aver “fissato” – così ha insistito la sua accusatrice – una donna, come se potesse vedere quello che accade davanti ai suoi occhi. “La fissava in modo inquietante”, sarebbe stato, a seguire, uno dei tanti commenti che hanno convinto la direzione a buttarlo fuori.

 

 

«COS’HAI DA GUARDARE?»

«Ti piace la vista, eh?», avrebbe ironizzato, minacciosa, la donna. Toby ha subito chiarito, semmai ce ne fosse stato bisogno: «Non avevo idea di dove puntasse il mio sguardo per tutto il tempo degli allenamenti. Guardavo solo davanti a me e sfortunatamente c’era una donna che faceva degli esercizi».

La ragazza oggetto delle immaginarie molestie non ha voluto saperne. «Perché continui a fissarmi? Basta, sei inquietante», ha ribadito non credendo alle spiegazioni di Toby. Il management della struttura ginnica ha deciso di allontanarlo a seguito delle rimostranze della donna.

Toby studia psicologia e consulenza. I suoi 225.000 follower su TikTok hanno espresso vicinanza e indignazione per l’accaduto. Loro sanno benissimo che l’aspirante psicologo ha cominciato a perdere la vista dall’età di 11 anni. Hanno seguito la vita di un normale ragazzo alle prese con i limiti, soprattutto esterni, che rendono complicata la vita di un disabile.

Oggi gli resta appena un 4%, quel poco che basta per non “vedere” certe miserie della società in cui viviamo. Come si suol dire: occhio non vede, cuore non duole.

Non ci piace tornare sull’argomento. E’ un po’ come sparare sulla croce rossa, perché la ragazza che ha offeso Toby, tardi sì, ma si è accorta della figuraccia che ha fatto. Compreso il titolare della palestra. Ma Corte d’Appello aveva ribadito il principio già sancito dal Tribunale: chi denigra una persona per la sua disabilità denigra tutti i disabili e le associazioni che li rappresentano. Ed è per questo che sono stati condannati, per esempio, quanti tramite Facebook avevano denigrato e pesantemente insultato una ragazza, avvocato e donna con acondroplasia, malformazione congenita rara, che causa la forma più diffusa di nanismo.

 

 

DUE CONDANNE

I due condannati avevano pubblicato frasi ed espressioni diffamatorie e discriminatorie, proprio perché riferite all’acondroplasia della donna. «Una sentenza che fa cultura e che traccia un inciso verso una maggiore tutela dei diritti delle persone con disabilità – aveva commentato nell’occasione l’avvocato Laura Abet del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi – lo stesso giudice ha emesso una sentenza importante a favore di tutte le persone con disabilità che sono vittime di offese e molestie che, al pari di una discriminazione, sono sanzionabili».

Per i giudici di primo grado e per quelli della Corte d’Appello dunque, sempre in riferimento a quanto riportato dalla Corte d’appello, la dimensione pubblica delle offese rivolte alla persona con disabilità rappresenta non solo un danno alla persona direttamente coinvolta, ma anche un danno oggettivo a tutte le persone con disabilità.

Inoltre, tali offese costituiscono un grave e concreto danno alle azioni associative di promozione e tutela, perché contribuiscono a rafforzare lo stigma negativo verso le persone con disabilità, il cui valore come persone viene negato alla radice da espressioni così gravemente ingiuriose.

«Sempre accanto a chi soffre»

Giornata mondiale del rifugiato

I messaggi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Quello del presidente dell’ANCI, Decaro, sindaco di Bari. La celebrazione giunge nei giorni del tragico naufragio al largo del mar Egeo. Bilancio raggelante: seicento dispersi in mare e ottanta morti accertate. Ventiseimila morti complessive negli ultimi dieci anni nel Mediterraneo

 

«La Giornata mondiale del rifugiato, quest’anno ha il sapore amaro dell’ennesima tragedia», scrive sul portale del Comune di Bari il sindaco di Bari Antonio Decaro, in occasione della giornata mondiale del rifugiato. «Quell’immenso cimitero senza lapidi – prosegue il primo cittadino barese, che riveste anche il ruolo di presidente di Anci, l’Associazione dei comuni italiani – richiama la responsabilità dei governi nazionali e della Ue sui doveri di accoglienza e di soccorso». Come dare torto a Decaro. Del resto è il caso di ribadire che, a oggi, sia inammissibile assistere impotenti alla più grande tragedia di questo secolo. «Tutti abbiamo il dovere di fare qualcosa», sostiene il sindaco di Bari. Ognuno per le proprie competenze e responsabilità, nel proprio ambito lavorativo e nella propria istituzione.

La giornata mondiale del rifugiato ci ricorda che la migrazione è un fenomeno strutturale che esiste e che, come abbiamo visto anche negli ultimi anni, incide sulla vita del mondo e ovviamente anche nel nostro Paese. I Comuni d’Italia sono in prima fila costantemente per accogliere, per tendere una mano, per dare un futuro alle persone che fuggono da situazioni di difficoltà.

 

 

L’IMPEGNO DI TUTTI

«Un impegno non solo dei Comuni italiani – sostiene Matteo Biffoni, delegato dell’Anci all’immigrazione e sindaco di Prato – ma anche degli operatori che agiscono all’interno dei progetti diffusi di accoglienza nel nostro Paese; le amministrazioni comunali del nostro Paese vogliono dare un sostegno a chi scappa da situazioni critiche; è uno dei nostri obiettivi, abbiamo tante cose da fare ma ci interessa fare anche questo».

In concomitanza con la Giornata mondiale del rifugiato sono state più di centocinquanta le iniziative organizzate su tutto il territorio nazionale con un elenco, in costante aggiornamento (www.retesai.it).

In occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, è intervenuto anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con dichiarazioni al solito importanti, dalla parte dei più deboli, che lasciano ben sperare di quale possa essere la posizione del nostro Paese nei confronti di un tema così sentito. «Circa 100 milioni di uomini, donne e bambini, in tutti i continenti, sono costretti a lasciare le proprie case per trovare protezione contro la persecuzione, gli abusi, le violenze», ha detto Mattarella.

«Il senso di umanità e il rispetto per i più alti valori iscritti nella Costituzione repubblicana – ha proseguito il presidente nel suo messaggio – impongono di non ignorare il loro dramma». «Da sempre l’Italia è in prima linea nell’adempiere all’alto dovere di solidarietà, assistenza e accoglienza, secondo quanto previsto dalla Costituzione per coloro ai quali venga impedito nel proprio paese l’effettivo esercizio dei diritti e delle libertà democratiche», è un altro passaggio della dichiarazione di Mattarella.

 

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MATTARELLA SEVERO

«Nel celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato è opportuno ribadire che le iniziative di assistenza a queste persone – e in particolare ai rifugiati che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità – devono essere accompagnate dalla ricerca di un’indispensabile e urgentissima soluzione strutturale di lungo periodo».

«Per superare definitivamente – ha proseguito Mattarella – la gestione emergenziale di tali fenomeni con un’azione di respiro europeo ed internazionale è indifferibile intervenire sulle cause profonde che spingono un così gran numero di esseri umani bisognosi ad abbandonare i loro Paesi. Essi meritano opportunità alternative ai rischiosi viaggi che, spinti dalle circostanze, intraprendono in condizioni anche proibitive».

Torturati in campi di detenzione, costretti a odissee senza lieto fine per fuggire dalle guerre, le persecuzioni e le violenze che li tormentano a casa, è il destino, sotto gli occhi di tutti, di oltre centodieci milioni di profughi in tutto il mondo (dati Acnur-Unhcr): solo nel 2022 erano 62,5 milioni gli sfollati interni e oltre 35 milioni i rifugiati. Per loro, martedì 20 giugno si è celebrata la Giornata mondiale del rifugiato. Che arriva proprio nei giorni del tragico naufragio al largo delle coste del Peloponneso, con un bilancio raggelante: oltre 600 dispersi in mare e 80 morti accertate, che si aggiungono alle 26mila degli ultimi dieci anni nel mar Mediterraneo (dati Oim).