La lotta fra poveri è la vera terza guerra mondiale

Se un uomo viene ammazzato a sangue freddo per il solo fatto di rivendicare il “diritto alla sopravvivenza” per se e per altri, se uno “schiavista” è libero di ammazzare, a colpi di fucile o di fatica, altri uomini in nome del massimo profitto e una nazione intera, sedicente civilizzata, si accontenta della sola notizia che le forze di polizia hanno arrestato lo “schiavista”, vuol dire che siamo un popolo tollerante.

A Roma o, meglio, nel Lazio, fascisti di vecchia e nuova generazione, non secoli fa, facevano fatica a contare i milioni di euro derivanti dalla presunta gestione dell’accoglienza dei migranti fino ad affermare “questi fruttano di più della droga!” salvo andare nelle piazze, un attimo dopo, a gridare: “li dobbiamo mandare tutti a casa!”.

La nostra economia agricola sarebbe ai minimi storici senza l’apporto fondamentale di questa manodopera e le nostre campagne deserte, omettendo di dire che mai si sarebbe potuto parlare, di questi tempi, di rivisitazione del sistema pensionistico per ammissione dello stesso Presidente dell’INPS.

E tutto questo avviene dentro una dimensione che esclude la persona in quanto uomo e, ormai, anche senza grandi distinzioni fra italiani o migranti.

Ma il punto è un altro e si incardina su una riesumata dicotomia servo-padrone che, oggi ci fa rivivere scenari che la mia generazione ha visto solo nei film, nei vecchi film, perché le immagini attuali passano attraverso filtri capaci di rendere tutto normalità, quotidianità.

Si, forse un po’ di indignazione di fronte al fatto ma, in un attimo, passi all’altra notizia, magari quella che parla della partita di calcio del giorno prima o se Al Bano e Romina si risposano con la ex di Al Bano che va in TV presa da crisi isteriche nonostante i soldi che avrà per risarcire l’abbandono con i quali si possono vivere sette vite (certo, qualcuna in meno di quelle della moglie di Berlusconi!).

Per chi ha una coscienza critica, ha avuto la fortuna di crescere al fianco di Maestri di Vita come Don Tonino Bello, saltano alla mente non tanto le frasi pronunciate con un fervore che non ti aspettavi da una persona dal fisico mingherlino ma con una forza interiore che ti attraversava anche durante i suoi silenzi, le sue pause, la voglia di ascoltare piuttosto che parlare, ma le azioni, l’idea del prossimo come carne vera e non concetto evangelico, il sentire l’altro come parte di se stessi, come strumento di condivisione dentro una idea di creato” che non fa distinzioni.

Dovete essere cristiani insorgenti!” è stato uno dei più bei messaggi che ci ha lasciato Don Tonino che, con questa frase, invitava a non vedere senza guardare, a non sentire senza ascoltare.

Ma anche indignarsi senza reagire non porta da nessuna parte anche perché il tutto viene vorticosamente riassorbito dentro quella lotta fra poveri che è la vera terza guerra mondiale.

Ci siamo dentro senza accorgercene, siamo stati arruolati senza chiamata alle armi, gli uni contro gli altri o, meglio, tutti contro tutti, e siamo pedine di un gioco giocato da altri che, sulle nostre vite e su quelle dei nostri figli, accumulano ricchezze sottraendole a più di un quinto della popolazione mondiale.

Lacrime di sangue

Mdhelal, bengalese, ventotto anni

«Quindici anni vissuti pericolosamente. Un fratello assassinato, una sorella rapita. Fuga dall’ingiustizia e dalla violenza. India, Grecia, Francia, finalmente in Italia. Lavoro per dimenticare, la mia famiglia è mia mamma, rimasta sola in Bangladesh».

Fuga da una scia di sangue, da una legge “fai da te”. In Bangladesh niente è dato per scontato nella lotta quotidiana fra bene e male, fra guardie e ladri. Ne sa qualcosa Mdhelal, bengalese, ventotto anni, fede musulmana. Ha dovuto imparare in fretta questo ragazzo ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, che nasconde a malapena grande malinconia. Una famiglia disintegrata: papà morto di malattia, mamma ormai sola, un fratello ammazzato, una sorella rapita. Dulal, due anni più di lui, è il fratello freddato a colpi di pistola. Entrato in un “business” subito poco chiaro, “giustiziato” poco dopo dalla malavita locale. «Quando entri in un maledetto giro – racconta, il volto preoccupato – non hai tempo di accorgertene, questo è successo a mio fratello ammazzato a soli diciassette anni: gli avevano promesso un guadagno facile, senza il minimo impegno sulla linea di confine fra Bangladesh e India; ma la cosa non gli era andata giù fin dal primo momento, purtroppo Dulal senza accorgersene c’era già dentro: troppo tardi anche provare a trovare una soluzione dall’interno, farsi amico questo o quel boss per far comprendere a questi che non era un lavoro per lui e poi, poco per volta, uscirne…».

Missione impossibile. «Non ne esci più, anche il resto della famiglia viene coinvolto, minacciato: chiunque cerchi di convincere chi fa già parte di affari sporchi, paga l’intromissione a caro prezzo; io avevo quindici anni quando mio fratello, appena due anni più di me, fu ammazzato a colpi di pistola; i trafficanti non avevano preso bene il suo rifiuto: lui non voleva saperne di impugnare un’arma, tantomeno di trafficare marijuana, e questo aveva mandato i suoi capi su tutte le furie; lì, dalle mie parti, che sia Bangladesh o che sia India, quando ti acchiappano rischi la vita o il carcere per il resto dei tuoi giorni; insomma: sei dentro e non puoi uscirne, sei dentro e se ti beccano è la fine, non ci sono alternative; quei trafficanti vennero a casa, ci minacciarono, “con le buone” – dissero – picchiandomi di santa ragione, la volta successiva avremmo pianto lacrime di sangue».

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«UNA PISTOLA, QUESTO IL TUO ATTREZZO DA LAVORO»

Dulal, fratello di Mdhelal, non sa darsi pace. Ogni momento della giornata s’interroga, maledice il giorno in cui ha rinunciato al lavoro nei campi, duro sì, ma pulito. Ancora giovane, con un giro di parole era stato attirato nella trappola. «Quando gli misero una pistola fra le mani – riprende Mdhelal – mio fratello capì che aveva firmato la sua condanna a morte: sparare a chiunque a difesa della droga non faceva per lui, che invece aveva un carattere mite; ce lo ripeteva una, dieci, cento volte, provammo a convincere quella gente: volevamo riscattare la vita di Dulal, promettendo di tacere sui traffici e dando all’organizzazione quel poco di denaro che papà aveva guadagnato lavorando in campagna; niente da fare, peggio: la nostra insistenza aveva accelerato l’idea sanguinosa che al boss balenava nella mente fin dal primo giorno; quel ragazzo vispo, ma troppo buono, non faceva per loro e il “problema” andava risolto nell’unico modo che conoscessero: due colpi di pistola alla schiena e fine della storia».

Le notizie arrivano all’improvviso, non conoscono orario. «Fummo svegliati in piena notte, tre, quattro amici di famiglia vennero a darci la brutta notizia: mi fratello era stato freddato; ci recammo di corsa sul posto, ricordo come fosse ieri: tanta gente intorno al fazzoletto di terra all’interno del quale mio fratello era stato ammazzato senza pietà». Anche un atto di coraggio diventa una cosa insignificante. «Avevamo un amico in polizia, ci consigliò di denunciare gli assassini di mio fratello, quei brutti ceffi che ci avevano già minacciati: la denuncia non ci avrebbe restituito mio fratello, ma avrebbe reso giustizia, mandato in galera gli assassini evitando che altri ragazzi facessero la stessa fine del povero Dulal…».

Denuncia inoltrata secondo prassi suggerita dall’amico militare. Sembra di vedere un gangster-movie di Coppola. I cattivi vengono imprigionati, dispongono di denaro per tutti, pagano la cauzione e spostano processi dei quali puntualmente si perdono le carte. «Questo nuovo presidente – dice Mdhelal – non mi convince, sembra quasi sia stato eletto da poteri forti, ma è una mia impressione: gli agenti di polizia e chi amministra la giustizia che perdono i documenti sembra siano una costante di quello che appare più un regime che una democrazia, anche per questo sono andato via».

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UNA TRAGEDIA INFINITA

Ma la storia ha un altro doloroso capitolo. «Gli assassini – ricorda – tornano sul luogo del delitto, un clima di terrore si abbatte sulla nostra casa: una sera, una spedizione punitiva contro la nostra famiglia, spengono i lumi con cui facevamo luce nella nostra piccola casa e lì comincia la mattanza; prendono a botte qualsiasi cosa si muova nella penombra, mia mamma fa da scudo a noi, viene picchiata selvaggiamente, provo a rifugiarmi sotto un letto, vengo agguantato e tirato fuori dai piedi: me le danno di santa ragione, quando tutto finisce e riprendiamo conoscenza, io e mia madre contiamo le numerose ferite, mia sorella Nearon è stata rapita e ancora oggi, a quindici anni da quella storia, non ho più sue notizie…». Infine, l’avvocato senza giri di parole. «Mdhelal, lascia tutto e va’ via, scappa finché sei ancora in tempo!». E il giovane bengalese che tanta fiducia aveva riposto nella giustizia, segue il consiglio. E’ un’altra sconfitta per lui.

Sente spesso la mamma. «E’ terrorizzata – spiega – ma trova ancora il fiato per dirmi di avere cura di me, di non prendere mai decisioni affrettate e di guardare negli occhi la gente che può aiutarmi, farmi del bene, visto che oggi i cattivi li riconoscerei lontano un miglio».

La vita di Mdhelal, oggi. «Lavoro in un caseificio, nonostante la mia giovane età ho viaggiato tanto, imparato lingue: sono fuggito in India, poi andato in Grecia, in Francia, infine tre anni fa l’Italia; qui mi trovo bene, non so se questa è la mia ultima casa, ma il mio datore, i colleghi di lavoro, mi aiutano a non pensare a quanto mi è accaduto, mi sono vicini e questo è un primo passo verso una certa serenità dopo quindici anni vissuti pericolosamente».

«Occhi che invocano aiuto»

Gianni Azzaro, consigliere del Comune di Taranto

La sua esperienza con l’accoglienza e le amministrazioni Stefàno e Melucci. Similitudini e differenze. «Entrambe dalla parte delle fasce più deboli». Fuori dal dissesto. «Ci proviamo, il Ministero ha accettato il Piano di estinzione presentato». Industria e turismo. «Possono e devono convivere, il sogno di città europea può coniugarsi con un acciaio che rispetti ambiente e sicurezza»

Un passato da presidente circoscrizionale, successivamente consigliere comunale con l’attuale Amministrazione guidata dal sindaco Rinaldo Melucci e, precedentemente, con quella guidata da Ippazio Stefàno. Fra i suoi incarichi, la vicepresidenza della Provincia e, attualmente, capogruppo del Pd a Palazzo di Città. Gianni Azzaro è testimone della continuità delle due attività amministrative in fatto di accoglienza. Prima Stefàno, con l’allestimento di un hot spot fra i più attivi in Italia, oggi Melucci con la disponibilità a sostenere un percorso con gli extracomunitari ospiti a Taranto dei vari Centri di accoglienza, fra questi “Costruiamo Insieme”.

Secondo Azzaro, quella dell’ospitalità di cittadini africani è un punto di contatto, diciamo pure di continuità, fra le amministrazioni Stefàno prima e Melucci oggi.

«E’ uno dei punti che lega le due attività amministrative, Taranto è stata fra le prime città ad offrire massima ospitalità ai nostri fratelli disperati che scappano dalle guerre; Taranto continuerà sicuramente a fare il suo, ma manifesta anche la necessità di non sentirsi sola in questa attività, così a tale proposito chiede al Ministero risorse per aiutare i più deboli: la città deve poter chiedere al Governo interventi per assicurare massima tutela a chiunque viva il territorio».

Ricorda i sopralluoghi all’hot spot. «Una esperienza toccante, vedere gli occhi di questa gente che invocava aiuto, conforto; esseri umani che fuggono dalla fame e dalla guerra e avvertono il bisogno di sentire calore e affetto».

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Detto delle similitudini fra le amministrazioni, quali le diversità.

«Ogni amministrazione ha le sue caratteristiche. Ma Stefàno, come Melucci, prestava attenzione alle fasce più deboli. In occasione del primo bilancio, fra le risorse disponibili parte di queste sono state destinate ai servizi sociali, in particolare alle famiglie bisognose.

Differenze. Quest’ultima si caratterizza nella diversa visione della città, come nella rigenerazione della Città vecchia, sicuramente già avviato con l’amministrazione Stefàno, ma oggi affrontato in modo più significativo rispetto al recente passato; il percorso è più dinamico e partecipato come nel raggiungimento di obiettvi che vanno dalla realizzazione di un nuovo Piano urbanistico al nuovo Piano di mobilità urbana; oggi parliamo di un progetto studiato per una città non esclusivamente soggetta alla grande industria, ma che intende sentirsi europea a tutti gli effetti; per tale motivo punta a diversificare la sua economia attribuendo, se possibile, più valore a risorse come mare e cultura, con particolare riferimento all’inestimabile valore archeologico e architettonico che essa possiede».

Altro freno a mano, il dissesto.

«Ne stiamo uscendo. Con Stefàno le risorse erano limitate, la politica era di contenimento, bisognava far fronte a una eredità debitoria pesante: si poteva spendere solo il necessario e, nello stesso tempo, era necessario fare una politica del risparmio riempiendo con molti sacrifici un ideale salvadanaio che potesse servire a soddisfare, per esempio, vicende scomode come quella scaturita dai Boc, i Buoni ordinari del Comune, a seconda di quella che sarà la sentenza del Tar. Di questi giorni la notizia incoraggiante: il Ministero ha accettato il Piano di estinzione presentato dal Comune per liquidare definitivamente il dissesto».

Restiamo in attesa delle sentenza.

«Questa non arriverà prima di un anno ed è con questa l’Amministrazione, nel bene o nel male, dovrà fare i conti. Rispetto al precedente quinquennio stiamo investendo risorse per strade e marciapiedi: lo scorso anno, in ristrettezze, erano stati utilizzati 500mila euro, quest’anno la spesa è stata pari a 4milioni e mezzo di euro; interventi sull’edilizia residenziale: da poche centinaia di migliaia di euro siamo passati a 3milioni  di euro, ai 3milioni di euro per i mercati. I primi effetti scaturiti da questi investimenti cominceremo a vederli nei prossimi mesi».

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Azzaro, è stato presidente circoscrizionale. Le circoscrizioni avevano una loro funzionalità.

«Effetto della demagogia, i tagli alle spese ai costi della politica hanno decapitato uno strumento che, invece funzionava: messaggio populistico, del resto ogni consigliere circoscrizionale costava 160euro mensili, nemmeno il rimborso della benzina; aveva un ruolo del quale oggi si avverte la mancanza, era il primo approccio del cittadino con le istituzioni: oggi i tarantini devono recarsi a Palazzo di città, Palazzo Latagliata per avanzare una richiesta. Prima il Comune ce l’avevano sotto casa. Le Circoscrizioni erano la risposta alle problematiche quotidiane: pulizia, cassonetto, la pubblica illuminazione; senza contare che questo istituto rappresentava una buona scuola per conoscere meglio la macchina amministrativa: oggi qualcuno non sa la differenza fra determina e delibera…».

Taranto fra industria e turismo.

«Non mettiamoli in contrapposizione, uno non deve escludere l’altro. Taranto città europea può convivere con l’industria, naturalmente moderna, dunque ponendo attenzione all’ambiente e alla sicurezza dei lavoratori. Per ciò che attiene il turismo, è vivo il Distretto turistico della Magna Grecia: ventotto comuni, fra Taranto, Basilicata e Calabria con la collaborazione di 260 aziende. E’ impensabile che siano le pubbliche amministrazioni a farsi carico di un progetto così articolato».

L’economia va a braccetto con l’occupazione.

«Un saggio partenariato fra pubblico e privato produce economia e posti di lavoro. Lo scopo è quello di mettere in rete le città portuali, attivare una filiera che metta in evidenza le nostre eccellenze, dalla gastronomia ai percorsi culturali; proprio in questa logica nel 2014 è stata data vita al Consorzio che si pone all’interno del Distretto dell’Appennino del Meridione presieduto da Vera Corbelli, commissario straordinario delle Bonifiche. Questo consentirà di accedere a finanziamenti e guardare con una certa fiducia al futuro».

Ricordando Sandro Pertini

“La libertà non può mai essere barattata”

Ieri, in occasione della Festa della Repubblica, ho sentito la necessità di trovare una figura di riferimento importante che mi riconducesse ad una appartenenza a questo Paese, a qualche elemento forte che mi restituisse un senso di festa e, soprattutto, una immagine di Repubblica dal momento che mi sento cittadino del mondo e non sopporto l’idea di frontiera.

Nonostante i miei studi, ho preso atto che non conosco i nomi di tutti i Presidenti della Repubblica o meglio, ne ricordo solo qualcuno e per motivi diversi: Cossiga, per esempio, lo associo negativamente a tutta la vicenda “Gladio”!

Ma l’unico vero Presidente che mi ha lasciato un segno accompagnando la mia adolescenza, una di quelle figure straordinariamente capaci di trasmettere messaggi che restano indelebili nella memoria è stato Sandro Pertini.

Era il 9 luglio del 1978 quando Sandro Pertini parlò per la prima volta alle Camere riunite dopo la sua elezione a Presidente della Repubblica italiana e mi venuto spontaneo andare a rileggere il suo discorso che vi propongo questa domenica.

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MESSAGGIO DI SANDRO PERTINI AL PARLAMENTO DOPO L’ELEZIONE A PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
 

Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, nella mia tormentata vita mi sono trovato più volte di fronte a situazioni difficili e le ho sempre affrontate con animo sereno, perché sapevo che sarei stato solo io a pagare, solo con la mia fede politica e con la mia coscienza.
Adesso, invece, so che le conseguenze di ogni mio atto si rifletteranno sullo Stato, sulla nazione intera. Da qui il mio doveroso proposito di osservare lealmente e scrupolosamente il giuramento di fedeltà alla Costituzione, pronunciato dinanzi a voi, rappresentanti del popolo sovrano. Dovrò essere il tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali dei cittadini. Dovrò difendere l’unità e l’indipendenza della nazione nel rispetto degli impegni internazionali e delle sue alleanze, liberamente contratte.
Dobbiamo prepararci ad inserire sempre più l’Italia nella comunità più vasta, che è l’Europa, avviata alla sua unificazione con il Parlamento europeo, che l’anno prossimo sarà eletto a suffragio diretto.
L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.
Ma dobbiamo operare perché, pur nel necessario e civile raffronto fra tutte le ideologie politiche, espressione di una vera democrazia, la concordia si realizzi nel nostro paese.
Farò quanto mi sarà possibile, senza tuttavia mai valicare i poteri tassativamente prescrittimi dalla Costituzione, perché l’unità nazionale, di cui la mia elezione è un’espressione, si consolidi, si rafforzi. Questa unità è necessaria, e se per disavventura si spezzasse, giorni tristi attenderebbero il nostro paese.
Non dimentichiamo, onorevoli deputati,, onorevoli senatori, signori delegati regionali, che se il nostro paese è riuscito a risalire dall’abisso in cui fu gettato dalla dittatura fascista e da una folle guerra, lo si deve anche e soprattutto all’unità nazionale realizzata allora da tutte le forze democratiche.
E’ con questa unità nazionale che tutte le riforme, cui aspira da anni la classe lavoratrice, potranno essere attuate. Questo è compito del Parlamento.
Bisogna sia assicurato il lavoro ad ogni cittadino. La disoccupazione è un male tremendo che porta anche alla disperazione. Questo, chi vi parla, può dire per personale esperienza acquisita quando in esilio ha dovuto fare l’operaio per vivere onestamente. La disoccupazione giovanile deve soprattutto preoccuparci, se non vogliamo che migliaia di giovani, privi di lavoro, diventino degli emarginati nella società, vadano alla deriva, e disperati, si facciano strumenti dei violenti o diventino succubi di corruttori senza scrupoli.
Bisogna risolvere il problema della casa, perché ogni famiglia possa avere una dimora dignitosa, dove poter trovare un sereno riposo dopo una giornata di duro lavoro.
Deve essere tutelata la salute di ogni cittadino, come prescrive la Costituzione.
Anche la scuola conosce una crisi che deve essere superata. L’istruzione deve essere davvero universale, accessibile a tutti, ai ricchi di intelligenza e di volontà di studiare, ma poveri di mezzi.
L’Italia ha bisogno di avanzare in tutti i campi del sapere, per reggere il confronto con le esigenze della nuova civiltà che si profila. Gli articoli della Carta costituzionale che si riferiscono all’insegnamento e alla promozione della cultura, della ricerca scientifica e tecnica, non possono essere disattesi. Il dettato costituzionale, che valorizza le autonomie locali e introduce le regioni, è stato attuato. Ne è derivata una vasta partecipazione popolare che deve essere incoraggiata.
Questo diciamo, perché vogliamo la libertà, riconquistata dopo lunga e dura lotta, si consolidi nel nostro paese. E vada la nostra fraterna solidarietà a quanti in ogni parte del mondo sono iniquamente perseguitati per le loro idee.
Certo noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata. Tuttavia essa diviene una fragile conquista e sarà pienamente goduta solo da una minoranza, se non riceverà il suo contenuto naturale che è la giustizia sociale. Ripeto quello che ho già detto in altre sedi: libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale. Di qui le riforme cui ho accennato poc’anzi. Ed è solo in questo modo che ogni italiano sentirà sua la Repubblica, la sentirà madre e non matrigna. Bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo venti anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza. Contro questa violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona.. Siamo decisi avversari della violenza, perché siamo strenui difensori della democrazia e della vita di ogni cittadino. Basta con questa violenza che turba il vivere civile del nostro popolo, basta con questa violenza consumata quasi ogni giorno contro pacifici cittadini e forze dell’ordine, cui va la nostra solidarietà.
Ed alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi tanto caro, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro. Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea! Se non fosse stato crudelmente assassinato, lui, non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi. Ci conforta la constatazione che il popolo italiano ha saputo prontamente reagire con compostezza democratica, ma anche con ferma decisione, a questi criminali atti di violenza. Ne prendano atto gli stranieri spesso non giusti nel giudicare il popolo italiano. Quale altro popolo saprebbe rispondere e resistere alla bufera di violenza scatenatesi sul nostro paese come ha saputo e sa rispondere il popolo italiano?
Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali invio alle forze armate il mio saluto caloroso. Esse oggi, secondo il dettato della Costituzione, hanno il solo nobilissimo compito di difendere i confini della patria se si tentasse di violarli. Noi siamo certi che i nostri soldati e i nostri ufficiali saprebbero con valore compiere questo alto dovere.
Il mio saluto deferente alla magistratura: dalla Corte costituzionale a tutti i magistrati ordinari e amministrativi cui incombe il peso prezioso e gravoso di difendere la vita altrui. Ma devono essere meglio apprezzate ed avere condizioni economiche più dignitose.
Vada il nostro riconoscente pensiero a tutti i connazionali che fuori delle nostre frontiere onorano l’Italia con il loro lavoro.
Rendo omaggio a tutti i miei predecessori per l’opera da loro svolta nel supremo interesse del paese. Il mio saluto al senatore Giovanni Leone, che oggi vive in amara solitudine.
Non posso, in ultimo, non ricordare i patrioti coi quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza. Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, di Carlo Rosselli, di don Minzoni e di Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere.
Ricordo questo con orgoglio, non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce, né in morale, né in politica.
Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo essere solo il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia. Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, viva l’Italia!

«Il coraggio è un attimo»

Saibou, diciannove anni, senegalese

«Se ci ripensi, la ragione ti assale. A sette anni studiavo in collegio, dalle cinque alle dieci del mattino, poi nei campi a lavorare, la sera daccapo la testa sui libri. Un titolo di studio in Educazione finanziaria, oggi imparo a fare il cuoco, provo a cucinare riso, patate e cozze…»

«Tutte le mattine sveglia alle cinque, un insegnante ci spiegava il Corano e altre materie, alle dieci a lavorare, dopo una intera giornata il ritorno al villaggio, una doccia, ancora lezioni fino a sera, infine a letto: il giorno dopo stessa storia…». Saibou, diciannove anni, senegalese, fede musulmana, il suo è il nome di uno dei profeti dell’Islam. Parla arabo e francese, un discreto italiano che lo sta conducendo dritto agli esami di un biennio scolastico. Racconta la sua vita da bambino in collegio. Vive per un po’ di anni a Matacossi, un villaggio di centinaia di anime, ai bordi della savana. «A sette anni – ricorda – mio padre mi mandò in collegio per studiare, sgobbare fra banchi e campi fino ai quattordici anni: in famiglia non avevamo grandi risorse economiche così – come altri miei compagni – ripagavo le lezioni lavorando nei campi: un ritmo incessante, se ci ripenso mi chiedo come abbia fatto a farcela; ma una risposta me la do: forse questione di abitudine. Forse…».

Sottolinea l’incertezza, Saibou, magro, statura media, un fisico difficile da spendere nei campi. «Ho conseguito il titolo di studio in Educazione finanziaria, forse nel mio Paese ha valore, qui è complicato trovare un lavoro, specie se consideriamo che il sistema finanziario in Europa rispetto a quello africano è altra cosa, così ho approfittato dell’occasione prospettatami dal Centro di accoglienza del quale sono ospite, “Costruiamo Insieme”: un corso di cuoco, a Noci, sto imparando a conoscere la cucina italiana e non solo…».

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«VA’ A CERCARTI FORTUNA!»

Passo indietro per Saibou. In Senegal non è un bel vivere, c’è povertà, finito il ciclo di studio torna a casa. Lo attende un’amara sorpresa: i suoi genitori separati, Saibou sceglie di andare a vivere con il papà. Starebbe bene, se non fosse che la nuova compagna del genitore non lo vede di buon occhio. Ogni giorno gli urla di andare via da casa, di cercarsi fortuna. «Non era un bel clima familiare – ricorda – mi impegnavo in qualche lavoretto, ma era poca cosa rispetto a quello che la donna pretendeva: mio padre che non prendeva posizione, lasciava che fossi investito di insulti, così all’ennesimo rimprovero presi le mie cose e andai via».

Ha un fratello, Saibou. «Boubacar, ha trentatré anni, fa il sarto, è molto bravo, io però avevo fatto tutto un altro percorso, mio padre voleva fare di me un intellettuale: a sette anni devi obbedire ciecamente ai genitori, così andai in collegio: quegli studi mi sono serviti per imparare molte cose, quella che in Italia chiamate “educazione civica” per esempio, e altro ancora, tutto utile: però non ho imparato un mestiere; nel mio villaggio la conoscenza, il sapere, le arti filosofiche non ti sfamano».

Matacossi, un villaggio con poche centinaia di abitanti, a ridosso della savana. Una vegetazione fra erba e alberi, una distesa enorme. «Mai visti leoni, elefanti, rinoceronti spingersi verso le nostre abitazioni: non so che dire, non so cosa sia un safari per esempio; dovessi dare anche in questo caso una spiegazione direi che forse gli animali ricambiano quel rispetto che noi abbiamo nei loro confronti». Quel “forse”, il dubbio fino a prova contraria, è figlio dello studio, della razionalità, del separare i fatti dalle opinioni.  L’addio alla savana, al villaggio, un fazzoletto di terra, piccolo, stretto come quel gommone sul quale Saibou si sarebbe imbarcato mesi e mesi dopo insieme con altri nordafricani.

«Decisi di andare via – riflette Saibou – prima che qualcuno in un momento di rabbia mi indicasse la porta per andar via da casa: preparai quelle poche robe, salutai mio fratello, un abbraccio forte e via, senza voltarmi, tante volte mi fosse venuto in mente di tornare indietro; il coraggio è un momento, ti viene in un attimo, misto a incoscienza, se sai coglierlo ti aiuta a decidere: così andai via, verso la Libia, primo passo verso la libertà».

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PARTENZA ALLE QUATTRO DEL MATTINO…

Abbiamo sentito e letto storie drammatiche. «Mi ritengo fortunato – dice – sì, ho sentito di guerriglieri, milizie, baby-gang, invece ho trovato gente disposta ad aiutarmi dandomi un lavoro e un po’ di soldi da mettere da parte per pagarmi il viaggio verso l’Italia: millecinquecento euro, tanti, ma la libertà non ha prezzo». Otto mesi a fare il pastore, accudire greggi, poi finalmente la somma e il contatto con uno degli organizzatori di quei viaggi “della speranza”. «Partenza alle quattro del mattino, centocinquanta su un gommone, stretti uno all’altro; la sfortuna che mi aveva accompagnato nel primo tratto della mia vita, fatta di studi, senza una famiglia, di colpo si era dissolta: fortunato a trovare il lavoro, a mettere insieme soldi a sufficienza per pagarmi il viaggio, nessuna rapina subita, infine gommone e rotta verso l’Italia…».

Finalmente gli stava dicendo bene. «Ho pregato perché andasse tutto liscio – ricorda Saibou – il cielo ha ascoltato le mie invocazioni e quelle dei miei “fratelli”: partiti alle quattro del mattino, alle dieci eravamo già a bordo di una nave militare danese, un miracolo! Ci hanno assistiti e accompagnati nel porto di Taranto, da allora tutto è andato per il meglio: questa la considero la seconda parte della mia vita!».

Copertina STORIE

“COSTRUIAMO INSIEME”, LO STUDIO E UN CORSO DA CUOCO

La politica dell’accoglienza in Italia. «Con i ragazzi di “Costruiamo Insieme” mi sono ritrovato alla perfezione, ho iniziato un primo corso di studi, a giorni faccio gli esami di un biennio; nel frattempo a Noci, provincia di Bari, frequento un corso per diventare cuoco: so che c’è da imparare, da compiere un passaggio dopo l’altro, ma il peggio è alle mie spalle: dovrò fare il lavapiatti, imparare a imbandire tavola, disporre piatti e posate, la cucina può attendere: un passo per volta, per diventare chef c’è tempo…».

I “piatti”, il più semplice, il più complicato. «Spaghetti al pomodoro riuscirei a farlo a occhi chiusi: ho preso parte a solo quattro lezioni; quello che richiede più applicazione, dunque…». Prende qualche istante di tempo, chiede un aiutino, accende il cellulare, mostra le foto scattate ai “suoi” piatti, messi in bella mostra durante le lezioni a Noci.  Ne indica uno, fra gli altri. Forse riso, patate e cozze. «Sì – sorride – quello lì, mi dicono di fare molta attenzione, uno che impara la cucina italiana e uno che vive a Taranto, non può sbagliare un piatto che da queste parti rappresenta il massimo della tradizione; più avanti verranno anche altri “piatti”, più complicati, ma è importante cominciare, e bene, dalle tradizioni locali, impararle a memoria, e riso, patate e cozze, è il lasciapassare della cucina tarantina».

Quando il cucciolo cresce…

Parlare è diverso da comunicare!

Il più piccolo della tribù (che a me suona meglio di “famiglia allargata” o “nuove tipologie relazionali” che è addirittura cacofonico) a pranzo ha manifestato il suo malessere provocato da uno stato che ha definito “solitudine”.

Messo a confronto con una situazione di questo tipo, seppure soggetto terzo ma coinvolto, ho sentito i brividi scorrere su tutto il corpo.

Abituato a giocare su tavoli di tutti i tipi con interlocutori istituzionali (Sindaci, Assessori, Prefetti, Questori, Parlamentari, ONG…) ho provato un senso di incapacità profonda a gestire una situazione che si materializzava al tavolo di casa, in quel privato che voglio rendere pubblico per condividerlo convinto che situazioni di questo tipo fanno parte del quotidiano di tante famiglie.

Se un tredicenne manifesta un disagio riconducendolo ad un senso di solitudine ti fa paura perché, oltre a restare senza risposte, inizi a chiederti dove hai sbagliato, cosa avresti dovuto fare che non hai fatto, cosa gli manca più di quello che ha.

E, istintivamente, cominci a cercare nel passato, a cercare l’origine di questo malessere cercando nel tuo atteggiamento i motivi di questo malessere manifestato perché emerge e irrompe una sorta di senso di responsabilità che riconduce a te ogni colpa.

E sono situazioni che ti rimettono in discussione: qualche giorno fa sono stato ospite e relatore in un convegno sulla genitorialità, oggi non mi viene fuori una parola?

Dentro casa mia? O una delle mie tante case?

Mio ho capito che è il problema primario nell’approccio al problema.

Forse è proprio da quella presunzione di “proprietà”, da quel “mio” che trova origine il problema.

Cosa è “mio”? Nulla! 

Se penso a me e alla mia vita mi rendo conto di non essere stato mai di nessuno neanche da bambino!

E come potrei pretendere o pensare di fare il contrario, di ribaltare la situazione reinventandomi in un ruolo che non è mio e non mi appartiene?

La cosa bella che mi ha insegnato la vita (non la scuola o l’università! Mio padre si!) è quella di sapere usare gli strumenti: sapere senza sapere come usare il sapere non serve a nulla!

E’ come conoscere senza sapere come usare la conoscenza.

A parlare dei massimi sistemi siamo tutti bravi, io compreso, quando stanno lontani da casa nostra. E’quando ne devi discutere in casa che diventa un problema anche se, qualche ora prima, hai “dettato” a 200 persone il tuo pensiero sulle responsabilità genitoriali.

E hai raccolto anche tanti applausi!

Avendo un tarlo nella testa, una cosa che ti rigira nel cervello e ti distrae da ogni altra cosa, ho chiamato un caro amico, uno psichiatra, per chiedere consigli su come si fa.

La risposta mi ha illuminato e distrutto: mi conosce da tanti anni, abbiamo lavorato insieme e legge tutte le cose che scrivo.

Sono più di vent’anni che vai in giro a dire che “parlare” è diverso da “comunicare” e mi hai tenuto al telefono mezz’ora per capire cosa devi fare?”.

Ergo, sono più bravo quando sto in giro che non quando sto in casa.

A parlare degli altri e ipotizzare soluzioni possibili (per gli altri!) è sempre più facile.

Sarà per questo che esco sempre presto da casa e torno sempre tardi?

Cucciolo” (lo so che mi leggi sempre e questa parola ti fa incazzare!), domani ci prendiamo un pomeriggio e una serata tutta per noi e proviamo a vedere se, cazzeggiando, riusciamo anche a comunicare!

«Un silenzio che fa male»

Lucky, venti anni, nigeriano

«Mia moglie, incinta, morta durante il viaggio della speranza. L’avevo anticipata nella traversata. Poi una telefonata: problemi al gommone, è stata ingoiata dal mare assieme a decine di persone. Di lei mi resta John, tre anni, unica ragione della mia vita. In fuga da sortilegi e accuse infamanti, esorcismi e torture» 

«Mia moglie, incinta del nostro secondogenito, è morta in mare, durante il viaggio della speranza!». Lucky, nigeriano di Deta State, venti anni, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, si lascia andare in un pianto senza fine. Una storia tragica la sua. La giovane moglie, una creatura in grembo, perde la vita durante la traversata. I due, marito e moglie, si imbarcano in giorni diversi. Lei, in Libia, resta ostaggio di taglieggiatori, quando Lucky, aiutato dal padre di un amico, si imbarca per l’Italia. Porta con sé altre storie, violente anche quelle, da cui prova a fuggire insieme a quel poco che ha. Violenze, accuse infamanti, torture, imposizioni agghiaccianti.

Singhiozza Lucky. Con le mani copre il viso e la disperazione della quale non deve vergognarsi. «Problemi!», aveva anticipato l’uomo del gommone sul quale viaggiava Blessing, diciannove anni, con in grembo il fratellino di John, primogenito della famiglia Ibeh, tre anni, rimasto con lo zio in Africa.

Sperava un futuro migliore, Lucky, paradossalmente in italiano “fortuna”, per sé e per la sua famigliola. Il giovane nigeriano aveva sentito parlare di Italia, guardava alla terra separata da una interminabile distesa di mare, come a un’esplosione di gioia e libertà insieme. Invece, il dramma, dopo una fuga durata mesi, e una telefonata che mai avrebbe voluto sentire. «Problemi». E’ la seconda parola che i ragazzi venuti dall’Africa imparano a loro spese. La prima è «Amico», come a dire «Vengo in pace, aiutami!». Quel «problemi», fa palpitare il cuore e l’anima. Non porta mai niente di buono. Malattie, decessi, documentazioni che si complicano. I ragazzi africani ospiti dei Centri di accoglienza, temono come nessuna questa parola. Nella vita di Lucky, un brutto giorno, quell’espressione che mette paura, arriva dritta allo stomaco con violenza inaudita. «Chiama un mio compagno di fuga, che mi passa il cellulare: “Ho avuto un problema con la barca, non so come dirtelo…”, mi sento dire; un lungo silenzio, indimenticabile; strana la vita: ricordi una frase, un’espressione, un posto, una persona, bella o brutta che sia, ma un silenzio no, come fai a dargli un senso; non ci avevo pensato fino a quel momento, poi l’uomo della barca trova coraggio e fiato: “Tua moglie non c’è più; scomparsa in mare, insieme con decine di altre persone, una tragedia!”, il breve racconto, il peggiore che abbia mai sentito fin da piccolo;  la mia famiglia non c’è più: di Blessing mi resta il solo John che ora ho voglia di riabbracciare al più presto».

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UN PIANTO A DIROTTO, POI IL RACCONTO

Aprirsi con qualcuno, raccontando questo e altro, lo aiuta. «Una storia lunga la mia – chiarisce Lucky – è il contrario di un romanzo a lieto fine: della mia famiglia mi resta una sorella e il mio piccolo John; mio padre e mia madre non ci sono più». Anche i genitori scomparsi in circostanze drammatiche. «Mamma dopo una lunga malattia, incurabile come tante malattie che in Paesi civili si possono curare come si fa con una pillola per il mal di testa; papà morto in un incidente, secondo me provocato da chi ci voleva male, tanto che provano ad addossarmi le colpe di quello che si rivela un omicidio; nel mio, come in tanti villaggi, si vive ancora di credenze popolari e sortilegi, misture e veleni, esorcismi: tutto questo l’ho sempre disconosciuto, roba antica, vecchie usanze; quando mamma è morta hanno provato ad obbligarmi a dormire accanto al suo cadavere per giorni: “Non è normale una cosa del genere!”, ripetevo a questi “stregoni”: dormire per giorni accanto a un corpo che invece andava seppellito, la trovavo una cosa folle: al mio rifiuto rispondono con violenza inaudita, vengo frustato e picchiato, dicono che questa sia la punizione per chi pecca, si oppone al volere dello stregone, una specie di capo del villaggio, inaudito!».

Per questa e altre ragioni, Lucky scappa, prende moglie e figliolo e va via, aiutato da uno zio al quale più avanti lascerà in custodia il piccolo John. «Non c’è altra soluzione, fuggo allora con mia moglie, arriviamo in Libia, veniamo fermati da gente priva di scrupoli: sanno che non vogliamo restare lì, il nostro scopo è arrivare almeno in Italia, così occorrono soldi e l’unico modo per farli è lavorare nei campi: restiamo ostaggio di questa gente armata fino ai denti, pistole, fucili, coltelli; sette mesi di lavoro, i miei soldi servono a pagare affitto, cibo e viaggio: il primo a partire sono io, poi toccherà a mia moglie, che lavora ancora nei campi nonostante sia incinta; prima di partire la saluto, versiamo qualche lacrima, ma ci riprendiamo subito: questione di settimane – pensiamo in quel momento – poi la nostra vita cambierà; invece è l’ultima volta che vedo la mia Blessing…».

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MI RESTA JOHN, VOGLIO RIABBRACCIARLO PRESTO 

Un dolore immenso. «Mi sono imbarcato su un gommone – riprende il racconto Lucky – con decine e decine di miei connazionali, sembravamo una scatola di sardine tanto eravamo stretti uno all’altro: in mare aperto cominciamo a rivolgere le nostre preghiere al Cielo; veniamo ascoltati, in lontananza scorgiamo una nave, ci sbracciamo, urliamo, salvi!».

In Italia da pochi giorni, Lucky trova la forza di pensare a come possa essere il suo futuro. «Vorrei restare qui, dal primo giorno sono stato trattato bene, assistito in tutto, vorrei ricambiare queste attenzioni con il lavoro: nel mio villaggio mi occupavo di lavori idraulici, pitturazione e altri lavori manuali; ho lavorato anche nei campi spezzandomi la schiena, ripagato con minacce, botte e frustate, niente mi fa paura».

Uno sguardo al futuro, immediato. «Sono appena arrivato – conclude Lucky – sento la necessità di gettarmi sui libri e studiare, imparare l’italiano, presto; ho una licenza media, ma devo fare gli esami perché, se sarà possibile, il prossimo anno scolastico voglio sedermi fra i banchi: devo riprendere a pensare al futuro, al mio John che sentirò a breve, glielo devo, è questo che avrebbe voluto la mia Blessing che sognava per noi e i nostri piccoli una vita migliore».

«Ogni uomo è mio fratello!»

Gianni Liviano, consigliere regionale

«Il rifiuto dell’accoglienza è un’offesa al buonsenso e alla dignità di chiunque. E’ gente nata in posti dove esistono conflitti etnici, guerre, vivono in terre in cui mancano libertà e pane». «Chiudere l’Ilva sarebbe un atto irresponsabile: prima programmiamo un futuro lontano dall’industria. La Sanità, Taranto senza personale medico e fortemente penalizzata nei posti-letto; ne mancano duecento»

«Ogni uomo è mio fratello, è un fatto assolutamente casuale che io sia nato in una famiglia benestante e in una città nella quale, nonostante problematiche, non mancano pane, libertà e pace». Gianni Liviano, consigliere regionale e componente della Commissione Bilancio e affari generali della Regione Puglia, ospite del sito “Costruiamo Insieme”, manifesta il suo punto di vista sul tema dell’accoglienza. «Dobbiamo ritenerci fortunati – prosegue – altri, evidentemente sfortunati, sono nati in posti dove esistono conflitti etnici, guerre, vivono in terre in cui mancano libertà e pane; il concetto di comunità, dunque, deve essere più ampio, ognuno deve spezzare il pane e condividerlo; le persone vanno accolte bene e avere diritto di cittadinanza e occasione per integrarsi, sentirsi a casa propria, avere aspettative di lavoro a premiare capacità e meriti: è imbarazzante incrociare ragazzi di colore per strada o davanti ai supermercati, non avendo lavoro, elemosinare per poter mangiare».

Che idea si è fatto del suo elettore medio, chi ha fiducia di Gianni Liviano?

«Immagino che ci abbia avuto la bontà di votarmi è gente che ha fiducia in una idea politica come strumento di servizio per la costruzione del bene comune; elettori consapevoli di essere rappresentati all’interno di una comunità che metta al centro del progetto le persone, e che sia ancora possibile restituire speranza e fiducia nell’essere costruttori di bene comune e non di bene personale».

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I temi che più di altri hanno interessato e convinto i tarantini.

«In Consiglio comunale sono stato eletto per la prima volta nel 1995; è passato del tempo, le motivazioni che hanno spinto a votarmi allora, nel frattempo possono essere cambiate; spero che allora, come adesso, abbiano avuto importanza le relazioni umane, la fiducia, l’empatia, il tentativo di compiere un percorso insieme: questo, penso, sarà stato il motivo principale; alle spalle avevo l’esperienza di volontariato con i minori a rischio di un quartiere periferico di Taranto; all’epoca, io e altri volontari, provavamo a costruire un’unica grande famiglia; eravamo pieni di ideali, carichi di valori, ragazzi di parrocchia appassionati del bene comune e degli “ultimi” in particolare: quel primo elettorato era composto, evidentemente, di persone che avevano condiviso con me questo primo percorso».

Cosa necessita una città come Taranto per riprendersi.

«Deve ritrovare la fiducia, essere un mosaico composto da tante tessere, diverse, ma tutte imprescindibili: Taranto è una città ricca di diversità, ma che spesso invece di fare squadra diventano uno limite; fatichiamo nell’essere comunità coesa, ma abbiamo il compito di immaginare un serio processo di diversificazione e di prospettiva economica: negli ultimi decenni siamo stati una città dipendente dalla monocultura; l’Arsenale, i cantieri navali, l’allora Italsider, oggi Ilva, ci hanno indotto a ragionare in termini di appalti e subappalti; abbiamo fatto fatica e continuiamo farne ancora, nonostante la crisi, a pensare a una politica di sviluppo su un piano strategico che riesca a traguardare il futuro».

La legge speciale per Taranto.

«E’ l’unica legge speciale che un ente regionale abbia fatto, in assoluto, per una città. L’abbiamo invocata alla Regione, perché la nostra città si avvantaggiasse nell’immaginare una prospettiva di sviluppo; questa legge è stata portata a compimento ascoltando gli attori istituzionali, le forze sociali, economiche, culturali del territorio; passo successivo: purtroppo osservo tempi lenti, anche presso la stessa Regione, e tutto questo mi addolora: oggi rischiamo di finire sui giornali solo per condividere le sofferenze, mai per un’idea di squadra».

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Questione-sanità a Taranto, a che punto è?

«La notte è ancora lunga, si fa fatica a guardare l’aurora: vantiamo grandi professionalità, medici capaci, personale preparato, purtroppo esiste una forte difficoltà anche nel reperire medici; a fronte di una media nazionale di 3,7 posti-letto ogni mille abitanti, esiste una media regionale di 3,4; Taranto, purtroppo, ha una media del 2,7, praticamente duecento posti-letto in meno rispetto a media nazionale e con il resto della Puglia; motivazione data dai vertici della Sanità: la mancanza nel reperimento di personale medico; a tale proposito c’è un concorso per assumere personale nel reparto di Medicina».

La sua posizione circa l’industria a Taranto.

«Non sono per la chiusura dell’Ilva tout-court, non me la sentirei mai di dire a quei diecimila dipendenti “da oggi, voi, non lavorate più!”: sarebbe un atto irresponsabile; invece di cercare consensi, basandosi sull’oggi, la politica dovrebbe essere lungimirante nel guardare al domani: una città dalla grandi risorse non può essere vincolata alla sola industria: occorre investire in uno sviluppo che ci consenta di smarcarci dalla dipendenza da Ilva».

Tornando all’argomento di partenza, dice “la persona al centro di tutto”.

«Detto così sembra semplice, sperimentarlo in un momento di grande disoccupazione diventa un problema per quanti in questo Paese ci sono nati; immaginare, però, che il governo che sta per nascere pone come condizione il rifiuto dell’accoglienza, mi sembra un’offesa al buonsenso e alla dignità di chiunque».

Per un Ramadan con lo sguardo ad un futuro migliore

In occasione del mese del Ramadan – iniziato quest’anno intorno al 16 maggio – e per la festa di ‘Id al-Fitr 1439 H. / 2018 A.D., che cade verso il 15 giugno, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha inviato ai Musulmani del mondo intero un messaggio augurale dal titolo: Cristiani e musulmani: dalla competizione alla collaborazione.

Vi proponiamo la lettura del testo in italiano e in arabo. Buon Ramadan. 

Cari fratelli e sorelle musulmani,

Nella Sua Provvidenza l’Onnipotente vi ha offerto la possibilità di osservare nuovamente il digiuno del Ramadan e di celebrare ‘Id al-Fitr .

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso apprezza l’importanza di questo mese nonché il grande sforzo da parte dei musulmani di tutto il mondo a digiunare, pregare e a condividere i doni dell’Onnipotente con i più poveri.

Consapevoli dei doni che scaturiscono dal Ramadan, ci uniamo a voi nel ringraziamento a Dio misericordioso per la Sua benevolenza e generosità, e vi porgiamo i nostri più cordiali auguri.

Le riflessioni che vorremmo condividere con voi in quest’occasione riguardano un aspetto vitale delle relazioni fra cristiani e musulmani: la necessità di passare dalla competizione alla collaborazione.

In passato le relazioni fra cristiani e musulmani sono state segnate troppo spesso da uno spirito di competizione, di cui si vedono le conseguenze negative: gelosia, recriminazioni e tensioni. In alcuni casi queste hanno portato a violenti scontri, specialmente quando la religione è stata strumentalizzata, soprattutto a causa di interessi di parte e di moventi politici.

Tale rivalità interreligiosa ha segnato negativamente l’immagine delle religioni e dei loro seguaci, alimentando l’idea che esse non siano fonti di pace ma, piuttosto, di tensione e violenza.

Per prevenire e superare queste conseguenze negative, è importante che noi cristiani e musulmani, pur riconoscendo le nostre differenze, ci rammentiamo di quei valori religiosi e morali che condividiamo. Riconoscendo ciò che abbiamo in comune e manifestando rispetto per le nostre legittime differenze, noi possiamo stabilire con ancor più fermezza un solido fondamento per relazioni pacifiche, passando dalla competizione e dallo scontro ad una cooperazione efficace per il bene comune. Ciò è a vantaggio, particolarmente, dei più bisognosi e permette a tutti noi di offrire una testimonianza credibile dell’amore dell’Onnipotente per l’umanità intera.

Noi tutti abbiamo il diritto e il dovere di rendere testimonianza all’Onnipotente al Quale rendiamo culto, di condividere le nostre credenze con gli altri, nel rispetto per la loro religione ed i loro sentimenti religiosi.

Per poter incoraggiare relazioni pacifiche e fraterne, lavoriamo insieme ed onoriamoci scambievolmente. In questa maniera daremo gloria all’Onnipotente e promuoveremo l’armonia nella società che è sempre più multietnica, multireligiosa e multiculturale.

Concludiamo rinnovandovi i nostri migliori auguri per un fruttuoso digiuno ed un gioioso ‘Id , e vi assicuriamo la nostra solidarietà nella preghiera”.

Dal Vaticano, 20 aprile 2018

المجلس البابوي للحوار بين الأديان

 

المسيحيون والمسلمون: من التنافس إلى التعاون

 

رسالة لمناسبة شهر رمضان وعيد الفطر السعيد

1439 هـ / 2018 م

حاضرة الفاتيكان

أيّها الأخوة والأخوات المسلمون الأعزاء،

               بتدبير من عنايته تعالى، منحكم القدير مرّة أخرى نعمة صوم شهر رمضان والاحتفال بعيد الفطر السعيد.

               يعي المجلس البابوي للحوار بين الأديان ويقدّر أهميّة هذا الشهر، كما الجهد الكبير من جانب المسلمين في جميع أنحاء العالم للصوم والصلاة وتقاسم هبات الله سبحانه وتعالى مع المحتاجين.

               وإدراكا منّا للنعم المتأتيّة من شهر رمضان، نشكر وايّاكم الله الرحيم على لطفه وكرمه، ونقدّم لكم أطيب تمنيّاتنا القلبيّة.

               إن الخواطر التي نودّ مشاركتكم ايّاها في هذه المناسبة تتعلّق بجانب حيويّ من العلاقات بين المسيحيين والمسلمين: الحاجة إلى الانتقال من التنافس إلى التعاون.

               في الماضي، كانت العلاقات بين المسيحيين والمسلمين تتّسم في كثير من الأحيان بروح المنافسة، والتي يمكن رؤية عواقبها السلبيّة: الغيرة والاتّهامات المتبادلة والتوتّرات. وفي بعض الحالات أدّى ذلك إلى صدامات عنيفة، لا سيّما عندما كان يتمّ استغلال الدّين، وعلى وجه الخصوص من أجل مصالح شخصيّة ومنافع سياسيّة.

               لقد انعكس هذا التنافس بين الأديان سلبًا على صورتها وعلى أتباعها، مما يعزّز الفكرة القائلة بأنها ليست مصادر سلام، وإنّما أسباب توتّر وعنف.

               ودرءاً لهذه الآثار السلبيّة ومن أجل التغلّب عليها، من الأهمية بمكان أن نتذكّر، مسيحيين ومسلمين، القيم الدينيّة والأخلاقيّة التي نتقاسمها، بدون أن نغفل ما نختلف فيه. وإذ نعترف بما نشترك فيه ونُظهر الاحترام لاختلافاتنا المشروعة، يمكننا أن نرسّخ بمزيد من الحزم أساسًا متينًا لعلاقات سلميّة، وأن ننتقل من المنافسة والمواجهة إلى التعاون الفعّال من أجل الصالح العام. وهذا مفيد بشكل خاص للمحتاجين، ويمكّننا جميعًا من تقديم شهادة ذات مصداقيّة لحبّ الله عزّ وجل للبشرية جمعاء.

               من حقّنا وواجبنا أن نشهد لله العليّ القدير الذي نعبده وأن نشارك الآخرين معتقداتنا، ضمن ضوابط الاحترام لدينهم ولمشاعرهم الدينية.

               ومن أجل تشجيع العلاقات السلميّة والأخويّة، فلنعمل معاً ولنكرّم بعضنا بعضاً. وهكذا، نمجّد الله عزّ وجلّ ونعزّز الانسجام في مجتمعات متعدّدة الأعراق والديانات والثقافات بشكل متزايد.

               نختتم بتجديد أطيب تمنياتنا بصيام مثمر وعيد سعيد، مؤكّدين لكم تضامننا معكم في الصلاة.

حاضرة الفاتيكان، 20 نيسان 2018

«Una svolta per tutte…»

Wahab, nigeriano, ventitré anni, religione cattolica

«Perseguitato dalla mia comunità, avrei dovuto fare l’esorcista, rituali antichi, fuori dalla realtà. Ho guidato una moto-taxi per pagarmi gli studi: voglio studiare l’italiano per comunicare e imparare un mestiere. La fuga a bordo di un gommone, le preghiere, voglio andare a messa ogni domenica»

Non voleva fare l’esorcista, “mestiere” che gli spettava per eredità. I riti erano un affare di famiglia. Prima di lui il padre, prima ancora il nonno. «Non credo a magie e sortilegi, cose che appartengono a un passato lontano: sono cristiano, ho una grande fede e cerco una chiesa nella quale pregare almeno una volta a settimana, la domenica».

In estrema sintesi il pensiero di Wahab , nigeriano di Auchi, ventitré anni, primo di cinque figli, maturato al Politecnico, giunto in Italia a fine aprile. Una corsa in bus da Catania a Taranto, dopo che una nave aveva tratto in salvo lui e altri centoventisette “passeggeri” come lui, pieni di speranze, desiderosi di imprimere una svolta alla propria vita. Possibilmente non legata ad usanze antiche, superate, purtroppo ancora esistenti nei villaggi nei quali non sanno cosa sia internet e la tv rappresenta un lusso.

«Sono il primo di cinque fratelli – spiega Wahab – mio padre, purtroppo, non c’è più: una brutta malattia, non so quanto incurabile – da noi, in Nigeria, basta così poco per ammalarsi, non ci sono medicine o, se ci sono, costano tanto… – se l’è portato via: chiunque lo abbia visto, piuttosto che visitato, non gli ha dato scampo, è morto lasciandoci in eredità la bottega di esorcista, che sarebbe toccata a me essendo il più grande dei suoi figli».

Esorcismo e sortilegi. Non è il primo, non sarà l’ultimo che affronta questo tema. A volte, i ragazzi fuggono dal proprio Paese vittime di riti voodoo. Altre, per aver rifiutato una sorta di passaggio di consegne, da genitore a figlio. E’ il caso di Wahab, che proprio non ha voluto saperne di alimentare una usanza alla quale lui stesso non credeva più.

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QUEI RITUALI SUPERATI…

«Non puoi stare a spiegarlo alle vecchie generazioni, lo stesso a ragazzi che non sono andati a scuola per mille motivi: non interessati allo studio, a causa del lavoro o perché senza soldi; dalle nostre parti studiare è quasi un lusso…». Anche questa una storia già sentita. «Non tutti possono permettersi l’iscrizione a una scuola superiore, ci sono libri, quaderni, penne e matite da compare; io ce l’ho fatta, con molti sacrifici: mattino e pomeriggio lavoravo, buona parte di quel poco che guadagnavo lo passavo a mia madre; con i pochi soldi che mi restavano pagavo gli studi: non so, ora, a cosa sia paragonabile il mio titolo di studio conseguito al nostro Politecnico, so solo che non vedo l’ora di infilare daccapo la testa fra i libri e imparare l’italiano».

Interprete di una delle tante chiacchierate, è Abdoul, uno degli operatori di “Costruiamo Insieme”, la cooperativa che ospita Wahab nel centro di accoglienza. Ragazzi che parlano tre, quattro, anche cinque lingue. Non è sufficiente conoscere l’inglese, lingua ufficiale della Nigeria. Ci sono villaggi, dialetti che cambiano da regione a regione. Ma Wahab, dove non arriva con l’ottimo lavoro dell’interprete, si aiuta a gesti. E’ già entrato nell’abitudine degli italiani. «Voglio imparare l’italiano al più presto: sto facendo un corso di alfabetizzazione, l’unico sistema per entrare con il massimo rispetto in un Paese straniero è quello di imparare la lingua e mostrare che se siamo qui non è certamente per guardare sole o luna, quelli sono uguali ovunque, ma per lavorare, e io ho tanta voglia di lavorare; farei qualsiasi cosa, ma per imparare, seguire gli insegnamenti di qualcuno che vuole spiegarti un lavoro, è importante conoscere bene l’italiano».

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INTERE GIORNATE IN SELLA PER PAGARMI GLI STUDI

Né meccanico, né muratore. «Guidavo una moto-taxi: prendevo a bordo chiunque dovesse spostarsi da una parte all’altra del villaggio, oppure dovesse spingersi su distanze tutto sommato ragionevoli; salivo in sella dopo la scuola, i compiti li facevo già in aula, così lasciati libri e quaderni mi recavo dal mio datore di lavoro: fra i miei compiti, lucidare la moto sulla quale dovevo lavorare e, una volta finito il mio turno, ripulire daccapo il mezzo; le nostre strade, specie quelle in periferia, sono polverose; non guadagnavo molto, ma buona parte di quello che mettevo in tasca, una volta a casa lo consegnavo a mia madre: trattenevo giusto i soldi per l’iscrizione a scuola, un nuovo quaderno, un libro; così, studiando ogni giorno, alla fine mi sono fatto l’idea che esorcismi, riti esoterici e tutto il resto, erano cosa superata, alle superstizioni credono sempre meno persone».

Non ha seguito il “lavoro” del papà, Wahab. La comunità del suo Paese, Auchi, non solo non glielo ha perdonato, lo ha pure perseguitato. La prematura scomparsa del papà, ha impresso un’accelerata al proposito di scappare, andare lontano da quella che non era più la sua realtà. «Non è stato facile, arrivato in Libia, sono stato fermato: non avendo soldi con me, sono stato gettato in prigione, cinque lunghi mesi di stenti; mi chiedevano se ci fossero stati parenti disposti a pagare il mio riscatto: niente; allora botte: pugni e calci erano la mia colazione e la mia cena».

Poi, per fortuna, ancora una fuga. «Sono scappato dalla prigione, lontano ho trovato un lavoro per mettere insieme i soldi e pagarmi il viaggio per l’Italia: quattro mesi di duro lavoro, facevo pulizie ovunque capitasse, in particolare in una macelleria, a fine giornata il posto di lavoro doveva essere uno specchio e lì mi avevano preso a benvolere; con i soldi guadagnati ogni settimana, pagavo il fitto insieme a miei compagni di casa, il cibo da mangiare; un po’ di sacrifici e, alla fine, da parte avevo messo duemila dinari, poco più di mille euro, la somma utile per il viaggio da Tripoli all’Italia».

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CENTOVETTONTO A BORDO DI UNA “BAGNAROLA” 

Solito imbarco, un gommone, che per quanto extralarge fosse, era comunque una “bagnarola”, piccola, pericolosa una volta in mare aperto. «Tanto valeva tentare – dice Wahab – non era vita a Auchi, e in Libia, roba da spezzarsi la schiena e con la paura costante che arrivasse qualcuno con pistola o fucile e ti chiedesse i soldi per risparmiarti la vita: eravamo in centoventotto quella mattina all’alba quando partimmo; le urla, fra liberazione e disperazione, in quei momenti ci sentivamo padroni del nostro futuro, ma affrontare quella interminabile distesa di acqua provocava batticuore». Per fortuna, una volta in mare aperto, ecco una nave. «Non ricordo di che nazionalità fosse – prova a spiegare il ventitreenne nigeriano – so solo che quella nave ce la mandò il Cielo al quale avevo rivolto ripetutamente le mie preghiere: una volta a Catania, un bus ci ha accompagnati a Taranto; la mia vita stava cominciando a prendere una strada diversa, molto più lontano da quelle migliaia di chilometri che mi dividono dalla mia Nigeria: lontano da tradizioni e un modo di pensare ormai superati».