«Extracomunitari, grande risorsa»

Piero Bitetti, consigliere comunale

«Si candidano a fare lavori che gli italiani non considerano. Problemi di sicurezza al Nord, ma con etnie dei Paesi dell’Est. Taranto, città dell’accoglienza. Favorevole, talvolta qualcuno non considera che si tratta esseri umani in fuga da zone di guerra e da persecuzioni politiche». La politica amministrativa, le carenze organiche e le distanze dal PD. «Sbagliata la gestione dei temi cui i cittadini volevano risposte»

Questa volta sul tema dell’accoglienza ascoltiamo Piero Bitetti, consigliere comunale, già assessore e candidato alle più recenti consultazioni regionali nelle quali ha registrato un personale successo. Prima di porgli domande sulla sua attività in Consiglio comunale a sostegno del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, un paio di domande su uno dei temi che stanno a cuore a “Costruiamo Insieme”, la cooperativa sociale che si occupa, fra le altre cose, di accoglienza.

Taranto, dunque, Città dell’accoglienza, il punto di vista di Bitetti

«Il tema–accoglienza non è basato su scelte locali, queste sono assunte da organi al di sopra dei Comuni e del nostro stesso Paese; parliamo, pertanto, di indicazioni discusse, concordate e approvate in sede di Parlamento europeo; Taranto è fra le città maggiormente interessate al fenomeno dell’immigrazione per la sua posizione geografica; fatta questa debita premessa, dal punto di vista umano sono favorevole all’accoglienza: stiamo parlando di esseri umani in fuga da zone di guerra e da persecuzioni politiche; qualcuno parla anche di sicurezza: le autorità preposte al controllo del territorio insieme con chi si occupa di accoglienza, stanno svolgendo un lavoro importante; non mi sembra siano stati registrati episodi clamorosi, al contrario di quanto, invece, accade al Nord, dove dall’interno di etnie provenienti dall’Est scaturiscono vere organizzazioni dedite a furti, rapine e spaccio di sostanze stupefacenti».

Nonostante l’informazione, circolano imprecisioni.

«Mezzi di informazione, in modo strumentale, disorientano l’opinione pubblica sul costo degli immigrati: l’impegno economico non è dei Comuni italiani, tantomeno del nostro Paese, bensì dell’Unione europea; a noi spetta esclusivamente attivarci affinché la macchina dell’accoglienza funzioni in modo esauriente; vero è che esistono italiani in situazioni di disagio, ma di questo non possono farsene totale carico a Bruxelles; si parla anche di lavoro sottratto ai nostri giovani, poi si scopre che gli italiani certe attività non le vogliono svolgere; pertanto la presenza e la voglia di lavorare degli extracomunitari può perfino diventare un’opportunità per un Paese come il nostro».

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Un primo bilancio sul lavoro fin qui svolto dall’Amministrazione comunale condotta dal sindaco Rinaldo Melucci della quale lei fa parte

«In politica non ci sono tempi brevi, il sindaco si è insediato a giugno, amministra Taranto da poco più di nove mesi; oggi possiamo dire che è stata messa in campo una serie di atti, tanto per il Consiglio quanto per la Giunta, così da poter operare scelte che potranno fornire le prime indicazioni: c’è solo bisogno di tempo; la macchina amministrativa necessita di sostegno: i dipendenti del Comune di Taranto sono meno di 900 unità, mentre la pianta organica ne prevede 1.726; parliamo, dunque, di un sistema dimezzato rispetto a quanto previsto per Decreto ministeriale; una situazione, questa, che complica la gestione giornaliera di qualsiasi attività, cui va aggiunto un altro aspetto preoccupante: una parte dei dipendenti impegnata quotidianamente, infatti, è sulla soglia della pensione».

Una macchina amministrativa, dunque, non ancora a pieno regime

«Il lavoro fin qui svolto dai dipendenti comunali è lodevole; pensiamo, però, a quale sarebbe il quadro amministrativo con il personale a pieno organico, dunque nuove risorse e nuove energie; i servizi legati alla digitalizzazione, per esempio: con l’attivazione a pieno regime, questi dovrebbero fornire più speditamente risposte ai cittadini, ma al momento le figure professionali di cui la “macchina” necessita non esistono».

Quanto è stata coraggiosa la sua scelta di lasciare un partito come il PD

«La decisione è stata sofferta, non vedevo più chiarezza in quella classe dirigente – ormai inesistente – abituata a svolgere attività di piccolo cabotaggio rispetto ad aspettative ben più importanti; non c’era confronto sui temi essenziali, avvertivo forzature, non avvertivo più quella serenità necessaria per fare politica.

Non vivo di politica, ma la faccio per passione, mi piace sentirmi uomo libero e non mi andava di sentirmi bloccato in meccanismi non condivisibili; dopo l’uscita dal PD, le mie prime riflessioni sul cosa fare: non era semplice assumere una decisione, comunque sofferta e candidarmi per conto mio; prima di sciogliere gli ultimi dubbi, la consultazione con un po’ di amici che mi convinsero a partecipare alle ultime Amministrative, prima come candidato sindaco, successivamente nel ballottaggio a sostegno del sindaco Rinaldo Melucci, espressione di una volontà popolare».

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Quali condizioni potrebbero riportarla a casa PD?

«Breve premessa. Sono entrato in politica per fornire un contributo per migliorare la qualità della vita della mia città, successivamente mi sono appassionato a questa attività: fare scelte oculate per vivere meglio; per fare ciò bisogna impegnarsi nei piccoli come nei grandi temi – dal rifiuto distrattamente gettato per terra alla politica di sviluppo – e questo lo si può fare stando all’interno di un partito che può farsi portavoce di istanze a livello nazionale; sono le scelte prese alla base e riportate al governo a cambiare le sorti di un territorio come il nostro: il PD deve avere il coraggio di fare anche scelte impopolari, ma chiare; queste devono essere spiegate alla gente: se si chiedono sacrifici per guidare il Paese in una direzione piuttosto che in un’altra, i cittadini devono essere informati». Non esplicita, Bitetti, ma il ravvedimento su certe politiche da parte del PD riavvicinerebbe le posizioni del consigliere comunale al partito del quale in un recente passato ne aveva fatto parte.

Una città industriale, quali prospettive potrebbe avere?

«La risposta è legata alla storia di una città che in un momento di grande crescita del Paese vantava redditi pro-capite fra i più alti; Taranto era sedicesima in Italia in fatto di popolazione: uno studio elaborato negli anni Settanta prevedeva, in prospettiva, addirittura una popolazione attestata sui 360.000 abitanti, mentre oggi questa città conta 200.000 abitanti; rinunciare di colpo a uno dei principali asset dell’economia locale, cioè l’industria, credo sia controproducente: se scegliamo di sviluppare temi come turismo e cultura, abbiamo bisogno di tempo, non è facile attivare un processo culturale; esistono ancora famiglie abituate al concetto del posto fisso; con una simile mentalità diventa difficile fare accettare uno sviluppo in chiave turistica: le piccole e medie imprese interessate ad impegnarsi nel settore turistico basano i propri investimenti su un’altra mentalità piuttosto che sull’assicurare un reddito fisso».

La Siria, la crisi mediorientale e le risposte dei “potenti”

Possono essere i missili belli e intelligenti?

A settembre 2016, in un articolo pubblicato in questa rubrica dal titolo “Quando i grandi giocano a fare la guerra, i bambini non giocano più!” avevo scritto:

Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù” (Mt 2:16). Il gesto criminale di Erode è dettato dalla sua egoistica difesa del trono. Questa crudeltà corrisponde al suo carattere: per eliminare ogni ostacolo che mettesse in pericolo il trono, egli fece uccidere anche tre mogli e alcuni figli.

Sotto i colpi e le bombe americane e russe, governative e dei ribelli sono ormai migliaia i bambini che hanno perso la vita in Siria ed in particolare ad Aleppo sotto gli occhi abituati del resto del mondo. Bambini che non hanno avuto la fortuna di scappare, di sfuggire al massacro: “Dopo che furono partiti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Àlzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire’” (Mt 2:13). Gesù, così, sfuggì a quella che è passata alla storia come “la strage degli innocenti”. Questa volta nessun angelo, come tante altre volte, ha steso le sue ali per proteggere quelle anime innocenti. Neanche il corridoio umanitario ha funzionato in quella che avevamo già definito come una tregua falsa, un tentativo fallito di dividere il territorio fra potenze estranee a quelle terre ma fortemente spinte dalla possibilità di fare soldi, tanti soldi e di consolidare posizioni strategiche nell’area mediorientale come stessero facendo una partita di Risiko.

Oggi Erode ha tante facce, non diverse da quelle di due anni fa, ma quella che spicca per incosciente brutalità è, ancora una volta, quella del Presidente Trump che, licenziando come inutili anche le indicazioni dell’Assemblea delle Nazioni Unite, minaccia un attacco militare contro la Siria, appoggiato dagli “amici” inglesi e francesi, utilizzando a motivo il “presunto” uso di armi chimiche da parte del Governo di Assad che avrebbe colpito un territorio sotto il controllo dello stesso governo e degli alleati russi.

“Presunto” per due motivi: ancora non ci sono prove dell’uso di armi chimiche (non che questo legittimi comunque il fatto di ammazzare inermi civili) e che, nonostante lo spessore criminale di Assad, possa averle utilizzate in casa sua.

Lo scenario attuale ricorda quello del 2003 quando l’Iraq fu devastato dalle bombe americane e le armi di Saddam mai trovate.

Ma Trump, che si è ritrovato l’FBI in casa, che continua a perdere pezzi in Parlamento, nell’enturage e credibilità dentro e fuori il territorio degli Stati Uniti ha la pressante necessità di dare risposte.

A modo suo, intervenendo nel pieno di una crisi internazionale: l’attacco contro il regime di Assad è stato anticipato da un “tweet” scritto mercoledì da Trump in risposta agli avvertimenti russi sulla pronta risposta ad eventuali attacchi. Con un messaggio che ha mostrato tutto il degrado e l’irresponsabilità dell’intero apparato di potere americano, Trump ha invitato Mosca a “prepararsi” per l’arrivo sulla Siria di missili “belli, nuovi e intelligenti”.

E ieri notte ha mantenuto la sua promessa scaricando sulla Siria i suoi missili “belli e intelligenti” con la buona compagnia di inglesi e francesi. La disponibilità dell’Italia a fornire appoggio logistico nel riaccendersi di questo conflitto mai sopito non la esclude dall’avere responsabilità gravi in una situazione che rimette in discussione i flebili equilibri di tutta la Regione Mediorientale.

Iran e Iraq hanno già assunto posizioni “pesanti” sulle immediate ripercussioni che l’attacco alla Siria produrrà tenendo nel dovuto conto le situazioni libiche e palestinesi e i conflitti in atto nel resto del Continente africano.

Certo, gli altri, i russi per primi, non stanno a guardare. E sono pronti a rispondere a quello che Trump non può che mettere in atto in maniera estremamente devastante per non replicare l’ultima “passeggiata” e, soprattutto, per tentare di arginare e rallentare l’assedio interno che sta minando alla base la sua Presidenza.

Intanto, a guardare, con gli occhi sbarrati verso il cielo, resta quel popolo di innocenti siriani e non solo che non sono riusciti a lasciare quella che è diventata la terra degli orrori.

«Picchiato senza motivo»

Dramane, ivoriano, venti anni

«Preso continuamente a botte in Libia. Ho attraversato il deserto, pregato il Cielo perché morissi. Studiavo, ma per sopravvivere trasportavo tufi. Poi l’imbarco su un gommone, bucato, tutti in mare, finalmente una nave italiana…»

«Ho attraversato il deserto, pensavo di morire; mi avevano detto che una volta in Libia sarebbe stato meglio, macché… E poi, il gommone sul quale viaggiavamo in più di cento, bucato, poche ore dopo tutti in mare…». Così comincia la storia di Dramane, venti anni, nella sua Costa d’Avorio studente finché ha potuto e artigiano per necessità. Ha molte cose da raccontare. Quei giorni in pieno deserto, in compagnia di se stesso, che ne hanno fatto un uomo. Appare quasi più grande dei suoi vent’anni, Dramane, tanto è serio. Nemmeno un sorriso quando racconta di settimane, mesi, citando a memoria la grande sofferenza. Fronte corrugata, sguardo pensieroso, una persona “vissuta”.

Come fosse una spugna, Dramane ha assorbito e fatto sue diverse esperienze. «Non è stato il viaggio che qualche mio connazionale – spiega il ventenne ivoriano – in contatto saltuariamente con amici sbarcati in Italia, mi raccontava; diceva: pochi giorni di strada, qualche sacrificio e sarei arrivato finalmente in Libia, Paese di fronte alla tanto desiderata Italia: quando sei qui, e su questo dò ragione a quel mio amico, puoi davvero tirare un sospiro di sollievo; una volta sbarcato, che resti in questo Paese, molto accogliente, o vada altrove, avverti forte la sensazione di essere salvo. Finalmente salvo».

«Salvo», è una parola. Dramane riflette su questo concetto. Per molti mesi in fuga, anche quando pensava che il più era fatto, come al suo arrivo in Libia. Ma andiamo per ordine, cominciamo da una data che un ragazzo così profondo, come vedremo, tiene scolpita nella sua memoria: 10 ottobre del 2016. «Lascio la Costa d’Avorio con il dolore nel cuore – racconta – in famiglia il clima non era più quello di un tempo, tutto cambiato, da quando mio padre aveva deciso di sposarsi per la seconda volta: il mio rapporto con la mia matrigna era vissuto sull’orlo di una crisi continua; litigavamo per ogni cosa, quasi io fossi un corpo estraneo, un peso per la famiglia; furono queste continue frizioni, anche in presenza di mio padre, a convincermi che era giunto il momento di assumere una decisione, andare via».

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GLI STUDI, LA FUGA DALLA COSTA D’AVORIO

Costa d’Avorio, situazione politica ed economica insostenibile. Specie per un ragazzo che ha davanti a sé tutta la vita. «Andavo a scuola, gli studi furono la prima cosa che la nuova compagna di mio padre mi impedì di proseguire; lasciai il mio genitore a malincuore, lo stesso i tre fratelli e soprattutto, mia madre con la quale mi vedevo spesso e oggi sento quando posso: non potevo più vivere in quel clima, non solo familiare, il mio Paese era diventato invivibile, specie per quanti vogliono crearsi un vero futuro».

La fuga, il deserto. «E’ stata dura talmente erano gli stenti, al mattino il sole picchiava; la sera il freddo congelava, entrava nella tua pelle, il rischio che il mattino dopo non ti svegliassi era più di una ipotesi; in quei giorni vegetavo, sopravvivevo, cercavo di allontanare la mia volontà, spossessarmi di anima e sentimenti: l’unico modo era non pensarci, ma non era facile; più di qualche volta ho invocato il Cielo perché morissi».

Poi, Dramane, supera l’ostacolo, ma arriva la prova più dura sostenuta fino ad oggi. «Vedrai, una volta in Libia tutto sarà più semplice», lo incoraggiavano gli amici. «E invece lì cominciano i dolori, non solo di pancia – perché si mangia poco, addirittura niente e per più di un giorno – ma anche fisici: più pericoloso che attraversare il deserto; il colore della pelle in qualche modo ci tradiva, neri come eravamo ci fermavano un istante: ci chiedevano cosa stessimo facendo lì e, senza una ragione, giù botte; lasciare la Costa d’Avorio per andare a morire in un altro Paese, è questo che poteva accadere, anzi – mi dicevano – era già accaduto a più di qualcuno; carri armati per strada, i soldati con le armi spianate addosso a noi: per un breve periodo, insieme con altri, sono stato segregato in una casa disabitata; ci facevano sfiancare, lavorare sodo, e non sempre ci davano da mangiare, ho saltato il pasto per tre giorni e, nonostante tutto, privo di forze ero costretto a trasportare tufi che sarebbero serviti a realizzare costruzioni».

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GOMMONE BUCATO, TUTTI IN MARE!

Finito il lavoro, i pericoli continuano. «Ci avevano lasciato al nostro destino, ma se ci avessero rivisto per strada sarebbero stati altri dolori; uscivamo la sera, sul tardi, per comprare qualcosa da mangiare, poi di nuovo al chiuso, per non farci vedere in giro ed essere nuovamente picchiati, senza motivo». Poi lo spiraglio, dopo una serie di piccoli lavori, il gommone tanto sospirato per lasciarsi alle spalle la Libia, quel Paese ospitale almeno sulla carta.

«Eravamo in 105, lo ricordo perfettamente – prosegue Dramane nel suo racconto – come ricordo che non appena arrivammo al largo, in mare aperto, avvertimmo un grosso pericolo: il gommone era bucato; non so come fosse successo; potevamo restare a galla ancora qualche ora, poi saremmo finiti tutti in mare». Ma ecco la salvezza: una nave italiana, quattro giorni di viaggio, terra. «Adesso voglio pensare a riprendere gli studi – conclude Dramane – nel mio Paese facevo l’artigiano, specializzato nel sistemare mobili che dovevano essere riparati; non mi dispiacerebbe riprendere questo lavoro, impegnarmi da un rigattiere: sapete, quei commercianti che comprano o ritirano mobili usati o da buttare e li rimettono a nuovo? E’ un’idea: dopo aver passato disavventure nel deserto e in Libia, quasi per un debito di riconoscenza nei confronti della vita, sarei disposto a fare qualsiasi lavoro!».

E se per una volta parlo di noi/voi?

Il lavoro dietro le quinte che non vede nessuno.

Se tutti hanno parlato di tutto in questi giorni, io cosa scrivo?

Commentare i commenti dei commenti su fatti che sono di dominio pubblico non mi appartiene. Come non mi appartiene mescolarmi nel frullatore delle tante “analisi” partorite da ventri vuoti.

Non che mi occupi di cronaca, sia chiaro, ma su tutti i temi che oggi riemergono tragicamente ho già scritto: su Libia, Siria, Palestina, Francia ho già detto spesso anche anticipando gli eventi, guardando oltre la quotidianità che, alla fine, è anche lo spirito di questa “rubrica” domenicale.

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E, allora, questa volta parlo di noi. Anzi, di voi!

Se non lo fa nessuno o, nessuno lo ha fatto fino ad ora, lo faccio io nella speranza di suscitare e catturare la curiosità di quanti, come me e come tanti sono stufi e stanchi di sentire o leggere cose ripetute e rimbalzate in maniera seriale.

Allora, oggi noi, meglio, un pezzo di noi, quel “pezzo” di organizzazione di Costruiamo Insieme che, lavorando dietro le quinte e operando silenziosamente per costruire e rumorosamente per gridare dipingono sul web la mission della Cooperativa.

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Paolo e Claudio, instancabili e appassionati, raccolgono storie, gestiscono storie, fanno conoscere storie.

Attraverso le interviste e i video e, adesso anche la radio sul web che è una esperienza e un investimento sociale, senza ritorno economico che, rappresentano e sono uno strumento di integrazione e interazione straordinario.

A me che guardo dall’esterno, essendo semplicemente un collaboratore che, però, interagisce quotidianamente con le strutture, piace l’idea di uno strumento che dia voce e faccia da amplificatore di pratiche che promuovono lo scambio fra culture.

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Attraverso una radio o un sito?

Si!

E direi si cento, mille, un milione di volte!

E lo dico perché, chi mi conosce sa che non sono sul mercato e non scrivo per nessun padrone!

Non faccio pubblicità a nessuno mai, tantomeno a chi è fuori dai miei ristretti e ridotti canoni di accettazione di comportamenti che travalicano il rispetto della persona.

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Non guardo e non chiedo i documenti, né mi interessa sapere da dove arrivi.

Anzi, si!

Mi puoi insegnare qualcosa, raccontare qualcosa che non so, arricchirmi!

Claudio e Paolo gestiscono uno strumento straordinariamente bello che apre, ogni giorno, porte blindate da lucchetti che si possono aprire semplicemente condividendo una bella esperienza che non fa male, non provoca tumori o malattie strane.

Mette allegria e aiuta a riflettere.

Affezionatevi al sito di Costruiamo Insieme.

A me, aggiusta la giornata!

 

Ernesto Chiarantoni e Francesco Sarcina (Le vibrazioni), botta e risposta

«Riprendo a correre»

Moustafa, ivoriano, venti anni

«Un brutto incidente d’auto, muore il proprietario del mezzo sul quale lavoravo come fattorino, un’operazione non riuscita in un presidio sanitario pressoché inesistente, papà scomparso a causa di un tumore». In Italia dalla Costa d’Avorio, dopo un campo di prigionia in Libia, studiava da meccanico e carrozziere.

«Se sono stato picchiato appena arrivato in Libia? Certo, ma non stupitevi, essere oggetto di atti di violenza gratuita, lì, in quei posti, è la normalità».Moustafa, venti anni, arriva in Italia dalla Costa d’Avorio. «Avevo messo in conto che nel mio lungo viaggio verso la libertà – dice il giovane ivoriano – avrei potuto imbattermi in qualcuno che mi avrebbe picchiato, avrebbe potuto perfino mettere fine alla mia vita: era un rischio, però, che dovevo prendermi, le condizioni in cui vivevo erano sotto il livello di sopravvivenza».

Così, Moustafa, un giorno, bello o brutto che sia, lo stabiliranno le settimane, i mesi a seguire, fugge dalla Costa d’Avorio. «Alla fine me la sono cavata a buon mercato – confessa – certo, picchiato sono stato picchiato, pensavate che me la cavassi a buon mercato? Nei miei confronti c’è stata una certa comprensione, avevo problemi di salute e non infierivano tanto su di me, anche se il fatto che non stessi bene non mi risparmiava la quotidiana dose di spintoni e colpi ai fianchi con il calcio del fucile».

Furono i suoi occhi, ricorda Moustafa, a convincere i militari ad usare un trattamento diverso rispetto agli altri neri presi in ostaggio e sbattuti in “dentro”. «Non sono vere prigioni: sono capannoni, nella migliore delle ipotesi; nel mio caso, il posto in cui eravamo sorvegliati era un terreno con mura di cinta altissime che non avresti mai potuto scavalcare, nemmeno se fossi stato un campione di salto con l’asta». Oggi il ragazzo sorride, supera qualsiasi diffidenza. Si presta volentieri agli scatti di Paolo, l’autore delle foto a corredo del servizio. La sua storia, gli spieghiamo, sarà utile per raccontare la fuga di uno dei tanti ragazzi come lui verso la libertà.

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Ospite del Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”, Moustafa riprende a raccontarci la sua storia. «Ero debole a causa di un grave incidente di auto nel quale aveva perso la vita l’uomo per cui lavoravo in Costa d’Avorio; fui trasportato in un presidio sanitario nel quale fecero quanto nelle loro possibilità: non esistono attrezzature o professionalità nel campo della medicina; se hai soldi puoi permetterti il trasporto in un ospedale, una clinica e avere un’assistenza appropriata, anche se non è garantita la pronta guarigione; dunque, io ero abbandonato al mio destino, mi sottoposero a una operazione, non so nemmeno come, ma alla fine mi rimisero in sesto e dimisero dal presidio sanitario – chiamare “clinica” oppure “ospedale” le diverse strutture di fortuna esistenti, è una esagerazione – per loro andava già bene così: stavo meglio o comunque meno peggio di prima, pertanto secondo il loro punto di vista l’operazione era riuscita».

Non è dello stesso avviso Moustafa, che si muove in una sorta di moviola. Camminare, cammina. Ha dovuto, però, rinunciare a tirare due calci al pallone, come gran parte dei ragazzi della sua età. «Ma non mi importa, ciò che conta è la salute e, oggi, la libertà, il guardare al futuro con una buona dose di speranza; non avendo più un datore di lavoro con un mezzo proprio, è stato subito complicato trovare una nuova occupazione: facevo il fattorino, caricavo e scaricavo bagagli di gente che io e il conducente-proprietario del mezzo, accompagnavamo per centinaia di chilometri; persone interessate a viaggiare, per lavoro o intenzionate ad andare via, lontano dalla fame e da una politica che, per bene che potesse andargli, offriva solo svantaggi».

Moustafa ha l’aria matura. Accenna un sorriso. Raro vederlo ridere. Nemmeno quando accenni a un francese approssimativo, giusto per strappargli una risata. Niente, ti corregge con garbo, riprende a raccontarsi. «Oggi guardo alle mie spalle, ho un fratello più piccolo rimasto lì, in Costa, insieme con mia madre nel frattempo risposatasi: mio padre non c’è più, morto di tumore, anche lui scomparso a causa di un’assistenza sanitaria inesistente; provate a immaginare quanto possano costare cure e medicinali per un essere umano che ha scarse possibilità economiche: il suo destino è scritto, purtroppo».

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Senza il sostegno economico del papà che si industriava come meglio poteva, il ragazzo ventenne ha dovuto anticipare la chiusura del suo ciclo di studi. «Studiavo la sera, volevo fare il meccanico, nel frattempo ho imparato anche l’arte del carrozziere – mostra sul cellulare un breve video di un’auto rimessa a nuovo – se dovessi restare qui, in Italia, non mi dispiacerebbe fare questo lavoro, ci sono tante auto qui; intanto ho preso una licenza media, un titolo di studio che possa aiutarmi a fare progressi nell’imparare a scrivere e leggere; prendo lezioni e appunti, studio e faccio corsi di alfabetizzazione presso il Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”: imparo in fretta, voglio essere pronto a scrivere un nuovo capitolo della mia vita; se possibile trovare un lavoro, purché dignitoso, e mandare soldi a casa per fare studiare il mio fratellino rimasto in Costa d’Avorio».

Il viaggio per l’Italia, dalla Libia. «Non lo sapevo, potevo solo immaginarlo – conclude Moustafa – sarebbero potuti passare mesi, anni; nonostante problemi di salute facevo lo stesso lavoro degli altri: insieme con i miei compagni, alcuni anche connazionali, eravamo reclusi in un enorme recinto; tagliavamo erba per sfamare gli animali da cortile, di cui ci prendevamo cura; se non lavoravi come dicevano loro, i sorveglianti ti picchiavano: in cambio, un pasto al giorno, al mattino, e acqua salina, qualcosa di imbevibile. Per fortuna tutto è finito un bel giorno, evidentemente quei mesi di lavoro erano stati sufficienti a “pagarci” un viaggio di fortuna per l’Italia: imbarcato insieme ad altre decine di ragazzi sul solito gommone, in mare aperto siamo stati avvistati da una nave militare italiana; tutti a bordo per essere accompagnati a Trapani; da lì, viaggio a Taranto e fine della corsa. Adesso dipende solo da me riprendere a correre».

«Accoglienza sostanziale»

Stefania Baldassari, consigliere comunale

«Non facciamo teoria, occorre un impegno da parte di tutti e la creazione di una rete sociale». La candidatura e l’impegno da consigliere comunale. «Sono al servizio della città, la politica strumento per il confronto e il rispetto dei diritti».

Stefania Baldassari, direttore della Casa circondariale di Taranto, candidata sindaco della coalizione di centrodestra, oggi consigliere comunale. Partiamo dall’argomento accoglienza. Un secolo fa gli italiani emigravano in terre lontane appellandosi al diritto a una vita migliore; oggi che sarebbe un dovere, qualcuno si smarca da responsabilità.

«Non è il mio caso, intanto perché l’argomento mi vede coinvolta anche come direttore della Casa circondariale di Taranto. Se l’accoglienza – è di questo che parliamo –  sul territorio non presenta una condivisione a 360 gradi, questa diventa un problema che, purtroppo, ha come risultato finale la convergenza all’interno di quel contenitore che considero un “minestrone sociale”; all’interno della Casa circondariale finisce tutto quello che non può essere gestito a seguito della mancanza di un’attività di coordinamento che andava condivisa. Questa mancanza di contatto fra i diversi interessati alla soluzione del tema-immigrazione, infatti non ha fatto altro che generare un problema dietro l’altro; talvolta per alcuni soggetti l’esperienza migratoria si è conclusa con la detenzione, quando la missione umana da svolgere dovrebbe essere un’altra.  Avvertiamo l’assenza di una gestione ragionata di chi arriva nel nostro Paese. Accoglienza, a mio avviso, invece, significa riconoscimento della dignità di ciascun soggetto attraverso una programmazione più corale. Ciò detto, ben vengano i Centri nei quali ospitare migranti, ma attiviamoci nella creazione  di una rete sociale di supporto affinché l’accoglienza non sia solo teorica, ma sostanziale».

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E veniamo all’attività politica. Qual è stata la molla che l’ha convinta a candidarsi a sindaco di Taranto e affrontare, in una sfida all’ultimo voto, un ballottaggio con l’attuale primo cittadino, Rinaldo Melucci?

«Il senso di appartenenza a questo territorio. La voglia di contribuire, mettermi al servizio dei miei concittadini, provare a scrivere una nuova pagina per una città che, purtroppo, continua a presentare diverse problematiche; solo parte di queste sono state affrontate: il resto di queste, richiede una presa di coscienza, è necessario amministrare a 360 gradi senza distinzioni  politiche. Taranto, è bene dirselo, è una città che chiede risposte a domande che non possono più attendere».

Si ricandiderebbe?

«La spontaneità con la quale ho accettato di candidarmi a sindaco, considerando lo scenario odierno, non sarebbe più tale: la mia è stata una candidatura al buio, non conoscevo a fondo cosa significasse la politica, mentre dal primo momento era fin troppo chiaro cosa volessi fare per questa città. Mi sono invece resa conto che le condizioni sottese alla candidatura, alla voglia di fare insieme, alla voglia di creare dei percorsi, per altri erano rappresentati da interessi diversi: per qualcuno emergeva la sola voglia di trovare un carro sul quale salire per essere accompagnato una volta di più a fare una politica poco al servizio del bene comune e molto per i propri interessi.

Dal punto di vista umano è stata un’esperienza forte: ti segna, ti fa guardare con altri occhi persone che consideravi amiche, così da aver collezionato una delusione dietro l’altra. In sostanza, una lezione più umana che politica».

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Che aria tira nella politica locale. E’ stata considerata una sorta di stampella per questa Amministrazione comunale.

«Uno degli insegnamenti di vita me lo ha lasciati mio  padre: qualsiasi cosa un giorno tu faccia nella vita – ebbe a dire – ricorda che solo se sei libera potrai fare; se non sei libera ti faranno fare; in sostanza: resto libera, qualsiasi cosa io possa fare per il bene di questa città, secondo una modalità per il perseguimento del bene comune, la farò; il tutto, beninteso, nel rispetto di lealtà, dignità, coerenza, tutte cose che mi caratterizzano: non mi farò imbrigliare da dinamiche di partito o appena sottese. Andrò a parlare con il sindaco della mia città, Rinaldo Melucci, tutte quelle volte che parlare con il primo cittadino possa essere utile per contribuire al bene comune. Stampelle, terze, quarte gambe, non so nemmeno cosa siano e non mi interessa saperlo».

Di cosa necessità la città.

«L’ho ribadito a chiare lettere nell’ultima fase della mia esperienza in qualità di candidato-sindaco, proprio uno degli ultimi giorni relativi al periodo di ballottaggio: la prima che farei fatto per Taranto, dissi, sarebbe stato ripulirla, intanto, dal punto di vista materiale: è evidente il degrado, specie in quelle che vengono definite periferie; poi ripulirla nell’approccio con la “cosa pubblica”, ancora oggi fatta di pregiudizi, prevenzioni, dinamiche che non aiutano a crescere come invece si dovrebbe; forse solleciterei – anche se oggi sono soddisfatta che questa sia più di una ipotesi – un tavolo permanente per la problematica Ilva: il cittadino deve sentirsi parte integrante per la soluzione delle problematiche che riguardano ambiente, salute, il lavoro, senza sentirsi orfani di un riferimento sicuro al quale appellarsi: l’idea, sbagliata, è che se c’entra la politica non si fa più l’interesse  della città; la politica, invece, deve essere strumento attraverso il quale i problemi di un territorio, di una regione, di un Paese, vanno risolti. Chiunque entri a fare politica deve mettersi a disposizione per la soluzione delle necessità reclamate dai cittadini».

«Pace per tutti!»

Cristiani e musulmani, insieme, per assistere alle processioni

«Pasqua, si celebrano rispetto reciproco e fede: l’abbraccio invocato e condiviso dalle religioni è universale». Ragazzi ospiti di “Costruiamo Insieme”, appuntamento in centro. «Riti, che fascino!». Svuotano i cellulari di scatti superflui e li riempiono di nuove foto.

Sanogo, Musa, Alfred, Kess e Bamba. Testimonial per un giorno. Per se stessi, musulmani e cattolici insieme, incuriositi dalle tradizioni religiose locali, ma anche per conto di “Costruiamo Insieme”, la cooperativa che li ospita. E’ qui che a Kaleem e poi a Ndoli, hanno chiesto di assistere a un rituale che a Taranto, per esempio, ha radici secolari. L’occasione è anche l’ideale per scambiare due battute fra la gente. I ragazzi fotografano i “perdoni”, confratelli che indossano camice e mozzetta, stringono una mazza e ondeggiano (“nazzicàta”) per le vie del centro e per i quartieri vicini in veste di viandanti. E la gente che assiste all’uscita delle prime “poste” (le coppie di fedeli incappucciati), fotografa i ragazzi. E’ singolare, penseranno tarantini e turisti che seguono l’inizio di una delle due processioni, vedere extracomunitari che seguono con grande attenzione e massimo rispetto uno dei principali riti pasquali. E’ Taranto, come può essere qualsiasi altro centro pugliese, ventitré in tutto, dove per tradizione esiste una grande partecipazione alla Settimana santa.

Sacri riti in Puglia, dunque. Un po’ ovunque, si diceva. A Bitonto come a Francavilla Fontana, proseguendo per il Salento, con cittadine come Galatina e Gallipoli. Poi Molfetta, Noicattaro, Pulsano, Ruvo. Infine, Taranto. Qui la Settimana santa ferma un’intera città. Una tradizione secolare che parte da giovedì pomeriggio per concludersi con il rientro della Processione dei misteri nella chiesa del Carmine il sabato mattina, pieno centro, nel cosiddetto Borgo nuovo. Giovedì sera, invece, tocca alla Processione dell’Addolorata, nel Borgo antico, più noto come Città vecchia.

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MASSIMO RISPETTO PER LA FEDE CATTOLICA…

I ragazzi sfilano dalla tasca il loro cellulare. Qualcuno lo alleggerisce di foto di qualsiasi tipo. Sembrano i giapponesi di una volta, fotografano qualsiasi cosa si muova e la inoltrano ad amici e parenti. Benedetto whatsapp. Scattano le foto e con queste, le pose. Sanogo, trentacinque anni, ivoriano, fede musulmana, è il più intraprendente. Quasi fa strike con una coppia di “perdoni”. Una spallata involontaria per qualche istante fa perdere il ritmo ai due confratelli oggetto dell’esuberanza del ragazzo. «E’ la seconda volta – spiega Sanogo – che assisto ai Riti a Taranto, anche se musulmano ho grande rispetto per la preghiera che la gente in processione e quanti assistono ai riti, rivolge all’Addolorata e a Gesù: è un momento di grande suggestione, mi meraviglia l’enorme silenzio che avvolge questi momenti».

C’è chi sorride. Musa, guineano, venti anni. Anche lui per la seconda volta ad assistere alla Processione dei Misteri. «Lo scorso anno – racconta – con un operatore della cooperativa e insieme ad altri compagni, sono andato in Città vecchia per vedere l’Addolorata e visitare il Borgo antico; vedere statue e confratelli incappucciati fra quelle vie così strette è bellissimo».

«Anche se la mia religione non è la stessa», spiega Bamba, ivoriano, fede musulmana, «ho grande rispetto per chi si riunisce in preghiera osservando il massimo silenzio; lo stesso rispetto che i tarantini hanno nei nostri confronti quando invochiamo Allah e il nostro profeta».

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PER I CRISTIANI «SIMBOLI FAMILIARI»

Kess, nigeriano, ventuno anni, cristiano, è il più attivo. Magro, dinoccolato, capigliatura riccia, taglio corto, non passa inosservato. Quasi padrone della scena. C’è un perché. «Conosco perfettamente i simboli – spiega ai suoi compagni e a noi che lo osserviamo mentre fotografa la lunga processione di “perdoni” – in Nigeria ci rivolgiamo al Signore, al crocifisso, per invocare salute, benessere e, perché no, anche perdono; quella cattolica non è molto differente da altre religioni, ma io dai primi anni di scuola ho sempre pregato Gesù; ho molti amici musulmani, ma non ci confrontiamo sulla fede, abbiamo reciproco rispetto, le cose di cui parliamo sono altre: stavolta, però, siamo stati subito d’accordo nel darci appuntamento per fare una passeggiata e spingerci fino al centro della città».

Infine Alfred, diciannove anni, sierraleonese. «In Italia da un anno e cinque mesi – dice – qui in Italia c’è un alto senso di religiosità, ma la rappresentazione di una forte fede come accade da queste parti non l’avevo nemmeno immaginata; per questo motivo ho liberato un po’ di memoria del mio cellulare per fare foto e, stasera stessa, inviarle ai miei amici e ai miei cari; a proposito, Ndoli, fammi una cortesia: mi scatti una foto accanto ai due pellegrini?». E sulla chat di “Costruiamo Insieme”, partono gli auguri. Piccoli e grandi, sono tutti speciali. La Pasqua è un giorno di pace.

«Voglio una vita normale»

Il sogno di Evidence, nigeriano, venticinque anni

Una sorella uccisa a colpi di fucile sotto i suoi occhi. Pianto e disperazione, il desiderio di un lavoro da marinaio. «Viaggiare, sarebbe bello, come salvare miei connazionali da persecuzioni, botte e proiettili».

Foto Articolo Storie 03 - 1«Colpi di fucile nel mucchio, mia sorella stramazza al suolo, davanti ai miei occhi!». Evidence, venticinque anni, nigeriano, cristiano, dallo scorso gennaio in Italia, ha gli occhi rossi. Piange. In modo composto. Quelle immagini, però, non le dimenticherà mai. Sono una ferita che non si rimarginerà mai. Sua sorella, unica a seguirlo nella fuga verso la libertà, in quel momento era la sua famiglia. A casa, ancora due sorelle, due fratelli, la mamma. Papà non c’è più, una morte prematura lo ha sottratto all’affetto dei suoi cari.

Dunque, la ragazza, il mucchio. «Il mucchio – spiega Evidence – eravamo tutti noi, nazionalità diverse, scopo identico, fuggire da un regime restrittivo e dalla fame, tanta; accerchiati ci agitavamo, in cerca di una via di fuga, perché quando i militari, ma anche ragazzini, di solito armati di fucili e pistole, ti fermano, non sai mai come andrà a finire: l’unica strada che impari a conoscere è scappare, cuore in gola, fino a perdere il fiato».

Una gragnuola di colpi. La sorella di Evidence si piega sulle ginocchia, porta una mano alla schiena, quasi tentasse di sfilarsi dalle vive carni quel proiettile che l’ha attinta in un punto vitale: non ha il tempo di disperarsi, l’ultima immagine che si riflette nei suoi occhi è il cielo, un’ultima preghiera rivolta al Signore; lei, cattolica, che coltivava un grande sogno, consegna prematuramente l’anima a Dio. «I compagni – ricorda il venticinquenne nigeriano – mi strattonavano, mi dicevano che forse era ferita e che se mi fossi fermato sarei stato un bersaglio facile per quei cecchini, persone senza scrupoli».

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IL DOLORE NEL CUORE…

Gli occhi ancora arrossati. Scusarsi con Evidence per aver toccato ferite ancora aperte, sembra il minimo. Nei confronti della donna e del dolore del giovane nigeriano. La fuga da Zabrata, poi Zuiwara, Libia. «Il dolore nelcuore – racconta – mi domandavo chi mi avrebbe dato il coraggio per raccontare a mia madre con la quale mi sento appena posso, che ero rimasto solo: magari, sulle prime, alleggerire il dolore dicendole che non avevo notizie su di lei, mia sorella, poi alla prima occasione, raccontare a mamma come in realtà fossero andate le cose».

Zabrata, Zuiwara. «Nel mio Paese ho studiato – ricorda – ma tanto, ho il mare nel sangue, ma anche quel sogno si è spezzato, mio padre è venuto a mancare a causa di una delle malattie che non perdonano: in Nigeria proviamo a curarci come possiamo, quei pochi medicinali costano troppo, la speranza alla vita possono permettersela solo “quelli con i soldi”». E i familiari di Evidence non sono fra “quelli”. Vivono come possono, di piccoli, saltuari lavori. Riescono a malapena ad apparecchiare tavola una sola volta al giorno. «Fine degli studi, papà viene a mancare, e quando manca quel piccolo sostegno economico cominciano i veri dolori; perdi, d’un tratto, la guida sicura, quella paterna, chi fino a quel momento si è preoccupato di tutto, dal sostegno per vivere con decoro e per gli studi, perché tu possa lasciare i campi e fare una vita migliore».

«Studiavo come marinaio – riprende Evidence – non so come chiamiate quei corsi voi, in Europa, fatto sta che ho imparato tutti i segreti del mare, fino a quando è stato possibile».

Fa male fare un passo indietro. Torniamo in Libia, le squadre della morte o, comunque, quelle di soldati privi di scrupoli che fermano neri a grappoli. «Se ti va bene ti picchiano – spiega il giovane nigeriano – ti rivoltano le tasche, te le svuotano di quei pochi soldi che hai e ti licenziano con un calcione bene assestato! A me è andata così, con i miei connazionali per un breve, ma doloroso periodo, facevamo colazione, pranzo e cena con quantità indescrivibili di pugni e calci».

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DA MARINAIO A RIPARATORE DI CONDIZIONATORI

Poi Evidence riesce a liberarsi. Trova un lavoro nella stessa Libia. Lavoro in cambio di un viaggio per la libertà, l’Italia. «Mi improvviso tecnico di condizionatori – confessa concedendo un primo, accennato sorriso – mi va bene perché imparo subito la tecnica del perfetto riparatore; per molto tempo mi tocca lavorare sodo, ma la prospettiva che ogni giorno, all’indomani, sia quello buono per arrivare in Italia, mi alleggerisce di qualche preoccupazione; è così che va, lavoro sodo, stacco il biglietto per un gommone sul quale ci stringiamo come sardine in più di cinquanta: al momento dell’imbarco sembravamo in una di quelle cassette di pescato esposte al mercato».

Un viaggio che fortunatamente dura poco. «In mare aperto – dice Evidence – avvistiamo una nave italiana, il cuore comincia a battere forte, gli italiani sono amici: “Vengono a soccorrerci!”, pensiamo; saliamo a bordo, mi sembra quasi di essere a casa, io che in Nigeria ho studiato attività marinare; arriva il primo sospiro di sollievo, il prezzo pagato per essere lì, in quel momento, è stato alto, troppo: mia sorella non c’è più, il dolore torna daccapo a galla. L’arrivo in Sicilia, poi in bus fino a Taranto».

Restare in Italia, sarebbe bello. «C’è già poco lavoro per gli stessi italiani – dice – per me sarebbe un problema anche se prego ogni giorno il Signore perché la vita possa finalmente riservarmi un sorriso: non chiedo tanto, ma solo il necessario, per vivere dignitosamente; magari in Germania, mi dicono miei connazionali, potrebbe esserci una prospettiva, ma per ora tutto è così vago; certo, se restassi in Italia, a lavorare su una nave sarebbe il massimo, il mare lo avverto sulla pelle».

Nave militare, mercantile. «Quando penso a una nave, penso a un lavoro, a grandi viaggi, porti esteri in grande quantità: viaggiare senza paure, di queste non voglio più sentir parlare, penso di aver già dato abbastanza, il dolore difficilmente mi abbandonerà; viaggiare, perché no, trarre in salvo dalle acque ragazzi come me che hanno voglia di vivere, di scrivere una storia diversa che non sia quella di botte e torture, fughe e colpi di fucile: forse chiedo troppo, non so, allora diciamo che questo è il mio sogno, vivere una vita normale».

«Facciamo accoglienza»

Tony Esposito, Enzo Gragnaniello in Puglia

Tributo a Pino Daniele, a Taranto e Molfetta. Dichiarazioni al sito di “Costruiamo Insieme”. «Noi napoletani siamo stati i primi ad emigrare», dicono i due artisti. «Abbiamo esportato fantasia, genio, spirito di adattamento; c’è chi ci ha dato tanto, adesso ci tocca restituirlo a chi ha bisogno»

«Chiederlo a un napoletano è come sfondare una porta aperta; noi del Sud, nei secoli, abbiamo fatto grande esperienza in materia di emigrazione: nonni e bisnonni si sono sottoposti a lunghi viaggi della speranza, sono andati all’estero per trovare lavoro, in avanscoperta per poi chiamare le famiglie; come noi agli inizi siamo stati “forestieri” negli altri Paesi, negli altri continenti, dobbiamo cominciare a farcene una ragione e dare una mano a chi non se la passa bene».

Tony Esposito, grande artista, al suo attivo numerosi successi, cinque milioni di copie vendute in tutto il mondo, rilascia volentieri dichiarazioni al nostro sito, “Costruiamo Insieme”. Di migrazione e come stiano in alcuni Stati africani, ne sa più di altri. In Puglia, prima a Taranto, poi a Molfetta, insieme al suo collega Enzo Gragnaniello e al maestro Renato Serio (nell’occasione dirige l’Orchestra della Magna Grecia), sta partecipando a un tributo in memoria di Pino Daniele, il cantautore napoletano scomparso nel gennaio 2015.

Esposito, dunque, sa di cosa parla quando gli chiediamo quale sia la sua posizione circa il fenomeno dell’emigrazione. Di sicuro, Esposito, ne sa più di qualche politico, che parla di un argomento così delicato senza conoscere a fondo le ragioni che portano molti ragazzi neri a scegliere come unica soluzione la fuga: dalle guerre, dalle persecuzioni politiche, dalla fame. Il popolare percussionista ha viaggiato per lavoro in continenti diversi. Lui stesso ha compiuto viaggi di studio, abbracciato la cultura africana, contaminandola con suoni che scaturiscono da qualsiasi cosa faccia “rumore”. «In alcuni Paesi del Nord Africa – riprende Esposito – da anni gli abitanti vengono sottoposti ad atti d’abuso da parte di poteri che agiscono contro le classi sociali più deboli; assistiamo a uno sfruttamento delle risorse da parte di multinazionali, la solita storia: poteri forti, lobbies, si impossessano di interi Paesi e giacimenti, sfruttano la mano d’opera con azioni spregiudicate, violente, si riempiono le tasche di denari e poi lasciano i Paesi vandalizzati più poveri di prima».

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ESPOSITO: SE A CASA DISPONGO DI SEDIE VUOTE…

Immigrati in Italia, anche in questo caso Esposito ha un punto di vista. «Siamo generosi per natura – dice l’artista di “Kalimba de luna” – dunque non ci tiriamo indietro, l’ideale sarebbe stato aiutare la gente che oggi fugge dall’Africa nei loro stessi Paesi, ma guarda caso, causa poteri forti di cui dicevo, non è stato possibile attuare una politica di aiuti e sviluppo in zone in cui la gente soffre la povertà; adesso è l’Italia che dovrebbe chiedere maggiore sostegno all’Europa per far fronte alla pressanti richieste di asilo causate principalmente da persecuzioni politiche». Infine, a conclusione del suo punto di vista su migranti e migrazione, un esempio. «Dico dell’Europa, perché fino a quando l’Italia disporrà di strumenti per l’accoglienza sarà possibile far fronte alla domanda; devono metterci in condizione, altrimenti il sistema rischia il collasso: a casa mia dispongo di quattro sedie, posso fare accomodare altrettanti ospiti, se però necessitano dieci sedie vado in crisi, li faccio entrare in casa e non so più dove farli sedere?».

Anche Gragnaniello ha il suo punto di vista riguardo lo stesso tema. L’artista di “Cu’ mme”, interpretata con Murolo e Mia Martini, al sito di “Costruiamo Insieme” dice che c’è un tempo per tutto. «Noi napoletani abbiamo esportato fantasia, ingegno, spirito di adattamento, abbiamo insegnato; adesso è giunto il momento di imparare, punto: non ci sono più le famiglie numerose di un tempo, ma a Napoli abbiamo sempre sposato la logica del “dove mangiano due, possono mangiare in tre, quattro”; stiamo più stretti, e che sarà mai…vuol dire che restituiamo quello che ci è stato prestato dal Cielo”. Napoli e l’altro Sud. «Una domanda la faccio io,adesso – osserva il cantautore – c’è chi se n’è accorto adesso, ma quando le multinazionali sfruttavano le risorse di Paesi che, in realtà, non sarebbero stati poveri, questi signori che oggi pontificano e parlano solo adesso di aiuti umanitari, dove stavano?».

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GRAGNANIELLO: MAI DIMENTICARE LE PROPRIE ORIGINI

Nonostante il successo, Enzo Gragnaniello, rispetto a Pino Daniele, suo compagno di scuola dalle elementari, non ha mai rinunciato a vivere nei quartieri spagnoli. «Lì sono nato, lì conduco una vita normale, se si può dire: mi sposto quando registro, faccio concerti; non bisogna dimenticarsi mai le proprie radici, chi siamo, da dove veniamo». Altra riflessione. «C’è crisi ovunque – dice Gragnaniello – ma molti di questi ragazzi si smarcano dall’assistenzialismo, fra questi chi sceglie di restare in Italia fa il possibile per trovare un posto di lavoro, comunque rendersi utile alla società; una volta deciso di ospitare questa gente, dobbiamo imparare a fare accoglienza: non conosco altro sistema per evitare che quelle risorse positive giunte sul nostro territorio, utili per riprendere a far camminare l’economia italiana non prendano altre strade».

Tributo a Pino Daniele, al teatro Orfeo di Taranto, dunque. Un’idea del maestro Piero Romano dell’Orchestra della Magna Grecia e Martino De Cesare. Un successo. Nel programma, l’orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Renato Serio, una band musicale, i tributi di artisti, si diceva, del calibro di Tony Esposito ed Enzo Gragnaniello. Insieme con la musica, la proiezione di momenti dal documentario “Il tempo resterà” di Giorgio Verdelli, giornalista e autore, premiato pochi mesi fa con il prestigioso Nastro d’argento per aver raccontato l’artista di “Napule è”, “Quando”, “’Na tazzulella ‘e café”, “A testa in giù”, “Yes I know my way” e altro ancora.

Esposito, cinque milioni di copie, dischi e album venduti in tutto il mondo (Kalimba de luna, Sinuè, As tu às, Pagaia). «Pino aveva talento da vendere; ci conoscevamo da ragazzini, più avanti mettemmo in piedi il supergruppo che tutti conoscono; con me, James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso e il compianto Rino Zurzolo; il mio produttore, diventò lo stesso di Pino: Willy David». Tante le idee di uno dei maggiori produttori artistici fra gli Anni 70 e 80. «Intanto – riprende Esposito – incontravo Pino, ridendo e scherzando, nascevano cose che lui memorizzava, c’era grande fermento; per un breve periodo apriva i miei concerti con le sue prime canzoni; altra tappa, quando aveva assunto popolarità, lo stesso Willy suggerì di metterci tutti insieme per suonarci con Pino, quasi un chiamarci a raccolta: lì nacquero cose importanti e un album fondamentale nella sua carriera, “Vai mo’”: Tullio portava il jazz, Joe il funk, io l’Africa…».

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PINO DANIELE, UN TALENTO DALLE ELEMENTARI

E poi c’è Gragnaniello, una voce, una chitarra. Sergio Bruni nel cuore. «Di Pino avrei sicuramente cantato “Cammina cammina” – spiega – sembra scritta per il mio modo di interpretare; “Senza voce”, invece, è una mia canzone che avrei visto bene coniugarsi con le sue corde; malinconica, quella sua voce, quasi da oboe gli dicevo talvolta io». Stesso quartiere. «Stessa scuola elementare, non mi sono ritenuto mai un collega di Pino, la nostra è stata amicizia vera, nata fra i banchi; la musica è arrivata dopo, anche se qualcosa addosso la sentivamo già; cosa ci avvicinava e cosa ci distingueva: io mi sento più da ballata, lui era soul e rhythm’n blues». Progetti personali. «Un album con il Solis Quartet, canterò poeti internazionali in italiano: Brel, Waits, Lou Reed e Morrison; sono stato invitato, la cosa mi piace, io canto e basta».

Infine, Giorgio Verdelli, autore di trasmissioni di successo, vincitore del Nastro d’argento con il docufilm “Il tempo resterà” dedicato a Pino Daniele e ritrasmesso di recente su Raidue. Nel progetto firmato a quattro mani da Piero Romano direttore del’Orchestra della Magna Grecia, e Martino De Cesare, Verdelli è stato una sorta di “regista di palco”. «Pino, non solo un cantautore – dice Verdelli – è stato inventore di un linguaggio, come lo sono stati Battisti, De André e Dalla; collocabile fra Weater Report, Roberto De Simone e Sergio Bruni; ha reso il napoletano un linguaggio universale, “cool” si dice, così da trasferirlo al mondo dei giovani».

Femminicidi

La vergogna di appartenere ad un genere, quello maschile!

“Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… Torno a casa… Li denuncerò domani”. (Franca Rame)

La violenza su donne e bambini è entrata nella quotidianità con una tale irruenza e frequenza che non sembra più fare notizia, una spaventosa “normalità” che piuttosto che indignare, pare essere vissuta nell’immaginario quotidiano come un fenomeno paragonabile all’inquinamento, ai servizi pubblici che non funzionano, ad uno stato sociale deturpato, alle fabbriche che chiudono e a tante altre nefandezze delle quali sono pieni gli organi di informazione. Non passa giorno che donne o bambini innocenti rimangano “vittime del sesso debole”, uomini ricchi solo di un retro pensiero culturale che li porta a sentirsi padroni di una proprietà acquisita attraverso una semplice relazione sentimentale o, colpiti nel profondo per la manifestazione delle loro incapacità o semplicemente per un rifiuto. Padrone, questa è l’epifania del maschio, animale prima che uomo e, quasi sempre, incapace di assumere le proprie responsabilità, riconoscere le proprie colpe per la fine di una storia o per il fallimento di un progetto di vita.
“Niente per me, niente per nessuno!”
Una logica assurda che manifesta una debolezza derivante da una sorta di senso di dipendenza dall’altra, dalla compagna o dalla moglie ma, nella sostanza dalla donna della quale ci si sente superiori, sopraffattori. Fino al punto di ammazzare anche il frutto del suo grembo, che è anche suo ma non può essere più di nessun’altro.
E, in quanto vigliacco e incapace il maschio trova la via più breve: prima uccide e poi si uccide!
Tanto è dilagante il fenomeno che anche i professionisti che ogni giorno si occupano di cronaca cominciano ad arrancare, a sbagliare i nomi, a confondere le vicende.
Al cospetto di questo aberrante scenario provo una sorta di difficoltà a dire che, per fortuna, non siamo tutti uguali seppure, grazie a Dio, è vero.
Sono indignato, schifato da tanta brutalità.
E, come ho fatto cominciando questo Domenicale, continuo ad affidare a chi legge le parole di una donna, Franca Rame, paladina della lotta contro ogni forma di violenza, non solo sulle donne, come le donne sanno fare.

“La mia considerazione, purtroppo non è positiva, anzi è totalmente negativa. Dopo tutte le battaglie che abbiamo fatto, avevamo raggiunto qualche risultato sulla parità tra i sessi. Ma ora tutto sembra essersi perso. Le donne sono le più penalizzate in ogni campo e tutto quello che abbiamo ottenuto con lacrime e sangue è sparito, sciolto nelle leggi di questa Italia”.

“Oggi, alla mia età, posso dire che sto cercando di terminare le cose della mia vita lasciate in sospeso, come una biografia che sto scrivendo – diciamo – per non lasciare niente al vuoto. Ma quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre. Ripensando alla mia vita non ho mai permesso che mi si mancasse di rispetto.
Il rispetto nasce da noi, ma deve anche esserci riconosciuto. Spesso penso alle persone che ho conosciuto nella mia vita e alle donne che ho incontrato in tanti anni. Credo che il momento sia molto brutto oggi, e non solo per noi donne. Noi donne anziane, però, abbiamo una missione: continuare a dialogare con le giovani per non lasciarle sole. Una speranza ancora c’è”.

“Sono anni che porto in giro spettacoli sulla condizione della donna lo sfruttamento sessuale, i problemi con i figli, i tradimenti, la coppia chiusa, la coppia aperta… E in tutti questi anni il mio camerino è diventato come lo studio di un analista: uomini, donne, giovani mi confidano storie che non racconterebbero al confessore. Ebbene, con tutto questo dialogare, mi sono convinta che la causa di ogni pena amorosa, di legami che si sfaldano, è la mancanza di armonia tra i sessi”.