«Paese senza memoria»

Cisberto Zaccheo, consigliere comunale di Taranto

«Cento anni fa eravamo noi i migranti, oggi c’è chi storce il naso verso gli sbarchi di extracomunitari: i tarantini sono, invece, un grande esempio di amore per il prossimo e di accoglienza; le strutture professionali esistenti sul territorio sono una risorsa per tutti noi». «La macchina dell’Amministrazione pubblica va solo perfezionata, la gente vuole sicurezza, salute, pulizia» 

«Con l’Amministrazione Stefàno, in qualità di assessore alle Attività produttive, ho sensibilizzato numerose aziende del territorio per fornire generi di conforto utili all’accoglienza; gli sguardi smarriti, la paura sul viso di donne e bambini sono scene indimenticabili». Cisberto Zaccheo (subentrato a Patrizia Mignolo), da tre mesi consigliere comunale del Partito socialista nell’Amministrazione del Comune di Taranto guidata dal sindaco Rinaldo Melucci. Importante anche la sua esperienza in qualità di assessore comunale con delega alle Attività produttive  e, successivamente alla Cultura, con la Giunta del sindaco Ippazio Stefàno.

Una prima idea sull’Amministrazione della quale è entrato a far parte da aprile scorso. «Sono appena entrato in Consiglio comunale – dice Zaccheo – ci sono cose che stanno decollando, altre che vanno perfezionate, ma in una città come Taranto che di problematiche ne presenta tante, ci vuole del tempo; purtroppo il Comune è carente di personale, le colpe ricadono sulla parte politica, in realtà la risposta è molto più complessa mancando le risorse per far ripartire la macchina amministrativa: il numero di dirigenti è inferiore rispetto a quello sul quale dovrebbe contare una città appena sotto i duecentomila abitanti».

Una delle questioni più evidenti. «La carenza di agenti di Polizia locale: dovrebbero presiedere un territorio che va dall’Isola amministrativa, cioè dai confini di Lizzano, alla periferia di Statte; non è semplice controllare l’intero territorio con un personale che conta meno di 160 unità: è un po’ come la storia della coperta corta, copri qualcosa e scopri altro».

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Un sindaco che non viene dalla politica, può essere un valore aggiunto?

«In passato abbiamo spesso invocato la figura civica, qualcuno cioè che avesse una visione esterna alla politica, di fatto però non è stata una esperienza esaltante; sia chiaro, non mi riferisco alla figura dell’attuale sindaco, Rinaldo Melucci, ma ad altre occasioni in cui è stato chiesto il conforto tecnico di qualcuno che fosse sostanzialmente slegato dalle logiche della politica; dalla sua Melucci ha l’esperienza di manager aziendale, un aspetto positivo considerando che oggi il Comune va gestito come se fosse un’azienda; detto questo, va ribadita la necessità del confronto e la gestione della politica con tutte le anime che compongono il Consiglio comunale, dalla maggioranza alla minoranza».

Una cosa che l’avvicina all’amministrazione Melucci. «Parto da un personale modus operandi, l’abitudine di fare squadra; è quanto sto cercando di creare con i colleghi di maggioranza, nella logica dello stare insieme per raggiungere nel più breve tempo possibile obiettivi utili per la comunità; ho una visione della politica con la “P” maiuscola: diverse delle cose messe in campo mi confortano, qualcuna un po’ meno: l’approccio sulla comunicazione, per esempio, va riveduto; ritengo necessario un confronto più serrato con le varie istanze della città».

Cosa si può fare per Taranto. «I tarantini, come nel resto d’Italia, pongono al centro del ragionamento la sicurezza: occorrerebbe una presenza più capillare di vigili urbani, anche se il numero esistente – come si diceva – non consente una copertura capillare dell’intero territorio; ho ancora una visione romantica dell’agente di polizia locale, a presidio delle scuole e attivo nel fare attraversare la strada ai piccoli studenti e alle loro mamme: se, dunque, i vigili fossero di un numero adeguato darebbero quel tipo di presenza; tasti dolenti: abusivismo commerciale e occupazione dei parcheggi riservati ai disabili».

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Un sms. «Il mio è un continuo interagire con i tarantini; in questo momento ho ricevuto il messaggio di un conoscente che si fa portavoce di un’altra delle criticità presenti nella nostra città: la pulizia delle strade, la maggiore attenzione all’igiene, i cassonetti; in quest’ultimo caso, diciamo la verità, buona parte dei cittadini manifesta scarsa collaborazione: con l’insediamento del nuovo Consiglio di amministrazione all’Amiu, l’augurio è che questi e altri problemi vengano risolti in tempi brevi».

Hotspot tarantino riaperto nei giorni scorsi. L’importanza dell’accoglienza di cittadini extracomunitari in fuga da scontri etnici e persecuzioni politiche. «Ho partecipato attivamente ai tempi dell’Amministrazione Stefàno all’accoglienza con i primi sbarchi; in qualità di assessore alle Attività produttive mi attivai nel contattare aziende che ci aiutassero nella distribuzione di prodotti di prima necessità per sfamare gente che non mangiava da giorni; ricordo questa esperienza con estrema sofferenza, ho ancora negli occhi gli sguardi impauriti di persone che evidentemente non erano al corrente sul dove si trovasse in quel momento».

Una sensazione rispetto alle altre. «A volte gli italiani hanno un atteggiamento di facciata, mostrano l’ospitalità solo a parole; non abbiamo memoria, dimentichiamo che proprio il nostro popolo, in particolare quello del Sud, ha vissuto il tema dell’emigrazione per fame: anche noi, come popolo, siamo stati costretti ad andare a cercare lavoro al Nord, espatriare negli Stati Uniti, Argentina, nell’Europa del Nord, in Belgio e Lussemburgo; non è un mistero che siamo stati etichettati “terroni” e ho i brividi a pensare che di colpo gli italiani abbiano dimenticato il loro vissuto».

Taranto, una voce fuori dal coro. «E’ l’emblema dell’accoglienza, anche grazie a un hot spot funzionale e a strutture come “Costruiamo Insieme” che hanno svolto e svolgono attività di accoglienza ai massimi livelli; nonostante la malavita abbia messo gli occhi sullo sfruttamento delle risorse umane in arrivo dal Nord Africa e abbia fiutato un business, c’è chi, invece, in questo ambito fa la differenza e diventa esempio non solo di professionalità, ma simbolo di accoglienza».

Canto per un bambino violato

Violenze e abusi sui bambini si moltiplicano a  dismisura in una società sempre più adultocentrica all’interno della quale anche la genitorialità si alimenta di “deleghe”.

Oggi voglio solo lanciare un tema di riflessione esimendomi dai commenti per lasciare il campo all’elaborazione di una proposta, di una idea, che porti la comunità di Costruiamo Insieme, unitamente a quanti sono realmente sensibili e vogliono collaborare con noi, ad essere parte attiva di percorsi concreti di lotta e prevenzione ma, anche, di risposte non “istituzionalizzanti” alla bruttura del fenomeno.

Vi lascio ad una lettura triste quanto utile.

 

CANTO PER UN BAMBINO VIOLATO

Quando negli occhi avevi ancora la gioia

vennero a strapparti la tua meraviglia.

Avevano bende, sugli occhi e sul cuore

si tolsero tutto, senza un solo pudore.

Ti lasciarono vuoto, ti lasciarono muto

ti tolsero il volo, ti lasciarono solo.

Nessuna vergogna, nessun pentimento

ti tolsero tutto, di fuori e di dentro.

“Uccisero” un bambino

e sembrò quasi nulla

anche se ancora odorava di culla.

Scese la paura e smettesti di sognare

mentre il mondo indifferente

seguitava a camminare.

Dei tuoi piccoli passi, del cammino interrotto

nessuno si dolse, nessuno ti accolse.

E se scompariva il tuo cuore contento

neppure una pena, né un pentimento.

Se questo è il cammino che fa civiltà

meglio andare lontano, dove è viva pietà,

dove vige il rispetto, dove regna la cura

dove un bimbo è protetto

dalla pena più scura.

Questo è il mio canto

per chi la gioia ha smarrito

per chi è stato violato, e insieme tradito

perché la sua pena che ci scende nel cuore

ci faccia operai di un mondo migliore,

ci prenda per mano e ci faccia sentire

quale crimine è un bimbo lasciato a morire.

Luciano Galassi

(28 giugno 2014)

«Chi tocca, muore!»

Ali, diciannove anni, sudanese

«Vengo da un Paese povero e ricco, dove c’è gente che si arricchisce e altra muore di fame. Sono nato fra le bombe e vissuto fra le scorribande di ribelli invasori. Non sai se un agente di polizia ti è amico oppure ostile». Da qui la diffidenza di aprirsi a chi gli chiede di raccontarsi. Una storia dolorosa, simile a tante altre. 

Storie 01 C

«Cosa vuoi che ti dica? Abbiamo paura, diffidiamo di chiunque, tanto di chi ti accoglie con il sorriso, quanto di chi lo fa con una stretta di mano: ne abbiamo viste talmente tante in Darfur che non ci meravigliamo più di niente». Questo il senso del primo messaggio di “Ali”, diciannove anni, musulmano, diffidente. Arriva da una regione del Sudan, si presenta così. E’ appena arrivato in Italia, non più di due settimane fa. Anche di noi non si fida, lo scopriamo dopo qualche minuto. «Amico – più o meno la traduzione – non so chi sia, non prenderla come un’offesa, faccio fatica a darti le mie generalità!». Anche interpretare il pensiero di “Ali”, del quale rispettiamo la volontà di restare più o meno anonimo, appare complicato. Nonostante una dichiarata diffidenza, si presta al servizio fotografico.

Le parole del giovane diciannovenne fanno un bel giro, ma la sostanza si comprende dal tono della voce e da come accompagna le sue espressioni. Frasi dette a metà, spesso punteggiate da un sorriso, all’apparenza sincero. Ci fidiamo delle sue parole, del suo racconto, del suo sguardo. Non avremmo motivo di pensarla diversamente. Lo diciamo per quanti non conoscono fino in fondo il nostro lavoro, chi pensa che mediare con ragazzi che fuggono da zone di guerra, da conflitti etnici, sia una passeggiata di salute, si sbaglia di grosso.

Ci vuole pazienza. Assecondare, spiegare al ragazzo che il suo racconto, come quello del connazionale, “Ibrahim” (anche lui adotta un nickname, dunque un nome fittizio) per noi è prezioso. Potremmo passare avanti, sentire un altro dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Ci intestardiamo, invece. Vogliamo capire il suo di mondo. Avvicinarci dove non sempre è facile esplorare un sentimento. Dunque, la traduzione, si diceva. Sembra il gioco dei quattro cantoni. Seduti intorno a un tavolo nella sede di via Cavallotti. “Ali” alla mia destra, con quel faccione da pugile che sa incassare il colpo con sorriso.

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FRANCESE, ARABO, ITALIANO, BEL “GIRO”

Di fronte, Allahssane, senegalese, dunque dimestichezza con il francese, traduce a Soulemane, guineano, che conosce uno dei dialetti arabi più vicini all’ospite sudanese. Percorso inverso una volta che “Ali” ha licenziato uno dei suoi pensieri con l’aiuto dei gesti. Sembriamo atleti che fanno stretching, si passano palla prima di entrare in gioco. Ma il sentiero, per quanto contorto, ci porta a conoscere qualche dettaglio in più rispetto alle informazioni e le storie che circolano su internet. «Da quasi venti anni – spiega “Ali” – a casa mia si sentono solo cannonate e colpi di arma da fuoco, è l’artiglieria dei ribelli che vuole occupare casa nostra: io di anni ne ho appena diciannove, pensate cosa mi rimbomba nella testa, ogni notte, quando appoggio la testa sul cuscino; mi addormento, ma dormo poco, non mi assale mai un sonno convinto: anche il rumore di uno spillo caduto a terra, mi sveglia di soprassalto».

Si blocca un attimo, “Ali”. Un po’ attende che Soulemane traduca ad Allahssane, che a sua volta “passi” a me. Un po’ è guardingo, come a pensare se lo stiamo seguendo nel ragionamento. Quasi si fosse pentito di essere stato così diffidente a prescindere. Ma è solo una nostra sensazione. Chiederglielo significherebbe compiere un altro lungo giro di parole e, francamente, stavolta badiamo alla sostanza.

«Ho vissuto in uno dei quattro Darfur (Occidentale, Settentrionale, Meridionale, Centrale, ndr) – spiega – le scorribande di gente armata fino ai denti non si contavano più, tutto era all’ordine del giorno; gli affetti più cari, a causa di conflitti sanguinosi, si perdevano a vista d’occhio: conoscenti, amici, parenti, un brutto giorno non c’erano più, come dissolti nel nulla; inutile tentare la denuncia, non sapevi se l’agente di polizia a cui ti stavi rivolgendo era tuo amico: non sappiamo quanto il governo combattesse o condividesse le sfuriate di banditi a cavallo che ogni giorno mietevano terrore e vittime».

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GIA’ GRANDE A CINQUE ANNI, IMPARI IN FRETTA

Riprende “Ali”. «Quando sei piccolo ti rifugi fra le braccia della mamma, quando cresci – e ti tocca farlo in fretta, altrimenti raggiungi gli altri che non ci sono più… – e hai già cinque, sei anni, devi cominciare a pensare a te stesso da solo; devi capire in fretta che sei nato povero e che rischi di morire di fame; solo quando hai la fortuna di mettere in fila qualche altro anno, cominci a capire che lontano dal Sudan, dal deserto del Sahara, esiste un’altra condizione: rispetto, libertà, acqua, cibo».

Prima il rispetto. Non è un caso che in elenco abbia messo prima di ogni cosa una parola simile. «Hai ragione – comprende, puntualizza – devo ancora lavorarci sopra, capire chi ti rispetta per il tuo vissuto, perché vieni da un Paese in guerra, oppure per altri motivi». Proviamo a spiegargli che il peggio è passato, che dovrebbe rasserenarsi, in Italia ha trovato amici. Gente che un rifugiato lo ospita. Non lo respinge, non gli dichiara guerra. Come provare a piegare una barra d’acciaio, corri il rischio di spezzare e compromettere quel debole segnale di amicizia che stai provando a trasmettergli.

Funziona appena l’idea di raccontare a larghi tratti la storia di una fuga da conflitti etnici. «Facciamo la fame – conclude “Ali” – mentre altrove si arricchiscono: il nostro è, insieme, il Paese più povero e allo stesso tempo uno dei più ricchi di materie prime; quelle potrebbero servire a sfamare l’intero Paese, invece non è così: chi tocca, muore!».

«Fratelli d’Italia…»

Mario Guadagnolo, ex sindaco, si racconta

«Ho visto extracomunitari cantare l’inno di Mameli con la mano sul cuore, meglio di quanto a volte fanno gli italiani». Per noi, il suo “Ai miei tempi…”: stadio “Iacovone”, Isola pedonale, Lungomare, Ori di Taranto. «La città fra Arsenale e acciaio, scelte condizionate dalla miseria».

«Vedere e sentire extracomunitari cantare l’inno nazionale con la mano sul cuore, per me è stata una delle esperienze umane più toccanti!». Mario Guadagnolo, già sindaco di Taranto dal 1985 al 1990, si racconta per noi. Prima sindacalista, poi attivista politico con il partito socialista, consigliere comunale, assessore e primo cittadino. Un calabrese innamorato di questa città, affascinato al punto da studiarla, scrivere saggi, libri di successo, ultimo della serie “Il Regio Arsenale Marina militare di Taranto”. Andiamo per gradi. Le diverse esperienze: professore, politico, sindaco, scrittore, quale l’ha gratificato di più.

«Quella di docente, la mia soddisfazione più grande, considerando le mie origini, figlio di un sottoproletario, bracciante di un Sud povero che più povero non si può. Ritengo sia stata una forma di promozione sociale guadagnata sul campo con studio e impegno. A seguire: essere stato sindaco di una città come Taranto, cosa che non capita tutti i giorni: sono stato fortunato ad avere incontrato tarantini che mi hanno offerto questo possibilità».

Primo cittadino in una sola parola.

«Esaltante. La cosa più bella che possa capitarti. Ricordo un episodio, anni fa. Incontrai un ex sindaco, Giuseppe Cannata, successivamente diventato senatore della Repubblica. Gli chiesi quale fosse stata la sua esperienza politica più gratificante. Non ebbe il minimo dubbio: fare il sindaco è qualcosa di unico; senatori ce ne sono tanti, il sindaco è uno solo: quando in una sala entra un senatore nessuno se ne accorge; quando entra un sindaco se ne accorgono tutti. Rappresenti la città, le aspirazioni, le speranze, ma anche difficoltà e ambasce di una comunità. Ciò detto, dirigere una città con difficoltà e disagi è una grande responsabilità».

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 Esperienza unica.

«Ti permette di vedere con un riscontro immediato le cose che fai. Un senatore, un deputato, partecipano all’elaborazione di leggi delle quali non ha immediata percezione, insomma non toccano con mano il loro lavoro. Quando passo davanti allo stadio di Taranto, ho la soddisfazione di poter dire “Quello stadio l’ho fatto io!”, lo stesso quando passo dal Lungomare, opera lasciata in eredità ai tarantini; l’Isola pedonale:  quando vedo gente passeggiare in via Di Palma e via D’Aquino, gustarsi un gelato nella massima tranquillità, lontana da un traffico assordante, mi dico con orgoglio che anche quella intuizione è stata opera mia; e ancora, gli Ori di Taranto, esposti ad Amburgo, Parigi, capitale della cultura europea, Tokio, culla della cultura orientale, tanta roba…».

Differenze e similitudini nell’amministrare una città.

«Abissale. Intanto, fatti normativi. Esistevano altre leggi all’epoca della mia elezione a sindaco: era il Consiglio comunale che eleggeva sindaco e Giunta. Non era, dunque, un’elezione di primo grado, vale a dire il primo cittadino eletto direttamente dal popolo.

Ero soggetto agli umori dei partiti. Così come ero stato eletto, allo stesso modo potevo essere rispedito a casa in due giorni. Quotidianamente dovevi compiere un grande sforzo di diplomazia per tenere insieme una maggioranza. Qualcuno ancora oggi mi domanda come sia riuscito nell’impresa di tenere cinque partiti, non uno, insieme. Frutto di capacità politica e autorevolezza, farsi stimare, voler bene e altro ancora.

Il vantaggio della seconda legge, invece: eletto dal popolo, oggi se il sindaco si dimette, vanno tutti a casa e questo è un elemento fortissimo nelle mani di un primo cittadino. Ha il potere di assegnare e togliere deleghe assessorili; ai miei tempi, se avessi tolto un assessorato, avrei scatenato risentimento nel partito al quale il delegato apparteneva: la reazione poteva essere il ritiro dalla maggioranza e, dunque, tutti a casa. Il sindaco era in uno stato di soggezione rispetto ai partiti e ai gruppi, oggi è il contrario. E non è elemento da poco».

Fosse stato eletto lei direttamente dai cittadini.

«Qualche amico ogni tanto mi dice: “Avendo fatto cose importanti, all’epoca, nonostante i paletti posti dai partiti, a Taranto avresti compiuto una rivoluzione!”. Differenza sostanziale. Sindaco della Prima repubblica, cosa di cui vado fiero, un tempo prima di arrivare a Palazzo di città, dovevi aver fatto gavetta, avere una formazione culturale e politica importante; esistevano i partiti piuttosto che i movimenti, le sezioni anziché i comitati elettorali, questi ultimi oggi aperti e chiusi in un amen. Venivo dal basso: avevo fatto il sindacalista, il segretario del partito socialista, il consigliere comunale, l’assessore e, successivamente, il sindaco.

Oggi il sindaco è un professionista senza esperienza politica, è vittima diretta del burocrate. Ai miei tempi ero io che attraverso delibere dicevo ai burocrati perché certe scelte andavano fatte. Oggi è il contrario, è lo scadimento della politica».

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Taranto, l’industria, dall’Arsenale all’Ilva. Appassionato dalla ricerca storica, ha pubblicato in questi giorni “Il Regio Arsenale Marina militare di Taranto”.

«Taranto, città condizionata dalla fine dell’Ottocento, da povertà, miseria, difficoltà; la prima industrializzazione nel 1870 è stata quella dell’Arsenale, la seconda nel 1960 dell’acciaio. Nella prima come nella seconda, Taranto è stata condizionata nelle sue scelte dalla povertà e dalla miseria. Il nostro destino poteva essere diverso, questa città poteva essere la Sorrento del Sud. Non dimentichiamo, che in antichità qui venivano a svernare Virgilio, Orazio, Properzio: per clima, amenità dei luoghi, i due mari, avremmo potuto avere un destino turistico e culturale diverso, di respiro mondiale. Fummo condizionati, invece, dalla miseria».

Tema dell’accoglienza.

«Sono per l’accoglienza, purché non sia disordinata. Il lavoro che voi fate come “Costruiamo Insieme” è straordinario, dimostra insieme nobiltà d’animo e dedizione. Mi sembra superfluo anche parlarne: apparteniamo a una sola razza, quella umana, pertanto i popoli a disagio hanno tutto il diritto di essere accolti da quanti stanno meglio; anche perché noi occidentali, specie gli europei, abbiamo un grande debito nei confronti degli africani: schiavismo, sfruttamento, imperialismo, colonialismo e altro ancora. Abbiamo cose da farci perdonare, dunque non facciamo tanto gli arroganti».

Un episodio in particolare.

«Vecchio politico, inni nazionali ne ho ascoltati a centinaia: invitato dall’associazione di Enzo Risolvo e dai Cavalieri della Repubblica, a spiegare la Costituzione a degli extracomunitari ho assistito a qualcosa di straordinario. Prima del mio intervento è stato intonato l’inno nazionale italiano. Bene, questi ragazzi si sono alzati in piedi e con la mano sul cuore hanno cantato “Fratelli d’Italia” in modo convinto! Ripeto, io che ho partecipato a tante occasioni in cui è stato eseguito l’inno nazionale, nel vedere e sentire questi ragazzi intonare le note del Tricolore in modo così serio – come spesso non capita a noi italiani, vedi la Nazionale di calcio… – mi ha toccato il cuore: con quel gesto, evidentemente avevano compreso di essere sbarcati in uno Stato nel quale tolleranza, democrazia e accoglienza, sono materia di grande civiltà!».

Storia di una notte d’estate

Sabato 21 luglio, ore 2,30 del mattino. La televisione è accesa su Rai News 24.

Prima notizia: “Il Ministro Savona è indagato per il reato di usura. Risposta del Governo: eravamo a conoscenza!”.

Penso: “Certo! Ve lo ha detto il Presidente Mattarella quando lo volevate fare Ministro delle Finanze! E vi siete costruiti la boiata delle posizioni anti euro per coprire la verità. Vabbene…”.

Seconda notizia: “Altra bufera su Trump: pagava l’appartamento ad una ragazza con cui intratteneva una relazione!”. E qua mi chiedo: qual è la notizia?

Da uno che ha costruito un impero sulla mercificazione del corpo delle donne e ha esportato il “prodotto” in tutto il mondo e oggi parla di dazi come se non avesse considerato per tutta la vita le donne “merci”, oggetto da mettere sul mercato cosa ci si può aspettare di diverso? 

E poi, il solo fatto che vada in giro con i capelli pittati di giallo per non correre il rischio che qualcuno non riconosca la presenza del Presidente degli Stati Uniti d’America, soprattutto i bambini messicani che ha tolto alle madri per metterli in carcere, mi fa ribrezzo.

Terza notizia: “Si è riunita la Commissione Europea per discutere dei migranti. L’argomento è stato rinviato. Salvini esulta: gli altri Paesi europei hanno accettato la redistribuzione. Ospiteranno 30 migranti ma i nostri porti restano chiusi!”.

Qua, inizi ad innervosirti perché ti senti preso per i fondelli.

Non c’è organo di informazione che non parli di migranti, dedicando ampi spazi televisivi e prime pagine dei giornali perché tutti ci dobbiamo convincere che è veramente un problema.

Stanno ammazzando centinaia di persone al giorno senza sparare un colpo: questo è un problema!

Se nel deserto o nel mare o sulla via balcanica non fa differenza: anche se non sparate siete assassini!

Sabato 21 luglio, ore 3,30 del mattino. Nauseato spengo la televisione ma rimane acceso il cervello.

Inizio a riflettere sul fatto che la comunicazione ha tagliato fuori interi pezzi del pianeta: sarà perché non bussano alla porta di casa?

Se non le vai a cercare, non ti capitano sotto mano, per esempio, notizie sui Paesi sudamericani.

E i pensieri iniziano a girare come fossero diventati un vortice fino a maturare una riflessione sugli atti quotidiani abituali: io leggo i giornali partendo dall’ultima pagina e lo faccio da sempre o, meglio, da quando un anziano compagno del Partito mi spiegò che nelle prime pagine scrivono cose che già sai.

E lo faccio anche con i libri: leggo prima le conclusioni e poi il resto per capire come è arrivato lo scrittore a quelle conclusioni.

Sabato 21 luglio, ore 4,30 del mattino. Finalmente ho sonno e dormirò con la convinzione che una delle battaglie da fare è insegnare alle persone la differenza fra sentire e ascoltare, leggere o leggere per capire.

Il profumo di un libro

Saikou, diciotto anni, guineano

«Il mio sogno: studiare, stare fra banchi di scuola e libri che odorano di stampa». Invece, una vita fatta di corse e fughe. «Non ho genitori, un solo fratello, che un giorno spero di riabbracciare». Mali, Burkina, Niger e Libia. «Rinchiuso, picchiato per tre mesi, poi uno spiraglio, il viaggio in mare, l’Italia…»

Saikou, diciotto anni, arriva dalla Guinea. Due anni fa. Spinto da «motivi familiari», dice. Lui che non ha famiglia, se non un fratello, un anno più grande di lui. Viene da una terra in eterno conflitto, sanguinosi scontri etnici. «Io e Moumo, questa è la mia famiglia: non abbiamo genitori, fin da piccoli ci è toccato farci strada da soli». Il suo viaggio verso l’Italia non è semplice. Dalla sua Guinea passa attraverso uno, due, tre stati. Arriva in Libia, trascorre più tempo sottochiave in un locale, la sua prigione. Lo ha stabilito una banda di civili, armata, che intercetta migranti in fuga. Saikou, come altri, viene picchiato a prescindere. Che alzi lo sguardo, chieda di andare in bagno. Fosse per lui, respirerebbe l’aria dei campi nei quali spezzarsi anche la schiena, ma mettere in tasca soldi buoni per pagarsi il viaggio su un gommone verso l’Italia.

A Saikou piace studiare. E’ stato sempre affascinato da libri e banchi di scuola. «Non abbiamo potuto permetterci – spiega – questo stile di vita; mio fratello ha perseverato, ha seguito il suo istinto: prova a fare il commerciante, non che abbia chissà quali risorse, ma cerca di mettersi in tasca spiccioli vendendo scarpe e borse; non è sempre facile farcela, la gente nel mio Paese piuttosto che farsi una borsa o un paio di scarpe nuove, preferisce mettere risparmi da parte nel caso andasse peggio di quanto non stia andando da tempo».

Storie B 02

GUERRA ETNICA, LA VITA E’ UN INFERNO

Conflitti etnici, focolai ovunque. Dalle prime luci del mattino è un «Si salvi chi può!». E chi può farlo, salvarsi, non avendo tanti legami familiari, si dà coraggio. Prepara uno zainetto per spingerci dentro l’essenziale e quella rabbia che monta da bambini. «Quando ti guardi intorno e non senti la protezione di un genitore, ti tocca crescere in fretta: non hai tempo per pensare, qualsiasi decisione devi averla già presa; non è consigliabile girarsene da soli per strada, può succedere di tutto: un uomo fuori controllo ti sferra una coltellata; una pallottola vagante, parte da un fucile che un ragazzino sta pulendo e ti centra in piena fronte».

Sciagure tanto al chilo in ogni angolo di strada. Per questo, Saikou, un bel giorno, blocca per pochi istanti il fratello che sta andando ad aprire quella piccola attività che a malapena li sfama. «Moumo – gli ho detto – non è il momento di farsi venire rimorsi, parto, vado via: la nostra è una brutta vita, una speranza ridotta al lumicino, non me la sento di continuare a vivere in queste condizioni».

Parla chiaro Saikou, nonostante i suoi sedici anni. Perché il giovanotto dal sorriso contagioso, un capo cosparso di riccioli, da due anni risiede in Italia. «Grazie all’aiuto e alle indicazioni del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” – racconta – ho realizzato il mio primo sogno: frequentare una scuola vera, il “Pacinotti”: è lì che un giorno dopo l’altro sto imparando a parlare e scrivere l’italiano, non senza qualche difficoltà, ma i professori – tutti bravissimi e pazienti – mi incoraggiano, dicono che con l’impegno che metto tutti i giorni, i primi risultati arriveranno».

Storie B 05

CORSO DI SALDATORE, MAGAZZINIERE QUANDO CAPITA…

Fa progressi. L’italiano lo comprende, meglio se quando qualcuno gli parla scandendo le parole. «Non mi sono fermato ai libri, anche se adoro leggere: quando ero piccolo e sognavo di diventare uno di quei professoroni che si vedono in tv, con tanto di occhiali, sapevo che le pagine dei libri dovevano avere un profumo speciale; sfogliare e leggere resta la mia passione, ma devo fare i conti con la realtà, allora sto imparando un mestiere: ho fatto un corso da saldatore, hai visto mai in un cantiere cercassero uno che abbia quel brevetto e mi chiamano».

Due sogni in uno, da quando Saikou è in Italia: “letterato” e saldatore professionale. «Voglio trovare un posto di lavoro, non dico fisso – quello so perfettamente che, oggi, somiglia più a un miraggio – ma costante; poi spetterà a me dimostrare l’impegno, e non necessariamente da saldatore: in attesa di un impiego che mi dia una certa sicurezza, ho trovato un’occupazione saltuaria, un datore e compagni di lavoro splendidi: faccio il magazziniere in un’attività della provincia tarantina, mi trovo alla perfezione, mi chiamano quando c’è lavoro e per questo li ringrazierò sempre».

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IL DITO E LA PIAGA

Il dito nella piaga, gli chiediamo del viaggio. Vogliamo avvicinare chi ci legge al mondo di un ragazzo africano che ha buona volontà e voglia di riscatto. «Parto dalla Guinea, entro in Mali, poi Burkina e Niger, anche se la mia idea di partenza è una sola: la Libia; lì c’è lavoro, modo di mettere insieme quei soldi – pochi o molti, chi può saperlo alla partenza – che mi permettano di pagarmi il viaggio verso l’Italia».

Ma la Libia, che da lontano vale un Perù, tanto dà l’idea di ricchezza, purtroppo non è così affascinante. «Cinque in quel Paese, tre imprigionato, ostaggio di una banda armata; fermato, più che arrestato: mi chiesero subito se avessi soldi, solo in quel caso mi avrebbero lasciato andare: non avevo un centesimo, così cominciò la mia tortura quotidiana; “Non hai parenti che ti mandino soldi?” e io, “Non ne ho, sono fuggito per fame!” e giù botte, ma di quelle vere».

Un sorriso amaro spunta sulle labbra di Saikou, quando gli chiediamo uno dei tanti motivi che spingevano questi aguzzini a colpirlo con la canna di un fucile alla testa o un calcio in pieno viso. «Non c’è mai un motivo – scuote la testa, stupito della domanda – quando quella gente decide di colpirti; lo fa per il gusto di provocarti una ferita: quella, secondo loro, aiuta a ricordarti che hai un debito con loro e che la tua vita è nelle loro mani».

Storie B 08

TRE MESI DI TORTURA, NON AVEVO SOLDI

Dopo tre mesi di torture, uno spiraglio. «Un signore – il Cielo lo assista, ovunque lui sia – ha bisogno di un aiuto, mi riscatta e mi porta con sé: per lui ho lavorato due mesi, in campagna, ad accudire animali».

Due mesi di lavoro, lo spiraglio diventa un raggio di sole. «Quel signore in qualche modo mi premia, mi mette a bordo di un furgone nel quale ci sono altri che hanno la mia stessa destinazione, il porto di Tripoli; dopo quattro ore di viaggio, vedo tanta gente, duemila, forse tremila persone; tante imbarcazioni sulle quali saliamo quasi a casaccio, la cosa principale da fare è liberare al più presto la spiaggia». Arrivano a largo, avvistano una nave militare italiana, salvi. «Saliamo a bordo, ci assistono e ci accompagnano direttamente a Taranto; io e poche decine di ragazzi restiamo qui, altri vengono assegnati ad altre destinazioni».

Lo studio, il profumo dei libri, un mestiere fra le mani. «Mi piace la gente, il rispetto, dovessi trovare un lavoro vero qui in Italia, mi piacerebbe un giorno tornare in Guinea, riabbracciare mio fratello…».

«Siamo tutti uguali!»

Sow Ibrahim, in arte “Manby Kapororail”, professione cantautore

“Bianco, nero, giallo, nero, nero”, un inno all’uguaglianza. «L’idea mi è venuta in mente mentre ero su un barcone: se mi salvo la scrivo, mi ripromisi; sogno di fare l’artista per mestiere, risparmio per produrmi un mixtape e un videoalbum». L’autore del tormentone dell’estate, spinto dalla web radio di Costruiamo Insieme. Fuga dalla Guinea, due anni in giro per l’Africa, infine l’Italia.

Manby 3

«Tanti colori di facce perdute, forti profumi di pelli sudate; lingue mischiate, trecce di razze, mille speranze, sogni infiniti; tutti stretti dentro “Zodiac”, grande barcone, sul grande mare…». E’ l’inciso del tormentone dell’estate, “Bianco, nero, giallo, nero, nero”, che ha trovato sponda sulla web radio di Costruiamo Insieme. Protagonista di questa esplosione musicale estiva è Sow Ibrahim, guineano, venti anni. In queste settimane è noto allo sterminato popolo del web come Manby Kapororail. Potete rintracciare lui e la sua canzone più popolare anche sul suo profilo Youtube. Lì, in mezzo, altre sue creature, canzoni scritte prima che arrivasse in Italia. Altre prova a scriverne in queste settimane.

Appena venti anni, una immagine da artista, cappellino e occhialoni da sole, a Sow la folgorazione per la musica arriva relativamente tardi. «A quindici anni – racconta – dopo aver ascoltato tanta musica giamaicana, mi sono detto di provare a passare dall’altra parte, cioè a scrivere canzoni, dopo avere imparato a suonare».

La chitarra il suo primo strumento. «Non la suono da rockstar, intendiamoci: come dite voi in Italia, “la strimpello”; ma quegli accordi imparati da solo mi aiutano nelle composizioni, perché non ho scritto solo questa canzone, ne ho composte e cantate altre; ne sto preparando di nuove…».

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“BIANCO, NERO, GIALLO, NERO, NERO”

Di solito, in Italia, l’intervista al cantautore comincia con una domanda banale, ma essenziale, tanto per chi vuole raccontarti, quanto per chi vuole conoscerti. Dunque, cosa ha ispirato la scrittura di questa canzone. «Il viaggio che ho compiuto insieme con tanta altra gente dalla Libia in Italia – racconta Sow – mentre ero in mare mi sono fatto una promessa: volesse il Cielo e io e i miei compagni di viaggio dovessimo salvarci, scriverò una canzone: le parole sono venute fuori da sole; durante il viaggio verso un futuro migliore rispetto a guerre e rappresaglie quotidiane dalle quali ognuno di noi fuggiva, ho osservato tutto quello che stava accadendo dentro e intorno alla mia anima: ero una spugna, assorbivo disperazione, paura, speranza di tutta quella gente, sensazioni identiche alle mie. Così mi sono detto e ripetuto: se arrivo in Italia, scrivo questa canzone, tante facce che hanno un solo colore, quello dell’uguaglianza».

Parte dalla Guinea, Sow. «Un viaggio durato due anni, passando attraverso una decina di Stati e Regioni: Mali, Togo, Benin, Niger, Algeria… Infine la Libia: se mi chiedessi quanto tempo sono stato lì posso solo azzardare un periodo, due mesi forse; perdi il controllo dei giorni, ti mettono sottochiave in una casa, al mattino aprono, ti consegnano a qualcuno che ti fa lavorare, la sera, stanco, vieni riconsegnato ai sorveglianti e richiuso in casa».

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LIBIA, DOVE NON SAI QUANTO TEMPO PASSA…

Bande di malfattori approfittano della disperazione. «Non hai soldi per riscattare la tua libertà, ti picchiano; provano a metterti in contatto con i tuoi familiari, perché possano mandare i soldi per il tuo riscatto; quando dici che i tuoi familiari non hanno danaro, comincia la paura, la tensione: se ti va bene, sei giovane, hai forza nelle braccia, ti trovano un’occupazione; se ti va male, ti picchiano furiosamente, a sangue e si liberano di un peso: così risparmiano una fetta di pane e una razione di acqua al giorno».

Sow, ha fatto diversi lavori. «Tutto quello che c’era da fare: bracciante, muratore, addetto a qualsiasi tipo di pulizia; non mi sono fatto problemi; mi dicevo: più lavoro, più guadagno e prima parto; diciamo che più lavoravo, meno guadagnavo, mi sbattevo ma i soldi erano sempre pochi; poi, un giorno, quei pochi che avevo messo da parte sono stati sufficienti per chi stava organizzando un viaggio in mare: non so se i miei “custodi” si fossero mossi a commozione o avessero le tasche piene di me, ma un giorno spalancarono la porta di quella “casa” e mi indicarono l’uscita; sul barcone, lo Zodiac, l’ispirazione di “Bianco, nero, giallo, nero, nero”: se mi salvo, la scrivo…».

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LA MUSICA, PIU’ DI UN SOGNO

Cantautore non tanto per caso. La musica è il suo sogno, lo coltiva con la sua giovane età e qualche risparmio scaturito da lavoretti saltuari. «Voglio continuare, ho un canale Youtube sul quale ho messo le mie prime canzoni, compresa “Bianco, nero, giallo, nero, nero”; ne ho una inedita, ma non la pubblico ancora, tante volte a qualcuno venisse in mente di soffiarmela». E’ sveglio, Sow, conosce a fondo il “sistema”. Idee chiare. «Prima un mixtape – spiega, sfoggiando conoscenza dello strumento comunicativo – con sei canzoni, inedite: due in italiano, due in inglese e due in francese; poi un sogno più articolato, costoso, posto che i soldi dovrò metterceli io, di tasca mia, a meno che non trovi un produttore: a proposito, c’è un produttoreeee?».

Scherza il giovane cantautore guineano. Svela il secondo “passaggio”. «Una volta fatti un po’ di soldini proverò a realizzare un album video: spero mi aiuti “Costruiamo Insieme”, sarebbe la seconda volta che lo fa. Anzi, la terza: prima con l’avermi ospitato nel Centro di accoglienza a Modugno; oggi, la seconda, con la sua web radio che passa la mia intervista e il mio brano nel frattempo diventato popolare: citare la cooperativa nella canzone era il minimo che potessi fare per ricambiare tanta attenzione e ospitalità; la terza occasione con Costruiamo Insieme: se un domani mi trovasse un produttore, bastano poche centinaia di euro per realizzare videocanzoni e lanciarle, una per volta, sul web».

Infine, un artista italiano del quale aprirebbe volentieri un concerto. «Uno solo? Sono pronto, disponibile, finalmente libero!».

Bancarotta dell’umanità

Avevo iniziato a scrivere sulla differenza di prospettive che orienta le coscienze alla luce dei fatti degli ultimi giorni e i miei campi di ricerca sono sempre (e rimarranno) la strada, i luoghi di ritrovo, casa mia.

Si, casa mia, per capire quanto riusciamo ad incidere realmente sulla capacità di riflessione e di lettura degli eventi.

Risultato: nessuna reazione emotiva di fronte alle tante persone lasciate per giorni sulle navi, incarcerate e condannate senza processo, respinte come si fa quando metti il veleno davanti alle porte per impedire l’ingresso agli scarafaggi. Nessuna reazione neanche di fronte ai corpicini inanimi che indossano la maglietta rossa per essere maggiormente riconoscibili sui gommoni.

Di contro, tutti attenti a seguire le sorti dei ragazzi rimasti intrappolati in una grotta in Thailandia!

Non che sia brutto, sia chiaro, ma fa riflettere sul concetto di “distanza”.

Adozioni a distanza”, “gli aiutiamo nei Paesi loro”…..

Insomma, l’importante e che non metti piede in casa mia!

Per non raccontare di tutti gli sfottò subiti durante tutta la settimana!

Uno per tutti: “Con tutta la carne che c’è sul fuoco, scrivi un libro o il Domenicale?”.

Non faccio nessuna delle due cose! Anzi faccio due cose: ringrazio il Presidente della Repubblica Mattarella sperando che non rimanga in solitudine nel tentativo di arginare questa deriva indecorosa, immorale e … (lascio perdere!), e voglio dare spazio alla voce di un amico, Alex Zanotelli, con il quale condivido l’incapacità di tacere, di non vedere, di girarsi dall’altro lato.

Foto DOMENICALE articolo 02 - 1

UN “DIGIUNO DI GIUSTIZIA” IN SOLIDARIETA’ CON I MIGRANTI.

Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?” così Papa Francesco ci interpellava durante la Messa da lui celebrata a Lampedusa per le 33.000 vittime accertate (secondo il giornale inglese Guardian che ne ha pubblicato i nomi) perite nel Mediterraneo per le politiche restrittive della “Fortezza Europa”.
È il naufragio dei migranti, dei poveri, dei disperati, ma è anche il naufragio dell’Europa, e dei suoi ideali di essere la “patria dei diritti umani”. La Carta della UE afferma: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata”.
È un crimine contro l’umanità, un’umanità impoverita e disperata, perpetrato dall’opulenta Europa che rifiuta chi bussa alla sua porta.
Un rifiuto che è diventato ancora più brutale con lo scorso vertice della UE dove i capi di governo hanno deciso una politica di non accoglienza. Anche l’Italia, decide ora di non accogliere, di chiudere i porti alle navi delle ONG ed affida invece tale compito alla Guardia Costiera libica, che se salverà i migranti, li riporterà nell’inferno che è la Libia. Perfino la Commissione Europea ha detto: “Non riportate i profughi in Libia, lì ci sono condizioni inumane.”
Per questo stiamo di nuovo assistendo a continui naufragi. L’ONU parla di oltre mille morti in questi mesi.
Papa Francesco ha fatto sue le parole dell’arcivescovo Hyeronymous di Grecia pronunciate nel campo profughi di Lesbos: “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi, è in grado di riconoscere immediatamente la “bancarotta dell’umanità”.
È il sangue degli impoveriti, degli ultimi che interpella tutti noi, in particolare noi cristiani che saremo giudicati su: “Ero straniero… e non mi avete accolto.” Noi chiediamo a tutti i credenti, di reagire, di gridare il proprio dissenso davanti a queste politiche disumane.

Noi proponiamo un piccolo segno visibile, pubblico: un digiuno a staffetta con un presidio davanti al Parlamento italiano per dire che non possiamo accettare questa politica delle porte chiuse che provoca la morte nel deserto e nel Mediterraneo di migliaia di migranti.
“Il digiuno che voglio – dice il profeta Isaia in nome di Dio – non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti ?”.

Padre Alex Zanotelli

«Ricomincio a vivere»

Solomon, nigeriano, trentacinque anni

Padre assassinato da una gang di malfattori, nessun colpevole assicurato alla giustizia, fugge per evitare ritorsioni su moglie e figli. «Voglio riabbracciare i miei cari al più presto: voglio lavorare e non elemosinare. In Libia, giardiniere e addetto alle pulizie, ho racimolato i soldi per pagarmi il viaggio verso la libertà. Dopo sette ore di mare, una nave militare italiana…» 

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«Papà, aggredito e accoltellato, ci muore fra le braccia: gli assassini fuggono, la vita della mia famiglia cambia di colpo!». Non c’è tregua in certe zone della Nigeria, impera la legge del più forte, gang organizzate, e quella di balordi che di lavorare non vogliono saperne. Questa è la storia di Solomon, trentacinque anni, fisico da granatiere, uno che non si tira indietro di fronte a nulla. Di sani principi, non trascina giornate dall’alba al tramonto senza far niente. «Non chiederei mai l’elemosina – dice – non rientra nello schema educativo che mi hanno trasmesso mia madre e mio padre». Solomon, non una, ma due famiglie. Una patriarcale, con a capo il genitore, che si prenderà cura dei suoi figli fino a quando non gli viene inferto un colpo con una lama che lo strapperà per sempre all’amore dei figli; l’altra, la sua, moglie e quattro figli.

«Ho assistito mio padre – racconta – gravemente malato, come ho potuto, trascurando anche il mio lavoro di meccanico, riparavo moto; il mio genitore doveva essere seguito da mattina a sera, la malattia lo stava indebolendo, anche se riusciva a fare le cose più importanti in modo autonomo; avevo già perso mia madre per una malattia simile, una di quelle che dalle nostre parti sembrano incurabili e, invece, potrebbero essere debellate – esagero – con un’aspirina; è così che va dalle nostre parti, nonostante sia nato a Benin, una città, una capitale di uno Stato della Nigeria, Edo: non c’è assistenza sanitaria a sufficienza, così i casi estremi da malattie diventano numeri».

Famiglia numerosa. «Ho quattro fratelli, rimasti tutti a casa, papà aveva cura di noi tutti: non è che navigassimo nell’oro – altrimenti avremmo affrontato cure costose – ma vivevamo bene, per come può essere una vita serena dalle nostre parti; quando si è ammalato sono cominciati i problemi, lavoravo, ma dovevo stargli accanto, così trascuravo la mia attività di meccanico; poi il suo assassinio, gente senza scrupoli o qualcuno fuori controllo che sentenzia la tua condanna».

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Niente più genitori, resta la sua di famiglia. «Sono sposato – rivela Solomon – mia moglie e i miei quattro figli, due ragazzi e due ragazze, fra i quindici e i tre anni, sono rimasti a casa, a Benin: ci sentiamo quando è possibile, ogni volta è una forte emozione, sentirli tutti insieme è un’impresa: il costo di una telefonata è elevato, oggi non posso proprio permettermelo».

Motivo della fuga. «Le continue rappresaglie – spiega – fronteggiare gang prive di scrupoli e che agiscono con una polizia praticamente assente; reagiresti anche, ma poi rischieresti la tua vita e, soprattutto, quella dei tuoi cari; così sette mesi fa sono partito senza una precisa meta, l’obiettivo quello di provare a ricostruirmi altrove una vita decorosa e, appena possibile, tornare a casa, ma solo per riprendermi moglie e figli e portarli via con me»

L’arrivo in Libia. «In questo caso, posso ritenermi fortunato – osserva Solomon – non sono vittima di bande di sequestratori che ti prendono in ostaggio e ti svuotano le tasche, ti affidano a persone che ti danno lavoro e riscuotono i soldi al tuo posto; no, a me, nella sfortuna posso ritenermi fortunato: non mi tiro indietro quando c’è da prendere fra le mani attrezzi da lavoro; in Libia faccio di tutto: mi spendo nei campi, mi occupo di giardinaggio e pulizia; faccio di tutto per mettere da parte i soldi necessari per pagarmi il viaggio verso l’Europa; raggiungo una discreta somma e contatto, facendo molta attenzione agli interlocutori – le aggressioni sono all’ordine del giorno – qualcuno che mi metta su un gommone».
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Finalmente Solomon vede il mare, lacrime di gioia. «La vista di questa distesa azzurra – confessa – è il tuo senso di liberazione, pensi a quanto accaduto e cominci ad accarezzare un senso di riscatto e futuro insieme: quello che è stato, quello che potrebbe essere, con mia moglie e i miei figli».

Il trentacinquenne nigeriano è a un passo dal primo gradino verso il riscatto. «Arrivo in spiaggia, finalmente l’imbarcazione, un gommone che potrebbe ospitare trenta, quaranta persone: siamo invece in centocinquanta, ma anche qui fortunatamente non mi hanno truffato: mi hanno parlato di un viaggio verso l’Italia e così è fino a quel momento; salpiamo non senza difficoltà, spingiamo il gommone con l’acqua fino al petto e, infine, a bordo». Ci vuole poco a restituire sorriso e speranza a Solomon, saggio, maturo, un carattere plasmato con quanto visto nel suo Paese. Luck, fortuna, è una parola che a dispetto di quanto accadutogli, tira fuori alla prima occasione. Come è stato in Libia, così una volta imbarcato in quella “scatola di sardine”. «Fortuna, sì, dopo aver salpato ci troviamo in mare aperto, come se fosse una lotteria: cosa può accaderci? Solo sette ore di mare, quando una nave militare italiana ci avvista e ci viene incontro: sani e salvi, da due mesi sono in Italia, ospite di un Centro di accoglienza; voglio lavorare, studiare, frequentare uno di quei corsi di formazione, trovare una sistemazione, anche minima, per poter riabbracciare moglie e figli e ricominciare a vivere».

«Migranti, non generalizziamo»

Tony Cannone, consigliere al Comune di Taranto

«Africani che si spingono sulle nostre coste per necessità. L’Italia non deve essere l’unica a farsi carico della speranza di migliaia di profughi. Possono però diventare la nostra forza-lavoro». Attività politica. «Contatto costante con il territorio e un sito nel quale mi confronto con i cittadini, tutti, non solo i milleduecento che mi hanno votato»

 «La gente che arriva dall’Africa e sbarca in Italia in cerca di una vita decorosa, va aiutata, può seriamente diventare la forza-lavoro del domani». Tony Cannone, consigliere comunale e provinciale con il movimento “Taranto nel cuore” e vicepresidente del Consiglio comunale, ospite negli studi di Costruiamo Insieme manifesta il suo punto di vista sul tema dell’accoglienza. «Naturalmente, l’Italia non deve essere l’unico Paese nel bacino del Mediterraneo a farsi carico dei flussi migratori; detto questo, a torto si generalizza sugli sbarchi che introdurrebbero nel nostro Paese solo malviventi: sbagliato, c’è, infatti, tantissima gente che viene in Italia spinta da motivi di sopravvivenza, desiderosa di rendersi utile volendo stare nel perimetro della legalità; dobbiamo fare il possibile per aiutare chiunque abbia voglia di spendersi per l’Italia; allo stesso tempo, dobbiamo fare attenzione, non abbassare la guardia nell’individuare quanti approfittano dei viaggi della speranza dei propri connazionali per compiere loschi affari una volta giunti sul nostro territorio».

Cannone, consigliere comunale, come si sta all’opposizione in modo ragionato, senza ricorrere alle urla, ad azioni di disturbo?

«Non sono mai stato per un “no” a prescindere: se il mio impegno è per il bene comune della città, non posso attaccare un’Amministrazione che in alcuni punti del suo programma manifesta le stesse intenzioni dello schieramento che rappresento; detto questo, però, dobbiamo anche ricordare il ruolo che ogni consigliere dovrebbe avere all’interno del Consiglio comunale, delega assegnataci dai cittadini: dobbiamo pertanto agevolare e non complicare la vita dei tarantini»

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Vicepresidente del Consiglio comunale, un attestato di stima.

«La nomina a vicepresidente la considero tale per la mia attività politica svolta in questi anni, con una presenza costante in Consiglio e nelle Commissioni: per questo, al momento della nomina, mi sono sentito lusingato; se qualcuno ha pensato per un attimo che questo fosse un contentino, ha preso una cantonata: sarebbe un insulto all’intelligenza di chi, invece, ha indicato il sottoscritto l’impegno profuso in questi anni con un confronto politico svoltosi sempre con lealtà e rispetto».

Uno dei consiglieri più votati, il percorso politico.

«Dopo una prima elezione a consigliere comunale, ai cittadini feci una solenne promessa: nel caso fossi eletto, non sparirò come è abitudine di qualche personaggio prestato alla politica: non dismetterò il comitato elettorale, creerò piuttosto un punto di incontro: nella sede di viale Magna Grecia svolgo infatti un costante confronto con la gente; tutta, non solo quanti mi hanno onorato della loro scelta: un consigliere comunale ha l’obbligo di sentire chiunque; così tutte le sere, dopo il Consiglio, le Commissioni, il mio lavoro pomeridiano, incontro amici e gente interessata a un confronto sereno sui problemi della città: mai fuggito davanti alle mie responsabilità, lo testimoniano presenza e impegno costanti in Comuene, Provincia e all’interno delle Commissioni; avere milleduecento voti con il movimento “Taranto nel cuore”, dunque senza un soggetto politico alle spalle, la ritengo una grande soddisfazione».

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Fosse andato in giunta, quale assessorato le sarebbe piaciuto ricoprire?

«Non nascondo che mi sono posto questa domanda; la mia storia professionale comincia con il ruolo di educatore di portatori di disabili, cui segue l’impegno all’interno di quella che un tempo veniva chiamata “Anffas”; sono successivamente passato all’interno dei ruoli Asl, occupandomi di tematiche minorili, ricoprendo per dieci anni il ruolo di giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Taranto; va da sé che la mia logica collocazione sarebbe stata quella ai Servizi sociali».

Taranto, industria, turismo, futuro.

«Non riusciamo ad allontanarci dalla logica dell’acciaio, un concetto dal quale difficilmente questa città riuscirà a smarcarsi; il nostro futuro potrebbe chiamarsi turismo, porto, viste le enormi potenzialità che il territorio offre in queste due direzioni; il porto, purtroppo, è ancora un esempio di immobilismo: potrebbe funzionare come alternativa alle logiche dell’industria siderurgica, invece si temporeggia, un esempio fra gli altri: si perde tempo per effettuare i dragaggi che consentirebbero l’accoglienza di navi dal carico importante. Ma Taranto è questa, lenta, pigra, quando ci vorrebbe poco per imprimerle una svolta per ripartire con un futuro più sereno e meno inquinante, in tutti i sensi».