Arriva Francesco!

Fra buon senso e senso comune per fare chiarezza, arriva Francesco!

La scelta di Papa Francesco di organizzare a Bari un momento di incontro e di riflessione non ha nulla di casuale, perché anche i luoghi, attraverso la loro storia e la simbologia, contribuiscono a creare scenari stimolanti per approfondire temi e produrre proposte e risposte a situazioni non più rinviabili.

E lo fa in un periodo particolare, l’estate, in una situazione socio-politica europea e mondiale poco rassicurante a pochi metri dal mare portando dentro la casa di Nicola il messaggio di Francesco.

Una immagine bella con un significato profondo in un momento in cui il “senso comune” prevale in maniera preoccupante sul ”buon senso”.

Tutto gestito con un protocollo che non ha lasciato spazio alla spettacolarizzazione dell’evento: l’unica lettura che riesco a dare a questa scelta la trovo dentro una reale e profonda preoccupazione di un Papa che sente i brividi prodotti dagli scenari che stanno prendendo forma.

Qualche tempo indietro, si provava almeno un senso di vergogna a respingere donne, bambini, uomini che fuggono dalla guerra o dalla fame o costretti a spostarsi dai quei cambiamenti climatici che hanno prodotto quella desertificazione che era funzionale agli interessi dei capitali occidentali.

E non esiste un cittadino barese che non abbia chiaro nella memoria l’approdo della nave Vlora: quella che in televisione sembrava una grande invasione venne vissuta dalla città come una grande festa dell’accoglienza.

I protocolli vaticani hanno tempi lunghi. Se Papa Francesco convoca a Bari, a casa di San Nicola (anche lui arrivato dal mare) i referenti di tutte le fedi religiose e tutto viene organizzato in tempi brevissimi, qualcosa vorrà dire.

Se poi diventa una sorta di conclave ristretto e chiuso, fatto da un Papa come Francesco che ama stare fra la gente, aggiunge qualcosa di più per far pensare che è seriamente preoccupato.

Arrivando in elicottero si sarà accorto che il mare ha iniziato a cambiare colore e uno come lui cresciuto sporcandosi le mani nelle viscere della miseria e della povertà estrema non lo freghi dicendo che è semplicemente un processo chimico: certo, si, è un processo chimico prodotto dall’incrocio fra il sangue umano e l’acqua del Mediterraneo!

Mancano sulle spiagge i cartelli: “Attenti, quando tornate a casa, sotto la doccia, usate un pò più di sapone. Le malattie trasmissibili arrivano soprattutto dal sangue e il nostro mare è pieno!”.

Una bella strofinata e lavi tutto, anche la coscienza!

Tanto non è tuo figlio quello che devi mettere su un gommone con la maglietta rossa per essere più riconoscibile in mare aperto, magari nel pieno della notte.

Grazie Francesco per quello che stai facendo per ricondurre i Governanti sulla strada del buon senso!

Parole del Santo Padre a conclusione del dialogo

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/july/documents/papa-francesco_20180707_visita-bari-conclusione.html

PS: domenica prossima vi racconto cosa mangiano i pesci che mangiamo!

«Un futuro da chef…»

Kevin, nigeriano, diciannove anni, un sogno dopo tanta sofferenza

 «Ogni notte penso a quella divisa bianca sulla mia pelle nera: mi starebbe a pennello». Poi racconta la fuga. «Un’odissea, perseguitato da familiari, preso a bastonate, solo perché dicevano che avevo un’anima negativa». Infine la scelta. «Scappai dal mio villaggio, fui prigioniero quattro mesi a pane e acqua in Libia, infine il viaggio per l’Italia…» 

Storie 06

«Problemi familiari, di quelli seri, perseguitato da una setta della quale facevano parte anche parenti, perseguitato, fatto oggetto di sortilegi e preso a bastonate!» . Kevin, nigeriano di diciannove anni, fede cristiana, da un paio di anni Italia, mostra una brutta cicatrice su un braccio. «Questo lo devo ai miei familiari che di colpo hanno cominciato a scagliarsi senza un motivo contro di me: non ne facciamo un mistero, vivevo in un villaggio, non in una cittadina, e lì vale la legge del più forte, ma anche una certa ignoranza; a noi giovani che leggiamo, usiamo internet, ci documentiamo, certe cose al giorno d’oggi fanno sorridere: intanto accadono, in certe persecuzioni finisce anche peggio, altro che cicatrice».

Kevin è in Italia da due anni, comprende l’italiano, studia. Oggi ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo insieme”. «Ho lasciato a malincuore – riprende – il mio Paese, salutato papà, mamma e una sorellina: sono stati loro stessi a spingermi a lasciare il villaggio, le cose si stavano mettendo male, mio padre assistendo continuamente a un inspiegabile accanimento nei miei confronti – secondo loro ero un’anima “negativa” – prima o poi si sarebbe compromesso, allora per evitare una conclusione più drammatica, ho preferito andare via, scappare – brutta parola – nonostante non avessi fatto niente».

Dice addio alla terra in cui era nato, Agbor. Questo il nome del suo villaggio. A voce non molto comprensibile, prende carta e penna e lo scrive. Stampatello, una calligrafia invidiabile. Si vede che ha studiato e questo è un altro elemento che proprio non gli va giù. «Pensavo di farmi strada e affrontare la vita dopo aver studiato a lungo: mi è stato impedito nel modo peggiore che potesse esistere, cacciato da gente che non sa neppure cosa sia un libro, figurarsi leggere, comprendere cosa sia la filosofia».

Storie 01

APPENA DICIASSETTE ANNI…

A diciassette anni Kevin conosce il massimo dell’accanimento. «Non c’era giorno – ricorda – che a turno non venissero a cercarmi: mi circondavano, mi minacciavano prima a parole, poi passavano alle vie di fatto, spintoni, mi colpivano con pugni o qualsiasi altra cosa raccoglievano da terra, rami che usavano come una frusta, bastoni che usavano per infliggermi legnate: è in una di queste sciagurate spedizioni che mi picchiano per lasciarmi sanguinante, steso e raccolto nel mio dolore; dovevo andare via, lasciare la mia terra, quella piccola casa era diventata un presidio di “primo soccorso”, mia madre e mio padre i miei infermieri; così un brutto giorno mio padre mi prese in disparte, lontano da mia madre, per dirmi che era giunto il momento di mettermi in salvo, a lungo andare ci avrei lasciato la pelle: quel gesto e quelle parole mi fecero più male di cento bastonate, erano un segno di resa, ma alla fine era un consiglio a fin di bene… Lo capii dall’ultimo abbraccio, forte, dei “miei”, quando un giorno misi insieme poche cose e scappai».

Comincia l’odissea, una vita fatta solo di pericoli, mai un sorriso, un momento di felicità, come ora gli capita ogni tanto. «Essermi staccato dalla mia famiglia – osserva Kevin – mi ha lasciato una ferita profonda, è la sconfitta della fuga, come se il mio fosse stato un segno di debolezza: io avrei anche affrontato tanta violenza, ma non so cosa sarebbe rimasto di me; io stesso, a mia volta, fossi sopravvissuto a tanta furia, sarei potuto diventare più violento di loro».

Storie 04

SOFFERENZA SU SOFFERENZA

La sofferenza di Kevin prosegue. «Dovevo arrivare in Libia – dice – e una volta arrivato lì, non mi va meglio, dei sette mesi circa passati in quel Paese, che vedevo come un punto di arrivo, almeno quattro li trascorro in una prigione e anche qui giù bastonate senza motivo; quando mi picchiavano pensavo sempre a quel giorno che tutta quella sofferenza sarebbe finita; la vita che ci racconta il Vangelo è fatta di dolore ma anche di gioia: io, il primo, il dolore, avevo imparato a conoscerlo, pensavo che prima o poi sarebbe arrivata anche la gioia, sotto forma di non so cosa, ma quella sarebbe arrivata anche per me…».

Non aveva soldi e per i suoi aguzzini, banditi armati di pistole e fucili, lui in qualche modo rappresentava un capitale. Braccia da lavoro, per qualcuno che pagasse il suo lavoro come fosse una cauzione. «Finalmente un signore si fece vivo – ricorda il diciannovenne nigeriano – fu garbato, ma anche molto chiaro: era disposto a pagare ai miei carcerieri il valore che questi avevano dato alla mia vita, mesi a pane e acqua; così fu: feci il muratore, le pulizie ovunque capitasse, mi impegnai nei campi; tre mesi, più o meno, bastarono quelli per “pagarmi” il viaggio verso l’Italia; la Libia, che in un primo momento poteva sembrare un Paese ospitale, tanto da darmi lavoro e una prospettiva, si rivelò una delusione: però quella prigionia stava finendo e questo era ciò che più di qualsiasi cosa contava».

Storie 03

LAVAPIATTI, CAMERIERE, CUOCO E CHEF

Kevin è molto contenuto, non vuole andare incontro a una delusione. Il suo cuore, però, esplode di gioia quando vede il “suo” gommone, che condividerà con tanta altra gente in fuga dalla Libia. «Tanta fu la gioia che entrai in uno stato confusionale: se qualcuno mi chiedesse quanti eravamo a bordo e quanti giorni ho viaggiato su quella “bagnarola” non saprei dire, uno, forse due; lo stesso la nave che ci soccorse, forse italiana; non appena toccai terra tutto divenne più chiaro: ero arrivato a Catania, ero dunque in Sicilia, Italia; un bus accompagnò un po’ di noi, appena sbarcati, verso Taranto, quell’odissea era finita!».

Finito il dolore, Kevin sogna. «Sento spesso i miei genitori, ci sentiamo più o meno una volta a settimana: le loro voci e quelle della mia sorellina, per me, sono di grande conforto; non ho conosciuto la mia adolescenza, sono stato costretto a crescere, ma i sogni non me li toglie nessuno: un giorno vorrei diventare chef, compiendo il percorso netto, dunque stare in cucina, lavare i piatti, osservare come si preparano le pietanze, fare il cameriere e, infine, diventare uno chef, imparare a cucinare italiano e non solo; ogni notte penso a quella divisa bianca, candida, sulla mia pelle nera: chissà un giorno…».

Colazione con le Frecce tricolori

Spettacolo sul Lungomare di Taranto

«Quei piloti sono dei fenomeni, meglio dei “Top gun”!». I ragazzi di “Costruiamo Insieme” si emozionano davanti alla pattuglia acrobatica militare. E ai tarantini. «Ci hanno fatto posto per ammirare insieme evoluzioni da lasciarti senza fiato». E il Giuramento. «Massimo silenzio e rispetto per chi giura fedeltà alla Patria»

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Colazione con le Frecce tricolori, la pattuglia acrobatica famosa in tutto il mondo. I ragazzi di “Costruiamo Insieme”, attenti alle notizie su internet si lasciano ingolosire dall’occasione. Succede che le “Frecce”, onore e vanto dell’Aeronautica militare italiana, sorvoleranno i cieli di Taranto con quelle scie bianca, rossa e verde, diventate proverbiali, così perfette e così sincronizzate al millesimo di secondo da sembrare tracciate con l’ausilio di un goniometro.

Moussa, Soulemane, Dramane sono fra i primi a candidarsi a un posto d’onore per assistere alla parata sul lungomare Vittorio Emanuele. Allahssane spiega ai ragazzi il rigore che i militari assumono in occasione del Giuramento. «Lo giuro!» è il grido di fedeltà alla Patria che centinaia di ragazzi dell’Aeronautica militare scandiranno mentre sono in riga, sotto un sole cocente. Con perfetto sincronismo la pattuglia acrobatica sorvola la Rotonda del lungomare. Uno spettacolo, preceduto da un boato di stupore e seguito da un lungo applauso.

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«Ma come fanno a essere così bravi e concentrati questi?», domanda Dramane facendo sbucare gli occhi da un coloratissimo paio d’occhiali, «Sono dei fenomeni!».Un attimo di pausa, utile per una confessione. «Non lo farei mai, non ne ho le capacità; ho paura del mare, figuriamoci dell’aereo: a casa mia diciamo che Dio ha creato l’azzurro per le creature del cielo, poi fra mare e cielo preferisco la terra ferma, stare con i piedi piantati in terra».

Sulle straordinarie capacità dei piloti in volo, Soulemane prova a dare una sua interpretazione. «Sono come i piloti di Formula uno, anche quelli rischiano la vita, questione di attimi!». Moussa mette tutti d’accordo. «Se un pilota della Ferrari sbaglia una curva finisce fuori pista – osserva – se sbagliasse un pilota della “squadra” provocherebbe un disastro ai colleghi e rischierebbe di brutto: ecco perché sono fenomeni, i “nostri” Top gun; per me è pericolosissimo pilotare un aereo e sollecitare il mezzo del quale sei alla guida a seguire gli altri compagni di volo come fosse una danza: devono essere concentrati al massimo, avere i nervi saldi, ognuno di loro mette la propria vita nelle mani degli altri».

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Mette tutti d’accordo. Allahssane per primo. «E’ una cosa che io non potrei fare mai – dice – intanto perché è complicatissimo, qualche volta in foto o nei filmati ho visto la cabina di pilotaggio: devi essere bravo a capirci qualcosa con tutti quegli strumenti di bordo, non ne sarei capace; però una cosa posso dirla: invidio le capacità fuori dal comune che hanno i piloti; concentrati al massimo, a darsi istruzioni uno con l’altro, a staccarsi dai compagni in volo per descrivere quelle figure straordinarie: è una grande emozione ammirarli!».

I ragazzi prima di presentarsi sul lungomare, sorseggiare un espressino, si sono documentati a lungo. Sulla chat whatsapp di “Costruiamo Insieme” da giorni circolano video appena scaricati da internet. L’ammirazione è totale. E se la manifestazione è per le undici, alle nove in punto i ragazzi sono operativi. «Non ce la perderemmo per niente al mondo», dice uno di loro. Il lungomare è a due passi dal Centro di accoglienza “Cavallotti”. «Gli aerei delle Frecce tricolori ci sfilano sotto casa e noi, che facciamo, non andiamo ad ammirarle?», mette tutti d’accordo Soulemane. La pattuglia acrobatica anticipa di poco l’orario del “saluto” ai tarantini e ai militari che stanno prestando Giuramento sulla Rotonda. La cerimonia che vede schierati i ragazzi dell’Aeronautica, è appena più breve del previsto, così le Frecce sfilano in perfetta sintonia con «Lo giuro!». Sembra telecomandato. Sembra facile, ma non lo è. Anzi, è complicato. Ma i piloti, considerati in assoluto i migliori al mondo, risolvono al millesimo anche questo leggero imprevisto.

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Migliaia i tarantini e i familiari dei ragazzi schierati sulla Rotonda, che hanno scelto il loro privilegiato punto di osservazione. I ragazzi di “Costruiamo Insieme” sono strategici. «Ci siamo attrezzati per scegliere le postazioni da cui si possono meglio osservare le evoluzioni che le Frecce tricolori promettono su internet».

Internet. E’ lo strumento con il quale i ragazzi si consultano non appena hanno un po’ di tempo. C’è chi lavora, chi studia, chi frequenta corsi di formazione, infine chi prende l prime lezioni di alfabetizzazione. Qui i ragazzi vengono accompagnati nei loro piccoli sogni nel cassetto: imparare bene la lingua, saperla scrivere; imparare un lavoro e mettersi, professionalmente e al più presto, al servizio della comunità di cui sono ospiti.

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«Oggi (venerdì 29 giugno, ndr) ci siamo orgogliosamente sentiti parte di questa gente – spiega Dramane – c’era chi ci faceva spazio per farci ammirare Giuramento e Frecce tricolori; nessuno ci ha indicati come se fossimo un corpo estraneo al tessuto sociale di questa città; oggi è un giorno di festa per due motivi: abbiamo assistito a una cerimonia militare, importante, e visto la pattuglia acrobatica famosa in tutto il mondo; abbiamo avvertito l’abbraccio sincero con i fatti, piccoli gesti, della gente che ha mostrato una volta di più di avere rispetto nei nostri confronti e, con ogni probabilità, di vederci come se ognuno di noi fosse uno di loro».

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«Il senso della vita»

Indogesit, nigeriano, trentotto anni

«Rapinato di continuo, un giorno ho denunciato i banditi: così è cominciato l’inferno. Minacciato, hanno cercato di uccidermi, vivo per miracolo; la fuga per evitare vendette contro mia figlia e i miei fratelli». L’aggressione, le gravi ferite, il lavoro, il viaggio, finalmente l’arrivo in Italia. «Da quel momento ho riassaporato la voglia di vivere».

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«Queste cicatrici sul petto, sono tagli provocati dal collo di una bottiglia di vetro usato contro me, come fosse un coltello!». Indogesit, trentotto anni, nigeriano, cristiano, si scopre. Mostra i segni di una violenta aggressione subita dopo aver denunciato alla polizia locale i rapinatori che avevano fatto irruzione nella sua piccola agenzia immobiliare. «Per questi delinquenti era diventata un’abitudine – ricorda – la mia piccola attività, per loro, era diventato un bancomat!». Non ce la fece più Indogesit, li aveva ancora visti in faccia, sempre gli stessi, non ci aveva pensato su due volte a denunciare l’ennesima rapina, anche l’ultima era stata una violenta aggressione. «Non fanno complimenti nel mio Paese – prosegue – vanno subito al sodo: “Fuori i soldi!”, ti urlano; non ti danno il tempo di replicare, ti colpiscono con qualsiasi cosa abbiano fra le mani, di solito il calcio di una pistola, l’arma che dalle mie parti i malviventi indossano come fosse un qualsiasi accessorio, una cintura, un orologio: la stessa cosa; e di solito non la portano per abbellimento o solo per mettere paura: la pistola la usano!».

Una rapina, la denuncia, l’aggressione. La fuga da Calabar, il villaggio nel quale Indogesit aveva vissuto fino a quei giorni, campando dei magri guadagni che quella sua piccola attività immobiliare produceva. «Non ce la facevo più – dice Indogesit – mi recai al primo posto di polizia, denunciai l’accaduto, vidi lo schedario e indicai le facce di quei rapinatori tornati in agenzia a svuotarmi le tasche; gli agenti li rintracciarono presto, li condussero in carcere».

Storie 06

LA GIUSTIZIA, UN’IDEA ASTRATTA

Le cose da quelle parti, spesso non filano lisce. La giustizia, specie nei villaggi lontani dalle città, è un’idea astratta. E’, più o meno, un “tutti contro tutti”. Difficile distinguere i buoni dai cattivi, complicato fidarsi di un uomo in divisa piuttosto che di un avvocato. La corruzione è il pane quotidiano, a Calabar come nel resto della Nigeria. E se qualcuno non accetta soldi per tacere o voltarsi dall’altra parte, rischia la vita. E’ la storia di Indogesit, che poneva fiducia nella legge, ma che da quel momento entra in un incubo senza fine. «I rapinatori furono rimessi in libertà – ricorda con tutta la rabbia che ha in corpo – avevano soldi per pagare cauzione e avvocati; i legali facevano anche il lavoro sporco: venivano a trovarmi, mi minacciavano, secondo loro avrei dovuto rimangiarmi tutto quello che avevo detto circa la rapina: nemmeno per sogno!». Alla luce di quanto accaduto successivamente, mettendo a rischio la sua vita e quella dei suoi familiari, oggi Indogesit forse non lo rifarebbe. «A causa di quella denuncia – conferma – ho subito un’aggressione che mi stava costando la vita; quei delinquenti erano tornati per l’ultimo avvertimento: dalle minacce erano passati ai fatti, uno di loro perse le staffe, ruppe la prima bottiglia che gli capitò a tiro, impugnandone il collo come fosse un pugnale per scagliarsi contro me, il mio petto, con lo scopo di ammazzarmi; colpito ripetutamente caddi a terra, in fin di vita, loro fuggirono». Niente ospedale, non si sa mai. «Quelli non scherzavano, lo avevano già dimostrato: sarebbero venuti sicuramente a trovarmi, stavolta per chiudere definitivamente i conti; la paura aveva contagiato i miei familiari, non potevo più stare lì; strana la vita: ero la vittima, ma rappresentavo un grave pericolo per tutti!».

Indogesit non ha più i genitori, sono morti. Ha due fratelli più grandi e una sorella più piccola che oggi si prende cura di Ini, la sua figliola di dodici anni avuta da una compagna da cui oggi è separato. «Sento Ini – ci racconta, si emoziona – una, due volte a settimana: chiamo mia sorella, le chiedo come stanno, me la faccio passare per farle mille raccomandazioni; “Fai la brava, comportati cristianamente, ogni giorno leggi il vangelo….”, le dico».

Storie 03

LA FUGA, UNICO RIMEDIO PER SALVARE LA FAMIGLIA

La fuga, nonostante le ferite. «Non potevo più stare lì, troppo pericoloso, per me e per gli altri; così fuggii per la Libia, con lo scopo di imbarcarmi per l’Italia o un altro Paese; la prima cosa da fare era allontanarmi dal pericolo, con quei pochi soldi che avevo messo in tasca per trovare un gommone in partenza da Tripoli». La sfortuna non era finita. «Appena messo piede in Libia – continua Indogesit – fui imprigionato, due mesi di stenti, il dolore delle ferite e del cuore, aver lasciato mia figlia e il resto della famiglia mi bruciava; avevo la mente confusa, ma ancora viva l’idea che avrei dovuto farcela: una volta fuori feci qualsiasi lavoro mi capitasse a tiro, pitturazioni, giardinaggio, ogni occasione era buona per mettere in tasca soldi che mi sarebbero serviti per pagarmi il viaggio su un gommone».

Dopo tanta sofferenza, uno spiraglio. «A Tripoli l’imbarco, a decine stretti gli uni agli altri, il mare aperto, immenso, la paura che la rotta appena presa da quell’imbarcazione non fosse quella giusta, viaggiavamo a vista, senza una meta precisa: le preghiere e il sogno che da qualche nave qualcuno ci avvistasse e venisse a salvarci». La sofferenza per Indogesit sta per finire. «Ore terrificanti – conclude – fino a quando una nave francese non ci avvicinò per issarci a bordo: quella poteva essere la svolta, doveva esserlo. Arrivammo sulla costa siciliana, fummo soccorsi; fui accompagnato in ospedale, affaticato, le ferite sul corpo andavano curate nel modo giusto; rimesso in piedi, un bus per Taranto: da quel momento la mia vita ha ricominciato ad avere un senso».

La fame delle donne

Una straordinaria attualità di questi giorni

Ci sono letture in cui ti imbatti che stimolano riflessioni retrospettive su eventi e processi che attraversano il tuo privato senza che ti accorgi.

Incuriosito dal titolo di un articolo di Tracey Thorn ho iniziato a leggere con interesse le sue riflessioni tornando indietro con il pensiero e guardando con attenzione agli ultimi giorni ripercorrendo un arco temporale che inizia dopo le festività natalizie e dura ancora oggi. E’ da gennaio, infatti, che assisto con poca attenzione ad un incremento esponenziale del consumo di insalate e verdure in sostituzione dei carboidrati e che oggi collego quel “Noi andiamo al mare! Che fai? Ci raggiungi dopo il lavoro? Se non puoi, in frigo c’è un’insalata già pronta.

Il mare, la spiaggia: una prospettiva che ha condizionato la mia alimentazione nel corso dei primi sei mesi dell’anno!

Devo ammettere che il mio stomaco gode della stessa libertà del mio essere e mangio solo ciò che mi piace seppure molto poco salutare.

Ma non avevo mai collegato il cambiamento delle abitudini alimentari quotidiane con tale lungimirante prospettiva.

Non si finisce mai di imparare!

Buona lettura domenicale.

 

La fame delle donne

Tracey ThornNew StatesmanRegno Unito

Internazionale del 23 giugno 2018

Le prime battute del nuovo singolo dei Florence and the Machine, Hunger (Fame), mi hanno dato i brividi: “A 17 anni ho iniziato a privarmi del cibo”, canta Florence. Ho osservato le mie figlie procedere a tentoni attraverso gli anni dell’adolescenza con l’occhio vigile di un falco, in cerca di un qualsiasi segno o prova di anoressia. Sono in tante a caderne vittime. Le mie sono riuscite ad evitarlo, ma non tutte le nostre figlie ce l’hanno fatta.

Questo pensiero ha terrorizzato tutte noi madri. Abbiamo tenuto nota di qualsiasi dimagrimento o pallore, evitando costantemente di parlare del nostro peso o di pronunciare la parola maledetta, dieta. Una delle mie figlie fa la modella e più volte è tornata a casa dopo dei casting per sfilate notando che il lavoro era andato a delle ragazze che sembravano malaticce mentre lei, snella ma non pelle e ossa, non era mai abbastanza magra.

La canzone di Florence offre una panoramica dall’interno del concetto di fame, il suo significato e da dove deriva: “A 17 anni ho iniziato a privarmi del cibo/ pensavo che l’amore fosse una specie di vuoto/ E almeno allora capivo la fame che sentivo/ E non ero costretta a chiamarla solitudine”.

Riesco a comprendere l’idea che patire la fame dia una sorta di giustificazione e bilanciamento al proprio senso di vuoto interiore benché, il Signore mi è testimone, non sono un’esperta. Eppure questa canzone mi ha ricordato moltoModern girl delle Sleater-Kinney, del 2005: “Il mio piccolo mi ama, ho tanta fame/è la fame a rendermi una ragazza moderna”.

Se vogliamo essere oneste su cosa significa essere donna oggi dobbiamo fare i conti con i discorsi sulla fame. Pensiamo ad esempio all’autobiografia di Roxane Gay, Fame. Storia del mio corpo, libro in cui l’autrice descrive come abbia volontariamente preso peso per proteggersi, per trasformare il suo corpo e farlo diventare non desiderabile e, quindi, potenzialmente meno a rischio.

Un sondaggio la scorsa settimana riportava che 87 donne su 100 sono divorate dai sensi di colpa dopo aver mangiato; lì per lì non sapevo se ridere o piangere, se farmi beffe del sondaggio o farmi prendere dallo sconforto. Personalmente non vengo divorata dai sensi di colpa ma, sì, tengo d’occhio le calorie che ingerisco. Se provo un po’ di vergogna nell’ammetterlo? Sì. Se penso che questo significhi non essere una brava femminista? Non so. Su questo, come sulla maggior parte delle cose, non ho un’idea definita. E così mangio insalate, parlo di vita salutare ed è perfetto, il dottore è molto contento di me. Che brava ragazza!

Le mie amiche e io odiamo le nostre pancette pur sapendo che non hanno nulla che non vada. Siamo orgogliose dei traguardi raggiunti dalle nostre pance, eppure rimpiangiamo i jeans super attillati che portavamo anni fa. Odiamo l’idea stessa di adeguarci a una forma fisica che non corrisponde alla realtà e allo stesso tempo vorremmo pesare qualche chilo di meno.

Un’amica mi mostra una sua vecchia foto: è in spiaggia, in bikini e nel fiore dei suoi vent’anni, e rimaniamo entrambe senza fiato per quanto fosse sexy. Allora citiamo Nora Ephron: “Oh, quanto rimpiango di non aver indossato il bikini per tutto il mio ventiseiesimo anno di vita. Tu che leggi, se sei giovane vai immediatamente a metterti un bikini e non togliertelo fino a che non avrai compiuto 34 anni”. E ridiamo, perché è vero ma anche triste. So bene di non aver bisogno di dimagrire, eppure sono ossessionata dal mantenere il mio peso di sempre e mi ci aggrappo con le unghie anche se il mio corpo si ribella.

Poco tempo fa sono stata intervistata durante il programma Fresh Air della Npr, e Terry Gross si è complimentata per la foto sulla copertina di Amplified heart, un album degli Everything but the Girl di 24 anni fa. Siamo io e Ben, in parte svestiti, con un’espressione assorta e imbronciata, e di una magrezza dolorosamente rock’n’roll. Sono stata d’accordo con lei sul fatto che la foto fosse volutamente un po’ erotica, ma devo ammettere che col senno di poi ciò che vedo, così come guardando il video di Missing, sono solo due persone dall’aspetto malato e che forse stanno sfruttando il fatto di avere dei nuovi corpi inaspettatamente alla moda per far soldi. Ben aveva perso più di venticinque chili durante la sua malattia e anche io ero magra come non sono mai stata né prima né dopo.

In quel periodo siamo stati fotografati da Juergen Teller e anche da Corinne Day, autrice dei famosi scatti di Kate Moss per The Face and Vogue che hanno dato origine allo stile conosciuto come “heroin chic”. Sulla copertina di quel disco entrambi siamo l’immagine stessa della fame, ma siamo anche molto fichi e lo sapevamo. Avevamo un che di affascinante ed eccentrico e alla gente questo piaceva. Era tutto autentico, questo sì, ma oggi non so se dovrei sentirmi in colpa per aver favorito la mitizzazione della magrezza. I corpi sono davvero complicati. Abbiamo tutti fame.

(Traduzione di Mariachiara Benini)

«La legge del più forte»

Benjamin, nigeriano, ventidue anni 

«Nel mio Paese, a volte c’è più rispetto dei soldi che non degli esseri umani. Trovi sempre qualcuno disposto a falsificare un documento. Alla morte di mio padre sono stato costretto a fuggire: fossi rimasto in Nigeria, ci avrei rimesso la pelle». Sogna un autolavaggio o un ristorante.

Storie 01 A

«Problemi familiari…». Quando i “problemi” hanno carattere per così dire familiare, di mezzo c’è sempre un interesse. Anche il più piccolo, nel più sperduto dei villaggi africani, diventa un caso ciclopico. Muore un genitore: i parenti più prossimi, a cominciare dai fratelli dello scomparso, secondo leggi non scritte – e se lo sono si manomettono con estrema facilità – diventano automaticamente i naturali eredi di qualsiasi cosa fino al giorno prima sia stata proprietà del defunto. Eredi, con le buone o con le cattive. Con le buone: la famiglia del morto accetta in modo indolore il passaggio di proprietà dei suoi averi e mantengono un tetto e un pasto al giorno, pagandolo con il lavoro; con le cattive: via da tutto e, al minimo colpo di testa, l’affronto verrà “lavato” col sangue.

Lo racconta Benjamin, nigeriano, ventidue anni, da un anno e cinque mesi lontano da casa. «Ho dovuto fuggire – racconta – altrimenti avrei fatto una brutta fine; dalle nostre parti, dove la legge è solo un’idea di giustizia e le aule di tribunale sono il circolo dove malfattori e avvocati si danno appuntamento, non esistono mezze misure: “non fai il bravo”, sei il problema, non si discute, si va alla radice; una pianta, un albero, li elimini in un colpo solo: una sciabolata o un proiettile».

Brutta storia quella di Benjamin. Stavolta in uno dei villaggi all’interno della Nigeria, non si tratta di una setta che pratica sortilegi, indirizza malefici, stermina lentamente una intera famiglia con un veleno. Tocca ai terreni, unico bene a vista che il papà di Benjamin vorrebbe lasciare ai suoi cari, una moglie e due figli. «E invece – spiega il giovane che trova la fuga come unica soluzione per salvare la pelle – i fratelli di papà hanno fatto ricorso alla falsificazione dei documenti, d’accordo con qualche compiacente rappresentante delle autorità, e ci hanno espropriato dei terreni».

Storie 06 A

NON URLARE «ALLA TRUFFA!», RISCHI LA VITA

In Italia si fa opposizione. «Anche da noi, ma quando urli ai quattro venti che è una truffa e provi a mettere un avvocato, devi anche sapere che da un momento all’altro puoi aspettarti di tutto: se trovi un legale passabile, ti dice di fare le valigie e di scappare, altrimenti sono guai; c’è da temere il tuo stesso avvocato nel frattempo corrotto o minacciato di morte dalla controparte, quella che ha già corrotto altra gente e falsificato i documenti». Non finisce qui, Benjamin si oppone, quella truffa così evidente proprio non gli va giù. «E qui salta tutto – ricorda – fino a quel momento avevo fatto più o meno “il bravo”, ma ad un certo punto cominciavo a dare fastidio, così minaccia e fuga da casa, con la benedizione della mamma e l’ultimo, veloce abbraccio alla mia sorellina; negli occhi la rabbia e la disperazione a causa del taglio netto con il mio passato, quello che resta della mia famiglia, dopo la morte di papà: ora ci sentiamo per telefono, brevi chiacchierate, le conversazioni costano, ma l’importante è sapere che stanno bene».

Nella sua mente riecheggiano parole e preghiere della mamma. «Figlio mio, salvati, corri, va via: è una battaglia persa in partenza, stai solo imparando a spese tue che qui vale la legge del più forte!». «Ho perso il mio lavoro in una stazione di servizio – ricorda – contribuivo a sfamare la mia famiglia; mi occupavo del lavaggio delle auto: non guadagnavo grandi cifre, ma con qualche piccola mancia, qualcosa riuscivo a portarla a casa; poi una malattia, uno di quei mali che sembrano passeggeri, il fisico di papà non reagisce, la salute comincia ad abbandonarlo e, alla fine, il capofamiglia chiude gli occhi per sempre; le sue ultime raccomandazioni: fare attenzione alle nostre cose, la casa, un fazzoletto di terreno; papà aveva previsto tutto, anche che alla sua morte i suoi fratelli avrebbero falsificato i documenti per entrare in possesso di quel poco che avevamo».

Storie 05 A

IN FUGA VERSO LA VITA

La fuga. «Prima il ferimento: da noi ci mettono un attimo a passare dalle parole ai fatti, nessuno vuole sentire ragioni; se ti opponi, come ho fatto io, rischi la vita: me la sono vista brutta, sono stato picchiato e ferito; in condizioni quasi disperate sono tornato a casa, non avrei resistito a una seconda spedizione punitiva».

Non appena è stato un po’ meglio, Benjamin ha fatto quella sua “valigia”. Un sacchetto nel quale mettere un pantalone, una maglietta, del cibo e un po’ d’acqua. «Sono stato in Niger, poi in Libia, appena tre settimane, il tempo per organizzare la traversata in mare; altro problema: non avevo molti soldi, in quei pochi giorni ho arrotondato quella somma lavorando, tanto per cambiare, in un autolavaggio».

Deve essere un professionista della spugna e del sapone, Benjamin, se uno dei suoi desideri è quello di lavorare in una stazione di servizio. «In un autolavaggio, oppure cameriere in un ristorante: saprei fare bene uno e l’altro, non parlo in modo fluente l’italiano, ma in buona parte lo capisco, devo solo perfezionarmi, imparare a scriverlo, quella è una impresa, ma ci provo».

Impresa, viaggio dalla Libia all’Italia. «Messi insieme un po’ di soldi, mi sono imbarcato con decine di miei connazionali; undici ore in mare aperto, poi una nave mercantile ci ha issati a bordo; arrivati a Palermo siamo stati rifocillati, messi su un bus, destinazione Taranto».

«La storia siamo noi…»

Tonio Attino, scrittore, racconta gli emigranti italiani

“Il pallone e la miniera”, storie umane di operai e minatori, e imprese calcistiche. Scenario Esch-sur-Alzette, Lussemburgo, miniere e altoforni. «La Jeunesse, squadra di dopolavoristi, un giorno inchioda i giganti del Liverpool. Bill Shankly, ex minatore, monumentale tecnico dei “reds”, fa una lavata di testa ai suoi: quei ragazzi, un esempio di umiltà».

Tonio Attino, giornalista e scrittore, ha scritto per “Quotidiano di Taranto”, “Stampa” e “Corriere del Mezzogiorno – Corriere della sera”. Il suo ultimo libro, appena pubblicato per Kurumuny, è “Il pallone e la miniera – Storie di calcio e di emigranti”.

Cosa fa di un uomo un emigrante?

«Di solito il bisogno di lavoro. E questa storia racconta di italiani che all’inizio del Novecento partono per il Lussemburgo per lavorare in miniera e nelle acciaierie. Ci fosse stato lavoro a casa propria, non esisterebbero emigranti; stesso discorso per le guerre, che hanno generato fughe e flussi altrove».

Autore anche di “Generazione Ilva”, “Il pallone e la miniera” è sostanzialmente un altro libro.

«Sarebbe un’altra storia se non ci fosse di mezzo l’acciaio. Racconto di “Esche”, seconda città lussemburghese con i suoi trentamila abitanti. Fino agli anni Cinquanta, in un raggio di circa venticinquemila chilometri quadrati, esistevano quarantanove altiforni; è un racconto che somiglia ad altre storie italiane, Bagnoli e Taranto per esempio».

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Una storia che emoziona di più rispetto alle tante altre.

«Mi ha emozionato l’intera vicenda, una matrioska, tante storie una nell’altra: calcio, miniere, acciaierie, resistenza, campi di prigionia nazisti; tante storie con un unico filo conduttore: l’emigrazione italiana in Lussemburgo; gente che partiva da Umbria, Romagna, Friuli, poco dal Sud, e finiva in un posto che sostanzialmente la rifiutava. Solo col passare dei decenni gli emigranti hanno poi trovato una dimensione tutta italiana, sentendosi lì più a casa di quanto  non lo fossero in Italia»

Italiani “mangiaspaghetti”. Non c’è comprensione per chiunque cerchi un sistema di vita umano?

«Esiste un respingimento psicologico da parte delle popolazioni indigene. Anche in questa storia, al centro il Lussemburgo, gli italiani appena arrivati venivano considerati “mangiaspaghetti” e “orsi selvatici”: delinquenti in buona sostanza; solo con il passare di decenni gli italiani vengono considerati un grande esempio di integrazione».

Una prima partita di calcio segna la storia di una squadra, la Jeneusse, maglia a strisce bianconere.

«Nome e maglia rimandano alla Juventus, ma li lega il solo fatto che i due club abbiano vinto il maggior numero di titoli nei rispettivi campionati nazionali: in realtà, la Jeunesse era la squadra che riuniva operai e minatori con talento calcistico e nella quale militavano molti italiani; curiosità: negli anni in cui esistevano ancora miniere ed acciaierie, non c’era grande differenza fra il calcio e le due stesse attività in cui quella gente era impegnata; gli operai consideravano la squadra la naturale sintesi lavoro-industria-calcio.

L’impresa calcistica coincide con la chiusura della stupenda parabola economica di “Esch”. E’ il ’73, in Coppa Campioni la Jeunesse incontra e ferma sull’1-1 il titolato Liverpool: in svantaggio, i padroni di casa raggiungono il pareggio allo scadere. Un risultato inatteso, che nemmeno gli stessi Shankly e Hughes, tecnico e capitano dei “reds”, non avevano lontanamente preventivato».

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Shankly, scozzese, ex minatore, monumentale tecnico del Liverpool a fine gara compie un gesto di grande umiltà.

«E’ l’episodio che mi ha emozionato di più. Me lo ha raccontato René Hoffman, portiere della Jeunesse. A fine gara, vide Shankly che quasi trascinò Hughes, dalle parti del loro spogliatoio. Al suo capitano, il tecnico indicò i ragazzi che avevano appena scritto un pezzetto di storia: “Quelli, domani, andranno a lavorare in fabbrica!”. In quel gesto c’era la rampogna al calciatore del Liverpool e, allo stesso tempo, l’ammirazione nei confronti degli operai e dei minatori, che appartenevano alla storia umana dello stesso Shankly, nato in un villaggio minerario della Scozia da cui era iniziata anche la sua storia sportiva. Bill si definiva “uomo del popolo”, era socialista, amava gli operai. Quell’occasione celebrò un inconsapevole “matrimonio” fra Shankly e i giocatori della Jeneusse, all’oscuro del passato da minatore dell’allenatore di una delle squadre di calcio più forti d’Europa».

Il libro, un sottotitolo: storie di calcio e di emigranti. Il suo punto di vista sull’accoglienza.

«Non so come si possa arginare e gestire un fenomeno planetario come il flusso di emigranti. Non si può non aiutare persone in difficoltà, fra quanti arrivano potrebbero esserci soggetti poco raccomandabili, ma non dimentichiamo che noi italiani abbiamo esportato parecchi delinquenti. La storia che abbiamo conosciuto e possiamo ancora studiare ci insegna che le cose non possono essere tagliate con un colpo secco: questa storia lussemburghese è la vicenda di italiani in principio rifiutati e successivamente considerati un grande esempio di integrazione; prima brutti e cattivi, oggi belli e buoni. Prima di pronunciarsi sui migranti, dunque, bisognerebbe pensare a queste antiche vicende e ragionare in termini più costruttivi».

Ogni vita ha lo stesso valore!

La vicenda della nave Aquarius e la decisione di chiudere i porti italiani partorita dal Ministro degli Interni ha tenuto banco in questi giorni innescando reazioni “morali” che, almeno per il momento, relegano nell’ombra considerazioni di natura “etica”.

I numeri sbandierati dai diversi Governi dei Paesi dell’Unione paiono smontare le posizioni del Governo italiano di fatto al di sotto delle quote previste dalla “redistribuzione” più volte rivista e ritoccata. E qui, una prima questione: i “numeri” sostituiscono le persone e questo è di per se “vomitevole” giusto per richiamare un termine usato dal portavoce del primo Ministro francese.

Sorvolando sulla questione dei campi di prigionia libici finanziati dal Governo italiano quanto del concetto di “migrante economico” dei quali abbiamo già ampiamente detto in questa rubrica e che rischiano di diventare uno squallido modello replicabile, al centro della discussione è posta la rivisitazione del Trattato di Dublino o, come piace dire ad alcuni, il suo superamento.

Ciò che inquieta è che alla base della discussione vi sia quale perno principale la questione delle “quote” all’interno di uno scenario che conferma e radicalizza la sostanza economica, e non socio-politica, delle radici dell’ Unione Europea.

Anche perché, se così fosse, sarebbe stato naturale un principio: le persone che sbarcano in Italia piuttosto che in un altro Paese dell’Unione mettono, di fatto, piede in Europa e, al momento dello sbarco, dovrebbero essere libere di esprimere l’intenzione, ovvero di dichiarare, quale Paese dell’Unione intendono raggiungere in maniera strutturata senza essere posti nelle condizioni di farlo in maniera illegale e spesso continuando a giocare con la morte.

Ma le ragioni economiche superano qualsiasi altro livello di ragionevolezza fino al punto di generare nefandezze come nel caso della nave Aquarius, carica di uomini, donne e bambini, non di merci.

Ma, proprio questa vicenda mi ha riportato alla mente una recente lettura che vi propongo seppure, per l’ambito di riferimento, possa sembrare scollegata dal discorso intrapreso ma che poggia sul concetto fondamentale che ogni vita ha lo stesso valore. 

Il principio fondamentale della medicina, da molti secoli a questa parte, è che tutte le vite hanno lo stesso valore. Non sempre noi che ci occupiamo di medicina teniamo fede a questo principio. Lo sforzo per colmare il divario tra aspirazione e realtà ha occupato l’intero corso della storia.

Ma quando questo divario viene messo in luce – quando si scopre che alcuni vengono curati peggio di altri, o non vengono curati affatto, perché non hanno i soldi o le conoscenze giuste, per la loro estrazione sociale, perché hanno la pelle scura o un cromosoma X in più – quanto meno ci vergogniamo. Al giorno d’oggi non è per niente facile sostenere che tutti siano ugualmente degni di rispetto. Eppure non è necessario provare simpatia o fiducia nei confronti di una persona per credere che la sua vita meriti di essere difesa. Pensare che tutte le vite abbiano lo stesso valore significa riconoscere che esiste un nucleo comune di umanità.

Se non si è aperti all’umanità delle persone, è impossibile curarle in modo adeguato. Per vedere la loro umanità occorre mettersi nei loro panni. Ciò richiede disponibilità a domandare alle persone come si trovano, in quei panni. Richiede curiosità nei confronti degli altri e del mondo.

Viviamo in un momento pericoloso, in cui ogni genere di curiosità – scientifica, giornalistica, artistica, culturale – è sotto attacco. Questo succede quando rabbia e paura diventano le emozioni prevalenti. Sotto la rabbia e la paura c’è spesso la fondata sensazione di essere ignorati e inascoltati, l’impressione diffusa che agli altri non importi come si sta nei nostri panni. E allora perché offrire la nostra curiosità a qualcun altro? Nel momento in cui perdiamo il desiderio di capire – di lasciarci sorprendere, di ascoltare e testimoniare – perdiamo la nostra umanità”.

Da un discorso di Atul Gawande, chirurgo statunitense, agli studenti di medicina pubblicato sul New Yorker il 2 giugno 2018. Traduzione di Silvia Pareschi.

«Voglio fare il vigile!»

Mike, nigeriano, trent’anni

Padre e fratello trucidati. Fuggito dal suo Paese, il suo destino era segnato. «Non c’è considerazione per chi chiede rispetto, ho lasciato mamma e sorella più giovane, quanto è rimasto della mia famiglia». Ha un sogno: fare il poliziotto locale, ha subito il fascino della divisa.  

«Vorrei fare il vigile urbano!». Così, secco, Mike, risponde alla domanda sul sogno nel cassetto. Nessuno mai, prima di questo ragazzone nigeriano di trent’anni, aveva espresso un desiderio così singolare. Ora, nella sua Nigeria, il vigile è anche poliziotto, non solo un uomo in divisa assegnato alla direzione del traffico o impegnato a far rispettare il codice della strada a pedoni e automobilisti. «Il vigile!», ripete, anche stavolta deciso. «Girando in città ho visto agenti di Polizia locale indossare con eleganza la divisa, pensavo fossero militari, mi è stato spiegato invece che è un po’ come se lo fossero, ma il loro lavoro in particolare consiste nel presenziare vie e strade dove si registra una più alta concentrazione di auto, moto e passeggio, penso alle strade del centro cittadino».

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Per essere da sei mesi in Italia, ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme”, Mike comprende buona parte delle domande in italiano. Nei punti critici della chiacchierata, a tradurre ci pensa Allahssane junior, operatore della stessa cooperativa sociale. Sull’attività di “vigile urbano”, il giovane nigeriano, conferma di avere le idee chiare. «Fascino della divisa – osserva – il rispetto che hanno da parte dei cittadini, la disponibilità, il sorriso con cui danno indicazioni a chiunque chieda informazioni, che questo sia bianco, nero o giallo». E’ una cosa rimasta impressa a Mike, che un giorno si è rivolto a un agente di polizia locale per chiedere quale strada avesse dovuto fare per tornare dalla non molto lontana via D’Aquino alla sede di via Cavallotti.«Ancora non indossavano la divisa bianca, estiva mi dicono, come in questi giorni – ricorda – aspettai qualche istante, il tempo che facessero scorrere il traffico, e mi dettero con la massima calma tutte le indicazioni per tornare nel mio Centro di accoglienza». Tocchiamo un tasto. Avesse pelle bianca, Mike arrossirebbe, ma la sensazione è quella giusta, viso e occhi non tradiscono. Con la divisa cerca quel rispetto che a casa sua non ha mai avuto. «E’ la cosa che più ci manca – ammette – e cerchiamo dall’età della ragione; non è giusto che un tuo simile si serva della forza, di un coltello di una pistola per avere ragione di te: sono cristiano, siamo tutti fratelli, abbiamo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti; invece, fin da ragazzo ho dovuto fare i conti con la violenza e l’ingiustizia; se una divisa invita al rispetto, non c’è niente di male, forse è la strada giusta per recuperare un mio diritto».

Violenza e ingiustizia. «Imparate a spese mie – osserva, facendosi serio di colpo – in una inspiegabile guerra civile, non tanto per una lotta sui diritti, bensì sul potere, ho perso mio padre e mio fratello: assassinati a bruciapelo; a me sarebbe toccato lo stesso trattamento se non fossi riuscito a fuggire: restare davanti a quello che di fatto era un plotone di esecuzione, sarebbe stata la cosa più sciocca che avrei potuto fare; ricordo le urla di amici e mamma, “Scappa, Mike! Fuggi finché sei in tempo!”. Presi una direzione, non ricordo quale, e cominciai a scappare fin quando mi finì il fiato: non c’era più luce in cielo quando fermai la mia corsa; mentre correvo e acceleravo avevo negli occhi i volti ora sorridenti e spenti, di mio padre e mio fratello: quando eravamo felici, fra le nostre piccole cose, e come invece li avevo visti l’ultima volta, a terra, privi di vita con il viso coperto da sangue e polvere!».

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Adesso Mike sente mamma e sorella, più giovane di lui. «Telefonate brevi – puntualizza – più lunghe costerebbero una fortuna, ma al momento me le faccio bastare: ci sentiamo, ci chiediamo “Come stai? Stai bene?” e una volta incassato il “Sì!” ci salutiamo, fine delle conversazioni».

Cosa faceva Mike a casa sua. «Studiavo, papà con mille sacrifici voleva che studiassi e diventassi un intellettuale, uno che non facesse la sua stessa vita nei campi, che però amavo frequentare con lui nel fine settimana, non appena lo studio delle scienze (un po’ come il nostro liceo, ndr) che svolgevo nella scuola secondaria me lo consentiva; andavo con lui, raccoglievo gli ortaggi che papà avrebbe poi rivenduto». Vigile urbano, ma in alternativa gli piacerebbe svolgere un altro lavoro. «Lavorare al mercato – dice fiero – ho una certa conoscenza di frutta e ortaggi, so distinguerne la bontà e, penso, di avere una certa pratica nella vendita, altro insegnamento che mio padre mi ha lasciato in eredità».

Cosa fa Mike, qui. «Ho frequentato il corso di alfabetizzazione curato da “Costruiamo Insieme”: adesso sono pronto a tornare fra i banchi a studiare materie a me non del tutto estranee, ma l’approccio con i libri sarà sicuramente diverso, già lo so… è il primo passo per l’integrazione, voglio frequentare la scuola di formazione e imparare a fare il meccanico, altra mia passione: quando pensiamo all’Italia nel nostro Paese spesso pensiamo alla Ferrari, sogniamo un giorno di vederne sfrecciare una sotto il nostro naso: non di salirci a bordo, vederla solamente, magari farci una foto…».
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Il viaggio di Mike dopo quella fuga senza più fiato. «Arrivato in Libia, fortunato nell’avere incontrato gente a modo che mi ha fatto fare lavori di muratura, pulizia e giardinaggio per farmi guadagnare un po’ di soldi per pagare il viaggio per la libertà. Dopo tre mesi di sacrifici, anche saltando il pasto, i soldi giusti per imbarcarmi su un gommone: eravamo in centocinquanta, destinazione Sicilia; ci siamo arrivati su una nave militare italiana, il Cielo la benedica, dopo dodici ore di mare aperto senza più vedere all’orizzonte la Libia e l’Italia. Sbarcati in Sicilia, l’ultimo tratto in bus per Taranto; ora sto provando a ridisegnare il mio futuro: vigile, meccanico, uomo di fatica ai mercati generali, fruttivendolo, qualsiasi cosa possa fare è sicuramente meglio in confronto a botte, coltellate e fucilate. Cerco quel rispetto, anche minimo, che mi ha negato con dolore e sangue il mio Paese!».

«Contrario al respingimento»

Pierfranco Bruni, scrittore e operatore culturale

«Ragazzi da accogliere, formare, educare. Dobbiamo sforzarci a fare di più e non dare una parvenza di accoglienza umanitaria. Ospitare significa integrare». Come è cambiata la politica, gli studi e i saggi sul mondo popolare. L’impegno amministrativo ed economico per rilanciare un territorio ricco di beni culturali.

«Sono contrario al respingimento: questi ragazzi vanno accolti, formarli, educati, attraverso una stretta collaborazione con gli Stati da cui questi emigranti provengono». Pierfranco Bruni, operatore culturale, poeta e scrittore, autore di saggi, con un passato da politico, manifesta senza giri di parole il suo punto di vista sull’accoglienza. «Giovanni Pascoli soleva dire che la nostra cultura “frontaliera” rimane sempre il Nord Africa; e se lo diceva un poeta così grande, bisognava e bisogna credergli ancora oggi».

Sempre a proposito di accoglienza, Bruni. «Dobbiamo creare una cultura di accoglienza in termini positivi. Da venti anni mi impegno nei progetti sulle culture etniche. Noi abbiamo accolto malvolentieri, quasi a voler dare una parvenza di accoglienza umanitaria. Ci vorrebbe, invece, una ospitalità dettata da un respiro molto più ampio. Accogliere significa integrare: non solo quanti vengono da noi, ma provare a interagire con i loro Paesi di provenienza».

Bruni, operatore culturale prestato alla politica. Cosa è cambiato nella politica in questi anni?

«La dialettica e il modo di affrontare i problemi. Strutturalmente è crollato il sistema dei partiti: dal partito classico si è passati al movimento per provare a fare opinione, anche se in molti casi – a mio avviso – questi non solo non fanno opinione, ma non creano una vera e propria dialettica; alla base non hanno il pensiero forte, il confronto; non hanno la base culturale e, dunque, non sanno confrontarsi sui sistemi politici veri e propri.

I problemi non possono essere affrontati dall’oggi al domani senza una piattaforma di pensiero. Ogni problema, dalla legge Fornero – faccio un esempio – alla questione occupazionale, non può essere risolto senza avere alla base un pensiero culturale ben preciso; cosa vogliamo fare delle vecchie generazioni? Mandarle in pensione a settanta anni? Sembrano dettagli, ma credo che questi, alla fine, vadano a creare un tipo di società diversa»

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Italia, Europa.

«Commettiamo un grave errore intervenendo nel dibattito fra l’essere o non essere “europei”, uscire o non uscire dall’Europa o meno: è molto effimero, oggi dobbiamo parlare di internazionalizzazione di sistemi dal punto di vista del pensare; siamo più mediterranei che europei».

Industria e turismo.

«Ho fatto una grande battaglia come impresa intesa come economia e beni culturali, investimenti sulla cultura. Sono sfuggiti parametri, come sapere investire nella politica culturale, che non significa fare un convegno o una mostra. Significa investire in termine di eventi internazionali: se noi portiamo a taranto un evento già realizzato a Bologna o Catanzaro, per fare un esempio, non è un vero progetto culturale. Possiamo realizzare un progetto simile se alla base abbiamo un’economia che avverte l’importanza di investire sui beni culturali. Invece assistiamo a piccole operazioni di cabotaggio in cui economia politica o politica dell’economia e della cultura stiano insieme: non possono, però, reggere in quanto gli eventi di giro non portano ad una valorizzazione del territorio. Gli investimenti devono essere radicati in un territorio, in una città che ha risorse, vocazioni, ma che vengono masticate e fagocitate dalla mancanza di un vero investimento. In questo senso il Museo nazionale della Magna Grecia è una forza forza trainante per il territorio, dunque deve avere il coraggio di investire ancora più di quanto non abbia fatto finora».

Il progetto che ti ha entusiasmato quando ti sei speso per la cultura.

«Il Magna Grecia Festival. Organizzato per tre anni, è stato un esempio di come gli eventi poi rappresentati nascessero a Taranto: venivano realizzati per Taranto e poi cancellati per qualsiasi altro programma; non c’era un discorso di giro, chiunque avesse voluto vedere uno spettacolo in cartellone, avrebbe potuto vederlo solo qui; non solo assessore, ma anche direttore artistico: le performance volute per quel festival appartenevano solo alla manifestazione tarantina. A tale proposito, ricordo una polemica con Bari: Raffaele Paganini doveva fare uno spettacolo solo per Taranto, qualcuno chiese un bis per il capoluogo di regione incassando un no secco».

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A Taranto si torna a parlare di Leonida.

«Chi ne parla ha un punto di riferimento nel progetto che insieme con altri promotori sto portando avanti a proposito del Cinquantenario della scomparsa di Salvatore Quasimodo, vedere cioè l’influenza di Leonida nell’opera di Quasimodo; quanto un poeta che ha cantato le sponde di Taranto, ha influito sulle opere di un premio Nobel».

Saggi e libri, riflessioni su artisti come Battisti, De André, Califano e altri. Quali sono i punti di contatto fra il mondo del popolare e la cultura.

«Spesso, in modo errato, si è pensato che la musica leggera fosse elemento di serie B, sbagliato: la cultura popolare è parte integrante di una cultura nazionale, la prima non può esistere senza la seconda. Fra gli altri, mi hanno appassionato: Franco Califano, mi ha stupito il suo recuperare la romanità, i codici popolari che viviamo nei quartieri; De André che ha recuperato la cultura genovese, come Battiato ha fatto con la cultura del Mediterraneo, introducendo in quella islamica, positiva, il mondo arabo».

Progetti e studi che la stanno appassionando.

«Ovidio e il Mediterraneo. Credo che Ovidio sia ancora attuale, ha messo in rapporto il Mediterraneo greco con quello latino. Duemila anni fa aveva letto lo scontro tra Oriente e Occidente. In questi giorni è uscito un mio libro, “Nelle notti di Ovidio”: immagino le notti in esilio a raccontare la sua esistenza che passa dalla Sicilia, la Magna Grecia, Cartagine, il mondo egiziano e quello latino. Poi la cultura antropologica esistente in Pirandello che in Dannunzio. Può sembrare strano lo studio di due autori contemporanei, ma nei loro scritti non ci sono solo le grandi opere, ma anche una mediterraneità profonda anche dal punto di vista del linguaggio. Il nostro obiettivo sarà quello di portare questi due grandi autori nelle scuole».