«Spettatore di scene toccanti»

Lucio Lonoce, presidente del Consiglio comunale di Taranto

«Non dimenticherò mai le scene dello sbarco di profughi siriani. Il sindaco Melucci, massima attenzione alla politica dell’accoglienza. Le istituzioni svolgono con impegno il loro mandato». Industria e ambiente. «Salvaguardare la salute, tutelare il lavoro in una città che chiede occupazione».

«L’ex sindaco Ippazio Stefàno è stato molto attento alla politica dell’accoglienza di extracomunitari; lo stesso posso dire circa l’attenzione rivolta dall’Amministrazione guidata dal sindaco Rinaldo Melucci, con in prima linea l’assessorato ai Servizi sociali». Diciotto anni di attività politica al Comune di Taranto, Lucio Lonoce, già consigliere comunale e consigliere di amministrazione Amiu, assessore ai Lavori pubblici e vicesindaco nella Giunta-Stefàno, compie una personale ricognizione sul tema dell’accoglienza a Taranto. Oggi Lonoce, nell’Amministrazione del sindaco Melucci, riveste il ruolo di presidente del Consiglio comunale.

«Lo stesso primo cittadino – riprende Lonoce – è molto attento al tema dell’ospitalità, perché tali ritengo gli extracomunitari, “ospiti”; sono stato spettatore del primo sbarco a Taranto di gente in arrivo dalla Siria: ho assistito a scene toccanti; un plauso va rivolto a molti miei concittadini, che hanno avuto un ruolo importante nell’accogliere gente in fuga da Paesi in cui si patiscono fame e persecuzioni politiche: la nostra città ha un cuore enorme; lo stesso importante ruolo hanno associazioni e organizzazioni che svolgono professionalmente attività nei Centri di accoglienza». Non più tardi di pochi giorni fa, ricordiamo al presidente del Consiglio comunale, il sindaco Melucci ha fatto visita alla comunità islamica, senza fare cassa di risonanza. «Il nostro primo cittadino fa un lavoro oscuro; garantisco sul suo lavoro e quello dei consiglieri impegnati nelle diverse commissioni; massima trasparenza all’attività amministrativa viene data anche mediante i diversi social nei quali vengono riportati ordini del giorno, interrogazioni, mozioni, question time; a proposito degli extracomunitari, proprio dal vostro sito avevo appreso della sua visita alla moschea cittadina, quando nell’occasione ha definito i musulmani “nostri fratelli”, espressione che sento di sottoscrivere».

Foto Articolo Lonoce 02

Assessore ai Lavori pubblici, oggi presidente del Consiglio comunale. Quali le differenze nei ruoli di assessore e presidente? 

«Non credo ci siano differenze sostanziali; non faccio distinzione di ruoli, trovo importante invece – qualunque sia il ruolo istituzionale – il confronto con i cittadini; con questi ho avuto sempre un rapporto speciale, trovo che per un politico sia fondamentale avvicinare la gente per conoscere, dai veri protagonisti della vita cittadina, quali siano i problemi di un territorio: e le istanze, in questo caso, oscillano dai piccoli ai grandi problemi, dalla buca sulla strada ai temi del lavoro.

Dal punto di vista tecnico, evidentemente, cambia il senso di responsabilità; al presidente del Consiglio comunale spetta presiedere e far rispettare gli interventi all’interno del consesso cittadino; non ultimo l’impegno nel far rispettare all’interno di una dialettica vivace, il dibattito sull’approvazione del Bilancio rispetto al quale i revisori avevano sollevato qualche perplessità: grazie all’impegno di tutti, oggi Taranto tira un sospiro di sollievo: insieme stiamo scacciando lo spettro del dissesto».

E’ intervenuto in qualche occasione per smorzare toni polemici. 

«Durante il Consiglio comunale il mio impegno super partes mi invita a rivestire anche il ruolo di moderatore; quando gli animi raggiungono temperature elevate, richiamo i colleghi a un più alto senso di responsabilità; la città ci guarda, i tarantini che hanno riposto fiducia nel nostro operato attendono risposte concrete».

Passo indietro, ai tempi del suo assessorato ai Lavori pubblici. C’è una incompiuta?

«Palazzo degli Uffici, immobile nel cuore del Borgo; ma il Comune non ha colpe rispetto al ritardo registrato nei lavori: le attività di riqualificazione erano appannaggio di una società bloccata a seguito di una interdizione mafiosa; secondo legge, il Comune è intervenuto con una delibera bloccando i lavori».

 Foto Articolo Lonoce 03

Sempre al Borgo, a breve lo storico teatro Fusco sarà riconsegnato alla città.

«C’è una continuità amministrativa rispetto al recente passato, l’assessore De Paola sta portando a compimento gli ultimi dettagli perché uno dei nostri teatri storici venga riconsegnato alla città; poi, le opere che ho seguito e mi hanno inorgoglito sono diverse: la riqualificazione delle cinque scuole comunali del quartiere Tamburi; la risoluzione della famosa “doppia curva” di San Vito, che rappresentava un pericolo costante per automobilisti e pedoni residenti nella zona; sono state asfaltate per la prima volta strade nel quartiere di Talsano e Paolo VI; i lavori nelle piazze cittadine sollecitando anche l’intervento di sponsorizzazioni».

Anche questa Amministrazione sta ponendo attenzione agli interventi di riqualificazione. 

«Sta intervenendo in modo più che significativo. Parliamo di circa tre milioni di euro, rispetto al milione e duecentomila euro di partenza, per interventi nell’ultimo tratto di viale Magna Grecia e a marciapiedi e strade».

Questione Ilva. Il sindaco Melucci è intervenuto con autorevolezza. Si è assunto responsabilità rispetto al rapporto città-industria.

«Continuo a frequentare il quartiere Tamburi, associato suo malgrado all’industria; non esistono colori politici, la priorità spetta ad ambiente e salute; massima attenzione, però, va posta anche ai posti di lavoro: la città chiede occupazione e rischia di perdere giovani alla costante ricerca di futuro; la buona notizia: negli ultimi confronti in Consiglio comunale, governo e opposizione hanno parlato la stessa lingua; nessuna demagogia circa la chiusura “a prescindere” della fabbrica di acciaio più grande d’Europa; occorre, piuttosto, impegnarsi a trovare serie alternative, attivarsi nel creare nuovi posti di lavoro in un territorio che ha fame di occupazione».

«Pane, frustate e veleno»

Chinyere, diciotto anni, nigeriano

«Una famiglia decimata dalla violenza, ho visto morire tre fratelli sotto i miei occhi; scudisciate da mio zio, dai miei carcerieri e dai miei “padroni”. Poi in Libia, un carceriere mi libera e un uomo, in cambio di lavoro, mi mette a bordo di un gommone: tanta paura!». Moglie e figlio attendono sue notizie.

Foto-Articolo«Cresciuto a pane e frustate, più frustate che pane!», racconta Chinyere, nigeriano, diciotto anni, sposato, padre di un bimbo. Una famiglia sterminata da una cattiveria indescrivibile. «Tre fratelli, trattati allo stesso modo, morti ammazzati, avvelenati, evidentemente diventati un peso, erano tre bocche da sfamare e a mio zio, che ci dava da mangiare in cambio del nostro lavoro, non andava più bene…». Le frustate, da giovanissimo, sono state il pane quotidiano di Chinyere: le ha prese dallo zio, dai libici che lo hanno imprigionato, dal datore di lavoro al quale veniva quotidianamente consegnato, come fosse un pacco, per svolgere qualsiasi cosa: raccolti nei campi, pitturazione di case, edifici e così via. Ovunque ci fosse da spezzarsi la schiena, Chinyere era lì. E se per un giorno sul posto di lavoro non aveva incassato frustate, al ritorno dai campi una robusta razione di scudisciate gliela riservava lo zio. Insomma: dolore e cicatrici, a prescindere. «Era il suo modo per mettere le cose in chiaro: qui comando io – diceva –  devi respirare solo se ti autorizzo!».

Moglie e figlio di Chinyere sono rimasti a casa, attendono sue notizie. Lui è appena arrivato in Italia, da una manciata di giorni, ha fretta di sentire i suoi congiunti (non ha ancora un cellulare) e di imparare l’italiano. «Giro per strada– dice – avverto una sensazione di isolamento, non posso parlare con la gente di qua, non mi allontano dal Centro di accoglienza, diventerebbe complicato chiedere una informazione per tornare nel posto in cui sono ospite». Ci pensa Abdoullah, uno degli operatori di “Costruiamo Insieme” a fare da interprete, a trovare le parole giuste per raccontare la storia di questo ragazzo, diventato grande per forza di cose. «Mi hanno insegnato che le parole vanno misurate», spiega Chinyere, «basta dirne una al momento sbagliato ed è la fine; oggi cerco quella da pronunciare al momento giusto, perché la mia vita adesso comincia a prendere una piega diversa da quella che andava assumendo nella mia Nigeria».

IMG_1901

UNICA LEGGE: LA VIOLENZA

«Andavo a scuola – riprende – frequentavo le medie, poi, giovanissimo, ho dovuto abituarmi alla schiavitù; funzionava così: la mattina mi svegliavo prestissimo, subito al lavoro, c’era chi aveva bisogno di braccia per i campi, rimettere a posto casa, mio zio aveva contrattato il mio impegno giornaliero».Chinyere pensa di farla finita, per lui quella non è vita. Lui e i fratelli erano come un pegno nelle mani dello zio. Questioni di eredità. L’unica legge, lì, è la violenza, non hanno di che sfamarsi, vanno a vivere con quel parente scomodo e violento. «Non ci ha mai voluto bene – ricorda – siamo stati trattati come schiavi, eravamo la sua fonte di guadagno; alla fine, quando siamo diventati un peso, è successo qualcosa di tremendo: uno dopo l’altro, i miei fratelli si ammalavano e morivano; scoprii che quanto mangiavamo era contaminato, avvelenato; li ho visti esalare l’ultimo respiro sotto i miei occhi».Quando Chinyere capì cosa stesse accadendo, cominciò a rifiutare il cibo. E, tanto per cambiare, giù frustate. Fino a quando non prese il coraggio a due mani. «Morire lì o lontano da casa, era la stessa cosa, tanto rischiare la fuga; ci riuscii, ma non mi andò certamente meglio quando arrivai in Libia: io e altri in fuga dalla Nigeria, fummo accerchiati, fatti prigionieri e reclusi in un campo; ci svuotavano le tasche alla ricerca di denaro, ma non avevamo niente, fino a quel momento ci eravamo sfamati con quello che trovavamo per strada, ci offriva qualcuno di buon cuore in cambio di un lavoretto; non avendo soldi, dunque, per i libici che ci tenevano sotto chiave diventammo mano d’opera: al mattino ci consegnavano al migliore offerente, nostro datore per un giorno; dovevamo imparare in fretta un mestiere, altrimenti erano guai: mi specializzai nella pitturazione, tanto che avevo richieste, ma, niente soldi, a fronte del lavoro che svolgevo avevo in regalo praticamente un giorno di vita in più insieme con una razione di cibo».

IMG_1863

IL MARE, UNICA VIA DI SALVEZZA: BERE O AFFOGARE…

Una prigionia, fino a quando uno dei suoi aguzzini, si mosse quasi a compassione. «Mi vide stanco, ferito, mi indicò l’uscita della prigione e fece cenno di andare via: se ce l’avessi fatta a sopravvivere, tanto meglio per me…». Chinyere, poco per volta, si riprese, si rimise in sesto e, in qualche modo, sul mercato. «Per un tozzo di pane ero disposto a fare qualsiasi mestiere, era la sola cosa che potesse tenermi in vita: un uomo si prese cura di me, lavorai anche per lui, finalmente senza frustate, il tempo che riteneva giusto per assicurarmi in cambio un viaggio per l’Italia; un viaggio su uno dei tanti gommoni, “bagnole” che imbarcavano acqua e profughi; trovai posto con altri centocinquanta, una quantità enorme: non esistevano altre vie di fuga, come dire “bere o affogare”».

Quella “camera d’aria” era una scommessa. «Non c’era altra soluzione, imbarcarci o restarcene in Libia, a spezzarci la schiena per una razione di cibo, prendere botte, a fare da tiro a segno a bande di ragazzini armate fino ai denti; così, ringraziai, chi mi aveva fatto lavorare in cambio di quell’occasione e pregai il cielo che quello non fosse l’ultimo viaggio».

Chinyere con i centocinquanta amici di sventura, ci prova. «In mare aperto, onde impressionanti, sbattuti come canne al vento, mai vista una cosa simile; in quelle condizioni non avevamo scampo, solo un miracolo poteva salvarci: anche se sai nuotare dove vai? Veniamo presi a bordo da una nave mercantile tedesca, fine dell’incubo. Se ci penso, oggi, mi viene una paura matta: non lo rifarei, se non sapessi come è andata a finire».

Lettera a mia madre

Auguri a tutte le mamme del mondo

Adorata mamma,

so che non sono il figlio che avresti desiderato e, sono certo, non ti ho mai detto neanche che ti voglio un sacco di bene.

Anzi, no. Non ti voglio bene!

E’ una cosa diversa dal voler bene, perché puoi voler bene ad una persona altra ma la mamma è un’altra cosa.

E neanche ti amo, perché l’amore è un sentimento altro, è un’altra cosa.

Non so descrivere l’imprescindibilità della tua figura e della tua presenza racchiudendola in una parola: anche se mi vedi sempre scrivere o leggere, questa cosa non la so fare!

Non trovo le parole e non mi voglio nascondere dietro un racconto.

Semplicemente, non so come si dice, come si scrive, una “cosa” che porti dentro da sempre e dalla quale non ti separerai mai e della quale non puoi fare almeno.

Come scrissi in occasione della festa del papà su San Giuseppe, neanche Maria se la passava tanto bene dovendo gestire un bambino che si chiamava Gesù!

Con tutti i dovuti distinguo e lungi da ogni eresia o blasfemia, lo so che anche io sono stato “irrequieto” e che di problemi ne ho dati e creati parecchi nei miei quasi 50 anni. 

E continuo, nonostante i consigli quotidiani: ma la colpa se non è tua e neanche mia, si può addebitare solo all’ostetrica e al ginecologo che qualcosa hanno sbagliato al momento del parto! Anche perché papà è un santo uomo e, sicuramente, non è colpa sua.

Ma il paragone (non oserei mai!), non è fra me e Gesù ma, piuttosto, fra te e Maria non fosse altro che per la capacità di sopportazione di dispiaceri, dolori, angoscia provocata dai figli.

Neanche tu, però, sei assimilabile a Maria!

Non penso che Maria abbia mai rotto cucchiaia di legno o lanciato zoccoli a Gesù provocando anche parecchio dolore fisico e lasciando segni che ancora oggi sono testimonianza!

Per l’amor di Dio (giusto per restare in tema), tutto meritato, come dire, guadagnato sul campo.

E sono colpi che ancora oggi non risparmi: la mira lascia a desiderare ma è anche colpa dell’età!

Vedi, nonostante tutto quello che fai ogni giorno per me e quello che di immateriale mi dai ogni giorno, non so neanche se ti voglio bene perché, dirti ti voglio bene mi sembra così riduttivo e insignificante, “massificante” (e qualche giorno fa mi hai chiesto che significa perché leggi anche le cose che scrivo), che no te lo dico.

Tu sei mia madre e, in quanto tale, al di fuori da qualsiasi cosa catalogabile.

Non perché mi hai messo al mondo!

Quando troverò una parola che abbia un significato che vada oltre “ti voglio bene”, te la dirò. 

«Ho ripreso a sorridere»

Alex, ventiquattro anni, nigeriano

«Sono scappato, volevano ammazzassi i miei genitori. Una questione di sortilegi e ignoranza, da cui anche io sono stato perseguitato. Fuga dal mio villaggio, derubato dei risparmi in Libia, poi il viaggio per l’Italia pagato con sette mesi da falegname».

«Volevano sacrificassi la vita di mio padre e mia madre, unico sistema perché continuassi a lavorare, fare l’autista di un camion con il quale trasportavo bevande». Da non crederci, ma in alcune zone della Nigeria, sopravvivono credenze popolari, sortilegi, qualcosa vicino alla macumba. La sfortuna non finisce lì. In Libia, poi, l’incontro con la persona sbagliata alla quale consegna i suoi risparmi in cambio di un posto su un gommone. L’uomo sparisce insieme al denaro.

Andiamo per ordine, prima vicenda spiegata dallo stesso protagonista. Alex, ventiquattro anni, papà, mamma e cinque fratelli rimasti in patria, è ospite di un Centro di accoglienza straordinaria di “Costruiamo Insieme”, racconta una storia sconcertante. «Per migliorare la mia posizione sociale e lavorativa secondo i miei datori di lavoro avrei dovuto compiere, a loro dire, un “atto di coraggio”: sacrificare cioè la vita dei miei genitori; naturalmente non ho accettato; da quel momento è cominciata una vera persecuzione nei miei confronti: licenziato a causa del mio rifiuto mi sono visto chiudere porte in faccia, qualsiasi altra occasione di lavoro mi era stata preclusa, così non mi restava che cambiare aria».

Foto-Storie-01

Ma non è finita, nel frattempo la sciocca maledizione fatta circolare dai suoi ex “datori”, aveva interessato anche lo stesso Alex. Insomma, genitori e figlio erano diventati di colpo una minaccia per chiunque li avvicinasse. «Dalle mie parti c’è ancora molta gente – spiega il ventiquattrenne nigeriano – che crede in queste cose, sortilegi, riti per scacciare presunte anime possedute dal demonio». Non lo salva nemmeno la sua fede cristiana. «Molti sono di fede cristiana nel mio Paese – spiega – ma non so cosa in realtà accada nella testa di quanti mescolano in modo disinvolto sacro e profano; fame e povertà, mista a una grande ignoranza, non bastano a giustificare gente che si rifugia nel destino, buono o cattivo, questo dipende dal loro personale punto di vista».

Così Alex molla lo sterzo di uno di quei camion che trasferiscono da un capo all’altro della sua cittadina, Auchi, centinaia di casse di preziosa “Pepsi”, e un futuro tutto sommato soddisfacente. «Guadagnavo, avevo ambizioni nel mondo del lavoro; questo, forse, è stato il mio principale errore, amare quello che facevo e una prospettiva di una vita serena che mi ripagasse dei tanti sacrifici».

Foto-Storie-02

Arrivato in Italia pochi giorni fa, lo scorso 24 aprile, insieme a più di un centinaio di emigranti, Alex non ha dunque coronato il suo sogno nigeriano.«Magari trovassi qui un lavoro simile a quello che svolgevo in Nigeria – si augura – potrei iniziare con la stessa attività per cominciare a pensare a un futuro tutto nuovo». Non avrebbe amici, Alex. «Ce li ho – coregge – ma tutti compagni di lavoro con i quali non facevo che parlare dei viaggi faticosi cui ci sottoponevamo; a fine giornata ero distrutto da più di una decina di ore trascorse a bordo di un camion e da parole, parole e ancora parole sull’attività che ognuno di noi svolgeva sulla strada; per il resto, la gente con cui scambio due chiacchiere, ora, sono miei connazionali con i quali sono ospite di un Centro di accoglienza; ho nostalgia di casa, dei miei genitori e dei miei cinque fratelli rimasti nel villaggio: sono stato costretto ad andare via, la mia vita stava diventando un inferno».

Screditato agli occhi di chiunque, Alex ha preso il coraggio a due mani ed andare via. «Avevo un po’ di risparmi da parte – racconta Alex, altra storia sconcertante – per pagarmi il viaggio per l’Italia e poi viaggiare per l’Europa in cerca di quella fortuna che con me fino a quel momento era stata avara; arrivato in Libia, mi informo, chiedo chi dietro compenso possa aiutarmi a imbarcarmi per l’Italia: incontro un signore, a prima vista rassicurante, mi spiega che è lui la persona giusta e che in un baleno mi metterà sul primo gommone in partenza per l’Italia; c’è un solo particolare, superato il quale potrò già considerarmi con un piede in Europa: consegnargli i miei risparmi, al cambio più o meno cinquecento euro, che sarebbero serviti anche per ripagare il proprietario del gommone; per farla breve, spariscono insieme l’uomo e il denaro». Come il Gatto e la Volpe di Collodi nel celebrato “Pinocchio”: soldi e malfattori volatilizzati in uno schiocco delle dita. Foto-Storie-03

Alex e il piano B. Stavolta la seconda chance si presenta nelle vesti di una persona che promette e mantiene. Se non altro non chiede soldi, intanto perché Alex non ha più un centesimo, e poi perché assicura al ragazzo un pasto quotidiano. L’uomo della seconda occasione non cerca però un autista. «Infatti – spiega il ventiquattrenne nigeriano – mi invento falegname, riparo mobili per sette mesi, alla fine il giusto prezzo – secondo il mio “benefattore” – per essere accompagnato a Tripoli, dove era in procinto di partire per il mare aperto un gommone con a bordo più o meno centotrenta “passeggeri”: non siamo gli unici ad essere in balia delle correnti, a breve distanza ci sono altre due imbarcazioni di fortuna come la nostra; interviene una nave, presumo italiana, e salva tutti noi». Finalmente in Italia, lontano da sortilegi e istigazioni omicide, perfino da truffatori. La vita per Alex comincia a ventiquattro anni. «Voglio trovare un posto di lavoro, qui o altrove non importa, sicuramente lontano dall’ignoranza e da persone prive di scrupoli: grazie all’Italia ho ripreso a sorridere!».

I padroni della terra

Il fenomeno del Land Grabbing

Mi hanno sempre preso in giro dicendo che se per sbaglio un giorno dovessi diventare ricco avrei grandi difficoltà a comprendere l’entità della ricchezza tanto è nota la distanza fra me e i numeri.

Figuratevi quale possa essere la mia capacità di decifrare i numeri contenuti nel Primo Rapporto Focvis (Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario di oggi fanno parte 82 Organizzazioni che operano in oltre 80 paesi del mondo) sul fenomeno del Land Grabbing ovvero “accaparramento della terra”.

Qualche tempo fa, rigettando l’idea che le persone possano essere oggetto di classificazioni e contestando il concetto di “migrante economico”, ho scritto sulle cause ambientali che spingono masse di persone a spostarsi dai propri Paesi di origine.

Oggi, seppure li riporto, i numeri di questo studio spostano la mia attenzione su un altro tema che inquina il senso comune con la semplice quanto deplorevole affermazione “perché non se ne stanno a casa loro?”.

Allora, seppure con i numeri ho un cattivo rapporto, qualche volta i conti mi tornano se penso ai danni prodotti da una società che si rivela “respingente” senza assumere alcuna responsabilità sugli effetti.

Per spiegare questo fenomeno attualissimo ai miei figli ho usato una metafora: in casa siamo in sei e se ci mettiamo in fila indiana con la mamma davanti e io per ultimo e inizio a spingere e catena tutti spingono, un passo alla volta ci troveremo tutti in un’altra stanza!

In coda a questa fila indiana oggi nel mondo a spingere ci sono multinazionali e regimi che stanno depredando le ricchezze più grandi nei Paesi più poveri: le terre fertili e l’acqua, in primis.

Non so immaginare quanti siano 88 milioni di ettari di terra, ma sono quelli “accaparrati” dai padroni della terra.

Riporto dal sito della Focsiv una sintesi del rapporto anticipando solo una chicca: l’Italia non è estranea a questo fenomeno col suo bel milione e centomila ettari di terra sparsi in 13 Paesi.

Secondo il Primo Rapporto “I padroni della Terra. Il land grabbing.” di FOCSIV in collaborazione con Coldiretti, presentato a Bari al Villaggio Contadino di Coldiretti, dagli inizi di questo Millennio il fenomeno del Land Grabbing, l’accaparramento di terre fertili, è andato in crescendo a danno delle comunità rurali locali; a perpetrarlo Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie ed immobiliari internazionali che in questi anni hanno acquistato o affittato 88 milioni di ettari di terre  in ogni parte del mondo, un’estensione pari a 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador.

La maggior parte dei contratti conclusi, trasnazionali e nazionali, riguardano gli investimenti in agricoltura, ripartiti in colture alimentari e produzioni di biocarburanti, a seguire lo sfruttamento delle foreste e la realizzazione delle aree industriali o turistiche.

Tra i primi 10 paesi maggiori investitori oltre agli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Olanda, vi sono quelli emergenti come la Cina, l’India ed il Brasile, ma lo sono anche paesi petroliferi come gli Emirati Arabi Uniti oppure la Malesia, Singapore ed il Liechtenstein, che spesso si prestano come piattaforme offshore ad operazioni finanziarie per le aziende  multinazionali internazionali. Tale situazione è più evidente nel caso delle Bermuda, delle Isole Vergini, delle Mauritius, delle Isole Cayman, che offrono condizioni finanziarie e fiscali estremamente vantaggiose per attrarre i capitali degli operatori internazionali ed è qui che transitano flussi finanziari di Paesi terzi che vengono investiti anche in acquisti e affitti di terre nel mondo. Ad esempio, le Mauritius contano 13 contratti pari a 423 mila ettari di terra concentrati soprattutto in Mozambico e Zimbabwe.

Al contrario, tra i primi 10 paesi oggetto degli investimenti vi sono, soprattutto, i paesi impoveriti dell’Africa, come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Mozambico, la Repubblica del Congo Brazaville e la Liberia, mentre in Asia il paese più coinvolto è la Papua Nuova Guinea, ma non mancano paesi emergenti come il Brasile e l’Indonesia ed in Europa la Federazione Russa e l’Ucraina.

Anche l’Italia ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte dei quali sono stati effettuati in alcuni paesi africani ed in Romania; in generale le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare biocombustibili.

«Riscrivo la mia vita»

John, nigeriano, ventotto anni

Sognava l’insegnamento, figlio unico, studiava in una scuola d’arte, poi il dramma. «Banditi fanno irruzione nel negozietto di famiglia e ammazzano mia madre, due colpi di pistola. Anche mio zio morto in modo simile. Fu mia zia a informarmi su quanto fosse accaduto». Lacrime interminabili, l’addio alla Nigeria, i lavori nei campi del Niger, infine prigionia e fuga dalla Libia, complice una guardia carceraria».

«Due colpi in pieno viso, lei si accascia a terra, inutili gli interventi della gente che in quel momento è lì vicina!». John, nigeriano di Edo State, ventotto anni, fede cristiana, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta il tentativo di rapina che costò la vita alla mamma, quarant’anni da poco compiuti. Uno degli episodi violenti che hanno segnato la sua di vita. In famiglia qualcosa di simile, e altrettanto violento, era già accaduto. Vittima lo zio, anche lui ammazzato per pochi soldi da banditi. «La vita – riprende John– non conta niente lì, tutti fanno di tutto: da piccolo ti tocca decidere, e alla svelta, cosa fare; se nella conta di “guardie e ladri”, tu fai parte dei primi, quanti cioè rispettano le regole del vivere civile, oppure degli altri, chi invece sostiene che il crimine paghi».

John, nero come il carbone, pupille che gli spiccano sul viso, sgrana gli occhi, torna indietro nel tempo. Ai suoi quindici anni, figlio unico, e alla zia paterna che gli comunicò la notizia della morte violenta della mamma. La donna si recò a scuola a trovare il nipote. Il ragazzo seguiva le lezioni nella Scuola dell’arte, dove stava imparando a scrivere la vita in modo corretto. La zia non voleva che il ragazzo apprendesse la notizia da altri, in modo violento. Tornando a casa, per esempio, rivolgendo lo sguardo verso il negozietto di generi alimentari di papà e mamma, dove nel frattempo si era formato un capannello. John, ricorda ancora quei momenti, piange. «Per me fu un duro colpo, dal quale mi sono ripreso a malapena: la mia vita, regolare fino a quel punto, aveva subito una brusca frenata, di lì a poco intorno sarebbe cambiato tutto!».

Foto articolo Storie 02 - 1

PIANGE JOHN, «SCUSATE IL MOMENTO DI DEBOLEZZA»

Seduto a un tavolo, sorseggia un “espressino”, posa la tazza, si stropiccia gli occhi. Fa effetto vedere una reazione simile in quel ragazzone. Un italiano approssimativo, chiede scusa di quello che giudica un momento di debolezza. Ci scusiamo noi, invece: fare i cronisti, infilandosi fra le pieghe di una storia, è cosa assai complicata. Il più delle volte, dolorosa, per tutti. Ma le storie di ragazzi come John, che fuggono dal loro Paese in cerca di un angolo di cielo, possibilmente sereno, vanno raccontate. Utili, come sono, anche a quanti arricciano il naso vedendo un ragazzo nero, nonostante sia mite, aggirarsi, mani in tasca, per le vie del Borgo antico, la Città vecchia. «La zia, la faccia sconvolta – riprende il racconto – mi prese in un angolo e cominciò a raccontarmi cosa fosse accaduto poco prima: la prese larga, partendo da frasi incoraggianti, prima di arrivare alla vera notizia, agghiacciante: la morte violenta di mamma, in quel modo e per mano di tre banditi, armati di una pistola e due fucili; prima che la zia arrivasse a conclusione, ricordo, cominciò a mancarmi il fiato: ero un ragazzino, ma già capivo i grandi e quelle frasi, morbide ma con dentro cose brutte; cominciano sempre con lo stesso tono: una dolcezza che comincia a tingersi di dolore; ecco il mio sfogo, mi torna nella mente quel giorno: le parole e l’abbraccio di mia zia, il pianto di mio padre che mi stringeva forte, le sue lacrime che sfioravano il mio viso».

Ha nella mente quel dramma, come glielo hanno raccontato familiari e vicini, clienti di quella piccola drogheria. «I “miei” – racconta John – vendevano generi di prima necessità, guadagni magri, ma sufficienti ad assicurarci una vita decorosa e a farmi studiare: da grande volevo fare l’insegnante; non so, i libri mi sono piaciuti fin da piccolo e l’idea di insegnare a qualcuno i valori della vita, mi ha sempre affascinato; ora quel sogno si è infranto, quei due colpi di pistola hanno messo la parola fine alle mie ambizioni e, quel che più conta, alla vita di mia madre».

Foto articolo Storie 01 - 1

«HO RIMESCOLATO I MIEI SOGNI»

John rimescola i suoi sogni, torna alla sua scelta, scappare dal suo Paese, pensare a un futuro lontano da regole violente. «Studiavo, giocavo al pallone, ma quei campetti di calcio non facevano più al mio caso, avevo perso la serenità, il sorriso; ero andato a vivere a casa della zia, fino a quando una malattia incurabile mi portò via anche lei; papà, nel frattempo, stava provando a rifarsi una vita, aveva una nuova compagna e io, figlio unico, potevo scegliere in modo autonomo, se restare – in quel clima da guerriglia urbana – oppure andare via, cercare fortuna».

Il suo viaggio, John lo tiene scolpito nella mente, giorno per giorno. «Arrivato in Niger – spiega – fui ospite di un signore che aiutai nei campi, una settimana: in cambio mi accompagnò ai confini con la Libia, passaggio obbligatorio per lasciare l’Africa e cominciare a vedere quella speranza della quale, da anni, parlavo con i miei amici; sette mesi in Libia, più o meno la metà fatta di grande sofferenza, tre mesi e due settimane recluso con miei connazionali in una prigione improvvisata».

«Sono stato picchiato – mostra le cicatrici John – torturato con un coltello: ho i segni addosso, sul naso, il resto del viso, sulle braccia; avevamo fame e ci passavano un piatto di spaghetti condito da un medicinale che ci indeboliva perché ci passasse la voglia di scappare; poi, un bel giorno, uno dei carcerieri, mosso a compassione, una notte ci fece fuggire; arrivati a Tripoli, io e miei compagni di fuga, ci riunivamo intorno a una enorme piazza: lì ogni mattina veniva gente con auto e furgoni, ci caricava e portava a lavorare nei campi; cinque mesi di lavoro, per mettere insieme i soldi utili per imbarcarci su un gommone e, finalmente, in Italia: in mare aperto, avvistati da una nave militare italiana, soccorsi e. una volta sbarcati, accompagnati a Catania; da lì viaggio in bus e l’arrivo a Taranto; qui è cominciata la mia nuova vita: guardo al passato con tristezza, più che con nostalgia, e al futuro con speranza».

“Una sfida da vincere”

L’accoglienza secondo Dante Capriulo

ll consigliere comunale e presidente della Commissione bilancio, dice la sua. “Sono nostri fratelli, hanno avuto la sfortuna di nascere in terre dove si soffrono fame e guerra”. L’impegno dell’Amministrazione. “Ripartire con una città più unita, l’industria è il tema del momento, ma guardiamo con fiducia al futuro, a cominciare dal turismo”.

Dante Capriulo, consigliere comunale e presidente della Commissione bilancio. Il suo impegno nell’accoglienza nasce in modo singolare, in un campo di calcio.

Abbiamo adottato in una nostra squadra di calcio dei ragazzi extracomunitari, dando loro una divisa, un paio di scarpette; giocavano in un campo sterrato, l’idea è venuta al tecnico Diego Lecce che ha voluto vederli in un vero campo di calcio; fra questi ce n’erano di bravi, tanto che alcuni li abbiamo anche tesserati con l’ASD Talsano; per alcuni di questi ragazzi, penso sia già un motivo di orgoglio giocare in una squadra di Promozione. Non perdiamo d’occhio, però, che il nostro lo vediamo come un impegno sociale: fare rispettare loro le regole, per esempio; svolgere opera di integrazione, certamente non farne dei fenomeni del perimetro di gioco”.

Anche sentendosi in qualche modo in minoranza, Capriulo è per l’ospitalità.

“Senza ombra di dubbio; papa Francesco nei giorni scorsi ha reso omaggio alla tomba di don Tonino Bello, il vescovo dell’accoglienza; ovviamente è un sistema che va regolamentato, è fuori discussione che non si possa vivere in un mondo senza regole: questi ragazzi che fuggono dalla guerra e dalla fame, sono nostri fratelli, nati purtroppo in un posto diverso. Dobbiamo rivolgere pertanto il nostro sguardo all’accoglienza, all’integrazione, al sentirci tutti esseri umani. E’ nostro compito aiutare chi invoca aiuto. Vero, a volte mi sento in minoranza, basti pensare ai voti raccolti dalla Lega anche a Sud, ma è una sfida che va giocata e vinta”.Foto articolo 01

Parliamo di Amministrazione locale, presidente della Commissione bilancio. Dissesto: Taranto è fuori dal tunnel?

Si incomincia ad intravedere la luce, una via d’uscita. I problemi, inutile nasconderlo, arrivano dal passato, dal dissesto più grande d’Italia in proporzione al numero di abitanti: Taranto ha registrato debiti per un miliardo di euro; oggi la parte debitoria resta, ancora da sgrossare, ma stimata intorno ai cinquanta milioni di euro; c’è poi la vicenda dei Boc (Buoni ordinari del Comune): la Corte di cassazione ha rinviato l’intero studio alla Corte d’appello per una ulteriore valutazione, quanto ha posto il Comune di Taranto in condizione di favore riconoscendo come certe operazioni del passato non fossero del tutto chiare; qualcosa di già visto e denunciato all’epoca dei fatti come consigliere di minoranza a proposito del prestito obbligazionario di 250milioni di euro. Dire che siamo fuori dal tunnel è ottimistico, ma stiamo cominciando a vedere l’uscita con grado di certezza”.

Qualche tensione in consiglio. Il suo intervento ha smorzato le polemiche: “Dobbiamo intervenire con dei ritocchi”, ha assicurato.

“Chi segue i dibattiti a certi livelli, sa che simili confronti sono fra i momenti più caldi. La coperta, purtroppo, è sempre corta rispetto alle esigenze dei cittadini; occorrerebbe il doppio delle risorse per far fronte alle istanze di questi: penso allo riasfaltare le strade, a sistemare zone degradate, a dare servizi, risposte ai servizi sociali, risolvere il problema delle case.

Esistono tanti problemi, ma non basta la sola volontà nel volerli risolvere: occorrono le risorse economiche e, da qui, nasce lo scontro sul bilancio; possiamo trovarci d’accordo sul 90% dei problemi, ma poi devi essere bravo a recuperare queste benedette risorse da stanziare; stiamo adottando una linea di risposta ad esigenze a nostro avviso fondamentali: su proposta del sindaco, Rinaldo Melucci, che riveste anche il ruolo di assessore alle Risorse finanziarie (ha la delega), abbiamo deciso di non aumentare la tassazione a carico dei cittadini; da un lato rinunciamo a risorse, praticando dunque tagli alla spesa; dall’altro, però, esiste la necessità di rispondere ad altri impegni essenziali: per esempio, i servizi sociali, con lo stanziamento di 38milioni di euro; poi intervenire sulla manutenzione ordinaria, le strade; la soluzione dei problemi sulle aree mercatali, nelle periferie della città; dobbiamo assicurare sostegno a tutti gli interventi del Cis, per ciò che attiene “personale” e “progettazione”; abbiamo pertanto cercato di definire un bilancio che aveva degli obiettivi impegnativi, cercando di utilizzare le sole risorse di cui disponevamo, facendo attenzione a non fare il passo più lungo della gamba: facile a dirsi, complicato a farsi”.

Foto articolo 02

Lei vanta esperienza, che foto oggi dà di Taranto?

“E’ una città divisa. Dal secolo scorso abbiamo contrasti irrisolti che ci hanno condotto in questa situazione. Non è un caso che sul tema dell’industria esistano due diverse scuole di pensiero: chi vorrebbe vedere su due piedi l’industria “ambientalizzata”, chi invece, senza mezzi termini, vorrebbe chiuderla; del resto anche i risultati delle ultime elezioni sono uno specchio di una città spaccata. Dobbiamo, allora, recuperare un senso di comunità; Taranto in realtà rispecchia quanto avviene su palcoscenici nazionali, una netta divisione sui temi principali. Mi viene in mente quello dell’accoglienza: cittadini contrari e cittadini a favore. Ecco, dobbiamo recuperare un senso di identità di città ed avere una visione di futuro”.

Taranto, città industriale.

“E’ ancora così, inutile nasconderlo. La “fabbrica” esiste, con i suoi dodici decreti, con i progetti di copertura dei parchi minerali che stanno proseguendo, ma anche con i contrasti: chi vuole chiuderla, chi vuole resti aperta; c’è L’Eni, il Ministero che ha autorizzato Tempa rossa: cerchiamo di impattare le ricadute di una simile decisione; la presenza della Marina militare, un’industria a tutti gli effetti, lo stesso Arsenale.

Dall’altro lato la città fa di tutto per diversificarsi nell’offerta: fare turismo, con l’ospitare navi da crociera, nobilitare le sue ricchezze, musei, mare, ipogei, Città vecchia e dunque la valorizzazione millenaria del Borgo antico. Siamo come un velivolo che vuole staccarsi dal suolo, ma che resta inchiodato a terra. Città divisa che vuole cambiare la propria storia, ma che ha difficoltà nel farlo”.

Qualche volta capita che…

Messaggi che restano e soddisfazioni che si raccolgono.

Non mi vergogno a dire che sono stato combattuto nella scelta del tema da affrontare in questo domenicale e, alla fine, è proprio un “Tema” che ho scelto anche spinto dalle parole di Papa Francesco sulla prossimità e sul messaggio che quotidianamente si può trasmettere anche senza accorgersene, frutto semplicemente dell’essere incontaminato che non frappone barriere o limiti fra il credo e il lavoro.

E il “tema” è quello che ha scritto Enrico, 16 anni, studente italiano che ha confessato quella che è una difficoltà diffusa ma superabile a ragionare su alcuni argomenti.

Voglio condividere con voi questa esperienza riportando integralmente il suo tema.

Qualche volta capita che viene a trovarci e si ferma a pranzo un vecchio amico di mia madre che fa il sociologo, è laureato in lettere e filosofia, scrive articoli e fa pubblicazioni, lavora con i pazienti psichiatrici e con i migranti e disprezza la parola “immigrati” perché dice che tutti siamo cittadini del mondo.

E, questa volta, è capitato nel momento giusto perché non avevo molte argomentazioni per affrontare il tema in oggetto e lui è sempre ricco di spunti di riflessione.

Ho approfittato dell’occasione e, devo ammettere, ho giocato anche sporco perché quando ho introdotto l’argomento ho registrato la conversazione di nascosto per non perdere nulla di ciò che avrebbe detto in proposito.

La sua prima riflessione mi ha stupito perché è convinto che i nuovi mezzi di comunicazione producono un divario profondo fra generazioni per la velocità con la quale si riproducono e che si tratta di una comunicazione anaffettiva nel senso che lo “strumento” allontana le persone piuttosto che aggregarle anche se in apparenza le fa sentire vicine e sempre raggiungibili.

Quando gli ho chiesto cosa volesse dire con queste affermazioni mi ha risposto che lui se ha voglia di sapere come sta una persona, o vuole sentirla o vuole fare semplicemente gli auguri per il compleanno la chiama o la incontra, ci parla direttamente e non usa SMS o W.A.

Su questo modo di fare nutre un disgusto profondo per esempio sulle persone che mandano, come dice lui in maniera “massiva” (che poi mi ha spiegato cosa significa ma non lo posso scrivere!) gli auguri per qualsiasi evento.

Mi porge il suo telefonino e mi chiede di guardarci dentro: ha 420 messaggi non letti! Sono rimasto stupito e ho chiesto perché non legge i messaggi e lui mi ha risposto in maniera secca: “Se qualcuno ha qualcosa da dirmi viene a trovarmi o mi chiama! Io intrattengo rapporti con le persone, non con il telefono!”.

Poi, tira fuori dalla sua borsa un mucchio di carte e dice: “Vedi, questi sono i miei appunti, le bozze dei miei articoli, le mie riflessioni, le cose che annoto di volta in volta. Senti il profumo della carta e dell’inchiostro quanto è intenso? Prova la sensazione che si sente a toccare questi fogli. Loro resteranno e invecchieranno, si ingialliranno e non moriranno quando qualcuno li riscrive su un PC . E guarda la bellezza delle cancellature fatte con la penna, sotto ci trovi i ripensamenti, la traccia di una riflessione che un PC non ti da”.

Io resto ad ascoltare mentre registro tutto per fare questo compito e lui, che si era accorto di tutto, mi dice: “Le nuove tecnologie ci stanno rendendo vecchi prima del tempo, ovvero fuori o vittime dei nuovi sistemi di comunicazione. E io in tutto questo vedo la degradazione e la mortificazione dei rapporti fra le persone!”

Ridendo e facendomi capire con un gesto che si era accorto che stavo registrando la conversazione con il telefonino per scrivere questo tema mi ha detto:”Non era più semplice e onesto chiedermi una intervista?”.

Ho provato vergogna perché poi abbiamo parlato, anzi ha parlato, della materializzazione di qualsiasi cosa, anche dei sentimenti, perché dire ad una persona “ti voglio bene” è diverso da mandare una faccina anonima sul telefono.”

Qualche giorno dopo ci siamo rivisti e gli ho chiesto del “tema” sul quale non aveva argomenti.

Mi ha dato la “brutta copia”, quella scritta a mano, quella che profuma.

Quella che conserverò fra le tante carte che profumano.

«Lavora e zitto!»

Yankouba, maliano, esperienza agghiacciante

«Altrimenti botte». Un classico quando si cade nelle mani di aguzzini. «Due mesi di lavoro, non ci davano da mangiare anche per tre giorni di seguito: guai a svenire…». Nessun titolo di studio, papà perso a causa di una malattia. «Sono stato investito vicino casa, poche cure e poi dimesso: trovassi un lavoro, soldi a casa per aiutare mio fratello piccolo a studiare». Riconoscente alla Marina italiana.

FOTO STORIE 04 - 1 copia«Lavora e fai silenzio!». Nessuno si azzarda a parlare, i ragazzi di pelle nera rastrellati in Libia per strada vengono convogliati in uno stanzone di un edificio fatiscente. Porte enormi e, purtroppo, solide. Tanto robuste da impedire che a qualcuno, chiuso sotto chiave, possa balenare l’idea di aprire, scardinare in qualche modo quei portoni e scappare ancora, riprendere la corsa verso la libertà. Yankouba, maliano, diciannove anni, fede musulmana, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta la sua storia. Simile, raccontiamo spesso, a quella di altri connazionali o amici per la pelle, nera, che i libici individuano con estrema facilità. Li catturano, come fosse una mattanza, li accerchiano, sempre con le cattive, mai con le buone. Senza mezzi termini, insomma, li spingono, per riunirli in spazi allo scoperto, cantine, edifici in disuso, masserie. Dormono, i ragazzi, in stalle, a un metro dalle bestie da accudire.

«A me e la gente catturata con me – racconta Yankouba – è successo anche di peggio: non solo botte, ma anche intere giornate senza toccare cibo; c’era chi non reggeva questo ritmo, sveniva, pregava il Cielo che queste tortura finalmente finisse: in un modo o nell’altro, che gli aguzzini si muovessero a compassione, gettando per strada i più deboli, oppure che ponessero fine a questa sofferenza, anche nel peggiore dei modi, con un colpo di pistola o di fucile alla nuca».

«Non sai mai da chi ti arriva un colpo di arma da fuoco – riprende il diciannovenne maliano – militari o civili, lì girano tutti armati; perfino i ragazzini, pericolosissimi, hanno in tasca una pistola: connazionali mi hanno raccontato di qualcosa come un gioco di società, “Se vuoi la libertà, scappa e non fermarti!”». Un tiro a segno, fatto di gare di precisione. Si misurano, questi assassini in erba, con la vita di questi ragazzi di passaggio e che hanno la sola sfortuna di cercare una via di fuga da persecuzioni. Stabiliscono chi è il più bravo, per così dire, a colpire un bersaglio in movimento. «Libia, tappa obbligatoria per tutti, la finestra che affaccia sul Mediterraneo e ci permette, non senza mille paure, e a costo di rimetterci la pelle, di cominciare a pensare a una vita diversa, lontano da persecuzioni politiche e dalla fame».

FOTO STORIE 01 - 1

VIVA L’ITALIA E LA MARINA ITALIANA

Yankouba racconta un pezzetto della sua vita. Non lo fa volentieri, premette: prima e ultima volta. Non è severo, cerca comprensione. Del resto agli italiani sarà grato a vita («Sono riconoscente alla Marina italiana, ha raccolto me e decine di miei compagni in mare mettendoci in salvo!»). Non è facile trovare le parole. Spiega a gesti, ingoia a vuoto, gli occhi lucidi. Gli fa male ricordare certi passaggi, ma ci prova, accetta di liberarsene, ma è come se avesse ancora un coltello piantato nel costato e qualcuno glielo rigirasse. Quando siamo disposti a rinunciare, invece, Yankouba trova il coraggio nelle parole. «Non ho potuto studiare nel mio Paese, non ne avevo le possibilità: mio padre è morto per malattia, dopo una lunga sofferenza, lasciando mamma, me e un fratellino; è anche per quest’ultimo che voglio trovare lavoro, qualsiasi esso sia, dopo la Libia sono disposto a enormi sacrifici: guadagnare soldi e spedirli a casa, questo voglio fare, perché lui non patisca quello che ho passato io».

Perde il papà da piccolo. Una malattia curabile, forse sarebbe stata sufficiente una vaccinazione, seguire una profilassi, perché il papà di Yankouba fosse strappato a morte certa. Poche cure in Mali, lo stesso giovane diciannovenne è stato vittima di una scarsa assistenza sanitaria, zoppica. «I medici fanno quello che possono – dice – chi non può pagarsi le cure, ha la vita praticamente segnata; quattro anni fa sono stato vittima di un incidente: investito da un mezzo, mi hanno dato assistenza come potevano, poi mi hanno dimesso dall’ospedale nel quale ero stato trasportato; funziona così, ti rimettono in piedi come meglio possono, poi sono affari tuoi. Ho una leggera zoppia, avrei bisogno di un intervento per rieducare la gamba e, se nel frattempo non sono subentrate complicazioni, riprendere a camminare normalmente».

FOTO STORIE 03 - 1

RESTO, LAVORO PERMETTENDO

In Italia per rimanerci, condizioni permettendo. «Dovessi trovare un lavoro – assicura Yankouba – ma uno qualsiasi, purché decoroso, non mi tiro indietro: al mio Paese, in Mali, lavoravo nei campi, concimavo terreni, mi dedicavo al raccolto».

Una vita non delle migliori. «Senza titolo di studio dovevo fare qualsiasi cosa, ma non mi sono mai tirato indietro: vivere fra stenti e vessazioni, ho preferito andare via, magari crearmi un futuro, guadagnare poco, ma mettere da parte quel denaro che potrei mandare a casa, per aiutare l’unico mio fratello, piccolo, a studiare; per lui vorrei che la vita non fosse così severa come lo è stata con me».

Torna in mente la Libia. «Dopo un viaggio fra difficoltà che non sto a ricordare, la Libia e due mesi da dimenticare: fermato insieme ad altre decine di fratelli neri, tutti al lavoro, a raccogliere olive, a spezzarci la schiena; poi, all’imbrunire, sorvegliati e reclusi in uno stanzone; un panino, nemmeno a parlarne, restavamo digiuni anche tre giorni di seguito; due enormi porte ci impedivano di andare via, scappare, come se non fosse bastata la fuga dal mio Paese; quando un bel giorno ci siamo dati coraggio gli uni con gli altri: abbiamo sfondato una delle due porte principali e via, non sappiamo nemmeno da che parte siamo scappati, abbiamo solo seguito l’istinto».

Ma anche in Libia qualcuno che ha cuore. «Tre mesi di lavoro – conclude Yankouba – per ripagare un uomo che ci dava assistenza, finalmente ci sfamava e ci aveva promesso che avrebbe provveduto a trovare un gommone sul quale imbarcarci: così è stato, mare aperto, una nave italiana in lontananza, finalmente salvi!».

«Sono nostri concittadini»

Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto

Visita la comunità islamica. «Importante il confronto culture diverse. Giusto impegnarsi per questa gente. Chiunque abbia altri pensieri per la testa è fuori luogo». L’impegno dell’Amministrazione per trovare un luogo di culto più accogliente.

Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, aveva fatto una promessa: fare visita alla comunità islamica presente in città. C’era stato un primo rinvio. Qualcuno aveva avanzato l’ipotesi che il primo cittadino si stesse smarcando da un impegno assunto frettolosamente. Invece, l’altro giorno il sindaco ha fatto visita alla comunità islamica nel suo luogo di culto, la moschea in via Cavallotti. Ad attendere Melucci, l’imam Hissen Chiha, e decine di fedeli musulmani.

Sindaco, con questa sua visita ha sconfessato chi diceva che avrebbe declinato “a causa impegni improrogabili”. 

«Qualsiasi persona abbia una moderata intelligenza e sia moderatamente moderna, troverà sempre interessante confrontarsi con culture diverse; poi, francamente, non trovo nulla di sorprendente fare visita alla comunità islamica: sono nostri concittadini, dunque, al pari di come visitiamo i luoghi di culto cristiani, non vedo per quale motivo non si possa fare visita a una moschea; la novità, semmai, risiede nel fatto che è giusto impegnarsi per questa gente, queste famiglie: poco manca che si sbarchi su Marte; chiunque abbia altri pensieri per la testa, è fuori luogo; la nostra è un’Amministrazione del terzo millennio e quanti ho incontrato in questa occasione sono miei concittadini a tutti gli effetti, al pari del resto dei tarantini».

Foto articolo sindaco 6 - 1

Durante l’incontro ha piuttosto rilanciato: venite ad insegnarci l’arabo.

«In realtà sono più pragmatico, ho sulle mie spalle l’esperienza dell’imprenditore, dunque dico a questi nostri fratelli e concittadini di trovare insieme il modo – anche nello scambio culturale, religioso –  di fare attività produttiva, individuare interessi con i rispettivi Paesi d’origine; la provocazione “imparare insieme l’arabo” sottintende coinvolgere i sistemi di impresa, nostro e loro; come a dire: massima disponibilità e accoglienza nei confronti tutte le culture in cambio di una fattiva partecipazione alla crescita di questo territorio».

Dicono giri poco, sindaco, ma oggi ha incontrato volti conosciuti ai più, gente che sbarca il lunario impegnandosi nei mercati, per le strade della città, vendendo ombrelli, prodotti artigianali, chincaglierie.

«E’ vero, giro poco e qualcuno mi rimprovera per questo; giro poco, però, perché stiamo lavorando tanto; a questi ragazzi, come al resto dei giovani di questa città, chiedo di investire con coraggio sul territorio, nelle aziende, ovviamente nel rispetto delle regole, nella massima trasparenza: si può fare impresa, si può crescere insieme; è molto bello vederli qui, entusiasti – tarantini a tutti gli effetti, posso dirlo, sì? – vorrei perfino vederli allo stadio; lo dico con il sorriso, personalmente non ragiono con le categorie come magari fanno altri: giro poco in generale, ma valeva la pena far sentire a questi ragazzi la massima vicinanza nei giorni in cui, in tutto il mondo, c’è chi strumentalizza il colore della pelle, la religione; sono papà di tre bambini e quando vedo in tv filmati su quanto accade in Siria non posso far finta di niente, voltare la testa altrove; dunque, anche se giro poco, perché lavoro per la città, ho pensato fosse giunto il momento di manifestare vicinanza, dare calore a questi ragazzi».

Foto articolo sindaco 7 - 1

Sindaco, l’imam, oltre all’invito l’ha sensibilizzata nel trovare locali più accoglienti per una comunità, quella islamica, già numerosa per raccogliersi in preghiera. Lei ha accettato l’invito, forse con riserva.

«Nessuna riserva, invece: lo facciamo e basta, troveremo una collocazione più adeguata, ma servono i tempi, le risorse  per progettare in accordo con le loro esigenze, che poi sono al pari di altri cittadini; l’impegno è da considerarsi già in agenda, nessuna cautela; oggi è però importante metterci alle spalle il dissesto, chiudere le grandi vertenze industriali; a partire dal prossimo anno avremo una certa agibilità nella spesa pubblica: il compito di un ente pubblico non è fare profitto, ma restituire con il pareggio di bilancio i servizi ai cittadini».

Una provocazione, nella conversazione in moschea ha lanciato l’idea di istituire un Assessorato all’accoglienza e ai rapporti interculturali.

«Era una battuta. Molti mi dicono di essere poco attento alla carta d’identità, lo confermo: sono attento, infatti, esclusivamente alle competenze per il bene della mia comunità e dunque, da qui alla fine del mio percorso amministrativo, non escluderei che ci possa essere un primo assessore di passaporto non italiano».