«Zitto e riga dritto!»

Siriman, venti anni, maliano

«Una notte fanno irruzione in una cascina uomini in divisa, ci picchiano, svuotano le tasche e portano in carcere». Quattro anni lontano da casa, ha lasciato l’anziano papà e due fratelli più grandi di lui. «Non potevano più mantenermi, così a quindici anni sono andato via: Algeria e Libia a fare il muratore, finalmente l’Italia, gli studi, un corso di formazione…».

«Brusco risveglio, un uomo in divisa mi scuote con la canna di un fucile puntato a un palmo dalla faccia, “Sei in arresto!”, mi urla». L’esperienza libica di Siriman, nato in Mali, all’epoca più o meno sedicenne, lontano da casa, subisce presto una grave sterzata. Oggi, venti anni, ospite nel CAS di Modugno, aiutato dalla cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”, lavora e studia. E a breve parteciperà a un corso di formazione.

Torniamo a quella notte. «La disperazione l’avevo già avvertita, ma per la prima volta sento, forte, la paura; lavoravo insieme con altri ragazzi, connazionali e non, in una ditta edile; quindici ore al giorno, cominciavamo alle prime luci dell’alba e finivamo solo all’imbrunire, quando sfiniti ci lanciavamo sul primo pagliericcio libero all’interno di un casolare». Preciso, circostanziato il racconto di Siriman. «Militari, con il pretesto delle divise indossate – ricorda – ci rovesciano le tasche, ci alleggeriscono di qualsiasi cosa somigliasse a danaro, perfino gli spiccioli; ci invitano con modi violenti a seguirli, io sono fra i più giovani della compagnia, chiedo a qualcuno più grande cosa stia accadendo: i compagni di lavoro interpellati, mi fanno cenno con una mano, come se dovessi cucirmi la bocca; insomma, non dovevo fiatare, le cose potevano mettersi ancora peggio rispetto alla piega che stava prendendo la storia». Ricorda tutto il giovanotto fuggito minorenne dalla sua terra. A casa lascia padre, anziano, con risorse economiche pressoché inesistenti, e due fratelli, più grandi di lui, che mantengono le rispettive famiglie lavorando nei campi. Purtroppo la mamma è deceduta a causa di una lunga malattia. «Feci silenzio, ci trascinarono a spintoni, calcioni sui fondoschiena, giusto per farti capire che aria tirasse se solo avessimo fatto una qualsiasi domanda».

Foto articolo STORIE F 02 - 1

TUTTO COMINCIA ALL’ALBA DEL 2014…

La storia del piccolo, grande Siriman, comincia all’alba del 2014. «Papà non aveva più la forza di mantenermi – spiega – una bocca da sfamare, anche solo a pane e acqua, è un bell’impegno; pensate in quali condizioni eravamo, tanto che i miei due fratelli, sposati e con famiglie da sostenere, mi presero da parte e mi fecero un lungo discorso: “Devi andartene!”. Così, senza tanti giri di parole, non è che la cosa fosse balenata inavvertitamente dal cielo: mi aspettavo qualcosa di simile. Me lo dissero con il dolore nel cuore, lo capii dall’espressione del loro volto, dalle lacrime di mio padre e dall’abbraccio: durò più del discorsetto con il quale le nostre strade, per il bene di tutti, si sarebbero separate».

Una quindicina di anni, più o meno compiuti, non fa differenza. Pensiamo ai nostri ragazzi che arrivano anche a trent’anni e non si staccano dalla famiglia. I quindici anni di Siriman sono più complicati, li matura la fame, la fuga dallo schiavismo. Là fuori esistono mille traffici, finisci in un giro di droga o traffico di organi umani ed è la fine, hai vita breve. «Scappo dal Mali – riprende il ragazzo – arrivo in Algeria, mi invento muratore: apprendo in fretta, qualcosa l’avevo imparata nel mio Paese, il resto me l’aveva insegnato di corsa la fame, lo stomaco che brontolava da giorni: impastavo, intonacavo e stuccavo, senza un attimo di sosta; non vedevo l’ora di mettere qualcosa sotto i denti, gettarmi in un angolo dei locali che ci ospitavano e addormentarmi come un sasso».

Quel primo lavoro glielo manda la provvidenza. A sedici anni impara a spezzarsi la schiena, per un tozzo di pane e pochi spiccioli che Siriman mette da parte. «Uno sull’altro, li nascondevo, mi sarebbero serviti per pagarmi un altro pezzo di viaggio verso la libertà; l’Algeria, a modo suo, era stata ospitale, mi aveva dato un lavoro, ma io e i miei compagni di viaggio e di speranza, cercavamo altro, qualcosa di umano».

NON SEMPRE VA COME VORRESTI

Altro cambio di programma. La fuga verso una imbarcazione che ti porti dall’altra parte del Mediterraneo, passa dalla Libia. Anche lì la musica non cambia, anzi, stona, diventa insopportabile, alle orecchie, come alla pelle e alle ossa. «C’è da diventare matti per il ritmo con il quale veniamo impiegati in un cantiere edile in Libia – documenta Siriman – non c’è giorno che qualcuno non ti dica che c’è da lavorare e che i tempi di consegna stringono: ci svegliano all’alba, dobbiamo stare sul cantiere già alle prime ore del mattino, secondo loro si lavora meglio perché a mezzogiorno il sole picchia forte; ma la cosa buffa è che non stacchiamo un solo attimo e anche nella morsa di un caldo soffocante ci sbattiamo, diamo anche di più, se possibile».

Schiena a pezzi, i soldi per il viaggio quasi ci sono, quando nella notte irrompono uomini in divisa. «Militari, non so a quale corpo appartenessero, un aspetto e un modo di fare spavaldi, sicuri: ci sfilano i soldi, a qualcuno sottraggono il telefonino e via, ci sbattono fuori da quei locali; torniamo al lavoro, dobbiamo rimettere insieme i soldi per pagarci il viaggio verso l’Italia e farci più furbi, nascondere meglio il frutto del nostro lavoro».

Ancora militari, gli uomini in divisa scovano daccapo Siriman e i suoi compagni di lavoro. Stavolta gli tocca la galera. «Non trovano i soldi, così ci sbattono “dentro” per qualche giorno; intanto quei libici che avevamo contattato per imbarcarci per l’Italia, stavano organizzando il viaggio: quando veniamo a sapere il giorno in cui stavano per partire, escogitiamo un piano di fuga, arriviamo al punto di imbarco, paghiamo la nostra quota e via…».

Foto articolo STORIE F 01 - 1

UNA NOTTE E UN GIORNO, POI UNA NAVE MILITARE ITALIANA

Il viaggio dura una notte e un giorno, fino a quando il gommone sul quale viaggiamo in mare aperto non viene avvistato da una nave militare italiana. Salvi. «Sbarco a Lampedusa, il 16 febbraio di due anni fa arrivo, invece, al Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”. Temevo mi trasferissero altrove considerando la mia giovane età. Per una serie di episodi fortuiti, resto a Modugno, dove risiedo tutt’oggi: qui ho studiato, conseguito la licenza media e mi sono iscritto al primo anno di scuola superiore; da settembre frequenterò un corso di formazione, vorrei fare il barman o il cameriere: mi dicono che potrebbero esserci occasioni, considerando che conosco tre lingue; ogni sera rivolgo una preghiera al Cielo perché mi assista, nel frattempo al mattina faccio il muratore, la sera il lavapiatti in un ristorante, niente a che fare con i ritmi di lavoro e lo stile di vita libico: parte di quello che riesco a guadagnare lo mando a mio padre perché possa vivere decorosamente; mi guardo indietro, i brutti ricordi restano brutti ricordi; non vorrei più pensarci, la mia vita però ha subito una svolta positiva, ogni giorno faccio di tutto per realizzare il mio sogno: restare in un Paese ospitale e bellissimo come l’Italia».

«Dobbiamo fare squadra»

Leonardo Giangrande, presidente Confcommercio Taranto

«Lavorare tutti con passione e nella stessa direzione. Abbiamo avvertito la grande crisi, duemila attività in meno sul territorio, l’Amministrazione comunale schiaccia le imprese sotto il peso del dissesto. Non è stata progettata una via di fuga dalle difficoltà. L’ultima occasione: i Distretti urbani del commercio. L’emigrazione: non dimentichiamo il nostro passato, i container, le valigie di cartone…»

Leonardo Giangrande, presidente di Confcommercio Taranto. E’ il suo secondo mandato per l’associazione che riunisce migliaia di commercianti e operatori che svolgono attività in città e provincia. Prima domanda, uno “scatto” del commercio a Taranto.

«La Taranto del commercio purtroppo attraversa una crisi preoccupante, messa letteralmente in ginocchio negli ultimi sei anni. Abbiamo registrato la chiusura di oltre duemila imprese, nel senso che il saldo fra aperture e chiusure fornisce un dato preoccupante nella cui lettura va esteso alla provincia. Se consideriamo tre, quattro unità lavorative per ciascun punto vendita, provate ad immaginare le migliaia di posti di lavoro perse sul nostro territorio fra servizi, commercio e turismo.

La città prova a rialzarsi con l’ausilio delle poche forze sane esistenti. Tre i principali fattori negativi che l’hanno condotta in queste condizioni: 2009, la crisi economica mondiale, che parte da lontano e provoca un effetto che mette all’angolo un intero sistema; il dissesto del Comune di Taranto che si perpetua da undici anni con il peso di tasse e aliquote che schiacciano le imprese; infine il fattore-Ilva, dal 2012 l’industria vive nell’incertezza provocando agitazione in quanti vivono di siderurgico, dai dipendenti all’indotto. Sono questi i principali fattori negativi; a differenza di altre realtà, questi sono andati sommandosi alla crisi mondiale: altrove, ma anche nel nostro stesso Paese, hanno reagito diversamente, Taranto invece ha subito tutto il peso di questo impoverimento senza realizzare una via di fuga dalla crisi. Ciò detto, la situazione del commercio, a livello nazionale, in particolare quella locale, è ancora di grande difficoltà».

Articolo Giangrande 01 - 1

Distretti urbani del commercio, croce o delizia di commercianti e cittadini?

«Voglio essere chiaro, una volta per tutte anche su questo tema: Confcommercio Taranto ha spinto incontri e confronti a livello regionale, relazionandosi all’alba del progetto con Loredana Capone, assessore alle Attività produttive; i “Distretti” sono dei contenitori: se siamo bravi, possono diventare motivo di confronto e pianificazione delle attività che in modo sinergico lavorano con le diverse Amministrazioni comunali: da un lato Confcommercio e Confesercenti, dall’altro, appunto, il Comune; provare insieme a fare quella programmazione mancata in tutti questi anni. Dobbiamo fare sistema per attingere risorse, fare animazione, rigenerazione, riqualificazione, piani della mobilità sostenibile. Sono tante le cose che si possono fare: ripeto, però, dobbiamo essere bravi ad impegnarci, consapevoli che nel frattempo abbiamo perso tempo prezioso. Diversamente questa occasione resta un altro contenitore vuoto, dunque senza idee e argomenti per il rilancio del territorio».

Cosa ci vuole per cambiare il senso di marcia.

«Un grande senso di responsabilità; grandi valori, il senso del bene comune, mancato purtroppo in alcuni soggetti; pensare a un territorio ricchissimo, generoso dal punto di vista delle opportunità, ma fino ad oggi povero nella pianificazione di un riscatto necessario per evitare il baratro: non esistono altre vie di fuga. In questo ragionamento c’è un pensiero che tante volte mi porta a riflettere profondamente su cosa ci manchi rispetto ad altre realtà. Dobbiamo ripartire dalle nostre risorse: agroalimentare, turismo, mare, porto, cultura. La Città vecchia è un mondo che può fornirci grosse opportunità: necessitano persone che facciano la differenza e che abbiano in animo il bene comune. Altra cosa, su tutte: guardare ai giovani come risorsa del futuro; in questi anni duecentomila ragazzi, una volta laureati, hanno lasciato il Sud spostando trenta miliardi di euro in fatto di prodotto interno lodo, evidentemente indirizzato altrove e impoverendo di più un territorio già sofferente».

Foto Articolo Giangrande 02 - 1

Turismo, porto, cultura. Qual è l’anello debole?

«Tutti anelli deboli, nessuno escluso. Più facile essere dipendente di Ilva, Cementir e Arsenale, per indicare i primi soggetti che mi vengono in mente: questa mentalità ha prodotto negli anni pigrizia nel fare impresa; non abbiamo coltivato capacità e fiducia nell’investire sui noi stessi. Volendola far breve, ci siamo accontentati del “posto sicuro”. E’ mancata, e manca, pianificazione nelle infrastrutture, cioè formazione, praticamente un intero mondo: il turismo è patrimonio di tutti, non solo del commerciante piuttosto che del ristoratore e dell’esercente; il turista, va visto come risorsa di tutti: perché venga ospitato nel miglior modo possibile, è necessario che tutte le componenti vadano nella stessa direzione; solo così è possibile valorizzare una volta per tutte l’intero territorio. Turismo è cambiamento, opportunità, Confcommercio è l’unica titolata a dire cose in tal senso, disponendo dell’intera filiera legata al sistema dell’accoglienza: stabilimenti balneari, alberghi, ristoranti, bar, guide, discoteche; proprio in virtù di ciò stiamo facendo corsi di formazione su lingue, informatica, accoglienza».

A proposito di accoglienza, mediante una cooperativa come “Costruiamo Insieme”, questa viene svolta in modo esemplare ospitando extracomunitari in fuga da zone di guerra, da conflitti etnici, persecuzioni politiche.

«L’accoglienza è un dovere morale, gli italiani devono fare mente locale non solo al Dopoguerra, ma all’intera storia di emigranti, partiti alla volta degli Stati Uniti, poi a metà del secolo scorso, verso Germania, Francia, Belgio: nostri congiunti hanno vissuto in container; nella stessa Italia, a Torino, decine di migliaia di meridionali hanno fatto ricorso alla valigia di cartone nella quale hanno messo la legittima speranza di una vita decorosa. Non possiamo accogliere tutti, beninteso: è importante distinguere fra gli emigranti che vogliono rappresentare una risorsa per il nostro Paese e quanti, invece, intendono delinquere. Certezza della pena anche nei confronti di chi approfitta della disperazione di questi ragazzi: non deve più accadere quanto successo a Foggia, dove in un incidente stradale hanno perso la vita diverse persone e, fra queste, extracomunitari che avevano il solo torto di recarsi nei campi per guadagnare pochi euro».

Una donna contro tutte le mafie

Trasformare il sogno in bisogno

Rita Borsellino, anche in punto di morte dopo una lunga malattia, ha voluto lasciare il suo inesorabile segno: il sorriso!

Un sorriso che racconta una vita spesa tra le persone, nei quartieri, sui luoghi delle stragi ma, soprattutto, nelle scuole fra quei ragazzi che per lei rappresentavano la speranza.

Non una speranza qualsiasi: lei andava in giro, senza mai sottrarsi agli inviti, per gettare il “seme del cambiamento” su quel terreno che riteneva fertile, capace di generare germogli per far crescere piante sane.

Certo, riteneva che la “memoria”, la conoscenza, il racconto fossero elementi importanti per un processo di crescita civile che definiva “la strada verso la liberazione” dalle mafie convinta, come il fratello Paolo, che la battaglia andava combattuta contro un modello culturale, non solo contro le organizzazioni mafiose.

E per cambiare, come diceva sempre, “è necessario trasformare il sogno in bisogno!”.

Perché sentire il bisogno del cambiamento trasforma le persone in parte attiva!

Vogliamo salutare Rita con le parole di Don Luigi Ciotti, anche lui uomo da sempre impegnato contro le mafie che ha fatto della strada la sua Chiesa.

Foto ARTICOLO domenicale - 1

Ciao Rita, la tua è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva i suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all’impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede.

Rita, una donna integra, generosa e schiva. Una donna  di “sostanza” come lo era Paolo. Sempre un sorriso. Non dimentico la dignità nella sua lunga e sofferta malattia. Seguiva le leggi del cuore, della coscienza e non solo quelle dei codici. Sei stata tra le prime con Saveria Antiochia a capire che la memoria delle vittime innocenti delle mafie  andava  trasmessa ai giovani come impulso di vita, di conoscenza , di verità e come desiderio di costruire una Italia mai piu’ compromessa con le mafie e la corruzione. Una memoria come pungolo a fare di più e a fare meglio. Sei sempre stata allergica alle parole vuote, alle parole come esercizi di retorica. Credevi nei fatti ed è con i fatti che ti dobbiamo ricordare. Hai lottato per la verità. “Non una verità, la verità” – dicevi con tua nipote Fiammetta, perché solo con la verità si può avere giustizia.”  Nel tuo impegno politico hai sempre guardato alla politica come servizio, come impegno per il bene comune , come dovrebbe essere ma non sempre lo è. Nelle campagne elettorali non hai mai promesso delle cose  ma  dicevi “vi prometto rispetto”. Ciao Rita, la tua  è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva ai suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all’impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede. Hai trasformato il dolore per la perdita di tuo fratello in una testimonianza ai giovani, affinché riempiano la vita di senso e di significato. Ciao Rita te ne se andata ma non ti cercheremo tra i morti o sotto la pietra di un cimitero ma continuerai ad essere tra noi nei volti e nelle parole di  quei  ragazzi e di quelle persone che, con la tua testimonianza, ha stimolato a mettersi in gioco”.

Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele

Vi invito anche alla visione di questo video che documenta un intervento di Rita Borsellino ospite del convegno “Giovani & Sogni” organizzato a Taranto nel 2015.

«Pane e proiettili!»

Ibrahim, diciannove anni, arriva dal Sudan

«Diffido di chiunque, nel mio Paese ti tradiscono, ti sparano addosso, quelli che un giorno sono amici, all’indomani sono i tuoi peggiori nemici». La fuga, la Libia, i campi, chiuso in una stalla per mesi. «Finalmente la libertà, l’imbarcazione, il mare, una nave italiana a soccorrere me e altre decine di miei connazionali»

Storie 01 G

«Voglio mi capiate, non ce l’ho con voi, ma ho una paura matta di qualsiasi cosa: vengo da un Paese, il Sudan, dove il cibo giornaliero è proiettili e pane!». Il pane scarseggia, dunque giù spari, a raffica. Due milioni di morti. Un trattato di pace firmato anni fa, ma sostanzialmente appeso a un filo, agli umori della piazza. Dei villaggi, soprattutto di militari e civili. «Un giorno stanno insieme, un altro giorno si sparano addosso, si cercano, si dichiarano guerra!», dice Ibrahim, diciannove anni, musulmano. Le braccia magre, il volto scavato. Ibrahim riflette prima di farci il suo nome, ci sfiora il dubbio che sia quello vero. Ci interessa il suo vissuto, conoscere la sua storia. Purtroppo anche questa fatta di dramma, disperazione, fuga da un clima di guerra, l’arrivo sulle coste italiane lo scorso 11 luglio insieme a connazionali e altri nordafricani. Soulemane, guineano, parla arabo e francese, traduce per Allahssen, che infine spiega in italiano.

Sudan, focolai ovunque. Paga chi ha fame, non ha soldi per comprarsi da campare. «Se avessi avuto denaro non avrei rischiato la fame, così l’intenzione di fuggire si è fatta largo: quattro milioni di mei connazionali sono scappati dal Sudan, non so se qui ne parlano, scrivono, lo dicono in televisione, ma credo fra fuga e morti sia quanto di peggio sia accaduto negli ultimi cinquant’anni!». Gli anni sono almeno sessanta, dieci anni dopo la Seconda guerra mondiale, in Sudan scoppia un conflitto civile. Non solo motivi religiosi, fra musulmani e cristiani. Anche qui, Nord e Sud se le danno di santa ragione: nella zona settentrionale fame e siccità, in quella meridionale petrolio e acqua in abbondanza.  Una tregua, apparente alla fine degli anni Novanta. «Non è cambiato niente – dice Ibrahim – fossimo stati bene, ma anche a pane e acqua, non sarei mai andato via, non sarei scappato: ci saremmo accontentati anche delle briciole, lavorando, cosa che abbiamo sempre fatto a casa nostra».

Storie 07 G

«VOLEVO UNA VITA NORMALE, A PANE E ACQUA»

Ibrahim è fra i sudanesi che chiedono rispetto. «Volevo fare solo una vita normale, quando per “normale” da noi intendiamo pane e acqua, difficilmente altro, poi quando cominci a essere maltrattato, sfruttato, come fossi più di una bestia da soma, comincia a farti domande; la risposta è sempre una sola, un dilemma: o vai a combattere con i ribelli, ma non sai se sono quelli giusti – per un tozzo di pane si vendono, ti denunciano – oppure fuggi, finché hai fiato». Non c’è tanto da scegliere, Ibrahim mette alle spalle migliaia di chilometri. Il suo Paese è al centro fra Ciad, Etiopia, Zaire e Kenia. Confina con Egitto e Libia. «Scelgo di andare in Libia, l’Egitto è pericoloso, ma anche la mia scelta non è stata felice». Da una guerra civile a civili armati fino ai denti e quasi tollerati dal governo. «Finisco in una fattoria, le bestie erano accudite meglio di noi che saltavamo pasto e razioni di acqua: ci sono stato qualche mese, non distinguevo i giorni che passavano, a un certo punto non sapevo nemmeno chi fossi tanto sembravo carne da macello; un paio di miei connazionali che avevano tentato la fuga erano stati colpiti alla schiena, il nostro carceriere invece di soccorrerli, vedere se fossero ancora in vita, si rivolse a me e agli altri quasi con un gesto di sfida. “C’è qualche altro che vuole fare il furbo?”. I due stesi a terra, non meritavano attenzione, sepoltura. Restavano lì a ricordarci che a scappare c’era da rimetterci la vita!».

Una paura che prosegue. «Come si fa in tanti anni in cui hai visto gente vendersi al nemico, denunciare anche il falso, pur di stare meglio di te? Ringrazio l’Italia per l’accoglienza, io e i miei connazionali siamo qui da poco più di un mese, dobbiamo riprenderci da un terribile shock, anzi più di uno: la guerra civile, la fuga, fermati e fatti ostaggio in cambio di soldi!». Si guardano intorno quei ragazzi arrivati dal Sudan non senza qualche diffidenza.

Storie 04 G

«FINALMENTE IN ITALIA, FINE DI UN INCUBO»

«Da quando sono in Italia – dice Ibrahim – mi sono riappropriato di una certa serenità, non mi sono ripreso completamente: sono passato da essere uno che stava vivendo un incubo e non sapeva se il protagonista di quel brutto sogno fossi io stesso o un altro, a quello che sono in questo momento: uno che si rende conto di essere scappato da un conflitto civile e che da giorni non sente il fischio delle pallottole o le botte di carcerieri che ti picchiano senza motivo». Il motivo, sempre lo stesso: il denaro. «Ho lavorato per quattro, forse cinque mesi in un campo, la sera tornavo nella fattoria, chiuso insieme ad altri in una stalla; lavoravo sodo, mi avevano promesso che sarei andato via al più presto, invece i mesi passavano lentamente e il dolore alla schiena aumentava».

Infine, per Ibrahim, un raggio di speranza. «Un bel giorno mi dicono “Sei libero, corri, altrimenti ci ripensiamo!”. Corsi con tutta la forza che avevo, io scappavo muovendomi su un fianco e sull’altro, per evitare mi piantassero una palla nella schiena, e loro ridevano: per mettermi paura hanno perfino esploso dei colpi in aria!» .

Finalmente qualcuno si muove a compassione, vede Ibrahim seduto sul ciglio di un marciapiedi. Un camion pieno di sudafricani, qualche connazionale di Ibrahim. «Per uno in più non faranno storie, si sarà detto l’uomo alla guida del mezzo: finalmente il porto, l’imbarcazione, il mare; partiti di notte, il mattino dopo siamo stati soccorsi da una nave militare italiana: finalmente in Italia!».

«Taranto, devi amarti di più»

Incontro con Fabiano Marti, assessore al Comune di Taranto

Cultura, Sport e Pubblica istruzione le deleghe assegnategli dal sindaco Rinaldo Melucci. «In giunta facciamo squadra, seguiamo le linee-guida del primo cittadino. Una prima mappatura fra beni culturali e impianti sportivi. Voglio sentire i giovani. Il teatro “Fusco”, il salotto buono; il “Verdi”, un piccolo sogno. Grande feeling con la direttrice del MarTa, Eva Degl’Innocenti, e il funzionario di Archeologia e Belle arti, Augusto Ressa». 

Questa settimana incontriamo l’assessore a Cultura, Sport e Pubblica istruzione, Fabiano Marti. Deleghe che il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, gli ha assegnato  di recente. Marti è già al lavoro, si interfaccia con i colleghi in giunta, con lo stesso primo cittadino per imprimere un primo scatto a una città che prima di ogni cosa deve amare se stessa.

Una nomina che arriva da lontano o piovuta dal cielo?

«Dal cielo non cade nulla, dunque coltivato nel tempo – mi permetto di dire – in tanti anni di onorata carriera, tutto quello che ho fatto me lo sono costruito con le mie forze, contro tutto e tutti: non è facile per uno che fa il mio mestiere essere “contro”; mi sono laureato, diventato avvocato, per poi rifiondarmi nel mestiere di attore, autore, regista, direttore artistico. Dunque, piovuto dal cielo proprio no, il sindaco Rinaldo Melucci lo avevo conosciuto in campagna elettorale, successivamente mi ha chiamato e abbiamo costruito subito un bel rapporto: da qui ad essere chiamato a fare l’assessore ne corre, ma ammetto che è stato subito feeling. Quando il sindaco mi ha messo al corrente del suo progetto, non ho potuto dire no: è stata una bella sorpresa, magari chiamando me Melucci ha pensato ad assessori che avessero competenza e di questa attestazione di fiducia non posso che ringraziarlo».

FOTO articolo Marti 02

La prima cosa che ha fatto appena ricevuto l’incarico?

«La prima cosa che ho chiesto: una ricognizione dei beni culturali, con enorme piacere mi sono reso conto che abbiamo tanto dal punto di vista culturale, artistico, storico; è stato molto stimolante vedere quanto abbiamo a disposizione, beni che i tarantini forse – io per primo, ad essere sincero – non conoscono. E’ stato bello, ma questo giro mi ha fatto capire quanto lavoro ci fosse da fare; da qui una mappatura dei nostri “beni” con lo scopo di mettermi in relazione con gente che ha enorme competenza nel settore, dalla direttrice del MarTa, Eva Degl’Innocenti, con cui abbiamo iniziato una collaborazione per svolgere dei percorsi; in passato non c’era mai stato un così stretto rapporto di collaborazione, cominciato con l’impegno dei colleghi Tilgher, Viggiano e Scarpati: il mondo assessorile che mi aveva preceduto aveva già creato un bellissimo rapporto; lo stesso, il rapporto con l’architetto Augusto Ressa, funzionario territoriale della Soprintendenza ad Archeologia e Belle arti, che tanto ha fatto per questa città. In questa serie di incontri, ho apprezzato grandi competenze, tanto che la cosa più bella che potesse nascere è stato il senso di collaborazione. Abbiamo messo in rete competenze con le quali ci relazioneremo a breve per un Tavolo della cultura nel quale mi piacerebbe inserire – concordandolo con il sindaco e la sua linea-guida – studenti di liceo e universitari, per comprendere fino in fondo quali siano le loro esigenze. Uno dei primi obiettivi che mi sono posto: svecchiare la cultura, che appare collegata al mondo dei vecchi professori: convegni sì, ma senza parlarsi addosso…».

Altri impegni con il suo assessorato.

«Ho trovato un assessorato nel quale c’era da fare, parlo di Cultura e Sport; altra mappatura, quella sugli impianti sportivi, che esistono, ma sui quali bisogna intervenire per capire quali sono gli ostacoli, a cominciare dal confronto con una macchina burocratica che richiede i suoi tempi. Dove sono i campi della Marina militare, il palazzetto della “Ricciardi”? Società sportive chiedono di riprendere le attività, tornei, campionati: stiamo cercando di dare una mano, contiamo di riuscirci».

Quando diciamo teatro, pensiamo al nuovo teatro comunale, il “Fusco”: quali progetti scatena o autorizza uno spazio simile?

«Il “Fusco” rappresenta una grande svolta per Taranto, deve diventare uno dei punti di partenza della cultura, una macchina che faccia da propulsore a una svolta per la nostra città; per il sindaco rappresenta una priorità: il “Fusco” lo vede come il salotto buono che ospiterà teatro e musica di livello».

FOTO articolo Marti 01

Il tratto della programmazione teatrale?

«Medio-alto, come tutto quello in cui ci stiamo impegnando; preferisco non fare nomi, al momento giusto convocheremo una conferenza stampa sul modello gestionale e sulla stagione di eventi, dal teatro alla musica, con nomi importanti; ci sarà un direttore artistico, che non sarò certamente io, ma che lavorerà in stretta collaborazione con il Comune: è bene precisare che il “Fusco” è un teatro comunale e che la stessa Amministrazione sta lavorando su un modello gestionale soddisfacente».

Beni culturali e turismo.

«Coniugare i due aspetti è fondamentale, è il tema sul quale mi sto impegnando insieme con il vicesindaco, l’assessore Valentina Tilgher, che ha deleghe a Marketing territoriale e Sviluppo economico; con il MarTa e la Soprintendeza stiamo provando a creare un percorso grazie al quale il turista che arriverà a Taranto non si fermi solo mezza giornata per visitare MarTa e Castello aragonese; faremo in modo che la gente si fermi più di un giorno a Taranto per visitare le bellezze esistenti sul territorio e nell’immediato circondario».

La Taranto che sogna.

«Una città con tre, quattro teatri, nei quali accadessero cose belle. Teatri che finalmente richiamino anche un pubblico giovane e ospitino rappresentazioni dal classico al comico. Mi auguro che funzionino le scuole; la gente circoli in bicicletta e l’Isola si riempia ogni giorno di turisti. Infine, con il sindaco abbiamo fantasticato l’acquisto dello storico teatro “Verdi”, non abbiamo ancora ricevuto risposte ufficiali, ma mi auguro che prossimamente qualcosa accada. Punto di partenza: fare amare la propria città ai tarantini».

Giocare bene, fa bene!

A tutti piace giocare, a qualsiasi età e soprattutto se si può godere delle ferie.

A tutti piace viaggiare, vedere luoghi nuovi, conoscere persone nuove, staccare la spina dalla quotidianità.

Vittima di questo caldo torrido, anche a me è venuta voglia di viaggiare, visitare culture che non conosco, giocare!

Si, sono stanco: voglio giocare!

Non ai soliti giochi (non mi accontento mai!): siccome non posso viaggiare fisicamente, ho incominciato il mio viaggio intorno al mondo usando internet che, usato bene, da i suoi frutti.

E, oggi, voglio condividere con voi i frutti di un pezzo di questo veloce viaggio all’insegna del gioco.

Vi sembrerà strano, forse attribuirete a questo domenicale l’effetto del caldo.

Invece no: giocare bene, fa bene!

Provate, ma non lo fate da soli, coinvolgete i vostri figli, altri bambini, altre persone: il gioco unisce ed è forse una delle poche soluzioni all’isolamento, alla solitudine.

Buona domenica. 

 

CHIWEWI  –  NIGERIA

ChiwewiGioco di movimento, da farsi in uno spazio ampio. I giocatori, disposti in cerchio, devono saltare una corda che il conduttore, fermo in mezzo a loro, fa girare tenendola per un’estremità. Chi viene toccato dalla corda, esce dal cerchio. Vince l’ultimo giocatore rimasto in gara. Per facilitare la rotazione della corda, è bene legare un sacchetto pieno di sabbia (o dei fagioli secchi…) alla sua estremità in movimento.

 

 

CHOKO  –  GAMBIA

Gioco da tavolo, per due giocatori. Si disegna uno schema rettangolare di cinque caselle di base per cinque di altezza. Ciascun giocatore prende dodici sassolini di un colore diverso da quelli dell’avversario. In Gambia si gioca di solito con pezzetti di legno di diversa lunghezza (chiamati kala e bonõ ). A turno, i due giocatori posano un sassolino in una qualsiasi casella libera del tavoliere. Finché il primo giocatore posa un sassolino, il secondo deve fare la stessa cosa. Quando il primo giocatore decide di non posare più sassolini, ma di muoverne uno di un posto (in orizzontale o in verticale, ma non in diagonale), il suo avversario può posare un sassolino o muoverne un altro. Se posa un sassolino, il primo giocatore deve fare la stessa cosa finché lui non ne muove uno e così via. Per mangiare un sassolino avversario (e toglierlo dal tavoliere) bisogna saltarlo (sempre muovendo in orizzontale o in verticale) e atterrare in una casella libera. Chi mangia un sassolino avversario ne può togliere dal tavoliere anche un altro, scegliendolo tra quelli ancora in gioco. Quando tutti i sassolini sono stati posati sul tavoliere, muove per primo il secondo giocatore. Vince chi riesce a eliminare tutti i sassolini dell’avversario.

 

LAGAN BURI  –  SENEGAL 

Gioco movimentato, da fare all’aperto. Si traccia a terra una base, in cui prendono posto tutti i giocatori. Uno di loro riceve un fazzoletto, che va a nascondere, mentre tutti gli altri gli voltano le spalle e si coprono gli occhi, in modo da non vedere assolutamente ciò che lui sta facendo. Quando il fazzoletto è stato nascosto, il giocatore grida «Buri!»  e i suoi compagni si mettono a cercare l’oggetto scomparso. Chi trova il fazzoletto, lo prende con sé e insegue i compagni, cercando di toccarli prima che riescano a mettersi in salvo nella base da cui sono partiti. Chi viene toccato, viene eliminato e si siede in disparte. Il giocatore che ha trovato il fazzoletto va a nasconderlo (mentre i compagni non guardano…) e così via. Vincono gli ultimi due o tre giocatori ancora in gara quando tutti gli altri sono stati eliminati.

 

ISSEREN  –  LIBIA 

Gioco tranquillo, può essere giocato ovunque con sei bastoncini lunghi un palmo, piatti da una parte e tondeggianti dall’altra. Li si può ottenere da tre rametti cilindrici tagliati a metà nel senso della lunghezza. A turno, i giocatori lanciano in aria i sei bastoncini e li lasciano cadere a terra. Un punto per ogni bastoncino che si ferma con la parte piatta rivolta verso l’alto. Vince il giocatore che raggiunge per primo i venti punti.

 

SHAX  –  SOMALIA
Gioco 02Gioco da tavolo per due giocatori, di semplice realizzazione. Si disegna su un foglio un quadrato, se ne tracciano le due diagonali e si uniscono i punti centrali dei due lati opposti. Ogni giocatore ha tre monete differenti da quelle dell’avversario. Ciascun giocatore, a turno, posa una delle sue tre monete, alternandosi con l’avversario, su un punto di unione di due o più righe. Quando tutte e sei le monete sono in gioco i due giocatori, sempre alternandosi tra di loro, muovono una moneta di un posto, fermandosi in un punto di incontro di due o più righe libero. Non si possono saltare le altre monete (né le proprie né quelle dell’avversario). Vince chi riesce a disporre per primo le sue tre monete su di un’unica riga. Se la stessa serie di mosse viene ripetuta per tre volte consecutive, la partita viene considerata pari.

«Essere insignificanti…»

Soulemane, ventidue anni, guineano

«Non contiamo nulla, non esiste rispetto. Perseguitato, picchiato selvaggiamente, costretto a scappare a causa di conflitti etnici». Un titolo di studio, la voglia di imparare, a cominciare dall’italiano. «Riconquistare la serenità: missione impossibile».

Storie H 02

«Le persone nel mio Paese non contano». «E il senso di disperazione: anche quello non finirà mai». Soulemane, guineano, ventidue anni, in Italia da appena un mese, si assicura che la traduzione sia conforme all’originale. Come fosse una dichiarazione da mettere agli atti. Atti di dolore, nel suo caso. In fuga da Conakry, capitale della Guinea, perseguitato da militari e civili. Motivi politici, ci spiegherà. Gli stessi che hanno spinto altri suo connazionali a compiere una scelta dolorosa, tagliare le proprie radici e darsi alla fuga. «Il modo peggiore di lasciare la tua terra – spiega – la propria famiglia; un gesto amaro, che sa di resa, che mai avrei pensato di fare quando da ragazzino ho cominciato a stare fra i banchi di scuola: non è questo che ci insegnavano, il rispetto era alla base di tutto, invece ecco come è andata a finire».

Allahssane, senegalese, comprende l’amarezza del ragazzo. Ci fa da interprete. Soulemane parla dialetti arabi, ma anche francese, lingua ufficiale della “sua” Guinea. O, almeno, l’idea che fino a qualche tempo fa aveva dello Stato in cui è nato ed aveva vissuto, studiando fino alle scuole superiori, con lo scopo di diventare qualcuno. Certamente non uno che scappa di fronte a minacce e continue percosse. «Ho lasciato a malincuore la mia città – riprende, amaro – e mio padre e mia madre, non c’erano alternative: da tempo è in atto un conflitto etnico, nonostante sia nato e vissuto lì, chi ha un’estrazione diversa da quella “eletta”, viene quotidianamente minacciato e picchiato: è quanto accadeva a me personalmente e gente del mio stesso quartiere; non c’era giorno che non facessero un blitz».

E il brutto è che Soulemane le prendeva dai militari e dai civili, milizie in qualche modo autonome, che fanno il bello e il cattivo tempo. Questi, in buona sostanza, fanno il lavoro sporco. Non hanno alcuna divisa, ma girano armati e, impuniti, picchiano chiunque a loro giudizio non sia un vero guineano. «Sono stati i miei genitori a spingermi ad andare via, non ne potevano più di vedermi tornare a casa pieno di sangue, ferite ed escoriazioni, risultato di accerchiamenti e botte, picchiato fino a quando non mi usciva sangue dal naso, dal viso; escoriazioni ovunque, perché l’aggressione continuava fra le risate generali dei miei aguzzini, che mi pestavano, mettevano in ginocchio, mi rifilavano calcioni ovunque facendomi rotolare a terra».

Storie H 04

I genitori scuotono Soulemane che ha chiaro nella mente che, prima o poi, arriverà il giorno in cui qualcuno gli pianterà in corpo una pallottola. Storie, purtroppo, già viste. Costate la vita ad amici e conoscenti del ventiduenne guineano. «Papà e mamma, un brutto giorno, dopo l’ennesimo pestaggio, dopo essersi presi ancora una volta cura di me, mi dissero che non c’era alternativa alla fuga: meglio saperti lontano con un sorriso, la voglia di vivere e non tenerti qui, dolorante e addolorato, una continua maschera di sangue».

Scappa Soulemane. «Qui le persone non contano – ripete – fossero numeri all’esterno si avrebbe la percezione di quanto accade nel mio Paese, ma non si sa che fina facciano in molti: scomparsi nel nulla; devi camminare a testa bassa, se vedono che alzi lo sguardo, è la fine, ti prendono e te le danno di santa ragione, quella è la punizione inflitta – secondo loro – “a chi non ha rispetto per i veri guineani”; e questa, francamente, a oggi non l’ho ancora capita».

La scuola, gli studi. «Fra i banchi ti insegnano l’educazione civica, la storia del tuo Paese, un’idea che più avanti sarà disattesa dai fatti delittuosi molti dei quali non sono a nostra conoscenza: chi non fa ritorno a casa, invece di essere dato per scomparso, viene dato per disperso o, nella migliore delle ipotesi, in fuga dalla Guinea; ho imparato il francese, la lingua ufficiale del mio Stato, ora voglio imparare l’italiano, questo sta diventando il mio chiodo fisso, da quando lo scorso 11 luglio ho messo piede in Italia».

La fuga e l’arrivo in Italia, non comincia e si conclude in un breve lasso di tempo. «Due anni – ricorda Soulemane – è durato il mio lungo viaggio verso la libertà, passando da un villaggio all’altro, da uno Stato all’altro, fino a quando pensi che arrivando in Libia, qualcosa che assomigli alla libertà stia per arrivare: invece, niente…».

Storie H 03

La Libia dovrebbe essere la porta d’accesso all’Europa, alla speranza. «Dopo un anno e mezzo di viaggio, alle spalle la mia Guinea, non pensavo dovesse andare peggio: ancora civili armati, pistole e fucili, a tracolla o infilati nei pantaloni; mi fermano e mi imprigionano; la musica è sempre la stessa: “…Rovesciati le tasche, spogliati, vogliamo i tuoi soldi: chi fugge ha sempre del denaro con sé!”; non avevo nulla se non attacchi di paura ogni volta che qualcuno di questi si avvicinava con fare minaccioso: ci scappava sempre un calcio nel fianco o un violento colpo con la canna del fucile, dolori atroci; la prigionia durò sette, otto mesi a pane e acqua, ogni tanto un piatto di pasta, ma la razione di cibo una sola volta al giorno, quando ci andava bene».

Finalmente la fuga, un imbarco di fortuna e, infine, l’Italia. «Voglio riprendere a studiare, ricomincio dall’italiano, non c’è cosa che non riesca a fare: il mio impegno è totale, qualcosa sto imparando; sto conoscendo gli italiani: gesticolano, alzano il tono della voce, ti ripetono le frasi poco per volta; comincio a comprendere il senso di rispetto dal suono delle parole, dal sorriso».

Soulemane ricomincia dal rispetto e dal sorriso, qualcosa che gli mancava da tempo. «Non chiedetemi, però, se mai mi sentirò completamente sereno: con quello che ho passato non sentirò mai in pieno cosa significhi la tranquillità, di questo ne sono certo».

L’ultima scommessa vinta

Torniamo sull’esperienza della cucina multietnica di Costruiamo Insieme

In casa di Costruiamo Insieme le pratiche di integrazione continuano il loro percorso, ormai inarrestabile, come punto centrale delle attività di ogni giorno e della programmazione.

E così, prende forma all’interno del CAS “Cavallotti” di Taranto la cucina multietnica che rappresenta una ulteriore opportunità di incontro fra culture e tradizioni ma, anche e soprattutto, la dimostrazione tangibile di quella comune volontà di fondare l’incontro sul rispetto dell’altro, sullo scambio reciproco di esperienze e conoscenze.

Il collega Claudio Frascella ha descritto in maniera puntuale questa esperienza qualche giorno fa sul nostro sito.

Per chi avesse perso questa bella, interessante lettura, riproponiamo il pezzo di Claudio Frascella per la capacità di affrontare il tema analizzandolo da diversi punti di vista.

Costruiamo Insieme, da oggi “menù” per tutti

Cipolla e peperoncini a go-go. E’ la tavola la vera ricetta dell’integrazione. Cucina professionale e uno staff dedicato ai diversi ospiti. Il cibo, dicono nella sede di via Cavallotti, nutre anche l’anima, fa rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Anche, se non soprattutto, la cucina, il cibo, rappresentano occasione di scambio culturale. Stando a un attento studio sull’alimentazione, quattro stranieri su dieci dicono di aver cucinato per amici o conoscenti italiani piatti del proprio Paese d’origine e nel giro di qualche “seduta” si sono trovati ad insegnare le proprie ricette ai loro ospiti. Sempre gli stranieri. La metà del campione esaminato su vasta scala, inoltre, ha partecipato a pranzi o cene a base di cucina multietnica.

Secondo una ricerca, e per stessa ammissione degli stessi ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza, piatti della propria tradizione rappresentano una parte importante dell’alimentazione. Soprattutto, confermano, perché nutrono l’anima,  facendo rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Dunque, cipolla e peperoncini “a go-go”. O, se preferite, “come se piovesse”. Più semplicemente, “finalmente, condite le vostre pietanze come preferite!”. Partendo dallo studio appena considerato, Costruiamo Insieme corona un altro sogno: la cucina multietnica. Da oggi, la cooperativa con sede in via Cavallotti, confeziona per i suoi ospiti menù a misura di tradizione gastronomica.

COPERTINA BUONA Cucina 01

E’ UN GRAN GIORNO…

E’ un bel giorno, lo festeggiano insieme gli operatori e gli stessi ragazzi che di questo altro step verso un’accoglienza, a ragione, ne fanno un vanto. E’ la vittoria del lavoro e della sensibilità. Di più, del lavoro, della sensibilità e del rispetto. Perché la cucina di via Cavallotti, nel rispetto di qualsiasi norma, non è solo «primo, secondo e companatico», ma rispetto delle tradizioni e della cultura di ciascun ospite della struttura. Da oggi, nigeriani, senegalesi, maliani, guineani, hanno il loro menù. Carico, diciamo noi, di cipolla o peperoncino, in una sola parola “speziato”. Poco importa, così piace a loro, così sia.

Pensiamoci un attimo. Non è conquista da poco in un clima non sempre idilliaco o poco chiaro fra accoglienza e respingimenti. E’, invece, un investimento controcorrente. Momento critico, futuro incerto: invece di segnare il passo e provare a comprendere che aria tira, viene fatto un investimento importante. Non solo strumenti di cottura moderni che farebbero invidia a più di qualche ristorante, ma anche risorse umane: fra spezie e fornelli, ci sono ragazzi con il bernoccolo della cucina. Avevano maturato esperienza nel Paese di provenienza o, più recentemente, frequentato corsi di formazione per aspiranti cuochi. Adesso hanno mestiere e lavoro. Da questo momento potranno crescere professionalmente e pensare al loro futuro con quel briciolo di serenità che gli mancava dal momento in cui avevano deciso di andare altrove a cercare fortuna.

Sappiamo quanto siano difficili gli italiani con la cucina quando compiono viaggi di lavoro o puro divertimento all’estero. A volte tornano. Magri, smunti, con qualche chilo in meno. Il che non guasterebbe, se di mezzo non ci fosse una dieta forzata “…perché come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna parte!”.
COPERTINA BUONA Cucina 03

QUANDO SIAMO ALL’ESTERO, QUANTO CI MANCA LA NOSTRA CUCINA?

In parte è vero, ma se solo per qualche istante, non scappassimo e restassimo con le gambe sotto un tavolo, a sforzarci di comprendere cosa sia la cucina, per gli italiani quanto per gli stranieri, gli extracomunitari in questo caso, avremmo già compiuto metà del nostro lavoro. Intanto, risvolto psicologico: da decenni gli italiani non emigrano più necessità, dunque se ci muoviamo lo facciamo per rapporti lavorativi o per vacanza. Dunque, mettiamo in preventivo che per una, due settimane, dovremo rinunciare a pasta asciutta e pizza margherita, «…come solo da noi le sanno fare!». Spesso non siamo soddisfatti ugualmente, cominciano a mancarci, in ordine sparso, tovaglia a fiori, tovaglioli in sintonia, posate, profumo che si sprigiona dai fornelli. In una considerazione: «Sì, all’estero si sta bene, luoghi di incanto, ma quanto ci manca il nostro ragù!».

Siamo all’estero. Ribaltiamo per qualche istante, non di più, il concetto. Poi ognuno è padrone di rimettere le sedie sotto al tavolo, dare un’occhiata poco invitante al conto rispetto al menù appena consumato, e andare via. Ma prima di avere nostalgia della vostra cucina o del ristorante sotto casa, pensate un istante: ragazzi che fino a pochi giorni, settimane prima, l’unico suono familiare che avevano nelle orecchie non era l’acqua che bolle o il profumo di una pietanza del loro Paese, bensì il fischio di pallottole ad altezza d’uomo e «Si salvi chi può!».

A TAVOLA, RIVIVONO ATMOSFERA E SAPORI DI CASA

L’ultimo straziante abbraccio con i familiari, per chi ne ha ancora, la fuga disperata, il gommone, il barcone, il mare aperto. Una distesa immensa, il pericolo che l’imbarcazione di fortuna a cui ci si è aggrappati possa andare a fondo e, più di una volta, vedere le speranze di chi non ce l’ha fatta galleggiare a vista.

Ecco perché in un mare di indifferenza la cucina multietnica suona come una vittoria. E’ un altro passo avanti scritto a caratteri di scatola. Riconciliare gente in fuga con la propria tradizione, la propria cultura, cominciando dall’alimentazione. Non chiedendo loro uno sforzo nel cambiare abitudini perché così è più comodo per chi si inventa l’accoglienza, bensì andando incontro agli extracomunitari cominciando dalle spezie, dalla cipolla e dal peperoncino. Per un motivo molto semplice: perché a loro piace così. E perché, si diceva, il cibo nutre l’anima, e fa rivivere  atmosfera e sapori di casa anche solo per il tempo di un pasto.

«La mia vita, una lotteria!»

Alfa, trent’anni, ivoriano

«Conservo gelosamente la mia tuta da meccanico. Grazie a questa scampai a un campo di prigionia e trovai lavoro. Ho lasciato la mamma, conto di riabbracciarla presto. Il mio viaggio: tremila euro per salire su un gommone con quaranta di febbre…». Soccorso da una nave militare, è in Italia dallo scorso 11 luglio.

STORIE D 09 «La mia vita, una lotteria!». «Vinta!», racconta Alfa, ivoriano, trent’anni, perseguitato politico, sbarcato in Italia lo scorso 11 luglio. «Prima l’ho scampata bella in Costa d’Avorio, dove è sempre guerra civile; poi, in Libia, dove sono stato imprigionato a lungo, ostaggio di una banda di malavitosi che cercava danaro in cambio della mia libertà: eravamo in cento, in un campo, quando è arrivato un uomo, ben vestito, che fra tutti ha indicato me per portarmi via». Riscattato, Alfa. C’è un motivo. «Quel signore, che il Cielo lo assista ovunque sia in questo momento, mi ha visto con addosso la mia tuta da lavoro, quella di meccanico – me lo ha spiegato dopo… – e non ha avuto difficoltà a indicarmi ai miei carcerieri: voglio quello!».

Meccanico, Alfa. Non un meccanico di quelli che scivolano sotto le auto, svitano e avvitano bulloni. Ma di tir, bestioni meccanici che fanno un solo boccone di autostrade, provinciali e strade dissestate che siano. Non li ferma nessuno, se non qualche avaria, tanto da dare lavoro al suo datore e allo stesso Alfa. «Aveva un’officina, il mio benefattore, aggiustava auto ma soprattutto autotreni, camion con rimorchio; la meccanica mi ha sempre affascinato, un giorno mi piacerebbe aprire una grande officina per dare assistenza a chi ha bisogno di un’occhiata al motore del proprio mezzo: è il lavoro che facevo nel mio Paese dal quale sono scappato senza poter portare cose con me; se non il dolore nel cuore, per aver lasciato mamma: addosso la mia divisa da lavoro, quella di meccanico, che non volendo mi ha sottratto alle continue e inspiegabili torture e botte dei miei carcerieri».

Strana la vita di Alfa. «Fuggi da un Paese nel quale si può dire ci sia un conflitto al giorno, arrivi in un’altra nazione e ti accorgi che hai corso migliaia di chilometri verso la libertà, e che invece la strada da compiere è ancora lunga: ti catturano come fossi una bestia, ti spingono in un campo recintato e ti fanno sorvegliare da gente armata fino ai denti; è in certi momenti che ti chiedi se essere fuggito sia stata la cosa migliore da fare; morire lontano da casa non è una bella prospettiva».

STORIE D 01 Torniamo alla lotteria e alla ricerca della felicità. «A febbraio dello scorso anno – ricorda Alfa, tornando indietro nel tempo, usando pollice, indice, medio per contare i mesi di fuga – scappo via dalla “Costa”, lascio la mamma, le prometto di tornare a riprenderla e in un anno attraverso Burkina e Niger; arrivo in Libia, dove vengo bloccato con le cattive fino a quando non arriva il proprietario dell’officina in cui ho lavorato per guadagnare qualcosa; quei soldi mi permettono di pagarmi la traversata fino all’Italia: non importa se su un gommone, un altro mezzo di fortuna, lì non volevo restarci più! ».

Mette insieme quello che può, nel cuore la speranza e la promessa fatta alla mamma rimasta a casa. «Non sono sposato, non ho legami, è lei la mia famiglia, lei è stata a dirmi di fuggire perché malintenzionati mi stavano cercando per picchiarmi: è così in Costa d’Avorio, la guerra civile sembra finita, il vecchio presidente e sua moglie sono stati condannati per crimini contro l’umanità, invece chiunque si sente autorizzato a giudicare e condannare: la situazione è complessa, per questo sono venuto via dal mio Paese, è stata dura dove accettare tutto in pochi istanti e fuggire senza riflettere; un colpo di spugna al passato, senza pensarci su, ma con dentro un dolore che difficilmente riuscirò a cancellare: trent’anni, una vita!».

Finalmente Alfa mette insieme una buona cifra per pagarsi il viaggio. Cinquemila dinari libici, tremila euro. «Tanto mi è costato il biglietto della speranza, del resto anche qui, in Italia, dite “bere o affogare”: non c’era altra via di fuga da persecuzioni e torture, tanto valeva spezzarsi la schiena e mettere insieme un dinaro dopo l’altro».
STORIE D 06

Ricorda il viaggio per l’Italia. «Non so cosa mi fosse successo, avevo quaranta di febbre quando mi imbarcai, non potevo più rimandare il viaggio: o quella sera o mai più; sempre il mio “salvatore” mi mise in contatto con chi organizzava questi viaggi e mi accompagnò all’imbarcazione; rischiavo il collasso, tanto era alta la febbre: mi feci forza e, un piede dopo l’altro, salii a bordo del gommone per il mare aperto».

Era calato da poco il buio. «Dovevano essere le otto di sera quando partimmo, una immensa distesa di inchiostro nero, non ricordo altro: mare e orizzonte erano la stessa cosa, non si distingueva dove finiva uno e dove cominciasse l’altro; io ero su un fianco del gommone, mi riparavo dal movimento degli altri passeggeri che a causa dei movimenti bruschi dell’imbarcazione, rischiavano di metterti sotto i piedi; arrivò il mattino, prima il freddo, poi un caldo insopportabile, da stare male più di quanto già non soffrissi».

Una cosa, però, Alfa la ricorda. «Erano le 18 del giorno dopo la partenza, guardai il mio orologio da polso, l’unico bene che avevo, meno prezioso solo della tuta da meccanico».

Una nave militare italiana avvista il gommone con a bordo Alfa e un altro centinaio di passeggeri. Tutti a bordo. Il trentenne ivoriano viene sottoposto alle prime cure, giunge in terraferma con ancora qualche linea di febbre. «Oggi sono qui, il mio sogno nel cassetto è un’officina: indosserei la stessa tuta che mi ha salvato, se non fosse che la conservo gelosamente, forse le devo la vita. Anzi, senza “forse”…».

«Cucina multietnica!»

Costruiamo Insieme, da oggi “menù” per tutti

Cipolla e peperoncini a go-go. E’ la tavola la vera ricetta dell’integrazione. Cucina professionale e uno staff dedicato ai diversi ospiti. Il cibo, dicono nella sede di via Cavallotti, nutre anche l’anima, fa rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Anche, se non soprattutto, la cucina, il cibo, rappresentano occasione di scambio culturale. Stando a un attento studio sull’alimentazione, quattro stranieri su dieci dicono di aver cucinato per amici o conoscenti italiani piatti del proprio Paese d’origine e nel giro di qualche “seduta” si sono trovati ad insegnare le proprie ricette ai loro ospiti. Sempre gli stranieri. La metà del campione esaminato su vasta scala, inoltre, ha partecipato a pranzi o cene a base di cucina multietnica.

Secondo una ricerca, e per stessa ammissione degli stessi ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza, piatti della propria tradizione rappresentano una parte importante dell’alimentazione. Soprattutto, confermano, perché nutrono l’anima,  facendo rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Dunque, cipolla e peperoncini “a go-go”. O, se preferite, “come se piovesse”. Più semplicemente, “finalmente, condite le vostre pietanze come preferite!”. Partendo dallo studio appena considerato, Costruiamo Insieme corona un altro sogno: la cucina multietnica. Da oggi, la cooperativa con sede in via Cavallotti, confeziona per i suoi ospiti menù a misura di tradizione gastronomica.

COPERTINA BUONA Cucina 01

E’ UN GRAN GIORNO…

E’ un bel giorno, lo festeggiano insieme gli operatori e gli stessi ragazzi che di questo altro step verso un’accoglienza, a ragione, ne fanno un vanto. E’ la vittoria del lavoro e della sensibilità. Di più, del lavoro, della sensibilità e del rispetto. Perché la cucina di via Cavallotti, nel rispetto di qualsiasi norma, non è solo «primo, secondo e companatico», ma rispetto delle tradizioni e della cultura di ciascun ospite della struttura. Da oggi, nigeriani, senegalesi, maliani, guineani, hanno il loro menù. Carico, diciamo noi, di cipolla o peperoncino, in una sola parola “speziato”. Poco importa, così piace a loro, così sia.

Pensiamoci un attimo. Non è conquista da poco in un clima non sempre idilliaco o poco chiaro fra accoglienza e respingimenti. E’, invece, un investimento controcorrente. Momento critico, futuro incerto: invece di segnare il passo e provare a comprendere che aria tira, viene fatto un investimento importante. Non solo strumenti di cottura moderni che farebbero invidia a più di qualche ristorante, ma anche risorse umane: fra spezie e fornelli, ci sono ragazzi con il bernoccolo della cucina. Avevano maturato esperienza nel Paese di provenienza o, più recentemente, frequentato corsi di formazione per aspiranti cuochi. Adesso hanno mestiere e lavoro. Da questo momento potranno crescere professionalmente e pensare al loro futuro con quel briciolo di serenità che gli mancava dal momento in cui avevano deciso di andare altrove a cercare fortuna.

Sappiamo quanto siano difficili gli italiani con la cucina quando compiono viaggi di lavoro o puro divertimento all’estero. A volte tornano. Magri, smunti, con qualche chilo in meno. Il che non guasterebbe, se di mezzo non ci fosse una dieta forzata “…perché come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna parte!”.
COPERTINA BUONA Cucina 03

QUANDO SIAMO ALL’ESTERO, QUANTO CI MANCA LA NOSTRA CUCINA?

In parte è vero, ma se solo per qualche istante, non scappassimo e restassimo con le gambe sotto un tavolo, a sforzarci di comprendere cosa sia la cucina, per gli italiani quanto per gli stranieri, gli extracomunitari in questo caso, avremmo già compiuto metà del nostro lavoro. Intanto, risvolto psicologico: da decenni gli italiani non emigrano più necessità, dunque se ci muoviamo lo facciamo per rapporti lavorativi o per vacanza. Dunque, mettiamo in preventivo che per una, due settimane, dovremo rinunciare a pasta asciutta e pizza margherita, «…come solo da noi le sanno fare!». Spesso non siamo soddisfatti ugualmente, cominciano a mancarci, in ordine sparso, tovaglia a fiori, tovaglioli in sintonia, posate, profumo che si sprigiona dai fornelli. In una considerazione: «Sì, all’estero si sta bene, luoghi di incanto, ma quanto ci manca il nostro ragù!».

Siamo all’estero. Ribaltiamo per qualche istante, non di più, il concetto. Poi ognuno è padrone di rimettere le sedie sotto al tavolo, dare un’occhiata poco invitante al conto rispetto al menù appena consumato, e andare via. Ma prima di avere nostalgia della vostra cucina o del ristorante sotto casa, pensate un istante: ragazzi che fino a pochi giorni, settimane prima, l’unico suono familiare che avevano nelle orecchie non era l’acqua che bolle o il profumo di una pietanza del loro Paese, bensì il fischio di pallottole ad altezza d’uomo e «Si salvi chi può!».

A TAVOLA, RIVIVONO ATMOSFERA E SAPORI DI CASA

L’ultimo straziante abbraccio con i familiari, per chi ne ha ancora, la fuga disperata, il gommone, il barcone, il mare aperto. Una distesa immensa, il pericolo che l’imbarcazione di fortuna a cui ci si è aggrappati possa andare a fondo e, più di una volta, vedere le speranze di chi non ce l’ha fatta galleggiare a vista.

Ecco perché in un mare di indifferenza la cucina multietnica suona come una vittoria. E’ un altro passo avanti scritto a caratteri di scatola. Riconciliare gente in fuga con la propria tradizione, la propria cultura, cominciando dall’alimentazione. Non chiedendo loro uno sforzo nel cambiare abitudini perché così è più comodo per chi si inventa l’accoglienza, bensì andando incontro agli extracomunitari cominciando dalle spezie, dalla cipolla e dal peperoncino. Per un motivo molto semplice: perché a loro piace così. E perché, si diceva, il cibo nutre l’anima, e fa rivivere  atmosfera e sapori di casa anche solo per il tempo di un pasto.