«Taranto, troppo bella»

Achille Lauro, concerto sulla Rotonda del Lungomare

«Onorato dell’attenzione di questa città. E’ un evento unico, mai cantate le mie canzoni in versione sinfonica». Poi incontra venti ragazzi per un firmacopie del suo libro. «E’ come una canzone di 200 pagine, nasce dal mio modo di scrivere: è una sorta di  versione su carta di C’est la vie». Non rilascia interviste, ma stavolta fa uno strappo alla regola.

«Non rilascia interviste, gliele hanno chieste Corriere della sera e Repubblica, niente da fare». Achille Lauro è un artista molto seguito. Anche dalla stampa come si evince dalle dichiarazioni del suo ufficio stampa. Dunque, le due battute al volo che rilascia durante un firmacopie concordato dall’organizzazione, sono da considerarsi esclusive. Venti ragazzi (buona parte ragazzine) selezionati dal bookstore Mondadori, attendono davanti al “Fusco”, il teatro comunale di Taranto, con grande palpitazione l’arrivo della star più amata del momento. Un momento che dura da un po’. Non è una meteora, considerando il contratto da sette milioni di euro con la Warner intascato grazie alla capacità manageriale di Angelo Calculli. Il fiuto per l’arte deve essere un affare di famiglia, se il figlio del potente manager, Gregorio, ventotto anni, due meno di Achille Lauro, è l’artefice degli arrangiamenti dell’evento che sabato sera ha luogo sulla Rotonda del Lungomare. Promuove il Comune di Taranto, massimo sostegno del sindaco Rinaldo Melucci e del suo vice, Fabiano Marti, e l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano.

E’ venerdì pomeriggio, le 17.00 in punto. Un break dopo aver visto la location dalla quale si esibirà il giorno dopo. Arriva uno dei due van, neri, vetri rigorosamente oscurati. Scende prima l’autista, Vincenzo Martinelli, che di mestiere scorta le star. Invita alla calma. Va tutto bene. Non appena entra nel foyer, Achille Lauro si lascia andare ad una espressione non richiesta. Non ci sono taccuini spiegati, telecamere accese. Lo dice senza essere tirato per l’elegante giacca che indossa, insieme a tanti tatuaggi. “Gran bella città Taranto – dice l’artista romano – l’ho vista dal palco della Rotonda, dove ho appena finito la prima parte delle prove: una veduta di grande suggestione, domani sarà una “seratona”!”.

«LUSINGATO DALL’ACCOGLIENZA»

Tarantini, amministratori, direttore d’orchestra e professori, tutti lusingati per essere stati scelti dall’artista di “Rolls Royce” e “Carillon”. «Posso dire una cosa – dice – purché non lo prendiate come un atteggiamento di piaggeria nei confronti della vostra città, del vostro ensemble: bene, sono io che ringrazio con l’Amministrazione locale e con l’Orchestra della Magna Grecia, per questa che trovo un’occasione unica, a dir poco straordinaria».

Seduto su un bianco divano nel foyer, gambe accavallate, occhiali ovali, lenti fumé, vestito nero, camicia bianca a righe, gel fra i capelli, prosegue. «E’ la mia primissima volta con un’orchestra – confessa – e sono felice che questa orchestra che sia quella di Taranto, della quale è stato direttore per dodici anni Luis Bacalov, premio Oscar, grande precursore nella commistione fra classica e rock».

«E’ stato il maestro Piero Romano – ha poi aggiunto Achille Lauro – a convincermi a realizzare un concerto in versione sinfonica: pare che l’idea sia nata – parole sue – dopo aver ascoltato ad un concerto “C’est la vie”, brano per certi versi atipico nella mia produzione: è stata questa scintilla che ha fatto scoccare l’idea   di un concerto sinfonico: una sfida per me, una sfida per l’orchestra, un’esibizione assolutamente inedita, unica». Ecco perché quei furgoni, una decina di telecamere, un drone. La regia è di Sky, che lo intervisterà quando, fra un paio di mesi, programmerà in tv le riprese del concerto.

«Il concerto sinfonico a Taranto era in programma a maggio, in teatro, poi il lockdown ha cambiato tutto: dati alla mano, mi dicono, che verranno al mio concerto non solo giovani, pubblico evidentemente fidelizzato dall’orchestra in tutti questi anni. «Se c’è una cosa che mi ha colpito in questi primi anni di attività? Il pubblico che ha colto il messaggio che volevo mandare».

«LE MIE CANZONI, UN SOGNO…»

Quando facciamo notare ad Achille Lauro che la cura e la preparazione delle sue esibizioni ricordano in qualche modo i grandi della lirica, e come Bam Bam Twist presupponga una grande conoscenza e “curiosità” musicale, Lauro non fa una piega. «Amo la musica, tutta la musica: dell’ispirazione ho un concetto molto personale; questa può scaturire in qualsiasi momento, può nascere ovunque, da qualsiasi cosa, dal dialogo con una persona a un sogno, perfino dal dormiveglia».

Infine una battuta in veste di scrittore. E’ iniziato il firmacopie, Achille Lauro accenna a “16 Marzo”, il suo secondo libro. «Nello scrivere una canzone – conclude l’artista – sei vincolato da fattori come il tempo dell’esibizione; questo libro è un po’ come una canzone di 200 pagine, e nasce dal mio modo di scrivere: è una sorta di  versione su carta di C’est la vie».

All’indomani, il concerto. Mille sulla Rotonda. Piccoli e grandi applaudono le sue canzoni in versione sinfonica: Carillon, 1969, Penelope, Me ne frego, Scusa, Bam bam twist, La bella e la bestia, Rolls Royce, C’est la vie. La serata è appena finita, l’artista scende dal palco, Vincenzo se ne prende cura, apre il suo van. Il cantautore prima di richiudere la portiera dell’auto, agita una mano, saluta quanti sono davanti alle transenne. La “due giorni” tarantina è finita come era cominciata. E’ stato un grande successo. Un evento, si diceva. Fra due mesi, più o meno, sulle reti Sky, Achille Lauro e l’orchestra in concerto insieme.

«Siete senza attributi!»

Del Debbio si scaglia contro i picchiatori dei due gay aggrediti a Padova

Il conduttore di “Dritto e rovescio”, soccorre i deboli. Su Retequattro il suo programma che spesso ospita Salvini e i pistolotti contro gli extracomunitari, stavolta stupisce. E si augura che qualcuno «gonfi i responsabili del pestaggio come un tamburo», anche per non sconfessare l’atteggiamento violento di certi programmi. I ragazzi malmenati, reagiscono e denunciano il branco. Il sindaco auspica si faccia luce sul caso di grave inciviltà.

«Mettetevi due protesi là sotto!». Inequivocabile quell’indicazione, «là sotto» è riferito agli attributi, in breve, al coraggio, visto che nel nostro Paese si fa distinguo fra coraggiosi, «con gli attributi», e codardi, «privi di attributi». Ecco, allora che Paolo Del Debbio, a “Dritto e rovescio”, si rivolge direttamente a chi ha picchiato a Padova due ragazzi omosessuali per essersi baciati per strada. «Mettetevi due protesi là sotto!», esclama, quando meno te lo aspetti, il conduttore rivolgendosi a favore di telecamera. «Due ragazzi che si baciano per strada – prosegue – o si pigliano per la mano, ma uno che si mette a menarli ma che c’ha nel cervello? Non ce l’ha, ma se ce l’avesse che avrebbe in quella testa?».

Il monologo è duro. Non si ferma a quella provocazione, anzi, arriva il carico da 11. Prosegue. «Perché non ve la prendete con qualcuno di più grosso, che magari vi dà una smanica di ceffoni e vi gonfia come un tamburo? Che c’avete sotto? Sopra nulla, almeno mettetevi due protesi che fanno finta di essere quelle che normalmente un uomo ha, e che quando le ha non fa cose come cose».

Retequattro si smarca dall’aggressione dei due ragazzi gay. Anzi, provoca quei bellimbusti che hanno picchiato i due ragazzi che non facevano niente di male. Gli scandali sono altri. Alla fine, fa piacere che un programma, su una tv che non smette un attimo di indicare la diversità di pelle, quella degli extracomunitari, per esempio, stavolta abbia assunto le parti di due diversi, due gay.

La storia è nota, accade a Padova. Due ragazzi, Marlon e Mattias, il primo di ventuno anni, l’altro di ventisei, vengono prima insultati e poi aggrediti per essersi dati un bacio nel centro della città veneta. I due ragazzi camminavano mano nella mano, quando ad un certo punto hanno deciso di fermarsi. Avvicinarsi e  scambiarsi un bacio. E’ lì che è scattata l’aggressione. Un branco, autoproclamatosi “giustiziere”, formato da quattro ragazzi e due ragazze si è avvicinato alla coppia e ha cominciato a picchiarla. Interviene un amico dei due, picchiato duro anche lui. Non appena compie il gesto di difesa, viene colpito con un bicchiere alla testa. Corsa in ospedale, la ferita è sanguinante, deve suturarla con dei punti. Anche i giovani hanno subito ferite, lievi per fortuna. Insieme, i tre ragazzi formalizzano la denuncia, raccontano dell’aggressione e replicano il racconto a favore di social con tanto di video.

«Abbiamo deciso di raccontare quello che è avvenuto – dicono Marlon e Mattias – perché siamo stanchi di dover far fronte a episodi omofobi; vogliamo fare in modo che queste manifestazioni di odio e discriminazione non ci siano più», proseguono nel racconto del violento episodio. «Mi viene da pensare anche al giovane Willy – aggiunge uno dei due – ucciso dalla mascolinità tossica e da questi comportamenti menefreghisti di fronte alla collettività e alla diversità: è il momento di dire basta!».

Su Retequattro, la puntata scorre veloce. Del Debbio appare sinceramente contrariato. Come non l’abbiamo mai visto, nemmeno in occasione di una delle tante aggressioni compiute da cittadini nei confronti di extracomunitari che arrivano in Italia su imbarcazioni improbabili in cerca di futuro, lontano da guerre civili, religiose e politiche.

In soccorso dei due ragazzi, uno originario di Mestre e l’altro di Padova, sono intervenuti per primi i vigili urbani che presidiano la sede del Comune e successivamente i carabinieri. Gli investigatori stanno visionando le immagini delle telecamere per identificare i componenti del gruppo.

Pronto l’intervento del sindaco del capoluogo, Sergio Giordani, che esprime solidarietà ai ragazzi. «Auspicandoci che vengano individuati al più presto i responsabili, va ribadito che Padova è una città libera e non tollera prevaricazioni; va confermato l’impegno a ogni livello per combattere ogni discriminazione e forma di violenza, anche con adeguati strumenti normativi». Con buona pace di tutti. E stavolta anche di Del Debbio, che speriamo continui a stupirci.

«Caro, Luis…»

Sule, nigeriano, parla del pasticcio-Suarez e passaporti facili

«Tifo Juventus, ma a noi africani, se tutto va bene, tocca aspettare mesi e mesi. Ma non è solo in Italia che qualcuno aiuta i poteri forti. Altrove è peggio, molto peggio. Alla fine mi sto convincendo che avere quei documenti sia solo un sogno…».

«Passaporto? L’ho solo sognato, non so che forma abbia, comincio a pensare che sia una parola astratta e non concreta, cioè che il passaporto sia un sostantivo di fantasia». Usa aggettivi e sostantivi in modo puntuale, Sule, un cellulare per amico, che agita come fosse un’abitudine. Come se la sua conoscenza, il suo borsello con il quale spostarsi, sia tutto là dentro. «Lo usavo quattro anni fa, quando sbarcai in Italia: non conoscevo una parola, sfioravo un tasto ed ecco il significato della parola: poi seguendo, quando era possibile le tv e le partite giocate in Italia, avevo già imparato qualcosa». Ecco, il calcio e il passaporto. Come se non bastasse è tifoso anche della Juventus, la squadra italiana che avrebbe voluto rinforzarsi mettendo sotto un profumato contratto Luis Suarez. «Il Pistolero, come no…». La frase è accompagnata con una espressione locale. Della serie, «Come se non sapessi di chi stiamo parlando».

Difende i bianconeri, Sule. Potrebbe essere un buon consulente dello studio legale della Juventus che sarebbe stato intercettato in una conversazione con personale docente dell’Università di Perugia. «Una faccenda all’italiana? Non credo che queste cose succedano solo qui, tutto il mondo è Paese: fidatevi di me, ho davvero girato…».

A qualcuno potrebbe essere sfuggito, non a Sule, così informato e così informatizzato. Dunque, veniamo ai fatti. L’esame sostenuto a Perugia, giovedì scorso, da Luis Suarez per ottenere la cittadinanza italiana diventa di colpo un caso giudiziario, con l’accusa di rivelazioni di segreto d’ufficio e falsità ideologica per i cinque indagati: le domande sarebbero state anticipate al candidato dalla stessa Università per Stranieri del capoluogo umbro. La procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, ritiene che quello del Pistolero sia stato un «esame farsa» in una seduta fatta «ad hoc», racconta, per filo e per segno, la Gazzetta dello Sport.

Non sai se ridere o piangere, scriveva l’altro giorno Valerio Piccioni, interpretando i nostri sentimenti. Noi che conosciamo e abbiamo scritto storie sui nostri ragazzi straordinari che di strada (e mare) ne hanno fatta tanta. Insomma, questo sentimento del ridere o piangere, si scatena quando ti arriva addosso una storia così, come quella del pasticciaccio brutto, appunto, dell’esame di italiano di Luis Suarez. Un episodio che tira giù dalla soffitta altre vicende di un bel po’ di anni fa che legarono pallone e passaporti (la Juventus viene menzionata in questa occasione, ma in passato altre squadre avevano gradito scorciatoie…).

PASSAPORTO FACILE, NON PER TUTTI

Passaporti italiani, passaporti facili, preceduti dall’esame-farsa presso l’Università per stranieri di Perugia dello scorso 17 settembre, di cui scrive nella sua ordinanza per autorizzare i decreti di perquisizione, Raffaele Cantone, ora capo della procura di Perugia dopo aver guidato l’Autorità anticorruzione. I reati per cui si indaga in questi giorni sono quelli di falsità ideologica e rivelazione di segreti d’ufficio, ma nello spettro dell’inchiesta spunta l’ipotesi corruzione. «Di gente disposta a farsi corrompere ne ho incontrata – dice Sule – ma non in Italia: soldi per farti rilasciare, non farti far male, tagliare la gola, soldi per imbarcarti, soldi per fare i primi documenti per avere un permesso di soggiorno, possibilmente con vista su un passaporto: un sogno; non so se esista davvero, dicevo e confermo. Insomma, ne avessi trovato uno disposto ad “aiutarmi”…». Lo abbiamo aiutato noi, nel suo italiano invidiabile aveva usato un termine, per così dire, improprio. Scivoliamo noi, figurarsi un ragazzo straniero.

Certe chiacchierate intercettate dalla Procura per caso nell’ambito di un procedimento precedente, certi post su Facebook fanno pensare a una botta di provincialismo fantozziano, scriveva Piccioni. L’incontro con un padreterno del pallone che manda in tilt i protagonisti della vicenda. La storia, purtroppo, è maledettamente seria. Perché il passaporto è una di quelle cose in cui anche il divo milionario dovrebbe condividere almeno un po’ delle ansie dei comuni mortali, quelli per i quali i giorni diventano settimane e i mesi addirittura anni per conquistare un traguardo che vale una vita: diventare italiano. «Mi farò la tessera della Juventus, intanto per vedere le partite della Signora poi per chiedere a qualche legale se c’è la possibilità di arrivare al passaporto: sono disposto ad attendere tutto il tempo che ci vuole!». Adorabile Sule, a conoscenza che la squadra bianconera è chiamata anche «La Signora del calcio italiano» e per la pazienza olimpica in fatto di attesa.

«NON DICE UNA SOLA PAROLA…»

Gli investigatori, intanto, ricostruiscono i vari passaggi ma non è emerso nessun tipo di pressione da parte della società, come dice il tenente colonnello che ha guidato le indagini della Guardia di Finanza. Le intercettazioni, per gli indagati, però, forniscono uno spaccato che evidenzia un contesto originale. Come quando una professoressa che conduce i corsi di preparazione a distanza, dice in vista dell’esame che Suarez «non spiccica una parola». O un «ti pare che lo bocciamo?», che non annuncia particolare severità degli esaminatori di fronte al Pistolero.

In pratica, gli indagati sono accusati di avere organizzato una sessione straordinaria «ad hoc», su misura, per Suarez citando «esigenze logistiche» (lo sdoppiamento dell’appello) che non sussistevano, di aver detto a Suarez su che cosa sarebbe stato interrogato e di aver dato un via libera, il livello B1, che non corrispondeva alla conoscenza della lingua italiana da parte del calciatore.

Michael, anche lui nigeriano, laureato in geologia proprio a Perugia, ha rilasciato una battuta. «Non ci giriamo intorno, è una cosa brutta molto brutta; personalmente ci ho messo tanti anni per diventare italiano, ce l’ho fatta dopo la laurea, ma non credete che la laurea abbia spostato qualcosa. Contano le carte della burocrazia, non si finisce mai».

Per dirla con parole di Sule, filosofo della vita e appassionato bianconero, «Il passaporto sarebbe lo stesso, ma la strada per arrivarci non è la stessa per tutti».

«Puglia, casa vostra!»

Michele Emiliano, confermato presidente della Regione Puglia

Il governatore non dimentica. «Porrò massima attenzione – parole sue – punendo quanti non rispettano immigrati e lavoro dei ragazzi africani, a cominciare da quello nei campi in cambio di una manciata di euro». Scongiurata la vittoria della Lega di Matteo Salvini e della coalizione del centrodestra che voleva «rispedire a casa loro gli immigrati». «Oggi è ancora primavera pugliese!», chiosa il leader del vincente centrosinistra.

«Confesso di avere avuto una certa paura, provocata più che dai sondaggi, dalle tensioni, dalla gente disorientata sulle consultazioni elettorali gravate anche dal peso di un referendum». Michele Emiliano, riconfermato presidente della Regione Puglia, non ha resistito alla tentazione dell’outing davanti alle decine di microfoni. C’era tutta la nostra tensione in quelle parole nell’aver seguito una campagna elettorale piena di veleni. «Gli immigrati tornassero a casa loro», aveva minacciato nelle piazze, Taranto compresa, Matteo Salvini, leader della Lega. Quel movimento politico diventato partito e oggi sotto inchiesta per una cinquantina di milioni che ancora non si sa che fine abbiano fatto. «Gli immigrati dovranno chiederci il permesso e, in caso di accoglienza della domanda, restare sul suolo italiano». Come a dire, domandare è lecito, rispondere è cortesia. Meglio ancora, «Voi compilate moduli e domande per chiedere asilo, noi le selezioniamo…».

Ma ha vinto Emiliano, la Puglia è casa di chi fugge da fame, guerra e persecuzioni politiche. Emiliano, fra le altre cose, promette di porre «massima attenzione – parole sue, durante la campagna elettorale – punendo quanti sfruttano il lavoro di ragazzi africani nei campi in cambio di una manciata di euro».

Impossibile intercettarlo. Quel numero di cellulare al quale rispondeva personalmente durante la campagna elettorale, tace. Del resto, o risponde alle domande dei giornalisti che lo hanno atteso davanti al suo principale comitato elettorale, oppure ai complimenti dei suoi elettori, che comunque lo raggiungeranno più tardi nel suo quartiere generale a Bari. Doveva scendere fra la gente, per una dichiarazione ufficiale a reti unificate alle 21.00 o giù di lì, ma quando la forbice fra lui e Fitto racconta di una forbice che oscilla fra il 6-7%, ecco che il governatore appena confermato anticipa il suo incontro con la stampa e le tv locali e nazionali.

ARIA DI FESTA

Il governatore uscente festeggia i risultati che lo danno vincitore nei confronti del diretto competitor, Raffaele Fitto, per il quale spenderà parole di elogio per un dibattito politico mai degenerato.

«Il risultato è una straordinaria prova di democrazia, la gente ha compreso che era giusto salvare il nostro processo politico», una delle dichiarazioni del presidente della Puglia uscente Michele Emiliano, che cominciava ad accarezzare il sogno della vittoria.

Una vittoria di tutti, dice il governatore, per dimostrare all’Italia che la Puglia c’è: oggi è ancora “primavera pugliese”. «Voglio ringraziare tutto il popolo pugliese per la straordinaria prova di democrazia, abbiamo fatto una campagna elettorale casa per casa, strada per strada, paese per paese, città per città e abbiamo cercato di spiegare a tutti perché era necessario salvare un processo politico che dura da quindici anni e che ha fatto grande la Puglia: è stato un gioco di squadra; non ha vinto nessuno da solo: abbiamo vinto tutti insieme e dimostrato soprattutto all’Italia che la Puglia esiste, ce la fa e che oggi non è – come qualcuno si aspettava – il primo giorno dell’autunno, ma è ancora primavera! È ancora primavera pugliese ed è una primavera che appartiene a tutti, a tutti coloro che hanno dato una mano e sono tanti; è stato importante essere uniti: l’unità e la volontà di andare avanti sono stati gli elementi più importanti. Voglio ringraziare tante persone. Sicuramente i miei ex assessori che sono qui al mio fianco: Antonio Decaro, Francesco Boccia e Marco Lacarra, devo ringraziarli in modo particolare perché sono con me da tanto tempo. Non mi hanno mai mollato, mi hanno anche sostenuto nei momenti più difficili. Voglio soprattutto dire che il popolo pugliese ci ha anche perdonato le tante cose che avremmo potuto fare meglio».

E’ una serata che non scavalca e non cancella tutte le cose da migliorare, sottolinea Emiliano. «Siamo perfettamente consapevoli di dovere migliorare tantissime cose, ma contemporaneamente abbiamo fatto una campagna elettorale per spiegare che eravamo in grado di imparare anche dagli errori che avevamo commesso, penso sia stata una prova di umiltà da parte di noi tutti e grande voglia di andare avanti; siamo però consapevoli che la Puglia non ha piegato la schiena davanti a nulla e davanti a nessuno e che sta continuando il suo cammino verso il futuro».

«NOI SIAMO LA BASE!»

Il duello a distanza fra centrosinistra e pentastellati. «Sono certo che tantissimi pugliesi, che avrebbero votato anche per il Movimento 5 Stelle, probabilmente hanno preferito un voto utile sulla base di un progetto. Di questo siamo consapevoli e cercheremo di comportarci in modo coerente. Ci sono stati momenti durissimi, perché ci siamo sentiti in gravissimo isolamento. È qui che, tutti insieme, abbiamo dato il meglio di noi stessi, quando abbiamo capito che la difesa della Puglia passava da una campagna elettorale così difficile, anomala, che doveva spiegare le cose che sembravano essere evaporate nell’aria, perché alle volte la memoria non sempre può venirci in soccorso».

La Puglia come luogo più importante per l’elaborazione delle formule delle politiche del futuro. «Noi siamo la base, poi spetta ad altri darci lo spunto, per capire come possiamo essere utili a rendere migliore anche l’Italia». Una stretta ideale al competitor. «Fitto ha fatto una campagna elettorale corretta, è stata una battaglia dura e, ve lo confesso, ho avuto veramente paura di perdere, avevo davanti un avversario competente, bravo e capace di fare campagna elettorale, ma alla fine la gente ha premiato un progetto politico che vuole completare un percorso di crescita per portare la Puglia ad essere un faro per l’intero Paese».

«Diversi da chi?»

Maria Paola, uccisa da un odio ottuso e violento

«Prima dell’orientamento sessuale, del colore della pelle e del conto in banca viene la persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio», ha detto il parroco prima dell’estremo saluto alla povera ventiduenne. La ragazza amava Ciro, un trans, ma il fratello Michele non se ne capacitava. «Volevo darle una lezione, non ucciderla, ma era stata infettata!», la sua tesi difensiva. «Incapace di controllare pulsioni aggressive e dotato di accentuata pericolosità sociale», ha dichiarato il gip.

«Volevo darle una lezione, non ucciderla, ma era stata infettata!». Michele Gaglione, trent’anni, prova a giustificare un gesto scellerato, estremo, un omicidio, dopo che in altre occasioni aveva minacciato furiosamente la sorella, Maria Paola, ventidue anni, che ai suoi occhi si era macchiata di un reato “inammissibile”: innamorarsi di un trans, Ciro Mazza, trent’anni anche lui minacciato più volte da Michele.

Lezione, ragazza “infetta”. Michele un docente di vita, un medico che aveva compiuto diagnosi e cura. Maria Paola infetta. E da che, da chi? Evidentemente dalla voglia di vivere la vita, l’unica di cui Maria Paola disponeva, quella stessa vita che un atteggiamento ottuso e violento le ha strappato per sempre. Uno che in corsa colpisce una ruota, saprà che un’azione simile non potrà mai portare niente di buono. Maria Paola, forte e determinata al punto da lasciare casa per seguire Ciro, aveva sfidato la famiglia, e il fratello dal carattere violento che vive alla maniera di quei racconti nei quali il “guappo” si fa un film, si vede rispettato nel quartiere e guai a chi gli ride alle spalle. Non sia mai: vuoi mettere un idiota che sghignazza al confronto della felicità di una sorella?

E, invece, è andata così. Nella caduta rovinosa sull’asfalto, la povera Maria Paola ha completato la sua corsa verso la libertà, finendo contro un tubo dell’irrigazione che le ha reciso la gola. Voleva «darle una lezione», il fratello Michele. Una giustificazione folle, che rende più drammatica l’intera vicenda. Una vicenda che ha posto l’accento su quanto sia importante una legge contro l’omofobia. Uccisa dal fratello maggiore che non accettava la sua relazione con un ragazzo trans. Come se il maschietto di famiglia fosse un ducetto, avesse diritto di vita o di morte sui suoi sottoposti.

QUEL MALEDETTO VENERDI’…

Quella del maledetto venerdì non era stata la prima aggressione. Il primo tentativo pieno di violenza e minacce per impedire una relazione tra due persone che si amavano, che avevano deciso di condividere sogni, desideri e, perché no, le difficoltà di tutti i giorni che una vita “diversa” agli occhi di un quartiere e, soprattutto, del fratello che non ci dormiva la notte, non era “cosa normale”. Prima di quello sciagurato inseguimento in moto, Michele Gaglione si era presentato a casa di Ciro per imporre la logica deviata. Prepotenze e minacce, ha spiegato Ciro, dopo essere sopravvissuto all’inseguimento: «Il fratello di Maria Paola – spiega Ciro – la ragazza che amavo, venne a casa mia, dicendomi che se non avessi lasciato la sorella mi avrebbe tagliato la testa, mi avrebbe ammazzato: non denunciai per paura». Anche questa, secondo la logica violenta da quartiere sarebbe una “lezione”. Dire a qualcuno «ti taglio la testa», secondo Michele, è una lezione.

E, invece, altro che lezione. Le campane della parrocchia di San Paolo Apostolo di Caivano l’altro giorno suonavano non appena è giunto il feretro di Maria Paola, morta nella notte dell’undici settembre.

La mamma di Maria Paola arriva portata a braccia da familiari e amici di famiglia, amiche della stessa ragazza che giace in quella piccola bara bianca. Carabinieri e volontari filtrano l’accesso alla chiesa, che accoglie più o meno centocinquanta persone dentro, più o meno altrettanti fuori. Il parroco, don Maurizio, benvoluto in un rione nato con una legge dopo il terremoto dell’Ottanta, una palestra di emarginazione e disperazione, invita più volte ad abbandonare l’odio.

«Siamo in chiesa, qui l’odio deve tacere!», dice aprendo la concelebrazione. «Lasciamo fuori i nostri pensieri – il suo invito –  adesso è il momento di pregare». Nell’omelia chiede perdono a Maria Paola perché «non siamo stati capaci di custodire la tua fragile e preziosissima vita». Resta sul piano teologico: vita, morte, resurrezione. Invita a «rispettare la vita fin dal concepimento», e a ricordare che «prima dell’orientamento sessuale, del colore della pelle e del conto in banca viene la persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio».

DON MAURIZIO: «FERMATE L’ODIO!»

Ciro, il fidanzato transessuale di Maria Paola, non c’è. Prima della cerimonia, scortato dalla Polizia si è recato all’obitorio a salutare la salma. Per suo conto viene affisso davanti alla chiesa un poster con quattro foto nelle quali è ritratto con la sua ragazza che non c’è più. «Il mio cuore con te, il nostro amore oltre le nuvole, correvamo verso la nostra libertà!», recita fra le altre cose quell’elaborato. Non c’è Michele, che avrebbe provocato la morte della ragazza facendo perdere l’equilibrio allo scooter sul quale viaggiava a calci, e forse speronandolo. La famiglia Gaglione ha inserito il suo nome nel manifesto a lutto. Per ora è in carcere, ma, dice il suo avvocato, «appena possibile si recherà al cimitero: a tale proposito faremo un’istanza».

Finita messa, accompagnato il feretro nell’auto che condurrà Maria Paola nel suo ultimo viaggio, e la gente è andata via, tra voli di palloncini ed applausi alla bara, Don Maurizio scende sul sagrato per lanciare un nuovo appello a «fermare l’odio». «Sono il parroco di tutti – dice – queste due famiglie abitano una di fronte all’altra: dovranno riconciliarsi».

Durante l’omelia il parroco aveva usato un’altra frase molto toccante. «Scusaci Paoletta, ti chiediamo perdono per non essere stati capaci di custodire questa tua fragile e preziosissima vita».

Michele avrebbe voluto assistere ai funerali. Il gip di Nola, Fortuna Basile, intanto aveva confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di Michele, «incapace di controllare le proprie pulsioni aggressive e dotato, quindi, di una accentuata pericolosità sociale».