«La storia siamo noi…»

Tonio Attino, scrittore, racconta gli emigranti italiani

“Il pallone e la miniera”, storie umane di operai e minatori, e imprese calcistiche. Scenario Esch-sur-Alzette, Lussemburgo, miniere e altoforni. «La Jeunesse, squadra di dopolavoristi, un giorno inchioda i giganti del Liverpool. Bill Shankly, ex minatore, monumentale tecnico dei “reds”, fa una lavata di testa ai suoi: quei ragazzi, un esempio di umiltà».

Tonio Attino, giornalista e scrittore, ha scritto per “Quotidiano di Taranto”, “Stampa” e “Corriere del Mezzogiorno – Corriere della sera”. Il suo ultimo libro, appena pubblicato per Kurumuny, è “Il pallone e la miniera – Storie di calcio e di emigranti”.

Cosa fa di un uomo un emigrante?

«Di solito il bisogno di lavoro. E questa storia racconta di italiani che all’inizio del Novecento partono per il Lussemburgo per lavorare in miniera e nelle acciaierie. Ci fosse stato lavoro a casa propria, non esisterebbero emigranti; stesso discorso per le guerre, che hanno generato fughe e flussi altrove».

Autore anche di “Generazione Ilva”, “Il pallone e la miniera” è sostanzialmente un altro libro.

«Sarebbe un’altra storia se non ci fosse di mezzo l’acciaio. Racconto di “Esche”, seconda città lussemburghese con i suoi trentamila abitanti. Fino agli anni Cinquanta, in un raggio di circa venticinquemila chilometri quadrati, esistevano quarantanove altiforni; è un racconto che somiglia ad altre storie italiane, Bagnoli e Taranto per esempio».

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Una storia che emoziona di più rispetto alle tante altre.

«Mi ha emozionato l’intera vicenda, una matrioska, tante storie una nell’altra: calcio, miniere, acciaierie, resistenza, campi di prigionia nazisti; tante storie con un unico filo conduttore: l’emigrazione italiana in Lussemburgo; gente che partiva da Umbria, Romagna, Friuli, poco dal Sud, e finiva in un posto che sostanzialmente la rifiutava. Solo col passare dei decenni gli emigranti hanno poi trovato una dimensione tutta italiana, sentendosi lì più a casa di quanto  non lo fossero in Italia»

Italiani “mangiaspaghetti”. Non c’è comprensione per chiunque cerchi un sistema di vita umano?

«Esiste un respingimento psicologico da parte delle popolazioni indigene. Anche in questa storia, al centro il Lussemburgo, gli italiani appena arrivati venivano considerati “mangiaspaghetti” e “orsi selvatici”: delinquenti in buona sostanza; solo con il passare di decenni gli italiani vengono considerati un grande esempio di integrazione».

Una prima partita di calcio segna la storia di una squadra, la Jeneusse, maglia a strisce bianconere.

«Nome e maglia rimandano alla Juventus, ma li lega il solo fatto che i due club abbiano vinto il maggior numero di titoli nei rispettivi campionati nazionali: in realtà, la Jeunesse era la squadra che riuniva operai e minatori con talento calcistico e nella quale militavano molti italiani; curiosità: negli anni in cui esistevano ancora miniere ed acciaierie, non c’era grande differenza fra il calcio e le due stesse attività in cui quella gente era impegnata; gli operai consideravano la squadra la naturale sintesi lavoro-industria-calcio.

L’impresa calcistica coincide con la chiusura della stupenda parabola economica di “Esch”. E’ il ’73, in Coppa Campioni la Jeunesse incontra e ferma sull’1-1 il titolato Liverpool: in svantaggio, i padroni di casa raggiungono il pareggio allo scadere. Un risultato inatteso, che nemmeno gli stessi Shankly e Hughes, tecnico e capitano dei “reds”, non avevano lontanamente preventivato».

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Shankly, scozzese, ex minatore, monumentale tecnico del Liverpool a fine gara compie un gesto di grande umiltà.

«E’ l’episodio che mi ha emozionato di più. Me lo ha raccontato René Hoffman, portiere della Jeunesse. A fine gara, vide Shankly che quasi trascinò Hughes, dalle parti del loro spogliatoio. Al suo capitano, il tecnico indicò i ragazzi che avevano appena scritto un pezzetto di storia: “Quelli, domani, andranno a lavorare in fabbrica!”. In quel gesto c’era la rampogna al calciatore del Liverpool e, allo stesso tempo, l’ammirazione nei confronti degli operai e dei minatori, che appartenevano alla storia umana dello stesso Shankly, nato in un villaggio minerario della Scozia da cui era iniziata anche la sua storia sportiva. Bill si definiva “uomo del popolo”, era socialista, amava gli operai. Quell’occasione celebrò un inconsapevole “matrimonio” fra Shankly e i giocatori della Jeneusse, all’oscuro del passato da minatore dell’allenatore di una delle squadre di calcio più forti d’Europa».

Il libro, un sottotitolo: storie di calcio e di emigranti. Il suo punto di vista sull’accoglienza.

«Non so come si possa arginare e gestire un fenomeno planetario come il flusso di emigranti. Non si può non aiutare persone in difficoltà, fra quanti arrivano potrebbero esserci soggetti poco raccomandabili, ma non dimentichiamo che noi italiani abbiamo esportato parecchi delinquenti. La storia che abbiamo conosciuto e possiamo ancora studiare ci insegna che le cose non possono essere tagliate con un colpo secco: questa storia lussemburghese è la vicenda di italiani in principio rifiutati e successivamente considerati un grande esempio di integrazione; prima brutti e cattivi, oggi belli e buoni. Prima di pronunciarsi sui migranti, dunque, bisognerebbe pensare a queste antiche vicende e ragionare in termini più costruttivi».

«Contrario al respingimento»

Pierfranco Bruni, scrittore e operatore culturale

«Ragazzi da accogliere, formare, educare. Dobbiamo sforzarci a fare di più e non dare una parvenza di accoglienza umanitaria. Ospitare significa integrare». Come è cambiata la politica, gli studi e i saggi sul mondo popolare. L’impegno amministrativo ed economico per rilanciare un territorio ricco di beni culturali.

«Sono contrario al respingimento: questi ragazzi vanno accolti, formarli, educati, attraverso una stretta collaborazione con gli Stati da cui questi emigranti provengono». Pierfranco Bruni, operatore culturale, poeta e scrittore, autore di saggi, con un passato da politico, manifesta senza giri di parole il suo punto di vista sull’accoglienza. «Giovanni Pascoli soleva dire che la nostra cultura “frontaliera” rimane sempre il Nord Africa; e se lo diceva un poeta così grande, bisognava e bisogna credergli ancora oggi».

Sempre a proposito di accoglienza, Bruni. «Dobbiamo creare una cultura di accoglienza in termini positivi. Da venti anni mi impegno nei progetti sulle culture etniche. Noi abbiamo accolto malvolentieri, quasi a voler dare una parvenza di accoglienza umanitaria. Ci vorrebbe, invece, una ospitalità dettata da un respiro molto più ampio. Accogliere significa integrare: non solo quanti vengono da noi, ma provare a interagire con i loro Paesi di provenienza».

Bruni, operatore culturale prestato alla politica. Cosa è cambiato nella politica in questi anni?

«La dialettica e il modo di affrontare i problemi. Strutturalmente è crollato il sistema dei partiti: dal partito classico si è passati al movimento per provare a fare opinione, anche se in molti casi – a mio avviso – questi non solo non fanno opinione, ma non creano una vera e propria dialettica; alla base non hanno il pensiero forte, il confronto; non hanno la base culturale e, dunque, non sanno confrontarsi sui sistemi politici veri e propri.

I problemi non possono essere affrontati dall’oggi al domani senza una piattaforma di pensiero. Ogni problema, dalla legge Fornero – faccio un esempio – alla questione occupazionale, non può essere risolto senza avere alla base un pensiero culturale ben preciso; cosa vogliamo fare delle vecchie generazioni? Mandarle in pensione a settanta anni? Sembrano dettagli, ma credo che questi, alla fine, vadano a creare un tipo di società diversa»

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Italia, Europa.

«Commettiamo un grave errore intervenendo nel dibattito fra l’essere o non essere “europei”, uscire o non uscire dall’Europa o meno: è molto effimero, oggi dobbiamo parlare di internazionalizzazione di sistemi dal punto di vista del pensare; siamo più mediterranei che europei».

Industria e turismo.

«Ho fatto una grande battaglia come impresa intesa come economia e beni culturali, investimenti sulla cultura. Sono sfuggiti parametri, come sapere investire nella politica culturale, che non significa fare un convegno o una mostra. Significa investire in termine di eventi internazionali: se noi portiamo a taranto un evento già realizzato a Bologna o Catanzaro, per fare un esempio, non è un vero progetto culturale. Possiamo realizzare un progetto simile se alla base abbiamo un’economia che avverte l’importanza di investire sui beni culturali. Invece assistiamo a piccole operazioni di cabotaggio in cui economia politica o politica dell’economia e della cultura stiano insieme: non possono, però, reggere in quanto gli eventi di giro non portano ad una valorizzazione del territorio. Gli investimenti devono essere radicati in un territorio, in una città che ha risorse, vocazioni, ma che vengono masticate e fagocitate dalla mancanza di un vero investimento. In questo senso il Museo nazionale della Magna Grecia è una forza forza trainante per il territorio, dunque deve avere il coraggio di investire ancora più di quanto non abbia fatto finora».

Il progetto che ti ha entusiasmato quando ti sei speso per la cultura.

«Il Magna Grecia Festival. Organizzato per tre anni, è stato un esempio di come gli eventi poi rappresentati nascessero a Taranto: venivano realizzati per Taranto e poi cancellati per qualsiasi altro programma; non c’era un discorso di giro, chiunque avesse voluto vedere uno spettacolo in cartellone, avrebbe potuto vederlo solo qui; non solo assessore, ma anche direttore artistico: le performance volute per quel festival appartenevano solo alla manifestazione tarantina. A tale proposito, ricordo una polemica con Bari: Raffaele Paganini doveva fare uno spettacolo solo per Taranto, qualcuno chiese un bis per il capoluogo di regione incassando un no secco».

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A Taranto si torna a parlare di Leonida.

«Chi ne parla ha un punto di riferimento nel progetto che insieme con altri promotori sto portando avanti a proposito del Cinquantenario della scomparsa di Salvatore Quasimodo, vedere cioè l’influenza di Leonida nell’opera di Quasimodo; quanto un poeta che ha cantato le sponde di Taranto, ha influito sulle opere di un premio Nobel».

Saggi e libri, riflessioni su artisti come Battisti, De André, Califano e altri. Quali sono i punti di contatto fra il mondo del popolare e la cultura.

«Spesso, in modo errato, si è pensato che la musica leggera fosse elemento di serie B, sbagliato: la cultura popolare è parte integrante di una cultura nazionale, la prima non può esistere senza la seconda. Fra gli altri, mi hanno appassionato: Franco Califano, mi ha stupito il suo recuperare la romanità, i codici popolari che viviamo nei quartieri; De André che ha recuperato la cultura genovese, come Battiato ha fatto con la cultura del Mediterraneo, introducendo in quella islamica, positiva, il mondo arabo».

Progetti e studi che la stanno appassionando.

«Ovidio e il Mediterraneo. Credo che Ovidio sia ancora attuale, ha messo in rapporto il Mediterraneo greco con quello latino. Duemila anni fa aveva letto lo scontro tra Oriente e Occidente. In questi giorni è uscito un mio libro, “Nelle notti di Ovidio”: immagino le notti in esilio a raccontare la sua esistenza che passa dalla Sicilia, la Magna Grecia, Cartagine, il mondo egiziano e quello latino. Poi la cultura antropologica esistente in Pirandello che in Dannunzio. Può sembrare strano lo studio di due autori contemporanei, ma nei loro scritti non ci sono solo le grandi opere, ma anche una mediterraneità profonda anche dal punto di vista del linguaggio. Il nostro obiettivo sarà quello di portare questi due grandi autori nelle scuole».

«Occhi che invocano aiuto»

Gianni Azzaro, consigliere del Comune di Taranto

La sua esperienza con l’accoglienza e le amministrazioni Stefàno e Melucci. Similitudini e differenze. «Entrambe dalla parte delle fasce più deboli». Fuori dal dissesto. «Ci proviamo, il Ministero ha accettato il Piano di estinzione presentato». Industria e turismo. «Possono e devono convivere, il sogno di città europea può coniugarsi con un acciaio che rispetti ambiente e sicurezza»

Un passato da presidente circoscrizionale, successivamente consigliere comunale con l’attuale Amministrazione guidata dal sindaco Rinaldo Melucci e, precedentemente, con quella guidata da Ippazio Stefàno. Fra i suoi incarichi, la vicepresidenza della Provincia e, attualmente, capogruppo del Pd a Palazzo di Città. Gianni Azzaro è testimone della continuità delle due attività amministrative in fatto di accoglienza. Prima Stefàno, con l’allestimento di un hot spot fra i più attivi in Italia, oggi Melucci con la disponibilità a sostenere un percorso con gli extracomunitari ospiti a Taranto dei vari Centri di accoglienza, fra questi “Costruiamo Insieme”.

Secondo Azzaro, quella dell’ospitalità di cittadini africani è un punto di contatto, diciamo pure di continuità, fra le amministrazioni Stefàno prima e Melucci oggi.

«E’ uno dei punti che lega le due attività amministrative, Taranto è stata fra le prime città ad offrire massima ospitalità ai nostri fratelli disperati che scappano dalle guerre; Taranto continuerà sicuramente a fare il suo, ma manifesta anche la necessità di non sentirsi sola in questa attività, così a tale proposito chiede al Ministero risorse per aiutare i più deboli: la città deve poter chiedere al Governo interventi per assicurare massima tutela a chiunque viva il territorio».

Ricorda i sopralluoghi all’hot spot. «Una esperienza toccante, vedere gli occhi di questa gente che invocava aiuto, conforto; esseri umani che fuggono dalla fame e dalla guerra e avvertono il bisogno di sentire calore e affetto».

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Detto delle similitudini fra le amministrazioni, quali le diversità.

«Ogni amministrazione ha le sue caratteristiche. Ma Stefàno, come Melucci, prestava attenzione alle fasce più deboli. In occasione del primo bilancio, fra le risorse disponibili parte di queste sono state destinate ai servizi sociali, in particolare alle famiglie bisognose.

Differenze. Quest’ultima si caratterizza nella diversa visione della città, come nella rigenerazione della Città vecchia, sicuramente già avviato con l’amministrazione Stefàno, ma oggi affrontato in modo più significativo rispetto al recente passato; il percorso è più dinamico e partecipato come nel raggiungimento di obiettvi che vanno dalla realizzazione di un nuovo Piano urbanistico al nuovo Piano di mobilità urbana; oggi parliamo di un progetto studiato per una città non esclusivamente soggetta alla grande industria, ma che intende sentirsi europea a tutti gli effetti; per tale motivo punta a diversificare la sua economia attribuendo, se possibile, più valore a risorse come mare e cultura, con particolare riferimento all’inestimabile valore archeologico e architettonico che essa possiede».

Altro freno a mano, il dissesto.

«Ne stiamo uscendo. Con Stefàno le risorse erano limitate, la politica era di contenimento, bisognava far fronte a una eredità debitoria pesante: si poteva spendere solo il necessario e, nello stesso tempo, era necessario fare una politica del risparmio riempiendo con molti sacrifici un ideale salvadanaio che potesse servire a soddisfare, per esempio, vicende scomode come quella scaturita dai Boc, i Buoni ordinari del Comune, a seconda di quella che sarà la sentenza del Tar. Di questi giorni la notizia incoraggiante: il Ministero ha accettato il Piano di estinzione presentato dal Comune per liquidare definitivamente il dissesto».

Restiamo in attesa delle sentenza.

«Questa non arriverà prima di un anno ed è con questa l’Amministrazione, nel bene o nel male, dovrà fare i conti. Rispetto al precedente quinquennio stiamo investendo risorse per strade e marciapiedi: lo scorso anno, in ristrettezze, erano stati utilizzati 500mila euro, quest’anno la spesa è stata pari a 4milioni e mezzo di euro; interventi sull’edilizia residenziale: da poche centinaia di migliaia di euro siamo passati a 3milioni  di euro, ai 3milioni di euro per i mercati. I primi effetti scaturiti da questi investimenti cominceremo a vederli nei prossimi mesi».

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Azzaro, è stato presidente circoscrizionale. Le circoscrizioni avevano una loro funzionalità.

«Effetto della demagogia, i tagli alle spese ai costi della politica hanno decapitato uno strumento che, invece funzionava: messaggio populistico, del resto ogni consigliere circoscrizionale costava 160euro mensili, nemmeno il rimborso della benzina; aveva un ruolo del quale oggi si avverte la mancanza, era il primo approccio del cittadino con le istituzioni: oggi i tarantini devono recarsi a Palazzo di città, Palazzo Latagliata per avanzare una richiesta. Prima il Comune ce l’avevano sotto casa. Le Circoscrizioni erano la risposta alle problematiche quotidiane: pulizia, cassonetto, la pubblica illuminazione; senza contare che questo istituto rappresentava una buona scuola per conoscere meglio la macchina amministrativa: oggi qualcuno non sa la differenza fra determina e delibera…».

Taranto fra industria e turismo.

«Non mettiamoli in contrapposizione, uno non deve escludere l’altro. Taranto città europea può convivere con l’industria, naturalmente moderna, dunque ponendo attenzione all’ambiente e alla sicurezza dei lavoratori. Per ciò che attiene il turismo, è vivo il Distretto turistico della Magna Grecia: ventotto comuni, fra Taranto, Basilicata e Calabria con la collaborazione di 260 aziende. E’ impensabile che siano le pubbliche amministrazioni a farsi carico di un progetto così articolato».

L’economia va a braccetto con l’occupazione.

«Un saggio partenariato fra pubblico e privato produce economia e posti di lavoro. Lo scopo è quello di mettere in rete le città portuali, attivare una filiera che metta in evidenza le nostre eccellenze, dalla gastronomia ai percorsi culturali; proprio in questa logica nel 2014 è stata data vita al Consorzio che si pone all’interno del Distretto dell’Appennino del Meridione presieduto da Vera Corbelli, commissario straordinario delle Bonifiche. Questo consentirà di accedere a finanziamenti e guardare con una certa fiducia al futuro».

«Ogni uomo è mio fratello!»

Gianni Liviano, consigliere regionale

«Il rifiuto dell’accoglienza è un’offesa al buonsenso e alla dignità di chiunque. E’ gente nata in posti dove esistono conflitti etnici, guerre, vivono in terre in cui mancano libertà e pane». «Chiudere l’Ilva sarebbe un atto irresponsabile: prima programmiamo un futuro lontano dall’industria. La Sanità, Taranto senza personale medico e fortemente penalizzata nei posti-letto; ne mancano duecento»

«Ogni uomo è mio fratello, è un fatto assolutamente casuale che io sia nato in una famiglia benestante e in una città nella quale, nonostante problematiche, non mancano pane, libertà e pace». Gianni Liviano, consigliere regionale e componente della Commissione Bilancio e affari generali della Regione Puglia, ospite del sito “Costruiamo Insieme”, manifesta il suo punto di vista sul tema dell’accoglienza. «Dobbiamo ritenerci fortunati – prosegue – altri, evidentemente sfortunati, sono nati in posti dove esistono conflitti etnici, guerre, vivono in terre in cui mancano libertà e pane; il concetto di comunità, dunque, deve essere più ampio, ognuno deve spezzare il pane e condividerlo; le persone vanno accolte bene e avere diritto di cittadinanza e occasione per integrarsi, sentirsi a casa propria, avere aspettative di lavoro a premiare capacità e meriti: è imbarazzante incrociare ragazzi di colore per strada o davanti ai supermercati, non avendo lavoro, elemosinare per poter mangiare».

Che idea si è fatto del suo elettore medio, chi ha fiducia di Gianni Liviano?

«Immagino che ci abbia avuto la bontà di votarmi è gente che ha fiducia in una idea politica come strumento di servizio per la costruzione del bene comune; elettori consapevoli di essere rappresentati all’interno di una comunità che metta al centro del progetto le persone, e che sia ancora possibile restituire speranza e fiducia nell’essere costruttori di bene comune e non di bene personale».

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I temi che più di altri hanno interessato e convinto i tarantini.

«In Consiglio comunale sono stato eletto per la prima volta nel 1995; è passato del tempo, le motivazioni che hanno spinto a votarmi allora, nel frattempo possono essere cambiate; spero che allora, come adesso, abbiano avuto importanza le relazioni umane, la fiducia, l’empatia, il tentativo di compiere un percorso insieme: questo, penso, sarà stato il motivo principale; alle spalle avevo l’esperienza di volontariato con i minori a rischio di un quartiere periferico di Taranto; all’epoca, io e altri volontari, provavamo a costruire un’unica grande famiglia; eravamo pieni di ideali, carichi di valori, ragazzi di parrocchia appassionati del bene comune e degli “ultimi” in particolare: quel primo elettorato era composto, evidentemente, di persone che avevano condiviso con me questo primo percorso».

Cosa necessita una città come Taranto per riprendersi.

«Deve ritrovare la fiducia, essere un mosaico composto da tante tessere, diverse, ma tutte imprescindibili: Taranto è una città ricca di diversità, ma che spesso invece di fare squadra diventano uno limite; fatichiamo nell’essere comunità coesa, ma abbiamo il compito di immaginare un serio processo di diversificazione e di prospettiva economica: negli ultimi decenni siamo stati una città dipendente dalla monocultura; l’Arsenale, i cantieri navali, l’allora Italsider, oggi Ilva, ci hanno indotto a ragionare in termini di appalti e subappalti; abbiamo fatto fatica e continuiamo farne ancora, nonostante la crisi, a pensare a una politica di sviluppo su un piano strategico che riesca a traguardare il futuro».

La legge speciale per Taranto.

«E’ l’unica legge speciale che un ente regionale abbia fatto, in assoluto, per una città. L’abbiamo invocata alla Regione, perché la nostra città si avvantaggiasse nell’immaginare una prospettiva di sviluppo; questa legge è stata portata a compimento ascoltando gli attori istituzionali, le forze sociali, economiche, culturali del territorio; passo successivo: purtroppo osservo tempi lenti, anche presso la stessa Regione, e tutto questo mi addolora: oggi rischiamo di finire sui giornali solo per condividere le sofferenze, mai per un’idea di squadra».

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Questione-sanità a Taranto, a che punto è?

«La notte è ancora lunga, si fa fatica a guardare l’aurora: vantiamo grandi professionalità, medici capaci, personale preparato, purtroppo esiste una forte difficoltà anche nel reperire medici; a fronte di una media nazionale di 3,7 posti-letto ogni mille abitanti, esiste una media regionale di 3,4; Taranto, purtroppo, ha una media del 2,7, praticamente duecento posti-letto in meno rispetto a media nazionale e con il resto della Puglia; motivazione data dai vertici della Sanità: la mancanza nel reperimento di personale medico; a tale proposito c’è un concorso per assumere personale nel reparto di Medicina».

La sua posizione circa l’industria a Taranto.

«Non sono per la chiusura dell’Ilva tout-court, non me la sentirei mai di dire a quei diecimila dipendenti “da oggi, voi, non lavorate più!”: sarebbe un atto irresponsabile; invece di cercare consensi, basandosi sull’oggi, la politica dovrebbe essere lungimirante nel guardare al domani: una città dalla grandi risorse non può essere vincolata alla sola industria: occorre investire in uno sviluppo che ci consenta di smarcarci dalla dipendenza da Ilva».

Tornando all’argomento di partenza, dice “la persona al centro di tutto”.

«Detto così sembra semplice, sperimentarlo in un momento di grande disoccupazione diventa un problema per quanti in questo Paese ci sono nati; immaginare, però, che il governo che sta per nascere pone come condizione il rifiuto dell’accoglienza, mi sembra un’offesa al buonsenso e alla dignità di chiunque».

«Spettatore di scene toccanti»

Lucio Lonoce, presidente del Consiglio comunale di Taranto

«Non dimenticherò mai le scene dello sbarco di profughi siriani. Il sindaco Melucci, massima attenzione alla politica dell’accoglienza. Le istituzioni svolgono con impegno il loro mandato». Industria e ambiente. «Salvaguardare la salute, tutelare il lavoro in una città che chiede occupazione».

«L’ex sindaco Ippazio Stefàno è stato molto attento alla politica dell’accoglienza di extracomunitari; lo stesso posso dire circa l’attenzione rivolta dall’Amministrazione guidata dal sindaco Rinaldo Melucci, con in prima linea l’assessorato ai Servizi sociali». Diciotto anni di attività politica al Comune di Taranto, Lucio Lonoce, già consigliere comunale e consigliere di amministrazione Amiu, assessore ai Lavori pubblici e vicesindaco nella Giunta-Stefàno, compie una personale ricognizione sul tema dell’accoglienza a Taranto. Oggi Lonoce, nell’Amministrazione del sindaco Melucci, riveste il ruolo di presidente del Consiglio comunale.

«Lo stesso primo cittadino – riprende Lonoce – è molto attento al tema dell’ospitalità, perché tali ritengo gli extracomunitari, “ospiti”; sono stato spettatore del primo sbarco a Taranto di gente in arrivo dalla Siria: ho assistito a scene toccanti; un plauso va rivolto a molti miei concittadini, che hanno avuto un ruolo importante nell’accogliere gente in fuga da Paesi in cui si patiscono fame e persecuzioni politiche: la nostra città ha un cuore enorme; lo stesso importante ruolo hanno associazioni e organizzazioni che svolgono professionalmente attività nei Centri di accoglienza». Non più tardi di pochi giorni fa, ricordiamo al presidente del Consiglio comunale, il sindaco Melucci ha fatto visita alla comunità islamica, senza fare cassa di risonanza. «Il nostro primo cittadino fa un lavoro oscuro; garantisco sul suo lavoro e quello dei consiglieri impegnati nelle diverse commissioni; massima trasparenza all’attività amministrativa viene data anche mediante i diversi social nei quali vengono riportati ordini del giorno, interrogazioni, mozioni, question time; a proposito degli extracomunitari, proprio dal vostro sito avevo appreso della sua visita alla moschea cittadina, quando nell’occasione ha definito i musulmani “nostri fratelli”, espressione che sento di sottoscrivere».

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Assessore ai Lavori pubblici, oggi presidente del Consiglio comunale. Quali le differenze nei ruoli di assessore e presidente? 

«Non credo ci siano differenze sostanziali; non faccio distinzione di ruoli, trovo importante invece – qualunque sia il ruolo istituzionale – il confronto con i cittadini; con questi ho avuto sempre un rapporto speciale, trovo che per un politico sia fondamentale avvicinare la gente per conoscere, dai veri protagonisti della vita cittadina, quali siano i problemi di un territorio: e le istanze, in questo caso, oscillano dai piccoli ai grandi problemi, dalla buca sulla strada ai temi del lavoro.

Dal punto di vista tecnico, evidentemente, cambia il senso di responsabilità; al presidente del Consiglio comunale spetta presiedere e far rispettare gli interventi all’interno del consesso cittadino; non ultimo l’impegno nel far rispettare all’interno di una dialettica vivace, il dibattito sull’approvazione del Bilancio rispetto al quale i revisori avevano sollevato qualche perplessità: grazie all’impegno di tutti, oggi Taranto tira un sospiro di sollievo: insieme stiamo scacciando lo spettro del dissesto».

E’ intervenuto in qualche occasione per smorzare toni polemici. 

«Durante il Consiglio comunale il mio impegno super partes mi invita a rivestire anche il ruolo di moderatore; quando gli animi raggiungono temperature elevate, richiamo i colleghi a un più alto senso di responsabilità; la città ci guarda, i tarantini che hanno riposto fiducia nel nostro operato attendono risposte concrete».

Passo indietro, ai tempi del suo assessorato ai Lavori pubblici. C’è una incompiuta?

«Palazzo degli Uffici, immobile nel cuore del Borgo; ma il Comune non ha colpe rispetto al ritardo registrato nei lavori: le attività di riqualificazione erano appannaggio di una società bloccata a seguito di una interdizione mafiosa; secondo legge, il Comune è intervenuto con una delibera bloccando i lavori».

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Sempre al Borgo, a breve lo storico teatro Fusco sarà riconsegnato alla città.

«C’è una continuità amministrativa rispetto al recente passato, l’assessore De Paola sta portando a compimento gli ultimi dettagli perché uno dei nostri teatri storici venga riconsegnato alla città; poi, le opere che ho seguito e mi hanno inorgoglito sono diverse: la riqualificazione delle cinque scuole comunali del quartiere Tamburi; la risoluzione della famosa “doppia curva” di San Vito, che rappresentava un pericolo costante per automobilisti e pedoni residenti nella zona; sono state asfaltate per la prima volta strade nel quartiere di Talsano e Paolo VI; i lavori nelle piazze cittadine sollecitando anche l’intervento di sponsorizzazioni».

Anche questa Amministrazione sta ponendo attenzione agli interventi di riqualificazione. 

«Sta intervenendo in modo più che significativo. Parliamo di circa tre milioni di euro, rispetto al milione e duecentomila euro di partenza, per interventi nell’ultimo tratto di viale Magna Grecia e a marciapiedi e strade».

Questione Ilva. Il sindaco Melucci è intervenuto con autorevolezza. Si è assunto responsabilità rispetto al rapporto città-industria.

«Continuo a frequentare il quartiere Tamburi, associato suo malgrado all’industria; non esistono colori politici, la priorità spetta ad ambiente e salute; massima attenzione, però, va posta anche ai posti di lavoro: la città chiede occupazione e rischia di perdere giovani alla costante ricerca di futuro; la buona notizia: negli ultimi confronti in Consiglio comunale, governo e opposizione hanno parlato la stessa lingua; nessuna demagogia circa la chiusura “a prescindere” della fabbrica di acciaio più grande d’Europa; occorre, piuttosto, impegnarsi a trovare serie alternative, attivarsi nel creare nuovi posti di lavoro in un territorio che ha fame di occupazione».

“Una sfida da vincere”

L’accoglienza secondo Dante Capriulo

ll consigliere comunale e presidente della Commissione bilancio, dice la sua. “Sono nostri fratelli, hanno avuto la sfortuna di nascere in terre dove si soffrono fame e guerra”. L’impegno dell’Amministrazione. “Ripartire con una città più unita, l’industria è il tema del momento, ma guardiamo con fiducia al futuro, a cominciare dal turismo”.

Dante Capriulo, consigliere comunale e presidente della Commissione bilancio. Il suo impegno nell’accoglienza nasce in modo singolare, in un campo di calcio.

Abbiamo adottato in una nostra squadra di calcio dei ragazzi extracomunitari, dando loro una divisa, un paio di scarpette; giocavano in un campo sterrato, l’idea è venuta al tecnico Diego Lecce che ha voluto vederli in un vero campo di calcio; fra questi ce n’erano di bravi, tanto che alcuni li abbiamo anche tesserati con l’ASD Talsano; per alcuni di questi ragazzi, penso sia già un motivo di orgoglio giocare in una squadra di Promozione. Non perdiamo d’occhio, però, che il nostro lo vediamo come un impegno sociale: fare rispettare loro le regole, per esempio; svolgere opera di integrazione, certamente non farne dei fenomeni del perimetro di gioco”.

Anche sentendosi in qualche modo in minoranza, Capriulo è per l’ospitalità.

“Senza ombra di dubbio; papa Francesco nei giorni scorsi ha reso omaggio alla tomba di don Tonino Bello, il vescovo dell’accoglienza; ovviamente è un sistema che va regolamentato, è fuori discussione che non si possa vivere in un mondo senza regole: questi ragazzi che fuggono dalla guerra e dalla fame, sono nostri fratelli, nati purtroppo in un posto diverso. Dobbiamo rivolgere pertanto il nostro sguardo all’accoglienza, all’integrazione, al sentirci tutti esseri umani. E’ nostro compito aiutare chi invoca aiuto. Vero, a volte mi sento in minoranza, basti pensare ai voti raccolti dalla Lega anche a Sud, ma è una sfida che va giocata e vinta”.Foto articolo 01

Parliamo di Amministrazione locale, presidente della Commissione bilancio. Dissesto: Taranto è fuori dal tunnel?

Si incomincia ad intravedere la luce, una via d’uscita. I problemi, inutile nasconderlo, arrivano dal passato, dal dissesto più grande d’Italia in proporzione al numero di abitanti: Taranto ha registrato debiti per un miliardo di euro; oggi la parte debitoria resta, ancora da sgrossare, ma stimata intorno ai cinquanta milioni di euro; c’è poi la vicenda dei Boc (Buoni ordinari del Comune): la Corte di cassazione ha rinviato l’intero studio alla Corte d’appello per una ulteriore valutazione, quanto ha posto il Comune di Taranto in condizione di favore riconoscendo come certe operazioni del passato non fossero del tutto chiare; qualcosa di già visto e denunciato all’epoca dei fatti come consigliere di minoranza a proposito del prestito obbligazionario di 250milioni di euro. Dire che siamo fuori dal tunnel è ottimistico, ma stiamo cominciando a vedere l’uscita con grado di certezza”.

Qualche tensione in consiglio. Il suo intervento ha smorzato le polemiche: “Dobbiamo intervenire con dei ritocchi”, ha assicurato.

“Chi segue i dibattiti a certi livelli, sa che simili confronti sono fra i momenti più caldi. La coperta, purtroppo, è sempre corta rispetto alle esigenze dei cittadini; occorrerebbe il doppio delle risorse per far fronte alle istanze di questi: penso allo riasfaltare le strade, a sistemare zone degradate, a dare servizi, risposte ai servizi sociali, risolvere il problema delle case.

Esistono tanti problemi, ma non basta la sola volontà nel volerli risolvere: occorrono le risorse economiche e, da qui, nasce lo scontro sul bilancio; possiamo trovarci d’accordo sul 90% dei problemi, ma poi devi essere bravo a recuperare queste benedette risorse da stanziare; stiamo adottando una linea di risposta ad esigenze a nostro avviso fondamentali: su proposta del sindaco, Rinaldo Melucci, che riveste anche il ruolo di assessore alle Risorse finanziarie (ha la delega), abbiamo deciso di non aumentare la tassazione a carico dei cittadini; da un lato rinunciamo a risorse, praticando dunque tagli alla spesa; dall’altro, però, esiste la necessità di rispondere ad altri impegni essenziali: per esempio, i servizi sociali, con lo stanziamento di 38milioni di euro; poi intervenire sulla manutenzione ordinaria, le strade; la soluzione dei problemi sulle aree mercatali, nelle periferie della città; dobbiamo assicurare sostegno a tutti gli interventi del Cis, per ciò che attiene “personale” e “progettazione”; abbiamo pertanto cercato di definire un bilancio che aveva degli obiettivi impegnativi, cercando di utilizzare le sole risorse di cui disponevamo, facendo attenzione a non fare il passo più lungo della gamba: facile a dirsi, complicato a farsi”.

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Lei vanta esperienza, che foto oggi dà di Taranto?

“E’ una città divisa. Dal secolo scorso abbiamo contrasti irrisolti che ci hanno condotto in questa situazione. Non è un caso che sul tema dell’industria esistano due diverse scuole di pensiero: chi vorrebbe vedere su due piedi l’industria “ambientalizzata”, chi invece, senza mezzi termini, vorrebbe chiuderla; del resto anche i risultati delle ultime elezioni sono uno specchio di una città spaccata. Dobbiamo, allora, recuperare un senso di comunità; Taranto in realtà rispecchia quanto avviene su palcoscenici nazionali, una netta divisione sui temi principali. Mi viene in mente quello dell’accoglienza: cittadini contrari e cittadini a favore. Ecco, dobbiamo recuperare un senso di identità di città ed avere una visione di futuro”.

Taranto, città industriale.

“E’ ancora così, inutile nasconderlo. La “fabbrica” esiste, con i suoi dodici decreti, con i progetti di copertura dei parchi minerali che stanno proseguendo, ma anche con i contrasti: chi vuole chiuderla, chi vuole resti aperta; c’è L’Eni, il Ministero che ha autorizzato Tempa rossa: cerchiamo di impattare le ricadute di una simile decisione; la presenza della Marina militare, un’industria a tutti gli effetti, lo stesso Arsenale.

Dall’altro lato la città fa di tutto per diversificarsi nell’offerta: fare turismo, con l’ospitare navi da crociera, nobilitare le sue ricchezze, musei, mare, ipogei, Città vecchia e dunque la valorizzazione millenaria del Borgo antico. Siamo come un velivolo che vuole staccarsi dal suolo, ma che resta inchiodato a terra. Città divisa che vuole cambiare la propria storia, ma che ha difficoltà nel farlo”.

«Sono nostri concittadini»

Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto

Visita la comunità islamica. «Importante il confronto culture diverse. Giusto impegnarsi per questa gente. Chiunque abbia altri pensieri per la testa è fuori luogo». L’impegno dell’Amministrazione per trovare un luogo di culto più accogliente.

Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, aveva fatto una promessa: fare visita alla comunità islamica presente in città. C’era stato un primo rinvio. Qualcuno aveva avanzato l’ipotesi che il primo cittadino si stesse smarcando da un impegno assunto frettolosamente. Invece, l’altro giorno il sindaco ha fatto visita alla comunità islamica nel suo luogo di culto, la moschea in via Cavallotti. Ad attendere Melucci, l’imam Hissen Chiha, e decine di fedeli musulmani.

Sindaco, con questa sua visita ha sconfessato chi diceva che avrebbe declinato “a causa impegni improrogabili”. 

«Qualsiasi persona abbia una moderata intelligenza e sia moderatamente moderna, troverà sempre interessante confrontarsi con culture diverse; poi, francamente, non trovo nulla di sorprendente fare visita alla comunità islamica: sono nostri concittadini, dunque, al pari di come visitiamo i luoghi di culto cristiani, non vedo per quale motivo non si possa fare visita a una moschea; la novità, semmai, risiede nel fatto che è giusto impegnarsi per questa gente, queste famiglie: poco manca che si sbarchi su Marte; chiunque abbia altri pensieri per la testa, è fuori luogo; la nostra è un’Amministrazione del terzo millennio e quanti ho incontrato in questa occasione sono miei concittadini a tutti gli effetti, al pari del resto dei tarantini».

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Durante l’incontro ha piuttosto rilanciato: venite ad insegnarci l’arabo.

«In realtà sono più pragmatico, ho sulle mie spalle l’esperienza dell’imprenditore, dunque dico a questi nostri fratelli e concittadini di trovare insieme il modo – anche nello scambio culturale, religioso –  di fare attività produttiva, individuare interessi con i rispettivi Paesi d’origine; la provocazione “imparare insieme l’arabo” sottintende coinvolgere i sistemi di impresa, nostro e loro; come a dire: massima disponibilità e accoglienza nei confronti tutte le culture in cambio di una fattiva partecipazione alla crescita di questo territorio».

Dicono giri poco, sindaco, ma oggi ha incontrato volti conosciuti ai più, gente che sbarca il lunario impegnandosi nei mercati, per le strade della città, vendendo ombrelli, prodotti artigianali, chincaglierie.

«E’ vero, giro poco e qualcuno mi rimprovera per questo; giro poco, però, perché stiamo lavorando tanto; a questi ragazzi, come al resto dei giovani di questa città, chiedo di investire con coraggio sul territorio, nelle aziende, ovviamente nel rispetto delle regole, nella massima trasparenza: si può fare impresa, si può crescere insieme; è molto bello vederli qui, entusiasti – tarantini a tutti gli effetti, posso dirlo, sì? – vorrei perfino vederli allo stadio; lo dico con il sorriso, personalmente non ragiono con le categorie come magari fanno altri: giro poco in generale, ma valeva la pena far sentire a questi ragazzi la massima vicinanza nei giorni in cui, in tutto il mondo, c’è chi strumentalizza il colore della pelle, la religione; sono papà di tre bambini e quando vedo in tv filmati su quanto accade in Siria non posso far finta di niente, voltare la testa altrove; dunque, anche se giro poco, perché lavoro per la città, ho pensato fosse giunto il momento di manifestare vicinanza, dare calore a questi ragazzi».

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Sindaco, l’imam, oltre all’invito l’ha sensibilizzata nel trovare locali più accoglienti per una comunità, quella islamica, già numerosa per raccogliersi in preghiera. Lei ha accettato l’invito, forse con riserva.

«Nessuna riserva, invece: lo facciamo e basta, troveremo una collocazione più adeguata, ma servono i tempi, le risorse  per progettare in accordo con le loro esigenze, che poi sono al pari di altri cittadini; l’impegno è da considerarsi già in agenda, nessuna cautela; oggi è però importante metterci alle spalle il dissesto, chiudere le grandi vertenze industriali; a partire dal prossimo anno avremo una certa agibilità nella spesa pubblica: il compito di un ente pubblico non è fare profitto, ma restituire con il pareggio di bilancio i servizi ai cittadini».

Una provocazione, nella conversazione in moschea ha lanciato l’idea di istituire un Assessorato all’accoglienza e ai rapporti interculturali.

«Era una battuta. Molti mi dicono di essere poco attento alla carta d’identità, lo confermo: sono attento, infatti, esclusivamente alle competenze per il bene della mia comunità e dunque, da qui alla fine del mio percorso amministrativo, non escluderei che ci possa essere un primo assessore di passaporto non italiano».

«Extracomunitari, grande risorsa»

Piero Bitetti, consigliere comunale

«Si candidano a fare lavori che gli italiani non considerano. Problemi di sicurezza al Nord, ma con etnie dei Paesi dell’Est. Taranto, città dell’accoglienza. Favorevole, talvolta qualcuno non considera che si tratta esseri umani in fuga da zone di guerra e da persecuzioni politiche». La politica amministrativa, le carenze organiche e le distanze dal PD. «Sbagliata la gestione dei temi cui i cittadini volevano risposte»

Questa volta sul tema dell’accoglienza ascoltiamo Piero Bitetti, consigliere comunale, già assessore e candidato alle più recenti consultazioni regionali nelle quali ha registrato un personale successo. Prima di porgli domande sulla sua attività in Consiglio comunale a sostegno del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, un paio di domande su uno dei temi che stanno a cuore a “Costruiamo Insieme”, la cooperativa sociale che si occupa, fra le altre cose, di accoglienza.

Taranto, dunque, Città dell’accoglienza, il punto di vista di Bitetti

«Il tema–accoglienza non è basato su scelte locali, queste sono assunte da organi al di sopra dei Comuni e del nostro stesso Paese; parliamo, pertanto, di indicazioni discusse, concordate e approvate in sede di Parlamento europeo; Taranto è fra le città maggiormente interessate al fenomeno dell’immigrazione per la sua posizione geografica; fatta questa debita premessa, dal punto di vista umano sono favorevole all’accoglienza: stiamo parlando di esseri umani in fuga da zone di guerra e da persecuzioni politiche; qualcuno parla anche di sicurezza: le autorità preposte al controllo del territorio insieme con chi si occupa di accoglienza, stanno svolgendo un lavoro importante; non mi sembra siano stati registrati episodi clamorosi, al contrario di quanto, invece, accade al Nord, dove dall’interno di etnie provenienti dall’Est scaturiscono vere organizzazioni dedite a furti, rapine e spaccio di sostanze stupefacenti».

Nonostante l’informazione, circolano imprecisioni.

«Mezzi di informazione, in modo strumentale, disorientano l’opinione pubblica sul costo degli immigrati: l’impegno economico non è dei Comuni italiani, tantomeno del nostro Paese, bensì dell’Unione europea; a noi spetta esclusivamente attivarci affinché la macchina dell’accoglienza funzioni in modo esauriente; vero è che esistono italiani in situazioni di disagio, ma di questo non possono farsene totale carico a Bruxelles; si parla anche di lavoro sottratto ai nostri giovani, poi si scopre che gli italiani certe attività non le vogliono svolgere; pertanto la presenza e la voglia di lavorare degli extracomunitari può perfino diventare un’opportunità per un Paese come il nostro».

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Un primo bilancio sul lavoro fin qui svolto dall’Amministrazione comunale condotta dal sindaco Rinaldo Melucci della quale lei fa parte

«In politica non ci sono tempi brevi, il sindaco si è insediato a giugno, amministra Taranto da poco più di nove mesi; oggi possiamo dire che è stata messa in campo una serie di atti, tanto per il Consiglio quanto per la Giunta, così da poter operare scelte che potranno fornire le prime indicazioni: c’è solo bisogno di tempo; la macchina amministrativa necessita di sostegno: i dipendenti del Comune di Taranto sono meno di 900 unità, mentre la pianta organica ne prevede 1.726; parliamo, dunque, di un sistema dimezzato rispetto a quanto previsto per Decreto ministeriale; una situazione, questa, che complica la gestione giornaliera di qualsiasi attività, cui va aggiunto un altro aspetto preoccupante: una parte dei dipendenti impegnata quotidianamente, infatti, è sulla soglia della pensione».

Una macchina amministrativa, dunque, non ancora a pieno regime

«Il lavoro fin qui svolto dai dipendenti comunali è lodevole; pensiamo, però, a quale sarebbe il quadro amministrativo con il personale a pieno organico, dunque nuove risorse e nuove energie; i servizi legati alla digitalizzazione, per esempio: con l’attivazione a pieno regime, questi dovrebbero fornire più speditamente risposte ai cittadini, ma al momento le figure professionali di cui la “macchina” necessita non esistono».

Quanto è stata coraggiosa la sua scelta di lasciare un partito come il PD

«La decisione è stata sofferta, non vedevo più chiarezza in quella classe dirigente – ormai inesistente – abituata a svolgere attività di piccolo cabotaggio rispetto ad aspettative ben più importanti; non c’era confronto sui temi essenziali, avvertivo forzature, non avvertivo più quella serenità necessaria per fare politica.

Non vivo di politica, ma la faccio per passione, mi piace sentirmi uomo libero e non mi andava di sentirmi bloccato in meccanismi non condivisibili; dopo l’uscita dal PD, le mie prime riflessioni sul cosa fare: non era semplice assumere una decisione, comunque sofferta e candidarmi per conto mio; prima di sciogliere gli ultimi dubbi, la consultazione con un po’ di amici che mi convinsero a partecipare alle ultime Amministrative, prima come candidato sindaco, successivamente nel ballottaggio a sostegno del sindaco Rinaldo Melucci, espressione di una volontà popolare».

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Quali condizioni potrebbero riportarla a casa PD?

«Breve premessa. Sono entrato in politica per fornire un contributo per migliorare la qualità della vita della mia città, successivamente mi sono appassionato a questa attività: fare scelte oculate per vivere meglio; per fare ciò bisogna impegnarsi nei piccoli come nei grandi temi – dal rifiuto distrattamente gettato per terra alla politica di sviluppo – e questo lo si può fare stando all’interno di un partito che può farsi portavoce di istanze a livello nazionale; sono le scelte prese alla base e riportate al governo a cambiare le sorti di un territorio come il nostro: il PD deve avere il coraggio di fare anche scelte impopolari, ma chiare; queste devono essere spiegate alla gente: se si chiedono sacrifici per guidare il Paese in una direzione piuttosto che in un’altra, i cittadini devono essere informati». Non esplicita, Bitetti, ma il ravvedimento su certe politiche da parte del PD riavvicinerebbe le posizioni del consigliere comunale al partito del quale in un recente passato ne aveva fatto parte.

Una città industriale, quali prospettive potrebbe avere?

«La risposta è legata alla storia di una città che in un momento di grande crescita del Paese vantava redditi pro-capite fra i più alti; Taranto era sedicesima in Italia in fatto di popolazione: uno studio elaborato negli anni Settanta prevedeva, in prospettiva, addirittura una popolazione attestata sui 360.000 abitanti, mentre oggi questa città conta 200.000 abitanti; rinunciare di colpo a uno dei principali asset dell’economia locale, cioè l’industria, credo sia controproducente: se scegliamo di sviluppare temi come turismo e cultura, abbiamo bisogno di tempo, non è facile attivare un processo culturale; esistono ancora famiglie abituate al concetto del posto fisso; con una simile mentalità diventa difficile fare accettare uno sviluppo in chiave turistica: le piccole e medie imprese interessate ad impegnarsi nel settore turistico basano i propri investimenti su un’altra mentalità piuttosto che sull’assicurare un reddito fisso».

«Accoglienza sostanziale»

Stefania Baldassari, consigliere comunale

«Non facciamo teoria, occorre un impegno da parte di tutti e la creazione di una rete sociale». La candidatura e l’impegno da consigliere comunale. «Sono al servizio della città, la politica strumento per il confronto e il rispetto dei diritti».

Stefania Baldassari, direttore della Casa circondariale di Taranto, candidata sindaco della coalizione di centrodestra, oggi consigliere comunale. Partiamo dall’argomento accoglienza. Un secolo fa gli italiani emigravano in terre lontane appellandosi al diritto a una vita migliore; oggi che sarebbe un dovere, qualcuno si smarca da responsabilità.

«Non è il mio caso, intanto perché l’argomento mi vede coinvolta anche come direttore della Casa circondariale di Taranto. Se l’accoglienza – è di questo che parliamo –  sul territorio non presenta una condivisione a 360 gradi, questa diventa un problema che, purtroppo, ha come risultato finale la convergenza all’interno di quel contenitore che considero un “minestrone sociale”; all’interno della Casa circondariale finisce tutto quello che non può essere gestito a seguito della mancanza di un’attività di coordinamento che andava condivisa. Questa mancanza di contatto fra i diversi interessati alla soluzione del tema-immigrazione, infatti non ha fatto altro che generare un problema dietro l’altro; talvolta per alcuni soggetti l’esperienza migratoria si è conclusa con la detenzione, quando la missione umana da svolgere dovrebbe essere un’altra.  Avvertiamo l’assenza di una gestione ragionata di chi arriva nel nostro Paese. Accoglienza, a mio avviso, invece, significa riconoscimento della dignità di ciascun soggetto attraverso una programmazione più corale. Ciò detto, ben vengano i Centri nei quali ospitare migranti, ma attiviamoci nella creazione  di una rete sociale di supporto affinché l’accoglienza non sia solo teorica, ma sostanziale».

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E veniamo all’attività politica. Qual è stata la molla che l’ha convinta a candidarsi a sindaco di Taranto e affrontare, in una sfida all’ultimo voto, un ballottaggio con l’attuale primo cittadino, Rinaldo Melucci?

«Il senso di appartenenza a questo territorio. La voglia di contribuire, mettermi al servizio dei miei concittadini, provare a scrivere una nuova pagina per una città che, purtroppo, continua a presentare diverse problematiche; solo parte di queste sono state affrontate: il resto di queste, richiede una presa di coscienza, è necessario amministrare a 360 gradi senza distinzioni  politiche. Taranto, è bene dirselo, è una città che chiede risposte a domande che non possono più attendere».

Si ricandiderebbe?

«La spontaneità con la quale ho accettato di candidarmi a sindaco, considerando lo scenario odierno, non sarebbe più tale: la mia è stata una candidatura al buio, non conoscevo a fondo cosa significasse la politica, mentre dal primo momento era fin troppo chiaro cosa volessi fare per questa città. Mi sono invece resa conto che le condizioni sottese alla candidatura, alla voglia di fare insieme, alla voglia di creare dei percorsi, per altri erano rappresentati da interessi diversi: per qualcuno emergeva la sola voglia di trovare un carro sul quale salire per essere accompagnato una volta di più a fare una politica poco al servizio del bene comune e molto per i propri interessi.

Dal punto di vista umano è stata un’esperienza forte: ti segna, ti fa guardare con altri occhi persone che consideravi amiche, così da aver collezionato una delusione dietro l’altra. In sostanza, una lezione più umana che politica».

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Che aria tira nella politica locale. E’ stata considerata una sorta di stampella per questa Amministrazione comunale.

«Uno degli insegnamenti di vita me lo ha lasciati mio  padre: qualsiasi cosa un giorno tu faccia nella vita – ebbe a dire – ricorda che solo se sei libera potrai fare; se non sei libera ti faranno fare; in sostanza: resto libera, qualsiasi cosa io possa fare per il bene di questa città, secondo una modalità per il perseguimento del bene comune, la farò; il tutto, beninteso, nel rispetto di lealtà, dignità, coerenza, tutte cose che mi caratterizzano: non mi farò imbrigliare da dinamiche di partito o appena sottese. Andrò a parlare con il sindaco della mia città, Rinaldo Melucci, tutte quelle volte che parlare con il primo cittadino possa essere utile per contribuire al bene comune. Stampelle, terze, quarte gambe, non so nemmeno cosa siano e non mi interessa saperlo».

Di cosa necessità la città.

«L’ho ribadito a chiare lettere nell’ultima fase della mia esperienza in qualità di candidato-sindaco, proprio uno degli ultimi giorni relativi al periodo di ballottaggio: la prima che farei fatto per Taranto, dissi, sarebbe stato ripulirla, intanto, dal punto di vista materiale: è evidente il degrado, specie in quelle che vengono definite periferie; poi ripulirla nell’approccio con la “cosa pubblica”, ancora oggi fatta di pregiudizi, prevenzioni, dinamiche che non aiutano a crescere come invece si dovrebbe; forse solleciterei – anche se oggi sono soddisfatta che questa sia più di una ipotesi – un tavolo permanente per la problematica Ilva: il cittadino deve sentirsi parte integrante per la soluzione delle problematiche che riguardano ambiente, salute, il lavoro, senza sentirsi orfani di un riferimento sicuro al quale appellarsi: l’idea, sbagliata, è che se c’entra la politica non si fa più l’interesse  della città; la politica, invece, deve essere strumento attraverso il quale i problemi di un territorio, di una regione, di un Paese, vanno risolti. Chiunque entri a fare politica deve mettersi a disposizione per la soluzione delle necessità reclamate dai cittadini».

«Facciamo accoglienza»

Tony Esposito, Enzo Gragnaniello in Puglia

Tributo a Pino Daniele, a Taranto e Molfetta. Dichiarazioni al sito di “Costruiamo Insieme”. «Noi napoletani siamo stati i primi ad emigrare», dicono i due artisti. «Abbiamo esportato fantasia, genio, spirito di adattamento; c’è chi ci ha dato tanto, adesso ci tocca restituirlo a chi ha bisogno»

«Chiederlo a un napoletano è come sfondare una porta aperta; noi del Sud, nei secoli, abbiamo fatto grande esperienza in materia di emigrazione: nonni e bisnonni si sono sottoposti a lunghi viaggi della speranza, sono andati all’estero per trovare lavoro, in avanscoperta per poi chiamare le famiglie; come noi agli inizi siamo stati “forestieri” negli altri Paesi, negli altri continenti, dobbiamo cominciare a farcene una ragione e dare una mano a chi non se la passa bene».

Tony Esposito, grande artista, al suo attivo numerosi successi, cinque milioni di copie vendute in tutto il mondo, rilascia volentieri dichiarazioni al nostro sito, “Costruiamo Insieme”. Di migrazione e come stiano in alcuni Stati africani, ne sa più di altri. In Puglia, prima a Taranto, poi a Molfetta, insieme al suo collega Enzo Gragnaniello e al maestro Renato Serio (nell’occasione dirige l’Orchestra della Magna Grecia), sta partecipando a un tributo in memoria di Pino Daniele, il cantautore napoletano scomparso nel gennaio 2015.

Esposito, dunque, sa di cosa parla quando gli chiediamo quale sia la sua posizione circa il fenomeno dell’emigrazione. Di sicuro, Esposito, ne sa più di qualche politico, che parla di un argomento così delicato senza conoscere a fondo le ragioni che portano molti ragazzi neri a scegliere come unica soluzione la fuga: dalle guerre, dalle persecuzioni politiche, dalla fame. Il popolare percussionista ha viaggiato per lavoro in continenti diversi. Lui stesso ha compiuto viaggi di studio, abbracciato la cultura africana, contaminandola con suoni che scaturiscono da qualsiasi cosa faccia “rumore”. «In alcuni Paesi del Nord Africa – riprende Esposito – da anni gli abitanti vengono sottoposti ad atti d’abuso da parte di poteri che agiscono contro le classi sociali più deboli; assistiamo a uno sfruttamento delle risorse da parte di multinazionali, la solita storia: poteri forti, lobbies, si impossessano di interi Paesi e giacimenti, sfruttano la mano d’opera con azioni spregiudicate, violente, si riempiono le tasche di denari e poi lasciano i Paesi vandalizzati più poveri di prima».

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ESPOSITO: SE A CASA DISPONGO DI SEDIE VUOTE…

Immigrati in Italia, anche in questo caso Esposito ha un punto di vista. «Siamo generosi per natura – dice l’artista di “Kalimba de luna” – dunque non ci tiriamo indietro, l’ideale sarebbe stato aiutare la gente che oggi fugge dall’Africa nei loro stessi Paesi, ma guarda caso, causa poteri forti di cui dicevo, non è stato possibile attuare una politica di aiuti e sviluppo in zone in cui la gente soffre la povertà; adesso è l’Italia che dovrebbe chiedere maggiore sostegno all’Europa per far fronte alla pressanti richieste di asilo causate principalmente da persecuzioni politiche». Infine, a conclusione del suo punto di vista su migranti e migrazione, un esempio. «Dico dell’Europa, perché fino a quando l’Italia disporrà di strumenti per l’accoglienza sarà possibile far fronte alla domanda; devono metterci in condizione, altrimenti il sistema rischia il collasso: a casa mia dispongo di quattro sedie, posso fare accomodare altrettanti ospiti, se però necessitano dieci sedie vado in crisi, li faccio entrare in casa e non so più dove farli sedere?».

Anche Gragnaniello ha il suo punto di vista riguardo lo stesso tema. L’artista di “Cu’ mme”, interpretata con Murolo e Mia Martini, al sito di “Costruiamo Insieme” dice che c’è un tempo per tutto. «Noi napoletani abbiamo esportato fantasia, ingegno, spirito di adattamento, abbiamo insegnato; adesso è giunto il momento di imparare, punto: non ci sono più le famiglie numerose di un tempo, ma a Napoli abbiamo sempre sposato la logica del “dove mangiano due, possono mangiare in tre, quattro”; stiamo più stretti, e che sarà mai…vuol dire che restituiamo quello che ci è stato prestato dal Cielo”. Napoli e l’altro Sud. «Una domanda la faccio io,adesso – osserva il cantautore – c’è chi se n’è accorto adesso, ma quando le multinazionali sfruttavano le risorse di Paesi che, in realtà, non sarebbero stati poveri, questi signori che oggi pontificano e parlano solo adesso di aiuti umanitari, dove stavano?».

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GRAGNANIELLO: MAI DIMENTICARE LE PROPRIE ORIGINI

Nonostante il successo, Enzo Gragnaniello, rispetto a Pino Daniele, suo compagno di scuola dalle elementari, non ha mai rinunciato a vivere nei quartieri spagnoli. «Lì sono nato, lì conduco una vita normale, se si può dire: mi sposto quando registro, faccio concerti; non bisogna dimenticarsi mai le proprie radici, chi siamo, da dove veniamo». Altra riflessione. «C’è crisi ovunque – dice Gragnaniello – ma molti di questi ragazzi si smarcano dall’assistenzialismo, fra questi chi sceglie di restare in Italia fa il possibile per trovare un posto di lavoro, comunque rendersi utile alla società; una volta deciso di ospitare questa gente, dobbiamo imparare a fare accoglienza: non conosco altro sistema per evitare che quelle risorse positive giunte sul nostro territorio, utili per riprendere a far camminare l’economia italiana non prendano altre strade».

Tributo a Pino Daniele, al teatro Orfeo di Taranto, dunque. Un’idea del maestro Piero Romano dell’Orchestra della Magna Grecia e Martino De Cesare. Un successo. Nel programma, l’orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Renato Serio, una band musicale, i tributi di artisti, si diceva, del calibro di Tony Esposito ed Enzo Gragnaniello. Insieme con la musica, la proiezione di momenti dal documentario “Il tempo resterà” di Giorgio Verdelli, giornalista e autore, premiato pochi mesi fa con il prestigioso Nastro d’argento per aver raccontato l’artista di “Napule è”, “Quando”, “’Na tazzulella ‘e café”, “A testa in giù”, “Yes I know my way” e altro ancora.

Esposito, cinque milioni di copie, dischi e album venduti in tutto il mondo (Kalimba de luna, Sinuè, As tu às, Pagaia). «Pino aveva talento da vendere; ci conoscevamo da ragazzini, più avanti mettemmo in piedi il supergruppo che tutti conoscono; con me, James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso e il compianto Rino Zurzolo; il mio produttore, diventò lo stesso di Pino: Willy David». Tante le idee di uno dei maggiori produttori artistici fra gli Anni 70 e 80. «Intanto – riprende Esposito – incontravo Pino, ridendo e scherzando, nascevano cose che lui memorizzava, c’era grande fermento; per un breve periodo apriva i miei concerti con le sue prime canzoni; altra tappa, quando aveva assunto popolarità, lo stesso Willy suggerì di metterci tutti insieme per suonarci con Pino, quasi un chiamarci a raccolta: lì nacquero cose importanti e un album fondamentale nella sua carriera, “Vai mo’”: Tullio portava il jazz, Joe il funk, io l’Africa…».

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PINO DANIELE, UN TALENTO DALLE ELEMENTARI

E poi c’è Gragnaniello, una voce, una chitarra. Sergio Bruni nel cuore. «Di Pino avrei sicuramente cantato “Cammina cammina” – spiega – sembra scritta per il mio modo di interpretare; “Senza voce”, invece, è una mia canzone che avrei visto bene coniugarsi con le sue corde; malinconica, quella sua voce, quasi da oboe gli dicevo talvolta io». Stesso quartiere. «Stessa scuola elementare, non mi sono ritenuto mai un collega di Pino, la nostra è stata amicizia vera, nata fra i banchi; la musica è arrivata dopo, anche se qualcosa addosso la sentivamo già; cosa ci avvicinava e cosa ci distingueva: io mi sento più da ballata, lui era soul e rhythm’n blues». Progetti personali. «Un album con il Solis Quartet, canterò poeti internazionali in italiano: Brel, Waits, Lou Reed e Morrison; sono stato invitato, la cosa mi piace, io canto e basta».

Infine, Giorgio Verdelli, autore di trasmissioni di successo, vincitore del Nastro d’argento con il docufilm “Il tempo resterà” dedicato a Pino Daniele e ritrasmesso di recente su Raidue. Nel progetto firmato a quattro mani da Piero Romano direttore del’Orchestra della Magna Grecia, e Martino De Cesare, Verdelli è stato una sorta di “regista di palco”. «Pino, non solo un cantautore – dice Verdelli – è stato inventore di un linguaggio, come lo sono stati Battisti, De André e Dalla; collocabile fra Weater Report, Roberto De Simone e Sergio Bruni; ha reso il napoletano un linguaggio universale, “cool” si dice, così da trasferirlo al mondo dei giovani».