Moschea e autofinanziamento

Preghiere e spiccioli

«Raccogliamo monete per il fitto di locali in centro a Taranto», spiega l’imam Hassen Chiha. «Dieci, venti, cinquanta centesimi, ognuno dà quello che può. Vorremmo un luogo di culto più grande, le nostre preghiere saranno ascoltate». Incontri con sindaco, arcivescovo e Prefettura.

«In questa normale busta di plastica, del tipo di solito usato per la spesa, raccogliamo i piccoli contributi dei fratelli musulmani: monetine, ognuno dà quello che può». A colazione con l’imam, per parlare di partecipazione, anche di preghiera se vogliamo, ma stavolta di un tema principalmente indirizzato al desiderio di molti extracomunitari ospiti nei Centri di accoglienza e residenti in città.

«Del desiderio di avere una struttura accogliente ne parliamo da tempo – spiega l’imam Hassen Chiha, davanti a una tazzina di caffé – ci piacerebbe disporre di locali più grandi e accoglienti perché chiunque sia di fede musulmana e risieda in città o provincia, possa raccogliersi in preghiera nel miglior modo possibile».

Attualmente, il luogo di culto, impropriamente definito “moschea”, ha sede in via Cavallotti, angolo dia Mazzini. Il caso ha voluto che i locali presi in affitto dalla comunità islamica tarantina, fossero vicini alla sede di “Costruiamo Insieme”. Stessa via, stesso marciapiedi (tante volte le coincidenze). Nel Centro poco distante e allestito dalla cooperativa, è bene puntualizzarlo, trovano accoglienza migranti di fede diversa. Musulmani, certamente, ma anche cristiani, atei.

Precisazione a parte, torniamo alla “moschea”. Riprendiamo le due battute con l’imam, che a colazione riavvolge per noi il nastro della memoria. Ci racconta i passi compiuti negli ultimi due anni. «La moschea o luogo di culto che dir si voglia – spiega Chiha – non sarebbe più idoneo ad accogliere i tanti fedeli che ogni giorno rivolgono preghiere ad Allah; non sempre è possibile, infatti, riunirci tutti insieme lo stesso giorno, alla stessa ora».

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DA IPPAZIO STEFANO AL SINDACO RINALDO MELUCCI

Hassen Chiha ne parlò a suo tempo all’allora sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, che di lì a poco avrebbe concluso il suo mandato in veste di amministratore della città di Taranto. «Ospitale – ricorda l’imam – ricevette me insieme con una piccola delegazione, ascoltandoci e promettendoci che qualcosa per noi avrebbe fatto; saranno stati i pochi mesi a disposizione ad avergli impedito di fare in concreto qualcosa per noi; successivamente venne anche nella nostra sede a trovarci, una visita gradita: fu allora che prese un impegno che, però, non riuscì a condurre a termine».

Il nuovo sindaco Rinaldo Melucci ha mostrato interesse concreto. «E’ stato lo stesso primo cittadino – puntualizza Chiha – a chiedermi di fare visita al nostro luogo di culto: questa sua richiesta ha riempito di felicità me e l’intera comunità di fedeli per l’attenzione che un rappresentante le istituzioni abbia preso a cuore il tema della moschea in città». Melucci ha poi dovuto rimandare l’appuntamento. «E’ stato corretto: avrebbe potuto evitare, farmi telefonare da un collaboratore, visti gli impegni: invece, mi ha inviato un messaggio nel quale si scusava e rimandava l’incontro con noi; Ilva, viaggi a Roma, elezioni, Consiglio e il condurre un’Amministrazione, non deve essere compito facile, ma lo aspettiamo presto, sarà il benvenuto».

A proposito di rapporto con istituzioni e rappresentanze sul territorio. «Ho incontrato l’arcivescovo di Taranto, sua eccellenza Filippo Santoro: gli ho fatto dono della riproduzione di un Gesù Bambino, che lui ha gradito moltissimo: le nostre fedi non sono poi così lontane come vengono dipinte da certa informazione; alla base di tutto, deve sostanzialmente deve esistere il rispetto reciproco della fede; siamo tutti fratelli, predichiamo amore e uguaglianza».

UN «GRAZIE» ALLA PREFETTURA

Un sincero ringraziamento alla Prefettura. «Dobbiamo alla sua disponibilità l’autorizzazione alla preghiera che abbiamo svolto in passato, in occasione della fine del Ramadan, sulla Rotonda del lungomare: eravamo centinaia, pregammo di fronte al palazzo del governo; spazio ideale, non avendo, noi, altre location per accogliere tutti quei fratelli nella preghiera di ringraziamento; in quell’occasione la gente del posto, a fine preghiera, si fermò per parlare, confrontarsi; anche in quella circostanza, visto le insistenze, spiegammo la differenza, sostanziale, fra Islam e Isis, cioé fra chi prega e chi semina terrore; i cittadini presenti hanno poi apprezzato come, una volta conclusa la preghiera, ognuno di noi abbia fatto il suo, restituendo alla città la Rotonda così come l’avevamo trovata: bella, accogliente, pulita».

E torniamo a luogo di culto e monetine. «Ognuno dà ciò che può: c’è chi non lavora o lavora poco e offre monete da venti o cinquanta centesimi; chi due e chi cinque euro; quei soldi ci servono a pagare l’affitto del locale fino ad oggi da noi occupato: abbiamo un ottimo rapporto con il proprietario dell’immobile, lo stesso con i residenti della zona; non ci affolliamo all’esterno, non creiamo disagi, ci incontriamo fra noi al solo scopo di pregare, leggere e commentare la parola del Profeta».

Rinnova l’invito al sindaco. «Siamo in tanti, vorremmo una sede più accogliente con l’aiuto delle istituzioni locali, ma non un luogo lontano dalla città; la preghiera è anche integrazione, avvicinare due realtà ormai non più così lontane; i residenti sono i nostri datori e colleghi di lavoro, vicini di casa, amici che incontriamo per strada, al supermercato, al bar…».

Siamo meridionali

Mimmo Cavallo e i ragazzi di Costruiamo Insieme, il videoclip

Mimmo Cavallo, in due occasioni ospite di Costruiamo Insieme, con la “crew” dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza della nostra cooperativa, ci ha regalato una versione della sua inossidabile “Siamo meridionali”.

Un tributo ai cori con inatteso free style, ha sottolineato qualità e partecipazione degli ospiti del CAS “Cavallotti”. La performance estemporanea, per come si è concretizzata, è talmente piaciuta al cantautore, che lo stesso ci ha lasciato un secondo regalo canoro (“Uh mammà!”) invitando alcuni dei ragazzi presenti per le registrazioni in studio del suo prossimo album.

 

«So’ fratelli a noi…»

Intervista a Mimmo Cavallo, ospite di “Costruiamo Insieme”

Il cantautore pugliese parla del “Sud del pianeta”. Dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza e li coinvolge nei cori. Racconta la sua storia di emigrante. «Partii per Torino con mio padre, che tristezza leggere i cartelli “Vietato ai terroni”, affissi sui portoni, all’ingresso delle pensioni”. Sta realizzando un album. «Mi piacerebbe coinvolgerli, voglio unire tutti i dialetti, le voci del Mediterraneo».

«Mimmo, che ne diresti se un giorno ci regalassi la tua “Siamo meridionali”? Magari cantata insieme con i nostri ragazzi, in fondo, diceva Luciano De Crescenzo, ognuno di noi è sempre meridionale di qualcuno».

«Bella idea, sai che tempo fa per il video “Il Sud del pianeta” chiesi la collaborazione di ragazzi africani? Non mi dispiacerebbe, un domani, fare con loro un’altra produzione: promesso, non appena verrò da quelle parti, sarà mia cura avvisarvi per organizzarci».

Mimmo è stato di parola. Alcuni suoi video scivolano sui nostri cellulari. Li invio ai ragazzi che ho in memoria, trovano il progetto incoraggiante. Un’idea subito caldeggiata dal presidente, Nicole Sansonetti, e dal direttore generale, Maurizio Guarino.

Finalmente Cavallo arriva “giù”, lui che oggi risiede a Verbania, lago Maggiore. Un giorno per incontrare i ragazzi, distribuire le “parti”, come a teatro. I cori, non solo “Siamo meridionali!”, ma anche “Ghetto!”; poi perché non cantare “Uh, mammà”, altro successo del cantautore pugliese. Dunque, “So’ fratelli a noi! So’ fratelli a noi!”.

E’ fatta. Mimmo viene a trovarci, facciamo una lunga intervista. E’ l’occasione per parlare di meridione, di “Sud del pianeta”, per dirla con uno dei suoi testi dalla parte dei migranti. Lui che a undici anni “salì” a Torino, con papà, operaio della Fiat. Famiglia numerosa, un fratello, Antonio, che ha giocato nelle giovanili del Torino e tanti anni in serie A, fra Udinese e Pisa. Difficile trovare casa, allora: “Non si affitta ai meridionali”, dicevano i cartelli esposti davanti ai portoni e all’ingresso delle pensioni.

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MERIDIONALI, COME ME…

I meridionali, come oggi i ragazzi che fuggono dalle guerre e da governi che poco hanno di democratico, erano visti come degli invasori. Seduto, chitarra in mano, nella sede di “Costruiamo Insieme” in via Cavallotti, Mimmo è circondato da un po’ di ragazzi. Si lascia andare a una premessa. «Intanto sono contento di stare qua, con loro vicino che restituiscono a “Siamo meridionali” il senso del pezzo. Pensate, quando scrissi questa canzone nel 1980, non riflettevo solo sulla mia esperienza di emigrato a Torino, la città più meridionale d’Italia, piena di pugliesi, calabresi, siciliani; pensavo, infatti, a un Sud allargato».

Un tema che Cavallo non ha mai licenziato definitivamente. Anzi, notizia di questi giorni. L’autore di canzoni per Fiorella Mannoia, Giorgia, la grande Mia Martini, ma anche Morandi e Zucchero, sta registrando alcune canzoni in uno studio in provincia di Taranto. «Sto facendo un lavoro su tutti i dialetti meridionali e non è detto che, fra questi, non ci sia anche l’arabo; tornando al Sud allargato, dalle letture fatte in tutti questi anni, ho scoperto quanto dal 1861 il sud del mondo fosse criminalizzato: ho fatto un album, “Quando saremo fratelli uniti”, con il quale ho realizzato uno spettacolo insieme a Pino Aprile, autore di un best seller come “Terroni”».

Dunque, ancora Sud. «Voglio contrapporre a un’idea nordica quella sudista; fatta anche di amore materno, se vogliamo, considerando che per cultura siamo legati alla mamma, noi che abbiamo anche una forte identità religiosa; Aprile nei suoi libri racconta, in quanto meridionali, fossimo indigesti sui bus, a scuola, nell’assegnazione delle case porta Palazzo, un contrappasso che, oggi, con le stesse modalità stanno vivendo i neri; sono loro, in questi anni, ad occupare quelle case vicino a Palazzo Reale, un vero ghetto, una casbah: era proprio così quando arrivai a Torino».

Sfatiamo il Nord più civile. «Quando vai nella periferia di una città settentrionale, per quanto importante possa essere, ti accorgi come anche lì vivessero nella miseria: viuzze, stradine, una casbah, altro che Taranto vecchia! Poi accade che il benessere ti fanno osservare certe cose con altri occhi e il turismo, di colpo, ti fa diventare bella una città fino a pochi anni prima dimessa».

IN PRINCIPIO ERA “SIME MERIDIONALI”

Premessa doverosa, torniamo a “Siamo meridionali”. Anzi, “Sìme meridionale”. Doveva essere questo, “alla tarantina”, il titolo del primo grande successo di Mimmo Cavallo, il cantautore lizzanese che avrebbe fatto di quel brano, ribattezzato in italiano, “Siamo meridionali”, uno dei suoi maggiori successi. Due i libri a lui dedicati, “Siamo meridionali!” (con l’esclamativo) di Antonio G. D’Errico, e “Un brigante chiamato Cavallo” di Sergio Malfatti. “Sìme meridionale”, dunque. «Lo avevo pensato – ricorda Cavallo – studiato e buttato giù così, nel nostro dialetto, poi Alfredo Cerruti, direttore artistico della Cgd e fra i fondatori degli Squallor, mi convinse a rivedere il titolo e ad intervenire sull’armonia, considerando che attaccavo proprio con quell’inciso».

Andò bene. Cavallo, al debutto, aveva accettato la dritta del suo discografico. In un primo tempo il popolare cantautore si era rivolto alla RCA, etichetta che arruolava un cantautore dietro l’altro. Non era sbocciato il feeling. Mimmo riprese la sua valigiona, la riempì daccapo di beni di prima necessità e partì daccapo per il Nord, Milano. «Mai abbattersi, credevo molto in quello che facevo; non ho mai creduto, invece, alle scuole nelle quali ti promettono di farti diventare artista: la creatività, il guizzo, ce l’hai o non ce l’hai, e la canzone è un mondo affascinante, ma misterioso».

I ragazzi, ospiti del CAS di via Cavallotti, ascoltano con molta attenzione il racconto dell’artista. Sempre in Cgd, altro aneddoto. «Pezzi forti ne avevo, ma sempre Cerruti – racconta Mimmo – mi chiese se avessi una canzone d’amore: gli feci ascoltare “Ninetta”, completata nella versione in studio dalla voce della grande Mimì (Mia Martini, ndr); nei cori anche una giovane Fiorella Mannoia alla quale in seguito regalai una mia canzone: piacque subito questo aspetto romantico del mio mondo d’autore, tanto che mi invitarono in futuro a lavorare anche in questa direzione, posto che la cosiddetta protesta come aveva avuto inizio avrebbe potuto avere una fine».

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ARRIVANO SUCCESSO E TV CHE CONTA…

E, invece, no, la canzone romantica lascia spazio a un altro successo, “Uh, mammà!”. «Arriva la tv che conta, “Variety”, erede televisivo di “Odeon”: uno speciale di venti minuti, cose mai viste fino a quel momento per un esordiente; “Uh mammà!”, dunque, album e titolo fortunati; anche stavolta, però, una canzone melodica: “Anna Anna mia”, che col tempo diventerà un piccolo “cult”, piantato e germogliato spontaneamente fra decine e decine di proposte».

Quando la scrivi, non sai mai quale storia potrà avere una canzone. «C’è qualcuno – provoca Mimmo –  che sappia spiegare la dinamica di una canzone nascosta fra le pieghe di un album e che improvvisamente esplode, in qualche modo a scoppio ritardato? Faccio la spola fra Taranto e Verbania, dove risiedo: ho incontrato ragazzi in un bar del posto, qualcuno mi ha riconosciuto, a questi ho regalato una raccolta delle mie canzoni: bontà loro, sono in tante ad essere piaciute, “…ma, dicevano – e non era la prima volta che ciò accadeva – “Anna Anna mia” è bellissima, l’abbiamo imparata subito”».

Anche Carlo Massarini, “Mister Fantasy” per i musicofili televisivi, si accorge di Mimmo Cavallo. «Mi chiese – prosegue Cavallo – di realizzare un video di una canzone dall’album “Stancami stancami musica” : “Giù le mani”; scelsi Taranto, chiesi un corpo di ballo, tarantino ovviamente, e di impegnare un tratto del Ponte Punta Penna, venne fuori uno dei video più richiesti del programma; anche in quell’album c’era un brano dalla parte dei neri, “La civiltà del cotone”, corsi e ricorsi storici insomma».

QUANDO SAREMO FRATELLI UNITI

Altri album, il Festival di Sanremo, lo spettacolo “Terroni”, ispirato da Pino Aprile e l’album “Quando saremo fratelli uniti”. «Belle esperienze, ma in tutto questo andirivieni nella mia storia musicale, mi piace ricordare una grande artista che non c’è più: Mia Martini; ho scritto anche per lei, ero spesso con Mimì, c’era più di un sentimento con lei, le sono stato accanto in studio e sullo stesso palco, in tournée, fino a qualche giorno prima della sua scomparsa; un grande dolore, per me come per quanti le volevano bene, e per la musica italiana, lei sì che era una grande artista».

Canzoni per Morandi, Mia Martini si diceva, Vanoni, Mannoia, che gli aveva fatto da corista al suo debutto in studio, Giorgia, Berté, Zucchero. «Con Zucchero è stato subito feeling, la mia “Vedo nero” gli è piaciuta al primo ascolto, tanto da farne il singolo trainante di un album con i controfiocchi, “Chocabeck”; le collaborazioni: una, fra le altre, con il grande giornalista Enzo Biagi, scrissi la musica su un suo testo, “Ma che storia è questa”, sigla di un suo programma televisivo di successo».

Oltre all’intensa attività di autore, Cavallo oggi. «Sto registrando le mie nuove canzoni in uno studio in provincia di Taranto, ancora un po’ di giorni, poi tornerò ad aprile: non mi sono mai fermato un attimo, sento ancora addosso la voglia di stupirmi; fino a quando ci sarà quella, la passione per intenderci, sarò sempre qui, con la chitarra a suonare, scrivere, cantare».E anche questo album potrebbe riservare sorprese. «Stando insieme con i ragazzi – conclude Mimmi Cavallo –  mi sono balenate idee: c’è uno bravo nel free-style, gli chiederò di intervenire nell’album, ma anche nei cori; poi un video, magari con i ragazzi che sono qui, con me, stasera. Visto? Quando metti sensibilità a contatto, scocca la scintilla, qualcosa accade: è la magia del Sud!».

Ricordo di Manuel Frattini

Manuel Frattini, re del musical

«Fare accoglienza e donare al prossimo è un segno di grande civiltà». Abbiamo intervistato il protagonista di “Robin Hood, principe del Nulla”.  «Porto con me la passione di questa terra. Ricordo con affetto la Puglia, il “Pinocchio” in un palasport, poi “Aladin” e “Peter Pan”: è sempre un bel tornare da queste parti. Vorrei giocare a vita, divertirmi all’infinito, dare e prendere dai miei personaggi».

Foto articolo i giorni 2 - 1«Fare accoglienza nel massimo rispetto è un dovere di tutti, come aiutare chi ha bisogno di una mano tesa: parlo delle migliaia di migranti arrivati sulle nostre coste, in cerca di aiuto, come per quanti hanno problemi di salute e sono in “sala d’attesa” per ricevere un organo che li restituisca a una vita normale».

Fosse un cantante, sarebbe una rockstar. Manuel Frattini, a Taranto con il musical “Robin Hood, principe del Nulla”, parla della sua attività artistica, ma anche di accoglienza e di una missione che lo vede impegnato nella campagna promossa dall’Aido, l’Associazione donatori organi. «Penso che l’Italia – dice il popolare artista – stia gestendo al meglio le sue risorse in fatto di ospitalità per quanti chiedono asilo: come per gli italiani emigrati negli Stati Uniti per necessità, anche chi fugge da guerre e persecuzioni politiche deve essere accolto fraternamente: poi anche il resto d’Europa dovrà fare il suo, ormai tutti abbiamo bisogno di tutti, è bene entrare in questo ordine di idee».

DALLA PUGLIA A BROADWAY

Diretto da Mauro Simone, in scena con Fatima Trotta (Lady Marian), Frattini è il principe della foresta di Sherwood. Nel suo genere, quello più completo al quale assistiamo in teatro, il musical, più che essere un principe ne l’indiscusso re. Numero uno del musical, l’artista di origine lombarda, non rinuncia all’accento romano quando si tratta di fare una battuta. «Sono stato in Puglia diverse volte, conservo un grande ricordo sulla passione del pubblico: con “Pinocchio”, musical firmato dai Pooh, fu l’apoteosi, un intero palazzetto a Taranto (Palamazzola, ndr) pieno in ogni ordine di posto: era l’ultima data della tournée, ricordo, ben cinquecento repliche: qui ci fu il “rompete le righe”, qualche lacrima sui titoli di coda e l’orgoglio che avremmo rappresentato l’Italia cinquant’anni dopo il “Rugantino” di Garinei & Giovannini, a Broadway, qualcosa che al debutto non avremmo mai pensato».

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Dopo “Pinocchio”, “Aladin”, altro grande successo di pubblico, “Peter Pan”, “Cercasi Cenerentolo”. Quando si parla di Frattini e di numero di repliche, lo si fa sempre nell’ordine delle centinaia.

«Lusingato, ma forse sarà perché so scegliere – sorride – e in questo ho anche un pizzico di fortuna». E, invece, non è così. Non dovremmo svelarlo, ma Stefano D’Orazio, ex batterista dei Pooh, autore di fortunatissimi musical, ogni volta che si siede davanti a un pc per “comporre”, fa una telefonata. «Manuel – dice l’autore di “Pinocchio”, “Aladin”, “W Zorro”, “Mamma mia!” – sto provando a scrivere una storia, posso contare su di te?». «Stefano è un grande – replica Frattini – sono io, invece, a sentirmi fortunato nell’avere la sua stima; ha il dono della scrittura: straordinario; poi la capacità organizzativa, sembra il signor Wolf di “Pulp fiction”, il personaggio che “risolve problemi”; quando lui orbita intorno a un musical, puoi stare tranquillo: dedicati espressamente a fare il tuo, al resto ci pensa lui».

«MI SENTO PETER PAN»

Fosse uno dei suoi personaggi, Frattini a chi somiglierebbe. «Peter Pan, per la sua indole: il non voler crescere; qualcuno, saggio, ha detto: giocare, sempre giocare, il giorno in cui avrai smesso di giocare, avrai smesso di vivere; credo che per me sia proprio così». Ogni favola è un gioco, per citare Bennato. «Per questo riesco a sentirmi Pinocchio e Aladin in momenti diversi; faccio un passo avanti quando mi si chiede di metterci del mio nel carattere del personaggio che porto in scena, e uno indietro quando la storia portata richiede un altro tipo di lettura: è comunque sempre un bel misurarsi in questo lavoro».

“Robin Hood, principe del Nulla” è anche l’occasione per incontrare fan. All’uscita di un accogliente albergo nel cuore della Città vecchia, a Taranto, c’è chi attende il suo beniamino per uno selfie: missione compiuta. Rossa come un peperone, Martina finalmente tiene stretto per qualche istante l’eroe di numerosi musical. «Non scherzo quando dico che ho questa terra nel cuore», ripete Frattini. Si è parlato di un tema impegnativo, quello legato all’accoglienza, infine una cosa alla quale tiene. «La promozione alla campagna Aido, l’Associazione donatori organi: ogni sera in apertura e chiusura di spettacolo ricordiamo quanto sia importante il contributo di ognuno di noi, anche modesto, non importa, purché sia fatto con il cuore; ogni anno decine di migliaia di persone attendono una soluzione ai propri problemi di salute: proviamo a fare il possibile per dare massimo sostegno all’Aido, è un fatto di cuore e un grande segno di civiltà».

 

«Rispetto reciproco»

Incontro con Hassen Chiha, imam di Taranto

«Ognuno prega come sa e come può. Nella provincia di Taranto duemila fedeli, una ventina i residenti convertiti all’Islam. Una volta l’anno ci riuniamo in preghiera sulla Rotonda del Lungomare. Vorremmo un luogo di culto più decoroso, possibilmente non lontano dal centro cittadino»

Stavolta “Costruiamo Insieme” ha incontrato nella sua sede di via Cavallotti Hassen Chiha, imam a Taranto. Con lui abbiamo toccato diversi tasti, dalla religione ai rapporti con i residenti, all’analisi del senso di preghiera e soprattutto fatto un netto distinguo fra Islam, vale a dire la religione musulmana, e l’Isis. Importante, Allah è il Dio dei musulmani; il profeta è Maometto, la fede religiosa praticata con la lettura e il rispetto del Corano, non disconosce Gesù Cristo, considerato messaggero di Dio.

Hassen Chiha, quanti sono i fedeli musulmani fra Taranto e provincia. E in Puglia?

«Nella provincia ionica, grossomodo duemila, anche se credo siano di più. In tutta la Puglia, il conteggio è complicato: chi lo sa, sicuramente tantissimi. Svolgiamo incontri periodici con i fratelli musulmani di Bari e Lecce, ma anche raduni di preghiera a livello nazionale. Non so quanti siamo, sicuramente il numero è elevato».

Dove vi riunite in preghiera e le risorse economiche con cui finanziate la vostra sede, più che una moschea un luogo di culto.

«In effetti è improprio definire la sede di via Cavallotti 76, casualmente non molto distante dalla sede della vostra cooperativa; diciamo che è un luogo di culto; paghiamo un fitto mensile di circa trecento; dove prendiamo i soldi? Ci autogestiamo con il contributo di ciascun fratello, ognuno dà quello che può: dieci, venti centesimi, un euro».

Si associa spesso la fede musulmana agli sbarchi, il musulmano all’extracomunitario. Ci sono tarantini convertitisi all’Islam?

«Una ventina di residenti hanno abbracciato la nostra fede; qualcuno nel frattempo, questioni di lavoro, è andato fuori Taranto; nel resto della regione il numero di pugliesi che esercitano la fede musulmana è evidentemente più elevato; azzardo una ipotesi: forse un continuo scambio culturale porta qualche residente a convertirsi al Corano».

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Quali pensate siano gli argomenti più convincenti per convertire all’Islam?

«La conversione è una cosa seria, è qualcosa di spirituale che tocca l’anima; partendo dalla parola del Profeta, con il passare dei millenni siamo diventati circa due miliardi in tutto il mondo: non siamo pochi, insomma. Ma, attenzione: la fede non dipende da noi, ma da Dio. In queste occasioni ci vengono rivolte domande specifiche alle quali io e i fratelli nei diversi raduni di preghiera proviamo a rispondere».

Qual è la domanda ricorrente che rivolgono quanti hanno intenzione di avvicinarsi all’Islam?

«Su Gesù, se lo riconosciamo o meno: la risposta è sì, lo riconosciamo, portiamo rispetto nei suo confronti; ne riconosciamo l’impegno di messaggero, profeta – tutti i profeti sono messaggeri di Dio – e rispettiamo tutti allo stesso modo; tanti, poi, ci chiedono se la fede musulmana abbia a che fare con l’Isis: due cose completamente opposte, chiariamo; chiediamo piuttosto ai fratelli che non hanno ancora padronanza dell’italiano, di non rispondere a domande così delicate, tante volte una parola, una frase, possono essere interpretate nel modo sbagliato».

Ci sono, invece, musulmani che una volta in Italia si convertono, per esempio, alla religione cattolica?

«Nella nostra comunità non è ancora accaduto; fosse accaduto non avrei avuto problemi a dirlo: questione di rispetto, ognuno è libero di abbracciare quella che più sente come la propria fede, nessuno deve sentirsi costretto a seguire insegnamenti in cui non crede o non crede più».

La moschea di via Cavallotti, le iniziative.

«La moschea è sempre aperta, a volte organizziamo iniziative con studenti universitari, altre volte con amici, per far comprendere cosa sia la fede musulmana; in queste settimane abbiamo strappato un “sì” al sindaco Rinaldo Melucci, dovrebbe venire a trovarci presto».

Un appello alle autorità, l’attuale sede non è molto capiente.

«Più volte abbiamo provato a sensibilizzare le autorità cittadine, in particolare quelle comunali, il sindaco Ippazio Stefano venne a farci visita un paio di anni fa; speriamo possa farlo anche Melucci, ripeto, disponibile a venire a trovarci, impegni istituzionali permettendo».

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Cosa chiedereste al sindaco di Taranto?

«Una sede decorosa, possibilmente non in un lontano quartiere cittadino: avremmo problemi per spostarci con i mezzi pubblici, poi una scelta simile sarebbe emarginazione; i tarantini hanno un elevato senso di accoglienza e rispetto, pertanto crediamo sia l’occasione giusta per venirci incontro. Il venerdì di preghiera ospitiamo non meno di duecentocinquanta fratelli, tanti; amici di fede cristiana hanno detto che uno spazio così angusto non può essere motivo di rispetto per una comunità religiosa: noi ci limitiamo solo a chiedere uno spazio ragionevole nel quale riunirci e pregare Allah».

Domande alle quali qualcuno vorrebbe dare risposta.  Dunque, la prima: quante volte i musulmani si raccolgono in preghiera ogni settimana?

«Cinque volte al giorno, dunque trentacinque volte a settimana; poi ci sono incontri, approfondimenti religiosi, cui è facoltativo partecipare; a volte, questi, li svolgiamo anche fuori dalla sede di via Cavallotti».

Ramadan, proviamo a spiegarlo brevemente.

«Quest’anno il Ramadan ricade più o meno a metà maggio; è un momento importante per noi musulmani, un mese di misericordia; il sacrificio consiste nello staccare l’anima dal piacere quotidiano, dal cibo ai rapporti intimi fra marito e moglie; è un mese nel quale ci ritroviamo a tavola insieme con amici, offriamo il cibo a chi non ce l’ha: per noi è un dovere far sedere alla nostra tavola fratelli meno fortunati; facciamo anche preghiere notturne per recitare le quali ci ritroviamo anche in moschea; a fine mese, il Ramadan si conclude con una festa al mattino, una preghiera all’aperto, a Taranto per esempio autorizzata dalle autorità locali sulla Rotonda del Lungomare: l’ultima volta eravamo circa un migliaio. Questo ha permesso alla comunità tarantina di vedere come preghiamo; c’è chi si è avvicinato incuriosito, chi ha atteso la fine della preghiera per scambiare con noi idee e opinioni, sempre nel massimo rispetto del proprio credo religioso».

Islam e Isis, chiariamo: sono due cose opposte.

«Qualcuno, in maniera chirurgica, spesso genera confusione avvicinando la nostra religione all’Isis, dunque provando a identificarci con i terroristi: niente di più sbagliato; il musulmano non potrebbe essere mai essere terrorista, pratica la sua fede nell’amore per Dio e del prossimo: non siamo stati creati per farci ammazzare uno con l’altro, bensì per vivere insieme, amarci, rispettarci, essere di supporto uno con l’altro».

Fede musulmana e cattolica.

«Sono più le cose che ci avvicinano, che quelle che ci allontanano. La cosa che deve unirci è il reciproco rispetto: io rispetto il tuo Dio e le tue preghiere, tu rispetti il mio Dio e le mie preghiere».

«Facciamo sistema»

Tommaso Depalma, sindaco di Giovinazzo

«Esistono immobili e professionalità che potrebbero fare al caso nostro. Il “Vittorio Emanuele”, in pieno centro cittadino, sarebbe utile al progetto. Tre migranti su mille abitanti, siamo al di sotto della media, ne ospitiamo appena una trentina. I ragazzi imparerebbero un mestiere e che l’Italia è un’occasione da non lasciarsi sfuggire»

Nella serie di “faccia a faccia” svolti da “Costruiamo Insieme” con i protagonisti del nostro territorio, abbiamo incontrato Tommaso De Palma, sindaco di Giovinazzo. Con lui abbiamo affrontato una serie di problemi, partendo dall’accoglienza e proseguendo con l’importanza di allargare l’offerta sempre in tema di ospitalità ad enti o soggetti con una esperienza consolidata.

Cominciamo con le Politiche migratorie affrontate dal Comune di Giovinazzo.

«Il nostro è stato fra i primi nove comuni pugliesi ad aderire convintamente alla politica di accoglienza. Fra quanti risiedono a Giovinazzo e quanti, invece, sono stati solo di passaggio, penso siano stati in molti ad essersi ampiamente integrati all’interno del nostro contesto; oggi, per esempio, vedo con soddisfazione che molti di questi ragazzi vengono al Comune, in Sala giunta, per studiare, imparare l’italiano e, dunque, accelerare il processo di integrazione».

Sindaco De Palma, esiste una ipotesi di programmazione in tema di Centri di accoglienza?

«Atteso che siamo ciclicamente chiamati in Prefettura, il tema centrale è la scarsa sensibilità dei titolari di immobili a non mettere ciascuna proprietà a disposizione della causa: questo, dunque, uno dei temi principali.

All’interno di questo tema, molto umilmente ho riferito allo stesso prefetto che nel centro di Giovinazzo esiste un gigante da diciottomila metri quadrati, l’istituto “Vittorio Emanuele”, che, non totalmente ma in piccola parte, potrebbe essere adibito ad uso-foresteria riprendendo uno schema abitativo già esistente; per decenni proprio questo immobile ha accolto famiglie e ragazzi indigenti ai quali è stata fornita educazione e scolarizzazione, con l’insegnamento di un mestiere attraverso i laboratori. Se intendiamo fare sul serio politica di integrazione multidisciplinare, ecco che per i migranti l’Italia può essere un’occasione importante».

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Imparare a parlare l’italiano e un mestiere utile alla comunità della quale diventerebbero parte integrante, ci sembra un buon inizio.

«Sempre se questi scegliessero la permanenza, diversamente il problema non si porrebbe. Mi auguro che le istituzioni a livello sovracomunale – il “Vittorio Emanuele” non è di proprietà del Comune, bensì della Città metropolitana – possano essere protagoniste di uno degli esempi in cui un patrimonio pubblico fa di un’esigenza un’opportunità; questo processo potrebbe essere, infatti, occasione per risanare una quota di un immobile che si dibatte fra mille difficoltà; per questo sarebbe auspicabile fare sistema, mettere in connessione: chi, meglio di un prefetto o un sindaco della Città metropolitana, o soggetti della Regione Puglia, possono intervenire nella vicenda? Sarebbe l’occasione per mettere a disposizione fondi, e ce ne sarebbero, a cominciare dal welfare».

Non ipotesi, ma occasioni concrete, sindaco De Palma.

«Parlo di cose fattibili, avendo toccato con mano che esistono Fondi regionali per iniziative simili; è necessario pertanto che chiunque abbia la proprietà di questo bene, si sieda a un tavolo e ragioni con chi sottolinea questa esigenza, vale a dire il prefetto; mi sento di assicurare che la comunità di Giovinazzo e il sottoscritto, in qualità di sindaco, non si metteranno di traverso, attivandosi a contribuire mediante le quote previste per legge; vorrei ricordare che a Giovinazzo la media attuale è di tre migranti su mille abitanti, dunque la nostra città dovrebbe avere una dotazione naturale di sessanta migranti; gli ospiti, al momento, oscillerebbero fra le venti e le trenta unità, e una simile proposta non mi sembra una cosa campata in aria: insomma, se tutti ragionassimo così, potremmo fare di un problema una soluzione».

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Immobili, riutilizzo o recupero, in disuso o abbandonati. Volendo fare sintesi.

«Non con l’attuale prefetto, ma in una precedente riunione mi permisi di dire qualcosa che a qualcuno sembrò quasi una bestemmia: provai, in quella circostanza, ad allargare leggermente il compasso della discussione sugli immobili di proprietà della Chiesa: Giovinazzo ospita due Istituti di suore, con enormi spazi inutilizzati – in uno di questi, una minima parte, è stato impegnato nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, e un ex Convento di frati cappuccini, già asilo, oggi inutilizzato; allora, mi chiedo: queste volumetrie non fanno parte di quell’idea di accoglienza? Ma, attenzione, che queste proprietà appartengano al Vaticano piuttosto che alla Repubblica, il territorio che i migranti vivono non è il nostro stesso? E mi chiedo ancora: possibile che nell’individuazione delle volumetrie non si possa compiere uno sforzo e risolvere un problema di dominio pubblico piuttosto che demandarlo ai privati?».

A proposito di privati, il Comune ha provato a sensibilizzare i proprietari di immobili.

«Tasto dolente. I privati le case non le mettono a disposizione dei residenti, di famiglie bisognose, nonostante il Comune a fine 2017 si facesse carico di contributi significativi per combattere la crisi abitativa; attenzione, non è un fatto discriminatorio, le case non le affittano ai migranti e neppure ai residenti. Nonostante gli appelli, ad oggi non un solo proprietario ha messo a disposizione una sola casa disponibile; preferiscono farsi carico di tasse, piuttosto che darne disponibilità».

Infine, sindaco De Palma, fare sinergia con enti gestori con esperienza maturata in questi anni. Ci sarebbe disponibilità da parte del Comune da lei rappresentato?

«E’ un tema gestito dal vicesindaco e assessore al welfare, Michele Sollecito; personalmente, in qualità di osservatore riscontro risultati interessanti in ordine all’integrazione del “prodotto finale”, detto in modo rispettoso: vedo questi ragazzi a proprio agio, partecipano alle attività sociali, a partite di calcetto – per fare un esempio – nelle quali si misurano sportivamente con i nostri ragazzi, come fossero normali cittadini; questi elementi sono indicatori che dicono quanto il progetto di integrazione stia funzionando. E quando le cose funzionano, piuttosto che di sindaco e giunta, il merito è di tutti i soggetti in campo. E di questo sinceramente posso ritenermi soddisfatto».

 

«Accoglienza, difendiamo le professionalità»

Dario Ginefra, parlamentare, da dieci anni impegnato sul tema-immigrazione

«Non lasciatevi impressionare dai numeri, li sbandierano in modo strumentale: che dovrebbero dire Giordania e Libano? Combattiamo il caporalato con pene più severe. E distinguiamo le strutture serie dal business di mafia e camorra»

Fra gli ospiti di “Costruiamo Insieme”, Dario Ginestra, parlamentare, componente della “X Commissione Attività produttive” e della “Commissione giurisdizionale” per il personale.

Accoglienza e migranti, onorevole, non avverte forse una certa mancanza di programmi di integrazione?

«Negli ultimi dieci anni sono stato personalmente impegnato nel verificare la qualità dell’accoglienza, soprattutto nei Centri, un tempo denominati CIE, Centri di identificazione ed espulsione presenti sul nostro territorio regionale. La qualità dell’accoglienza è punto fondamentale di civiltà giuridica, viene dunque prima ancora del programma legato alla gestione dei flussi migratori; in alcuni casi sono state evidenziate storture nel sistema di accoglienza; è bene essere chiari: si presta massima ospitalità a gente che viene da Paesi in cui esistono conflitti civili o, comunque, gravi situazioni economiche; il più delle volte cittadini dall’Africa subsahariana sono stati trattati quasi fossero il problema dell’Italia».

I numeri sull’accoglienza, spesso sfuggono a quanti usano il tema in modo strumentale.

«Quando si parla di “invasione”, non si pensa a Paesi come la Giordania, Libano o altri Stati che hanno conosciuto i veri flussi migratori: parliamo di milioni e non qualche migliaio di cittadini; in più – e questo è un aspetto distorsivo sull’aspetto dei flussi migratori – gli extracomunitari vengono indicati come generatori di problemi sulla sicurezza dei cittadini, quando in specifiche aree territoriali esiste una consolidata presenza di clan di stampo camorristico e mafioso».

Un giro per le nostra campagne e un paragone con gli italiani negli Stati Uniti un secolo fa.

«Sarebbe sufficiente questa riflessione, per accorgerci quanto gli immigrati svolgano una funzione determinante per l’economia della nostra regione, del nostro territorio; invece, a questi viene coniugata l’immagine di generatori di problemi; se gli Stati Uniti avessero fatto una riflessione generalizzata sull’immigrazione italiana negli Anni Venti del secolo scorso, piuttosto che circoscriverla alla mafia, una parte della fortuna degli USA sarebbe venuta meno; gli italiani, con la loro capacità di lavoro, invece, hanno fortemente contribuito a costruire una delle più grandi democrazie del pianeta».

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Insistiamo, onorevole: questo vuoto di programmazione, non rischia di consegnare la manodopera, una risorsa piuttosto che un peso, direttamente alle mafie?

«Nell’ultima legislatura abbiamo affrontato con determinazione l’economia nel settore agroalimentare del nostro Paese, una parte della quale interessava l’intermediazione illegale nella manodopera, più nota come “caporalato”; abbiamo previsto nel nostro Ordinamento giuridico il reato specifico con misure severe nei confronti di chi svolge attività di reclutamento di una simile forza-lavoro; per rispondere alla domanda: la condizione di clandestinità determinatasi a causa di una legislazione che non ha funzionato, la Bossi-Fini per intenderci, aveva generato forme di utilizzo improprio della presenza di immigrati sul nostro territorio».

Da qui un segnale in materia di “caporalato” e non solo.

«E’ un problema atavico che interessa la nostra terra e prescinde dall’impiego di extracomunitari: non dimentichiamo che in un recente passato abbiamo registrato “morti bianche” fra gli italiani, nostri corregionali; sicuramente vanno scoraggiate queste forme di utilizzo degli extracomunitari presenti sul nostro territorio: senza voler fare un discorso squisitamente etnico, esistono organizzazioni che gestiscono il fenomeno clandestino funzionale a specifici reati; le comunità più conosciute: quella nigeriana, una forza nel racket della prostituzione femminile e lo spaccio di sostanze stupefacenti; così la tanto complessa presenza di comunità cinesi vissuta, quasi, come “arricchimento esotico” delle nostre comunità, quando talvolta nasconde organizzazioni articolate che utilizzano la presenza regolare degli immigrati sul nostro territorio sotto forma di “schiavismo a distanza”, una sorta di riscatto di viaggio e permanenza nei Paesi occidentali».

Approssimazione nell’accoglienza. Le offerte al ribasso rischiano di provocare danno a chi fin qui ha svolto il suo ruolo in modo professionale e agli stessi ospiti dei Centri.

«Indagini approfondite hanno condotto a realtà in territori diversi; penso a quelle romana e siciliana, che hanno fatto emergere sistemi oggi sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti; mi rifiuto di pensare che flussi migratori da Nord Africa e Medio oriente, non siano stati già in partenza oggetto di interesse da parte delle grandi centrali del crimine organizzato di casa nostra.

Quanto in un secondo momento questo fenomeno si sia tradotto in business è attualmente nelle mani dei giudici. Questo ha ingenerato una difficoltà di lettura e valutazione, tanto che molti Centri di accoglienza hanno pagato in termini di credibilità un costo alto rispetto al lavoro straordinario fin qui prestato».

«Fare accoglienza in armonia»

Gianfranco D’Angelo, mattatore della commedia

«Siamo un popolo generoso, ma abbiamo bisogno di collaborazione, i politici amministrano “all’italiana”. Cinema e poi tv, da un successo all’altro. «Amo la libertà, non firmai un contratto decennale con Berlusconi. Il successo nelle sale: spensieratezza, pochi soldi e tanta gioia, generammo i “cinepanettoni”. Le tavole del palcoscenico e il contatto con il pubblico sono un elisir di lunga vita».

«L’Italia è un Paese generoso, personalmente sono per l’accoglienza, ma anche gli altri Stati devono intervenire, darci una mano a gestire un flusso così importante». Gianfranco D’Angelo, comico, protagonista di decine di film e trasmissioni televisive, dice la sua a proposito di extracomunitari e accoglienza. «I politici fanno il loro mestiere – riprende l’attore – privilegiano il cerchiobottismo, non vogliono scontentare nessuno, assumono decisioni “all’italiana”, ma se accoglienza deve essere fatta è bene farla in perfetta armonia».

E’ un D’Angelo motivato, in perfetta forma, non avverte i suoi ottantuno anni, è il palcoscenico a compiere il miracolo. Ospite con “Quattro donne e una canaglia” della rassegna teatrale dell’associazione culturale “Angela Casavola”, al teatro Orfeo di Taranto. Con lui, un cast “tuttestelle”: Barbara Bouchet, Corinne Clery e Marisa Laurito. «Il teatro è la mia seconda giovinezza – osserva il protagonista di decine di commedie all’italiana anni 70 e 80 – le tavole del palcoscenico sono uno straordinario ricostituente, anche se per fare questo lavoro occorrono due cose: passione ed entusiasmo; senza di queste puoi provare a fare quello che vuoi, ma difficile possa andare così lontano».
Protagonista di film fra “liceali” e “insegnanti”, un pretesto per raccontare storie leggere con sexy symbol dell’epoca, da Gloria Guida a Edwige Fenech, D’Angelo era il comico che polarizzava l’attenzione di un pubblico che non privilegiava le sole “curve”. «Ho qualche rimpianto per quei film, non erano opere d’arte, ma avevano di bello che attiravano un grande pubblico: la critica, che esercitava il suo mestiere, però, talvolta era ingenerosa; oggi, a distanza di trent’anni, la rivincita: le pellicole che funzionavano allora, funzionano ancora adesso, basti vedere gli ascolti in tv: domanda, vuoi vedere che non facevamo prodotti di seconda fascia?».

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SPENSIERATEZZA ED ENTUSIASMO IL VALORE AGGIUNTO
L’arma vincente di quei film. «Spensieratezza, clima, entusiasmo che ci trasmettevamo vicendevolmente: l’affiatamento fra attori e registi era il valore aggiunto, si lavorava con pochi soldi, ma l’armonia era risolutiva; quei film non avevano i riconoscimenti che avrebbero meritato, ma va bene anche così, mi permetto di dire che gli italiani erano snob anche nei confronti di Totò…».
Totò, un grande. «Andavo a vedere tutti i suoi film, lo trovavo geniale, ma avevo una sorta di pudore nei confronti dei miei amici, non lo dicevo e quando se ne accorgevano mi dileggiavano quasi: filmetti di serie B, dicevano; il precedente illustre, Totò appunto, cancella di colpo qualsiasi rammarico».
Quando il cinema la richiedeva ancora, tanto da ritenerla uno dei “colonnelli” di quella lunga, stagione fortunata, insieme con Lino Banfi e Renzo Montagnani, lei lasciò. Ha ripiegato sulla tv, bella scommessa. «Amo mettermi in discussione, scommettere su cose nuove: molti si avvicinavano a quel cinema che in seguito avrebbe generato i “cinepanettoni”, bene, io lasciavo; non molti ricordano la prima edizione di “Striscia la notizia”, l’idea di Antonio Ricci, papà di “Drive in”, aebuttai con Ezio Greggio su Italia 1; venivo da “La sberla”, programma comico sulla Rai, diretto da Giancarlo Nicotra, che poi diresse la prima edizione di “Drive in”, lasciando successivamente a Beppe Recchia».

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«RINGRAZIAI BERLUSCONI, RIFIUTAI UN CONTRATTO D’ORO»
Rifiutò anche un vagone di soldi. «Le cose andavano talmente bene – ricorda – che Silvio Berlusconi mi sottopose un contratto decennale: voleva diventassi uno dei volti delle sue tv; ma anche stavolta ringraziai, considerai che la libertà non avesse prezzo: dire oggi se ho fatto bene oppure male, magari me la sarei goduta con tutti quei soldi, non ha valore; di certo sto bene anche così, alla mia veneranda età che, francamente, non sento nemmeno un po’ addosso, mi diverto ancora tanto: il teatro mi fa sentire vivo, il contatto quotidiano con il pubblico è insostituibile; incontro gente che vedeva i miei film al cinema, giovani che mi hanno conosciuto con le repliche televisive: ecco, la tv ha questo di buono, se hai fatto cose divertenti e acchiappano ancora ascolti, non ti fa dimenticare, ti rivaluta.
Il rapporto con la Puglia. «Amo questa terra, cordiale, accogliente, calorosa: l’Italia è tutta bella, ma la Puglia ti prende per la sua bellezza e per la gola, tanto che quando passo da queste parti mi fermo per gustare la cucina pugliese che, credetemi, “nun se batte”; conosco a memoria strade, città e cittadine, dove per diverso tempo ho girato film: Taranto, Bari, Martina Franca, Alberobello, Trani…e chi si dimentica».
Nemmeno un po’ di nostalgia. «La vita va avanti – conclude Gianfranco D’Angelo – se il cielo mi darà forza, proseguirò ancora, per ora non penso neppure lontanamente di lasciare, il teatro ti rigenera un giorno dopo l’altro: tavole e polvere del palcoscenico sono l’elisir di lunga vita».

 

«Un, due, tre…web!»

Cominciate le prime audizioni di speaker radiofonico. I ragazzi si pongono con il giusto spirito. Massima considerazione per lo strumento. Se non c’è emozione, non c’è rispetto. E Abdoullah e Billy, ci provano, dalle notizie alla rassegna stampa. Proseguono le selezioni.

Foto articolo 03 - 1Cantieri “Costruiamo Insieme”. C’è la web radio, l’ultimo progetto fortemente voluto dalla cooperativa. Cominciano i lavori, dunque. Come a dire, «per noi l’integrazione è una cosa seria, passa attraverso qualsiasi strumento che possa dare voce ai nostri ragazzi».   

Detto fatto, ci sono già i primi, quelli del «Quando cominciamo?», modo contagioso per trasmettere entusiasmo. Billy, nome da anchorman americano, e Abdoullah, sono i primi a indossare la cuffia e a soffiare parole nel microfono disposto un palmo dal viso da Paolo. «Uno, due, tre…prova!». E’ cominciata nel modo più semplice l’avventura «Una radio tutta nostra!». I ragazzi fanno mille domande. E fanno bene. Devono farle tutte, fino ad esaurimento scorte, perché dopo dovranno essere loro a fornire risposte. «Sentire la mia voce in cuffia, fa un certo effetto!», dice Billy. Gli si apre un sorriso, diciamo anche un mondo. Non appena parla e si ascolta, si vede che la cosa gli fa effetto. Conferma. «E’ incredibile, in cuffia fino a oggi avevo solo ascoltato musica, tutt’al più avevo conversato al telefono, mai invece sentito la mia voce: quasi ti metti soggezione da solo, fa una certa impressione; non che non sapessi che la radio si fa in questo modo, ma il debutto non lo avevo mai considerato: sei portato da solo a fare in modo che quanto “esca” in questi provini sia il meglio che tu possa dare!».

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PIU’ EMOZIONE C’E’, PIU’ RISPETTO HAI PER IL LAVORO

I ragazzi lo sanno, sono emozionati. Dovranno compiere numerosi passi avanti nella professionalizzazione, ma lo spirito con il quale stanno affrontando il progetto è quello giusto. Mai pensare che basti poco per farcela: quattro parole in croce, si dice da queste parti, e via. Non deve essere così, l’emozione deve mettere soggezione. Più emozione c’è, più rispetto hai per un lavoro. Ecco l’importanza di formulare mille domande, manifestare altrettanti timori. «Non so se ce la farò, ma ci provo…», dice Abdoullah. Invece è proprio quello il segreto. Non volendo, anche lui si è lasciato sfuggire la frase tipica di chi della radio e, dunque, della comunicazione, ne ha fatto un mestiere. Tutto si può fare per ingannare il tempo, diverso è se quella certa cosa diventa poi un lavoro. Allora, tutto cambia. Massimo rispetto per microfono, cuffia e i primi fogli dei notiziari stampati e raccolti in una cartellina. «Prima di registrare devo dare una lettura, comprendere la pronuncia, ripassarmi la mia parte». Abdoullah ha compreso perfettamente lo spirito con il quale entrare in partita. Lo scritto diventa uno spartito, un ruolo da interpretare in scena. Un giorno, forse, andrà di corsa, avrà raccolto una notizia all’ultimo momento e non potrà rileggersela. Ma questo fa parte del lavoro. E questa modalità è ancora remota. Anche questo è un piccolo insegnamento per chi vuole fare informazione. Radio, nel nostro caso.

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LA RADIO, LE PAROLE E UN SENSO DI LIBERTA’

«Ho sempre amato la radio – dice – più della tv; per me è l’informazione più diretta, le parole le trovo più importanti delle immagini, a meno che non ci si trovi davanti a un disastro; le parole, da sole, inducono al ragionamento, ti fanno pensare…». E’ il senso di libertà di Abdoullah, che per ammissione dello stesso, ha «tanto da imparare». Ma, si diceva, è lo spirito giusto. «Non so se alla fine farò questo mestiere, ma voglio imparare tutto quello che c’è da imparare!».

I ragazzi compiono un altro passo. Più che in avanti – c’è ancora tanto da fare – un passo di lato: i fogli del notiziario vengono riposti nel cassetto. Ora c’è da sfogliare un quotidiano. Altro mestiere, sempre delle parole: individuare i titoli più importanti per simulare una rassegna stampa. Anche questo lavoro richiede preparazione, selezione. In una mano un evidenziatore, l’altra sfoglia il giornale. Il titolo più robusto viene circoscritto da un segno. E avanti così, una pagina e un titolo da evidenziare, dalla cronaca allo sport. E’ così che i ragazzi si stanno avvicinando a un mondo nuovo, quello della radio. Siamo al primo ripasso, ma arriverà anche il momento in cui parleranno e faranno parlare la radio. Un passo per volta, possibilmente in avanti.

Web Radio, via ai provini

Iniziate le prime audizioni. L’arruolamento nasce in chat. Partono gli entusiasmi, le “faccine”, le esplosioni di gioia dei ragazzi. “La cooperativa deve crescere, compiamo un altro passo avanti nell’integrazione dei ragazzi sul territorio”, dicono il presidente, Nicole Sansonetti, e il direttore generale, Maurizio Guarino.

Web radio di Costruiamo Insieme, parte il progetto. Dalle fondamenta. Da un sito che da settimane presenta già forti indizi sull’idea di un organo di informazione. Basta un clic per mettere a disposizione di chiunque “visiti”, i successi musicali del momento e una carrellata di notizie, selezionate e “in voce”, aggiornate quotidianamente.

L’impegno è di quelli seri. Ha subito entusiasmato i promotori del progetto di cooperativa, dal presidente Nicole Sansonetti, al direttore generale, Maurizio Guarino. «L’idea ci piace – dissero qualche settimana fa – lavoriamoci, proviamo a costruire altro ancora, gettando le basi: l’obiettivo è un’integrazione non solo a parole; proseguiamo nella crescita della cooperativa coinvolgendo, entusiasmando i ragazzi, rendendoli partecipi e funzionali al progetto!». Insomma, ragazzi che non si sentissero solo ospiti di un Centro di accoglienza, ma anche motore e, dunque, protagonisti del quotidiano. «Siamo sul territorio, vogliamo offrire il nostro contributo, seppure modesto, la cooperativa può aiutarci a crescere, creando nuove professionalità e aprirci un futuro con nuovi obiettivi!».

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ENTUSIASMO CONTAGIOSO, «QUANDO SI COMINCIA?»

C’è entusiasmo sincero, nelle parole che pronunciano i ragazzi. In un attimo la notizia corre sulla chat di “Costruiamo Insieme”, tradotta in esultanze con poche consonanti e, soprattutto, emoticon, come usa “whatsapp”: faccine che non lasciano spazio alla fantasia. Sorrisi, occhi strabuzzati, cuoricini a tutto andare. I messaggi si incrociano, dovessimo fare sintesi, diremmo che i ragazzi hanno lanciato un segnale chiaro: «Quando si comincia?». E Maurizio, il direttore, pragmatico, di poche parole. «Progetto è vincente, non perdiamo altro tempo!».

Così, dopo le feste, ribadito l’appello, Kaleem – come fosse un ministro – ha messo subito in atto il suo mandato esplorativo. Ha contattato, tastato il polso a entusiasmo, passione e voglia di fare dei ragazzi e dato il benestare per le prime audizioni. I provini sono già partiti, siamo all’“abc” di un lavoro complesso, ma che è partito con il piede giusto. Le selezioni sono cominciate nel Cas “Cavallotti”. I primi ragazzi, entusiasti di sottoporsi a un breve esame, qualcosa – si dice – di molto “light” sono arrivati dal Cas “106”. Li ha segnalati Allahssen Diakite, lui stesso un possibile, futuro aspirante del media di “Costruiamo” in corso d’opera. In questi giorni avremo più volte incontri con i ragazzi già provinati, ma anche con altri che hanno voglia di sottoporsi a un provino molto semplice, fatto di lettura e, successivamente, di scrittura.

NON SOLO SPEAKER, ANCHE MODERATORI, GIORNALISTI…

Lo scopo è ancora più ambizioso. Non solo una web radio, con tutti i crismi che un mezzo simile richiede, cioè speaker. Gente cioè in grado di leggere un breve notiziario da mettere in circolazione. L’idea, condivisa con presidente e direttore, risiede nel creare su nuove figure professionali. Dunque, non solo speaker, lettori in italiano di un notiziario locale, ma altro ancora. Ragazzi che ambiscano a fare i giornalisti, a realizzare interviste, moderare dibattiti. Il tutto all’interno di un sistema, la cooperativa “Costruire Insieme”, che giornalmente fornisce assistenza, corsi di alfabetizzazione e che ha spinto molti suoi ospiti all’iscrizione e alla frequentazione delle scuole secondarie per il conseguimento di titoli di studio. Non solo accoglienza, ma integrazione. La web radio è un altro tassello in questa direzione.