Fine Ramadan

Molti dei nostri ragazzi hanno preso parte all’“Eid al Fitr”

Più di cinquecento i musulmani che hanno pregato rivolti verso La Mecca. Fra i temi sui quali è stato posto l’accento: lotta al terrorismo, rispetto della vita e della donna. Prosegue la raccolta di fondi per la costruzione di una moschea, sogno della comunità musulmana presente sul nostro territorio

 

Più di cinquecento i musulmani che si sono dati appuntamento sulla Rotonda del Lungomare a Taranto per celebrare la fine del Ramadan iniziato lo scorso 11 marzo. Al rito, svoltosi mercoledì mattina in pieno centro a Taranto, hanno preso parte numerosi ospiti della nostra struttura. Il momento, noto a quanti sono di fede musulmana come “Eid al Fitr”, ha segnato praticamente l’inizio del decimo mese del calendario islamico (seconda festività più importante dopo la “festa del sacrificio”).

Alle sette del mattino, nei pressi della Rotonda ha avuto inizio l’allestimento della preghiera. Sono arrivati furgoni e auto. Dalle vetture sono stati scaricati numerosi tappeti sui quali poco dopo si sarebbero disposti e raccolti in preghiera i musulmani presenti sulla Rotonda.

 

 

LA PAROLA ALL’IMAM…

E’ toccato all’imam dare inizio alla preghiera con i fedeli rivolti verso la Mecca, non prima di aver richiamato i presenti su temi sui quali si dibatte, a cominciare dalla secca condanna al terrorismo, con riferimento ai fatti recentemente accaduti a Mosca (l’attacco da parte dell’Isis al Crocus City Hall), e l’invito, secondo il Corano, al rispetto della donna. Altro argomento sul quale dibattono spesso i fratelli di fede musulmana, la raccolta di fondi per la costruzione di una moschea. Ognuno si tassa, per quanto possibile, per realizzare un sogno che da tempo coltiva la comunità musulmana presente sul nostro territorio.

Ricordiamo che il Ramadan è considerato il quarto dei Cinque Pilastri dell’Islam e il digiuno è un precetto religioso per i musulmani adulti, fatta eccezione per quanti sono in età avanzata. Il digiuno fu reso obbligatorio dopo la migrazione dei musulmani da La Mecca a Medina. Secondo quanto accaduto mercoledì mattina, al termine del Ramadan, è stato celebrato lo “Id al-fitr”, la festa dell’interruzione del digiuno, considerata anche “festa piccola”.

 

 

DIGIUNO, DALL’ALBA AL TRAMONTO

Durante il digiuno, dall’alba al tramonto, i musulmani si astengono dal consumo di cibi e bevande e dalla pratica di attività sessuali durante gli orari di digiuno. Cibo e bevande sono servite quotidianamente prima dell’alba e dopo il tramonto. Durante questo periodo, il digiuno solitamente include la recita delle preghiere, la lettura del Corano e un crescente impegno nelle opere di bene e nella carità.

Anche in Palestina è stata celebrata la festa di fine Ramadan. Questo rituale è stato celebrato nei rifugi improvvisati a Gaza, ma anche sulle macerie di moschee distrutte dai bombardamenti.

Siti internazionali hanno mostrato, tra le altre, una foto con decine di fedeli che si sono riuniti per pregare presso le rovine della moschea al-Farouk a Rafah, distrutta nello scorso febbraio durante un’offensiva israeliana.

«Cameriere africano, no grazie…»

Due coppie respingono un ragazzo che avrebbe preso le ordinazioni

«Gente così non è benvenuta», la risposta secca del titolare di un ristorante siciliano. Post condiviso da centinaia di clienti, lettori e internauti. Storia di Amza, «dipendente che lavora con noi da tre anni: instancabile, garbato e gentile», ha sottolineato il titolare dell’agriturismo. «L’episodio ha lasciato tutti noi molto amareggiati», ha aggiunto

 

«Non vogliamo essere serviti da un cameriere africano». Due coppie di clienti di un ristorante siciliano, fanno una precisa richiesta al titolare. E il titolare? Non si lascia sfuggire una risposta da applausi. «Non li ho mandati via per evitare problemi in sala, ma poi ho deciso di prendere posizione e ho scritto il post di solidarietà ad Amza, il nostro dipendente che lavora con noi da tre anni lavoratore instancabile, garbato e gentile».

Meglio di così. Può andare fiero Amza, cameriere africano del Camerun respinto da chi ha ancora sciocchi pregiudizi su chi non ha lo stesso colore di pelle. Ci sarebbe da vergognarsi a prescindere, non c’è una data in cui il razzismo è stato debellato ed è stata introdotta la buona educazione, l’intolleranza. Anche quest’ultimo un gran brutto aggettivo, anche se non ne troviamo altri per spiegare che siamo tutti uguali e non devono esistere forme forti o blande di discriminazione.

 

 

SIGNORI SI NASCE…

Insomma, questi signori – volendo usare una certa accortezza nei confronti di chi signorilmente non si è comportato – non hanno voluto Amza al loro tavolo. Incredibile, ma vero. Come incredibile che una simile discrezione venga proprio dalla Sicilia, prima nell’accoglienza, conoscendo la propria storia quando proprio quella terra, insieme con la Campania, generò i primi emigranti. Gente che scelse gli Stati Uniti, chi l’Argentina, la lontanissima Australia.  

Ma veniamo al racconto riportato da L’unione sarda, che riporta la sintesi di questa vicenda anche sulle colonne online. Due coppie di clienti dall’apparente media di quarant’anni – scrive – sono state ospiti dell’agriturismo Vultaggio, ubicato nella frazione di Guardato, comune di Misiliscemi (Trapani). E’ qui che qualcuno della coppia ha esclamato quella frasaccia che ha mandato su di giri il titolare dell’agriturismo.

Queste quattro persone hanno esplicitamente chiesto di «non essere servite da un cameriere di colore», originario del Camerun, che aveva una sola “colpa”: candidarsi per andare a prendere le ordinazioni da quei clienti.

Quando Giuseppe Vultaggio, titolare dell’agriturismo, è venuto a conoscenza dell’episodio ha voluto subito denunciare l’accaduto, definendolo «un episodio che ha lasciato tutti noi senza parole e visibilmente amareggiati».

 

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«SE NON VI STA BENE…»

Qualcuno dirà, ma perché il titolare non ha preso subito la palla al balzo riprendendo quegli avventori che, evidentemente, avevano esagerato nelle loro considerazioni? Presto detto:«Non li ho mandati via per evitare problemi in sala – ha spiegato l’uomo – ma poi ho deciso di prendere una posizione netta e decisa e ho scritto il post di solidarietà ad Amza: lavora con noi da tre anni è un instancabile lavoratore, garbato e gentile». Un’azione coraggiosa, proprio perché avrebbe potuto incontrare il dissenso di una minoranza che avrebbe potuto condividere l’opinione di quei quattro avventori. Del resto, dice Ennio Flaiano, la mamma dei cretini è sempre incinta.

«Vorremmo chiarire e comunicare – ha scritto Vultaggio, allegando alla sua affermazione una foto del suo cameriere, che si tiene ben stretto! – che da noi accoglienza e inclusione sono un modo di pensare e di vivere. E se tra i nostri clienti o ospiti c’è qualcuno che non ha piacere nell’essere servito da Amza o da qualsiasi altro collaboratore per motivi non strettamente professionali, non sarà il benvenuto e non verrà servito affatto».

Vultaggio, come specificato su Unioneonline, è molto noto in città e negli ambienti del volontariato. Così, in conclusione, veniamo a conoscenza che la città ha risposto positivamente alla sua denuncia. «Abbiamo ricevuto – conclude il titolare dell’agriturismo – circa duemila interazioni e circa cinquecento commenti di solidarietà: credo proprio che quanto accaduto sia da considerare un caso isolato».

«La pace sia con te…»

Riti della Settimana Santa a Taranto

Giovedì il pellegrinaggio, a mezzanotte l’uscita dell’Addolorata dalla Chiesa di San Domenico, in Città vecchia. Alle 17.00 del Venerdì santo, l’uscita della Processione dei Misteri dalla Chiesa del Carmine da piazza Giovanni XXIII. Che la tre giorni religiosa sia una ulteriore preghiera verso la fine dei conflitti religiosi e delle guerre

 

Dopo le 15.00 di giovedì, la prima posta ha acceso i cuori delle centinaia di fedeli  presenti al primo rituale che anticipa le processioni dell’“Addolorata”, che da consuetudine “esce” intorno alla mezzanotte, e quella dei “Misteri”, che dalle 17 del venerdì, compie il suo pellegrinaggio. Giornata primaverile, giovedì, molto ventilata, ha incoraggiato grandi e piccoli a partecipare numerosi ad uno dei momenti più suggestivi dei Sacri Riti: l’apertura, nel Giovedì santo, del portone in piazza Giovanni XXIII e la porta della cappellina di via Giovinazzi. Da quel momento è cominciato il pellegrinaggio dei confratelli in Città vecchia e per le strade del Borgo in visita ai sepolcri.

Altre coppie di confratelli hanno compiuto, invece, un giro perimetrale intorno alla stessa chiesa del Carmine. Decine le coppie di “perdoni” a “nazzicarsi” (la popolare andatura con movimenti lenti dei fianchi) per le strade della città. Fra questi, molti giovani, qualcuno alla prima esperienza.

 

 

DALLA GERMANIA ALLA SPAGNA…

Nel giro di pochi minuti la folla è aumentata vistosamente. Gli accenti locali fanno presto a mescolarsi con quelli dei fedeli giunti per l’occasione dalla provincia, ma anche dal resto d’Italia.

Immancabili, come accade da qualche anno a questa parte, gli accenti “teutonici”, che spiegano cosa li abbia spinti dalla Germania e dall’Austria a Taranto: i Sacri Riti. Fra gli stranieri, anche turisti dall’accento spagnolo (è noto il gemellaggio dei Riti fra Taranto e Siviglia), francese e inglese.

Genitori accompagnano per mano i piccoli. Un papà solleva fra le braccia il proprio figliolo, un altro genitore preferisce avvicinare il suo bambino a due fra i “perdoni” scalzi e incappucciati. Immaginiamo sussurri in un orecchio parole di incoraggiamento. Quei due, i “perdune”, rappresentano due pellegrini che chiedono perdono al Signore.

Turisti e fotografi (numerosi professionisti) compiono i primi scatti. Più veloci di loro sembrano i più giovani. Cliccano e inviano le immagini in mille modi agli amici lontani. Qualcuno spedisce l’immancabile selfie.

 

 

…QUELL’ABBRACCIO AUGURALE

Ma fanno tutti attenzione a non perdere il fascino dell’“abbraccio”, il rituale fra le coppie di confratelli: i “perdoni”, infatti, nell’incontro, tolgono il cappello, in segno di saluto: in una mano il rosario, nell’altra il bordone (la mazza). E’ il “salamelicche”, dalla deformazione dialettale del saluto arabo, “Salam alik” (“La pace sia con te”). Un momento completato dalle braccia incrociate sul petto.

Altro saluto, seguito e documentato anche questo, con riprese video, è l’avvicendamento delle coppie dei “perdoni” in preghiera davanti ai sepolcri (nella serata di giovedì il centro cittadino interamente invaso da famiglie). La coppia in pellegrinaggio giunta in chiesa, avvicina i due confratelli raccolti in preghiera; il più anziano dei due (che occupa il posto a destra nella coppia), si rivolge al confratello in ginocchio: “Sia lodato Gesù e Maria” (proprio al singolare); “Sempre sia lodato”, la risposta del confratello inginocchiato.

Venerdì alle 17.00 l’apertura del portone centrale della chiesa del Carmine con l’uscita della Processione dei Misteri. 

«Avremmo potuto vincere!»

Matteo Garrone, “Io capitano” e la corsa all’Oscar 2024

«A conti fatti, siamo andati incontro a troppi errori. Se avessimo corso per tutte le categorie, forse, ce l’avremmo fatta. Votano in diecimila, ma per la categoria Miglior film straniero solo in mille, da qui la differenza, peccato…»

 

«Agli Oscar potevamo vincere, evidentemente siamo andati incontro a troppi errori». E’ un Matteo Garrone, che manifesta il suo disappunto, con grande signorilità, sia chiaro, ma mette in discussione l’evolversi della “Pratica Oscar”, che poteva concretizzarsi in modo diverso. Fra le perplessità del grande regista di “Io capitano”, la mancata iscrizione in tutte le categorie. Pare che nessuno avesse ventilato una simile ipotesi. Una chance che il film sugli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste, avrebbe potuto giocarsi.

Insomma, la campagna degli Oscar non è andata nel verso giusto. «Non abbiamo avuto il distributore americano giusto – dichiara Garrone all’agenzia Ansa -che ha investito quello che andava investito e poi, soprattutto, nessuno ci ha detto che si poteva correre in tutte le categorie».

 

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A CHE SERVE PRENDERSELA…

L’Oscar non è una gara in cui tutti partono alla pari. «Se corri per tutte le categorie – la condivisibile riflessione di Garrone – sai che votano in diecimila, tutti gli aventi diritto di voto all’Academy, mentre per la categoria Miglior film straniero a votare sono in mille, insomma, una bella differenza».

Non è il caso di prendersela, però, più di tanto, provare a fare allusioni a complotti sulla vittoria del film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer che ha avuto la meglio nella categoria Miglior film straniero, lasciando al palo “Io Capitano”.

Garrone in più di un’occasione torna sull’argomento “Oscar 2024”. La cosa è evidente, poi è a caldo: la sconfitta, sul filo di lana, altro che “palo”, non gli è andata giù. Torna sull’argomento ospite al Teatro Petruzzelli, dove il suo film è stato appena proiettato. 

 

 

DOVEVA ANDARE COSI’

«Gli inglesi votanti sono novecento, mentre gli italiani appena cento: se ci fossimo iscritti in tutte le categorie avremmo avuto più occasioni». «“Io capitano” – spiega all’Ansa il regista – è comunque un film davvero strano. È stato rifiutato da alcune rassegne e da diversi distributori e anche il fondo europeo di Euroimages, che di solito sostiene i miei film, questa volta ha detto no: nessuna motivazione scritta, il tema, impegnativo, altamente drammatico lo trattava invece in maniera avventurosa».

«Avevamo proiettato il film nella sede del Parlamento europeo: lunga “standing ovation”, per poi apprendere solo due settimane dopo, che buona parte di chi aveva applaudito, aveva dato il benestare per una legge sui migranti anche peggiore».

A chi chiede a Garrone programmi per il futuro, il regista anticipa. «In aprile andremo in Senegal, è lì che tutto ha avuto inizio: porteremo il film nei villaggi più lontani impiantando schermi mobili, perché lo possa vedere il maggior numero di persone. Torneremo nei posti nei quali i due protagonisti, Seydou Sarr e Moustapha Fall, al loro primo impegno cinematografico, hanno cominciato il loro viaggio».

Pino, coraggio!

Da un successo di proporzioni internazionali alla “malattia”

D’Angiò, quello di “Ma quale idea”, si racconta. Una serie di operazioni: un tumore alla gola, uno ai polmoni. «Per fortuna ho avuto così tanto da fare che non ho avuto molto tempo per pensarci», confessa l’artista campano. «Ero considerato un prodotto di nicchia, ora sono famoso: questa cosa mi diverte». «Giovani artisti mi hanno contattato per propormi collaborazioni: mi aiutano a guardare al futuro, non al presente e trovo che tutto questo sia incoraggiante»

 

Domenica pomeriggio, sei in casa, la tv non ti soddisfa più. Troppi programmi urlati, troppi programmi autoreferenziali. Conduttrici che invitano ex mariti bisognosi di visibilità, presentatori “con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così” che invitano amici. E se non bastasse, amici degli amici.

Fino a quando non senti un brano familiare, passato chissà quante volte in radio, primi Anni Ottanta. Fra i ragazzi che ciondolano in studio e un signore attempato, magro, minimo settant’anni, non intercetti un volto che appare familiare. Uno di quelli che non puoi dimenticare, nonostante siano passati quarant’anni, mica un giorno.

«Questa la cantava quel simpaticone di Pino D’Angiò – mi viene da pensare in un istante – quel Borsalino lo indossava quando cantava e faceva ballare un milione di italiani con “Quale idea”; fra due dita di una mano una sigaretta, la fronte aggrottata, la posa da irresistibile latin lover, assunta per sceneggiare il testo: il primo rap italiano, le prime copie stampate, andate subito a ruba».

 

 

«MA E’ LUI O NON E’ LUI?»

Ho afferrato quel canale, Raiuno, “Domenica in”, in coda.  «Bnkr44 e Pino D’Angiò: “Ma quale idea”! Un grande applauso!». Applausi e via, forse avevano rilasciato un’intervista poco prima, mi documento. “Pino D’Angiò, la malattia, i tumori rimossi, ora sta meglio!”. Pino, conosciuto quarant’anni prima, l’incarnazione della vitalità, del coraggio, la voglia di cantare e fare cabaret, perché lui – qualsiasi cosa dicano le note biografiche, ufficiali o apocrife – viene da lì, da quel genere che spopolava in Francia, ironia e canzoni: cabaret. Pino non stava bene, si è sottoposto a una e più cure, a uno e più interventi. Adesso sta meglio, sorride, si è ripreso dopo la mazzata, non si piange addosso, incoraggia chi entra in quel dolorosissimo tunnel che è “il male incurabile”.

«Una volta incurabile, oggi ci sono fior di cure e chirurghi, se imbocchi corsia, sala operatoria, diagnosi e bisturi giusti, puoi anche cavartela, purché ci crediate, via diate coraggio e ne diate a chi vi sta intorno». Parole sante, Pino. Non hai perso nemmeno tanto della tua brillantezza. Ti invidiavo la bellezza, l’ironia, la spensieratezza: oggi ti invidio il coraggio. Quello che stai dando ad amici, familiari, fan, conoscenti occasionali.

“Ma quale idea”, breve ricerca: risale al 1981. L’album era “Balla!”. Lui, campano di Pompei, spiritoso com’era, aveva proseguito nel filone del doppio senso imboccato a quei tempi dagli Squallor, nemmeno a dirlo, suoi conterranei. Quel primo 45 giri, avete presente quei dischi neri con al centro un buco? Racconta di un’avventura in discoteca. In una intervista confessa che non avrebbe mai pensato di fare il cantante. «Per fare questo “lavoro” non ci vuole poi molto: un microfono, bastano venti, trenta euro, un amplificatore e il gioco è fatto. Sinceramente, non avrei mai pensato di fare questo nella vita», confessa in una intervista a “La Ragione”.

 

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«COME UN GIOCO…»

«Per me è stato sempre un gioco – insiste Pino, all’anagrafe Giuseppe Chierchia, settantuno anni – a soli ventisei anni ho vinto il mio primo Disco d’oro (quando per ottenerlo occorreva vendere un milione di copie e non solo cinquantamila, come accade oggi): mio padre era sì orgoglioso, ma poi, dopo un giro di parole, concludeva con la solita domanda: “Bello il Disco d’oro, ma un lavoro, Pino, quando te lo trovi?».

Oggi è un idolo fra i ragazzi. Il successo non ha età, come le idee, le canzoni belle e “Ma quale idea”, più che una canzone è un’idea. Proprio così. «Andavano forte i rap, le discoteche, allora ho messo insieme i due tempi: provo a scrivere un rap in italiano, sfondo della storia naturalmente una discoteca, un successo pazzesco».

Poi arriva la malattia: un tumore alla gola, a seguire quello ai polmoni. Un’operazione dopo l’altra, il fiato che manca. «Per fortuna – racconta ancora Pino – ho avuto così tanto da fare negli ultimi anni che non ho avuto molto tempo per pensarci: se non fosse stato così sarei rimasto a casa a guardare il muro e forse la depressione mi avrebbe accerchiato». Un solo cenno a quel brutto periodo, poi “La ragione” lo riconduce alla canzone, come è giusto che sia. Scacciamo qualsiasi brutto ricordo. Parliamo di musica e canzoni. «Fino ad oggi sono stato considerato un prodotto di nicchia, ora sono famoso. E questa, francamente, è una cosa mi diverte». Ecco il secondo tempo della vita artistica di Pino. «Alcuni giovani artisti mi hanno contattato per propormi collaborazioni: cosa dire, la cosa mi fa sorridere, questi ragazzi mi aiutano a guardare al futuro, non al presente e trovo che tutto questo sia incoraggiante». Coraggio, Pino.

Il sogno di Randy

Dal Camerun a uno studio legale internazionale

«Partito a diciassette anni, mi sono laureato a ventiquattro anni con 110. Tanti sacrifici, da mediatore a custode notturno, poi una compagna e una figliola splendide. Vorrei aiutare la mia gente, offrire consulenze e assistenza a titolo gratuito. Consultato il mio curriculum, parlando correntemente anche inglese e francese, sono stato contattato…»

 

Per diventare avvocato ed esercitare la professione tanto sognata nel suo Paese d’origine, il Camerun, occorre l’ultimo passaggio: il praticantato. Ma Randy, ventiquattro anni, una compagna, Filomena, che gli è stata accanto e lo ha incoraggiato, e una bimba nata tre anni fa dalla loro unione, si può dire sia già a buon punto. Ha conseguito la laurea tanto sognata e – “pescato” con grande intuizione da Chiara Marasca per il Corriere del Mezzogiorno, edizione Campania – già contattato da uno studio legale internazionale. Come si dice in Italia, Randy è già a metà dell’opera. Insomma, i sogni saranno pure desideri, ma occorre coltivarli, inseguirli, se possibile, perché più grandi sono, più grande deve essere l’impegno, il sacrificio. E così, lieto fine compreso, è stato per Randy Ashu.

Randy Ashu è diventato dottore in Giurisprudenza, all’Università “Federico II” di Napoli, ottima la sua tesi sul Terzo settore coronata da un sonoro 110. «Avevo un grande sogno – racconta Randy – ma mai avrei potuto realizzarlo restando nel mio Paese, così ho preso coraggio e, come tanti altri come me, ho affrontato un viaggio lungo e doloroso attraverso il Mediterraneo: avevo lasciato i miei affetti, perso compagni durante la traversata come spesso accade in questi viaggi della speranza: il lieto fine è quanto tutti si augurano, ma non sempre è così».

 

 

DOPO IL DOLORE, LA GIOIA…

Il suo viaggio, l’arrivo in Italia. «Sbarcato a Lampedusa, sono stato traferito ad Ascea – racconta al “Corriere” – in un Centro di accoglienza per adulti: essendo minorenne sono stato trasferito a Polla, per poi passare attraverso le comunità di Morcone e Torrioni. Avevo nostalgia del mio Paese, dei miei affetti, ma in quel momento percepivo che stava cominciando la mia nuova vita in Italia».

Fra le diverse facoltà, Legge. «Lo scopo di questa mia scelta risiede nel mio pensiero fisso: aiutare le persone nell’ottenere il riconoscimento dei loro diritti, come gli altri hanno fatto con me quando sono stato in difficoltà». Una laurea che non arriva subito. Randy deve compiere un importante percorso di studi. «Conseguito il titolo di mediatore culturale, ho studiato e lavorato, come mediatore e anche come portiere notturno, laureandomi nel rispetto dei tempi. Nel percorso di studi ho goduto delle borse di studio previste da un progetto che sostiene i giovani con background migratorio: fondamentale, in ogni momento, l’incoraggiamento da parte della mia compagna con la quale cresco la nostra bambina».

 

 

…E IL SOGNO CONTINUA

E il sogno si corona. «Sono stato contattato da uno studio legale internazionale che ha sede a Roma: inizio a giorni. Hanno consultato il mio curriculum trovandolo interessante: hanno apprezzato la mia determinazione, il mio percorso universitario e hanno voluto credere in me. Sogno di aiutare la mia Africa, che nei prossimi decenni dovrà affrontare la transizione energetica: ecco, sogno di diventare uno dei protagonisti di questo percorso. Ma vorrei conciliare questo con l’attività di avvocato pro bono (consulenza e assistenza a titolo gratuito): non dimenticherò di aiutare chi è in difficoltà».

Infine, l’augurio di Randy. «Mi auguro – conclude il neo legale – che la mia storia possa ispirare gli immigrati che arrivano con grandi sogni, spesso spenti dalle sfide dell’integrazione, che la mia testimonianza possa accendere in loro nuove speranze».

«Questione di fede…»

Mamadou Kanoute, musulmano, attaccante del Taranto

«La mia è una scelta di vita, la trovo una cosa fondamentale, la preghiera mi torna sottoforma di equilibrio, serenità, forza per affrontare eventuali avversità nell’arco dell’intera giornata», spiega il calciatore di origine senegalese

 

Tredici gol, un bottino mai totalizzato, se si pensa che nelle due precedenti stagioni ad Avellino, Mamadou Kanoute, di gol, ne aveva segnati appena sei, tre per campionato. Vicecapocannoniere della Serie C, categoria nella quale sta vestendo la maglia del Taranto, l’attaccante è riuscito a registrare un exploit sportivo e “numerico”.

L’attaccante senegalese ha trovato una seconda giovinezza a Taranto. In una bella intervista video realizzata sulla Rotonda del Lungomare di Taranto, il giornalista Emiliano Cirillo della sede Rai di Bari, riesce intanto a mettere a suo agio il ragazzone nero. Alto un metro e settantaquattro centimetri, viene invitato a parlare di temi sportivi e, poi, anche più privati, come la preghiera.

Allenato dal tecnico Ezio Capuano, e sostenuto da una Curva che in quanto a calore fa parlare l’intera Italia, Mamadou sta ribaltando qualsiasi pronostico. Dunque, partiamo, intanto, dall’aspetto che l’attaccante considera fondamentale.

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

LA MIA RELIGIONE

«La religione – spiega il trentunenne senegalese – sono di fede musulmana; per me essere musulmano e praticare la mia religione è una scelta di vita, la trovo una cosa fondamentale, perché la preghiera mi torna sottoforma di equilibrio, serenità, forza per affrontare eventuali avversità nell’arco dell’intera giornata».

Prega e tanto, Mamadou, lo spiega. «Per me la religione musulmana viene prima di ogni cosa: è una scelta di vita, questa mi dà la forza di affrontare le giornate, la forza di superare qualsiasi ostacolo»

Quanto prega, gli chiedono. «Anche cinque volte al giorno, dipende dal periodo, che noi osserviamo strettamente secondo la religione musulmana: prego alle cinque del mattino, poi a mezzogiorno, nel pomeriggio alle tre, le sei, le sette e mezza».

Sorride quando il giornalista domanda come faccia quando è in trasferta con la squadra. «Chiedo ai dirigenti – se possibile – una stanza singola; mi accontentano e io, una volta solo, negli orari previsti, mi raccolgo in preghiera».

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

PREGO CINQUE VOLTE AL GIORNO

La preghiera a Mamadou dà equilibrio, lo fa star bene tanto che al cronista confessa come questa sua esplosione sia dovuta a tanti fatto. Detto del ruolo fondamentale della preghiera, ammette che una città come Taranto ha avuto la sua importanza. «L’esplosione che ho registrato – dice l’attaccante – la devo alla maturità raggiunta nel tempo; importante risulta, poi, trovarsi nel posto giusto e avere intorno l’ambiente giusto: io, a Taranto, ho trovato tutto questo».

Quando gli viene chiesto quale sia il segreto, il ragazzo nigeriano risponde come se avesse un’esperienza esagerata. Sentite. «I risultati arrivano grazie al lavoro – conferma – al quale il nostro tecnico ci sottopone, è un vero martello, ci spiega le disposizioni in campo e come dobbiamo aiutarci per raggiungere tutti insieme il massimo risultato che una piazza come Taranto merita».

Calcio e religione, ma anche la città che lo ha eletto a beniamino. «Sono in Italia da dodici anni, quando sono stato richiesto dal Taranto, dal presidente Giove, da mister Capuano, ho avuto la sensazione di rinascere: mi sentivo parte del progetto nel quale l’allenatore fa sentire tutti importanti; lui cura i dettagli, ha rispetto per chiunque: dei calciatori, dei dirigenti, del pubblico, fino al magazziniere, i raccattapalle

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

«TARANTO, COME FOSSE CASA MIA»

Sono stato sempre focalizzato su me stesso, anche quando altrove non ricevevo quell’incoraggiamento di cui un calciatore ha bisogno: non mi facevo distrarre dalla piazza, da quello che diceva la gente: Taranto è come se fosse casa mia, mi trovo bene, proseguo nel lavoro e nella preghiera, quanto può aiutarti a farti stare bene, a farti sentire importante e soddisfatto di quello che fai». Mamadou Kanoute, insomma, a Taranto, ha ritrovato la felicità. In queste settimane Mamadou è arrivato in doppia cifra, cosa che non gli era mai accaduta.

 non gli era mai successa: basti pensare che nelle precedenti due annate aveva realizzato soltanto sei gol in 60 apparizioni. Una certezza assoluta per Capuano: Kanoute, nella prima parte di stagione, ha anche risolto le problematiche realizzative di un Taranto che, in diverse circostanze, è andato in affanno negli ultimi 16 metri.

In serie C, Kanoute ha indossato, fra le altre, le maglie di Palermo, Catanzaro, Juve Stabia, Ischia, Benevento e Avellino. Ha totalizzato anche due presenze in serie A (Benevento) e otto in serie B (Pro Vercelli). Kanoute, ala destra molto veloce, forte nel dribbling, permette al tecnico Ezio Capuano di impiegarlo nel 3-4-3 nel tridente offensivo, nel 3-4-1-2, come seconda punta. 

Emanuele, l’acchiappasogni

Dodici anni, la favola parte da Mottola, provincia di Taranto

«È stato un bellissimo esempio di sportività con tanti ragazzi di Paesi diversi». «Prima deve diventare “numero uno” fra i banchi di scuola». Il ragazzo sorride, è la prima lezione che ha imparato nella sua spedizione in terra di Spagna. Insieme con otto suoi giovani connazionali e giovani promesse arrivate da Germania, Francia e Belgio. Il provino, le parate, la visita al Bernabeu e al Museo fra trofei e Coppe dei Campioni

 

Dalla Polisportiva Mottola al Real Madrid, la favola di Emanuele Agrusti. Dodici anni, studente alle medie della “Manzoni”, il ragazzo di bello non ha solo una presa da fare invidia a “colleghi” più grandi di età che hanno scelto il non semplice ruolo di portiere, in assoluto il più complicato nel calcio, non solo moderno. Ci sta, infatti, che un attaccante sbagli uno, due gol in una partita di calcio: di solito, a fine gara, viene consolato dai compagni, dal tecnico, con un a pacca su una spalla e con il solito incoraggiamento: «Vedrai, ti rifarai alla prossima!»; diverso è l’errore del portiere, che talvolta sconfina in quella che, in gergo, si chiama “papera”, cioè uno strafalcione da copertina. In breve, l’attaccante può sbagliare, il portiere no. O comunque, il “numero uno” deve sbagliare il meno possibile.

Emanuele, enfant-prodige del nostro calcio, dicevamo, non ha di bello solo la presa ferrea, lo scatto di reni, il senso della posizione sui calci d’angolo o sui calci di punizione degli avversari, come hanno confermato gli osservatori del “Real” che lo hanno invitato, insieme con altre decine di coetanei (cinquanta in tutto) nel leggendario “Bernabeu” di Madrid: Emanuele, ha il sorriso. «E’ da questi particolari che si giudica un giocatore» in erba, come scrisse e cantò il poeta De Gregori (La leva calcistica). E’ da qui che Emanuele comincia: dal sorriso, dal primo sogno che ha accarezzato.

 

 

PICCOLO GRANDE TALENTO

C’è un bell’articolo di Andrea Carbotti sulla Gazzetta del Mezzogiorno, quotidiano diretto da Mimmo Mazza. Bravo, Carbotti, nello scovare la notizia, ma anche nello scrivere, come è giusto che sia, di un ragazzo di appena dodici anni, di una invidiabile esperienza, senza però enfatizzare, caricare di troppe responsabilità un giovanotto di belle speranze. Ovvio che tifiamo per Emanuele e gli auguriamo tutto il bene possibile. Ci avrà già pensato papà Francesco, anche lui un “portierino” mica male, che ha trasferito al figliolo la bellezza di questo ruolo, ma anche il tenere i piedi ben piantati al suolo, per non rischiare cadute dolorose. Nel giardino di casa o ai giardini della cittadina in provincia di Taranto, Francesco avrà allenato il proprio “allievo” a parare; gli avrà regalato il primo paio di guanti, i pantaloncini con tanto di imbottitura, la prima tuta con la quale Emanuele si sarà allenato con i colori della Polisportiva Mottola.

Francesco avrà spiegato ad Emanuele quanto sia importante lo studio, la cultura e, dunque, andare a scuola; magari non farsi frullare la testolina da personaggi, sensali che gravitano intorno al mondo del calcio e promettono provini prima, contratti poi, con le società italiane più prestigiose. Emanuele, lo studio prima di ogni cosa.  

 

 

CAMISETA BLANCA, FASCINO “MUY GRANDE”

Emanuele, la “camiseta blanca” – come scrive Carbotti – non ha fatto in tempo a sognarla che l’ha già indossata, per prendere parte a uno stage formativo a Valdebebas, la città sportiva del Real; la sua squadra, la Polisportiva, aveva organizzato nella scorsa estate un camping con la “Fundación Real Madrid Clinics”, che a sua volta ha poi invitato Agrusti alla finale nazionale giocata a Roma. Il giovanissimo portiere ha mostrato le sue qualità anche nella capitale, producendosi in parate spettacolari, tanto che i tecnici dei blancos lo hanno voluto, unico pugliese, assieme ad altri otto promesse italiane per la finalissima in terra spagnola dal 9 all’11 febbraio scorso.

A Valdebebas, quartier generale del Real Madrid,  insieme con Emanuele c’erano giovani calciatori da ogni angolo d’Europa: Germania, Francia, Belgio e via discorrendo. «Gran bella esperienza, una grande lezione di sportività ed organizzazione», ha detto Francesco, il papà del nostro piccolo-grande “numero uno”. Emanuele Agrusti era il solo portiere assieme a un compagno tedesco di qualche anno più grande. A fine premiazione ha visitato il museo del Real Madrid nel leggendario stadio Bernabéu, con le decine e decine di trofei vinti dai blancos: campionati, coppe, da quelle del Re a quelle Champion’s.

Il primo sogno di Emanuele è stato tirato fuori dal cassetto. Adesso c’è la scuola, i professori, i compagni a cui ha raccontato di questa sua bella esperienza, i numeri telefonici scambiati con i suoi giovani colleghi conosciuti nello stage “blanco”. Fra questi, potrebbe esserci un futuro campioncino. Magari lo stesso Emanuele, a cui gli insegnanti, e il papà per primo, ricorderanno che per essere una stella del calcio, occorre cominciare ad essere un “numero uno” fra i banchi di scuola.

«Non toglietemi lo “Iacovone”!»

Carmine, tifoso ottantaquattrenne, urla il suo disappunto

I lavori in occasione dei Giochi del Mediterraneo spingono la squadra a trasferirsi altrove. Una delle ipotesi che spaventano il “rossoblù a vita”, quella di Teramo. I tifosi in agitazione, fra questi l’anziano “ultrà”: «Non voglio pensarci, a cinquecento chilometri dal mio stadio?». Infine, una soluzione che emoziona: «Contribuisco alla ricostruzione con cento euro, di più non posso, purché non mi priviate del mio ultimo passatempo»

 

«Non so ancora quanti anni mi restano da vivere, perché dovete togliermi il gusto di assistere alle partite del Taranto, la squadra del mio cuore?». Carmine ha ottantaquattro anni, la furia di un ultrà, di chi si fascia il collo con la sciarpa rossoblù e non smette un solo attimo di incoraggiare la squadra per la quale tifa. «Nella buona e nella cattiva sorte», rivela a qualcuno accanto a lui dopo l’acceso sfogo ai microfoni di Antenna Sud. «Perché il Taranto è la mia fede, è stato l’amore a prima vista!». L’uomo ha letto sui giornali, sentito alla tv, che purtroppo il suo Taranto si trasferirà lontano dal suo stadio per giocare i prossimi due campionati. Si parla di Teramo, cinquecento chilometri. Ma andiamo per gradi.

A raccogliere lo sfogo di Carmine, nel frattempo diventato come sempre più spesso accade, un “meme” della tifoseria di casa, proprio il direttore dell’emittente con sede a Francavilla Fontana, città non lontana dalla stessa Taranto. Gianni Sebastio, quarant’anni di accese telecronache con Videolevante, Studio 100 e, infine, con la tv della quale è editore Mino Distante.

 

 

«MI RIVOLGO AI POLITICI!»

Sebastio, rispetto ai colleghi, non ha perso il vizio di fare del normale sfogo di un anziano – che non sa a quale santo votarsi – la notizia del giorno. Spiana il microfono, tiene a bada altri tifosi che vorrebbero lanciarsi nella mischia. Il giornalista ha già scelto, in un attimo: la ribalta mercoledì sera, gara di Taranto-Giugliano, non è solo del pirotecnico Ezio Capuano, tecnico rossoblù, o dell’attaccante Kanouté che ha risolto il match all’ultimo respiro, ma è Carmine. Segnato, il volto scavato dell’ottantaquattrenne, è la copertina del notiziario sportivo. Ci vuole un attimo. Poi vi si fiondano quotidiani sportivi (Tuttosport) e siti importanti (Fanpage).       

«Mi rivolgo ai signori politici: da settantacinque anni seguo il Taranto – alza il tono della voce, Carmine, quasi che attraverso il microfono il messaggio arrivi forte e chiaro a destinazione – ho abbonamenti e biglietti, avrò il diritto di vedermi la mia partita non lontano da casa?». Carmine incassa le urla dei tifosi, lo applaudono. L’ottantaquattrenne riprende fiato, ha ancora benzina, lancia un anatema. Si salvi chi può. «Mi restano pochi anni da vivere perché mi dovete togliere il gusto di seguire la mia squadra, i miei colori: datevi da fare, altrimenti – scatta la minaccia – quando sarò “lassù” vi farò sentire il mio fiato sul collo». A buon intenditor, poche parole.

 

Per gentile concessione di Antenna Sud

 

84 ANNI, INARRESTABILE

Carmine, fiume in piena, regala un altro risvolto del suo carattere: la generosità. Niente giri di parole, dritto al sodo. Non compra il biglietto solo per sé, talvolta ne acquista un paio in più per regalarli a chi non ha la possibilità per pagarsi l’ingresso allo stadio. E’ intransigente, l’ottantaquattrenne. «Faccio un ulteriore sacrificio: tiro fuori dalla tasca cento euro per contribuire alle spese per i lavori allo stadio, ma devono assicurarmi che la partita potrò vederla a “casa mia”». Casa di Carmine, come per tutti i tifosi, la squadra, il tecnico, è una sola: lo “Iacovone”.

Mercoledì sera il Taranto, che aveva anticipato le altre gare, era al terzo posto in classifica nel girone C della Serie C. Purtroppo c’è il caso-Iacovone, lo stadio dovrebbe subire lavori di ristrutturazione completa in vista dei prossimi Giochi del Mediterraneo. Per questo motivo la squadra del presidente Massimo Giove, che non ha risparmiato investimenti per un campionato importante, potrebbe giocare a Teramo, cinquecento chilometri da Taranto per i prossimi due anni. Un dramma sportivo per le migliaia di tifosi che dopo anni sono tornati ad avvicinarsi alla squadra.

 

 

TERAMO, PROPRIO NO…

A proposito di questa sciagurata soluzione. «Sono deluso e mortificato – dice il presidente Massimo Giove – discuto da anni di questo problema, con il ministro Abodi, Malagò e il presidente Gravina; sarebbe toccato, invece, ad altri pensare a quanto sarebbe accaduto: nulla è stato fatto, i tempi stringono, i lavori allo Iacovone coinvolgeranno quattro settori in contemporanea: niente gare, niente allentamenti». Calcio finito. In un momento in cui il Taranto a suon di risultati sta occupando i vertici della classifica.

Ecco lo sfogo di Carmine e migliaia di tifosi che avevano visto riaccendersi la speranza di vedere una squadra lottare per la promozione in serie B. Come ai tempi dell’ottantaquattrenne che, non lo dice, ma in cuor suo lo spera: «Se la squadra del mio cuore andasse in serie B, allora davvero non so cosa farei: diventerei più matto di quanto non lo sia oggi, combattuto fra l’essere tifoso e il cittadino al quale qualcuno gli sta togliendo l’unica soddisfazione: andare allo stadio e urlare forza Taranto!».

Forza Giovanni!

Allevi racconta la sua grave malattia al Festival di Sanremo

Quella del grande musicista e compositore, non è l’unica emozione che regala il teatro Ariston: «Non potendo contare sul mio corpo suonerò con l’anima». C’è anche l’abbraccio di Amadeus, conduttore della rassegna, alla mamma di GiòGiò, il giovane musicista napoletano ucciso per un parcheggio: «Oggi suoni su questo palco, amore mio». Le note di “Tomorrow”: «Perché domani ci sia sempre ad attenderci un giorno più bello». Non si finisce mai di imparare

 

«Non potendo più contare sul mio corpo suono con l’anima»; «Oggi suoni su questo palco, amore mio». La prima frase è del Maestro Giovanni Allevi, affetto da mieloma multiplo; la seconda, di Daniela Maggio, mamma di Giovanbattista Cutolo, giovane orchestrale ucciso a Napoli per una lite causata da un parcheggio. E’ partito così l’ultimo Sanremo di Amadeus alla sua quinta esperienza sul palco dell’Ariston, ultima nel ciclo di impegni assunti per la conduzione e la direzione artistica del Festival della canzone italiana.

Qualcuno non si è lasciato sfuggire l’occasione per scrivere: è un Festival che fa piangere. Ogni riferimento ad al paio di episodi registrati nelle due serate di apertura della rassegna, non è casuale. Fa male il pretesto, quel sarcasmo fatto passare per metafora – non tanto nascosta – per bacchettare, quasi, un Festival di Sanremo che si appoggerebbe ad ospitate forti dal punto di vista emotivo pur di fare ascolti. Non abbiamo la presunzione di far passare per inappellabile una nostra considerazione. Conoscendo Amadeus, però, pensiamo che il presentatore-art director non abbia fatto il ragionamento “dolore uguale ascolti”. Nonostante lo sforzo nel pensare in modo distaccato a questa equazione che rimandiamo al mittente, Amadeus non ce lo vediamo proprio nelle vesti di un farmacista che prepara una soluzione con tanto di questo, quell’altro, quest’altro ancora pur di ottenere una platea televisiva vastissima. Intanto perché nessuno ha la sfera magica per capire cosa faccia fare ascolti o flop.

 

 

PARLIAMO DI EMOZIONI…

Sarebbe stato sufficiente, però, e torniamo a giornalisti, conduttori e opinionisti, che passano con disinvoltura dall’orale allo scritto (ma quante radio a Sanremo, nonostante non siano in molte a programmare le canzoni festivaliere!), avessero fatto come altri, non necessariamente famosi, raccontassero invece di “emozioni”. Emozioni, sì. Quelle trasmesse al pubblico con un abbraccio sincero e commosso, fra Amadeus e la mamma di “Giò-Giò” (Giovanbattista Cutolo), si diceva, l’orchestrale napoletano di ventiquattro anni colpito a morte senza accorgersene, a causa di un parcheggio: «Oggi suoni su questo palco, amore mio!», la frase di Daniela Maggio che ha inchiodato il cuore di milioni di italiani seduti davanti alla tv durante la prima serata del Festival. Stessa emozione quella di Giovanni Allevi, affetto da un tumore che sta combattendo con grande coraggio: «Non potendo più contare sul mio corpo suono con l’anima», ha detto, fra le altre cose, uno dei più grandi pianisti e compositori più noti al mondo.  

Dunque, dalle lacrime alla commozione. Allevi ha portato a tutti un grande dono, quello di considerare la salute un dono del Cielo. Il compositore ha, dunque, portato la sua musica e la sua malattia sul palco. «All’improvviso mi è crollato tutto – la sua dichiarazione ripresa alle agenzie, fra queste, puntuale, l’Ansa – non suono più il pianoforte davanti ad un pubblico da quasi due anni. Nel mio ultimo concerto, alla Konzerthaus di Vienna, il dolore alla schiena era talmente forte che sull’applauso finale non riuscivo ad alzarmi dallo sgabello. Non sapevo ancora di essere malato, giorni dopo è arrivata la diagnosi: pesantissima».

 

 

«PERSO LAVORO, CAPELLI, CERTEZZE»

«Ho perso di colpo il mio lavoro, i miei capelli, le mie certezze, ma non la speranza e la voglia di immaginare – ha proseguito Allevi – che il dolore in quei momenti mi stesse porgendo doni inattesi». Essere felice, per esempio, suonando davanti a quindici persone, come accadeva agli inizi. «I numeri non contano: ognuno di noi è unico, irripetibile e a suo modo infinito». «Sono grato e riconoscente verso medici, infermieri e personale ospedaliero, per la ricerca scientifica senza la quale non sarei qui a parlarvi; il sostegno che ricevo dalla mia famiglia, la forza e l’esempio che ricevo dagli altri pazienti».

E per finire, l’ultimo dono. «Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più. Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo”. Poi si toglie il cappello e lascia respirare la sua folta chioma riccia, ormai imbiancata. “Voglio accettare il nuovo Giovanni”».

«Per dare forza a tutti, suonerò, ma attenzione: ho due vertebre fratturate, tremore e formicolio alle dita; non potendo più contare sul mio corpo, suonerò con tutta l’anima: eseguirò “Tomorrow”, domani, perché domani ci sia sempre ad attenderci un giorno più bello». Grazie, è stata la tua opera più bella. Forza Giovanni!