«Ezio Bosso, un gigante della musica»

Per non dimenticare un grande artista

Gianluca Marcianò, direttore d’orchestra di statura internazionale, ricorda il grande compositore e pianista. Scomparso tre anni fa, amava trasmettere emozioni. Un grande amore per le sette note e per la vita.  «Ha una modernità che già oggi ne fa un evergreen, dava colori alle sue composizioni: massimo rispetto per il pubblico, nostro referente principale»

 

Nel maggio di tre anni fa, a soli quarantotto anni, la sua scomparsa. Fulminato da un male terribile che si era scagliato su un corpo già debole. Lo avevamo visto ospite al Festival di Sanremo. Non stava già bene, ma lui caparbiamente aveva voluto trasmettere a quella vasta platea tutto il suo amore per la musica. E per la vita, che amava con tutto se stesso, preoccupandosi che il messaggio raggiungesse tutti: la vita è una sola, non buttatela via; siate tolleranti, amate le bellezze da cui siete circondati, appropriatevi del conoscere, del sapere, non esiste altro insegnamento superiore allo studio, alla cultura. Per quanto dicesse un ministro che in una battuta fulminò il Paese che ha dato i natali a Dante, Petrarca, Michelangelo, Leonardo: “Con la cultura non si mangia!”. Detto da un politico non ci resta che credere.

Ma torniamo ad Ezio Bosso, un gigante del nostro tempo. E a uno che lo ha conosciuto, tanto da dedicargli attenzione e un progetto: “Ezio Bosso…è musica”. Musicista rigoso, attento, pignolo così da non fare sconti a nessuno, perché la musica è una sola e va eseguita nel modo giusto. Lui è Gianluca Marcianò, direttore d’orchestra e di rassegne e festival, nazionali e internazionali. Bello incontrarlo durante una pausa. Stacca un attimo, sta perfezionando alcuni “colori”, come ama chiamarli lui stesso. Perché Bosso, oltre che pianista e direttore, era un compositore. Uno che quando si accingeva a scrivere sembrava si aiutasse con una tavolozza, piuttosto che con penna e pentagramma.

 

Foto sito web Ezio Bosso

 

BOSSO, ACCENTI, DINAMICHE…

«Il suo tipo di scrittura – attacca Marcianò – solo in apparenza semplice, in realtà richiede un attento lavoro rivolto ai dettagli, agli accenti, alle dinamiche; tocca al direttore fare in modo che i colori espressi nella sua musica arrivino al pubblico attraverso l’orchestra».

Un incontro, un’emozione, cosa può colpire un musicista come lei, grande esperienza internazionale: una frase, un gesto, che l’hanno colpita. «Andai ad ascoltarlo e a salutarlo a Paestum: aveva diretto Beethoven; bene, in quell’occasione ebbi, netta, l’impressione che l’uomo e l’artista Ezio Bosso fossero una cosa sola; nonostante la stanchezza, incontrava gente, parlava, si concedeva: fui colpito dal sorriso e dall’emozione con cui parlava di musica. Credo, anzi, ne sono pienamente convinto: Bosso ha una modernità che già oggi ne fa un evergreen».

Bosso in una rassegna di eventi, anzi, di più. Tanto per cominciare. «E’ il minimo che si possa fare per porre al centro della musica e di una serie di riflessioni, un grande artista e un grande uomo come lui: Bosso rappresenta il punto più alto della nuova generazione di compositori italiani di musica classica; eseguire la sua musica è come compiere, allo stesso modo, un lavoro sociale e culturale; un lavoro di condivisione: la musica, ripeteva Ezio, è quel giardino del quale tenere la porta sempre aperta: dunque, grande rispetto per il pubblico, nostro referente principale».

 

 

PRIMA DI OGNI COSA: IL PUBBLICO

Sembra che il pubblico sia il tema principale che lei, in quanto direttore, si è dato. «L’obiettivo è proprio questo: provare a coinvolgere il più possibile il pubblico; e questo è un lavoro che Bosso fa splendidamente; penso siano pochi i compositori che, come lui, sanno raccontare e far sentire la musica a tutti».

Marcianò, parla di Bosso al presente. «E’ la grandezza di un compositore che invita a parlarne al presente, Bosso è sempre con noi attraverso la sua musica, quella che restituisce al pubblico il piacere dell’ascolto; senza supponenza, arroganza, quel distacco che talvolta si percepisce fra la musica classica, considerata colta, e la gente comune: una barriera che lui aveva abbattuto. Senza giri di parole: la sua musica dovrebbe far parte dei programmi delle orchestre, il suo modo di comporre ed eseguire musica andrebbe insegnato nelle scuole».

 

Foto sito web Ezio Bosso

 

LA MUSICA SULLA PELLE

Su cosa vorrebbe che il pubblico riflettesse? «Vorrei si calasse nell’atmosfera che crea la musica di Bosso, cogliesse le diverse sfumature dei tre movimenti; non è un caso che uno dei più grandi violinisti internazionali, Sergej Krylov, fosse punto di riferimento per Bosso in “EsoConcerto”: era lui il violinista preferito da Ezio, con lui registrò alla “Fenice” di Venezia».

Ha fatto riferimento alla composizione che sta rappresentando in questi giorni: “EsoConcerto”. Proviamo, dunque, a sfregare una ipotetica lampada magica e ad esprimere un desiderio. «Potessi esprimere un desiderio: che il pubblico che seguirà il concerto, per qualche istante chiudesse gli occhi per fare ingresso nel suo mondo, questa sarebbe una prima grande soddisfazione».

Maestro Marcianò, per concludere. Quanto è stato e quanto resterà grande Bosso. «Ha dimostrato la grandezza nella risposta ricevuta dal pubblico: è riuscito ad andare oltre gli aficionados della sola musica classica».

Ricordando Stefano D’Orazio

Martedì 21 novembre teatro Orfeo, terza edizione di “Palasport & Friends”

Una intervista rilasciata a Costruiamo insieme. Numerosi ospiti. Fra i presenti, Tiziana Giardoni, moglie dello storico batterista dei Pooh. Spettacolo pieno di canzoni e sorprese. La coverband tarantina di ritorno da tre “sold out” a Torino. Nel foyer, esposti gli strumenti originali. Parte dell’incasso devoluto in beneficenza all’Associazione che ricorda il popolare artista

 

Stefano D’Orazio, una intervista che ha sfiorato i ventimila contatti, lo storico batterista dei Pooh la concesse al nostro sito. Trovate infatti un divertente ed esclusivo scambio di battute cliccando “Con Parole mie – Le interviste di Costruiamo insieme: Stefano D’Orazio (questo il link: https://youtu.be/h-CDJ-Eypj4?si=VHC_OCyS89G2yOED). L’occasione è uno spettacolo commemorativo che si terrà a breve a Taranto per ricordare un artista straordinario.

“Palasport & Friends”, questo il titolo del programma musicale giunto alla terza edizione. E’ così che anche quest’anno la più popolare coverband dei Pooh, riconosciuta dagli stessi musicisti nell’unico talent nazionale, uno dei componenti della formazione musicale italiana più amata, scomparso quattro anni fa.

Martedì 21 novembre al teatro Orfeo di Taranto, infatti, i Palasport ospiteranno Tiziana Giardoni D’Orazio, moglie di Stefano, e una serie di special guest: Paolo D’Andria, Antonello Cuomo, Francesca Sibilio, Libera Nos a Malo, David Seta, Instabili Nek TB, Cristiana Voccoli, Antonio Santoro e Aldo Losito. Interverrà il giornalista Claudio Frascella.

 

 

L’ULTIMA INTERVISTA

Come per le due precedenti edizioni, quello in programma sarà uno spettacolo musicale che ripercorrerà le tappe più importanti di D’Orazio in veste di musicista, autore, manager, scrittore. Le canzoni scritte dallo stesso artista, ma anche quelle interpretate insieme ai suoi “amici per sempre” in decine di anni di attività, fra studi di registrazione e tournée in giro per il mondo.

Lo scorso anno Tiziana Giardoni, impegnata nel periodo cruciale della seconda edizione di “Palasport & Friends – In ricordo di Stefano D’Orazio”, fece pervenire agli organizzatori un video emozionante nel quale tracciava un profilo del grande artista e ringraziava i fratelli Pier e Claudio Giuffrida, fondatori dei Palasport, per aver manifestato grande sensibilità e affetto nel realizzare uno spettacolo celebrativo lontano da qualsiasi retorica.

Quest’anno, Tiziana, nonostante sia impegnata per motivi di lavoro all’estero, “staccherà” per tornare in Italia e, stavolta, prendere parte personalmente al “tributo”. Parlerà, fra le altre cose, dell’Associazione Stefano D’Orazio, da lei fortemente voluta per aiutare giovani di talento nella crescita artistica.

 

 

UNA BANDA NEL VENTO

I Palasport, formazione della quale oltre ai fratelli Pier e Claudio Giuffrida fanno parte anche Lorenzo Ancona (tastiere) e Cosimo Ciniero (batteria), Francesco Boccuni e Marco Petraroli (che in tour si alternano alle tastiere), nella serata in programma al teatro Orfeo saranno affiancati da numerosi amici e colleghi, e in alcuni momenti, accompagnati da una sezione-fiati.

A proposito dei Palasport, i ragazzi aggiornano il loro già ricco curriculum di impegni. Intanto nei giorni scorsi, Claudio e Pier Giuffrida hanno posto daccapo sotto chiave nel loro capannone, alcuni degli elementi originali appartenuti a Stefano e prestati al giovane batterista Phil Mer in occasione del tour italiano di Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian, insieme con Riccardo Fogli. Fra questi elementi, gong, campane tubolari e altro ancora. Altra curiosità, notizia appena consegnata ai social. I ragazzi tarantini sono appena tornati da Torino, dove hanno tenuto tre serate, scandite da altrettanti “sold out” al teatro Concordia. «Una grande soddisfazione – dichiarano Pier e Claudio – per una coverband che da quasi trent’anni lavora per riprodurre l’emozione delle canzoni appartenute ai Pooh, replicando i loro spettacoli cercando di renderli il più fedele agli originali, dalle scalette alle scenografie, proseguendo con gli abiti di scena: abbiamo avuto una grande accoglienza, sicuramente al “tutto esaurito” per tre sere, ha giovato il passaparola, così da quello che doveva essere un impegno si è moltiplicato per tre, meglio di così…».

 

 

UNA CITTA’ PER CANTARE (INSIEME)

E, adesso, testa allo spettacolo in memoria di Stefano in programma martedì 21. «Meno di trent’anni fa i Pooh – concludono i Palasport – ci autorizzarono a mettere in piedi la loro prima coverband; a proposito del tributo a Stefano: prima di pensare a qualcosa di importante per celebrare la sua grandezza, tanto dal punto di vista artistico, quanto da quello umano, ne abbiamo parlato con Tiziana, sua moglie: qualsiasi cosa è stata rappresentata nelle due precedenti edizioni o faremo a giorni sul palcoscenico dell’Orfeo, è stata sempre condivisa con lei». Per la gioia dei fan che vorranno farsi dei selfie, gong e timpani sinfonici portati dai Pooh nel loro recente tour, e appartenuti a Stefano D’Orazio, saranno esposti nel foyer del teatro la sera dello spettacolo. Parte dell’incasso sarà devoluto all’Associazione Stefano D’Orazio. Info: Biglietti, botteghino teatro Orfeo (099.4533590): Platea 18,00 euro; G allerie 14.00euro (www.teatrorfeo.it). Phone: 388.9323327

Un calcio disumano

Non ci sono più i valori di un tempo, le figurine, i campioni

Se ne parla a Bari, Libreria Laterza. Intervengono il giornalista Lino Patruno e l’ex calciatore Pasquale Loseto. Tutto parte dal romanzo “L’album dei sogni” di Luigi Garlando che racconta la famiglia Panini. “Sarebbe bello tornare ad accorciare le distanze: missione impossibile”. Cercare di capire come mai ragazzi giovani e belli come Fagioli e Tonali buttino via un sogno», dice l’autore

 

«Una figurina era qualcosa di paragonabile ad un santino, averla in tasca era come impossessarsi della forza di quel campione; completare un album era qualcosa di irripetibile: oggi, le “figu” hanno perso quel valore esclusivo che avevano agli occhi di un bambino».

Luigi Garlando, giornalista di punta della Gazzetta dello sport, presenta così “L’album dei sogni”, il suo romanzo sulla famiglia Panini, inventrice delle figurine dei calciatori. Nella libreria “Laterza” di Bari, in occasione della “Biennale dei Racconti d’impresa”, ne parleranno venerdì 10 novembre il giornalista Lino Patruno e Pasquale Loseto, storica bandiera del Bari.

Garlando, quando pensa alla Puglia e al calcio. «Una terra di grandi passioni e gente innamorata del calcio. Sono venuto tante volte in Puglia, ci torno volentieri, conservo ricordi bellissimi e amicizie importanti. Non sarebbe male, se quest’anno venisse “su” anche il Bari». Giocatori e tecnici “pugliesi” dei quali conserva un ricordo. «Penso al Foggia di Zeman, a quello di De Zerbi, due grandi tecnici: ho sempre preferito un calcio gochista a quello risultatista. Profondamente sacchiano, penso che un tecnico non debba badare al solo risultato. Ho grande stima di un operatore come Pantaleo Corvino, che anche quest’anno ha messo in piedi un’ottima squadra che gioca al calcio».

 

 

ALTRI RICORDI…

Altri ricordi. «Senza tanto pensarci: Igor Protti, ai tempi del Bari, in serie A, quando cominciò a far gol mi mandarono ad intervistarlo: persona deliziosa; Delio Rossi, ai tempi del Lecce, allenava e leggeva libri, guardava oltre il calcio».

“L’album dei sogni”, cosa evocano le figurine, cosa è cambiato. «Come tanti bambini, anche io ero un appassionato. I giocatori li vivevi solo così, la figurina aveva una sacralità: in radio esisteva “Tutto il calcio minuto per minuto” e in tv un tempo di una partita. Oggi è un “Paese dei balocchi”: tante tv che provocano una indigestione di immagini».

Da cosa è partito per scrivere questo libro. «Mi sono fatto aiutare dalla famiglia Panini, il libro lo abbiamo scritto insieme: mi hanno messo a disposizione documenti, lettere, filmati d’epoca. Di questa famiglia mi sono piaciuti i valori: il pudore della ricchezza, loro che hanno fatto i miliardi veri; non hanno mai ostentato questo enorme benessere, al contrario di tante altre famiglie italiane che hanno sfondato, comprato yacht, barche e altri simboli della ricchezza; fossi stato ricco come loro, confesso, avrei assecondato almeno un capriccio, mi sarei detto: sono a Modena, mi compro una “Ferrari”…».

 

 

ROMANZO D’ALTRI TEMPI

Romanzo d’altri tempi. «La famiglia Panini: una piazza aperta, mai un castello nel quale nascondere i soldi. Quattro fratelli, quattro mattoni sui quali hanno costruito un miracolo, facendo sempre squadra, conservando un’unità familiare. Questi sono i valori che mi hanno fatto innamorare della famiglia Panini».

Mai perso il contatto con il territorio. «La loro è stata una missione: restituire alla loro città, Modena, quello che da questa avevano ricevuto; le prime figurine le imbustavano gli stessi Panini, i familiari, gli amici; quando il fenomeno è cresciuto hanno aperto alla città assegnando lavori a domicilio a centinaia di modenesi: tutta la città imbustava figurine vendute in tutta Italia, un miracolo collettivo».

Dagli autografi ai selfie. All’album dei nostri sogni oggi manca un calcio più umano e meno social. «Impossibile tornare indietro. Ho cominciato trent’anni fa. Ogni giorno ero a Milanello, potevo scegliere liberamente: “Scusa Marco, ti fermi un attimo?” e intervistavo Van Basten. E dopo pranzo giocavo a bigliardo con Sebastiano Rossi e Donadoni: oggi i giocatori sono lontani dalla stampa, dalla gente, il calcio è stato disumanizzato. Sarebbe bello tornare ad accorciare le distanze, raccontare storie, cercare di capire come mai ragazzi giovani e belli come Fagioli e Tonali buttino via un sogno».

«Mi chiamavano cioccolatino…»

Ronnie Jones, dj, cantante, produttore

«Non è il colore della pelle a darti una marcia in più, ma testa, intelligenza, sensibilità». Militare con l’Air Force americana, restò in Europa, poi il trasferimento dall’Inghilterra all’Italia. Scoperto da Arbore e Boncompagni per la radio (Musica in), scelto da Berlusconi per la tv (Pop corn). L’addio alla Rai, la ripartenza con Radio Milano International. Le sue canzoni, le ottantasei primavere, averle, ma non sentirle: «Ho due volte quarant’anni, fidatevi», dice

 

Un “cioccolatino” che faceva tanto sorridere. In realtà, la sua, una carezza agli ascoltatori senza pregiudizi che fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, ascoltavano trasmissioni come “Bandiera gialla” e “Supersonic”. Lui, Ronnie Jones, ottantasei anni “suonati”, americano del Massachusetts, aveva posto al centro delle sue trasmissioni la questione razziale, trattandola in maniera sobria, alla faccia di chi, invece, a quei tempi ce l’aveva con i neri e i meridionali. Insomma, un messaggio diretto a chi ha voglia di comprendere che non è il colore della pelle, le tue origini, a darti una marcia in più, ma – detto tout-court – testa, intelligenza, sensibilità. Ronnie, da venerdì 10 a domenica 12 novembre, sarà ospite e animatore delle tre serate di “Portici d’estate”, un’organizzazione di Antonio Rubino, in programma al Teatro Nuovo di Martina Franca.

«Quegli anni non sono stati facili – dice il più popolare dei disc-jockey radiofonici, antesignano delle AM, la Modulazione di ampiezza su scala nazionale, schiantate nel tempo dalle FM, le frequenze medie, le “private”, per intendersi – ero stato militare nell’Air Force degli Stati Uniti, avevo girato il mondo, ma coltivavo una grande passione per la musica; trovandomi in Europa, la mia scelta fu quasi obbligata, andai in Inghilterra: suonavo, cantavo, scoprii anche una certa qualità da animatore; i complessi dei quali facevo parte delegavano me al ruolo di “public relations”: durante le serate non solo cantavo, ma presentavo le canzoni, i miei compagni, improvvisavo battute. Come nella musica, anche nella vita occorre una buona dose di improvvisazione. Venivo dal servizio militare e lì, l’improvvisazione, specie nei momenti critici, è il tuo pane quotidiano, guai a distrarti; così, pensavo: cosa vuoi che sia presentare una canzone?».

 

 

Tanto per gradire, Ronnie, ci dice degli artisti con cui è stato a stretto contatto, ha suonato?

«Quelli sono stati anni rivoluzionari, in quel posto lì stavano ribaltando la musica, il costume, e, forse, nemmeno lì, in Inghilterra, se ne stavano accorgendo: c’era ancora l’onda lunga dei Beatles, dunque del beat, poi i Rolling Stones. A proposito, con Mick Jagger ci ho suonato e cantato, si vedeva che era un predestinato; come Jack Bruce e Ginger Baker, che suonavano con me nei Blues Incorporated; loro, insieme con Eric Clapton avrebbero creato i Cream; quella formazione aveva accolto in momenti diversi Jagger, ma anche Rod Stewart e Long John Baldry; fra le formazioni delle quali ho fatto parte, ricordo anche i Nightimes, con un giovane John McLaughlin, la Mahavishnu Orchestra, vi dice niente?».

Ma Ronnie Jones, “il nostro cioccolatino”, come ci arriva?

«L’Italia è un Paese che ho sempre amato, tanto che ci sono rimasto per il resto della mia vita: fra Roma, dove ho vissuto i tempi d’oro della radio in Rai, e Milano, alla fine ho scelto quest’ultima città, dove mi trasferii per dirigere Radio Milano International, la rivoluzione in FM; avevo imparato ascoltando Radio Luxembourg e avuto una breve esperienza a Radio Carolina; dunque in Italia feci i provini per il cast di Hair, avete presente il musical di “Aquarius”? Bene, con me c’erano anche Zero, Teocoli e la Berté; con loro feci parte anche del musical “Orfeo 9”; fra una rappresentazione l’altra, facevo anche il disc-jockey, letteralmente “fantino del disco”, cosa che mi tornò utile in Rai, quando mi toccò cavalcare una musica nuova da portare al successo».

Un “thanks” ad Arbore e Boncompagni. Se Baudo s’è inventato metà dei personaggi televisivi, Renzo e Gianni, hanno letteralmente creato un modo diverso di fare radio.

«Devo a loro il mio primo programma in Rai, “Musica in”, insieme con Barbara Marchand, Claudio Lippi e Franco Bracardi, che qualcuno ricorderà come “Solforio”, personaggio che faceva azione di disturbo; bei tempi, quelli, come “In discoteque”, programma con il quale girai l’Italia in lungo e largo. Poi l’esperienza con Milano International, Radio 105, 101, RTL. E poi arrivò la tv».

 

 

Anche nella tv un antesignano con “Pop Corn” su Canale 5. Certo, c’era la Rai, “Discoring” con Gianni Boncompagni, il pigmalione?

«Mi scelse Berlusconi personalmente. Non so quanti sgomitavano per avere la conduzione di “Pop Corn”: come potete immaginare l’unica pressione che potessi esercitare era quella del “saper fare”, non ho mai cercato raccomandazioni; anzi, basta che io fiuti incompatibilità, faccio le valigie e tolgo il disturbo. Grande esperienza con un maestro, Augusto Martelli. Fu così in Rai: “Live Aid”, lo spettacolo di beneficenza più importante del secolo scorso, il cast radiofonico era composto da conduttori e un interprete, il sottoscritto: per ore incollato al microfono, senza staccare un attimo e senza una bottiglietta d’acqua, gli altri al bar, a pranzare, cenare, giocare a fare le star; fine trasmissione, raccolgo le mie cose, saluto e vado via».

Ronnie Jones, una storia che solo a raccontarla occorrerebbe pubblicarla a dispense. Cosa farà in questi tre giorni a Martina, ospite del Teatro Nuovo e di “Portici d’estate”?

«Improvviserò, come sempre – spiega – ma ho già in mente cosa fare, poi sarà il pubblico ad indirizzarmi da che parte andare: da sessant’anni devo alla gente il mio lavoro, dunque mi accompagnerà un gruppo, ma porto con me anche le basi musicali, alle volte la serata mi suggerisse questo piuttosto che quel percorso».

Una, due canzoni, tu chiamale, se vuoi, emozioni…

«Ne dico due: “Just the way you are”, nella versione di Barry White, lì c’è tutto: voce, interpretazione, seduzione; poi, strano a dirsi, per un bluesman come me: “September morn” di Nei Diamond, musica leggera, armonia e la filosofia della vita, mi emoziono tutte le volte che l’ascolto o la interpreto».

Gioca in B, ma è un campione

Daouda, un insegnamento per tutti

«Immagina di essere un calciatore professionista che sta per sfondare, viene chiamato dalla Juventus. E, invece, all’improvviso, resti paralizzato dalla vita in giù, a causa di una malattia rara». Storia di un ragazzo guineano, colpito da una polineuropatia su base autoimmune. Quasi un anno e mezzo su una sedia a rotelle, poi la lenta ripresa e il miracolo: tornare su un campo di calcio

 

«Immagina di essere un atleta, un calciatore professionista che, dopo una vita di sacrifici, sta finalmente sfondando e, improvvisamente, rimane paralizzato dalla vita in giù, non in seguito a un incidente o a un trauma, ma per una malattia rara, la cui causa scatenante è oltretutto sconosciuta».

Questa è la storia di Daouda Peeters, centottantacinque centimetri per un fisico da granatiere, l’ideale per un roccioso centrocampista centrale. Una strada spianata, un contratto con uno dei club più prestigiosi d’Europa, la Juventus, e, invece, un giorno succede quello che non ti aspetti. Non se lo aspetta nessuno, a cominciare da Douda, guineano, belga di adozione, che spiega ai microfoni di Sky e Dazn la sua storia nel post-partita di Cremona-Sudtirol. Una vittoria esterna che tecnico, compagni e società dedicano a Douda, con tutto il cuore.

Settantotto minuti in campo, per celebrare l’inizio di una vera e propria seconda vita, a 762 giorni dall’ultima gara ufficiale. Uno stop violento, di quelli che cambiano la tua vita in un attimo. Daouda, durante un allenamento, perde l’equilibrio e cade, sente di aver perso forza nelle gambe. Allo Standard lo portano in ospedale per alcuni controlli. «Mi sveglio e mentre vado in bagno – spiegò il giovane calciatore in un documentario di “Juventus Creator Lab” – cado per terra: non sento nulla, non riesco più a camminare».

 

 

LA MIA VITA RICOMINCIA…

«Per me oggi – ha spiegato ai microfoni di Sky, sollecitato dal conduttore in studio che ne conosce la storia – è un giorno importante, sono tornato a fare quello per il quale, forse ero nato, il calciatore: correre, calciare un pallone, contrastare un avversario, far ripartire l’azione».

Il tecnico del Sudtirol, Pierpaolo Bisoli, grande personalità, mostra il suo lato debole, viene tradito da un’emozione. Si smarrisce un solo istante, quando vede il suo ragazzone accasciarsi a terra: capisce in un attimo che è solo per un contrasto di gioco, Daouda si rialza, ma il tecnico lo sostituisce in via precauzionale. «Aveva giocato quasi ottanta minuti – dice l’allenatore – era già tanta roba per essere tornato dopo due anni a giocare, correre, faticare, mostrare che quanto gli è accaduto è solo un brutto ricordo, un incubo che nemmeno il peggior film horror…».

«Sono nato in Africa, in Guinea – aveva raccontato sul canale bianconero – a sei anni sono stato adottato e sono cresciuto in Belgio: ho una mamma, un papà, due sorelle e un fratello; il mio agente un giorno mi ha chiamato: “La Juventus è interessata”. E io: “Non è vero, non è vero! E’ il mio sogno”».

 

 

CHE MOMENTI, QUEI MOMENTI!

Il momento più brutto della sua vita. «Un giorno in allenamento perdevo l’equilibrio, avevo poca forza quando correvo o tiravo; quando sono arrivato in ospedale mi hanno fatto qualche test, ho dormito e il giorno dopo quando mi sono alzato per andare in bagno sono caduto. Ho perso tutto. Ho chiamato il dottore e gli ho detto che non riuscivo a camminare, non sentivo più nulla. E’ stato questo il mio giorno più brutto: dal nulla sentivo zero. Ho anche avuto paura di morire, alcuni che erano con me in ospedale dopo tre giorni sono morti perché quella “bestiaccia” in alcuni casi arrivava al cuore: ero sotto shock. Fino al giorno prima ero sano, ora non potevo più muovermi».

Il momento più bello. «Una mattina mi sono svegliato e ho sentito un piede che si muoveva, ho fatto i test e i dottori me l’hanno confermato. Quattro o cinque mesi ogni giorno, come un bambino, ho ripreso a camminare; avvertivo dolore perché i miei muscoli non erano più abituati a camminare, mentre dopo due, tre mesi capisco che sto migliorando, i miei muscoli funzionano e anche la connessione con il cervello: finalmente sono tornato a vivere».

Finalmente il campo. «Inizio febbraio, è stato fantastico: i miei compagni erano felici per me, io mi sentivo veramente bene, sono sano. Cosa significa essere tornato a giocare al calcio, essere tornato a fare quello che ho sempre sognato; essere tornato a vivere: questo vuol dire che nella vita tutto è possibile».

Tanta voglia di Poohglia

A Bari in questi giorni, il gruppo dichiara il suo amore per questa regione

«L’emozione dei colori, l’armonia, le pietre bianche, i paesaggi e i borghi, i trulli. Lungomare di Bari, quello di Taranto, Gallipoli, che fascino il blu del mare che si intreccia con il bianco della pietra. Il Gargano, il Salento, due mondi diversi. Da qui non andiamo mai via senza l’immancabile “souvenir”: un paio di chiletti che proviamo a nascondere sotto la maglietta»

 

«Quando penso alla Puglia, sorrido: è più forte di me, amo questa terra; per dirne una: Bea, mia moglie, altoatesina, per il nostro viaggio di nozze ha voluto che venissimo anche in Puglia. Quest’estate, poi, dieci giorni di relax assoluto? Savelletri, non si batte…». Red Canzian, bassista della formazione musicale più amata del pop italiano, i Pooh, conferma tutto il suo amore per la Puglia. Come i suoi colleghi, il tastierista Roby Facchinetti, e il chitarrista Dodi Battaglia.

A sette anni di distanza dal loro ultimo tour, i Pooh tornano in Puglia, al Palaflorio di Bari, mercoledì 18 e giovedì 19 ottobre, con “Amici per sempre live 2023”. In odore di “nozze di diamante”, avendo debuttato nel lontano ‘66, tornano con Riccardo Fogli. Con loro, sul palco, anche Phil Mer (batteria) e Danilo Ballo (tastiere).

La Puglia nel cuore, Canzian prosegue. «L’emozione dei colori, l’armonia, le pietre bianche, i paesaggi e i borghi, i trulli: se vai sul Lungomare di Bari o su quello di Taranto, a Gallipoli, resti affascinato dal blu del mare che si intreccia con il bianco della pietra. Trovo che questa sia una terra baciata da Dio, lunga e stretta, cambia dal suo nord a sud: il Gargano al nord, il Salento al sud, due mondi diversi».

 

 

ERA ESTATE UN PO’ DI TEMPO FA…

Un concerto pugliese rimasto storico. «Estate ’79, Taranto, campo sportivo Mazzola – ricorda Battaglia – durante il concerto viene giù il diluvio, fuggi-fuggi generale e “live” recuperato il giorno successivo, con ingresso libero; una cosa buffa nonostante l’accesso fosse gratuito: i portoghesi del giorno prima, già che c’erano, scavalcarono daccapo con tanto di fune le mura di cinta del campo sportivo…».

Battaglia, cosa pensa quando viene da queste parti. «Al gemellaggio che la mia Emilia-Romagna ha con la Puglia: nella mia terra ci sono un sacco di pugliesi, studiano, lavorano, hanno messo su famiglia; in questo interscambio, molti artisti emiliani – fra questi, il sottoscritto e mio “fratello” Vasco… – hanno intrecciato vere liason con questo territorio: io con Bitonto, Rossi con Castellaneta Marina e via discorrendo. Poi, per dirla tutta, non andiamo mai via dalla Puglia senza l’immancabile “souvenir”: un paio di chiletti che tutte le volte proviamo a nascondere sotto la maglietta, perché qui si mangia così bene che ci facciamo prendere la…forchetta».

Torniamo a Canzian. Starvene lontani sette anni, gli uni dagli altri, che effetto vi ha fatto? «Ci siamo ritrovati meglio di come ci eravamo lasciati – spiega il bassista – ma con la grande voglia di tornare insieme, di capirci, anche grazie al fatto che, forse, avevamo scaricato cinquant’anni di lavoro, tensioni, preoccupazioni, avendo quattro caratteri da far combaciare: poi ci sono cose nella vita che ti fanno capire che i problemi sono altri; quando ti lascia uno come Stefano, anima pulsante della squadra, allora ti rendi conto che certe cose possono essere rilette, riviste, rifatte. Ed eccoci qua. Dopo un’altra serie di impegni ci fermiamo, ma non attacchiamo con un altro tour. Stiamo pensando, piuttosto, a come festeggiare i sessant’anni, quello sì, ma una cosa per volta…».

 

 

CHI POTEVA IMMAGINARSELO!

Facchinetti, uno dei primissimi Pooh. Ve lo immaginavate nel lontano ’66, che nel 2023 avreste ancora riempito teatri, stadi? «La cosa che ci fa sorridere, oggi – orgoglioso il tastierista – è che siamo in classifica con “Parsifal”, un album di cinquant’anni fa: forse è accaduto ai Pink Floyd con una riedizione di “The dark side of the moon”…».

Maestro, con l’eccezione delle canzoni-manifesto, c’è in particolare un titolo fra gli altri? «In questo tour avevamo messo insieme canzoni per quattro ore e mezza – conclude Facchinetti – ma tenere il pubblico lì per tutto quel tempo diventava un autentico “sequestro di persona”; alla fine cantiamo per tre ore, non immaginate il dolore nel selezionare i brani: quindici, venti successi purtroppo sono rimasti a casa, fra questi “Per te qualcosa ancora”, “Pronto buongiorno è la sveglia”, “Dove sto domani”; un titolo fra gli altri? Da autore: “Parsifal”, cinquant’anni portati alla grande, poi “La donna del mio amico”, una delle perle di Stefano, che insieme a Valerio Negrini, l’altro indimenticato autore dei Pooh, riusciva a parlare dello stesso argomento, l’amore, sempre da angolazioni diverse».

«In classe con un nero, mai!»

Bari, scuola elementare, abbandonano l’aula in quattro

«Genitori con bassa scolarizzazione. Cosa volete che ne sappiano i loro figlioli di razzismo o colore della pelle: dovremmo imparare da loro», dice il dirigente scolastico dell’istituto comprensivo Gerardo Macchitelli. «Ho firmato il nullaosta perché gli alunni fossero trasferiti altrove, per contro altri genitori sono tornati indietro sulle loro decisioni». L’intervento del Garante per i minori

 

«Mio figlio non può stare in classe con un nero!». La frase, detta con tono dispregiativo, sarebbe di una mamma barese che, insieme ad altri genitori, trova inadatta alla sensibilità del proprio figliolo una classe dell’istituto “Duse” di Bari.

Detta così sembra la solita provocazione. Una “fake” per realizzare like e catturare follower, comunque aprire un dibattito. Purtroppo è vera, non sacrosanta evidentemente. Domanda dell’uomo della strada, e chi sennò: «Possibile che nel Terzo millennio, in un Paese che ha trasferito milioni di connazionali all’estero, dagli Stati Uniti all’Argentina, nella lontana Australia, possa esserci qualcuno che non solo pensa, ma fa simili ragionamenti?». La risposta, purtroppo, è «Sì, è possibile».

Cose dell’altro mondo, direbbe qualcuno. “Altro mondo” che? Ci verrebbe da rispondere. Tutto questo è accaduto qui, in Puglia, a Bari. Lo racconta, con puntualità, dovizia di particolari, perfino andando a sentire il dirigente scolastico, l’edizione pugliese di Repubblica. L’accaduto risale all’inizio dell’anno scolastico. Alcune famiglie non soddisfatte della distribuzione dei propri figlioli nelle classi, si sono lamentano con il dirigente. Motivo?  «Troppi stranieri in classe!».

 

 

IN CHE MONDO VIVIAMO?

Della serie, «Va bene l’accoglienza, ma il troppo è troppo!». I genitori di quattro bambini della scuola primaria Don Bosco, che rientra nell’istituto comprensivo “Duse”, alla fine sono stati accontentati. L’hanno spuntata: le famiglie hanno ottenuto ciò che chiedevano, cioè il nullaosta per iscrivere i ragazzi in un’altra scuola, evidentemente di “visi pallidi”. Non diamo solo la colpa ai genitori, facciamo molta attenzione. Certo, l’educazione la impartiscono papà e la mamma, secondo una propria cultura, gli studi nei quali dovrebbe esserci una seppur modesta quota di educazione civica. Ai genitori saranno stati gli stessi piccoli a far notare la presenza di «Troppi neri!». Questione di cultura, l’ambiente nel quale questi ragazzini vivono, la tv che papà e mamma ascoltano. Così, secondo un punto di vista risibile, i bianchi con i bianchi, i neri con i neri, alla faccia della globalizzazione e dell’inserimento culturale.

Quattro alunni, quattro famiglie accontentate. Le richieste pare fossero di più, nonostante la scuola si trovi nel quartiere Libertà di Bari, uno dei più multietnici, tanto che quasi la metà dei ragazzi che frequentano la primaria non ha origine italiana, nonostante siano nati tutti a Bari. Lo spiega Gerardo Macchitelli a Repubblica. «Sono quasi tutti di qui», altro che l’adagio «A Bari nessuno è straniero».

 

 

BAMBINI, ESEMPIO PER I GRANDI

Macchitelli proprio non si capacita, tanto che spiega al cronista. «Pensa che a questi alunni importi qualcosa se l’altro ha pelle, i capelli, tratti somatici differenti?», dice il dirigente indicando i bambini che giocano in cortile. Dopo il primo giorno di scuola, invece, queste famiglie, evidentemente di bassa scolarizzazione, hanno richiesto il trasferimento in altra classe. «Oggi le iscrizioni – spiega Macchitelli – avvengono online, con gli stranieri che le fanno mediante Caf, quando non hanno a casa una connessione con internet. Insomma, la formazione delle classi, va tutto bene fino a quando i genitori non le vedono il primo giorno di scuola, quando la maestra le accoglie e chiama a sé gli alunni».

Così è accaduto nella scuola barese. «Alla vista di bambini stranieri, molte famiglie mi hanno chiesto il cambio classe. Inizialmente avevano nascosto la motivazione, fino a quando poi è venuto fuori che era proprio per la presenza di stranieri a trovare il disaccordo dei genitori».

 

 

«BUONA FORTUNA!»

I quattro nullaosta sono stati firmati il mese scorso, ma altri genitori – evidentemente consapevoli di essere stati di pessimo esempio per i propri figlioli – hanno ritirato le loro domande. Nessuna spiegazione agli alunni della classe interessata su che fine avessero fatto quattro dei loro compagni.

Massima vicinanza al dirigente scolastico anche da parte del Garante per i minori in Puglia. «Bene ha fatto – riporta una nota a firma di Ludovico Abbaticchio – ad essere fermo e deciso nel dire di no a simili richieste: queste famiglie dovrebbero tornare a scuola e imparare il valore del rispetto della persona, delle religioni e del vivere civile». Sempre l’uomo della strada, rimasto ad ascoltare, meglio, a leggere della vicenda, si pone una domanda che forse le vale tutte: «Fosse successo a parti inverse, se nella classe fossero stati tutti ragazzini neri e quattro bianchi, e i genitori dei primi non li avessero voluti, come sarebbe andata a finire». Risposta semplice: interpellanza parlamentare, statene certi.

«Il mio “capitano” candidato all’Oscar»

Matteo Garrone racconta la storia di Seydou e Moustapha

Storia di due ragazzi africani. Deserto, centri di detenzione in Libia e la traversata nel mar Mediterraneo. Una storia vista dalla parte dell’Africa, i sogni dei ragazzi, i pericoli, la dolorosa “conta” di vivi e morti ad ogni viaggio. Il primo sognava l’Europa, l’altro l’America…

 

«Rispetto ad altri progetti cinematografici europei che trattano l’emigrazione africana verso l’Europa, questa viene vista non come ambientazione ma come obiettivo quasi mitico», scrive Variety; «Nonostante la presenza di paesaggi abbaglianti il mantiene sempre l’attenzione sugli esseri umani percependo una tensione tra il mondo quotidiano e la dimensione spirituale, una sfocatura che è spesso una caratteristica del cinema dell’Africa occidentale», commenta The Hollywood Reporter. Insomma, il regista Matteo Garrone tiene a farci riflettere fino all’ultimo momento del film. Infine, Deadline definisce il film impeccabile per la tecnica cinematografica adottata, tanto che il direttore alla fotografia, Paolo Carnera, è stato in grado di trasmettere un’immediatezza sorprendente e coinvolgente. Il riferimento è al film “Io capitano” di Matteo Garrone, regista di film come “L’imbalsamatore”, “Gomorra”, “Dogman” e “Pinocchio”, che ha partecipato al Festival cinematografico di Venezia vincendo il Leone d’argento, e un’altra quindicina di riconoscimenti importanti (fra gli altri, il Premio Marcello Mastroianni all’attore protagonista Seydou Sarr).

 

 

QUESTA E’ LA STORIA…

Seydou e Moussa, due giovani senegalesi, lasciano il loro Paese per raggiungere l’Europa, affrontando deserto, centri di detenzione in Libia e la traversata nel mar Mediterraneo. Storie molto spesso raccontato in questo spazio informativo.

«Seydou e Moustapha, i due protagonisti del mio film vivono a casa di mia madre – ha dichiarato Garrone – il primo, Seydou, voleva fare il calciatore, come attaccante, tanto che lo chiamano Osimhen». A tal proposito l’“attore per caso”, risponde: «Il mio sogno era quello di venire in Europa, e ora che ci sto, non posso che essere contento: fiero di aver rappresentato l’Africa nel film di Garrone, sinceramente non mi aspettavo tutto questo clamore, del quale però non posso che esserne felice». «Il mio sogno, rispetto a Seydou – ha confessato Moustapha – è quello di andare un giorno in America, anche se in Italia sono molto felice».

 

 

VIAGGIO EROICO, EPICO…

Garrone parla del suo film. «Raccontiamo un viaggio epico, eroico, un’odissea contemporanea – spiega il regista di “Gomorra” – considerando l’abitudine a vedere le immagini delle barche che arrivano, al doloroso conteggio dei vivi e dei morti; insieme con la troupe, ho messo la macchina da presa dall’altra parte: in Africa; lo scopo: dare forma visiva a quella parte di viaggio che di solito non si conosce. Raccontare il deserto, la Libia, in modo autentico e vero, così per farlo «E per farlo, insieme, ci siamo lasciati guidare da chi realmente ha vissuto questa odissea, e ispirare da storie reali».

Matteo Garrone, altre emozioni suscitate dal suo film, “Io Capitano”, designato nella corsa agli Oscar come miglior film internazionale. «Questo è un film che ti ricompensa di tutto – dice il regista – è una gioia, l’accoglienza anche a Venezia è stata molto calda; dirigevo Seydou e Moustapha in una lingua che è il wolof, per me incomprensibile, così andavo ad intuito per capire se stavano recitando bene o no; grazie a questa esperienza sono entrato in una cultura che non era la mia, quella africana: la chiave è stato il fare il film con loro».

«Uno su mille ce la fa…»

Shaka, bengalese, quarant’anni, racconta la sua storia

«Ma anche di più: come me, ce l’hanno fatta in tanti ad inserirsi nella vita quotidiana. Importante trovare interlocutori, educatori che fanno del loro impegno una missione. Fondamentale imparare l’italiano: senza questo, impossibile relazionarsi con la gente, trovare un lavoro e mettere su famiglia»

 

«E’ questione di opportunità, di occasioni, anche di fortuna: a volte rivolgersi al Cielo non basta, di sicuro posso considerarmi fortunato per avere incontrato le persone giuste al momento giusto: forse anche il Cielo ci ha messo di suo, sapeste quante volte, in una solitudine comunque fatta di gente che voleva aiutarti, l’ho invocato. Mi ha ascoltato…»

Shaka, così lo chiamano amici, conoscenti, le educatrici, a cominciare da Maria, insostituibile nella sua missione (perché il suo non è un lavoro…), che insieme alle sue colleghe non ha mai fatto mancare la sua assistenza a questo ex ragazzone bengalese, oggi quarantenne. «Sono arrivato in Italia che non avevo compiuto la maggiore età – racconta – un viaggio pericolosissimo, su uno di quei tanti barconi che, ti domandi, “Ma riuscirà a fare qualche miglio?”: Dubai, Istanbul, Sudan e Libia, questo il mio lungo viaggio prima di arrivare in Italia».

 

 

DA PALERMO IN POI…

«In Italia, Palermo e Bologna prima di arrivare a Reggio Emilia, una città accogliente, per essere accolto in una comunità nella quale era impegnata anche Maria. E’ una delle tante storie raccontate al “Resto del Carlino”. Una storia di cuore raccolta con grande attenzione e professionalità da Tommaso Vezzani. «Non ho mai nascosto un certo timore agli inizi, nonostante non conoscessi cosa fosse una comunità e non conoscessi nessuno, mi sono trovato bene: merito delle educatrici, campionesse olimpioniche di pazienza…». Shaka fa subito volontariato mentre frequenta il Cpia, fondamentale per il percorso educativo e per imparare l’italiano. «Un passaggio importante – dice il giovane bengalese – perché intanto devi imparare le abitudini del Paese che ti ospita, indipendentemente dal fatto che tu possa scegliere di restare in Italia o avere nella testa di trasferirti altrove: l’italiano, poi, è fondamentale, non puoi pensare di trovare lavoro senza conoscere almeno le basi, io che vengo da un Paese con una lingua che poco, davvero, ha in comune con l’italiano».

Non è vero che ce la fa solo uno su mille. «Chi si impegna ce la fa, mi spiegò Maria: aveva ragione.  Veniva a trovarci a casa, ci trovava spesso chinati sui quaderni sui quali prendevamo appunti e segnavamo la pronuncia di alcune parole, ma soprattutto suoni a noi sconosciuti: già da allora avevo in mente il principale obiettivo che mi ero prefisso alla partenza dal mio Paese: costruirmi una vita.

 

 

LICENZA, PATENTE, “ITALIANO”…

«Senza carattere, mi spiegavano le educatrici, risulta complicato raggiungere un obiettivo così strategico della tua vita: una cosa tengo a sottolineare, oggi che sento di essere sulla buona strada, mai sentirsi “arrivati”. Pensare che il più è fatto è un grave errore: bene, sei entrato nei meccanismi della vita quotidiana, hai raggiunto l’obiettivo del lavoro e della famiglia, devi proseguire in quella direzione, imparare, fino ad entrare nel tessuto della società, in tutto e per tutto».

«Conseguita la licenza media, successivamente ho preso la patente e fatto un corso come “aiuto cuoco”: finito quel tirocinio, dovevo cominciare a compiere i primi, decisivi passi con le mie gambe: dovevo trovare lavoro e alloggio, io e miei compagni di corso non volevamo dare l’impressione che l’assistenza e le attenzioni alle quali eravamo sottoposti, fossero l’ideale; già importante trovare persone che avevano dimostrato grande professionalità e pazienza nel farci crescere».

 

 

«GRAZIE, MARIA!»

Per chi in Italia è arrivato da poco, trovare un alloggio è un problema grosso. Spesso finisce che paghi 250 o 300 euro al mese un posto letto senza contratto e in nero. I proprietari, spaventati da insolvenze e tempi lunghissimi per gli sfratti, spesso chiudono le porte in faccia a tutti gli immigrati.

«Per me è stato diverso – conclude a proposito di questo ultimo tema, delicatissimo per qualsiasi extracomunitario – ho chiamato Maria: il proprietario di un alloggio che era l’ideale per le mie esigenze, purtroppo aveva avuto problemi con gli inquilini precedenti e non voleva sentir parlare di stranieri: l’uomo è stato convinto dalla mia educatrice: sulle prime ci aveva fatto sottoscrivere il contratto per un anno; quando invece andammo a vedere cosa in realtà aveva scritto sul contratto, che quell’appartamento ce lo aveva dato alle condizioni stabilite non per uno, ma per quattro anni, abbiamo fatto salti di gioia: è stato uno dei giorni più belli e importanti della mia vita. Avevo una casa mia e piena fiducia da parte di un italiano: grazie soprattutto a te, Maria!».

Bravo, Antonello!

Un vigile del fuoco ospita a casa sua una decina di extracomunitari affamata

«In ginocchio mi hanno chiesto cibo!». Grande gesto di umanità. «Quattro giorni di viaggio, senz’acqua, senza cibo, nella massima disperazione: ho rinunciato a una cena con amici, fossi stato con loro non avrei toccato una sola posata…». Ma a Lampedusa c’è una corsa alla massima assistenza. Il ruolo della Croce Rossa italiana, brandine e generi di conforto per tutti

 

«Uno si è messo in ginocchio chiedendo da mangiare!». E così, Antonello, vigile del fuoco, come il suo mestiere impone – impegnato con i suoi colleghi a Lampedusa – senza pensarci su due volte, invita a una spaghettata a casa sua quei ragazzi appena sbarcati con addosso una fame mostruosa. Ce ne fossero di “Antonello” in circolazione. La cosa, con le debite proporzioni, ci ricorda un po’ tutti quei messaggi che arrivarono da Napoli nel momento più critico di uno dei maggiori periodi di sbarco qualche anno fa. I napoletani rassicurarono il resto d’Italia: se al Nord o in qualsiasi parte del nostro Paese fanno problemi, allora ogni famiglia ospiterà un extracomunitario. Non era una provocazione, accadde proprio questo.

Dunque, Antonello Di Malta – perché il vigile del fuoco ha anche un cognome, ma Antonello e basta ci piaceva di più – non ci ha messo molto a realizzare che quei ragazzi disperati e stanchi, provati da una traversata che il più delle volte è un’incognita (sai, forse, quando ti imbarchi, non sai quando, e se, arrivi…), andavano aiutati. E non a parole, ma in concreto. E così è stato.

 

 

SKY, PUNTUALE…

Il racconto parte da uno dei Tg più autorevoli della nostra tv, SkyTg24. «Erano stremati, ma soprattutto affamati», ha raccontato al cronista televisivo Antonello, che in men che non si dica ha accolto in casa un gruppo di ragazzi del Burkina Faso. Non c’era bisogno che qualcuno gli mostrasse tutta la disperazione del caso, ma quando il vigile del fuoco ha raccontato l’episodio, ha detto: «Uno di loro si è messo in ginocchio chiedendo da mangiare!». L’isola è al collasso per i continui sbarchi di questi giorni.

Antonello, hanno raccontato a Sky, doveva andare a cena con amici, quando si è ritrovato davanti casa una decina di giovani del Burkina Faso che chiedevano qualcosa da mangiare dopo essersi allontanati dall’hotspot, il Centro di Prima accoglienza. Una storia di umanità, mentre il Consiglio comunale proclamava lo stato di emergenza in seguito all’ondata di sbarchi di migranti che sta portando l’isola al collasso.

«Erano stremati, ma soprattutto affamati – riprende Antonello – uno di loro si è messo perfino in ginocchio chiedendo da mangiare! Vi rendete conto?». Così, il vigile del fuoco, ha rinunciato alla sua cena con gli amici. Rientrato a casa, ha preparato una spaghettata. «Li ho fatti accomodare nella veranda di casa mia – prosegue Di Malta – e ho cenato con loro: avevano una fame pazzesca. Ma questa gara di solidarietà cosa la stanno compiendo tutti i lampedusani, del resto come si fa a restare insensibili a una disperazione sotto gli occhi di tutti?».

 

 

UN VIGILE, VIGILE…

Antonello, merita un plauso. «Io andare a cenare a casa di amici sapendo che quei ragazzi erano sull’orlo – e forse anche oltre – della disperazione? E chi avrebbe toccato cibo? Lasciarli lì, digiuni, dopo giorni di viaggio in mare: mi hanno raccontato di essere originari del Burkina Faso, di essere partiti da Sfax e che hanno fatto un viaggio di quattro giorni: quattro giorni, senza acqua, senza cibo…».

Situazione complessa, fa sapere la Croce Rossa italiana. La responsabile-migrazioni della CRI, ha comunicato che sull’isola ci sono continui trasferimenti e all’hotspot di Lampedusa si contano oltre quattromila presenze. Una situazione complessa alla quale stanno cercando di dare risposte provando a portare l’intero sistema di accoglienza alla normalità, a una situazione da tenere sotto controllo. Nonostante le criticità, la Croce Rossa agli extracomunitari arrivati sull’isola ha distribuito brandine, fornito cibo a tutti assicurando ad ognuno la massima assistenza.