«Chiamami Alfredo!»

Duncan, calciatore del Venezia, è diventato cittadino italiano

La cerimonia lunedì scorso nel comune di Pescia, vicino Pistoia. «Da oggi sono italiano come voi, questo è un Paese straordinario, mi son trovato subito bene». «E’ un ragazzo d’oro, anche spiritoso», ha dichiarato il sindaco Riccardo Franchi, che ha officiato la cerimonia. Ricorda il centrocampista della squadra lagunare: «Non è stato facile per un bambino, come me all’epoca: lasciare tutto, i propri genitori, la propria terra di origine e trasferirsi altrove e cominciare una nuova vita»

 

«Da oggi chiamatemi Alfredo, sì con la “o”: non più Alfred, ma Alfredo, sono italiano come voi». La notizia riportata dall’agenzia giornalistica Ansa e ripresa dagli organi di informazione, ci ha messo poco a circolare ovunque. Alfredo è noto al grande pubblico, la sua attività di calciatore ha contribuito non poco a portare a conoscenza di molti la sua storia. Bella, come tante altre. Certo lui fa uno dei mestieri più ambiti al mondo, quello del calciatore professionista, ma ci sono tanti suoi giovani colleghi che forse non hanno avuto la stessa fortuna in un perimetro di gioco, però sono felici lo stesso. Hanno trovato o troveranno come Alfredo la loro brava cittadinanza italiana. Si tratta solo di avere pazienza, attendere ed avere i requisiti giusti.

Dunque, Alfredo Duncan lunedì scorso ha formalizzato la sua cittadinanza italiana con un battuta: «Da oggi chiamatemi Alfredo!». Con questa prima frase ha aperto la cerimonia di giuramento per la cittadinanza e per la firma degli atti svoltasi al Comune di Pescia (Pistoia) davanti al sindaco Riccardo Franchi. Pescia, non a caso. Questa è, infatti, la città dove Alfredo ha sempre mantenuto la residenza da quando arrivò in Italia nel 2009.

 

 

DAL GHANA A QUINDICI ANNI

Alfred, non ancora Alfredo, una volta in Italia era stato preso in affidamento dalla famiglia Giusti, con a capofamiglia Leonardo, diventato successivamente il suo procuratore. Perché Alfredo, bravo era bravo a giocare al pallone, ma doveva essere gestito nel migliore dei modi, il suo talento non doveva essere bruciato da personaggi spregiudicati che circolano nel mondo del calcio. Ecco perché la figura paterna di Leonardo nella carriera di Alfredo è stata risolutiva. Duncan quasi subito inizia l’attività di calciatore nelle giovanili dell’Inter. Successivamente gioca con Livorno, Sassuolo, Sampdoria e Cagliari, arriva alla Fiorentina per poi andare a Venezia.

A margine della cerimonia, la dichiarazione del sindaco Franchi. «Ho conosciuto un ragazzo eccezionale, che vuole bene all’Italia, Paese al quale deve davvero tanto; per lui, che dimostra di essere ancora una persona umile, quasi uno della porta accanto, oggi si è realizzato un sogno; un sogno coronato dopo anni di impegno, sacrificio e lavoro; ragazzo spiritoso, a fine cerimonia ha concluso il suo intervento invitandoci a chiamarlo tranquillamente Alfredo, dunque non più Alfred».

La storia l’avevamo raccontata qualche anno fa, su queste stesse colonne. Giunto in Italia da adolescente dal Ghana, era stato affidato quindicenne ad una famiglia di Pistoia.

 

 

«GRAZIE A MIO ZIO…»

Nato ad Accra il 10 marzo del 1993, dal padre Thomas e mamma Laetitia, Duncan arrivò in Italia nel marzo 2009. I nuovi genitori italiani, Francesca e Leonardo Giusti, lo accolsero nella loro casa con tutto l’amore possibile, affiancandolo a Niccolò, il suo fratellino acquisito, a cui Alfredo è molto legato.

In una intervista del 2020, come riporta il sito Derby.it in un articolo di Davide Capano, ha spiegato com’è arrivato in Italia. «Ero piccolo, non è stato facile per un bambino lasciare tutto, i propri genitori, la propria terra di origine e trasferirsi in un Paese completamente nuovo. Per fortuna qui avevo mio zio, che mi ha aiutato a crescere e ad integrarmi; al resto ci ha pensato l’Italia, un Paese meraviglioso».

Da una società all’altra, ma sempre in squadre di prestigio. «A Firenze mi accolsero come un figlio, loro per me sono una famiglia e Pescia è la mia casa; l’Inter è stato qualcosa di inaspettato ma bellissimo, una società importantissima, al top in Italia e in Europa: mi sono allenato e cresciuto con calciatori formidabili, un’esperienza che mi ha fatto crescere tanto». E anche se Wikipedia non ha ancora aggiornato il suo profilo, per noi Alfred è Alfredo a tutti gli effetti. Del resto l’invito lo ha rivolto il diretto interessato.

«Papà, ridendo e scherzando»

Silvia Scola, martedì sera allo Yachting di San Vito ha ricordato l’immenso papà Ettore

Uno dei più grandi registi italiani raccontato dalla figlia in un’altra serata sold-out all’interno della rassegna “L’Angolo della conversazione”. E’ l’occasione per parlare di film come “C’eravamo tanto amati”, “Brutti, sporchi e cattivi”, “Una giornata particolare”, “La terrazza”, “La famiglia”, fino al suo ultimo suo film in ricordo del suo amico Fellini: “Che strano chiamarsi Federico”. Aneddoti a non finire, ripresi dal libro “Chiamiamo il babbo”

 

Ettore Scola, uno dei più grandi registi italiani di tuti i tempi. La sua storia di autore comincia a soli quindici anni. Con la famiglia si trasferisce dalla minuscola Trevico, provincia di  Avellino, all’infinita Roma. Ha le idee chiare, si presenta al Marc’Aurelio, bisettimanale che ad ogni pubblicazione vende qualcosa come mezzo milione di copie. Scrive, disegna, inventa, conia una battuta dietro l’altra, piace subito a personaggi come Flaiano e Fellini, principi di quella redazione che non fa sconti a nessuno, nemmeno al fascismo, benché al tramonto.

Dal Marc’Aurelio nascono gli sceneggiatori, i registi, che racconteranno l’Italia del Dopoguerra, anche se i primi riferimenti di un attento Ettore, saranno Rossellini e De Sica. Fra i maggiori registi italiani, ha diretto, fra gli altri, film come “C’eravamo tanto amati” (1974), “Brutti, sporchi e cattivi” (1976), “Una giornata particolare” (1977), “La terrazza” (1980), “La famiglia” (1987) e “Che ora è” (1989). Se “C’eravamo tanto amati” è dedicato alla memoria di De Sica, l’ultimo suo film è un ricordo su Fellini, “Che strano chiamarsi Federico”.

 

 

MEGLIO RIDERCI SOPRA

Per restare nell’area-tributi, bene hanno fatto Paola e Silvia Scola, figlie del grande regista e sceneggiatore, a dedicargli il film “Ridendo e scherzando”. Scola, restio alle interviste, per una volta si presta allo sguardo delle figlie Paola e Silvia, con clip dai film e filmati inediti, e con Pierfrancesco Diliberto (per tutti Pif) a fare da intervistatore. Ed è proprio di “Ridendo e scherzando” che si è parlato martedì 20 agosto allo Yachting Club di San Vito nell’“Angolo della conversazione”, rassegna giunta alla ventesima edizione e a cura di Gianluca Piotti e Daniela Musolino.

Come per l’imbarazzato Pif, nel trovarsi di fronte a buona parte della storia del cinema dai Quaranta in poi, anche il modesto cronista al cospetto della figlia Silvia, si fa assalire da una giustificabile emozione. Cosa chiederle, su cosa soffermarci, su cosa sorvolare. La risposta è alla Scola. «Se proprio dobbiamo fare conversazione, andiamo a braccio, ma niente domande, meglio improvvisare». In realtà, Silvia, come la sorella Paola, purtroppo assente, dispone di una infinita serie di aneddoti che solo la metà della metà basterebbe a mettere a tacere chiunque abbia ambizioni di battutaro.

C’è anche un testo che ci accompagna nella chiacchierata, “Chiamiamo il babbo”, libro dedicato al papà. Pieno di battute che circolavano per caso.

 

 

«CHIAMIAMO IL BABBO, E’ MEGLIO…»

«”Chiamiamo il babbo”, è una battuta di uno straordinario Totò, per il quale papà ha scritto numerosi dialoghi, firmati e non, ma questo ai tempi di quello che “Ettore” chiamava il periodo dello schiavetto, della gavetta: bisognava farlo, era la chiave d’ingresso in un mondo nel quale fu subito accettato, solo che, giovanissimo, doveva farsi le ossa: e così fu. Chiamiamo il babbo, è l’invocazione del Principe quando nel film si trova davanti al giovane e inesperto dentista che temporaneamente fa le veci di suo padre: da qui, “Chiamiamo il babbo”, come a dire forse sarebbe meglio chiamare uno del mestiere; altra battuta, me ne avrei mille, “Insieme alle valigie”: vi dice niente “Totò a colori”, l’onorevole Trombetta, quando Totò lancia dal finestrino ogni cosa appartenga al deputato, perfino la valigia? Bene, quando Trombetta gli passa anche le scarpe, che fanno la stessa fine del bagaglio, e chiede all’occasionale compagno di viaggio dove le abbia poste, Totò risponde “Insieme alle valigie!”. A casa, quando dovevamo disfarci di qualcosa, non ci interrogavamo nemmeno: questa va insieme alle valigie!».

A proposito del libro “Chiamiamo il babbo”, ma in particolare del film-tributo “Ridendo e scherzando”. «Essendo nostro padre – dicono Silvia e Paola – noi figlie abbiamo avuto la possibilità di rappresentarlo anche come uomo e come persona, raccontandolo nel suo privato, con un occhio di riguardo; nel titolo, quello che io e mia sorella Paola abbiamo sempre riscontrato nel cinema di nostro padre, che “ridendo e scherzando” ha affrontato tematiche severe, drammatiche, situazioni sociali critiche; pensiamo, infatti, che ridendo e scherzando si possa essere molto più seri. Così, senza essere seriosi e con la sua stessa cifra stilistica, abbiamo realizzato questo ritratto, pensandolo come un documentario da ridere: leggero».

«Ferragosto a lavoro, ma finché pagano…» 

Supermercati aperti anche il 15 di agosto, i dipendenti accettano

«Non è il caso di formalizzarsi, è così: una volta fatta l’abitudine, sorvoli», dice Antonio. Un tempo la chiusura era sacrosanta, ma dopo il decreto Monti, tutto è cambiato. Accade solo in Italia. «Non ne faccio un dramma, mi sono organizzato con la famiglia e i piccoli, andremo lo stesso al mare, nel pomeriggio: recupererò un po’ di sonno all’ombra…»

 

«Fin quando pagano, va bene anche così». Antonio il suo Ferragosto lo trascorre fra scaffali e la cassa, alla chiusura, perché il flusso della clientela non cala e c’è bisogno di una grossa mano. «Ci tocca, egregio signore», aggiunge l’ex giovanotto che svolge il doppio incarico all’interno di uno dei supermercati aperti anche il 15 di agosto.

Ieri, infatti, giornata di Ferragosto. Chi va al mare, chi in collina. Comunque lontano dalla città. Relax sacrosanto, per chi può permetterselo. C’è poi un risvolto, quello di chi resta in città: per libera scelta; perché non ama la confusione da spiaggia; chi non può permettersi un sano recupero delle energie mentali e fisiche; chi, invece, come Antonio, il Ferragosto, giorno dell’Assunzione (lo scriviamo per i cattolici…), invece resta in città, e non certamente per libera scelta, ma per motivi di lavoro.

«Non mi lamento, sono ancora giovane, ho messo su famiglia e mi tocca stare qui, a fare due conti “dietro” la cassa, perché mi spetta: ma, dicevo, fino a quando hanno rispetto di te e ti riconoscono il dovuto, quello contemplato per i lavoratori, va benissimo: per rilassarci, io e la mia famiglia insieme, c’è tempo».

 

 

ANTONIO E GLI ALTRI…

Antonio, nome di pura fantasia a tutela della privacy del lavoratore e per eventuali ritorsioni della sua azienda per aver rilasciato un paio di battute sul posto di lavoro. Non dice nulla di male, Antonio, è evidente. Anzi, difende la società per la quale lavora, puntuale nel riconoscergli quanto dovuto per l’attività in un giorno di festa. Ma di questi tempi, se pensiamo che aziende hanno licenziato dipendenti solo per aver postato dichiarazioni (a favore dell’attività per cui lavoravano!), meglio andarci piano.

Così, Antonio, alto, slanciato, il sorriso sempre pronto, come la battuta per ciascun cliente che si appresta a pagare gli acquisti (in buona parte generei alimentari, bibite, gelati), insieme al suo collega, distante un paio di metri e impegnato su un’altra cassa, si lascia andare a brevi, ma significative considerazioni. «In piedi da stamattina alle sette – dice ancora – ancora un paio d’ore e poi, alle 14.00, stacco e torno a casa, sarà mia moglie, alla fine a decidere, se andare a mare con i due piccoli, oppure restare a casa: penso propenderà per la spiaggia; condivido, la gente a quell’ora torna a casa, lascia la spiaggia libera e noi piantiamo l’ombrellone e stiamo fino a sera: io, non nascondo, mi farò una mezz’oretta all’ambra, nel senso che se mi si chiuderanno gli occhi asseconderò la stanchezza…».

Antonio, come il collega, altrettanto eloquente, altrettanto soddisfatto del trattamento economico, è bene sottolinearlo, appartiene a quelle decine di migliaia di lavoratori impegnati nella grande distribuzione che hanno lavorato a Ferragosto.

 

 

QUANTI SUPERMERCATI APERTI!

Sono, infatti, numerose le catene di supermercati, che hanno deciso di restare aperte per la festa agostana e consentire così alla affezionata clientela rimasta per mille motivi in città, gli acquisti dell’ultimo momento.  Ciò, badate bene, non accade solo nelle località turistiche, dove la presenza di turisti in questo periodo rendono necessaria l’apertura degli esercizi commerciali, ma anche in città, nelle periferie, dove si serve la clientela del circondario, delle vicine cittadine.

Le aziende cui sono riconducibili i supermercati hanno deciso così, perché in Italia, al contrario di quanto accade negli altri Paesi europei, la legge non prevede alcun limite alle aperture delle attività commerciali.

Proprio così. Si può lavorare tutto l’anno, anche l’intera giornata, senza salvaguardare le domeniche e i festivi. L’Italia, insomma, per quanto dica Antonio, soddisfatto del trattamento economico, è l’unico Paese in cui la scelta sulle aperture e le chiusure spetta esclusivamente alle imprese. Accade dal 2011, dalle liberalizzazioni contenute nel decreto “Salva Italia” siglato dal governo Monti. La norma, voluta dall’allora premier, cancellò di colpo a Comuni e Regioni ogni decisione autonoma circa le regolamentazioni fino ad allora esistenti. Intervennero perfino rappresentanti della Chiesa, niente da fare: le aziende hanno facoltà di chiedere al personale di lavorare anche nei giorni festivi.

 

 

SINDACATI E MANI LEGATE

Con la libera concorrenza, la contrattazione tra enti locali e imprese, necessaria per decidere quando e a che condizioni lavorare, è sparita. «E’ tutto nelle mani delle imprese – dicono i sindacati – le scelte badano al profitto: non crediamo abbiano portato benefici all’intero sistema; non c’è stato alcun miglioramento delle condizioni di lavoro, né una crescita nell’occupazione: solo disagio familiare a cui sono sottoposti i lavoratori».

Il sindacato del cosiddetto terziario ha addirittura compiuto un appello. Ha, infatti, chiesto ai cittadini di non fare la spesa a Ferragosto, con lo scopo di boicottare la scelta dei supermercati. Non è che tenendo aperto un giorno in più – in buona sostanza la riflessione dei sindacati – le persone fanno più spesa, cambierebbe solo il giorno in cui la fanno. Il consumatore italiano non è più ricco perché i negozi restano aperti. Il potere d’acquisto resta sempre lo stesso. Solo che viene distribuito su giornate diverse. In buona sostanza, il tema non è quello di tenere chiusi, a prescindere, i supermercati durante i giorni festivi, ma avere (tornare!) ad una regolamentazione più efficace e conciliabile fra clientela e lavoratori. Detto in soldoni: pianificare meglio le aperture in funzione delle reali necessità della comunità. Con buona pace di Antonio e la sua lunga, sterminata categoria di colleghi impegnati ogni giorno dell’anno, Ferragosto compreso.

Senna, bere o affogare

Olimpiadi francesi inquinate, rischio di malattie, dermatiti, problemi agli occhi

La sindaca ci regala il primo tuffo della stagione per mostrare che le loro sono “chiare e fresche, dolci acque”. Poi si sfila dal fiume di contraddizioni, indossa l’accappatoio, si sottopone a visite di controllo e dice “Oui, tre bien, allons enfant…”. Forza ragazzi. Un corno, aggiungiamo noi se le nostre nuotatrici mostrano graffi, un principio di dermatite e Paltrinieri prima della gara si allena in una normale piscina

 

Prima delle Olimpiadi, la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, accompagnata dal presidente del comitato organizzatore dei Giochi Olimpici e appresso una pletora di figure istituzionali si tuffa nella Senna. Lo documentano tutte le agenzie del mondo, fra quelle italiane, la più autorevole, l’Ansa, scrive in qualche modo che dopo le sue due bracciate, i francesi non soddisfatti del tuffo “sindacale” organizzano una competizione in acque libere con numerosi nuotatori professionisti. Questi sì che sono uomini.

Avviene dieci giorni prima della cerimonia inaugurale di Paris 2024. Pare, e sottolineiamo pare, rientrare l’allarme sull’inquinamento del fiume parigino: le autorità francesi sono fiduciose: le prove olimpiche di nuoto di fondo e triathlon potranno disputarsi senza problemi.

Sempre la stessa agenzia pochi giorni fa scrive che nonostante gli sforzi messi in atto dall’Amministrazione francese e dal Comitato olimpico per rendere balneabile la Senna e permettere le gare in acque aperte, i rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024 legati all’inquinamento della Senna non possono essere completamente eliminati. Ci sarebbe da aggiungere: bere o affogare.

 

 

EFFETTO-SENNA

Sì, perché gli effetti della Senna sulle nuotatrici italiane, sono sotto gli occhi di tutti. A prima vista non sfuggono le braccia ricoperte di graffi. Le nostre atlete vanno oltre, Il Fatto Quotidiano scrive delle nostre nuotatrici Ginevra Taddeucci e Giulia Gabrielleschi. Reduci dalla “Dieci chilometri di fondo” alle Olimpiadi, spiegano cosa significhi nuotare nella Senna. Si espongono davanti al mondo e ne hanno ben donde, dicono: «Speriamo non ci accada niente, incrociamo le dita». Noi, sommessamente: ma è proprio necessario gareggiare nella Senna? Non esiste un Piano B, un Piano C che trasferisca tutto in piscina congelando i primati olimpionici nelle diverse categorie in gara?

Ginevra e Giulia mostrano quei graffi sulle braccia. «Schiacciatevi al muro – ci hanno detto – e ci siamo impigliate in alcuni rovi». La domanda, puntuale, di un collega cui non sfuggono quei graffi, la rivolge per Fanpage.it .  Se li sarebbero procurati mentre nuotavano rasentando l’argine della Senna, sfregando le braccia contro muretti e cespugli di erbacce incontrati lungo il percorso della “Dieci chilometri di fondo”. La prima ha vinto la medaglia di bronzo, l’altra è giunta sesta.

Domanda: perché le nuotatrici azzurre hanno nuotato «rasentando l’argine della Senna»? Per caso è stato riscritto un nuovo regolamento per questa edizione, oppure c’è stato un intervento a parziale correzione sull’esistente? Mistero. Uno in più in una edizione nella quale abbiamo assistito a di tutto e di più.

 

«NON VI ALLONTANATE»

«Se ti allargavi anche di venti centimetri – dicono ancora le due nuotatrici – la sentivi bella forte, anzi ad ogni giro lo era sempre di più e in certi punti era impossibile pensare di procedere contro corrente: anche trovare sempre la posizione giusta ai giri di boa era un’impresa perché tutte cercavano il passaggio corretto, migliore per non finire risucchiati cento metri più giù». Basta così o andiamo avanti? Quante domande però, dirà qualcuno.

Situazione paradossale, scrive dal suo canto il Fatto Quotidiano. La Federazione italiana non è del tutto convinta. Diciamo che, italianamente, si pone al centro della vicenda: la risposta è sempre “ni”, cioè “sì” e “no” insieme.

Domenico Acerenza e Gregorio Paltrinieri, come le loro colleghe, non hanno fatto mancare il loro disappunto circa la situazione di disagio, tanto che hanno deciso di allenarsi in una piscina del circuito olimpico. «Ci fidiamo degli organizzatori – hanno dichiarato – delle professionalità medico-scientifiche deputate ai controlli della Senna, ma preferiamo evitare rischi di contaminazioni di qualsiasi genere provando il campo gara».

 

 

FINIRA’ ALLA FRANCESE

L’argomento meriterebbe maggiore spazio, maggiore approfondimento. Come andrà a finire, “all’italiana”. No, correggiamo il tiro, “alla francese”. Fosse all’italiana finirebbe con uno sberleffo, una “perculata” di quelle ciclopiche. Invece, “alla francese”, diventa un’altra cosa: l’importante è trascinare alla fine questa Olimpiade, poi se accadesse qualcosa a qualche atleta, si potrà dire che «è accaduto a casa vostra», perché il peso politico Oltralpe è un’altra cosa.

Eppure, l’uomo della strada, noi stessi, che la bazzichiamo, ci poniamo una domanda. Come mai esisteva un divieto di balneazione e a francesi e turisti era impedito anche di mettere un piede nel fiume della discordia. E, peggio ancora, quanti hanno provato a farsi un bagnetto, come la sindaca. Nessuno, vi giuro nessuno. Invece per lo sport e l’immagine della Grande Francia, questo e altro. E agli atleti: le regole sono riscritte, dunque “bere o affogare”. 

Tony, dal successo alla strada

La storia di un ex ristoratore truffato dal socio

«Mio vecchio amico, sparisce con quattrocentomila euro. Andato a fare la spesa, mi accorgo che la carta di credito è completamente svuotata. Ho rivisto quel bellimbusto in tribunale: mi ha sorriso e chiesto come stessi. Spero che una parte del maltolto mi torni in tasca. Intanto vivo per strada e la domenica mi intristisco…»

 

Dall’altare alla polvere. Dal successo all’anonimato. Peggio, essere riconosciuto per aver fallito una mission che ti vedeva fra i più promettenti imprenditori, quelli sfiorati dal tocco magico. Imprenditori avveduti, col bernoccolo degli affari.

E, invece, un dettaglio, poi mica tanto piccolo, cambia il corso della storia e la fuoriserie che consuma “tanto al litro” diventa solo qualcosa da ammirare. Stando fuori dalla concessionaria, ammesso che ti ci facciano restare, oppure da vedere su un depliant raccolto dalla spazzatura o accartocciato e lanciato lì, nell’angolo.

E’ la storia di Tony, nome inventato, perché questi sono i patti fra il cronista e l’uomo che vuole sfogarsi e poi sparire, darsi alla macchia, anche se i molti che lo conoscono giurano che, prima o poi, Tony torna. Dove vuoi che vada, dicono. Torna, come se fosse una scena del delitto, dove chi ha commesso un atto criminoso prima o poi si ripresenta. E qui, il delitto è rappresentato da una serie di coincidenze che fanno precipitare l’uomo, cinquant’anni suonati, nella disperazione.

 

 

«MIA FIGLIA NON SA NULLA…»

«Ho una figlia all’estero – racconta con un filo di voce, quasi mostrasse più dei cinquanta all’anagrafe – non sa che vivo di stenti, per strada come un barbone, tanto che da poco ho compiuto il mio primo anno da clochard, come dicono i francesi: clochard, fa più figo, ma la questione è dolorosamente la stessa.

Se mi vergogno? Certo. Vuol sapere se i parenti conoscono le mie condizioni e non muovono un dito? Gli errori li ho commessi io, troppo comodo addossare le responsabilità a terzi». Tony parla tre lingue: l’inglese e il francese, anzitutto. «La fine ha un inizio, coincide con quel giorno quando apro un bel ristorante in provincia: il mio socio, amico di vecchia data, due anni fa scappa portandosi vi l’intera cassa che custodiva qualcosa come quattrocentomila, frutto di un investimento totale. Ero appena tornato dall’estero dove svolgevo attività di ristoratore e avevo acquistato una casa in una bella cittadina di provincia».

L’imprevisto professionale, come racconta in una lunga intervista al Corriere della sera, arriva con le prime rate non pagate. La banca che aveva finanziato le attività di Tony, si prende l’abitazione: i contratti, o meglio, i mutui sono così. Per qualche mese accetta l’invito del fratello, poi il nostro va via, trova una scusa, non si vede proprio nei panni dello sconfitto; lascia il congiunto perché si sente ingombrante».

 

 

«MAI CHIESTE ELEMOSINE»

«Mai chiesta l’elemosina – dice Tony manifestando il suo orgoglio – ho sempre lavorato, tanto che sono ripartito come magazziniere, ma con un contratto a tempo determinato. Fino a quando avevo la Naspi dormivo in un ostello, poi mi è toccata la strada».

Tornando alla storia, all’amico-socio e alla truffa che non t’aspetti. «Era un amico e mi fidavo, ecco cosa non mi faceva pensare a qualcosa di tremendo che sarebbe potuto capitare. Un giorno mi reco a fare la spesa, pago con la carta della società, “transazione negata”. Vado in banca, l’impiegato dice che mi sono stati recapitati diversi messaggi mediante posta elettronica che mi mettevano in guardia. Ma io non guardavo la posta elettronica, ecco perché quello mi sembrò il classico fulmine a ciel sereno: erano stati effettuati diversi bonifici a società fittizie messe in piedi da quel bandito.

Il “clochard” incontra l’ex socio in tribunale. «Mi ha sorriso e chiesto come stessi, un atteggiamento che mi ha lasciato sorpreso: mi domando se la giustizia riuscirà a restituirmi qualcosa, possibilmente tempi ragionevoli».

Tony, la vita da barbone? «Dormo poco, spesso a occhi aperti, guardo il telefono, le persone che vanno e tornano dal lavoro, sperando che qualcuna di queste si fermi per offrirmi un’opportunità. Il giorno più brutto? La domenica, quando qui intorno è un deserto». Come la vita di Tony, prima al centro degli interessi di decine e decine di clienti del suo locale. Oggi, il cielo capovolto, l’ex imprenditore, confida nella giustizia e nella buona sorte. «Volesse il Cielo, sono pronto a cominciare da zero, per scrivere il secondo tempo della mia vita».

Nadia, la rivincita

Affetta da focomelia è diventata una influencer di successo

«Dove potremmo piazzarti?» è la frase che le ha cambiato la vita. Invece di incupirsi, ha reagito. Diplomata, pensava che il suo calvario fosse finito e, invece, una frase che non t’aspetti. «Tutto, però, comincia da quel pugno allo stomaco ed ecco la riscossa social…», dice la trentenne siciliana. Grazie per averci impartito una preziosa lezione di vita

 

Nadia, la rivincita. Una trentenne che mostra i muscoli della mente, ragiona, stende sul piano del ragionamento i suoi interlocutori. Come se una disabilità fosse anche mentale. Come se la protagonista della storia in questione non fosse elemento pensante in grado di svolgere normali attività lavorative. Non tutte, sia chiaro, ma sicuramente buona parte.

Quando poi si ha a che fare con gente che, evidentemente, solo sulla carta è normodotata, tanto da non pensare minimamente che una qualsiasi frase possa essere offensiva e provocare autentici choc a chi quella locuzione la subisce. Nadia, la protagonista della nostra storia, per fortuna ha le spalle robuste, secondo noi per la forza d’animo che ha potrebbe perfino respingere un Tir in corsa.

 

 

UN SITO RIPRENDE LA SUA STORIA…

Bene ha fatto il sito orizzontescuola.it, che mostra tutto il suo impegno a chi purtroppo vive un disagio. Non solo nella scuola, ma anche intorno, nel sociale, nella vita di tutti i giorni. L’articolo, puntuale, a firma di Lilia Ricca riassume quanto accaduto alla protagonista dell’episodio che va segnalato. Magari l’autore della frase infelice, pronunciata – ce lo auguriamo – con una certa leggerezza, si sarà anche pentito. Resta, però, la leggerezza con cui sono in molti ad esercitare uno straccio di potere, tanto da sentirsi autorizzati ad offendere

Nadia, siciliana, trent’anni, nonostante sia affetta da focomelia (grave malformazione in seguito alla quale gli arti superiori o inferiori non sono sviluppati in parte o in totale), ha letteralmente ribaltato la sua vita grazie ai social che, ormai, usa con grande padronanza e intelligenza.

Malformazione congenita, la focomelia causa lo sviluppo degli arti come appendici del tronco. Originaria di Racalmuto, paese siciliano che dette i natali al grande Leonardo Sciascia – come ricorda orizzontescuola.it – Nadia ha affrontato molte sfide legate alla sua condizione fin da piccola.

 

 

NOI CONDIVIDIAMO L’ESPERIENZA

Dopo aver conseguito il diploma in Servizi Sociali – spiega Lilia Ricca – Nadia ha cercato un’occupazione che le permettesse di sfruttare le categorie protette riservate alle persone con disabilità. Tuttavia, ha incontrato molte difficoltà nel trovare un lavoro adeguato. Questo periodo di incertezza l’ha portata a considerare altre strade per realizzare i suoi sogni.

«Il giorno in cui presi il mio diploma – spiega – andai davanti una commissione per iscrivermi nella fascia delle categorie protette; pensavo che avrei trovato un lavoro che mi avrebbe appagata come tutte le mie coetanee. Mi fu risposto, invece: “Nella tua condizione dove potremmo piazzarti?”. Fu letteralmente un pugno allo stomaco – ricorda Nadia – per molto tempo ho creduto che non ci fosse posto nel mondo adatto a me, invece a distanza di anni quel posto nel mondo me lo sono creata con molta fatica e tanta buona volontà; oggi sono ufficialmente iscritta alla Camera di commercio: sono diventata una piccola imprenditrice e soprattutto grazie a quanti hanno creduto in me. Non fatevi mai fermare da quelle persone che non hanno le capacità di guardare oltre, di mettersi in gioco per trovare una soluzione adatta e adeguata ad ognuno di noi».

Certo, più facile dirlo, scriverlo, consigliarlo. Bella scoperta, non sei Nadia! Ecco perché Nadia, trentenne siciliana, la sentiamo come una di noi, anzi molto meglio. Perché quella frasaccia, quel “Dove ti piazziamo?” lo ha pronunciato uno che, in teoria, sarebbe considerato normodotato. Come detto, l’uomo poco dopo si sarà anche pentito ma è proprio dal “mea culpa” che dovremo ripartire. Da una, dieci, cento, mille Nadia, donna di carattere che si è letteralmente inventata un lavoro. Grazie Nadia, per averci impartito una grande lezione di vita.

«La nostra Africa…»

Lamine Yamal e Nico Williams, campioni d’Europa con la Spagna

Il primo di origini marocchine, l’altro ghanesi. Amano la loro nazionale, ma non dimenticano le loro radici. I tifosi ringraziano, li applaudono, li portano in trionfo. Il futuro è loro, figli di un Paese ormai diverso, multiculturale. Sono gli eroi di una favola sportiva che batte il razzismo. Valori e storie di superamento dei genitori emigrati

 

Lamine Yamal, origini marocchine; Nico Williams, origini ghanesi. Sono loro le due stelle della Spagna campione d’Europa. Tutti e due hanno compiuto gli anni durante il torneo continentale: Lamine diciassette, ancora da non crederci, considerando la classe, e Nico, ventidue, compagno di squadra decisivo come il più giovane debuttante di una competizione continentale. Per scoprire un altro predestinato, bisogna andare indietro nel tempo, superare l’Oceano e trasferirci in Brasile, patria di O’ Rey, il re, Pelè. Oppure, Argentina, dove nasce il piccolo Dieguito, per tutti Maradona.

Sono paragoni pesanti, non è il caso di mettere una pressione così elevata a quei due ragazzi spagnoli di origini africane. Di certo non si fa che parlare di loro, di quantiìo hanno fatto e concretizzato insieme a la Roja, la Rossa, così la squadra spagnola per i tifosi.

Loro, Lamine e Nico, non lo sapevano ancora che trasferendosi in Germania per l’ultimo atto della Coppa europea, avrebbero vissuto da protagonisti l’intera competizione. Come si dice, in questi casi, a suon di gol e assist (l’ultimo passaggio che mette un compagno di squadra davanti alla porta per far gol).

 

 

«UN GRAZIE INFINITO»

Dodici anni. Tanti ce ne sono voluti perché una nuova generazione, fatta di giovani certezze, più che giovani promesse, per riscrivere la storia della Roja, la Spagna, dopo la lunga stagione di trionfi firmati dall’immenso Xavi, nel Mondiale 2010 e negli Europei del 2008 e del 2012. Tre vittorie nette, senza discussione.

Oggi, alla luce del trionfo nell’Olympionstadium di Berlino, con la conquista del quarto titolo europeo, riprende quel ragionamento, nemmeno fosse l’italianissima espressione «Dove eravamo rimasti?».

Che fosse un momento favorevole alla Spagna, lo dice anche quanto accaduto lo stesso giorno, a una manciata di ore dalla finale Spagna-Inghilterra. Un trionfo dopo l’altro: la Spagna alza al cielo la Coppa continentale, nel pomeriggio Carlos Alcaraz spazza Nole Djokovic nella finale di Wimbledon (Inghilterra, destino cinico e baro), a soli 21 anni. Dopo aver vinto nella stessa stagione al Roland Garros, come aveva già fatto in passato il suo celebre connazionale Rafa Nadal, con il quale – nemmeno a farlo apposta – formerà il doppio spagnolo ai Giochi di Parigi.

Ma torniamo ai due enfant-prodige, origini marocchine e ghanesi. Trionfa la Spagna, tutti bravi, uno migliore dell’altro. Ma sono loro, i due magnifici ‘ninos’, Lamine Yamal e Nico, diventati il simbolo nazionale a soli 17 e 21 anni. Il presente – come ha scritto l’agenzia Ansa, in uno dei suoi puntuali reportage – è Rodri, il migliore giocatore del torneo, ma il futuro è loro. Dei figli di una Spagna diversa, multiculturale, gli eroi della favola sportiva che sbaraglia il razzismo.

 

 

«SCRIVIAMO LA STORIA…»

«Questa generazione può fare storia, ha davanti un percorso molto lungo – dice il tecnico De la Fuente alla tv spagnola – per l’illusione che ha suscitato la nazionale: ci siamo riusciti e si può continuare a crescere, perché questi calciatori non si stancano di migliorare e di cercare la vittoria».

Lamine, che ha battuto tutti i record come talento precoce nella nazionale spagnola, con Nico ha una forte amicizia. Con lui condivide terreno di gioco, partite alla playstation, valori e storie di superamento dei genitori emigrati dall’Africa. Una delle immagini più emozionanti è stato vederlo celebrare il titolo europeo con una bandiera blu con croce granata avvolta alla cintura, simbolo della sua Rocafonda, quartiere periferico spagnolo di Matarò che il giovane calciatore ricorda ad ogni suo gol. Come a dire, che Lamine non dimentica il suo passato. Come potrebbe, uno così giovane poi.

 

 

«…CON LA NOSTRA GENTE»

Lamine non è più un mistero. Da dove ha assorbito tanta sfacciataggine quando ha il pallone tra i piedi, gli ha chiesto la rivista sportiva Marca. «Dalla strada, dal giocare con gli amici: ecco da dove viene il guardare in una direzione e passare la palla nell’altra: è lì che si impara» .

«Non ho visto squadre migliori della Spagna – gli fa eco Nico, che rilascia una battuta a Marca – abbiamo mostrato di essere una grande squadra, coperta in tutti i ruoli; poi giocare con i migliori ti aiuta a crescere: con i miei compagni, quell’uno contro uno che è il mio punto forte, mi viene più facile perché i palloni mi arrivano sempre prima. Ecco perché, insieme, possiamo scrivere pagine entusiasmanti per la nostra gente».

Banfi colpisce ancora…

L’attore pugliese diventa testimonial di una campagna promossa dall’Arma dei carabinieri

Il Lino Nazionale conferma in pieno la sua grande umanità, mettendosi a disposizione degli anziani vittime di raggiri. Ospite della Masseria Don Cataldo insieme con Ron Moss (“Ridge” di Beautiful), durante le riprese del film “Viaggio a sorpresa” in tanti apprezzammo le sue doti di attore e di persona sensibile. Durante il lavoro, ma anche dopo i ciak, quando il regista stoppava i lavori

 

Lino Banfi è il nuovo testimonial della campagna di comunicazione promossa dall’Arma dei Carabinieri contro le truffe agli anziani. La scelta dell’attore pugliese, per tutti “Nonno Libero”, il nonno più amato d’Italia, viene motivata dall’esigenza e dal desiderio di avvicinarsi ancora di più agli anziani. Scopo principale, secondo le spiegazioni fornite dal comunicato diffuso dall’Arma dei carabinieri, trasmettere in modo immediato e allo stesso tempo efficace, consigli utili alla Terza età perché questa possa difendersi dai continui raggiri di cui, questa, è bersaglio. Specie nel periodo estivo, quando l’anziano viene isolato nel periodo delle vacanze estive. E’ proprio allora, che la gente in età diventa facilmente oggetto di raggiri da parte di malviventi senza scrupoli.

Insomma, Banfi, ottantotto anni, mai così sulla breccia, nemmeno quando era l’incontrastato re della commedia all’italiana. Tanto per intenderci, il comico pugliese è stato l’attore più ricercato da registi e produttori cinematografici nel periodo fra la stagione più bella del genere “all’italiana”, con Sordi, Gassman, Tognazzi e Manfredi su tutti, e la lunga serie di “cinepanettoni”, con Boldi e De Sica su tutti.

 

 

RE DEI BOTTEGHINI…

Banfi era l’incontrastato re dei botteghini, che recitasse da preside o professore un po’ strapazzato, ora da Gloria Guida, ora da Edwige Fenech, con le incursioni delle più belle che brave Nadia Cassini e Barbara Bouchet.

Banfi dopo aver coronato il suo sogno di attore al cinema, aveva virato alla conduzione, alle ospitate in tv, da Mediaset (contratto principesco) alla Rai, per vivere una seconda stagione di successi in qualità di protagonista di sceneggiati e film per la tv. Fra tutti, la serie di “Nonno Libero”. In realtà nata come “Un medico in famiglia”, oscurata dalla popolarità e, naturalmente, dalla bravura dell’attore che in qualche occasione non ha disdegnato di misurarsi con personaggi “seri”, qualche volta dai toni drammatici.

Banfi, e lo diciamo con un pizzico di orgoglio, abbiamo avuto modo di conoscerlo da vicino. La casa di produzione del film “Viaggio a sorpresa”, del quale il Lino Nazionale è stato protagonista insieme con Ron Moss (il Ridge di “Beautiful”), volle girare buona parte delle scene nella Masseria Don Cataldo di Martina Franca.

 

Banfi, ospite della Masseria Don Cataldo

 

MASSERIA DON CATALDO, COME A CASA…

Fu in quel periodo che apprezzammo anche le sue qualità umane, tanto da non stupirci affatto nell’apprendere che l’attore aveva dato disponibilità per realizzare una campagna pubblicitaria accanto all’Arma dei carabinieri in difesa delle fasce più deboli, nello specifico dei più anziani, molto spesso vittime di truffe e raggiri.

Nei contenuti che saranno diffusi sulle piattaforme social dell’Arma e sui media – conferma una nota dell’agenzia giornalistica Ansa – l’artista pugliese e il Comandante di stazione del quartiere in cui vive mettono in guardia gli spettatori dalle truffe. Nel corso del “botta e risposta” con il suo comandante di stazione, Banfi, con l’inconfondibile stile che lo contraddistingue, racconta di alcuni suoi conoscenti che hanno subito truffe, per poi cedere la scena al maresciallo dell’Arma che esorta il pubblico all’ascolto a prestare massima attenzione alla comunicazione ed a rivolgersi con fiducia ai carabinieri chiamando formulando il 112.

 

Masseria Don Cataldo – Una pausa delle riprese di “Viaggio a sorpresa”

 

“112” E “CARABINIERI.IT

Il contributo video si conclude con l’invito, per chi potesse farlo, avesse una certa dimestichezza con i social, a consultare il sito Carabinieri.it . Nel sito, infatti, sono illustrate le principali tipologie di truffe e come riconoscerle. Le tecniche adottate dai truffatori, infatti, per quanto subdole e fantasiose, hanno schemi ricorrenti: individuarli è il primo passo per difendersi. Un invito, perché no, anche ai parenti più stretti, nel non perdere di vista i propri congiunti che hanno superato gli “anta”. Avere un po’ di pazienza, perché tante volte l’anziano non ammette la sua vulnerabilità, tantomeno a confessare un episodio del quale è stato vittima. Parlarne, infatti, anche a cose avvenute, può evitare che altri anziani subiscano gli stessi torti allertando così le Forze dell’ordine.

Oltre a questa iniziativa, è stata realizzata una locandina che sarà affissa in tutte le caserme, nelle parrocchie e nei luoghi di ritrovo degli anziani, e un opuscolo pieghevole da distribuire ai cittadini.

«Accoglie i poveri, è più utile in Africa!»

Treviso, raccolta di firme per rimuovere don Giovanni, il parroco che ospita i senzatetto

Sembra fiction, invece è la tremenda realtà. E a promuovere la petizione sono proprio i parrocchiani che, evidentemente, hanno imparato poco dagli insegnamenti del Signore che invitava «all’accoglienza, a sfamare gli affamati, a dare da bere al viandante…». Il sacerdote prova a spiegare: «Quando ho scelto di aprire le porte della chiesa, ho chiesto se vi fossero contrarietà: una sola persona mi ha raggiunto per evidenziare le sue perplessità, ma ci siamo chiariti…»

 

Don Giovanni Kirshner, parroco della chiesa di Santa Maria del Sile (Treviso), è finito al centro di un attacco da parte di alcuni suoi parrocchiani che si sono prodigati nella raccolta di decine di firme. E, come se non bastasse, gli stessi – non contenti della prima iniziativa – si sarebbero anche presi la briga di scrivere una lettera alla Curia.  

Incredibile, ma vero, quanto sta accadendo in questi giorni in provincia di Treviso. Dei parrocchiani stanno raccogliendo firme per rimuovere il parroco, che si sarebbe macchiato del reato di “accoglienza” nei confronti di alcuni senzatetto.

Insomma, quella che i tecnici chiamerebbero «contraddizione in termini» sta riempiendo le pagine dei giornali: prima quelli locali, da “La Tribuna” a “Il Gazzettino”, fino a proseguire con quelli nazionali che non si sono fatti sfuggire l’occasione per mettere a confronto gli insegnamenti del Signore, che invitava «all’accoglienza, allo sfamare gli affamati, al dare da bere al viandante», con un atteggiamento a dir poco discutibile.

 

 

GRANDE IMBARAZZO…

Di più, a dir poco imbarazzante, a cominciare dalla stessa comunità trevigiana, che evidentemente non la pensa come quei pochi cittadini che hanno scritto al vescovo suggerendo perfino una strategia: «…trasferire il parroco in Africa, sarebbe più utile lì».

Eppure, don Giovanni Kirshner, come scrive l’agenzia Ansa, fra le prime a “battere” la notizia, è entrato nel mirino di questi parrocchiani. Il suo “peccato”, per il quale crediamo non esista assoluzione, se non altro da parte di chi prosegue nell’accanimento a suon di carta e penna, è l’aver accolto in chiesa per la notte alcuni senzatetto. Il sacerdote ora è al centro di questa petizione con la quale questi intraprendenti cittadini avrebbero chiesto al vescovo la sua rimozione.

La chiesa, Santa Maria del Sile, si trova in una frazione di Treviso, per mano del suo parroco aveva fatto questa scelta di accoglienza dopo la morte, alcune settimane fa, di uno straniero che era solito trascorrere la notte in un parcheggio pubblico.

 

 

«INTEGRAZIONE? NO, SCANDALO!»

Allo stesso sacerdote viene mossa l’accusa di «svolgere attività parrocchiali volte all’integrazione di altri migranti domiciliati un vicino dormitorio comunale». Non sia mai. Ma don Giovanni, non batte ciglio, porge l’altra guancia, spiega persino gli eventi. «Quando ho scelto di aprire le porte della chiesa – ha dichiarato il parroco all’agenzia giornalistica – ho chiesto pubblicamente durante la messa se vi fossero contrarietà: una sola persona, poi, mi ha raggiunto per evidenziare le sue perplessità, ma ci siamo chiariti».

Allora come può essere accaduto tutto questo. “Il promotore della petizione – spiega ancora don Giovanni – che conosco benissimo e abita accanto alla casa canonica, non ha mai invece ritenuto di confrontarsi con me”. Al momento nessuna replica da parte della diocesi di Treviso, che naturalmente si riserva eventuali pronunciamenti: “se – pare di capire – e quando arriveranno le firme” raccolte dal promotore. Sembrerebbe uno degli episodi della serie televisiva “Don Matteo” con Terence Hill che si confrontava con il suo vescovo interpretato da Gastone Moschin. Invece non è fiction, non è fantasia, ma la cruda realtà. Aveva ragione il grande scrittore, umorista e sceneggiatore Ennio Flaiano…

Cosa diceva? Date un’occhiata alle sue opere e ai suoi aforisimi. Ce ne sono almeno tre, quattro che calzano a pennello, ma uno su tutti, spesso utilizzato da Maurizio Costanzo nelle sue trasmissioni televisive serali.

«Come Arancia meccanica…»

L’omicidio di Thomas, un diciassettenne a Pescara, autori due quindicenni

«In concorso tra loro», svela il quotidiano Il Centro, «annientavano la vittima infliggendogli venticinque coltellate, arrecando sevizie e operando con crudeltà, mediante calci e sputi mentre era riverso sul terreno esanime». Nonna Olga: «La verità, prima o poi viene a galla». Il fratello di uno dei presunti assassini: «Se ha sbagliato dovrà pagare: chiediamo scusa alla famiglia della vittima, non si meritava questo»

 

Venticinque coltellate. Quindici dal primo, il più spietato, degno del ruolo di cattivo di un film di Sergio Leone, e che giustifica quel gesto come una esecuzione eseguita per motivi di rispetto; dieci dall’altro, l’amico, che vuole macchiarsi dello stesso delitto in una sorta macabra solidarietà. Venticinque coltellate in tutto.

Due assassini, appena quindicenni; una vittima, Christopher Thomas Luciani, un diciassettenne, ucciso domenica pomeriggio in un modo così violento, sullo stile di Arancia meccanica, il capolavoro di Stanley Kubrik per intenderci.  Lo scenario, un parco del centro di Pescara, in Abruzzo, una regione martoriata dal terremoto del 2009, ma sostanzialmente mite, mai scossa da una cronaca nera così cruenta.

Non accade sempre in estate, ma la stagione calda, evidentemente, indica un indirizzo ai fatti di cronaca, molti dei quali rimasti impressi nella memoria collettiva. Simonetta Cesaroni, ammazzata a Roma, una storia di inaudita violenza, era il ’90; Pietro Maso che, a Montecchia di Crosara (Verona), con l’aiuto di tre amici infierisce sui suoi due genitori per entrare in possesso dell’eredità per spassarsela subito; Olindo e Rosa, che ad Erba (Como) uccisero a colpi di coltello e spranga quattro vicini, risparmiandone un quinto, pensando fosse morto; Sabrina e Cosima Misseri che soffocarono la povera Sarah Scazzi ad Avetrana (Taranto). Per non parlare del delitto di Cogne, con tanto di plastico esibito da Bruno Vespa nel suo Porta a porta: mamma Annamaria che in impeto di rabbia si scaglia contro il piccolo Samuele.

 

 

MINORENNE, UCCISO DA COETANEI

Un omicidio su un minorenne commesso da due suoi coetanei. A causa di un debito di duecentocinquanta euro accumulato per droga. Ma non è finita. Emergono, infatti, nuovi dettagli sul delitto. Come gli sputi sulla vittima agonizzante. Addirittura una sigaretta spenta sul suo volto. Per poi dileguarsi dal luogo dell’omicidio e andare al mare, ricordando la bravata con battute macabre su come avevano annientato il loro coetaneo.

I primi dettagli li riporta il quotidiano abruzzese “Il Centro”. Il cronista riporta stralci del decreto di fermo: i due quindicenni «in concorso tra loro, uccidevano Christopher Thomas Luciani con 25 coltellate, arrecando sevizie e operando con crudeltà, mediante calci e sputi mentre era riverso sul terreno esanime». Le deduzioni alle quali la stampa e l’agenzia Ansa, puntuale, fanno riferimento, scaturisce dallo stesso decreto nel quale si legge: «Quanto emerge è l’assenza di empatia emotiva con un fatto di tale inaudita efferatezza, tale da inveire sul cadavere, recandosi presso lo stabilimento balneare per fare il bagno al mare, senza chiamare soccorsi o denunciare il fatto alle autorità, anzi chiacchierare con macabra ironia sul fatto appena avvenuto».

 

UN TESTIMONE LI INCHIODA

C’è un testimone che vuota subito il sacco. «“Stai zitto!”, dicevano a Thomas: ero allibito, volevo fermarli ma non sapevo come fare; sembrava che non ci stessero più con la testa; ma, nonostante quanto accaduto, siamo andati al mare a fare il bagno».

Secondo la ricostruzione questo gruppo di amici si era dato appuntamento in stazione, a Pescara, prima di trasferirsi al Parco Baden Powell. Uno dei due ragazzi indagati era già in possesso del coltello. Storia fra piccoli spacciatori, ingigantita da esempi presi a casaccio, un po’ dalla cronaca, un po’ dalla tv e, infine, dalle storie che circolano sui social, dove tutti diventano più forti e invincibili. Perché il pc, che di danni ne compie decine al giorno, è capace di rendere un qualsiasi miserabile, un eroe, applaudito – in senso virtuale – da altri fenomeni da tastiera. Quelli che il grande Umberto Eco definiva «…gli scemi del villaggio globale, gente che nemmeno al bar dello sport verrebbe considerata».

 

 

NONNA OLGA, LA DISPERAZIONE

Infine, Olga, la nonna di Thomas, che quel ragazzo un po’ sopra le righe, ma sostanzialmente in media con molti dei suoi amici. «Dove scappate, tanto la verità, prima o poi viene a galla». Lo dice, senza giri di parole al TG regionale dell’Abruzzo. «Non si può uccidere uno così: mingherlino, piccolo, un ragazzo d’oro; nella testa i grilli che hanno tanti ragazzi della sua età: non era un drogato; aveva tre anni e mezzo quando l’ho preso; l’ho cresciuto io, sono stata la mamma».

Cosa dicono le famiglie dei presunti assassini. Una dichiarazione, fra le altre, del fratello di uno dei due. «Se ha sbagliato dovrà pagare: chiediamo scusa alla famiglia di Thomas e promettiamo che, se vorrà, gli staremo vicini: non si meritavano assolutamente questo; ho pianto un sacco per Thomas: mi spiace non ci sia più; quanto a mio fratello, paghi il giusto per quello che ha fatto: ha bisogno di fare gli anni negli istituti dove può essere aiutato, non chiediamo sconti, crediamo nella giustizia».

Dopo l’estate, come tutti i gialli da audience, aspettiamoci non uno, ma più “speciali” di Porta a porta. Bruno Vespa, un “piatto” così ricco non se lo lascia sfuggire.