«Beniamino, libero e innocente!»

Scagionato dopo trentatré anni l’allevatore sardo

Estraneo ai fatti, qualcuno aveva intossicato le indagini. Dopo tantissimi anni, chi aveva rivolto l’accusa, ha ritrattato. Centrale la figura del suo difensore e dei suoi consulenti. «Nessuno potrà restituirmi quello che ho perso in tutti questi anni, a partire da una famiglia: non sento rabbia, ma ora voglio riposarmi mentalmente…»

 

Beniamino Zuncheddu, sardo, pastore all’epoca dei fatti, cinquantanove anni, più della metà dei quali trascorsi in carcere. Il suo, è il più lungo errore giudiziario della storia della Repubblica italiana. Trentadue anni recluso ingiustamente. Lo ha stabilito la Corte d’Assise d’Appello di Roma. Beniamino è stato assolto nel processo di revisione per la strage di Sinnai, in Sardegna, in cui furono uccisi tre pastori. Alla fine di novembre, per lui era arrivata la prima bella notizia: poteva uscire dal carcere, sull’istanza di libertà condizionale inoltrata dal suo avvocato, Mauro Trogu. Ma, da oggi, Zuncheddu non solo è un uomo libero, ma è anche ufficialmente innocente.

Ad accusare l’ex pastore, era stata la testimonianza dell’unico sopravvissuto all’agguato: Luigi Pinna. Proprio Pinna, dopo circa trentatré anni, roso dai morsi della coscienza aveva rivelato presunte pressioni ricevute nell’indicare l’allevatore – ventisette anni all’epoca dei fatti – come colpevole del triplice omicidio. Queste pressioni sarebbero state esercitate da una terza persona, protagonista della vicenda: Mario Uda, ex ispettore di polizia, che invece aveva manifestato la sua estraneità circa l’esito delle indagini.

 

 

ESTRANEO AI FATTI

Zuncheddu, estraneo ai fatti, purtroppo era stato condannato all’ergastolo. Solo grazie alla decisione dei giudici, che hanno accolto la richiesta di sospensione della pena, l’uomo è uscito dal carcere per tornare, finalmente, un uomo libero. Ci sono voluti trentatré anni per stabilire la verità, dopo che nel gennaio del ’91 era finito in manette con l’accusa (e la successiva condanna) di triplice omicidio.

«Nessuno potrà restituirmi quello che ho perso in tutti questi anni, a partire da una famiglia: non sento rabbia, perché credo siano state vittime anche quelle persone che mi hanno accusato: non per colpa loro, ma di un poliziotto che ha esercitato “ingiustizia” e non quella giustizia che ognuno di noi invoca».

«Avrei voluto costruire qualcosa – prosegue Zuncheddu – essere un libero cittadino come tutti: trent’anni fa ero giovane, oggi, purtroppo, sono vecchio, un uomo segnato da un grave dolore, che ha convissuto con il tormento dell’innocenza e a cui pochi, negli anni, avevano creduto: mi sento derubato del bene più prezioso, trentatré anni di vita; non scrivete “trent’anni”, per arrotondare la cifra: ho sofferto per trentatré lunghi anni, giorno dopo giorno: qualcuno mi ha sussurrato che almeno ho potuto sentire la Corte rimettermi in libertà: e se questa sentenza non fosse mai arrivata, nonostante la mia innocenza? E se non ce l’avessi fatta e per il dolore non fossi sopravvissuto a a quei trent’anni di supplizio? Cosa farò adesso: la prima cosa a cui penso, è il massimo riposo mentale, non penso ad altro».

 

 

«UOMO STRAORDINARIO», DICE IL LEGALE

«Beniamino, una persona straordinaria, non meritava quanto subìto – dichiara l’avvocato Mauro Trogu, difensore di Zuncheddu – insieme con i consulenti, che mi hanno sostenuto in questa battaglia, ci siamo convinti nell’intimo dell’innocenza di Beniamino: le carte parlavano di prove a carico del mio assistito assolutamente contraddittorie; le indagini difensive hanno dimostrato la falsità di quelle prove a suo carico, restavano pertanto solo quelle a suo discarico: abbiamo conosciuto Beniamino, persona incredibile, tanto che mi auguro a chi abbia anche un minimo dubbio sulla sua innocenza, possa prendersi un caffè insieme al sottoscritto che sarà felice di sciogliere anche quest’ultimo dubbio».

Un plauso, dunque, alla difesa di Zuncheddu, all’avvocato Mario Trogu, che ha dimostrato la totale estraneità del suo assistito ai fatti del ’91, facendo del povero Beniamino – come si diceva – non solo è un uomo libero, ma ufficialmente anche un uomo innocente.

«MArTA, fascino enome»

Stella Falzone, nuova direttrice del Museo archeologico di Taranto

«Avevo visitato la città in veste di turista. Ammiro il mare, ho conosciuto la cordialità dei tarantini, visitato l’intero edificio che ospita collezioni di una bellezza senza pari. Affascinata dalla gentilezza, dalla preparazione del personale, ma soprattutto dalla storia e dall’enorme potenziale che il Museo ha ancora da esprimere»

 

«Ringrazio il Ministro Sangiuliano e il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, per l’incarico prestigioso che mi hanno conferito. Un incarico che intendo onorare dando fondo alle mie capacità e alle energie che non mancherò di impegnare per proseguire nel dare al MArTA quel posto di primo piano che gli spetta».

Stella Falzone, nuova direttrice del museo archeologico nazionale MArTA di Taranto, scelta nel dicembre scorso da Osanna, direttore generale Musei Italiani, rilascia una prima dichiarazione durante l’affollata Conferenza stampa di presentazione svoltasi nella Sala incontri a pian terreno, con ingresso da corso Umberto. Per la città di Taranto è un momento importante, considerando il Museo Archeologico Nazionale, il principale attrattore culturale della città.

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

FARO’ TESORO DI UN…TESORO

Stella Falzone succede ad Eva degl’Innocenti, nuova direttrice dei musei comunali di Bologna. «Nello svolgimento del mio lavoro – ha proseguito la neodirettrice – farò tesoro delle attività di chi mi ha preceduta. A chi mi chiede come potrebbe essere il “mio” MArTA, rispondo che immagino un Museo come perno di una comunità educante e dinamica, uno spazio inclusivo che apra le porte alla città e al territorio, che persegua una comunione di intenti fondata su un principio condiviso: la cura di un enorme patrimonio che proviene dal nostro passato, che va attualizzato, valorizzato, diffuso».

Non solo un impegno, ma una sfida, quella della direttrice. «Il museo deve essere capace di comunicare con tutte le generazioni e con tutti i target di pubblico, e nel contempo rilanciare la centralità del proprio ruolo scientifico: come Istituto autonomo all’interno del Sistema museale nazionale, il MArTA si farà promotore di nuovi progetti di ricerca in collaborazione con enti, musei e università, italiani e internazionali, che potranno costituire un volano di sviluppo per la città di Taranto. Auspico, pertanto, che il Museo Archeologico Nazionale nel prossimo futuro, possa attivare quella pratica trasformativa partendo dalla valorizzazione di un patrimonio esistente per farne punto di forza propulsiva per l’intero territorio».

 

 

CHI E’ LA NEODIRETTRICE

Prestigioso il suo curriculum. Archeologa romana, ora alla direzione dei uno dei più prestigiosi Musei italiani, Stella Falzone è già stata guida di importanti progetti internazionali di valorizzazione, coordinando – fra l’altro – un team all’interno del progetto “Capacity & Capability building per i luoghi della cultura” della Direzione Generale Musei del MIC. Staff scientist dell’Accademia delle Scienze di Vienna e professore a contratto presso l’Università La Sapienza di Roma, Stella Falzone, lo scorso dicembre, è stata scelta dal Direttore generale Musei Italiani, Osanna, tra una terna di candidati autorevoli risultati finalisti della lunga fase di selezione pubblica internazionale che ha riguardato alcuni musei autonomi nazionali.

Taranto ha subito affascinato la neodirettrice. «La scorsa estate ho nuovamente visitato la città per preparare al meglio la mia candidatura: in veste di turista sono arrivata in città, ho ammirato il suo mare, elemento che si percepisce ovunque, ho conosciuto la cordialità dei tarantini, per visitare, infine, il Museo, letteralmente estasiata dalle collezioni, dalla gentilezza, dalla preparazione del personale, ma soprattutto dalla storia e dall’enorme potenziale che il Museo ha ancora da esprimere».

Davide e Manuel, cuore di Puglia

Tarantini, titolari di “Casa nostra”, ristorante tradizionale nel centro di Amsterdam

«Quattordici anni fa ci siamo posti la domanda classica: cosa fare da grandi. Partiti per la capitale dell’Olanda. Una volta lì, l’idea, trasformare quell’esercizio in un’attività di ristorazione». Orecchiette, cozze, con cavatelli o fagioli, cacio ricotta, cime di rapa, parmigiana, fave e cicoria…

 

Orecchiette, cavatelli con le cozze, cacio ricotta, cime di rapa, cozze e fagioli, parmigiana, fave e cicoria. E ancora, pasticciotti, caffè Quarta da Lecce, ceramiche di Grottaglie e prodotti che arrivano per buona parte dalla Puglia. Ovunque illustrazioni, foto e video che raccontano una buona parte della nostra Puglia. E’ l’introduzione di una storia a lieto fine, scritta da due nostri ragazzi, partiti per Amsterdam e oggi titolari di “Casa nostra”, un’attività di ristorazione nella quale servono in buona parte specialità “della casa”, la Puglia, appunto.

Tutto nasce da una decisione radicale. Non è il caso di attendere altro tempo. «Quattordici anni fa l’addio alla nostra città, che amiamo, ma che rischiava di avvitarsi sempre più su se stessa senza promettere qualcosa di buono per le ultime generazioni». Davide De Biaso e Manuel Trivisani, due cognomi non molto diffusi dalle nostre parti, oggi trentacinque e trentanove anni, decidono di partire. Non tanto all’avventura, ma affascinati da una città, Amsterdam, una delle capitali europee più amate dai ragazzi. «Lasciamo a malincuore la nostra città, quella bomboniera di Città vecchia, così piena di fascino, ma che allora non offriva gli incoraggiamenti di carattere economico di questi ultimi anni». Così Davide e Manuel vanno via. Non con una valigia di cartone, ma con dentro i bagagli una certa esperienza accumulata fra i vicoli, dove ogni anno equivale ad almeno due, come fosse una università degli studi, ma soprattutto quella voglia di sfondare.

 

 

COME A “CASA NOSTRA”

Cos’hanno a buon mercato i due tarantini?  «Un know-how che nessuno ha dalle parti della capitale olandese: ma andiamo per gradi…». I due ragazzi raccontano la loro storia a un po’ di organi di informazione. La Gazzetta del mezzogiorno, in un articolo a firma di Fabiana Pacella, entra nelle pieghe di una storia così suggestiva quanto interessante sui due ex ragazzi, oggi imprenditori avveduti. L’occasione sono i dieci anni che la loro attività di ristorazione, “Casa nostra”, compie in questi giorni. Non solo i due imprenditori meritano l’attenzione del quotidiano pugliese più autorevole, ma anche uno spazio che faccia di loro un esempio su come si possa realizzare un sogno. Non un incoraggiamento a lasciare la propria terra in cerca, si diceva, di avventura, ma di come non ci debba mai dare per vinti perché la soluzione potrebbe essere dietro l’angolo. Dunque, coraggio e via, con una sbirciatina “dietro l’angolo”, come tanti anni fa domandava Maurizio Costanzo in uno dei tanti suoi talk-show.  

Ma cosa c’era dietro l’angolo per i nostri due giovani imprenditori. «Agli inizi non è stato facile, tutt’altro: eravamo arrivati ad Amsterdam dalla terra del sole, del mare: in un Paese, l’Olanda, nel quale, francamente, il sole latita un po’. Non era semplice affrontare un mondo nuovo, ma le occasioni – ci dicevamo – sembrava fossero alla nostra portata. In tasca i classici “quattro soldi”, ma tanta voglia di realizzare un sogno, fare qualcosa di cui i nostri amici e parenti rimasti in Puglia, diventassero orgogliosi. La prima attività nella quale ci siamo impegnati: un coffee shop, un bar moderno nel quale trovavi non solo la colazione del mattino, il thè del pomeriggio, ma altre tentazioni…».

 

 

DA COFFEE-SHOP A RISTORANTE

«Succede che quel coffee-shop pesa più del previsto al titolare, che non trova di meglio che affidarcelo. Non ci sembra vero, dopo quattro anni di Amsterdam entravamo in affari dalla porta principale. Ovviamente spettava a noi farci venire un’idea che ribaltasse quel locale, da un semplice esercizio a un’attività di ristorazione. Ed ecco l’idea: riprenderci le nostre radici radici: avevamo sempre cucinato per gli amici, quando eravamo a casa, a Taranto. Perché non ripartire proprio dai “fornelli”?».

Poi l’affetto dei genitori, una careggia sicura, che funziona più di un incoraggiamento o di un “vaglia postale” (come usava un tempo…). «I nostri genitori sono venuti a trovarci, a darci una mano per avviare l’attività con noi: una mano dal punto di vista economico, perché serviva anche un piccolo investimento all’inizio, ma anche fisico e pratico, considerando che la loro presenza ci dava serenità, oltre che incoraggiarci e moltiplicare le forze: abbiamo rinnovato il locale, riempito con gli oggetti che ci ha dato nonno Erminio. “Casa Nostra” doveva rappresentare le nostre radici, i nostri affetti, la nostra terra. Così è stato…».

«Ma quale calcio…»

Amedeo Poletti, ventuno anni, dice addio a un primo sogno

Allievo nelle giovanili della Juventus, firma con l’Albinoleffe, che lascia subito dopo. «Da un anno e mezzo lavoravo su due aziende di consulenza con le quali ho già guadagnato due milioni». Si è trasferito a Dubai, lì segue i suoi staff e aziende che si fidano ciecamente delle sue strategie

 

Un tempo, quando si era piccoli, alla domanda «Cosa ti piacerebbe fare da grande?», la risposta il più delle volte era «fare l’astronauta». Oggi, fra i giovanissimi, il sogno è «diventare un calciatore». Ci sono scuole-calcio e genitori impazziti aggrappati alle reti che recintano i campetti. Sognano anche loro con i figli. Un ingaggio generoso, ci fossero le qualità, metterebbe al sicuro un’intera famiglia.

Ma non è sempre così. Il segno dei tempi è un altro. La notizia, infatti, che in questi giorni fa scalpore e scorre sul web, a una velocità sorprendente, è che un giovane calciatore, appena ventuno anni, lascia il calcio per darsi all’impresa. E’ Amedeo Poletti, fino a giorni fa calciatore dell’Albinoleffe e, oggi, imprenditore milionario con due aziende. Parliamo di serie C, categoria che è l’incubazione alle serie più importanti, come la B e la A, ma la storia di Amedeo ci riporta alla mente quella di Antonio Percassi, oggi presidente dell’Atalanta. Percassi, cento partite in serie A, decise di lasciare il calcio professionistico a soli venticinque anni per dedicarsi all’attività di imprenditore. Oggi è uno degli uomini più ricchi d’Italia e il suo patrimonio è stimato intorno al miliardo di dollari.

 

 

AMEDEO CAMBIA STRATEGIA

Ma torniamo ad Amedeo che, in breve, ha cambiato passo alla propria vita. Studiando e investendo in due aziende che oggi fatturano due milioni di euro. E non solo, Amedeo, felice, aggiunge anche: «Non sarei mai stato felice, nemmeno in Serie A».

Così, Amedeo, si trasferisce a Dubai. Per seguire da vicino alcune aziende di consulenza e software da lui stesso ideate e che lo stanno rendendo tra i più giovani e ricchi imprenditori.

Cresciuto nelle giovanili della Juventus, Poletti aveva iniziato la trafila nelle serie minori, fino alla serie C, con l’Albinoleffe prima di prendere una decisione importante che avrebbe lasciato perplessi in molti: lasciare il calcio a ventuno anni, quando l’attività calcistica ha inizio e non finisce.

Ad essere messo al corrente del suo proposito, l’Albinoleffe, messo al corrente di quanto coltivava da tempo. «Il mio club ha sempre saputo cosa facessi fuori dal campo: eravamo in perfetto accordo, che se il calcio per me fosse diventato solo un passatempo, glielo avrei fatto sapere, senza lasciare che venissero a saperlo dopo, e così è stato».

 

 

«MI DISPIACE, DEVO ANDARE…»

«Il calcio per me – ha confermato Amedeo al “Corriere della Sera” – è sempre stata una fortissima passione che, però, è svanita nel momento in cui è diventata lavoro. Per me la libertà di tempo e luogo valeva più di queste emozioni; un calciatore, per quanto ben pagato, resta un dipendente che deve rispettare orari e appuntamenti, con allenamenti, ritiri, partite. Così, alla fine, mi sono chiesto: “Ma se arrivassi in serie A e guadagnassi tutti quei soldi, sarei felice?”. Non sarei stato felice. In tanti continuano a giocare perché non hanno un’alternativa, io me la sono costruita».

Quello che, ormai, è un ex calciatore, al momento è in Brasile in vacanza, ma ha fatto già sapere quello che sarà il suo futuro. Amedeo Poletti gestisce già due aziende, una di consulenze con sede a Milano e un’altra di trading online a Dubai, dove, si diceva, a breve si trasferirà, e il fatturato non gli fa rimpiangere il calcio: le due attività, infatti, con la prima nata da un anno e la seconda da sei mesi, fatturano un milione a testa.

«La mia passione è creare realtà che possono risolvere problemi alle persone tramite un software, un algoritmo o qualunque altro tipo di servizio: ho consulenti e programmatori, io sto più dietro le quinte e mi concentro sulla parte strategica. E’ da un anno e mezzo che mi sto focalizzando sulla finanza perché è un mercato liquido dove ci sono tante opportunità».

Concetta, l’anno che non vedrà

Uccisa a Capodanno da un colpo di pistola

Sarebbe stato un suo stesso nipote a premere il grilletto. Botti di fine anno e città con altri episodi simili, che non hanno insegnato nulla

 

Ma è ancora normale far passare per tollerabile l’eccesso di un altro Capodanno accolto con fuochi d’artificio? La concessione di un’ora di follia all’anno, estesa a tutti, grandi e piccoli, ricchi e poveri, gente all’apparenza normale, addirittura “onorevole”, fino a poveracci e mentecatti. Tutti in quel range, il 31 dicembre – dalla mezz’ora prima alla mezz’ora dopo la mezzanotte – si sentono autorizzati a fare qualcosa che normalmente non penserebbe mai di compiere. Come sfasciare qualsiasi cosa; lanciare dal balcone, fantozzianamente, cucine per schiantare un’auto sottostante; contrario ai botti, per una volta c’è chi si concede una santa Barbara; ribaltare un’auto per puro divertimento; farsi un selfie sotto una galleria di fuochi e petardi che mettono a rischio l’udito. Maledetti social.

Già questo basterebbe e avanzerebbe per mettere fine al concetto di “Capodanno all’italiana”. Non c’è altro Paese civile nel quale si celebra in questo modo l’uscita di scena del vecchio anno e l’ingresso del nuovo. Ma in Italia, Paese che non conosce limiti e concessioni, ogni anno si festeggiano insieme l’ingresso del nuovo anno e l’imbecillità del genere umano, italico sarebbe forse meglio scrivere.

 

 

BOTTI COSI’ NECESSARI?

Se proibire fuochi e festeggiamenti così esagerati significa salvare anche una sola vita, ma anche un arto, tre dita, due mani, allora cosa aspettiamo. Facciamo in modo che questo non accada più. Leggi severe, controlli all’origine e, pazienza, se il business di fine anno fa campare centinaia di napoletani che a Capodanno si riempiono le tasche. Lavorassero tutto l’anno, piuttosto di ridurre il proprio guadagno a un solo giorno, a poche ore.

Invece: “Come Beirut” titolano i giornali il giorno dopo. Così, episodi violenti, ferimenti gravi e un omicidio. Perché anche questo è un rituale. Accendere la tv, al primo tg nazionale alzare il volume per ascoltare il bollettino di guerra.

Un omicidio. Sì, un altro. E’ successo che nella provincia di Napoli, Afragola, un’anima innocente, Concetta Russo, sia morta per mano della follia criminale di chi festeggia l’ingresso del nuovo anno a colpi di pistola. Si spara all’impazzata, sul balcone, da una finestra, dalla strada, perfino in casa, fra quelle quattro mura domestiche. E che in casa siano decine le persone, chi se ne frega. Uno spara, ammazza e poi si pente: “Non l’ho fatto apposta!”. Due volte criminale.  Ad Afragola quel gioco è diventato un dramma, una sciagura. In un ottimo resoconto per La Stampa, Manuela Galletta scrive di “proiettili schizzati in aria” che disegnano traiettorie conosciute e talvolta drammatiche.

 

 

CONCETTA, LASCIA DUE FIGLI

Concetta aveva cinquantacinque anni, è morta al “Cardarelli” di Napoli a causa delle ferite riportate alla testa. Un’altra donna, residente nel quartiere napoletano di Forcella, è stata ricoverata per la ferita d’arma da fuoco rimediata mentre era sul ballatoio della propria abitazione. Due storie di sangue e morte figlie di una sciagurata e criminale usanza.

Concetta, sposata e madre di due figli, è stata raggiunta da un proiettile vagante così da trasformare la festa in tragedia. I carabinieri hanno subito ascoltato ascoltate le persone presenti in casa, circa una decina. Sono in corso anche i rilievi balistici, necessari a definire la provenienza del colpo di pistola. Nessuna pista, in queste fasi iniziali, è ovviamente esclusa ma l’ipotesi più accredita è quella di un incidente maturato all’interno della stessa abitazione dove Concetta era ospite. Nativa di Napoli, la donna si era trasferita a Pantigliate, in provincia di Milano. Era giunta ad Afragola in vacanza per festeggiare con i parenti l’ingresso di un 2024 che non vedrà mai.

Avrebbe già un nome la persona che avrebbe sparato il colpo di pistola fatale. Secondo i carabinieri sarebbe Gaetano Santaniello, quarantasei anni, nipote della vittima. L’uomo, secondo NapoliToday, è stato fermato a Casoria, indiziato di omicidio colposo, porto abusivo di arma in luogo pubblico e ricettazione.

 

 

STRAGE SENZA FINE

L’episodio che ha visto vittima la povera Concetta Russo, come ricorda Manuela Galletta sulla Stampa, riconducono storie simili, ma con la tragica, identica fine. Come quella di Giuseppe Veropalumbo, trent’anni, carrozziere, fulminato da un proiettile vagante esploso durante i festeggiamenti del Capodanno del 2008. Giuseppe era in casa, a Torre Annunziata, con la moglie e i parenti quando un proiettile, partito dall’esterno finì proprio in quell’appartamento, centrandolo senza dargli scampo. Un omicidio che non ha ancora un responsabile, nonostante la procura della Repubblica di Torre Annunziata abbia per anni condotto le indagini su quel drammatico evento.

E’ il 2009, l’anno successivo, altro omicidio, altra bravata. Quel Capodanno registra la morte di Nicola Sarpa, venticinque anni. Il giovane si era affacciato al balcone di casa, ai Quartieri Spagnoli, per richiamare il fratellino più piccolino che era sceso in strada a festeggiare, quando dalla pubblica via partì un colpo di pistola che freddò Nicola. Stavolta le indagini riuscirono a individuare il responsabile, una donna: a sparare, infatti, fu la figlia dell’allora boss Salvatore Terracciano, Manuela, che è stata condannata in via definitiva.

Storie che, evidentemente, non hanno insegnato granché.

Medici in prima linea

Specialisti pugliesi fanno volontariato in Benin

«L’Africa mi ha insegnato la pazienza e mi ha permesso di dare un valore al tempo», dice la ginecologa Mariarosa Giangrande. Una grande esperienza alla quale hanno dato piena adesione persone alle quali va tutta la nostra ammirazione. Fra i promotori della onlus “Volontaria//mente”, il Distretto Rotary 2120 con Eliana Centrone e Giovanni Tiravanti

 

Rinunciano a Natale, Pasqua e Ferragosto, alle ferie, ma anche a riposi e permessi, con il solo scopo di curare quanti hanno bisogno di assistenza medica. Sono i medici pugliesi che hanno l’Africa nel cuore, in particolare il Benin, stato africano ai confini con Togo, Niger, Burkina Faso e Nigeria.

E’ una grande esperienza di volontariato alla quale ha dato piena adesione, un gruppo di medici ai quali va tutta la nostra ammirazione: Mariarosa Giangrande, ginecologa del presidio ospedaliero “San Giacomo” di Monopoli; Gaetano Logrieco, chirurgo del “Miulli” di Acquaviva delle Fonti; Luigi Ceci, patologo del “Bonomo” di Andria; Chiara Marini, odontoiatra, e Sabino Montenero, medico urgentista del “Monsignor Dimiccoli” di Barletta. E’ un’attività che questi ed altri medici hanno svolto con grandi risultati medici e non solo, che si riverbererà all’inizio del prossimo anno con un’altra missione che osserveremo con grande orgoglio, proprio perché parte da una Puglia che ha manifestato sempre massima attenzione all’accoglienza e al rispetto dei migranti e del popolo africano.

 

 

«TORNIAMO A FINE GENNAIO»

«A fine gennaio torneremo nel Benin – racconta la ginecologa Giangrande, fra i promotoridella onlus “Volontaria//mente”, a Gianpaolo Balsamo, che firma un servizio per la Gazzetta del Mezzogiorno – dove c’è ancora tanto da capire». Fu il Distretto Rotary 2120, anni fa, che con Eliana Centrone e Giovanni Tiravanti mise le basi per il progetto “Acqua sana per l’Africa”, impegno che permise concretamente alla costruzione nella laguna di Cotonou (Benin) di una rete idrico-fognaria con sistema di depurazione e distribuzione dell’acqua resa potabile grazie al trattamento.

«Abbiamo voluto l’Africa, dove ogni volta sembra di fare un salto indietro di decenni – riprende la ginecologa – consapevoli di essere ospiti, tanto che il nostro approccio con gli abitanti del posto è sempre umile e rispettoso: la nostra associazione opera esclusivamente per fini umanitari e di solidarietà sociale, con prestazione di servizi di volontariato in campo medico, igienico-sanitario, dell’alimentazione, dell’istruzione e dell’ambiente».

 

 

OSPEDALE “LA CROIX”

Il lavoro squisitamente sanitario, spiega il medico alla “Gazzetta”, è quello principale. Viene svolto nell’ospedale “La Croix”, che resta il posto in cui i medici pugliesi passano la maggior parte del tempo per svolgere la loro missione. È un ospedale che i medici vedono crescere giorno dopo giorno: basti pensare che nel poco meno di venti anni fa non aveva ecografi, mentre oggi è dotato di un servizio radiologico eccellente con tanto di Tac; e poi, un reparto di ostetricia e ginecologia, un reparto di chirurgia, che grazie all’impegno di “Volontaria//mente” tre anni fa è stata avviata la laparoscopia.

«Fondamentale per la crescita della struttura – prosegue la Giangrande – è stato Marius Yabi, prete camilliano beninese, che ha conseguito laurea e specializzazione in chirurgia in Italia, seguito e accompagnato sempre dai volontari italiani; oggi è a nord del Benin, in servizio in un piccolo Centro sanitario dove, insieme, faremo il possibile per aiutare medico e luogo a crescere».

«L’Africa mi ha insegnato la pazienza e mi ha permesso di dare un valore al tempo», conclude la ginecologa Mariarosa Giangrande, alla quale è stata assegnata la cittadinanza onoraria di Adjohoun, città del Benin.

«Questo non lo faccio!»

Khira, chiede rispetto, anche a costo di essere licenziata

Assunta da un’azienda con altre mansioni, si rifiuta di lavare i vetri. «Il mio ruolo doveva essere un altro; nel colloquio di lavoro non avevamo mai fatto cenno a certe modalità: avrei respinto, ho seri problemi alla schiena». Il suo video su Tik Tok conta un milione di follower. Commenti contrastanti: chi è dalla sua, chi le dice che avrebbe dovuto sorvolare, perfino chi le ha dato dell’«esagerata»

 

Se tutti facessero come Kisha, la coraggiosa ragazza che si è rifiutata di svolgere un lavoro che non le competeva, registreremmo un grande effetto domino del quale si gioverebbero tutti. Perfino la stessa protagonista della nostra storia, che assunta con mansioni evidentemente diverse, si è vista fare una richiesta della quale non si era nemmeno fatto cenno nel colloquio di lavoro.

Prendiamo spunto dai social sui quali la stessa Kisha ha lanciato il suo messaggio (un milione di visualizzazioni!) per il quale ha registrato la solidarietà di noi tutti. Ma anche di uno dei quotidiani, Il Mattino, che si è sempre schierato dalla parte dei più deboli, a maggior ragione quando nell’occhio del ciclone ci finiscono i neri, gli immigrati, verso i quali presunti datori di lavoro pensano di poter avanzare qualsiasi tipo di richiesta per pochi soldi.

 

 

UN MILIONE DI VISUALIZZAZIONI

«Oggi sono venuta al lavoro – racconta Kisha – e, insomma, il manager entra, guarda le finestre, le porte, i vetri, e mi fa: “Vai a prendere spray, pannocarta e pulisci tutto!”». Questo il suo esordio in quella confessione-social che in molti hanno condiviso e sostenuto, complimentandosi con la ragazza per la risposta data al suo interlocutore. E riconoscendole anche il coraggio manifestato nella circostanza. I sindacati dovrebbero indignarsi. Intanto non assistere solo gli iscritti, ma intervenendo e facendo opera di convincimento con titolari e sottoposti, in questo caso manager o presunti tali, per far comprendere a questi che un lavoratore non può essere sfruttato.

Kisha, si diceva, ha condiviso la propria esperienza tramite un video pubblicato sul suo account TikTok e in poco tempo ha raggiunto il milione di visualizzazioni. Sul Mattino, la giornalista Hylia Rossi compie un focus sulle migliaia di commenti a proposito delle mansioni a lavoro e su quanto sia giusto fare più di ciò che è indicato dal proprio contratto e dal ruolo che si è accettato.

 

 

SCHIENA DRITTA

Alla richiesta del responsabile del personale, che lei indica come manager, e che le chiede di lavorare di gomito, darsi una mossa e pulire i vetri, Kisha mantiene la sua legittima posizione. Così risponde: «In che senso pulire i vetri? Non è tra le mansioni del mio lavoro: non lo faccio, questo è compito di Jeremiah, un collega, non il mio, poi ho problemi con la schiena…».

Insomma, prima di inviare un curriculum a un’azienda è bene informarsi sul tipo di lavoro offerto, magari entrando nei dettagli anche a costo di sembrare troppo pignoli. Una puntuale descrizione curriculare, è bene saperlo, include le diverse mansioni che saranno svolte in caso di assunzione. Perché si segnala anche questa modalità: perché capita spesso che queste liste non siano complete e venga richiesto al lavoratore di fare qualcosa di cui (non volendo?) non si faceva menzione.

 

 

OPINIONI A CONFRONTO

Come è andata a finire prima dell’allontanamento di Kisha dal posto di lavoro. Dopo un nuovo, secco rifiuto, il responsabile ha chiamato una seconda dipendente che, alla fine, si è diretta verso la vetrata da pulire (documentato nel video) e ha completato l’opera.

Delle migliaia di interventi registrati da video, tre scuole di pensiero. La prima: «Hai fatto bene, con il tuo comportamento hai tutelato chi ti succederà». La seconda: «Era proprio il caso? Con la mancanza di lavoro che circola, dovevi abbozzare». La terza, che ovviamente, non condividiamo, ma vale la pena riportare anche un coro stonato: «Hai esagerato e meritato il licenziamento».

Come anticipato, invece, il sacrificio di Khira servirà a chi, nero o bianco che sia, a farsi rispettare più di quanto non facciano datori di lavoro, capi del personale, responsabili aziendali. 

«Palazzina Laf, per non dimenticare»

Michele Riondino, attore, sceneggiatore e regista spiega il film

«Politico, ideologico e di parte, per raccontare una storia che non molti conoscevano», dice il protagonista. «Per me è stata come una chiamata alle armi», ha aggiunto l’attrice Vanessa Scalera, brindisina che già conosceva l’intera vicenda. Tutto nasce nel ’97, quando impiegati vengono retrocessi al ruolo di operai. Gli intolleranti finivano in un immobile, “condannati” a non far nulla. Fra gli interpreti anche Elio Germano

 

“Palazzina Laf”, acronimo di Laminatoio a freddo, è il titolo del film scritto dallo stesso attore Michele Riondino che sul grande schermo debutta in veste di regista e sceneggiatore. “Laf”, un reparto dell’Acciaieria, come la chiamano a Taranto, che ha arricchito prima e steso, poi, un intero territorio. In quella “palazzina” tristemente nota venivano indirizzati quei dipendenti che si opponevano al declassamento. Non potendo licenziare personale in qualche modo scomodo per via dell’Art. 18, l’azienda confinava quegli elementi di disturbo a far nulla. «L’idea nasce dal contrasto dei racconti di quello che successe all’Ilva negli anni Novanta – racconta Riondino all’agenzia Ansa, durante la conferenza stampa di presentazione del film – dove lavoravano anche mio padre e i miei zii, e dove c’era, appunto, chi diceva che alcuni “lavativi” rubavano lo stipendio; per me, “Palazzina Laf”, alla fine, risulta un film politico, ideologico e di parte: ho impiegato tanto per dire con questo film verità che hanno portato poi alla prima sentenza sul mobbing quando questa parola ai più appariva sconosciuta».

Il film, ci conduce alla fine degli anni Novanta, più precisamente al 1997, quando un nuovo contratto sottoposto ai dipendenti riportava la cancellazione del ruolo svolto fino a quel momento da impiegati retrocessi a una posizione minore, quella di operai, che suscitò proteste.

 

 

E CHI PROTESTAVA…

Chi protestava, racconta il film di Riondino, finiva nella “Palazzina Laf”, per essere stipendiato per fare nulla. L’anno successivo, nel 1998, un processo condannò i dirigenti dell’Acciaieria per aver assunto questo comportamento nei confronti dei dipendenti “ribelli”.

Riondino interpreta Caterino, che ha un’ambizione: trasferirsi in città insieme con la fidanzata. Uno dei dirigenti, un perfido e impeccabile Elio Germano, decide di fare di lui una spia. Così Riondino-Caterino diventa l’ombra dei suoi colleghi, prendendo parte agli scioperi solo per denunciarli. Tutto cambia, però, quando anche “l’infame” viene trasferito alla “Palazzina Laf”: non conoscendo a quale degrado amici e colleghi siano sottoposti, scopre a sue spese che in realtà quello è mobbing, una pressione psicologica esercitata sui lavoratori per spingerli a dimettersi o ad accettare il demansionamento, la retrocessione dal ruolo impiegatizio a quello di operaio («…perché l’azienda ha deciso così»). Un vero inferno, altro che paradiso.

 

 

STRATEGIA DELLA TENSIONE

«All’epoca – ricorda Riondino – esisteva una sorta di strategia della tensione: non avanzavano i lavoratori capaci, ma solo quelli che voleva l’azienda: troppi quadri e a loro servivano operai, questa la filosofia aziendale».

Anche il sindacato, nel bene e nel male aveva un ruolo. «Era complice, faceva finta di non vedere», spiega ancora l’attore-regista. Vanessa Scalera, attrice, interprete di una delle mobbizzate: «Conoscevo quella storia, sono della provincia di Brindisi, un territorio stretto tra l’Ilva e la Centrale termoelettrica di Cerano; dell’Ilva si conoscono i processi, la questione ecologica, ma della “Palazzina Laf” si sapeva poco: così, quando mi è stato prospettato un ruolo nel film, l’ho considerato come una chiamata alle armi». 

«Orgogliosa delle mie origini Sinti»

Brenda Lodigiani, comica-rivelazione di “Gialappa’s Show”

Rivelazione della trasmissione di Tv8, ha scritto “Accendi il mio fuoco”. Protagonista è Kelly, nella quale si riconosce. «Ma è troppo bionda per confondersi con i cugini sinti e troppo sinti per essere inclusa dai bambini “fighi” della sua cittadina di provincia». Sognare non costa nulla. «Se il mio libro diventasse un film, vorrei che dietro la macchina da presa ci fosse Paola Cortellesi, il mio mito»

 

«Orgogliosa delle mie origini sinti: per me era una meraviglia andare nel campo, c’erano tanti bambini. Lì potevo fare quello che volevo». Lei è Brenda Lodigiani, una delle ultime “creature” del pianeta-Gialappa’s.

Molti l’hanno conosciuta, cominciando ad apprezzarne i tempi comici, nelle vesti dell’androide “Ester Ascione”, personaggio di punta (e di fantasia) del programma “Gialappa’s Show”, in onda il lunedì in prima serata su Tv8. Non solo l’androide, ma anche Annalisa e Orietta Berti, altri due personaggi di richiamo del programma delle meraviglie condotto dai “gialappi” Marco Santin e Giorgio Gherarducci e dall’insostituibile – parole dei due inventori con Carlo Taranto, di una serie di programmi dall’alto indice di scorrettezza – Mago Forest.

Brenda, non solo una delle stelle del programma comico del lunedì sera. Non solo comica, ma anche autrice di un titolo, “Accendi il mio fuoco”, appena pubblicato Sperling & Kupfer. «Non volevo per forza scrivere qualcosa di divertente», ha rivelato al Corriere della sera, in una interessante intervista.

 

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BRENDA-KELLY, AUTOBIOGRAFIA

Sono diversi i richiami autobiografici riportati nel libro, nel quale svela le sue origini, si diceva, che sono sinti. «La protagonista del mio romanzo è Kelly; anche lei, come me, prova quella sensazione di voler appartenere a un gruppo non sentendosi sufficientemente in sintonia per farlo».

«Le mie origini non sono mai state un peso o un tabù, ma ho tenuto sempre un secondo binario in cui correva questa altra vita», puntualizza Brenda. «Kelly è troppo bionda per confondersi con i cugini sinti e troppo sinti per essere inclusa dai bambini “fighi” della sua cittadina di provincia». «Ho vissuto con la sensazione di essere sdoppiata: da una parte c’era la vita al campo, dai cugini; dall’altra quella “normale”, di provincia. Ero un po’ “sfigatella”: non avevo vestiti di marca, non c’erano soldi».

Brenda non ha sentito, però, il peso della diversità. Troppo giovane per avvertirla, anche se col passare del tempo ha preso coscienza del suo status fino a scrivere un bel libro. Quasi si fosse posta su un lettino di un analista. Chi ha, invece, avvertito questa diversità, è stata la mamma. «Mia nonna, che viveva nelle carovane – racconta – aveva abbandonato mia madre ad una famiglia di Gagi, vale a dire non nomadi. Nel tempo, con mille fatiche, mamma ha riallacciato i rapporti».

 

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«PENSO POSITIVO…»

Pensa positivo, l’artista-scrittrice. «Ho potuto godere della parte più bella e spensierata di questa avventura: per me era una meraviglia andare nel campo, c’erano tanti bambini: lì potevo fare quello che volevo». Non solo comica, scrittrice. Fra i suoi sogni anche la voglia di diventare una ballerina. «Non ero la più brava ma sono molto competitiva e non ho mollato, a diciotto anni mi hanno chiamata a Disney Channel».

Dopo questa esperienza, la carriera brillante, nel 2009, “Scorie”. «Quando vinse Sanremo Arisa mi chiesero di imitarla: inizialmente mi pareva una follia, invece…». Nello studio della Gialappa’s incontra Paola Cortellesi, il suo mito. «Se ho cominciato a fare questo lavoro è grazie a lei. La guardavo in tv e l’ammiravo, era la giusta chiave di lettura, la sintesi di quello che avrei potuto fare: insomma, da grande voglio fare la “Cortellesi”». Ed è in quella direzione che sta andando. «Il primo sogno l’ho realizzato, provo con il secondo: se “Accendi il mio fuoco” diventasse un film, mi piacerebbe che dietro la macchina da presa ci fosse proprio Paola».

«Guerra e violenza, che stupidità!»

Emar, dieci anni, palestinese, salva un cane bersagliato da un lancio di pietre

«È emozionante essere testimoni di come una bestia di strada, ferita, tiri fuori il meglio dalle persone, indipendentemente dall’età, dalla nazionalità e dalla religione», commenta un portavoce di Animal Heroes. Il piccolo soccorritore aveva salvato quell’amico peloso preso a sassate. «Sotto osservazione per due giorni, non guariva da quelle ferite così vistose, così ho chiesto aiuto»

 

Dieci anni, palestinese, Emar non può che essere contrario a qualsiasi guerra. Specie quella che sta interessando la sua terra nel cruento scontro con Israele. Uno che, come lui, ama così tanto gli animali da mettere a repentaglio la sua vita, non può essere a favore di qualsiasi conflitto, qualsiasi ne sia il motivo.

Soccorre un cane, rifugiatosi in un angolo, ridotto quasi in fin di vita. “Lo hanno bersagliato con un lancio di pietre – dice il piccolo soccorritore – come fosse un nemico da abbattere: ma come può, quella povera bestiola, impaurita da colpi di cannone e bombe che esplodono a qualsiasi ora, sfidare chiunque si trovi sul suo cammino”.

Quel cane che Emar sta seguendo, è tornato nello stesso buco dal quale era sbucato nell’intento di trovare qualcosa da mangiare, da mettere sotto i denti. Magari trovare qualcuno come quel ragazzino di appena dieci anni che si muovesse a compassione e lo soccorresse. Invece di trovare cibo, trova la cattiveria umana: invece di scappare, pensare ad altro, a qualcuno viene in mente uno dei giochi più stupidi del mondo: lanciare sassi. Ma non il più lontano possibile, no; lanciare sassi con lo scopo di colpire un bersaglio, meglio ancora se in movimento. “L’ideale – commentano i soccorritori di Animal Heroes, un’associazione a cui “salvatori” segnalano bestie che necessitano di cure – per questa gente senza cuore, è un animale che scappa senza una meta, meglio se impaurito; così succede con questa povera bestiola che abbiamo soccorso”.

 

 

«ORA SONO PIU’ TRANQUILLO»

Emar adesso è appena più tranquillo. Il “suo” cane, soccorso per strada, non sta meglio, ma di sicuro c’è chi se ne prenderà cura. “E’ pieno di sangue, di ferite che invece di guarire, sanguinano, ma adesso, almeno è in buone mani: mani sicure che non gli risparmieranno cure e, soprattutto, carezze”, ammette il piccolo eroe.   

Attorno a lui, scrive “La Stampa”, quotidiano molto vicino alle storie di animali. Vi segnaliamo una bella rubrica, “La zampa”: quando avete voglia di passare il tempo a documentarvi su argomenti sul come accudire un gatto, un cane, assistere una povera bestia, bene, cliccate su questo sito.

Dunque, il clima nel quale si dibatte Emar è l’inferno creato dagli uomini: una guerra che non si sa nemmeno perché sia scaturita. Magari sarà il solito motivo sciocco, legato all’orgoglio politico, a vecchie ruggini, posizioni religiose, che in apparenza sembrano morte e sepolte. E, invece, si ripresentano in modo ciclico.

 

 

«IN SALVO, NONOSTANTE LE BOMBE»

Tutto questo clima, secondo quanto segnala “La Stampa”, non ha evitato che Emar, il piccolo palestinese di dieci anni, si disinteressasse quando ha trovato un cane ferito in strada. E così, non volendo, ha indossato gli abiti del “piccolo eroe”, agganciando una squadra dei volontari di Animal Heroes e accompagnandola sul posto perché si prendessero cura del povero randagio sanguinante.

«Poverino, lo hanno colpito con delle pietre – rivela ai soccorritori, aiutandosi a gesti per farsi comprendere – così mi sono preso cura di lui per un paio di giorni; pensavo che poco per volta si rimettesse in sesto, invece le ferite non guarivano: per questo motivo ho chiesto aiuto ai volontari italiani dell’organizzazione internazionale Animal Heroes presenti nei territori palestinesi: il loro obiettivo è quello di salvare le migliaia di animali feriti, abbandonati, feriti o in grave difficoltà a causa del conflitto tra Israele e Hamas».

Ora, il randagio, trasferito dalla squadra in una clinica veterinaria locale, sarà sottoposto a un intervento chirurgico in Israele, dove hanno mezzi idonei per prestare le cure necessarie. I volontari israeliani aspettano i colleghi di Animal Heroes. «È emozionante essere testimoni di come un cane di strada ferito tiri fuori il meglio dalle persone, indipendentemente dall’età, dalla nazionalità e dalla religione – commenta un portavoce di Animal Heroes – siamo in una situazione paradossale: palestinesi e israeliani collaborano insieme per salvare gli animali e per qualche minuto si dimenticano della guerra. Fosse sempre così, bastasse lo sguardo di una povera bestiola a convincere l’uomo sul valore della vita».