Lacrime di sangue

Mdhelal, bengalese, ventotto anni

«Quindici anni vissuti pericolosamente. Un fratello assassinato, una sorella rapita. Fuga dall’ingiustizia e dalla violenza. India, Grecia, Francia, finalmente in Italia. Lavoro per dimenticare, la mia famiglia è mia mamma, rimasta sola in Bangladesh».

Fuga da una scia di sangue, da una legge “fai da te”. In Bangladesh niente è dato per scontato nella lotta quotidiana fra bene e male, fra guardie e ladri. Ne sa qualcosa Mdhelal, bengalese, ventotto anni, fede musulmana. Ha dovuto imparare in fretta questo ragazzo ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, che nasconde a malapena grande malinconia. Una famiglia disintegrata: papà morto di malattia, mamma ormai sola, un fratello ammazzato, una sorella rapita. Dulal, due anni più di lui, è il fratello freddato a colpi di pistola. Entrato in un “business” subito poco chiaro, “giustiziato” poco dopo dalla malavita locale. «Quando entri in un maledetto giro – racconta, il volto preoccupato – non hai tempo di accorgertene, questo è successo a mio fratello ammazzato a soli diciassette anni: gli avevano promesso un guadagno facile, senza il minimo impegno sulla linea di confine fra Bangladesh e India; ma la cosa non gli era andata giù fin dal primo momento, purtroppo Dulal senza accorgersene c’era già dentro: troppo tardi anche provare a trovare una soluzione dall’interno, farsi amico questo o quel boss per far comprendere a questi che non era un lavoro per lui e poi, poco per volta, uscirne…».

Missione impossibile. «Non ne esci più, anche il resto della famiglia viene coinvolto, minacciato: chiunque cerchi di convincere chi fa già parte di affari sporchi, paga l’intromissione a caro prezzo; io avevo quindici anni quando mio fratello, appena due anni più di me, fu ammazzato a colpi di pistola; i trafficanti non avevano preso bene il suo rifiuto: lui non voleva saperne di impugnare un’arma, tantomeno di trafficare marijuana, e questo aveva mandato i suoi capi su tutte le furie; lì, dalle mie parti, che sia Bangladesh o che sia India, quando ti acchiappano rischi la vita o il carcere per il resto dei tuoi giorni; insomma: sei dentro e non puoi uscirne, sei dentro e se ti beccano è la fine, non ci sono alternative; quei trafficanti vennero a casa, ci minacciarono, “con le buone” – dissero – picchiandomi di santa ragione, la volta successiva avremmo pianto lacrime di sangue».

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«UNA PISTOLA, QUESTO IL TUO ATTREZZO DA LAVORO»

Dulal, fratello di Mdhelal, non sa darsi pace. Ogni momento della giornata s’interroga, maledice il giorno in cui ha rinunciato al lavoro nei campi, duro sì, ma pulito. Ancora giovane, con un giro di parole era stato attirato nella trappola. «Quando gli misero una pistola fra le mani – riprende Mdhelal – mio fratello capì che aveva firmato la sua condanna a morte: sparare a chiunque a difesa della droga non faceva per lui, che invece aveva un carattere mite; ce lo ripeteva una, dieci, cento volte, provammo a convincere quella gente: volevamo riscattare la vita di Dulal, promettendo di tacere sui traffici e dando all’organizzazione quel poco di denaro che papà aveva guadagnato lavorando in campagna; niente da fare, peggio: la nostra insistenza aveva accelerato l’idea sanguinosa che al boss balenava nella mente fin dal primo giorno; quel ragazzo vispo, ma troppo buono, non faceva per loro e il “problema” andava risolto nell’unico modo che conoscessero: due colpi di pistola alla schiena e fine della storia».

Le notizie arrivano all’improvviso, non conoscono orario. «Fummo svegliati in piena notte, tre, quattro amici di famiglia vennero a darci la brutta notizia: mi fratello era stato freddato; ci recammo di corsa sul posto, ricordo come fosse ieri: tanta gente intorno al fazzoletto di terra all’interno del quale mio fratello era stato ammazzato senza pietà». Anche un atto di coraggio diventa una cosa insignificante. «Avevamo un amico in polizia, ci consigliò di denunciare gli assassini di mio fratello, quei brutti ceffi che ci avevano già minacciati: la denuncia non ci avrebbe restituito mio fratello, ma avrebbe reso giustizia, mandato in galera gli assassini evitando che altri ragazzi facessero la stessa fine del povero Dulal…».

Denuncia inoltrata secondo prassi suggerita dall’amico militare. Sembra di vedere un gangster-movie di Coppola. I cattivi vengono imprigionati, dispongono di denaro per tutti, pagano la cauzione e spostano processi dei quali puntualmente si perdono le carte. «Questo nuovo presidente – dice Mdhelal – non mi convince, sembra quasi sia stato eletto da poteri forti, ma è una mia impressione: gli agenti di polizia e chi amministra la giustizia che perdono i documenti sembra siano una costante di quello che appare più un regime che una democrazia, anche per questo sono andato via».

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UNA TRAGEDIA INFINITA

Ma la storia ha un altro doloroso capitolo. «Gli assassini – ricorda – tornano sul luogo del delitto, un clima di terrore si abbatte sulla nostra casa: una sera, una spedizione punitiva contro la nostra famiglia, spengono i lumi con cui facevamo luce nella nostra piccola casa e lì comincia la mattanza; prendono a botte qualsiasi cosa si muova nella penombra, mia mamma fa da scudo a noi, viene picchiata selvaggiamente, provo a rifugiarmi sotto un letto, vengo agguantato e tirato fuori dai piedi: me le danno di santa ragione, quando tutto finisce e riprendiamo conoscenza, io e mia madre contiamo le numerose ferite, mia sorella Nearon è stata rapita e ancora oggi, a quindici anni da quella storia, non ho più sue notizie…». Infine, l’avvocato senza giri di parole. «Mdhelal, lascia tutto e va’ via, scappa finché sei ancora in tempo!». E il giovane bengalese che tanta fiducia aveva riposto nella giustizia, segue il consiglio. E’ un’altra sconfitta per lui.

Sente spesso la mamma. «E’ terrorizzata – spiega – ma trova ancora il fiato per dirmi di avere cura di me, di non prendere mai decisioni affrettate e di guardare negli occhi la gente che può aiutarmi, farmi del bene, visto che oggi i cattivi li riconoscerei lontano un miglio».

La vita di Mdhelal, oggi. «Lavoro in un caseificio, nonostante la mia giovane età ho viaggiato tanto, imparato lingue: sono fuggito in India, poi andato in Grecia, in Francia, infine tre anni fa l’Italia; qui mi trovo bene, non so se questa è la mia ultima casa, ma il mio datore, i colleghi di lavoro, mi aiutano a non pensare a quanto mi è accaduto, mi sono vicini e questo è un primo passo verso una certa serenità dopo quindici anni vissuti pericolosamente».

«Il coraggio è un attimo»

Saibou, diciannove anni, senegalese

«Se ci ripensi, la ragione ti assale. A sette anni studiavo in collegio, dalle cinque alle dieci del mattino, poi nei campi a lavorare, la sera daccapo la testa sui libri. Un titolo di studio in Educazione finanziaria, oggi imparo a fare il cuoco, provo a cucinare riso, patate e cozze…»

«Tutte le mattine sveglia alle cinque, un insegnante ci spiegava il Corano e altre materie, alle dieci a lavorare, dopo una intera giornata il ritorno al villaggio, una doccia, ancora lezioni fino a sera, infine a letto: il giorno dopo stessa storia…». Saibou, diciannove anni, senegalese, fede musulmana, il suo è il nome di uno dei profeti dell’Islam. Parla arabo e francese, un discreto italiano che lo sta conducendo dritto agli esami di un biennio scolastico. Racconta la sua vita da bambino in collegio. Vive per un po’ di anni a Matacossi, un villaggio di centinaia di anime, ai bordi della savana. «A sette anni – ricorda – mio padre mi mandò in collegio per studiare, sgobbare fra banchi e campi fino ai quattordici anni: in famiglia non avevamo grandi risorse economiche così – come altri miei compagni – ripagavo le lezioni lavorando nei campi: un ritmo incessante, se ci ripenso mi chiedo come abbia fatto a farcela; ma una risposta me la do: forse questione di abitudine. Forse…».

Sottolinea l’incertezza, Saibou, magro, statura media, un fisico difficile da spendere nei campi. «Ho conseguito il titolo di studio in Educazione finanziaria, forse nel mio Paese ha valore, qui è complicato trovare un lavoro, specie se consideriamo che il sistema finanziario in Europa rispetto a quello africano è altra cosa, così ho approfittato dell’occasione prospettatami dal Centro di accoglienza del quale sono ospite, “Costruiamo Insieme”: un corso di cuoco, a Noci, sto imparando a conoscere la cucina italiana e non solo…».

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«VA’ A CERCARTI FORTUNA!»

Passo indietro per Saibou. In Senegal non è un bel vivere, c’è povertà, finito il ciclo di studio torna a casa. Lo attende un’amara sorpresa: i suoi genitori separati, Saibou sceglie di andare a vivere con il papà. Starebbe bene, se non fosse che la nuova compagna del genitore non lo vede di buon occhio. Ogni giorno gli urla di andare via da casa, di cercarsi fortuna. «Non era un bel clima familiare – ricorda – mi impegnavo in qualche lavoretto, ma era poca cosa rispetto a quello che la donna pretendeva: mio padre che non prendeva posizione, lasciava che fossi investito di insulti, così all’ennesimo rimprovero presi le mie cose e andai via».

Ha un fratello, Saibou. «Boubacar, ha trentatré anni, fa il sarto, è molto bravo, io però avevo fatto tutto un altro percorso, mio padre voleva fare di me un intellettuale: a sette anni devi obbedire ciecamente ai genitori, così andai in collegio: quegli studi mi sono serviti per imparare molte cose, quella che in Italia chiamate “educazione civica” per esempio, e altro ancora, tutto utile: però non ho imparato un mestiere; nel mio villaggio la conoscenza, il sapere, le arti filosofiche non ti sfamano».

Matacossi, un villaggio con poche centinaia di abitanti, a ridosso della savana. Una vegetazione fra erba e alberi, una distesa enorme. «Mai visti leoni, elefanti, rinoceronti spingersi verso le nostre abitazioni: non so che dire, non so cosa sia un safari per esempio; dovessi dare anche in questo caso una spiegazione direi che forse gli animali ricambiano quel rispetto che noi abbiamo nei loro confronti». Quel “forse”, il dubbio fino a prova contraria, è figlio dello studio, della razionalità, del separare i fatti dalle opinioni.  L’addio alla savana, al villaggio, un fazzoletto di terra, piccolo, stretto come quel gommone sul quale Saibou si sarebbe imbarcato mesi e mesi dopo insieme con altri nordafricani.

«Decisi di andare via – riflette Saibou – prima che qualcuno in un momento di rabbia mi indicasse la porta per andar via da casa: preparai quelle poche robe, salutai mio fratello, un abbraccio forte e via, senza voltarmi, tante volte mi fosse venuto in mente di tornare indietro; il coraggio è un momento, ti viene in un attimo, misto a incoscienza, se sai coglierlo ti aiuta a decidere: così andai via, verso la Libia, primo passo verso la libertà».

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PARTENZA ALLE QUATTRO DEL MATTINO…

Abbiamo sentito e letto storie drammatiche. «Mi ritengo fortunato – dice – sì, ho sentito di guerriglieri, milizie, baby-gang, invece ho trovato gente disposta ad aiutarmi dandomi un lavoro e un po’ di soldi da mettere da parte per pagarmi il viaggio verso l’Italia: millecinquecento euro, tanti, ma la libertà non ha prezzo». Otto mesi a fare il pastore, accudire greggi, poi finalmente la somma e il contatto con uno degli organizzatori di quei viaggi “della speranza”. «Partenza alle quattro del mattino, centocinquanta su un gommone, stretti uno all’altro; la sfortuna che mi aveva accompagnato nel primo tratto della mia vita, fatta di studi, senza una famiglia, di colpo si era dissolta: fortunato a trovare il lavoro, a mettere insieme soldi a sufficienza per pagarmi il viaggio, nessuna rapina subita, infine gommone e rotta verso l’Italia…».

Finalmente gli stava dicendo bene. «Ho pregato perché andasse tutto liscio – ricorda Saibou – il cielo ha ascoltato le mie invocazioni e quelle dei miei “fratelli”: partiti alle quattro del mattino, alle dieci eravamo già a bordo di una nave militare danese, un miracolo! Ci hanno assistiti e accompagnati nel porto di Taranto, da allora tutto è andato per il meglio: questa la considero la seconda parte della mia vita!».

Copertina STORIE

“COSTRUIAMO INSIEME”, LO STUDIO E UN CORSO DA CUOCO

La politica dell’accoglienza in Italia. «Con i ragazzi di “Costruiamo Insieme” mi sono ritrovato alla perfezione, ho iniziato un primo corso di studi, a giorni faccio gli esami di un biennio; nel frattempo a Noci, provincia di Bari, frequento un corso per diventare cuoco: so che c’è da imparare, da compiere un passaggio dopo l’altro, ma il peggio è alle mie spalle: dovrò fare il lavapiatti, imparare a imbandire tavola, disporre piatti e posate, la cucina può attendere: un passo per volta, per diventare chef c’è tempo…».

I “piatti”, il più semplice, il più complicato. «Spaghetti al pomodoro riuscirei a farlo a occhi chiusi: ho preso parte a solo quattro lezioni; quello che richiede più applicazione, dunque…». Prende qualche istante di tempo, chiede un aiutino, accende il cellulare, mostra le foto scattate ai “suoi” piatti, messi in bella mostra durante le lezioni a Noci.  Ne indica uno, fra gli altri. Forse riso, patate e cozze. «Sì – sorride – quello lì, mi dicono di fare molta attenzione, uno che impara la cucina italiana e uno che vive a Taranto, non può sbagliare un piatto che da queste parti rappresenta il massimo della tradizione; più avanti verranno anche altri “piatti”, più complicati, ma è importante cominciare, e bene, dalle tradizioni locali, impararle a memoria, e riso, patate e cozze, è il lasciapassare della cucina tarantina».

«Un silenzio che fa male»

Lucky, venti anni, nigeriano

«Mia moglie, incinta, morta durante il viaggio della speranza. L’avevo anticipata nella traversata. Poi una telefonata: problemi al gommone, è stata ingoiata dal mare assieme a decine di persone. Di lei mi resta John, tre anni, unica ragione della mia vita. In fuga da sortilegi e accuse infamanti, esorcismi e torture» 

«Mia moglie, incinta del nostro secondogenito, è morta in mare, durante il viaggio della speranza!». Lucky, nigeriano di Deta State, venti anni, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, si lascia andare in un pianto senza fine. Una storia tragica la sua. La giovane moglie, una creatura in grembo, perde la vita durante la traversata. I due, marito e moglie, si imbarcano in giorni diversi. Lei, in Libia, resta ostaggio di taglieggiatori, quando Lucky, aiutato dal padre di un amico, si imbarca per l’Italia. Porta con sé altre storie, violente anche quelle, da cui prova a fuggire insieme a quel poco che ha. Violenze, accuse infamanti, torture, imposizioni agghiaccianti.

Singhiozza Lucky. Con le mani copre il viso e la disperazione della quale non deve vergognarsi. «Problemi!», aveva anticipato l’uomo del gommone sul quale viaggiava Blessing, diciannove anni, con in grembo il fratellino di John, primogenito della famiglia Ibeh, tre anni, rimasto con lo zio in Africa.

Sperava un futuro migliore, Lucky, paradossalmente in italiano “fortuna”, per sé e per la sua famigliola. Il giovane nigeriano aveva sentito parlare di Italia, guardava alla terra separata da una interminabile distesa di mare, come a un’esplosione di gioia e libertà insieme. Invece, il dramma, dopo una fuga durata mesi, e una telefonata che mai avrebbe voluto sentire. «Problemi». E’ la seconda parola che i ragazzi venuti dall’Africa imparano a loro spese. La prima è «Amico», come a dire «Vengo in pace, aiutami!». Quel «problemi», fa palpitare il cuore e l’anima. Non porta mai niente di buono. Malattie, decessi, documentazioni che si complicano. I ragazzi africani ospiti dei Centri di accoglienza, temono come nessuna questa parola. Nella vita di Lucky, un brutto giorno, quell’espressione che mette paura, arriva dritta allo stomaco con violenza inaudita. «Chiama un mio compagno di fuga, che mi passa il cellulare: “Ho avuto un problema con la barca, non so come dirtelo…”, mi sento dire; un lungo silenzio, indimenticabile; strana la vita: ricordi una frase, un’espressione, un posto, una persona, bella o brutta che sia, ma un silenzio no, come fai a dargli un senso; non ci avevo pensato fino a quel momento, poi l’uomo della barca trova coraggio e fiato: “Tua moglie non c’è più; scomparsa in mare, insieme con decine di altre persone, una tragedia!”, il breve racconto, il peggiore che abbia mai sentito fin da piccolo;  la mia famiglia non c’è più: di Blessing mi resta il solo John che ora ho voglia di riabbracciare al più presto».

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UN PIANTO A DIROTTO, POI IL RACCONTO

Aprirsi con qualcuno, raccontando questo e altro, lo aiuta. «Una storia lunga la mia – chiarisce Lucky – è il contrario di un romanzo a lieto fine: della mia famiglia mi resta una sorella e il mio piccolo John; mio padre e mia madre non ci sono più». Anche i genitori scomparsi in circostanze drammatiche. «Mamma dopo una lunga malattia, incurabile come tante malattie che in Paesi civili si possono curare come si fa con una pillola per il mal di testa; papà morto in un incidente, secondo me provocato da chi ci voleva male, tanto che provano ad addossarmi le colpe di quello che si rivela un omicidio; nel mio, come in tanti villaggi, si vive ancora di credenze popolari e sortilegi, misture e veleni, esorcismi: tutto questo l’ho sempre disconosciuto, roba antica, vecchie usanze; quando mamma è morta hanno provato ad obbligarmi a dormire accanto al suo cadavere per giorni: “Non è normale una cosa del genere!”, ripetevo a questi “stregoni”: dormire per giorni accanto a un corpo che invece andava seppellito, la trovavo una cosa folle: al mio rifiuto rispondono con violenza inaudita, vengo frustato e picchiato, dicono che questa sia la punizione per chi pecca, si oppone al volere dello stregone, una specie di capo del villaggio, inaudito!».

Per questa e altre ragioni, Lucky scappa, prende moglie e figliolo e va via, aiutato da uno zio al quale più avanti lascerà in custodia il piccolo John. «Non c’è altra soluzione, fuggo allora con mia moglie, arriviamo in Libia, veniamo fermati da gente priva di scrupoli: sanno che non vogliamo restare lì, il nostro scopo è arrivare almeno in Italia, così occorrono soldi e l’unico modo per farli è lavorare nei campi: restiamo ostaggio di questa gente armata fino ai denti, pistole, fucili, coltelli; sette mesi di lavoro, i miei soldi servono a pagare affitto, cibo e viaggio: il primo a partire sono io, poi toccherà a mia moglie, che lavora ancora nei campi nonostante sia incinta; prima di partire la saluto, versiamo qualche lacrima, ma ci riprendiamo subito: questione di settimane – pensiamo in quel momento – poi la nostra vita cambierà; invece è l’ultima volta che vedo la mia Blessing…».

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MI RESTA JOHN, VOGLIO RIABBRACCIARLO PRESTO 

Un dolore immenso. «Mi sono imbarcato su un gommone – riprende il racconto Lucky – con decine e decine di miei connazionali, sembravamo una scatola di sardine tanto eravamo stretti uno all’altro: in mare aperto cominciamo a rivolgere le nostre preghiere al Cielo; veniamo ascoltati, in lontananza scorgiamo una nave, ci sbracciamo, urliamo, salvi!».

In Italia da pochi giorni, Lucky trova la forza di pensare a come possa essere il suo futuro. «Vorrei restare qui, dal primo giorno sono stato trattato bene, assistito in tutto, vorrei ricambiare queste attenzioni con il lavoro: nel mio villaggio mi occupavo di lavori idraulici, pitturazione e altri lavori manuali; ho lavorato anche nei campi spezzandomi la schiena, ripagato con minacce, botte e frustate, niente mi fa paura».

Uno sguardo al futuro, immediato. «Sono appena arrivato – conclude Lucky – sento la necessità di gettarmi sui libri e studiare, imparare l’italiano, presto; ho una licenza media, ma devo fare gli esami perché, se sarà possibile, il prossimo anno scolastico voglio sedermi fra i banchi: devo riprendere a pensare al futuro, al mio John che sentirò a breve, glielo devo, è questo che avrebbe voluto la mia Blessing che sognava per noi e i nostri piccoli una vita migliore».

«Una svolta per tutte…»

Wahab, nigeriano, ventitré anni, religione cattolica

«Perseguitato dalla mia comunità, avrei dovuto fare l’esorcista, rituali antichi, fuori dalla realtà. Ho guidato una moto-taxi per pagarmi gli studi: voglio studiare l’italiano per comunicare e imparare un mestiere. La fuga a bordo di un gommone, le preghiere, voglio andare a messa ogni domenica»

Non voleva fare l’esorcista, “mestiere” che gli spettava per eredità. I riti erano un affare di famiglia. Prima di lui il padre, prima ancora il nonno. «Non credo a magie e sortilegi, cose che appartengono a un passato lontano: sono cristiano, ho una grande fede e cerco una chiesa nella quale pregare almeno una volta a settimana, la domenica».

In estrema sintesi il pensiero di Wahab , nigeriano di Auchi, ventitré anni, primo di cinque figli, maturato al Politecnico, giunto in Italia a fine aprile. Una corsa in bus da Catania a Taranto, dopo che una nave aveva tratto in salvo lui e altri centoventisette “passeggeri” come lui, pieni di speranze, desiderosi di imprimere una svolta alla propria vita. Possibilmente non legata ad usanze antiche, superate, purtroppo ancora esistenti nei villaggi nei quali non sanno cosa sia internet e la tv rappresenta un lusso.

«Sono il primo di cinque fratelli – spiega Wahab – mio padre, purtroppo, non c’è più: una brutta malattia, non so quanto incurabile – da noi, in Nigeria, basta così poco per ammalarsi, non ci sono medicine o, se ci sono, costano tanto… – se l’è portato via: chiunque lo abbia visto, piuttosto che visitato, non gli ha dato scampo, è morto lasciandoci in eredità la bottega di esorcista, che sarebbe toccata a me essendo il più grande dei suoi figli».

Esorcismo e sortilegi. Non è il primo, non sarà l’ultimo che affronta questo tema. A volte, i ragazzi fuggono dal proprio Paese vittime di riti voodoo. Altre, per aver rifiutato una sorta di passaggio di consegne, da genitore a figlio. E’ il caso di Wahab, che proprio non ha voluto saperne di alimentare una usanza alla quale lui stesso non credeva più.

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QUEI RITUALI SUPERATI…

«Non puoi stare a spiegarlo alle vecchie generazioni, lo stesso a ragazzi che non sono andati a scuola per mille motivi: non interessati allo studio, a causa del lavoro o perché senza soldi; dalle nostre parti studiare è quasi un lusso…». Anche questa una storia già sentita. «Non tutti possono permettersi l’iscrizione a una scuola superiore, ci sono libri, quaderni, penne e matite da compare; io ce l’ho fatta, con molti sacrifici: mattino e pomeriggio lavoravo, buona parte di quel poco che guadagnavo lo passavo a mia madre; con i pochi soldi che mi restavano pagavo gli studi: non so, ora, a cosa sia paragonabile il mio titolo di studio conseguito al nostro Politecnico, so solo che non vedo l’ora di infilare daccapo la testa fra i libri e imparare l’italiano».

Interprete di una delle tante chiacchierate, è Abdoul, uno degli operatori di “Costruiamo Insieme”, la cooperativa che ospita Wahab nel centro di accoglienza. Ragazzi che parlano tre, quattro, anche cinque lingue. Non è sufficiente conoscere l’inglese, lingua ufficiale della Nigeria. Ci sono villaggi, dialetti che cambiano da regione a regione. Ma Wahab, dove non arriva con l’ottimo lavoro dell’interprete, si aiuta a gesti. E’ già entrato nell’abitudine degli italiani. «Voglio imparare l’italiano al più presto: sto facendo un corso di alfabetizzazione, l’unico sistema per entrare con il massimo rispetto in un Paese straniero è quello di imparare la lingua e mostrare che se siamo qui non è certamente per guardare sole o luna, quelli sono uguali ovunque, ma per lavorare, e io ho tanta voglia di lavorare; farei qualsiasi cosa, ma per imparare, seguire gli insegnamenti di qualcuno che vuole spiegarti un lavoro, è importante conoscere bene l’italiano».

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INTERE GIORNATE IN SELLA PER PAGARMI GLI STUDI

Né meccanico, né muratore. «Guidavo una moto-taxi: prendevo a bordo chiunque dovesse spostarsi da una parte all’altra del villaggio, oppure dovesse spingersi su distanze tutto sommato ragionevoli; salivo in sella dopo la scuola, i compiti li facevo già in aula, così lasciati libri e quaderni mi recavo dal mio datore di lavoro: fra i miei compiti, lucidare la moto sulla quale dovevo lavorare e, una volta finito il mio turno, ripulire daccapo il mezzo; le nostre strade, specie quelle in periferia, sono polverose; non guadagnavo molto, ma buona parte di quello che mettevo in tasca, una volta a casa lo consegnavo a mia madre: trattenevo giusto i soldi per l’iscrizione a scuola, un nuovo quaderno, un libro; così, studiando ogni giorno, alla fine mi sono fatto l’idea che esorcismi, riti esoterici e tutto il resto, erano cosa superata, alle superstizioni credono sempre meno persone».

Non ha seguito il “lavoro” del papà, Wahab. La comunità del suo Paese, Auchi, non solo non glielo ha perdonato, lo ha pure perseguitato. La prematura scomparsa del papà, ha impresso un’accelerata al proposito di scappare, andare lontano da quella che non era più la sua realtà. «Non è stato facile, arrivato in Libia, sono stato fermato: non avendo soldi con me, sono stato gettato in prigione, cinque lunghi mesi di stenti; mi chiedevano se ci fossero stati parenti disposti a pagare il mio riscatto: niente; allora botte: pugni e calci erano la mia colazione e la mia cena».

Poi, per fortuna, ancora una fuga. «Sono scappato dalla prigione, lontano ho trovato un lavoro per mettere insieme i soldi e pagarmi il viaggio per l’Italia: quattro mesi di duro lavoro, facevo pulizie ovunque capitasse, in particolare in una macelleria, a fine giornata il posto di lavoro doveva essere uno specchio e lì mi avevano preso a benvolere; con i soldi guadagnati ogni settimana, pagavo il fitto insieme a miei compagni di casa, il cibo da mangiare; un po’ di sacrifici e, alla fine, da parte avevo messo duemila dinari, poco più di mille euro, la somma utile per il viaggio da Tripoli all’Italia».

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CENTOVETTONTO A BORDO DI UNA “BAGNAROLA” 

Solito imbarco, un gommone, che per quanto extralarge fosse, era comunque una “bagnarola”, piccola, pericolosa una volta in mare aperto. «Tanto valeva tentare – dice Wahab – non era vita a Auchi, e in Libia, roba da spezzarsi la schiena e con la paura costante che arrivasse qualcuno con pistola o fucile e ti chiedesse i soldi per risparmiarti la vita: eravamo in centoventotto quella mattina all’alba quando partimmo; le urla, fra liberazione e disperazione, in quei momenti ci sentivamo padroni del nostro futuro, ma affrontare quella interminabile distesa di acqua provocava batticuore». Per fortuna, una volta in mare aperto, ecco una nave. «Non ricordo di che nazionalità fosse – prova a spiegare il ventitreenne nigeriano – so solo che quella nave ce la mandò il Cielo al quale avevo rivolto ripetutamente le mie preghiere: una volta a Catania, un bus ci ha accompagnati a Taranto; la mia vita stava cominciando a prendere una strada diversa, molto più lontano da quelle migliaia di chilometri che mi dividono dalla mia Nigeria: lontano da tradizioni e un modo di pensare ormai superati». 

«Pane, frustate e veleno»

Chinyere, diciotto anni, nigeriano

«Una famiglia decimata dalla violenza, ho visto morire tre fratelli sotto i miei occhi; scudisciate da mio zio, dai miei carcerieri e dai miei “padroni”. Poi in Libia, un carceriere mi libera e un uomo, in cambio di lavoro, mi mette a bordo di un gommone: tanta paura!». Moglie e figlio attendono sue notizie.

Foto-Articolo«Cresciuto a pane e frustate, più frustate che pane!», racconta Chinyere, nigeriano, diciotto anni, sposato, padre di un bimbo. Una famiglia sterminata da una cattiveria indescrivibile. «Tre fratelli, trattati allo stesso modo, morti ammazzati, avvelenati, evidentemente diventati un peso, erano tre bocche da sfamare e a mio zio, che ci dava da mangiare in cambio del nostro lavoro, non andava più bene…». Le frustate, da giovanissimo, sono state il pane quotidiano di Chinyere: le ha prese dallo zio, dai libici che lo hanno imprigionato, dal datore di lavoro al quale veniva quotidianamente consegnato, come fosse un pacco, per svolgere qualsiasi cosa: raccolti nei campi, pitturazione di case, edifici e così via. Ovunque ci fosse da spezzarsi la schiena, Chinyere era lì. E se per un giorno sul posto di lavoro non aveva incassato frustate, al ritorno dai campi una robusta razione di scudisciate gliela riservava lo zio. Insomma: dolore e cicatrici, a prescindere. «Era il suo modo per mettere le cose in chiaro: qui comando io – diceva –  devi respirare solo se ti autorizzo!».

Moglie e figlio di Chinyere sono rimasti a casa, attendono sue notizie. Lui è appena arrivato in Italia, da una manciata di giorni, ha fretta di sentire i suoi congiunti (non ha ancora un cellulare) e di imparare l’italiano. «Giro per strada– dice – avverto una sensazione di isolamento, non posso parlare con la gente di qua, non mi allontano dal Centro di accoglienza, diventerebbe complicato chiedere una informazione per tornare nel posto in cui sono ospite». Ci pensa Abdoullah, uno degli operatori di “Costruiamo Insieme” a fare da interprete, a trovare le parole giuste per raccontare la storia di questo ragazzo, diventato grande per forza di cose. «Mi hanno insegnato che le parole vanno misurate», spiega Chinyere, «basta dirne una al momento sbagliato ed è la fine; oggi cerco quella da pronunciare al momento giusto, perché la mia vita adesso comincia a prendere una piega diversa da quella che andava assumendo nella mia Nigeria».

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UNICA LEGGE: LA VIOLENZA

«Andavo a scuola – riprende – frequentavo le medie, poi, giovanissimo, ho dovuto abituarmi alla schiavitù; funzionava così: la mattina mi svegliavo prestissimo, subito al lavoro, c’era chi aveva bisogno di braccia per i campi, rimettere a posto casa, mio zio aveva contrattato il mio impegno giornaliero».Chinyere pensa di farla finita, per lui quella non è vita. Lui e i fratelli erano come un pegno nelle mani dello zio. Questioni di eredità. L’unica legge, lì, è la violenza, non hanno di che sfamarsi, vanno a vivere con quel parente scomodo e violento. «Non ci ha mai voluto bene – ricorda – siamo stati trattati come schiavi, eravamo la sua fonte di guadagno; alla fine, quando siamo diventati un peso, è successo qualcosa di tremendo: uno dopo l’altro, i miei fratelli si ammalavano e morivano; scoprii che quanto mangiavamo era contaminato, avvelenato; li ho visti esalare l’ultimo respiro sotto i miei occhi».Quando Chinyere capì cosa stesse accadendo, cominciò a rifiutare il cibo. E, tanto per cambiare, giù frustate. Fino a quando non prese il coraggio a due mani. «Morire lì o lontano da casa, era la stessa cosa, tanto rischiare la fuga; ci riuscii, ma non mi andò certamente meglio quando arrivai in Libia: io e altri in fuga dalla Nigeria, fummo accerchiati, fatti prigionieri e reclusi in un campo; ci svuotavano le tasche alla ricerca di denaro, ma non avevamo niente, fino a quel momento ci eravamo sfamati con quello che trovavamo per strada, ci offriva qualcuno di buon cuore in cambio di un lavoretto; non avendo soldi, dunque, per i libici che ci tenevano sotto chiave diventammo mano d’opera: al mattino ci consegnavano al migliore offerente, nostro datore per un giorno; dovevamo imparare in fretta un mestiere, altrimenti erano guai: mi specializzai nella pitturazione, tanto che avevo richieste, ma, niente soldi, a fronte del lavoro che svolgevo avevo in regalo praticamente un giorno di vita in più insieme con una razione di cibo».

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IL MARE, UNICA VIA DI SALVEZZA: BERE O AFFOGARE…

Una prigionia, fino a quando uno dei suoi aguzzini, si mosse quasi a compassione. «Mi vide stanco, ferito, mi indicò l’uscita della prigione e fece cenno di andare via: se ce l’avessi fatta a sopravvivere, tanto meglio per me…». Chinyere, poco per volta, si riprese, si rimise in sesto e, in qualche modo, sul mercato. «Per un tozzo di pane ero disposto a fare qualsiasi mestiere, era la sola cosa che potesse tenermi in vita: un uomo si prese cura di me, lavorai anche per lui, finalmente senza frustate, il tempo che riteneva giusto per assicurarmi in cambio un viaggio per l’Italia; un viaggio su uno dei tanti gommoni, “bagnole” che imbarcavano acqua e profughi; trovai posto con altri centocinquanta, una quantità enorme: non esistevano altre vie di fuga, come dire “bere o affogare”».

Quella “camera d’aria” era una scommessa. «Non c’era altra soluzione, imbarcarci o restarcene in Libia, a spezzarci la schiena per una razione di cibo, prendere botte, a fare da tiro a segno a bande di ragazzini armate fino ai denti; così, ringraziai, chi mi aveva fatto lavorare in cambio di quell’occasione e pregai il cielo che quello non fosse l’ultimo viaggio».

Chinyere con i centocinquanta amici di sventura, ci prova. «In mare aperto, onde impressionanti, sbattuti come canne al vento, mai vista una cosa simile; in quelle condizioni non avevamo scampo, solo un miracolo poteva salvarci: anche se sai nuotare dove vai? Veniamo presi a bordo da una nave mercantile tedesca, fine dell’incubo. Se ci penso, oggi, mi viene una paura matta: non lo rifarei, se non sapessi come è andata a finire».

«Ho ripreso a sorridere»

Alex, ventiquattro anni, nigeriano

«Sono scappato, volevano ammazzassi i miei genitori. Una questione di sortilegi e ignoranza, da cui anche io sono stato perseguitato. Fuga dal mio villaggio, derubato dei risparmi in Libia, poi il viaggio per l’Italia pagato con sette mesi da falegname».

«Volevano sacrificassi la vita di mio padre e mia madre, unico sistema perché continuassi a lavorare, fare l’autista di un camion con il quale trasportavo bevande». Da non crederci, ma in alcune zone della Nigeria, sopravvivono credenze popolari, sortilegi, qualcosa vicino alla macumba. La sfortuna non finisce lì. In Libia, poi, l’incontro con la persona sbagliata alla quale consegna i suoi risparmi in cambio di un posto su un gommone. L’uomo sparisce insieme al denaro.

Andiamo per ordine, prima vicenda spiegata dallo stesso protagonista. Alex, ventiquattro anni, papà, mamma e cinque fratelli rimasti in patria, è ospite di un Centro di accoglienza straordinaria di “Costruiamo Insieme”, racconta una storia sconcertante. «Per migliorare la mia posizione sociale e lavorativa secondo i miei datori di lavoro avrei dovuto compiere, a loro dire, un “atto di coraggio”: sacrificare cioè la vita dei miei genitori; naturalmente non ho accettato; da quel momento è cominciata una vera persecuzione nei miei confronti: licenziato a causa del mio rifiuto mi sono visto chiudere porte in faccia, qualsiasi altra occasione di lavoro mi era stata preclusa, così non mi restava che cambiare aria».

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Ma non è finita, nel frattempo la sciocca maledizione fatta circolare dai suoi ex “datori”, aveva interessato anche lo stesso Alex. Insomma, genitori e figlio erano diventati di colpo una minaccia per chiunque li avvicinasse. «Dalle mie parti c’è ancora molta gente – spiega il ventiquattrenne nigeriano – che crede in queste cose, sortilegi, riti per scacciare presunte anime possedute dal demonio». Non lo salva nemmeno la sua fede cristiana. «Molti sono di fede cristiana nel mio Paese – spiega – ma non so cosa in realtà accada nella testa di quanti mescolano in modo disinvolto sacro e profano; fame e povertà, mista a una grande ignoranza, non bastano a giustificare gente che si rifugia nel destino, buono o cattivo, questo dipende dal loro personale punto di vista».

Così Alex molla lo sterzo di uno di quei camion che trasferiscono da un capo all’altro della sua cittadina, Auchi, centinaia di casse di preziosa “Pepsi”, e un futuro tutto sommato soddisfacente. «Guadagnavo, avevo ambizioni nel mondo del lavoro; questo, forse, è stato il mio principale errore, amare quello che facevo e una prospettiva di una vita serena che mi ripagasse dei tanti sacrifici».

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Arrivato in Italia pochi giorni fa, lo scorso 24 aprile, insieme a più di un centinaio di emigranti, Alex non ha dunque coronato il suo sogno nigeriano.«Magari trovassi qui un lavoro simile a quello che svolgevo in Nigeria – si augura – potrei iniziare con la stessa attività per cominciare a pensare a un futuro tutto nuovo». Non avrebbe amici, Alex. «Ce li ho – coregge – ma tutti compagni di lavoro con i quali non facevo che parlare dei viaggi faticosi cui ci sottoponevamo; a fine giornata ero distrutto da più di una decina di ore trascorse a bordo di un camion e da parole, parole e ancora parole sull’attività che ognuno di noi svolgeva sulla strada; per il resto, la gente con cui scambio due chiacchiere, ora, sono miei connazionali con i quali sono ospite di un Centro di accoglienza; ho nostalgia di casa, dei miei genitori e dei miei cinque fratelli rimasti nel villaggio: sono stato costretto ad andare via, la mia vita stava diventando un inferno».

Screditato agli occhi di chiunque, Alex ha preso il coraggio a due mani ed andare via. «Avevo un po’ di risparmi da parte – racconta Alex, altra storia sconcertante – per pagarmi il viaggio per l’Italia e poi viaggiare per l’Europa in cerca di quella fortuna che con me fino a quel momento era stata avara; arrivato in Libia, mi informo, chiedo chi dietro compenso possa aiutarmi a imbarcarmi per l’Italia: incontro un signore, a prima vista rassicurante, mi spiega che è lui la persona giusta e che in un baleno mi metterà sul primo gommone in partenza per l’Italia; c’è un solo particolare, superato il quale potrò già considerarmi con un piede in Europa: consegnargli i miei risparmi, al cambio più o meno cinquecento euro, che sarebbero serviti anche per ripagare il proprietario del gommone; per farla breve, spariscono insieme l’uomo e il denaro». Come il Gatto e la Volpe di Collodi nel celebrato “Pinocchio”: soldi e malfattori volatilizzati in uno schiocco delle dita. Foto-Storie-03

Alex e il piano B. Stavolta la seconda chance si presenta nelle vesti di una persona che promette e mantiene. Se non altro non chiede soldi, intanto perché Alex non ha più un centesimo, e poi perché assicura al ragazzo un pasto quotidiano. L’uomo della seconda occasione non cerca però un autista. «Infatti – spiega il ventiquattrenne nigeriano – mi invento falegname, riparo mobili per sette mesi, alla fine il giusto prezzo – secondo il mio “benefattore” – per essere accompagnato a Tripoli, dove era in procinto di partire per il mare aperto un gommone con a bordo più o meno centotrenta “passeggeri”: non siamo gli unici ad essere in balia delle correnti, a breve distanza ci sono altre due imbarcazioni di fortuna come la nostra; interviene una nave, presumo italiana, e salva tutti noi». Finalmente in Italia, lontano da sortilegi e istigazioni omicide, perfino da truffatori. La vita per Alex comincia a ventiquattro anni. «Voglio trovare un posto di lavoro, qui o altrove non importa, sicuramente lontano dall’ignoranza e da persone prive di scrupoli: grazie all’Italia ho ripreso a sorridere!».

«Riscrivo la mia vita»

John, nigeriano, ventotto anni

Sognava l’insegnamento, figlio unico, studiava in una scuola d’arte, poi il dramma. «Banditi fanno irruzione nel negozietto di famiglia e ammazzano mia madre, due colpi di pistola. Anche mio zio morto in modo simile. Fu mia zia a informarmi su quanto fosse accaduto». Lacrime interminabili, l’addio alla Nigeria, i lavori nei campi del Niger, infine prigionia e fuga dalla Libia, complice una guardia carceraria».

«Due colpi in pieno viso, lei si accascia a terra, inutili gli interventi della gente che in quel momento è lì vicina!». John, nigeriano di Edo State, ventotto anni, fede cristiana, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta il tentativo di rapina che costò la vita alla mamma, quarant’anni da poco compiuti. Uno degli episodi violenti che hanno segnato la sua di vita. In famiglia qualcosa di simile, e altrettanto violento, era già accaduto. Vittima lo zio, anche lui ammazzato per pochi soldi da banditi. «La vita – riprende John– non conta niente lì, tutti fanno di tutto: da piccolo ti tocca decidere, e alla svelta, cosa fare; se nella conta di “guardie e ladri”, tu fai parte dei primi, quanti cioè rispettano le regole del vivere civile, oppure degli altri, chi invece sostiene che il crimine paghi».

John, nero come il carbone, pupille che gli spiccano sul viso, sgrana gli occhi, torna indietro nel tempo. Ai suoi quindici anni, figlio unico, e alla zia paterna che gli comunicò la notizia della morte violenta della mamma. La donna si recò a scuola a trovare il nipote. Il ragazzo seguiva le lezioni nella Scuola dell’arte, dove stava imparando a scrivere la vita in modo corretto. La zia non voleva che il ragazzo apprendesse la notizia da altri, in modo violento. Tornando a casa, per esempio, rivolgendo lo sguardo verso il negozietto di generi alimentari di papà e mamma, dove nel frattempo si era formato un capannello. John, ricorda ancora quei momenti, piange. «Per me fu un duro colpo, dal quale mi sono ripreso a malapena: la mia vita, regolare fino a quel punto, aveva subito una brusca frenata, di lì a poco intorno sarebbe cambiato tutto!».

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PIANGE JOHN, «SCUSATE IL MOMENTO DI DEBOLEZZA»

Seduto a un tavolo, sorseggia un “espressino”, posa la tazza, si stropiccia gli occhi. Fa effetto vedere una reazione simile in quel ragazzone. Un italiano approssimativo, chiede scusa di quello che giudica un momento di debolezza. Ci scusiamo noi, invece: fare i cronisti, infilandosi fra le pieghe di una storia, è cosa assai complicata. Il più delle volte, dolorosa, per tutti. Ma le storie di ragazzi come John, che fuggono dal loro Paese in cerca di un angolo di cielo, possibilmente sereno, vanno raccontate. Utili, come sono, anche a quanti arricciano il naso vedendo un ragazzo nero, nonostante sia mite, aggirarsi, mani in tasca, per le vie del Borgo antico, la Città vecchia. «La zia, la faccia sconvolta – riprende il racconto – mi prese in un angolo e cominciò a raccontarmi cosa fosse accaduto poco prima: la prese larga, partendo da frasi incoraggianti, prima di arrivare alla vera notizia, agghiacciante: la morte violenta di mamma, in quel modo e per mano di tre banditi, armati di una pistola e due fucili; prima che la zia arrivasse a conclusione, ricordo, cominciò a mancarmi il fiato: ero un ragazzino, ma già capivo i grandi e quelle frasi, morbide ma con dentro cose brutte; cominciano sempre con lo stesso tono: una dolcezza che comincia a tingersi di dolore; ecco il mio sfogo, mi torna nella mente quel giorno: le parole e l’abbraccio di mia zia, il pianto di mio padre che mi stringeva forte, le sue lacrime che sfioravano il mio viso».

Ha nella mente quel dramma, come glielo hanno raccontato familiari e vicini, clienti di quella piccola drogheria. «I “miei” – racconta John – vendevano generi di prima necessità, guadagni magri, ma sufficienti ad assicurarci una vita decorosa e a farmi studiare: da grande volevo fare l’insegnante; non so, i libri mi sono piaciuti fin da piccolo e l’idea di insegnare a qualcuno i valori della vita, mi ha sempre affascinato; ora quel sogno si è infranto, quei due colpi di pistola hanno messo la parola fine alle mie ambizioni e, quel che più conta, alla vita di mia madre».

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«HO RIMESCOLATO I MIEI SOGNI»

John rimescola i suoi sogni, torna alla sua scelta, scappare dal suo Paese, pensare a un futuro lontano da regole violente. «Studiavo, giocavo al pallone, ma quei campetti di calcio non facevano più al mio caso, avevo perso la serenità, il sorriso; ero andato a vivere a casa della zia, fino a quando una malattia incurabile mi portò via anche lei; papà, nel frattempo, stava provando a rifarsi una vita, aveva una nuova compagna e io, figlio unico, potevo scegliere in modo autonomo, se restare – in quel clima da guerriglia urbana – oppure andare via, cercare fortuna».

Il suo viaggio, John lo tiene scolpito nella mente, giorno per giorno. «Arrivato in Niger – spiega – fui ospite di un signore che aiutai nei campi, una settimana: in cambio mi accompagnò ai confini con la Libia, passaggio obbligatorio per lasciare l’Africa e cominciare a vedere quella speranza della quale, da anni, parlavo con i miei amici; sette mesi in Libia, più o meno la metà fatta di grande sofferenza, tre mesi e due settimane recluso con miei connazionali in una prigione improvvisata».

«Sono stato picchiato – mostra le cicatrici John – torturato con un coltello: ho i segni addosso, sul naso, il resto del viso, sulle braccia; avevamo fame e ci passavano un piatto di spaghetti condito da un medicinale che ci indeboliva perché ci passasse la voglia di scappare; poi, un bel giorno, uno dei carcerieri, mosso a compassione, una notte ci fece fuggire; arrivati a Tripoli, io e miei compagni di fuga, ci riunivamo intorno a una enorme piazza: lì ogni mattina veniva gente con auto e furgoni, ci caricava e portava a lavorare nei campi; cinque mesi di lavoro, per mettere insieme i soldi utili per imbarcarci su un gommone e, finalmente, in Italia: in mare aperto, avvistati da una nave militare italiana, soccorsi e. una volta sbarcati, accompagnati a Catania; da lì viaggio in bus e l’arrivo a Taranto; qui è cominciata la mia nuova vita: guardo al passato con tristezza, più che con nostalgia, e al futuro con speranza».

«Lavora e zitto!»

Yankouba, maliano, esperienza agghiacciante

«Altrimenti botte». Un classico quando si cade nelle mani di aguzzini. «Due mesi di lavoro, non ci davano da mangiare anche per tre giorni di seguito: guai a svenire…». Nessun titolo di studio, papà perso a causa di una malattia. «Sono stato investito vicino casa, poche cure e poi dimesso: trovassi un lavoro, soldi a casa per aiutare mio fratello piccolo a studiare». Riconoscente alla Marina italiana.

FOTO STORIE 04 - 1 copia«Lavora e fai silenzio!». Nessuno si azzarda a parlare, i ragazzi di pelle nera rastrellati in Libia per strada vengono convogliati in uno stanzone di un edificio fatiscente. Porte enormi e, purtroppo, solide. Tanto robuste da impedire che a qualcuno, chiuso sotto chiave, possa balenare l’idea di aprire, scardinare in qualche modo quei portoni e scappare ancora, riprendere la corsa verso la libertà. Yankouba, maliano, diciannove anni, fede musulmana, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta la sua storia. Simile, raccontiamo spesso, a quella di altri connazionali o amici per la pelle, nera, che i libici individuano con estrema facilità. Li catturano, come fosse una mattanza, li accerchiano, sempre con le cattive, mai con le buone. Senza mezzi termini, insomma, li spingono, per riunirli in spazi allo scoperto, cantine, edifici in disuso, masserie. Dormono, i ragazzi, in stalle, a un metro dalle bestie da accudire.

«A me e la gente catturata con me – racconta Yankouba – è successo anche di peggio: non solo botte, ma anche intere giornate senza toccare cibo; c’era chi non reggeva questo ritmo, sveniva, pregava il Cielo che queste tortura finalmente finisse: in un modo o nell’altro, che gli aguzzini si muovessero a compassione, gettando per strada i più deboli, oppure che ponessero fine a questa sofferenza, anche nel peggiore dei modi, con un colpo di pistola o di fucile alla nuca».

«Non sai mai da chi ti arriva un colpo di arma da fuoco – riprende il diciannovenne maliano – militari o civili, lì girano tutti armati; perfino i ragazzini, pericolosissimi, hanno in tasca una pistola: connazionali mi hanno raccontato di qualcosa come un gioco di società, “Se vuoi la libertà, scappa e non fermarti!”». Un tiro a segno, fatto di gare di precisione. Si misurano, questi assassini in erba, con la vita di questi ragazzi di passaggio e che hanno la sola sfortuna di cercare una via di fuga da persecuzioni. Stabiliscono chi è il più bravo, per così dire, a colpire un bersaglio in movimento. «Libia, tappa obbligatoria per tutti, la finestra che affaccia sul Mediterraneo e ci permette, non senza mille paure, e a costo di rimetterci la pelle, di cominciare a pensare a una vita diversa, lontano da persecuzioni politiche e dalla fame».

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VIVA L’ITALIA E LA MARINA ITALIANA

Yankouba racconta un pezzetto della sua vita. Non lo fa volentieri, premette: prima e ultima volta. Non è severo, cerca comprensione. Del resto agli italiani sarà grato a vita («Sono riconoscente alla Marina italiana, ha raccolto me e decine di miei compagni in mare mettendoci in salvo!»). Non è facile trovare le parole. Spiega a gesti, ingoia a vuoto, gli occhi lucidi. Gli fa male ricordare certi passaggi, ma ci prova, accetta di liberarsene, ma è come se avesse ancora un coltello piantato nel costato e qualcuno glielo rigirasse. Quando siamo disposti a rinunciare, invece, Yankouba trova il coraggio nelle parole. «Non ho potuto studiare nel mio Paese, non ne avevo le possibilità: mio padre è morto per malattia, dopo una lunga sofferenza, lasciando mamma, me e un fratellino; è anche per quest’ultimo che voglio trovare lavoro, qualsiasi esso sia, dopo la Libia sono disposto a enormi sacrifici: guadagnare soldi e spedirli a casa, questo voglio fare, perché lui non patisca quello che ho passato io».

Perde il papà da piccolo. Una malattia curabile, forse sarebbe stata sufficiente una vaccinazione, seguire una profilassi, perché il papà di Yankouba fosse strappato a morte certa. Poche cure in Mali, lo stesso giovane diciannovenne è stato vittima di una scarsa assistenza sanitaria, zoppica. «I medici fanno quello che possono – dice – chi non può pagarsi le cure, ha la vita praticamente segnata; quattro anni fa sono stato vittima di un incidente: investito da un mezzo, mi hanno dato assistenza come potevano, poi mi hanno dimesso dall’ospedale nel quale ero stato trasportato; funziona così, ti rimettono in piedi come meglio possono, poi sono affari tuoi. Ho una leggera zoppia, avrei bisogno di un intervento per rieducare la gamba e, se nel frattempo non sono subentrate complicazioni, riprendere a camminare normalmente».

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RESTO, LAVORO PERMETTENDO

In Italia per rimanerci, condizioni permettendo. «Dovessi trovare un lavoro – assicura Yankouba – ma uno qualsiasi, purché decoroso, non mi tiro indietro: al mio Paese, in Mali, lavoravo nei campi, concimavo terreni, mi dedicavo al raccolto».

Una vita non delle migliori. «Senza titolo di studio dovevo fare qualsiasi cosa, ma non mi sono mai tirato indietro: vivere fra stenti e vessazioni, ho preferito andare via, magari crearmi un futuro, guadagnare poco, ma mettere da parte quel denaro che potrei mandare a casa, per aiutare l’unico mio fratello, piccolo, a studiare; per lui vorrei che la vita non fosse così severa come lo è stata con me».

Torna in mente la Libia. «Dopo un viaggio fra difficoltà che non sto a ricordare, la Libia e due mesi da dimenticare: fermato insieme ad altre decine di fratelli neri, tutti al lavoro, a raccogliere olive, a spezzarci la schiena; poi, all’imbrunire, sorvegliati e reclusi in uno stanzone; un panino, nemmeno a parlarne, restavamo digiuni anche tre giorni di seguito; due enormi porte ci impedivano di andare via, scappare, come se non fosse bastata la fuga dal mio Paese; quando un bel giorno ci siamo dati coraggio gli uni con gli altri: abbiamo sfondato una delle due porte principali e via, non sappiamo nemmeno da che parte siamo scappati, abbiamo solo seguito l’istinto».

Ma anche in Libia qualcuno che ha cuore. «Tre mesi di lavoro – conclude Yankouba – per ripagare un uomo che ci dava assistenza, finalmente ci sfamava e ci aveva promesso che avrebbe provveduto a trovare un gommone sul quale imbarcarci: così è stato, mare aperto, una nave italiana in lontananza, finalmente salvi!».

«Picchiato senza motivo»

Dramane, ivoriano, venti anni

«Preso continuamente a botte in Libia. Ho attraversato il deserto, pregato il Cielo perché morissi. Studiavo, ma per sopravvivere trasportavo tufi. Poi l’imbarco su un gommone, bucato, tutti in mare, finalmente una nave italiana…»

«Ho attraversato il deserto, pensavo di morire; mi avevano detto che una volta in Libia sarebbe stato meglio, macché… E poi, il gommone sul quale viaggiavamo in più di cento, bucato, poche ore dopo tutti in mare…». Così comincia la storia di Dramane, venti anni, nella sua Costa d’Avorio studente finché ha potuto e artigiano per necessità. Ha molte cose da raccontare. Quei giorni in pieno deserto, in compagnia di se stesso, che ne hanno fatto un uomo. Appare quasi più grande dei suoi vent’anni, Dramane, tanto è serio. Nemmeno un sorriso quando racconta di settimane, mesi, citando a memoria la grande sofferenza. Fronte corrugata, sguardo pensieroso, una persona “vissuta”.

Come fosse una spugna, Dramane ha assorbito e fatto sue diverse esperienze. «Non è stato il viaggio che qualche mio connazionale – spiega il ventenne ivoriano – in contatto saltuariamente con amici sbarcati in Italia, mi raccontava; diceva: pochi giorni di strada, qualche sacrificio e sarei arrivato finalmente in Libia, Paese di fronte alla tanto desiderata Italia: quando sei qui, e su questo dò ragione a quel mio amico, puoi davvero tirare un sospiro di sollievo; una volta sbarcato, che resti in questo Paese, molto accogliente, o vada altrove, avverti forte la sensazione di essere salvo. Finalmente salvo».

«Salvo», è una parola. Dramane riflette su questo concetto. Per molti mesi in fuga, anche quando pensava che il più era fatto, come al suo arrivo in Libia. Ma andiamo per ordine, cominciamo da una data che un ragazzo così profondo, come vedremo, tiene scolpita nella sua memoria: 10 ottobre del 2016. «Lascio la Costa d’Avorio con il dolore nel cuore – racconta – in famiglia il clima non era più quello di un tempo, tutto cambiato, da quando mio padre aveva deciso di sposarsi per la seconda volta: il mio rapporto con la mia matrigna era vissuto sull’orlo di una crisi continua; litigavamo per ogni cosa, quasi io fossi un corpo estraneo, un peso per la famiglia; furono queste continue frizioni, anche in presenza di mio padre, a convincermi che era giunto il momento di assumere una decisione, andare via».

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GLI STUDI, LA FUGA DALLA COSTA D’AVORIO

Costa d’Avorio, situazione politica ed economica insostenibile. Specie per un ragazzo che ha davanti a sé tutta la vita. «Andavo a scuola, gli studi furono la prima cosa che la nuova compagna di mio padre mi impedì di proseguire; lasciai il mio genitore a malincuore, lo stesso i tre fratelli e soprattutto, mia madre con la quale mi vedevo spesso e oggi sento quando posso: non potevo più vivere in quel clima, non solo familiare, il mio Paese era diventato invivibile, specie per quanti vogliono crearsi un vero futuro».

La fuga, il deserto. «E’ stata dura talmente erano gli stenti, al mattino il sole picchiava; la sera il freddo congelava, entrava nella tua pelle, il rischio che il mattino dopo non ti svegliassi era più di una ipotesi; in quei giorni vegetavo, sopravvivevo, cercavo di allontanare la mia volontà, spossessarmi di anima e sentimenti: l’unico modo era non pensarci, ma non era facile; più di qualche volta ho invocato il Cielo perché morissi».

Poi, Dramane, supera l’ostacolo, ma arriva la prova più dura sostenuta fino ad oggi. «Vedrai, una volta in Libia tutto sarà più semplice», lo incoraggiavano gli amici. «E invece lì cominciano i dolori, non solo di pancia – perché si mangia poco, addirittura niente e per più di un giorno – ma anche fisici: più pericoloso che attraversare il deserto; il colore della pelle in qualche modo ci tradiva, neri come eravamo ci fermavano un istante: ci chiedevano cosa stessimo facendo lì e, senza una ragione, giù botte; lasciare la Costa d’Avorio per andare a morire in un altro Paese, è questo che poteva accadere, anzi – mi dicevano – era già accaduto a più di qualcuno; carri armati per strada, i soldati con le armi spianate addosso a noi: per un breve periodo, insieme con altri, sono stato segregato in una casa disabitata; ci facevano sfiancare, lavorare sodo, e non sempre ci davano da mangiare, ho saltato il pasto per tre giorni e, nonostante tutto, privo di forze ero costretto a trasportare tufi che sarebbero serviti a realizzare costruzioni».

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GOMMONE BUCATO, TUTTI IN MARE!

Finito il lavoro, i pericoli continuano. «Ci avevano lasciato al nostro destino, ma se ci avessero rivisto per strada sarebbero stati altri dolori; uscivamo la sera, sul tardi, per comprare qualcosa da mangiare, poi di nuovo al chiuso, per non farci vedere in giro ed essere nuovamente picchiati, senza motivo». Poi lo spiraglio, dopo una serie di piccoli lavori, il gommone tanto sospirato per lasciarsi alle spalle la Libia, quel Paese ospitale almeno sulla carta.

«Eravamo in 105, lo ricordo perfettamente – prosegue Dramane nel suo racconto – come ricordo che non appena arrivammo al largo, in mare aperto, avvertimmo un grosso pericolo: il gommone era bucato; non so come fosse successo; potevamo restare a galla ancora qualche ora, poi saremmo finiti tutti in mare». Ma ecco la salvezza: una nave italiana, quattro giorni di viaggio, terra. «Adesso voglio pensare a riprendere gli studi – conclude Dramane – nel mio Paese facevo l’artigiano, specializzato nel sistemare mobili che dovevano essere riparati; non mi dispiacerebbe riprendere questo lavoro, impegnarmi da un rigattiere: sapete, quei commercianti che comprano o ritirano mobili usati o da buttare e li rimettono a nuovo? E’ un’idea: dopo aver passato disavventure nel deserto e in Libia, quasi per un debito di riconoscenza nei confronti della vita, sarei disposto a fare qualsiasi lavoro!».

«Riprendo a correre»

Moustafa, ivoriano, venti anni

«Un brutto incidente d’auto, muore il proprietario del mezzo sul quale lavoravo come fattorino, un’operazione non riuscita in un presidio sanitario pressoché inesistente, papà scomparso a causa di un tumore». In Italia dalla Costa d’Avorio, dopo un campo di prigionia in Libia, studiava da meccanico e carrozziere.

«Se sono stato picchiato appena arrivato in Libia? Certo, ma non stupitevi, essere oggetto di atti di violenza gratuita, lì, in quei posti, è la normalità».Moustafa, venti anni, arriva in Italia dalla Costa d’Avorio. «Avevo messo in conto che nel mio lungo viaggio verso la libertà – dice il giovane ivoriano – avrei potuto imbattermi in qualcuno che mi avrebbe picchiato, avrebbe potuto perfino mettere fine alla mia vita: era un rischio, però, che dovevo prendermi, le condizioni in cui vivevo erano sotto il livello di sopravvivenza».

Così, Moustafa, un giorno, bello o brutto che sia, lo stabiliranno le settimane, i mesi a seguire, fugge dalla Costa d’Avorio. «Alla fine me la sono cavata a buon mercato – confessa – certo, picchiato sono stato picchiato, pensavate che me la cavassi a buon mercato? Nei miei confronti c’è stata una certa comprensione, avevo problemi di salute e non infierivano tanto su di me, anche se il fatto che non stessi bene non mi risparmiava la quotidiana dose di spintoni e colpi ai fianchi con il calcio del fucile».

Furono i suoi occhi, ricorda Moustafa, a convincere i militari ad usare un trattamento diverso rispetto agli altri neri presi in ostaggio e sbattuti in “dentro”. «Non sono vere prigioni: sono capannoni, nella migliore delle ipotesi; nel mio caso, il posto in cui eravamo sorvegliati era un terreno con mura di cinta altissime che non avresti mai potuto scavalcare, nemmeno se fossi stato un campione di salto con l’asta». Oggi il ragazzo sorride, supera qualsiasi diffidenza. Si presta volentieri agli scatti di Paolo, l’autore delle foto a corredo del servizio. La sua storia, gli spieghiamo, sarà utile per raccontare la fuga di uno dei tanti ragazzi come lui verso la libertà.

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Ospite del Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”, Moustafa riprende a raccontarci la sua storia. «Ero debole a causa di un grave incidente di auto nel quale aveva perso la vita l’uomo per cui lavoravo in Costa d’Avorio; fui trasportato in un presidio sanitario nel quale fecero quanto nelle loro possibilità: non esistono attrezzature o professionalità nel campo della medicina; se hai soldi puoi permetterti il trasporto in un ospedale, una clinica e avere un’assistenza appropriata, anche se non è garantita la pronta guarigione; dunque, io ero abbandonato al mio destino, mi sottoposero a una operazione, non so nemmeno come, ma alla fine mi rimisero in sesto e dimisero dal presidio sanitario – chiamare “clinica” oppure “ospedale” le diverse strutture di fortuna esistenti, è una esagerazione – per loro andava già bene così: stavo meglio o comunque meno peggio di prima, pertanto secondo il loro punto di vista l’operazione era riuscita».

Non è dello stesso avviso Moustafa, che si muove in una sorta di moviola. Camminare, cammina. Ha dovuto, però, rinunciare a tirare due calci al pallone, come gran parte dei ragazzi della sua età. «Ma non mi importa, ciò che conta è la salute e, oggi, la libertà, il guardare al futuro con una buona dose di speranza; non avendo più un datore di lavoro con un mezzo proprio, è stato subito complicato trovare una nuova occupazione: facevo il fattorino, caricavo e scaricavo bagagli di gente che io e il conducente-proprietario del mezzo, accompagnavamo per centinaia di chilometri; persone interessate a viaggiare, per lavoro o intenzionate ad andare via, lontano dalla fame e da una politica che, per bene che potesse andargli, offriva solo svantaggi».

Moustafa ha l’aria matura. Accenna un sorriso. Raro vederlo ridere. Nemmeno quando accenni a un francese approssimativo, giusto per strappargli una risata. Niente, ti corregge con garbo, riprende a raccontarsi. «Oggi guardo alle mie spalle, ho un fratello più piccolo rimasto lì, in Costa, insieme con mia madre nel frattempo risposatasi: mio padre non c’è più, morto di tumore, anche lui scomparso a causa di un’assistenza sanitaria inesistente; provate a immaginare quanto possano costare cure e medicinali per un essere umano che ha scarse possibilità economiche: il suo destino è scritto, purtroppo».

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Senza il sostegno economico del papà che si industriava come meglio poteva, il ragazzo ventenne ha dovuto anticipare la chiusura del suo ciclo di studi. «Studiavo la sera, volevo fare il meccanico, nel frattempo ho imparato anche l’arte del carrozziere – mostra sul cellulare un breve video di un’auto rimessa a nuovo – se dovessi restare qui, in Italia, non mi dispiacerebbe fare questo lavoro, ci sono tante auto qui; intanto ho preso una licenza media, un titolo di studio che possa aiutarmi a fare progressi nell’imparare a scrivere e leggere; prendo lezioni e appunti, studio e faccio corsi di alfabetizzazione presso il Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”: imparo in fretta, voglio essere pronto a scrivere un nuovo capitolo della mia vita; se possibile trovare un lavoro, purché dignitoso, e mandare soldi a casa per fare studiare il mio fratellino rimasto in Costa d’Avorio».

Il viaggio per l’Italia, dalla Libia. «Non lo sapevo, potevo solo immaginarlo – conclude Moustafa – sarebbero potuti passare mesi, anni; nonostante problemi di salute facevo lo stesso lavoro degli altri: insieme con i miei compagni, alcuni anche connazionali, eravamo reclusi in un enorme recinto; tagliavamo erba per sfamare gli animali da cortile, di cui ci prendevamo cura; se non lavoravi come dicevano loro, i sorveglianti ti picchiavano: in cambio, un pasto al giorno, al mattino, e acqua salina, qualcosa di imbevibile. Per fortuna tutto è finito un bel giorno, evidentemente quei mesi di lavoro erano stati sufficienti a “pagarci” un viaggio di fortuna per l’Italia: imbarcato insieme ad altre decine di ragazzi sul solito gommone, in mare aperto siamo stati avvistati da una nave militare italiana; tutti a bordo per essere accompagnati a Trapani; da lì, viaggio a Taranto e fine della corsa. Adesso dipende solo da me riprendere a correre».