«Voglio una vita normale»

Il sogno di Evidence, nigeriano, venticinque anni

Una sorella uccisa a colpi di fucile sotto i suoi occhi. Pianto e disperazione, il desiderio di un lavoro da marinaio. «Viaggiare, sarebbe bello, come salvare miei connazionali da persecuzioni, botte e proiettili».

Foto Articolo Storie 03 - 1«Colpi di fucile nel mucchio, mia sorella stramazza al suolo, davanti ai miei occhi!». Evidence, venticinque anni, nigeriano, cristiano, dallo scorso gennaio in Italia, ha gli occhi rossi. Piange. In modo composto. Quelle immagini, però, non le dimenticherà mai. Sono una ferita che non si rimarginerà mai. Sua sorella, unica a seguirlo nella fuga verso la libertà, in quel momento era la sua famiglia. A casa, ancora due sorelle, due fratelli, la mamma. Papà non c’è più, una morte prematura lo ha sottratto all’affetto dei suoi cari.

Dunque, la ragazza, il mucchio. «Il mucchio – spiega Evidence – eravamo tutti noi, nazionalità diverse, scopo identico, fuggire da un regime restrittivo e dalla fame, tanta; accerchiati ci agitavamo, in cerca di una via di fuga, perché quando i militari, ma anche ragazzini, di solito armati di fucili e pistole, ti fermano, non sai mai come andrà a finire: l’unica strada che impari a conoscere è scappare, cuore in gola, fino a perdere il fiato».

Una gragnuola di colpi. La sorella di Evidence si piega sulle ginocchia, porta una mano alla schiena, quasi tentasse di sfilarsi dalle vive carni quel proiettile che l’ha attinta in un punto vitale: non ha il tempo di disperarsi, l’ultima immagine che si riflette nei suoi occhi è il cielo, un’ultima preghiera rivolta al Signore; lei, cattolica, che coltivava un grande sogno, consegna prematuramente l’anima a Dio. «I compagni – ricorda il venticinquenne nigeriano – mi strattonavano, mi dicevano che forse era ferita e che se mi fossi fermato sarei stato un bersaglio facile per quei cecchini, persone senza scrupoli».

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IL DOLORE NEL CUORE…

Gli occhi ancora arrossati. Scusarsi con Evidence per aver toccato ferite ancora aperte, sembra il minimo. Nei confronti della donna e del dolore del giovane nigeriano. La fuga da Zabrata, poi Zuiwara, Libia. «Il dolore nelcuore – racconta – mi domandavo chi mi avrebbe dato il coraggio per raccontare a mia madre con la quale mi sento appena posso, che ero rimasto solo: magari, sulle prime, alleggerire il dolore dicendole che non avevo notizie su di lei, mia sorella, poi alla prima occasione, raccontare a mamma come in realtà fossero andate le cose».

Zabrata, Zuiwara. «Nel mio Paese ho studiato – ricorda – ma tanto, ho il mare nel sangue, ma anche quel sogno si è spezzato, mio padre è venuto a mancare a causa di una delle malattie che non perdonano: in Nigeria proviamo a curarci come possiamo, quei pochi medicinali costano troppo, la speranza alla vita possono permettersela solo “quelli con i soldi”». E i familiari di Evidence non sono fra “quelli”. Vivono come possono, di piccoli, saltuari lavori. Riescono a malapena ad apparecchiare tavola una sola volta al giorno. «Fine degli studi, papà viene a mancare, e quando manca quel piccolo sostegno economico cominciano i veri dolori; perdi, d’un tratto, la guida sicura, quella paterna, chi fino a quel momento si è preoccupato di tutto, dal sostegno per vivere con decoro e per gli studi, perché tu possa lasciare i campi e fare una vita migliore».

«Studiavo come marinaio – riprende Evidence – non so come chiamiate quei corsi voi, in Europa, fatto sta che ho imparato tutti i segreti del mare, fino a quando è stato possibile».

Fa male fare un passo indietro. Torniamo in Libia, le squadre della morte o, comunque, quelle di soldati privi di scrupoli che fermano neri a grappoli. «Se ti va bene ti picchiano – spiega il giovane nigeriano – ti rivoltano le tasche, te le svuotano di quei pochi soldi che hai e ti licenziano con un calcione bene assestato! A me è andata così, con i miei connazionali per un breve, ma doloroso periodo, facevamo colazione, pranzo e cena con quantità indescrivibili di pugni e calci».

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DA MARINAIO A RIPARATORE DI CONDIZIONATORI

Poi Evidence riesce a liberarsi. Trova un lavoro nella stessa Libia. Lavoro in cambio di un viaggio per la libertà, l’Italia. «Mi improvviso tecnico di condizionatori – confessa concedendo un primo, accennato sorriso – mi va bene perché imparo subito la tecnica del perfetto riparatore; per molto tempo mi tocca lavorare sodo, ma la prospettiva che ogni giorno, all’indomani, sia quello buono per arrivare in Italia, mi alleggerisce di qualche preoccupazione; è così che va, lavoro sodo, stacco il biglietto per un gommone sul quale ci stringiamo come sardine in più di cinquanta: al momento dell’imbarco sembravamo in una di quelle cassette di pescato esposte al mercato».

Un viaggio che fortunatamente dura poco. «In mare aperto – dice Evidence – avvistiamo una nave italiana, il cuore comincia a battere forte, gli italiani sono amici: “Vengono a soccorrerci!”, pensiamo; saliamo a bordo, mi sembra quasi di essere a casa, io che in Nigeria ho studiato attività marinare; arriva il primo sospiro di sollievo, il prezzo pagato per essere lì, in quel momento, è stato alto, troppo: mia sorella non c’è più, il dolore torna daccapo a galla. L’arrivo in Sicilia, poi in bus fino a Taranto».

Restare in Italia, sarebbe bello. «C’è già poco lavoro per gli stessi italiani – dice – per me sarebbe un problema anche se prego ogni giorno il Signore perché la vita possa finalmente riservarmi un sorriso: non chiedo tanto, ma solo il necessario, per vivere dignitosamente; magari in Germania, mi dicono miei connazionali, potrebbe esserci una prospettiva, ma per ora tutto è così vago; certo, se restassi in Italia, a lavorare su una nave sarebbe il massimo, il mare lo avverto sulla pelle».

Nave militare, mercantile. «Quando penso a una nave, penso a un lavoro, a grandi viaggi, porti esteri in grande quantità: viaggiare senza paure, di queste non voglio più sentir parlare, penso di aver già dato abbastanza, il dolore difficilmente mi abbandonerà; viaggiare, perché no, trarre in salvo dalle acque ragazzi come me che hanno voglia di vivere, di scrivere una storia diversa che non sia quella di botte e torture, fughe e colpi di fucile: forse chiedo troppo, non so, allora diciamo che questo è il mio sogno, vivere una vita normale».

Adel

“Ho incontrato Costruiamo Insieme nel periodo più brutto della vita”

Piove a dirotto a Bitonto e Adel arriva all’appuntamento con quaranta minuti di ritardo dopo che per telefono mi ha chiesto la cortesia di aspettarlo. Ha tanta voglia di raccontare anche la sua storia dopo aver letto tutte le storie che abbiamo raccolto e pubblicato.
E’ arrivato in Italia nei primi anni novanta dalla Tunisia, poco meno di 30 anni fa ed oggi considera Bitonto la sua seconda città e l’Italia la sua seconda patria. Oggi Adel ha 50 anni e conosce parla cinque lingue.
“Certo –racconta- i primi tempi non sono stati facili. Notti trascorse a dormire per strada, un pasto caldo alla mensa della Caritas e, col tempo, la solidarietà di amici e connazionali che mi hanno ospitato in casa. Nel frattempo, lavori saltuari, occasionali, il minimo per sopravvivere”.
Sempre a Bitonto conosce Rosa, si innamorano, si sposano.
Un matrimonio che per Adel significa anche ottenere il permesso di soggiorno, quei documenti che finalmente gli consentono di emergere dal sommerso nel quale è stato costretto a lavorare fino ad allora.
Adel e Rosa arricchiscono la loro famiglia con tre figli mentre lui gira l’Italia per svolgere diversi lavori soprattutto mettendo a frutto le sue competenze nel settore elettromeccanico rinvenienti dal Diploma conseguito in Tunisia.
Ma la vita gli riserva brutte sorprese: il suo secondogenito, Alessandro, nato con una lesione celebrale provocata dal mancato afflusso di ossigeno al cervello al momento del parto, muore a soli 19 anni e, nello stesso periodo, muoiono in Tunisia uno dei suoi cinque fratelli e la cognata.
“E’ stato il periodo più brutto della mia vita, mi sentivo perso, sconfitto, avevo perso la voglia di andare avanti nonostante gli sforzi di mia moglie e delle mie figlie. Mia figlia Annalisa, che oggi ha 25 anni, ha anche lasciato gli studi per starci vicina e per assistere la sorellina Cosma Damiana che ha 5 anni ed è affetta da sindrome di Down.
Ma è proprio in questo momento che mi è capitata una cosa inaspettata che mi ha cambiato la vita, non solo la mia, ma anche quella della mia famiglia”.
Gli occhi gli si illuminano, appare in volto una felicità che spezza la tristezza della narrazione che fino ad allora aveva segnato il nostro incontro. Non lo interrompo, resto attento di fronte alla sua inarrestabile voglia di raccontare.
“Vito Masciale, Presidente dell’ASP Maria Cristina di Savoia di Bitonto, mi ha presentato il Direttore Generale di Costruiamo Insieme, una Cooperativa Sociale che opera anche nel settore dell’accoglienza dei migranti. Maurizio Guarino, nonostante io stessi attraversando un brutto periodo per le vicende familiari o, non so se proprio per questo, mi ha offerto un lavoro come operatore e mediatore nella sua Cooperativa. Ricorderò quel giorno per tutta la vita e ancora oggi ringrazio Dio tutti i giorni per aver fatto trovare sulla mia strada queste persone straordinarie. Maurizio, la Presidente Nicole, Barbara mi hanno restituito quella voglia di vivere che avevo perso. Ormai da tre anni lavoro stabilmente con loro e adoro il mio lavoro. Non smetterò mai di ringraziarli per questo!”.
Conosco bene Costruiamo Insieme e le sue pratiche di integrazione reale, la voglia quotidiana di poter dare risposte e soluzioni a quanti sono portatori di problemi e il racconto di Adel non è che una conferma.
E Adel è uno dei tanti operatori di Costruiamo Insieme che spesso, anche fuori dal suo orario di lavoro, si presta a dare supporto agli ospiti delle strutture.
Ma è la naturalezza con la quale Adel dice di adorare il suo lavoro che mi incuriosisce e mi spinge a chiedergli perché.
“Io non ho dimenticato le mie origini, la mia storia. Ho lasciato la Tunisia trent’anni fa perché non vedevo un futuro per me in quel Paese e capisco le ragioni di tutte le persone che lasciano i loro Paesi per diverse ragioni. Non è solo la guerra ad ammazzare le persone, le persone muoiono per condizioni di povertà estrema, perché perseguitata e, soprattutto i giovani, perché nei loro Paesi non hanno futuro, la possibilità di dare un senso alla propria vita diverso dalle violenze e dai soprusi. Stare vicino, aiutare quanti riescono ad arrivare in Italia e sono ospiti dei nostri Centri di Accoglienza da un senso diverso anche alla mia vita, mi arricchisce, mi rende sereno, una persona completa. Vedere queste persone vittime della burocrazia mi rattrista perché in tanti sono costretti a lavorare in nero quando potrebbero avere un regolare contratto di lavoro. E quando li vedo uscire dalla struttura alle prime ore del mattino con i giubbini fluorescenti e le torce comprate ad un euro nei negozi cinesi per camminare al buio mentre si recano al lavoro, mi si stringe il cuore al pensiero che una burocrazia più efficiente potrebbe risolvere tanti problemi e dare dignità a tante persone”.
Cerco di dire ad Adel che il problema della burocrazia è generalizzato, colpisce tutti, anche gli italiani.
Mi interrompe con garbo e riprende il suo racconto: “Vedi, io vivo a Bitonto da 30 anni, conosco tanta gente e ho avuto la fortuna di incontrare Costruiamo Insieme per poter dire che oggi un futuro migliore ce l’ho e con me la mia famiglia. E posso dire che Bitonto è una città accogliente. Ma la gente, gli italiani, sono stanchi di vedere servizi che non funzionano, pensioni e stipendi bassi, e quando sento parlare di razzismo o di intolleranza penso che sia semplicemente una valvola di sfogo per non affrontare problemi reali che niente hanno a che fare con la presenza di migranti. In Italia, e questo vale per tutti, si parla sempre di doveri e sono d’accordo che vadano rispettati, ma quando si parla di diritti…”.
Adel mi confessa che ha la passione per il gioco del biliardo “perché è un gioco di precisione, di calcolo” e queste convinzioni le ha maturate nei luoghi di aggregazione che frequenta, luoghi “misti” come li definisce.
La sua voglia di raccontare è tanta ma, ormai, si è fatto tardi.
Mi chiede di ritornare a parlare sull’opportunità lavorativa e sulle prospettive di vita che ha ricevuto da Costruiamo Insieme e gli evidenzio che tanti suoi colleghi hanno alle spalle una storia di migrazione perché la Cooperativa “accoglie”, non “raccoglie”.
Alla fine patteggiamo e saluta le persone che porta nel cuore in un video messaggio.

 

«Il mio sogno italiano»

Friday Ebor, nigeriano, trent’anni

«Una volta in Italia, mi sono sentito come in famiglia», racconta. «L’esperienza nel mio Paese e in Libia, mi hanno segnato. Lavoro e dolore, fra i campi e negli allevamenti di bestiame. Voglio studiare, imparare, trovare un lavoro»

Foto ARTICOLO Storie 03 - 1Un altro dei ragazzi del Centro accoglienza, un’altra storia. Storie simili, non uguali. Qualcuna scandita da drammi familiari, altre da fughe notturne, pestaggi, violenze di ogni tipo. C’è anche un lieto fine, quello raccontato da Friday Ebor, nigeriano di trent’anni. Arrivato in Italia con il solito gommone stracolmo soccorso da una nave di passaggio e un occhio malandato, il sinistro, a causa di una malattia. Contratta, non sa bene dove, nel suo Paese o in Libia, dove ha lavorato per un po’, il tempo di raccogliere le risorse per pagarsi il viaggio. Gli operatori di “Costruiamo Insieme” si stanno prendendo cura di lui, Allahssane non lo lascia un attimo. In una mano le richieste di una visita specialistica, nell’altra un cellulare. L’operatore chiama il medico, chiede quando sarà possibile sottoporre Friday a un’altra accurata visita di controllo.

Il trentenne nigeriano ha fretta di rimuovere certi ricordi. «Un anno e mezzo di Libia, anche io, come tanti connazionali, ho staccato il biglietto per l’Italia – un viaggio su un affollato gommone, con vista su nave spagnola prima, una militare italiana poi – lavorando sodo; alla fine, per come poi sono andate a finire le cose, mi ritengo pienamente soddisfatto».

Lavorare al buio, non sapere quanto tempo ancora dovesse spezzarsi la schiena, da mattino a sera. Non è una buona notizia, ma Friday, “venerdì” il suo nome tradotto in italiano, si dà da fare lo stesso. Dà il meglio si sé. «Sono stato impegnato nei lavori più umili – racconta – sono orgoglioso di quanto ho fatto: ho accudito animali di tutti i tipi, pecore, galline, cavalli; sveglia al mattino, all’alba, fra uno spiazzo infinito e qualcosa che somigliava a una stalla; lascia quel mangime e prendi l’altro; poi l’acqua, tanta, riempi i secchi e dai da bere a ogni animale; non mi lasciavano un attimo, quelle bestiole, mi vedevano come l’uomo della provvidenza: lo stesso effetto che ha fatto il comandante della nave spagnola che ha tratto in salvo me  e i miei compagni su quel gommone di fortuna; pecore e galline, lo stesso i cavalli, mi seguivano ovunque fino a quando non erano sazi».

COMMESSO, CONTADINO, ACCUDIRE PECORE E GALLINE

Eloquente il gesto di Friday, che agita una mano. Un gesto all’italiana, quasi a dire «Mamma mia!». E, in effetti, non c’era tanto da stare allegri, specie quando convivi con una malattia che ti impedisce di vedere bene. «Non nascondo la paura – confessa – specie quando di occhi ne hai solo due e la vista è il bene più prezioso che tu possa avere, e pensi che possa accaderti di colpo un black out». Paura legittima, ma la storia cambia a partire dalla stessa Libia. «Un amico mi era venuto incontro: i medicinali per curare l’occhio me li procurava lui; non sapevo come sdebitarmi, mi rispose che non avrei dovuto preoccuparmi e che solo quando avrei trovato lavoro avrei saldato la mia riconoscenza; dunque, il lavoro: sveglia all’alba, un anno e mezzo circa di questa vita, accudire le bestie in cambio di due panini da mangiare durante la pausa, uno al mattino, l’altro la sera; è andata così, per  tutto quel tempo…».

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Passo indietro, Friday. Racconta la sua storia in Nigeria. «Lavoravo in un grande negozio, vendevo di tutto, dalle scarpe all’abbigliamento: ho fatto una buona esperienza, ho imparato le regole del commercio, anche se lavoravo per altri; il rapporto umano, le soddisfazioni, fino a quando la politica nel mio Paese cambia tutto; non circola più lo stesso danaro, la gente rischia di morire di fame: una famiglia non ce la fa più a vivere, nemmeno discretamente, si abitua anche a mangiare qualsiasi cosa una volta al giorno». Insomma, Friday perde giocoforza il posto di lavoro. «Mi hanno mandato via – dice – i proprietari dell’attività per la quale lavoravo non avevano più risorse economiche, le tasse portavano via tutto; l’unica cosa che restava da fare, andare a lavorare nei campi, con mio padre: lui, in qualche modo, faceva da garante per me, ma la storia è durata solo due anni, poi papà è morto, lasciando soli me, mia sorella e mia madre».

RESTEREI IN ITALIA, IL LAVORO NON MI SPAVENTA

Comunicazioni non del tutto interrotte. «Sento mamma e sorella quando è possibile, non sempre mi è possibile usare il cellulare; però le cose essenziali riusciamo a dircele, almeno da quando sono in Italia: quando ero in Libia, purtroppo non funzionava così, con i miei familiari era complicato e costoso sentirsi, soldi non ne vedevo, figurarsi cellulare e ricarica telefonica».

In Italia per restarci. «Sto qui da due mesi – spiega – l’italiano sto imparando a leggerlo, seguo con i miei compagni il corso di alfabetizzazione che svolgono all’interno del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”; quando qualcuno mi parla riesco già a capire le cose principali di un discorso; a parlarlo, l’italiano, è ancora un po’ complicato, ma comincio a provarci».

Friday prende il primo giornale che gli capita fra le mani. Legge le pubblicità, lettere in maiuscolo e caratteri robusti. E’ a buon punto. «Mi piacerebbe restare in Italia – rivela – trovarmi un lavoro qualsiasi, non ho paura: l’esperienza nel commercio, nei campi e nell’azienda nella quale accudivo animali, mi sono servite; l’impegno è il massimo: voglio imparare l’italiano e studiare, guarire al più presto l’occhio malconcio e poi trovarmi un lavoro, questo Paese sta diventando il mio sogno».

«Le mie prigioni»

Rex, nigeriano, trentacinque anni

«Arrestato nel mio Paese, due anni di carcere, un’ingiustizia; in Libia, la mattina nei campi, la sera chiuso a chiave in una stanzetta, dormivo a terra. Due sogni: un lavoro decoroso e riabbracciare moglie e figlio. Mi impegno per un titolo di studio e imparare l’italiano».

«Due anni in galera, senza motivo, funzionava così: arrivavano i militari, stavi parlando con amici di un qualsiasi argomento, finivi “dentro” e non c’era santo che potesse aiutarti». Rex, nigeriano, trentacinque anni, fede cristiana, dallo scorso gennaio in Italia, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta il suo Paese, conflitti interni e regime militare.

«Ero con amici e conoscenti in un bar – riprende Rex – commentavamo qualsiasi cosa, il più delle volte notizie di sport, niente di più: piombarono su di noi uomini in divisa, minacciandoci armi in pugno; un invito, brusco, a salire a bordo di mezzi militari, per poi rinchiuderci in un penitenziario; nessun processo, funzionava così, era stato sufficiente che fossimo un gruppo, fermi lì a parlare, quasi volessimo tramare qualcosa…».

Adunata (o radunata) sediziosa, si diceva un tempo in Italia, quando un incontro fra una decina di persone veniva considerato manifestazione ai danni del governo. Rex, comunque, insieme con quel pugno di amici finisce recluso fra quattro mura. «Tutto quel tempo mi è servito a consolidare l’idea di ingiustizia; se quando fossi uscito all’esterno non fosse cambiato niente, avrei seriamente pensato andare via».

Non era più la sua Nigeria, Rex la guardava con occhi più critici ormai, anche con una certa rabbia a cui, prima, non avrebbe mai pensato. «Due anni, un terzo praticamente condonato per buona condotta evidentemente: ero profondamente cambiato, un ribollire di sentimenti che fino a qualche tempo prima avevo contenuto». Non è facile, come si dice in Italia, prendere cappello e, in un attimo, lasciarsi alle spalle una storia, una famiglia. «A maggiore ragione quando si ha una famiglia, patriarcale, con papà, mamma e sei fratelli; e una famiglia tua, una moglie e un figlio. E’ complicato prendere una decisione così impegnativa, ma non c’era via d’uscita».

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LAVORO NEI CAMPI, AUTISTA, MECCANICO…

Nel frattempo la scomparsa del papà, scuote Rex. «Avevo a lungo lavorato come autista, accompagnando da una capo all’altro della mia città la gente che si spostava per lavoro; poi con papà nei campi, a raccogliere frutta e ortaggi rivenduti al mercato: quando mio padre muore, però, la mia vita subisce una brusca frenata; il mio genitore era, in qualche modo, garante del rispetto nei confronti del regime del Paese; insomma, non creavamo problemi a chi comandava, a noi interessava lavorare e portare a casa il necessario per sfamare una famiglia numerosa».

Rex fa l’autista, lavora nei campi. Non solo. «Non si può dire – ragiona il trentacinquenne nigeriano – che sfuggissi al lavoro, anzi, mi piace lavorare e possibilmente vedere in concreto i frutti del mio impegno; se faccio sacrifici, li compio per la mia famiglia, mia moglie Gloria, e mio figlio Kingsley, che ha appena compiuto dieci anni: li sento quando è possibile, le telefonate a casa prosciugano le tasche; dunque, mi sono specializzato in meccanica, non necessariamente su auto e camion, sono un portento su motori e motorini…». Motorini, non ciclomotori, ma sistemi meccanici come per l’approvvigionamento idrico. Dove ha vissuto Rex, fra Nigeria e Niger, Stati separati da un fiume, non esistono vere condotte. Portare acqua, in assoluto il bene di prima necessità, nelle case o nei villaggi, il più delle volte è possibile grazie a un sistema di motori e motorini. Sono questi ad attivare meccanismi che portano acqua un po’ ovunque: per bere e per l’igiene, ma anche per i campi, per qualcuno quei pochi metri di terra in cui ognuno coltiva ciò che può. «Sono diventato un tecnico specializzato, per me motori e motorini non hanno segreti; magari in Italia trovassi un posto da meccanico, posto che anche fare l’autista o lavorare nei campi non mi dispiacerebbe: qualsiasi lavoro, purché rispettato, è onorevole»

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SOFFERENZA SENZA FINE

In Italia per caso o di proposito. «Appena arrivato è sbocciato l’amore per questo Paese – sorride Rex – accoglienza e cordialità, vorrei restare qui, trovare un lavoro e finalmente chiamare Gloria e Kingsley, dire loro di preparare i documenti e raggiungermi perché ho trovato un lavoro; amici e connazionali sono andati altrove, io sono qui da un mese e mezzo, mi è bastato poco per capire cosa significa libertà e dignità: non finirò mai di ringraziare l’Italia per l’occasione che mi sta dando, devo ricambiare la fiducia, attivarmi e rendermi utile al Paese che mi ospita».

Rex ricorda il lungo viaggio per arrivare in Italia. Un lungo antefatto. «Dalla Nigeria passo in Niger, dove sto due mesi: piccoli lavori in cambio di cibo, di più non è possibile avere, mi accontento; per arrivare in Libia e cominciare a vedere all’orizzonte l’Italia, viaggio una settimana; lì resto più di un anno».Vivere alla giornata è complicato comunque. «Lavoro in campagna, da mattina a sera in cambio di un panino che divido in due: metà al mattino, metà la sera; resto chiuso in una stanza di un piccolo immobile nel quale abitano tutti quelli, come me, impegnati nella raccolta nei campi, quasi fossimo ai lavori forzati».

MOGLIE E FIGLIO NEL CUORE

«Ma tutto questo finirà un bel giorno!», si incoraggia Rex. In quella stanzetta si sente ai domiciliari, dorme a terra, il suo materasso sono gli indumenti che porta addosso e che la sera si sfila per sistemarli come meglio può. «La schiena a pezzi, a furia di stare piegato nei campi, poi a casa a dormire sul pavimento, ho ancora addosso i dolori». Poi un bel giorno, i “benefattori” decidono che gli otto mesi di lavoro sono finalmente sufficienti per “pagare” il viaggio. «Non solo per me, ma anche per altri colleghi: ci mettono tutti in auto, uno sull’altro, per arrivare al porto dove c’è altra gente in attesa dell’imbarco: in settanta, forse settantacinque, saliamo su un gommone; anche stavolta stretti, ma finalmente in viaggio per un’altra vita: incrociamo una nave mercantile spagnola, siamo salvi; saliamo a bordo, ci accompagnano fino ad una nave militare italiana che ci sbarca in Sicilia: Catania, poi in bus per Taranto, che oggi considero casa mia».

L’impegno di Rex che sta facendo un corso di alfabetizzazione nella sede di “Costruiamo insieme” nella sede di via Principe Amedeo. Quando cammina per strada si esercita, legge sottovoce le insegne dei negozi. «Studiare, imparare l’italiano, conseguire un titolo di studio e trovare un lavoro dignitoso: è metà sogno, l’altra metà è riabbracciare la mia piccola famiglia, moglie e figlio». Quando cammina per strada si esercita, legge sottovoce le insegne dei negozi. Le ha imparate a memoria, si sente davvero di casa qui.

«Un viaggio lungo tre anni»

Sehou, beninese, trentadue anni, si racconta

«Tanto è durato il mio viaggio fra la fuga dal Benin e l’arrivo in Italia. Saldatore, in Libia ho fatto il muratore, sono finito nelle mani di bande armate che mi hanno ridotto una gamba a brandelli. I miei forti sentimenti dalla testa al cuore»

Foto articolo Storie - 1 (1)«La mia vita, un’odissea; un viaggio lungo tre anni, lontano dalla famiglia, dai miei affetti più cari e un viaggio della speranza, anche questo lungo, come quella sofferenza che mi ha segnato profondamente». Sehou, beninese, trentadue anni, cristiano, prova a tracciare un primo racconto. Non ha ancora realizzato che il peggio possa essere passato e può finalmente guardare al futuro con più fiducia. E’ da poco più di un mese ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme” e già si sforza a comprendere l’italiano. A parlarlo, nemmeno a parlarne. Per ora. Per evitare che le sue parole, le frasi raccontino un’altra storia o siano di senso incompiuto, si fa aiutare da Allahassen, operatore senegalese. Anche lui, come Sehou, parla francese. «Nel Benin è la lingua ufficiale», spiega, «meglio che qualcuno ti trasferisca quello che da tanto ho nella testa e nel cuore». Un conflitto di sentimenti che il trentaduenne beninese vorrebbe raccontare. «Metto mentalmente le cose a posto, voglio cominciare dall’inizio, anche se poi le cose che mi hanno fatto più male, e non solo fisicamente, arrivano verso la fine di questo mio lungo viaggio».

Proviamo a prendere nota, Sehou si racconta. «Nel mio Paese non si vive bene, l’idea che avevo stando a casa con i miei familiari non era incoraggiante: da un momento poteva accadermi qualsiasi cosa; perdi il lavoro, saltuario, e non sai perché, gli amici di colpo diventano sempre meno, ti evitano quasi avessi una malattia contagiosa; ma li capisco anche, la loro paura era quella di perdere occasioni di lavoro, dunque mettersi qualcosa in tasca e sfamare la propria famiglia».

LA MIA FAMIGLIA, NON LA SENTO DA TANTO

La famiglia di Sehou. «Mio padre è morto, l’età dalle nostre parti conta poco, la prospettiva di vita, le cure per combattere un malessere sono vicine allo zero; lì vivono ancora mia madre, mia moglie e i miei due figli».

Mancanza di comunicazione. E’ qui da più di un mese, nessun contatto ancora con la famiglia. A migliaia di chilometri dall’Italia i “suoi” non sanno come mettersi in contatto con lui, mentre l’interessato promette che alla prima occasione proverà a farlo. Intanto da tre anni è lontano dal suo Paese. «Certo che mi manca, pensate che per uno di noi che affronta un lungo viaggio senza sapere come andrà a finire, arrivare in Italia sia necessariamente una vittoria? Sono andato via da casa, ho staccato con il mio passato, se non ci saranno le condizioni per tornare senza temere rappresaglie, purtroppo dovrò tenermi alla lontana».

L’Italia, Sehou potrebbe restare qua. «Ho studiato e fatto lunga esperienza da saldatore, trovare anche un piccolo posto per svolgere questa attività e guadagnare qualcosa sarebbe l’ideale; non mi tiro indietro, anche se si trattasse di fare altri lavori manuali sono disponibile; ho fatto anche il muratore: ovunque ci sia da lavorare non mi tiro indietro; da qualche settimana arrivato in Italia, mi sto già dando da fare, ho la testa dura e da quando ho tolto l’ingessatura a una gamba chiedo in giro se cercano manovali».

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Già, l’ingessatura. «Fra poco ci arrivo, ma non è l’unico elemento doloroso di tutta la mia vicenda; dopo essere andato via dal Benin e viaggiato per la Libia, chiedo subito un lavoro nel quale impiegarmi».

Libia, Tripoli strategica. «Lo sanno gli stessi libici ed è qui che comincia la lotteria: c’è gente che approfitta della tua disperazione, ma anche gente per bene: ti fa lavorare e in cambio ti paga o concorda con gli interessati i trasferimenti su imbarcazioni di fortuna per l’Italia».

Un lavoro, Sehou, lo aveva pure trovato. «Lavoro per una, due, tre settimane, pane e acqua, soldi nemmeno l’ombra: cominci a pensare che sia sfruttamento, chiedi chiarimenti e ti cacciano; così è accaduto a me, fino a quando non ho trovato un muratore che mi ha voluto al suo fianco: abbiamo lavorato duro insieme, ma alla fine mi ha aiutato a pagarmi il viaggio per la libertà».

PRIGIONIERO, BASTONATE E UN GINOCCHIO FA “CRAC!”

Non tutto però fila liscio. Fra la fine dei lavori e il gommone, uno dei tanti, per l’Italia, succede che dei civili, armati di tutto punto e organizzati in bande, fermino il trentaduenne bengalese. «Tre mesi di prigionia, senza sapere cosa potesse capitarti da un momento all’altro: devi solo pregare di non essere un peso, che potresti essere comunque una fonte di guadagno: un riscatto o fare incassare loro il frutto del tuo lavoro». E quando non sanno più cosa fare di te, arrivano alle maniere forti, tanto che puoi rimetterci la pelle. «Sono passati alle vie di fatto: armati di bastone, picchiano fino ad ammazzare: chi non sopravvive ai maltrattamenti, diventa un esempio per tutti gli altri; io che non avevo contatti con la mia famiglia, non potevo garantire somme di danaro, così le bastonate arrivarono anche a me: ovunque capitasse, viso, spalle, braccia, fianchi, gambe; una bastonata più forte delle altre su una gamba, sento “crac!” e un dolore da mozzarmi il fiato: mi avevano rotto una gamba». Sehou, quella gamba, se la trascina come meglio può. Così conciato, ai banditi non serve più. Non più sotto stretta sorveglianza, riesce a liberarsi. Infine, il gommone dei sogni. Quei pochi soldi che ha nascosto nonostante le torture, diventano utili per il viaggio per l’Italia.

«La gamba ingessata, in Sicilia resto poco, giusto il tempo di essere soccorso, poi in bus il trasferimento definitivo a Taranto: ora il tempo di organizzarmi, trovare un qualsiasi lavoro da fare e per poi ricontattare i miei familiari; tre anni sono lunghi, i miei due figlioli saranno cresciuti, potrei non riconoscerli subito, ma la voglia di riabbracciarli è tanta».   

«Sogno una casa…»

Murad, bengalese, diciotto anni

«Voglio regalarla ai miei genitori rimasti in Bangladesh. La vita è triste lì, ho dovuto lasciare gli studi e il mio Paese per fame. Avevo paura del mare, mi hanno legato per farmi imbarcare per l’Italia. Lavoro in un supermercato, ho datore e colleghi speciali»

Copertina articolo 02 - 1Da un anno e mezzo in Italia, parla già bene l’italiano. Si aiuta anche a gesti, Murad, diciotto anni, bengalese di Rangpur. Ha un sogno: regalare una casa a papà, mamma e due fratellini. «Lavoro da un po’, part-time – specifica il ragazzo arrivato dal Bangladesh – in un supermercato, una di decina di colleghi in tutto, una squadra affiatata».

Murad, non ancora maggiorenne, decide di prendere il coraggio a due mani. «Dovevo partire – spiega – le cose lì, nel mio Paese, non funzionavano bene: mio padre, salute cagionevole e sottoposto a cure; mia madre, senza lavoro; un fratello di dieci anni e una sorellina di appena sei, da mantenere come meglio possibile: la fame colpisce il Bangladesh, dove puntualmente si abbattono le peggiori catastrofi; una bocca in meno da sfamare è come tirare un sospiro di sollievo: amo la famiglia, mi assale una mezza intenzione di partire in cerca di fortuna e i miei genitori fanno il resto, assecondano questo mio principio di desiderio; ci ho pensato un po’ su, credo che il miglior sistema per aiutare la famiglia, fosse quello di partire e provare a trovare un lavoro che permettesse di mandare un po’ di soldi a casa, da qualsiasi parte del mondo mi trovassi».

Una decisione assunta più o meno in fretta. Consideriamo i diciassette anni con vista sui diciotto. Per Murad non è una decisione facile. «Diciamo anche sofferta – confessa – un po’ come staccare le radici e andare a metterle da un’altra parte, non per un tuo capriccio, ma per il tuo bene e, soprattutto, per il resto della famiglia; il primo campanello d’allarme, a proposito del grado di povertà verso il quale consapevolmente dirigendo, è stato lo stop allo studio: non avevamo più le risorse economiche perché io continuassi a studiare; dalle mie parti se non hai qualche soldo, difficile che possa andare a scuola: qui tutto ha un prezzo».

PRIMA DELL’ITALIA, LA LIBIA…

Ma i familiari, verso i quali Murad, fede musulmana, è devoto, compiono un ultimo sforzo. «Papà, mamma e zio mettono insieme gli ultimi risparmi e mi comprano un biglietto aereo per la Libia; mi imbarco, arrivo a Tripoli, lì incontro qualche problema: rispetto a miei connazionali e altri migranti, mi ritengo relativamente più fortunato: non vengo catturato da milizie civili e sottoposto a maltrattamenti».

Per il ragazzo bengalese già questa è una fortuna. «Come vogliamo chiamarla – osserva – non sono stato picchiato, sottoposto a fame o altra vessazione; piuttosto il lavoro, quello sì, l’ho subito trovato: ma fra il lavorare e avere un salario, da quelle parti ce ne passa; ho lavorato ad un distributore di benzina, la mia paga era il cibo che mi davano per sfamarmi, soldi niente: ma non era poi come sembrava…».

Anche qui, Murad, in un contesto sicuramente di grave disagio, ha un colpo di fortuna. «A mia insaputa, il titolare della stazione di servizio, un bel giorno arriva con un paio di suoi amici in auto; mi invita a salire a bordo, chiedo inutilmente di sapere dove fossimo diretti; in quei momenti vieni assalito dalla paura: lontano dalla famiglia, al cospetto di gente che hai appena conosciuto, ti balenano mille pensieri; vinco la prima diffidenza e faccio bene, perché a bordo dell’auto arriviamo al porto dove è in partenza uno dei tanti gommoni della speranza sul quale sarei dovuto salire».

Un contrattempo che sulle prime il ragazzo quasi si vergogna a raccontare. «Non avevo mai visto il mare: mai! Il mare aperto, poi, mi metteva una grande paura; in quel momento vengo assalito dal dubbio: tentare la fortuna in un altro Paese, in questo caso l’Italia, o restarmene in Libia, a fare il benzinaio per pane e acqua? Evidentemente sono ancora acerbo per assumere una decisione così fondamentale, avevo tanta paura da impuntarmi, rinunciare al mio personale “viaggio della speranza”, così il dubbio, in un attimo, lo sciolgono insieme il mio datore di lavoro e i suoi amici: mi legano e quasi mi lanciano a bordo del gommone; li ringrazierò a vita, senza la loro determinazione non so dove starei ancora oggi: con quelle settimane di “lavoro non retribuito” avevo praticamente riscattato il viaggio per le coste italiane: grazie!».

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E IN VIAGGIO PER IL SOGNO

Il cuore, a bordo di una imbarcazione che somiglia più a una zattera, palpita. «Batteva forte, c’era da restare secchi: avevo paura del mare, non sapevo nuotare, avevo aggiunto paura ad altra paura; il viaggio dura un giorno e una notte, veniamo svegliati dal rumore di un elicottero della Marina italiana: salvi! Da lì a poco arriva una nave militare, sempre italiana, saliamo a bordo, veniamo rifocillati e ci dirigiamo direttamente a Taranto».

Finalmente in Italia. «Una forte emozione: piangevo dalla gioia e dalla voglia di farlo sapere a casa; mamma la sento ogni settimana, ogni volta è una gioia: lei dice di restare, papà invece vorrebbe tornassi a casa; ora che, poco per volta, sto realizzando il mio sogno, non me la sento di tornare: voglio mettere insieme diecimila euro e spedirli a casa perché finalmente la mia famiglia torni a vivere decorosamente».

Poi, adesso, ci sono un sacco di amici qua. Non solo quelli della cooperativa “Costruiamo Insieme”. «Vero, mi organizzo per andare a lavoro – conclude Murad – a volte con i mezzi pubblici, a volte in auto con i miei colleghi: mi hanno preso a benvolere, nel supermercato mi occupo di magazzino, sistemo la merce, curo la pulizia del locale; ho un datore di lavoro che mi vuole bene e amici che mi rispettano, più di così: il mio sogno voglio realizzarlo mattone dopo mattone; proprio come fosse quella casa che voglio regalare ai “miei”: con l’aiuto del Cielo spero di farcela».

«Ricomincio dall’Italia»

Godfrey, nigeriano, trentasette anni, fede cristiana, non ha più famiglia. «Mio padre e mia madre morti, mio fratello scomparso, forse vittima di una “morte bianca”: lavorava nel sottosuolo. Ho studiato da artigiano, rivesto sedie e poltrone, ma mi accontento di fare il muratore». Sei mesi di lavoro, il viaggio su un gommone, un datore di lavoro alla fine anche generoso.

Articolo Storie 01 - 1Sorride e parla poco. Un carattere chiuso, anche se basta parlarci qualche minuto per comprendere da quante e quali esperienze venga Godfrey, trentasette anni, nigeriano, fede cristiana, in Italia dall’ottobre del 2016. Non ha più nessuno, papà e mamma morti. L’unico legame familiare lo aveva con un fratello del quale non ha più notizie da più di venti anni. In città, a Edo Stete, ci sono due versioni che male si combinano. E Godfrey ne accennerà più avanti, durante la breve conversazione.

Comprende l’italiano, ma per evitare equivoci, educatamente chiede due cose: la presenza di un operatore e rivolgergli le domande lentamente. A qualcuna, infatti, risponde con il cenno del capo, in senso positivo o negativo, dipende dall’argomento. Pochi istanti e il trentasettenne nigeriano, parla, si racconta.

«La mia storia è simile a tante altre – confessa – ma anche un po’ diversa, di mezzo ci sono affetti persi negli anni, i miei genitori, e il dolore vivo di mio fratello, del quale non ho mai più avuto notizie definitive; nel tempo ho maturato una certa diffidenza nei confronti del prossimo; quando qualcuno mi avvicinava e mi dava notizie su dove fosse o come fosse finito mio fratello: come se avesse voluto sviare le ricerche o allontanarmi dalla verità».

La storia dell’ultimo grande affetto perso da Godfrey, va raccontata. «Mio fratello lavorava per un’azienda che scavava pozzi petroliferi – dice – insieme con altri compagni si spezzava la schiena da mattina a sera; spesso lui e altri facevano pericolosi interventi nel sottosuolo, passavano in rassegna le attività svolte fino a quel momento; si sinceravano dello stato di mezzi e strumenti utilizzati per estrarre il greggio da raffinare successivamente: una vitaccia, ad arricchirsi erano i padroni della concessione e quanti, alle loro dipendenze, facevano rispettare orari di lavoro insopportabili».

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L’UNICO FRATELLO SCOMPARSO IN CIRCOSTANZE MISTERIOSE

Un brutto giorno, dopo una di queste ispezioni, Godfrey non ha più notizie del fratello. Sono trascorsi ventitré anni. «Era il ’95. Mai saputo cosa sia successo in realtà in quel maledetto sottosuolo; è lì che comincia il dramma nel dramma: alcuni amici e compagni di lavoro, che sembrano sinceri, mi dicono che purtroppo mio fratello insieme con altri è rimasto sepolto lì sotto e non c’è modo di tirarlo fuori e forse sarebbe il caso di mettermi l’animo in pace; altra versione, altrettanto dolorosa, a cui non credo e che ti fa capire come per pochi soldi da quelle parti la gente sia disposta a mentirti, illuderti, senza pensare quanto male possa farti: “Tuo fratello è andato via, ha preso di corsa tutto ed è fuggito, insieme con quei compagni con cui stava ispezionando i pozzi!”».

Del fratello da quel momento, Godfrey, non ha più notizie. Una “morte bianca”, nemmeno un corpo sul quale piangere, rovesciare la disperazione per aver perso l’unico fratello. «La moglie, piuttosto – un dolore si somma ad altro dolore – nel giro di qualche giorno, spoglia la casa nella quale abitavano e porta via tutto; anche lei di colpo scompare, non credo proprio per raggiungere mio fratello, ma solo per cambiare aria; da allora non l’ho più vista, né sentita, mentre di mio fratello si inseguono notizie sempre più contraddittorie: è morto e sepolto; no, è ancora vivo, è andato a vivere altrove».

Godfrey, la Nigeria, l’Italia e un viaggio durato sei mesi. «Quanto cioè mi ci è voluto per mettere insieme soldi guadagnati con il lavoro e pagarmi il viaggio dalla Libia – passaggio obbligato per chi vuole trasferirsi in Europa – all’Italia; ho lavorato duro, nei campi, la schiena a pezzi: ci accompagnavano con mezzi improbabili, bus e camion, e poi venivano a riprenderci; scappare nemmeno a pensarci: intanto perché, a piedi, ci sarebbero volute quindici ore di marcia e poi perché soldi ne avevamo davvero pochi».

 LE PREGHIERE ASCOLTATE DAL CIELO

Ma le preghiere vengono ascoltate dal cielo. L’aiuto arriva da una persona che non t’aspetti. «E’ stato il mio datore di lavoro – ricorda Godfrey – fu lui a comprendere che nonostante l’impegno nei campi le disponibilità economiche non erano tante; forse per lui erano stati sufficienti sei mesi di ininterrotto lavoro per lasciarmi libero; sta di fatto che, senza dirlo agli altri miei compagni di lavoro, mi accompagnò al porto, lì c’era un gommone ad aspettarmi: eravamo in tanti, non chiedermi quanti fossimo, in quei momenti ti passa la vita davanti e certamente non pensi a contare quanti siamo su quell’imbarcazione di fortuna; di sicuro eravamo tanti e stavamo strettissimi; io, poi, ero immerso nei miei pensieri: non avevo più radici con la Nigeria, niente genitori, niente fratello, vedevo la costa africana allontanarsi, mi sarebbe toccato riscrivere la mia storia, ricominciare da zero».

Godfrey ha studiato, a scuola ha imparato un mestiere. Esegue rivestimento di sedie e poltrone. Uno come lui tornerebbe utile ad un’azienda che fabbrica mobili artigianali. «Mi piacerebbe fare questo lavoro – conclude il trentasettenne nigeriano – anche qui, in Italia, sarei utilissimo con l’esperienza e le tecniche imparate a scuola e con il lavoro pratico; ma se proprio non c’è bisogno di un artigiano, anche il lavoro di muratore andrebbe bene: la mia vita ricomincia dall’Italia».

«A Taranto per caso, ma resto qua!»

Mbaye, senegalese, ventisei anni, diploma da artigiano. «Undici anni di studi, dopo la scuola dell’obbligo: non mi impressiona niente, armadi, dispense, tavole, sedie, letti, non hanno segreti per me». Un viaggio di sei mesi, la nostalgia, il mare, quasi un centinaio i compagni di viaggio su un gommone, infine una nave italiana, finalmente salvo.

Foto articolo 03 - 1«Non avevo una meta precisa, mi sono trovato in Italia senza saperlo, ma sono felice di essere sbarcato qui, passando per la Sicilia, prima di arrivare a Taranto». Mbaye, senegalese, 26 anni, fede musulmana, da un anno e tre mesi in Italia, un titolo di studio da artigiano e un lavoro da falegname in un’attività nella quale costruisce qualsiasi cosa in legno.

«Mi sento come a casa – racconta – ho lasciato i miei affetti, ho nostalgia del mio Paese, ma non avevo scelta, erano sorti contrasti sul posto di lavoro: lì non abbiamo i sindacati, quando qualcosa non va nonostante tu possa avere ragione, non la si mette sul piano della discussione, si fa come dice il capo: punto».

E, allora, Mbaye, nome molto comune in Senegal e a Kaolac, la cittadina in cui il giovanotto ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme”, è costretto a partire. Sorride spesso, quando passeggia ama guardare il lungomare di Taranto, in questi mesi ha riacquistato poco per volta la sua serenità. «Per caso a Taranto – prosegue nel suo racconto – ma ora mi ci sono affezionato, la gente è disponibile, non ti osserva con sospetto, nel frattempo ho stretto amicizia con ragazzi del posto, con loro sto facendo pratica con  l’italiano: voglio impararlo in fretta, adesso, voglio abbattere anche quest’ultimo ostacolo».

La storia di Mbaye, che lascia papà e mamma, non più giovani e quattro sorelle, lui ultimogenito. «Papà è pensionato – spiega – ha settantaquattro anni, non era il caso si mettesse in viaggio per cambiare la sua storia, così con il resto della famiglia ha scelto Kaolac, Senegal: poi quei pochi soldi qui avrebbero valore vicino allo zero».

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PROBLEMI SUL POSTO DI LAVORO…

Prosegue nel suo racconto, Mbaye. «Ho avuto problemi seri sul posto di lavoro, era arrivato il momento di cambiare aria, facevo il falegname, dopo undici anni di studio, ho preso un diploma di artigiano: finestre, porte, tavoli, armadi, letti, per me non avevano segreti; ho sgobbato, studiato, alla fine sono arrivato a quella che in Italia chiamate maturità; ecco, se un giorno dovessi coronare il mio sogno, beh, fare l’artigiano è proprio il lavoro che sceglierei; mi sto muovendo, sto mettendo in giro la voce, aspetto risposte, mi auguro che almeno una delle promesse si concretizzi: come in tutte le cose, se non hai occasione di mostrare come lavori quello che puoi raccontare di te resta campato in aria; voglio fare il falegname!».

Nel suo lavoro, Mabaye pensa di non essere secondo a nessuno. Attende solo la sua occasione. Il suo viaggio, dal Senegal all’Italia, passando per la Libia, è durato mesi. Strade dissestate, piene di sassi e di gente dello stesso colore della sua pelle, che faceva il suo stesso cammino. «Un giorno eravamo in dieci, un altro venti, poi cambiavano: chi si fermava, chi si univa; non mi lamento, sì qualche contrattempo, ma ringraziando il Cielo non mi sono imbattuto in milizie, asma boys, quei ragazzini terribili che ti mostrano armi e brutto muso».

Tornano utili i suoi studi, il titolo di studio da artigiano, la sua bravura nel costruire, ma anche aggiustare, mettere insieme una sedia o un tavolo. «E’ così che ho staccato il biglietto per l’Italia: facevo lavoretti qua e là, durante il cammino, entravo e chiedevo se qualcuno avesse avuto bisogno di una riparazione ai mobili; a volte andava male, altre un po’ meglio: stabilivamo il “quanto”, un piatto di pasta e pochi spiccioli e via, a lavorare, dare di attrezzi per rimettere a posto una dispensa, un letto sbilenco».L’italiano lo comprende, Mbaye, a parlarlo ha qualche problema. Parla francese e prova a farsi capire a gesti. Sbilenco lo spiega allargando le braccia, spostandosi su un lato. Rende l’idea di un letto che traballa.

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POCHI PERICOLI, NOVANTASEI SU UN GOMMONE

Il viaggio dalla Libia in Italia. «Anche qui devo ringraziare il destino – osserva il ventiseienne senegalese – non ho corso pericoli, mi sono imbarcato su un gommone, stretto, eravamo novantasei: quando sei in mare aperto e vorresti che il tempo passasse in fretta in vista della costa, conti, ti guardi intorno, uno, due, tre…novantasei! E’ un miracolo che questa “bagnarola” regga».

«Poi, più o meno, a metà viaggio, avvistiamo una nave italiana in perlustrazione: siamo salvi, ci lanciano scalette che afferriamo al volo, mettiamo le ali ai piedi e in un attimo siamo in coperta; arriviamo sulla costa siciliana, trattati bene, sfamati – personalmente non vedevo un tozzo di pane da giorni – e rimessi a nuovo, con indumenti puliti; infine, viaggio a Taranto, all’hotspot: compiamo i passaggi obbligatori, passiamo le visite di rito e veniamo assegnati ai Centri di accoglienza straordinaria, io vengo destinato al Cas Cavallotti di “Costruiamo Insieme”, mi trovo benissimo, ho assistenza e riconquistato una certa serenità; ogni giorno giro per la città, chiedo se c’è lavoro, anche saltuario e prometto di ripassare per una risposta definitiva; a volte trovo da fare cose, finito il mio lavoro – bontà loro – mi dicono che sono piccole opere da artigiano».

A Taranto per caso, Mbaye ci ha ripensato. «Spero di trovare un lavoro stabile – sogna – per lavorare con una certa costanza e dimostrare la mia professionalità in campo artigianale: undici anni di studio, dopo la scuola dell’obbligo, mi tornano utili ogni giorno».

«Io, in mano agli asma boys»

Friday, nigeriano, in Libia per giorni in mano a ragazzini terribili. «Recluso in uno stanzone e consegnato quotidianamente a una persona per lavorare e pagarmi la libertà. Poi l’incontro con un galantuomo, il gommone, il viaggio fino alle coste pugliesi, Taranto, la libertà…»

Friday, venerdì. Come il personaggio scaturito dalla fantasia di Daniel Defoe che scrisse il romanzo per ragazzi “Robinson Crusoe”, il naufrago che salvò un povero indigeno scaricato dalla sua tribù. Friday, nigeriano, sorride continuamente. Prende il block notes e scrive in stampatello, lettera dopo lettera, il suo nome. Per evitare malintesi. «Venerdì, come quel personaggio lì…», dice, sorride. Poi tace, consegna il suo buon inglese alla traduzione di Sillah, uno degli operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme”. E’ brillante, Friday, da due anni in Italia. In tasca un titolo di saldatore conseguito in Nigeria, ama musica e danza. Hai visto mai, un giorno dietro una consolle o su un palco a cantare, muoversi come il Michael Jackson di Moonwalker. «Non parlo italiano!», fa tradurre. «Non posso farci niente!», osserva. Si colpisce un paio di volte la fronte, come a punirsi, quasi volesse far comprendere che ha provato a infilarsi nella testa un minimo dizionario italiano, ma niente.

L’argomento-italiano lo riprenderemo minuti dopo. Basteranno due passi, dal Centro di accoglienza di via Cavallotti al Lungomare di Taranto, per proseguire una chiacchierata e fare un paio di foto, perché Friday rifletta su quello che ci siamo detti pochi minuti prima.

Ma andiamo per ordine. La fuga da Edu Stests, la cittadina nella quale è nato, cresciuto, studiato, afferrato il primo saldatore. «Risale ad ottobre di tre anni fa – racconta Friday – fu allora che pensai di lasciare, a malincuore, il mio Paese; In Italia, dopo un viaggio, non senza qualche problema, sono arrivato nel gennaio successivo, appena sbocciato il 2016».

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UN VIAGGIO A BISCOTTI E “GARI’”…

Un viaggio non molto semplice, nonostante all’inizio stesse andando tutto liscio. «Avevo trovato un passaggio in auto, viaggiavo da un confine all’altro, senza contrattempi fino all’arrivo in Libia: scene da film, di quelle che si vedono spesso in tv».

Ricorda tutto per filo e per segno, Friday. «Fino a quel momento ci eravamo sfamati con biscotti e “garì”, una polvere simile al cous-cous; un po’ d’acqua, mescolavamo, scioglievamo e mangiavamo: colazione, pranzo e cena; l’unica cosa che la notte non ci faceva dormire era il brontolio del nostro stomaco vuoto: facemmo l’abitudine anche a quello…».

Scene da film in Libia. «A Tripoli, insieme con altri miei conterranei – ricorda – veniamo circondati da quattro auto, a bordo “asma boys”, li chiamano così, ragazzini dai modi spicci, che si fiondano subito su di noi; sventolano pistole e fucili davanti alle nostre facce – tante volte ci sfuggissero le loro intenzioni – ci chiedono di rovesciare le tasche per alleggerirci dai soldi: non avevamo nulla, quei pochi spiccioli che avevamo fino a poche ore prima erano diventati carburante per un altro tratto di strada fino al porto per imbarcarci su un gommone e, finalmente, arrivare in Italia».

E, invece, gli “asma”, piccoli pregiudicati senza scrupoli, cambiano il programma di Friday e dei suoi compagni di viaggio. «Ci portarono in una stanza non molto grande e ci rinchiusero. Eravamo affamati, senza prospettive, fino a quando a qualcuno non venne in mente di farci lavorare e pagare con grossi sacrifici la nostra libertà». Il giovane nigeriano è saldatore. «Mi consegnarono – ricorda – a una persona, che aveva bisogno di perfezionare lavori già fatti in casa: mi proposi come saldatore, roba da spezzarsi la schiena, dalle sei del mattino alle nove di sera, ininterrottamente; lavoravo senza sapere come sarebbe andata a finire, quanto avrei dovuto lavorare per poi andare via…».

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FINALMENTE UN MIRACOLO…

Piccolo miracolo. «Incontrai un mio connazionale – un segno del destino –che viveva e lavorava in Libia da anni, si era fatto benvolere dal suo capo, un libico, che prese a cuore anche la mia storia: in realtà ero riuscito a fuggire dalla “prigione”, non ero più ostaggio dei ragazzini, tantomeno della persona che passava i soldi del mio lavoro ai miei carcerieri». Si apre ad un sorriso e ad una espressione tenera, Friday. «Non dimenticherò mai la generosità di quell’uomo, buonissimo; non volle nulla in cambio, ci accompagnò ad uno di quei gommoni che si riempivano di gente e di speranza, e salutò me e i miei amici augurandoci ogni bene». Due giorni di viaggio, lo sbarco sulla costa pugliese e in un’ora di bus finalmente a Taranto.

Friday e l’italiano. Due passi e il nigeriano riflette sullo scambio di battute. Sillah traduce e consiglia. «E’ importante l’italiano, devi imparare, studiare e conseguire titoli di studio, altrimenti se vai a fare anche un solo documento fai scena muta». E’ l’unico momento in cui Friday si fa serio, aggrotta la fronte, nel suo inglese chiede quando potrà iscriversi a scuola. «Prima il corso di alfabetizzazione – gli spiega l’operatore di “Costruiamo Insieme” – poi una volta imparato i primi rudimenti fai un esame e frequenti la scuola media». Ha compreso il nigeriano dall’inglese e dalla dance facile. «Devo aspettare ottobre prossimo? Prima non è possibile fare altro, adesso ho fretta». Nel giro di una chiacchierata la prospettiva è cambiata. «Voglio restare in Italia – conclude Friday – lavorare qui, da saldatore o svolgendo qualsiasi altro lavoro non importa, è giusto che recuperi il tempo perso e impari di corsa: se penso ai due anni in cui ho fatto poco per imparare l’italiano; lo trovavo e lo trovo ancora difficile, ma adesso devo fare l’impossibile, anzi, non vedo l’ora di cominciare!».

Abraham, «La vita è un gran casino!»

Nigeriano, trentatré anni, non trova altra frase per definire guerra e persecuzioni. La fuga in mare, passando per notti insonni, nascosto per evitare che in Libia lo trascinassero in prigione. «Sento mio padre e i miei tre fratelli, spero un giorno di riabbracciarli».

Foto Storie articolo 03 - 1«Un casino!». Guerra, persecuzioni, fame, fuga. Tutto questo, per Abraham è un «casino!». E’ una delle prime espressioni che ha imparato non appena è sbarcato in Italia. Per spiegare la crisi dalla quale è scappati e i contrattempi fisiologici che ha trovato per inserirsi possibilmente in un diverso tessuto sociale, non trova di meglio che questa breve frase. «Un casino!». E quando le cose vanno ancora peggio, come lo stesso Abraham, nigeriano di trentatré anni, ci racconta, la frase, essenziale, che racconta tutto questo disagio, si arricchisce di un solo aggettivo, giusto per rendere meglio l’idea: «…un gran casino!».

«Sono partito un anno fa – racconta – da Edo, la città in cui vivevo con la mia famiglia; la situazione era già critica, avvertivamo quasi alle porte delle nostre case l’intervento delle milizie che volevano affermare la volontà del governo; oggi, mi dicono i miei fratelli, questa gente se la trovano praticamente in casa, con tutte le difficoltà, gli stenti ai quali la popolazione viene quotidianamente sottoposta».

Così, in Nigeria, anche per la famiglia di Abraham è «un gran casino!». «Gli ultimi tempi – prosegue – ho vissuto insieme con mio zio; mamma era morta, con papà avevo continue discussioni su diversi punti di vista, così per evitare scontri frontali – mima due veicoli che si prendono in pieno…  – ho accettato l’ospitalità di mio zio; poi lui è andato via, ha abbandonato casa, i militari li aveva praticamente alle costole e anche io ho dovuto fare una scelta».

Indietro non si torna. «Non potevo tornare a casa, avevo compiuto la mia prima scelta, litigare cioè con mio padre e le sue idee; visto che avevo giocato grosso, dunque, tanto valeva proseguire e andare via dal mio Paese, non avevo alternative: un grande dolore, la sensazione di una sconfitta umana; lasciare i luoghi che ti hanno visto bambino e poi crescere, è quanto di peggio possa accadere a una persona: dopo generazioni sei tu quello che toglie le radici e non dà continuità alla famiglia».

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RIPRESI I CONTATTI CON LA FAMIGLIA…

A proposito di famiglia, cosa è accaduto negli ultimi tempi. «Ho ripreso i contatti – confessa – prima con i miei tre fratelli, che mi raccontano spesso la situazione in Nigeria: ora i militari se li trovano praticamente in casa, si sentono oppressi; non solo, fanno la fame, come in tutti quei Paesi dove c’è la guerra; quando ci capita di parlare sento nelle loro parole tutta la tristezza del disagio, della paura».

Poi ecco la schiarita con il genitore. La distanza, poco per volta, cura le ferite. «Ora sento anche papà – dice Abraham – ci hanno pensato i miei tre fratelli a mettere pace: sarebbe stato sciocco continuare a coltivare dissapori, stare ognuno sulle sue posizioni con la milizia che bussa alla porta di casa; no, non era proprio il caso… Nelle nostre brevi chiacchierate al telefono, i miei fratelli mi spiegano i dolori giornalieri cui la popolazione viene sottoposta: speriamo il vento cambi».

Chissà se anche loro affronterebbero il lungo viaggio della speranza, passando per la Libia, transito obbligato per sbarcare in Italia. «Sono stato sei mesi lì – ricorda – ma mi facevo vedere poco in giro, dormivo dove capitava, per evitare che anche lì, in Libia, miliziani o banditi, mi acciuffassero dandomi botte e prendendomi il denaro che ancora non avevo: nel frattempo ho fatto pochi lavoretti, a casa riparavo motori dei camion, mi ero specializzato in saldatura; magari mi capitasse di fare qualcuno di questi lavori qui in Italia!». La prima cosa che farebbe, nemmeno a dirlo. «Aiutare i miei fratelli, papà, lasciare a loro la decisione di restare a casa e aspettare tempi migliori oppure affrontare un viaggio sempre pericoloso, a me fortunatamente durato due giorni: sul gommone, insieme con altri centoventi ragazzi, nella pancia fame e paura, nel cuore un gran dolore: un gran casino di sentimenti…».

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SE SOLO POTESSI RIABBRACCIARLI

Altra parola che nel frattempo Abraham ha imparato: «Capo!». Una forma di rispetto, riconoscere ai residenti una sorta di “ultima parola”, un potere decisionale. Così se uno prova ad offrire una colazione, lui, il trentatreenne nigeriano cordialmente risponde: «No, grazie capo!». Il nostro «…come se avessi accettato!».

Mani in tasca, fissa il mare. Prova a guardare il sole, le cose che più di altro gli danno il senso di libertà. «Penso ai miei fratelli, mio padre: tornare ora a casa sarebbe un problema, il viaggio inverso non serve a niente, mi troverei in pieno conflitto civile; i “miei” non vogliono saperne, stanno male ma stanno a casa: convincerli a venire via ha il sapore di un’impresa».

Le mattinate di Abraham trascorrono lente. «Passeggio, penso, e quando sono addolorato mi dà coraggio un sogno: un lavoro e riabbracciare la mia famiglia, qui o a casa non importa, ma sicuramente lontani dalla guerra, dalle persecuzioni, perché alla fine questo è: la mia stessa gente che dà la caccia ai propri fratelli; fino a ieri ci dividevamo il pane, ora questi hanno scelto la forza: non vogliono più dividere, ci affamano con la violenza».