«Il mio futuro è qui!»

Demba, senegalese, collabora con “Costruiamo Insieme”

«Grazie alla cooperativa, dopo fuga e viaggio da paura, oggi guardo ai giorni con serenità. La mia avventura era cominciata in mezzo al mare: quattro giorni, motore fuori uso, in balia di onde gigantesche. Fino a quando non è arrivata una nave mercantile e una proposta di lavoro…»

«Da quattro mesi ho iniziato a collaborare con “Costruiamo Insieme”, comincio a dare senso concreto alla fuga dal mio Paese, dove esistevano ed esistono tuttora tanti problemi: cercavo il mio futuro, ora comincio a costruirlo». Una fuga non condivisa dal papà con il quale i rapporti sono più o meno freddi, mentre mamma cerca di ricucire uno strappo. Demba, ventidue anni, senegalese, fede musulmana, due sorelle e due fratelli, uno solo più grande di lui. «Con il mio nuovo lavoro cerco di aiutare le mie sorelline – dice Demba – devono studiare ed è un bene che io possa in qualche modo venire incontro alle loro prime necessità».

Il suo proposito di andare via dal Senegal, Demba lo matura non appena comincia a diventare grande. Nonostante stia cominciando a trarre benessere dal prodotto interno lordo, il rischio di povertà è sempre elevato, dunque una vita di stenti e sacrifici non sempre ripagati mette paura. Così Demba decide di andare via, nonostante a casa non la pensino allo stesso modo.DEMBA foto articolo 01

«Ho attraversato molti Paesi prima di arrivare in Italia: Mali, Burkina Faso, Niger, Algeria, Libia». La Libia c’entra sempre, è il varco sicuro per arrivare in Europa passando per l’Italia. «Anche io ho fatto la mia breve esperienza libica, sei mesi: tre mesi da recluso, spesso minacciato perché non avevo soldi, né intenzione di telefonare a casa per far pagare il mio riscatto; non potevo farlo, immagino già la risposta: “E’ una sua scelta, il problema se lo risolva da solo!”. Non ho ceduto al ricatto, del resto non potevo fare diversamente, così ho fatto i miei tre mesi di galera per mancanza di documenti: latte al mattino, qualche volta riso, altre pasta, un sorso d’acqua; rispetto a quanto passato da altri neri come me, non posso lamentarmi, “dentro” non fa piacere a nessuno starci, ma non ho subito violenze, non sono stato picchiato».

Libia, una permanenza di sei mesi. «Avevo lavorato in un supermercato, uomo di fatica, poi mi hanno fermato: per due mesi sono stato al servizio di un poliziotto che mi ha preso a benvolere, probabilmente aveva visto che i suoi colleghi da me non sarebbero riusciti a cavare soldi, così per quel periodo ho fatto il giardiniere, mi sono preso cura della sua villa; per ripagarmi del lavoro mi ha aiutato ad imbarcarmi su un gommone sul quale eravamo circa settanta, tutti stretti, come fossimo in una cassetta spinti di forza: non era il caso di fare i difficili, quel viaggio in mare sarebbe stato l’ultimo ostacolo verso una vita più serena».

Nel suo italiano con accento francese, Demba spiega un grave problema occorso al mezzo sul quale si era imbarcato, lui che soffriva il mal di mare e in mare aperto veniva sbattuto insieme con i compagni di viaggio da onde gigantesche. Più che momenti da brivido, ore. Macché, giorni. «Il motore del gommone non ha dato più segni di vita, ci siamo fermati in mare aperto, peggio non poteva andarci: quattro giorni di digiuno, appena mangiavo una delle piccole brioche che avevo portato con me, dopo qualche minuto la rimettevo; bevevo acqua e nemmeno quella riuscivo a trattenere».DEMBA foto articolo 02

Quando nessuno pensava che quella storia non avesse un lieto fine, ecco una nave mercantile. «Non ricordo di quale nazionalità fosse, so per certo che li aveva mandati il Cielo, la nostra speranza era ormai agli sgoccioli: sapevamo che molti, prima di noi, in quel viaggio verso un altro mondo, ce l’avevano fatta; ma eravamo coscienti, anche, che tanti altri erano stati vittime del mare; fummo issati a bordo, lì stavamo già molto meglio, come se stessimo su terraferma: avevo lo stomaco chiuso, non riuscivo ancora a digerire, ma psicologicamente mi ero ripreso».

Un viaggio che finisce con l’arrivo di una nave italiana. «Il comandante della nave sulla quale eravamo saliti a bordo si mise in contatto con una nave militare italiana: nel giro di poche ore eravamo sani e salvi, finalmente, con una prospettiva diversa da quella che stavamo maturando in qui giorni: siamo sbarcati in Sicilia, a Palermo, da lì siamo stati messi su un aereo, arrivati a Bari su un bus siamo arrivati a Taranto, ospite di uno de Centri di accoglienza straordinari».

Quando meno te l’aspetti, da assistito, il passaggio fra quanti invece assistono. «Non volevo crederci – confessa Demba – quando mi è stato chiesto se avessi voluto impegnarmi come operatore: ho accettato senza pensarci su un attimo, mi sono state date indicazioni utili per cominciare a lavorare e, ora, eccomi qui, la vita da qualche mese ha assunto un sapore diverso, l’unico modo con cui posso ripagare “Costruiamo Insieme” è il lavoro: lo svolgo con impegno e coscienza, facendo attenzione nel porre lo stesso rispetto che mi hanno riservato dal primo giorno in cui sono stato ospite nel mio Centro di accoglienza».

«Salvato da “Costruiamo”!»

Billy, ventidue anni, da gennaio è operatore nella cooperativa

«Un contratto, guadagno e mando soldi per gli studi al figlio di un mio connazionale che non c’è più e a mio fratello perché diventi medico. Anche alla mia matrigna, che mi cacciò. Se fai del bene, questo prima o poi ti ritorna…». Ha visto morire in mare centotrenta persone e salvato la vita a Ibrahim, giovane gambiano. Poi un miracolo, anzi due: trova lavoro e il ragazzo tratto in salvo. 

«“Costruiamo insieme” mi ha salvato la vita, in tutti i sensi!». Billy, ventidue anni, guineano, operatore, una storia da raccontare, unica nel suo genere, parla della doppia svolta impressa dalla cooperativa nei giorni successivi alla sua fuga da mille problemi, dalla sua Conakry, capitale del suo Paese. «Mi ha assistito da profugo, poi offerto un posto di lavoro come operatore: meglio di così…E’ quello che sognavo, un’occasione per ricomporre i pezzi di una vita fatta di momenti altamente drammatici; avere l’assistenza giusta dopo giorni tremendi trascorsi in mare, successivamente un posto di lavoro, dunque, un guadagno sul quale poter contare, è qualcosa che non potrò mai dimenticare!».

Billy, il sorriso stampato sulle labbra, una voglia di comunicare superiore alla media rispetto a suoi connazionali o comunque extracomunitari incontrati in questi tre anni di Italia. E non solo, la sua storia comincia almeno un paio di anni prima. Prova a fare dei conti a memoria, riavvolge il nastro della memoria per noi, comincia per gradi.

Fosse stato italiano, Billy, spalle impressionanti, sarebbe stato eletto “Uomo dell’anno”: la generosità del giovane guineano va oltre qualsiasi tipo di immaginazione. Americano, i suoi gesti sarebbero stati un film di sicuro successo. Giapponese, grossomodo uno di quei “cartoon” con il quale il Sol Levante ha emozionato per decenni tre, forse quattro generazioni.BILLY copertina - 1

IBRAHIM, SALVATO DALLE ACQUE

Dunque, la storia di Billy, in due battute, prima che sia lo stesso ad entrare nel dettaglio. In viaggio per l’Italia l’imbarcazione che ospita centocinquanta ragazzi in fuga dalla Libia, prende fuoco in un attimo. Imbarca acqua, urla, gente in mare, molti muoiono, lui si aggrappa a un bidone vuoto che lo tiene a galla. Vede un ragazzino, Ibrahim, che boccheggia, gli cede quel suo “salvagente”: «Aggrappati, io ce la faccio, ho la forza, tu sei debole…». Intanto intorno sono in molti a scomparire fra quelle acque. Muoiono in tanti, anche un suo connazionale che non abbraccerà mai suo figlio Mamadou. Billy aiuterà la mamma del piccolo, perché possa studiare. E gli atti di generosità di quel ragazzone di ventidue anni, proseguono con un fratello e la sua matrigna, seconda moglie di suo padre che non c’è più.

«Anche mia madre non c’è più – dice Billy – ho tre fratelli, uno vive a Roma, due sono rimasti in Guinea, ci sentiamo spesso, oggi che sono in Italia e ho un posto di lavoro, sia loro che i miei amici sono orgogliosi di me, la vedono come una vittoria anche loro».

Via dalla Guinea. «Problemi soliti, conflitti etnici, una famiglia che non esiste più: una matrigna, seconda moglie di papà, mi fa secco: “Qui non c’è posto per un’altra bocca da sfamare!” e cinque anni fa mi sbatte fuori di casa. Mi fermo otto mesi in Algeria, faccio il muratore, metto qualcosa da parte, ma sempre poco per pagarmi il viaggio per andare in un Paese nel quale finalmente smettere di soffrire; la situazione in Algeria degenera, molti stranieri vengono accompagnati alla frontiera, praticamente cacciati; io che non voglio subire questa umiliazione, faccio da solo, prendo quella poca roba che ho e vado in Libia».Billy Ritoccato

MURATORE, BOTTE E FUGA

Anche lì, Billy, compie più di un sacrificio. «Faccio il muratore – spiega – i lavori dove occorre metterci la forza non mi hanno mai spaventato; lo faccio per un anno, con due brutte parentesi, finisco infatti due volte “dentro”, in una di quegli stanzoni che utilizzano come fossero galere: mi tengono sottochiave, una volta per un mese, un’altra volta per tre settimane; mi sfilano dalle tasche quei pochi spiccioli appena guadagnati, vogliono che mi faccia riscattare dai miei parenti che avrei ancora in Guinea; gli spiego che non ho più i genitori, me la cavo con un po’ di botte, prese di santa ragione: sempre meglio quelle che un colpo di fucile alla schiena mentre tenti di scappare».

Non uno, ma due viaggi della speranza. Il primo una tragedia. «E’ il 27 settembre di tre anni fa, trecento euro, salgo su una imbarcazione che salpa dalla Tunisia; in mare aperto il barcone sul quale viaggiamo in centocinquanta, stretti come tante sardine, prende fuoco e comincia a imbarcare acqua: urla che ancora sento nelle orecchie, qualcuno resta intrappolato e cola a picco con il barcone, altri si lanciano in mare, fra questi c’è chi non sa nuotare, chi a malapena riesce a stare a galla comunque provato dalla grande fatica; trovo un bidone vuoto, galleggia, mi ci tengo stretto, fra corpi che scompaiono fra le onde e altri che tornano a galla privi di vita: un dolore tremendo al cuore, non c’è più un mio connazionale, Thierno, non abbraccerà nemmeno una sola volta il suo piccolo Mamadou, il figlio rimasto in Guinea fra le braccia della mamma. Una carneficina: da centocinquanta, alla fine ci salveremo in venti!».BILLY copertina 03 - 1

«CENTOTRENTA PERSONE MORTE IN MARE!»

Urla strazianti, in mare c’è anche il giovane Ibrahim, un gambiano. «Debole – ricorda Billy – l’ho avvicinato e gli ho offerto il mio bidone-salvagente al quale lui si è aggrappato con tutte le sue forze: non ci ho pensato due volte, io mi sentivo forte, lui non ce la faceva più. La riva era lontana, tre marocchini a larghe bracciate ci avevano provato con scarso risultato. Qualche ora dopo, una petroliera dalla quale ci fanno segno di aggrapparci, ci trascinano non lontani dalla spiaggia: salvi!».

Il secondo viaggio, quasi due mesi dopo. «E’ il 15 novembre del 2015. Tornati a riva, io e gli altri scampati alla morte, dormiamo in un capannone abbandonato, poi ecco la seconda occasione: ci imbarchiamo insieme ad altri, stavolta non vogliono soldi, evidentemente abbiamo già dato… Alle 23 siamo in mare, alle 2, dunque due ore dopo, siamo a bordo dell’Aquarius,  il Cielo benedica la nave e il suo equipaggio. Arrivo a Catania, in bus fino a Taranto, fra le braccia di “Costruiamo Insieme”».

Finalmente salvo, poi un altro sogno. «A gennaio – riprende il sorriso, Billy – arriva il contratto di “Costruiamo Insieme”: senza parole dalla gioia, con quello che guadagno come operatore aiuto il piccolo Mamadou, rimasto senza papà, a studiare; mio fratello a laurearsi medico in Guinea; anche la mia matrigna che mi allontanò: mi ripete “Dovresti odiarmi, non merito il tuo affetto!”. E io: “Faccio del bene, prima o poi mi torna: lavoro per “Costruiamo”…». Non è finita. «Qualche settimana fa, passeggiando sul Lungomare di Taranto ho incontrato Ibrahim, mi ha abbracciato e pianto di gioia, io con lui: è vivo, a Martina Franca, sta bene ed è quello che più conta. Visto? Se fai del bene, il bene ti ritorna!».

«Ho ripreso a sorridere»

Abbass, pakistano, rivolge il suo “grazie” a “Costruiamo Insieme”

«Un contratto di lavoro, una prospettiva diversa rispetto al caos che ho lasciato alle mie spalle. Operatori di un Centro di accoglienza mi hanno segnalato, il colloquio, la firma. Ho cominciato a vivere, in un solo colpo avevo cancellato paure e delusioni. Ho imparato l’italiano senza andare a scuola, ma scrivo e leggo anche greco e arabo, due lingue complicate». Un viaggio fra Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria, poi finalmente l’Italia.

Abbass, pakistano, ventisette anni, musulmano, professione operatore della cooperativa “Costruiamo insieme”, racconta il suo viaggio non semplice. Dal suo paese all’Italia, prima di avere, come ama definirla lui, «L’occasione della vita: un contratto da operatore con “Costruiamo”!». Accenna al viaggio. «Tutto sommato tranquillo, rispetto a quanto stava accadendo nel periodo in cui presi la decisione di andare via da Gujrat», racconta lo stesso Abbass. Quella regione è un incrocio di molti dei mali che affliggono l’intero Paese. «Conflitti etnici, rapporti tesi fra famiglie, focolai di qualsiasi genere, come se bastasse un pretesto per impugnare o imbracciare un’arma».

Ma un bel giorno, Abbass, giovane dal sorriso scolpito sul viso e la generosità nel cuore, imprime una svolta alla sua vita. «E’ il giugno del 2016, arrivato in Italia un anno prima, senza frequentare scuole ho già imparato l’italiano: parlo urdu, la mia lingua, poi indy, greco e arabo, due lingue complicate, ma che capisco perfettamente e trascrivo perfettamente, la capacità di apprendimento è un dono del Cielo, che mi ha messo in relazione con “Costruiamo Insieme”».

Il viaggio comincia da solo. «Nel 2009, non potevo più reggere quelle tensioni giornaliere, avevo appena diciotto anni, tutti trascorsi in momenti di pericolo indescrivibili: uscivi di casa e non sapevo come potesse andarti la giornata, se saresti riuscito a portare la pelle a casa; fra noi ragazzi e anche con i più grandi si parlava di andare via…». Non usa il verbo “fuggire” Abbass, gli sembrerebbe dare l’idea di uno che scappa, quando invece l’idea di lasciare la sua famiglia, a malincuore, gli balena nella testa ormai da tempo. «Il viaggio è lungo, lo compio da solo, strada facendo incontro altri miei connazionali e altri “fratelli”, di altri Paesi, che hanno in mente lo stesso scopo: andare a trovare altrove una vita più umana, senza sentire più proiettili che fischiano e tritolo che ti esplode a vista d’occhio. È questo il quadro che mi si presentava davanti ogni giorno, qualcosa di indescrivibile, una macedonia di tutti i malesseri insieme».Abbass 03 - 1

VIA DAL PAKISTAN A DICIOTTO ANNI…

Diciotto anni, il 2009, Abbass, poco più di un ragazzino, saluta casa. «Non è una fuga, ma una sconfitta dal punto di vista umano: lascio i luoghi che mi hanno visto nascere, crescere e maturare come uomo, proprio a causa di quelle brutte vicende dalle mie parti si cresce in fretta; ho lasciato il liceo, che mi è servito per studiare principalmente matematica e inglese, tanto che non escluso un giorno di tornare fra i banchi di scuola; ho lasciato mio padre e mia madre che sento ogni giorno, i miei tre fratelli e le mie due sorelle, anche loro hanno scelto l’estero; due miei fratelli risiedono a Dubai, uno impegnato come autista di camion, l’altro come tecnico e specialista di computer, anche le mie due sorelle si sono rifatte una nuova vita, ora tocca a me, ho avuto questa grande opportunità di lavoro, provo a tenermela stretta con tutte le mie forze».

Da un Paese all’altro. «Sono stato in Grecia, poi Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria, ma il mio chiodo fisso era l’Italia, un Paese ospitale come pochi e dai princìpi democratici; guardavamo tutti alla Siria, costantemente tenuta sotto controllo, a causa dei continui conflitti: durante i trasferimenti non è successo niente, da non crederci: qualcuno mi chiede se non avvertissi paura in quei momenti, per esempio ai confini; certo, qualsiasi cosa, come a Gujrat, poteva accadere in qualsiasi momento, ma grazie al Cielo è andata bene: ai confini i controlli erano severi, ma chi come me e i miei compagni di viaggio che non vedevamo di arrivare a destinazione, non avevamo niente da temere; controllo documenti e bagagli e via, fino a quando dall’Austria non arrivai in Italia».Abbass 04 - 1

FINALMENTE L’ITALIA E “COSTRUIAMO INSIEME”!

L’arrivo in Italia. «Mi diressi a Milano, città bella, laboriosa, magari avrei voluto provare a cercarne di lavoro, ma mi indirizzarono in Sicilia, a Caltanissetta, quella città è considerata un avamposto di confine fra l’Italia e l’Africa per intenderci: quindi Messina, diciotto giorni per la richiesta d’asilo e finalmente fra le mani un documento che riconoscesse il mio stato di profugo; fui trasferito al Centro di accoglienza di Modugno, lì cominciai ad imparare velocemente l’italiano, una lingua non semplice, ma anche in questo caso ho imparato l’alfabeto e a scrivere; non solo l’italiano, ho imparato velocemente che per essere accettato senza riserve devi anche renderti utile, cercare un lavoro: una volta padrone della lingua, anche se qualche scivolone in italiano suscitava qualche risata, ho cominciato a girare; ho trovato una pizzeria e un locale disposto a farmi fare pratica; come se avessi avuto le chiavi di quell’esercizio, ero lì da mattina a sera inoltrata, pulivo, lavavo, strigliavo il pavimento, poi la sera dietro al banco della pizzeria, a fare il pizzaiolo».

Primo giugno 2016. «Una data che non dimenticherò mai; a Modugno avevo fatto amicizia con operatori, da loro avevo imparato rispetto e rigore nel fare questa attività che richiede un codice: l’intransigenza; esistono regole che vanno rispettate alla regola». Nella nostra chiacchierata, la successiva passeggiata, Abbass vede un ragazzo ospite del Centro di accoglienza seduto su uno scooter. «Amico – dice all’indirizzo del giovane – non è roba nostra, non va bene che stia seduto lì, evitiamo che qualcuno ci riprenda, forza: un po’ di buona volontà, dobbiamo stare in pace con tutti, se vogliamo rispetto dobbiamo cominciare a rispettare noi gli altri…». Ha una parola, un concetto per ogni cosa Abbass. “Devo questo lavoro a quanti mi hanno segnalato alla cooperativa sociale: bontà loro, sono stato ritenuto una persona affidabile, degna di un contratto: da quel momento è cominciata la mia vita, ho ripreso a sorriderle, a tirare un sospiro di sollievo che mi portavo dentro da quasi dieci anni, da quando avevo preso le mie poche cose e mi ero avventurato nel viaggio della vita».

«Un contratto, che emozione!»

Daniel, trentuno anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Tremavo mentre firmavo. Lo cooperativa mi ha cambiato la vita, le sarò sempre riconoscente. Scappato dal Ghana, poi dalla Libia, qui ho trovato una grande famiglia e un posto di lavoro. Ora aiuto mamma e sorelle, loro mi avevano consigliato di fuggire da lotte fratricide generate senza un motivo. La fede mi ha aiutato a trovare la strada giusta».  

«Sono scappato dal Ghana per tensioni familiari, ho trovato lavoro in Libia, poi le continue rappresaglie mi hanno obbligato a fuggire ancora, fino a quando non sono arrivato in Italia: lo sbarco, l’accoglienza, il lavoro, un contratto; non sapevo cosa fosse, mentre firmavo mi tremava la mano: ero assunto, avrei avuto uno stipendio, ero emozionato; pensavo al mio Paese, a dissapori familiari, alle continue fughe in cerca di libertà e un cielo sereno…».

Daniel, ghanese, trentuno anni, cristiano convinto, è un altro operatore della famiglia “Costruiamo Insieme”. «Sarò sempre riconoscente alla cooperativa che prima mi ha accolto, poi assistito e, infine, dato un lavoro che mi permette di aiutare i miei familiari, mamma e tre sorelle rimaste in Ghana, papà purtroppo non c’è più, e di guardare con più serenità al futuro».

Era poco più di un ragazzo, smarrito a causa di dissapori familiari. «Dalle nostre parti – spiega Daniel – ci vuole poco che una minima scintilla alimenti un fuoco che una volta divampato diventa sciagura; sono state le mie sorelle, mamma, alla fine a spingermi ad andare via da casa, provare a trovare una strada, un lavoro che fosse dignitoso: lontano dalla mia terra della quale ho nostalgia, non lo nascondo; non c’era molto da scegliere, ci vuole poco dal passare da una discussione alle mani e alle armi, così con il dolore nel cuore ho preso quelle cose che avevo, le ho messe in uno zainetto e sono andato via».

Avvertiva la sconfitta. Nel cuore e sulla pelle, Daniel. «Non voglio dare lezioni, ma certe esperienze – che non auguro a nessuno – bisogna viverle per capire come sia amaro il sapore di una fuga; sono dolori forti, emozioni che non si possono raccontare, ma che non auguro a nessuno. Brutta storia mettere gambe in spalla e fuggire, tante volte un familiare torna malintenzionato per farti del male per farla finita per sempre». DANIEL foto 01 - 1

TENSIONI FAMILIARI, PAURA PER MAMMA E SORELLE

Le tensioni familiari si generano per motivi impensabili. «Non c’è mai una ragione precisa – dice Daniel – esiste una ignoranza di fondo, la mancanza di rispetto per una religione, dunque ogni piccola cosa viene ingigantita dall’essere ottusi: un saluto mancato, anche per distrazione, viene visto scioccamente per una mancanza di rispetto; venendo a mancare un genitore devi dar conto a uno zio, anche in fatto di raccolto: esistono leggi non scritte alle quali devi sottostare. Ma posso continuare a dirne tante altre ancora, storie che non hanno visto me e la mia famiglia protagonisti, ma hanno interessato amici, conoscenti; storie finite male, tanto che all’interno di certe famiglie girano armati e se solo si sfiorano ovunque sia, per strada, in un mercato, si sfidano all’ultimo sangue».

A casa di Daniel non volevano certamente questo. «Così, dopo aver pensato e ripensato, ho preso la decisione di andare via: fossi rimasto, avrebbero potuto fare del male a mia madre o alle mie sorelle, una più grande di me, le altre più piccole: non volevo che ciò accadesse, non me lo sarei mai perdonato, allora via da casa…».

La Libia, un primo miraggio. «Un amico a conoscenza della mia situazione familiare mi aveva detto di raggiungerlo, mi avrebbe trovato un lavoro da saldatore, mestiere che già svolgevo in Ghana; non avevo un contratto, ma ogni settimana ricevevo un compenso: tanto o poco non importava, quel denaro mi dava modo di sopravvivere».

Poi qualcosa cambia. Daniel non è vittima di uno di quegli arresti fasulli da parte di civili o militari che in cambio della libertà ti svuotano le tasche. «Ma era come se fossimo agli arresti domiciliari – ricorda – io e gli amici con cui dividevo uno stanzone nel quale dormivamo, potevamo solo uscire per andare al lavoro, se civili e militari ci avessero incontrati in giro fuori orario per noi si sarebbe messa male: non solo galera, ma anche botte, segregazione, lunghi digiuni punitivi…».DANIEL foto 04 - 1

L’IMBARCO, UN MILITARE GENEROSO, UNA CHIESA…

Restare in Libia non era più consigliabile, era diventata una vitaccia. «Vivevo solo per lavorare, mi svegliavo prestissimo, uscivo, andavo in locali attrezzati come officine e lavoravo sodo, senza un attimo di sosta… a tarda sera, fine del lavoro, a casa, che poi era uno stanzone e a dormire, per poi ricominciare alle prime luci dell’alba del giorno dopo».

Non tutti i militari sono uguali. «Un poliziotto mi ha aiutato, non ha voluto soldi, mi ha accompagnato ad un barcone sul quale ben presto siamo diventati centotrenta: sbarco a Brindisi, bus, destinazione uno dei Centri di accoglienza pugliesi». Ricorda un episodio, Daniel. Minimizza, ma il coraggio non gli è mancato. «Eravamo appena arrivati, un ragazzo fuori controllo impugnò un coltello minacciando chiunque gli capitasse a tiro: chiesi di parlargli, chiacchierammo a lungo, alla fine lo pregai di consegnarmi il coltello, finì con un abbraccio». Una riflessione. «Non tutta la gente che scappa per mille ragioni da casa ha la mia stessa fortuna, alle spalle ognuno ha storie e reazioni diverse, non siamo tutti uguali». La fede aiuta. «Come la preghiera, io frequento la parrocchia di “Sant’Egidio” a Lama, è una bella comunità, tutti amici, ascoltiamo messa, preghiamo, poi scherziamo». Ha trovato una famiglia, Daniel. «Una grande famiglia, “Costruiamo Insieme”: mi ha cambiato la vita, mi ha offerto un posto da mediatore e sottoposto un contratto, ora posso guardare al futuro con fiducia, una sensazione che per tanti motivi non avevo mai provato prima, ecco perché sarò riconoscente alla cooperativa sociale che mi ha dato una grande opportunità».

«Lavoro e serenità»

GRAZIE A COSTRUIAMO INSIEME, Idrees, operatore, si racconta

«Mi hanno restituito dignità. Ero fuggito dal Pakistan, da guerre etniche e faide familiari. Poi via dalla Grecia e dall’intolleranza. Il viaggio Patrasso-Otranto, l’Italia. A Milano e Roma una delusione dopo l’altra. A Taranto, a sgobbare quattordici ore al giorno in un ristorante della Città vecchia: infine, con la cooperativa sociale, ho rivisto il sole…»

«La mia vita è cambiata in due ore e venti minuti!». Tanto ci mette un’imbarcazione con tre motori e quarantasette passeggeri ad arrivare dal porto di Patrasso a Otranto. Dalla Grecia all’Italia. Idrees, pakistano di Makiana, villaggio a un fiato da Gujrat, da due anni operatore della cooperativa  “Costruiamo Insieme”, sintetizza la sua storia. Parla inglese, greco, hindi, urdu, naturalmente italiano. «Parto dalla Grecia, arrivo in un porto, quasi in un soffio – ricorda – tanto che giravo e rigiravo fra le case ai bordi della spiaggia sulla quale eravamo sbarcati e mi domandavo se quel signore che ci aveva presi a bordo non ci avesse bidonato e riportato su una costa della penisola greca». Pericolo scongiurato. «Eravamo in Italia a Otranto!».

Racconta la sua storia Idrees, ventisette anni, da undici in giro per il mondo. «Nel mio Paese era guerra fra gruppi etnici, ci si ammazzava per qualsiasi cosa, anche per dissapori vecchi un secolo. “Al nonno di mio nonno mancarono di rispetto: va’ e fai giustizia!”, questo raccontavano gli anziani a noi ragazzi, una generazione che, invece, ha voluto smarcarsi da pregiudizi, rancori, faide familiari mai dimenticate».

Una spirale di odio senza fine. Da certe parti si nasce già con una missione, “fare giustizia”. Non si sa in nome o per conto di chi o che cosa, l’obiettivo è affermare comunque il senso di rispetto. «Una famiglia dovrebbe conquistarsi il rispetto con il sangue: è questo il principio dal quale io e mio fratello, invece, siamo fuggiti e, come noi, tanti altri miei giovani connazionali: su quella barca, guidata da un vecchio militare greco, un personaggio che sembrava uscito da un racconto di Hemingway, avevamo trovato posto in quarantasette; due ore e venti minuti il viaggio, avevo un orologio al polso, un riflesso condizionato il mio, vidi che ora fosse alla partenza da Patrasso; stessa cosa all’arrivo a Otranto: non mi sembrava vera la fuga dalla Grecia».

IDRIS ARTICOLO 01 - 1

ARRAMPICATO A UN ALBERO

In Italia, caccia allo straniero. «Arrivarono pattuglie di carabinieri, qualcuno li aveva avvisati sullo sbarco: i militari accerchiarono il gruppo, la paura – che qui fa novanta – aveva contagiato anche noi; “Vuoi vedere che siamo caduti dalla padella alla brace?”, ci dicevamo: e se ci rispedissero direttamente in Pakistan, dove ci danno per fuggiaschi? Non volevamo pensarci; gli uomini in divisa avevano avuto una soffiata giusta, ma non si trovavano con i numeri: contavano e ricontavano gli “sbarcati”, quarantasei, all’appello ne mancava uno». Idrees? «Sì, ero il quarantesettesimo, salito di corsa su un albero, la mia salvezza; i carabinieri mi passavano davanti, avevo una paura tremenda».

Breve passo indietro. Un Paese ospitale la Grecia, ma che in certe frange politiche no tollera lo straniero, specie se di pelle scura. «Ho lavorato quattro anni nei campi – riprende Idrees – facevo di tutto, il lavoro non mi ha mai spaventato, se c’è da fare una cosa la faccio: a costo di inventarmi un nuovo mestiere, non mi fermo davanti a niente! Quattro anni, trattato sostanzialmente bene, ma con qualche intervallo: non sempre i militari del posto facevano ricognizioni, controllavano i documenti, ma quella volta che qualcosa non gli garbava, erano guai: un mese, due mesi in galera». Una reclusione a pane e acqua. «No, pane e pomodoro! E quella razione di cibo dovevamo farcela bastare per un giorno intero. Non sapevamo quanto durasse la reclusione, fra noi ci facevamo coraggio pregando che quella esperienza drammatica finisse al più presto; poi gli episodi di intolleranza: non più una volta ogni tanto, ma ripetuti con maggiore frequenza, così io e un po’ di connazionali decidemmo che era arrivato il momento di fuggire daccapo: dopo la fuga dal Pakistan, quella dalla Grecia, in cerca di una qualsiasi occasione di vita migliore, anche sensibilmente meglio sarebbe stato già sufficiente rispetto a quello che stava diventando un altro inferno».

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GRECIA, MONTA L’INTOLLERANZA

Episodi di intolleranza. «Accerchiati, diventavamo oggetto di sfottò, anche pesanti cui non rispondevamo; le nostre uniche armi erano le mani nude, eravamo in un altro Paese, ospiti, non potevamo certo ricambiare le attenzioni di buona parte della gente con la stessa moneta dei teppisti che invece ci aggredivano e commettevano atti vandalici. Teppisti impuniti, tanto che la cosa ci autorizzava a pensare che stessimo andando incontro a qualcosa di sempre più pericoloso per chi non era del tutto in regola con le leggi del Paese: la nostra forza-lavoro faceva comodo, ma qualche volta occorreva impartirci una lezione».

Come gli esami di eduardiana memoria, anche le fughe non finiscono mai. «Millesettecento euro per imbarcarci dalla Grecia e sbarcare in Italia, un porto sicuro secondo quanto dicevano in giro: nel Paese in cui eravamo ancora ospiti l’intolleranza aveva raggiunto livelli preoccupanti; unica soluzione: cambiare aria e scommettere quel poco denaro che avevamo messo da parte in una nuova speranza, così facemmo».

Avevamo lasciato Idrees appollaiato su un albero, a Otranto. «Ero rimasto in Italia e questa era già una buona notizia: connazionali mi ospitarono a Roma e Milano, cercavo lavoro, uno qualsiasi, purtroppo niente da fare; dovevo avere i documenti utili per potermi inserire nel mondo del lavoro: se il primo non sembrava un ostacolo, il secondo – un lavoro, per intenderci – era più complicato; passai per un Centro di accoglienza temporaneo, tornai a Taranto nell’agosto di quattro anni fa; trovai un lavoro, massacrante, ma non mi tirai indietro: ristorante in Città vecchia, uomo di fatica e pulizia, lavapiatti e cameriere: finito il primo mestiere attaccavo con il secondo, poi il terzo e via così, senza un attimo di sosta, mediamente quattordici ore al giorno; condividevo casa in città con un mio connazionale, finito il lavoro a tarda ora tornavo a piedi, chilometri, bel problema; specie quando aprivano il Ponte girevole per lavori, non potendo tornare per tempo dove abitavo, mi addormentavo su una panchina, a volte sotto la pioggia». Una vitaccia, finché un giorno non rivede un amico al quale è riconoscente. «La mia vita è cambiata da così a così – mostra il palmo della mano, poi il dorso della stessa – devo tutto a lui, già attivo con la cooperativa “Costruiamo Insieme”: documenti e contratto,  finalmente mi sono accorto del sole!».

Buon lavoro…

Trenta i ragazzi africani impegnati a Taranto con “Costruiamo Insieme”

Con la cooperativa sociale hanno realizzato un sogno. Operatori e mediatori, cuochi e artigiani. In tasca un contratto, alle spalle il dramma di guerre e persecuzioni. Arrivano da Ghana, Gambia, Nigeria e Tunisi. Il più grande, Azam, quarantatré anni, è pakistano; il più giovane, Alassane, ventuno, senegalese.

Sono una trentina, fra operatori e mediatori. Perfino cuochi. Lavorano con la cooperativa “Costruiamo insieme”. Arrivano da terre lontane. Ragazzi giunti con viaggi di fortuna dall’Africa, continente nel quale accade tutto e il contrario di tutto. Persecuzioni etniche in primis. Arrivano in Italia da Ghana, Gambia, Nigeria, Tunisi. Perfino dalla Libia, dove dicevano si stesse meglio che in ogni altro Paese africano.

Evidentemente lo scenario è cambiato una volta di più. Insomma, volendo farla breve, anche il Continente nero si è capovolto. L’operatore più maturo impegnato con la cooperativa sociale con sede a Taranto è un pakistano: Azam, quarantatré anni; il più giovane, un senegalese: Alassane, ventuno anni. Ognuno di loro, piccolo e grande, ha una storia da raccontare. In qualche modo a lieto fine, se oggi ha un contratto di lavoro, svolge un’attività e, comunque, intende crescere ulteriormente frequentando corsi di formazione.

Lieto fine. Vicende cominciate con urla e spari, pestaggi e fughe, conclusesi con l’accoglienza e un posto di lavoro. Ragazzi che avevano esperienze da incoraggiare, artigiani, cuochi, camerieri e conoscevano lingue, sono riusciti con grande impegno a farsi apprezzare, dunque a farsi strada.

Storie a lieto fine, si diceva, cominciate nel sangue, fra urla di disperazione e pestaggi. Fughe verso la libertà e finite con una pallottola piantata nella schiena dell’amico sfortunato che pensava a un mondo che non poteva essere quello dei colpi di fucile e pistole fatti esplodere anche da minorenni, bande di “cattivi ragazzi”, disperati, che si incontrano ovunque. Storie raccontate dai diretti protagonisti ogni settimana.

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DAL DOLORE ALLA GIOIA

E’ più di un anno che questo sito riporta esperienze, dolorose, talvolta agghiaccianti, attraverso i protagonisti. Se questi non avessero avuto una mano tesa da parte degli italiani, nello specifico dei pugliesi – dalle istituzioni agli operatori – che hanno mostrato di saper fare accoglienza, non vogliamo pensare a quest’ora dove questi sarebbero andati a finire. Imprigionati in un villaggio, sfruttati da miliziani privi di scrupoli, oggetto di scambio e altre inenarrabili assurdità che solo la cieca sete di potere e denaro può generare.

Costruiamo Insieme in questi anni non ha fatto solo accoglienza. Si è occupata, e si occupa,  di altri temi legati al sociale, anche se parte del suo impegno è stato rivolto ai ragazzi giunti in Italia. Una trentina, si diceva, arrivati da ogni angolo dell’Africa, in veste di mediatori e operatori. Studenti, militari, artigiani. Ognuno di loro conosce almeno tre lingue. Non solo arabo o italiano, ma francese e inglese, hindi, perfino greco. Perché il viaggio non sempre è fuga-gommone-costa italiana. Prende altri mari, altre strade.

Ma finalmente finisce in Italia, Paese accogliente, che ha il pieno rispetto delle regole dettate dalla Comunità europea. Nessuno tocchi i ragazzi in cerca di un futuro e chi di questi ha voglia di spendersi per l’Italia, ben venga.

Ogni lavoro genera economia. Ognuno di questi trenta ragazzi vive per conto suo. Qualcuno ha famiglia, paga un fitto, le bollette come chiunque altro. Prende la patente di guida, compra un’auto, va in pizzeria, al cinema se capita. Vive come un normale cittadino. Come è giusto che sia. E questo grazie a un posto di lavoro che ha saputo conquistarsi, un’attività che la cooperativa con la quale è impegnato, è riuscito a ritagliargli.

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VOGLIONO CONTINUARE A SOGNARE

Inutile girarci intorno, ma in questi ultimi mesi, mentre la politica del Governo nazionale assumeva un piega stringente nei confronti dell’accoglienza (per buona parte a carico della Comunità europea), i ragazzi venuti dall’Africa in cerca di dignità, hanno cominciato ad avere paura. A sentirsi minacciati una seconda volta. Fuggiti da casa, a causa di persecuzioni, ora avvertono la sottile minaccia che il loro impegno possa tornare sempre meno utile.

La cooperativa prosegue la sua attività. Si impegna nel sociale, progetta ulteriori soluzioni di impiego. Non solo con l’ausilio dei trenta ragazzi gambiani, maliani, nigeriani, tunisini, ma anche con decine di tarantini, pure loro attivi con progetti su minori, disabili e altro ancora. Pure loro operosi insieme con i colleghi nel sociale.

Ogni ragazzo, una storia. A lieto fine, si diceva. A condizione che a qualcuno non venga in mente di infrangere un bel sogno come il rifarsi una vita, anche grazie a una cooperativa illuminata come “Costruiamo Insieme”. Queste le storie che racconteremo a partire dalla prossima settimana. Andremo a cercare quei ragazzi che dopo aver superato gravi sciagure, poco per volta hanno riacquistato un sorriso smarrito nella ferocia di una guerra.

«Patti chiari…»

Sirag, ventisei anni, libico

«Manifestavo per la libertà, sono stato minacciato di morte, ho lasciato padre, madre e due fratelli. Tremila euro e tre giorni di viaggio in mare: gommone, nave spagnola, nave tedesca, porto di Taranto. Respinto in Germania, voglio costruirmi un futuro da cuoco».

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«Oggi, in Libia, la situazione è drammatica, sono scappato dal mio Paese a causa della guerra civile: ricercato dal governo libico, la fuga è stata l’unica soluzione possibile». Sirag, ventisei anni, musulmano, sorriso appena accennato, come se il peggio fosse ormai alle spalle. Sarà senz’altro così, se durante la chiacchierata nella sede di “Costruiamo Insieme” il giovane mostra una certa serenità della quale si sarebbe riappropriato da poco. Spiega il motivo. «Sono arrivato in Italia lo scorso novembre, un viaggio di tre giorni fra gommone e navi che hanno prestato soccorso a me e altri connazionali, fra questi mio fratello Munir, venticinque anni; il mio proposito iniziale era quella di non fermarmi, tentare fortuna altrove, così una volta compiute le formalità per l’identificazione, impronte digitali comprese, sono partito per il Nord: l’idea che ci siamo fatti dell’Europa è che più ti spingi nella parte settentrionale, maggiori sono le occasioni di lavoro».

Attraversa la frontiera, Sirag, arriva in Germania. «Quella mi sembrava una prima occasione per trovare lavoro, pensare a un possibile futuro, ma non avevo fatto i conti con le leggi esistenti in Europa in materia di accoglienza degli extracomunitari e con il rigore della Polizia tedesca: “Deve tornare in Italia, è lì che le hanno preso generalità e impronte: qui non può restare, ci spiace ma dobbiamo accompagnarla alla frontiera, e faccia attenzione, se dovessimo ritrovarla in Germania per noi sarà un clandestino e per lei il trattamento non sarà benevolo come quello che le stiamo riservando oggi”». Un mediatore traduce dal tedesco all’arabo. Come fa, per noi, Allahssane Diakite, uno degli operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme”: parla arabo, traduce alla lettera, pettina dove possibile, i concetti di Sirag. «Insomma, era un vero e proprio avvertimento: fatto con quel rigore tipico che riconoscono ovunque ai tedeschi: “Deve tornare in Italia, una volta lì le diranno cosa fare: non può girare liberamente e scegliersi a suo piacimento un Paese dal quale farsi adottare!”. Questo il senso di quello che ho capito, certo è che dopo poche settimane ho dovuto riprendere la strada per l’Italia, non certo quella di casa…».

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ADDIO A PAPA’, MAMMA E FRATELLI

Pericoloso tornare in Libia. «A casa sono rimasti papà, mamma e due fratelli più piccoli, studiano; non era stato sufficiente che io e mio fratello Munir ci fossimo allontanati da Bengasi raggiungendo Tripoli: i miei cari correvano il rischio di ritorsioni, io e mio fratello eravamo stati segnalati come rivoltosi rispetto al governo esistente nel mio Paese, secondo loro avremmo potuto organizzare ribellioni, sommosse: non c’era tempo da perdere, per salvarci e salvare la vita a genitori e fratelli, dovevamo fuggire».

La democrazia è diventata un fatto astratto. «Con il passare del tempo abbiamo visto che alla popolazione venivano tolti diritti elementari, i militari cominciavano a limitarci nelle nostre scelte, anche le più banali: non si poteva parlare in gruppi, arrivavano e ci minacciavano brutalmente, figurarsi le manifestazioni». Sirag, uno dei più determinati. «Prima che sia troppo tardi e stai vedendo che ti sfugge dalle mani la cosa più importante che tu possa avere nella vita, la libertà, cominci a pensare: reagire significa prendere posizione, far capire da che parte stai, e mentre altri protestavano attraverso il web, io, mio fratello e tanti altri siamo scesi in piazza; mossa coraggiosa, ma che alla fine non ha avuto risultati: come fai ad opporti a quello che stava diventando un regime a mani nude, con il solo aiuto del ragionamento, delle parole? E’ una gara persa in partenza. Miei connazionali si sono ritirati in buon ordine, io e altri abbiamo insistito nel chiedere condizioni più umane, che non fossero quelle di impedirci con qualsiasi tipo di violenza il difendere un sano principio come la libertà».

Molti del Nord Africa vedono alla Libia come a un Paese ospitale, nel quale è possibile trovare lavoro, guadagnare dei soldi, costruirsi un futuro. «Una volta, forse, anche se per i neri la vita è dura: vengono accerchiati, presi in ostaggio, spogliati dei loro beni, impiegati nei lavori più duri in cambio della vita, visto che i soldi il più delle volte li mettono in tasca proprio quelli che imbracciano una pistola o un fucile».

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TREMILA EURO IL “BIGLIETTO” PER L’ITALIA

Sirag può dirsi fortunato. Ha i soldi per pagarsi il viaggio verso l’Italia. «Cinquemila dinari libici, poco più di tremila euro, ci siamo imbarcati in dodici in un gommone lungo sei, sette metri: era l’1 novembre 2017; prendiamo il largo, viaggiamo di notte, finalmente al mattino incrociamo una nave spagnola: non può invertire la rotta, l’equipaggio ci ospita a bordo ugualmente, dicono che in quelle acque troveranno sicuramente qualcuno che potrà accompagnarci in Italia; finalmente incontriamo una nave tedesca, troviamo in coperta almeno un altro centinaio di extracomunitari, tutti insieme veniamo accompagnati a Taranto: tre giorni di sofferenza, niente se paragonato a quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle».

Sirag e il futuro. «Sto facendo un corso di formazione, nel mio Paese lavoravo in una catena di fast food, sul tipo “Mc Donalds” per intenderci: mi piacerebbe fare il cuoco, lavorare fra i fornelli, imparare la cucina italiana, quella europea; avevo intenzione di andare altrove, oggi mi dico che l’Italia può essere l’opportunità della vita, per me e mio fratello; sia chiaro, anche qui ci tocca rigar dritto: in Italia avranno pure il senso di democrazia, accoglienza, generosità, tolleranza, ma le autorità italiane, non c’è bisogno di interprete: “Fate i bravi: patti chiari, amicizia lunga!”».

«Aiutato dalla fede»

Great, nigeriano, cattolico convinto

«Un anno di prigionia in Libia, picchiato perché cristiano, ma salvato da due musulmani. Sono fuggito dal mio Paese perseguitato da un maleficio che ha ucciso mio padre. Prego Gesù, non posso credere ai sortilegi. Oggi, grazie a Costruiamo Insieme faccio un corso di formazione, ho un sogno…»

«Alle 16 devo andare in chiesa, ho la bici qua fuori, devo correre come un razzo!». Le manone, sottili, giunte, come se anticipasse la preghiera. «La chiesa è a cinque minuti da qui, se non trovo traffico…». Great, nigeriano, cristiano, sfiora i diciotto anni, in Italia dallo scorso gennaio. Parla inglese, frequenta un corso di formazione, vorrebbe diventare uno chef di grido.

La sua fuga ha una storia singolare, simile a un paio di quelle raccontate da suoi connazionali che, evidentemente, subiscono influenze esoteriche. I giovani che oggi dispongono di internet, si aggiornano, si informano, credono sempre meno alle storie che una volta circolavano fra i loro padri. Lo stesso papà di Great, a sua volta, è stato vittima di questa credenza popolare. «E’ stato colpito da un maleficio, l’ho perso in breve tempo: non per una malattia, ma a causa di un sortilegio». Evidentemente anche lui deve completare il percorso formativo, relazionarsi a qualcuno che gli spieghi cosa rappresentino quei rituali. Roba superata, l’unico danno che possano provocare è il condizionamento, fare danni al carattere, all’autostima. Tutto, però, dovuto a vecchi insegnamenti, alla mancanza di una base di studio. Great, comunque, è una voce fuori dal coro. E’ fuggito, braccato dalla gente del posto che, una volta morto suo padre, lui continuasse a fare da stregone. «Papà, in fin di vita – racconta Great – comprese che quanto aveva fatto era di sicuro discutibile: facendo filtri, sortilegi, si era salvato ma non voleva che anche io facessi la sua stessa strada; sono cristiano, non credo a malefici e cose simili, così papà mi suggerì che l’unico sistema per salvarmi la vita fosse scappare. E alla svelta…».

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«SALVATI FIGLIO MIO, FINCHE’ SEI IN TEMPO!»  

E Great, a malincuore, segue il consiglio paterno. «A casa ho lasciato mamma e una sorellina, ci teniamo in contatto, ma il distacco è stato terribile: ho dovuto maturare in fretta, seguire i consigli di qualche amico che aveva letto su internet o, a sua volta, sentito da amici di amici, cosa fosse giusto fare». «In Libia! Devi andare in Libia! Non c’è verso, lì c’è lavoro, vedrai che qualcosa trovi da fare». Gli amici, però, non avevano fatto i conti con la forte fede cristiana di Great. «Una volta arrivato lì, i militari mi hanno acciuffato e sbattuto in carcere, pane e acqua: la prima domanda che mi hanno rivolto riguardava il denaro, se ne avessi avuto per loro; solo pagando mi avrebbero restituito la libertà». Denaro non ne aveva, così per il ragazzo nigeriano sconta il carcere, duro. Un trattamento non proprio garbato. Come gli altri malcapitati, mangia poco e male, incassa spintoni, botte senza motivo.

Non trova lavoro e viene trattato così. «Gran parte dei libici sono di fede musulmana, non vedono di buon occhio i cristiani: ma non credo che il loro dio, Allah, nelle pagine del Corano indichi simili punizioni; diciamo che i miei carcerieri si professavano musulmani, ma a modo loro; resto prigioniero un anno e un mese, quando resto privo di forze: non ce la facevo più, fisico debilitato, dolori e ferite ovunque, sulle braccia, sulla testa, qui, con il calcio di un fucile…».

Mostra il capo, le ferite; le braccia, i gomiti. Debilitato crede di non farcela più. «Devo tutto a una guardia carceraria, da giorni mi osservava, vedeva che non reagivo più, me ne stavo in un angolo, aspettavo solo che mi spegnessi poco per volta: chiudevo gli occhi, invocavo Gesù Cristo; un giorno parlò con i suoi colleghi: “Questo soldi non ne ha, altrimenti li avrebbe già tirati fuori; ha pochi giorni di vita, se ci muore in carcere potremmo avere noie, aprirebbero inchieste: meglio liberarlo, consegnarlo a qualcuno che provi a prendersi cura di lui, ammesso che possa rimettersi in salute…”: fui consegnato a un altro uomo, musulmano anche lui, più disponibile rispetto agli altri, umano: evidentemente non sono tutti cattivi; fui curato, rimesso in piedi, le mie preghiere erano arrivate a destinazione, sul mio cammino avevo trovato due persone generose: la guardia carceraria e il mio soccorritore».

«LE MIE PREGHIERE VENGONO ASCOLTATE»   

Non è finita, le preghiere vengono udite “lassù”, come dice Great. «Il secondo uomo parla con amici, gente che organizza viaggi su imbarcazioni di fortuna. Non ho denaro, ma mi mettono comunque sul primo gommone in partenza da Tripoli con destinazione Italia». Il viaggio sta per finire. «Siamo una sessantina a bordo – ricorda il giovanotto pieno di fede – stretti uno all’altro, ma non mi importa, mi interessa solo allontanarmi da quell’anno di inferno: quindici ore in mare, fino a quando non ci avvista una nave mercantile spagnola, ci accolgono a bordo, il viaggio sembra sia finito, ma non è così. Devono proseguire, ma si mettono in contatto con una nave militare italiana che sta perlustrando quella zona di mare: finalmente saliamo a bordo, veniamo accompagnati sulle coste italiane».

Ora si guarda intorno, Great. «Grazie a “Costruiamo Insieme” sto facendo un corso a Noci, voglio diventare chef, sto imparando a cucinare italiano: sono determinato, dovessi anche fare altri sacrifici prima di arrivare ai fornelli, sono disposto a fare passaggi obbligati come fare il lavapiatti, il cameriere. Ma è la stanza dei “bottoni” il mio obiettivo principale!».

«Ricomincia la corsa…»

John, Rex e altri connazionali, hanno incassato “negativo”

Nigeriani, arrivati in Italia a gennaio, si sono imbattuti nelle nuove norme volute dal Governo. «Dobbiamo rifare i documenti, senza il nuovo “codice fiscale numerico” non abbiamo accesso al mondo del lavoro, l’iscrizione a servizio sanitario e scuola. Quando tutto sembrava andare per il meglio, è ripresa la nostra corsa contro il tempo»

Negativo. Un aggettivo più pesante degli altri. Specie per quei ragazzi che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni etniche piuttosto che politiche, e dopo essere sbarcati dall’Africa in Europa cominciavano a guardare al proprio futuro con quel pizzico di ritrovata fiducia. Oggi esistono misure più ristrettive. Il nuovo ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha posto nuovi paletti. L’extracomunitario sbarcato nel nostro Paese deve ripresentare la sua domanda e in caso di esito “negativo”, eventualmente rifare i documenti per ottenere il “codice fiscale numerico” e sperare che non ci siano altri scomodi intoppi burocratici. Secondo associazioni, le istituzioni fino ad oggi preposte all’attivazione di questo documento non saprebbero crearlo, né convertirlo, rendendo impossibile  a migliaia di ragazzi accesso al lavoro, all’iscrizione al servizio sanitario e nelle scuole.

In Nigeria non sanno cosa significhi la burocrazia, qualsiasi documento lo consegnano in giornata, è sufficiente rispettare le linee guida. Per chi dovesse schivare astutamente anche il più piccolo articolo di legge è previsto il carcere, senza appello alcuno. Lì, scritte minuscole che più minuscole non si può, postille e post scriptum, non esistono. Vai a spiegare a Rex e John che in Italia si vive anche, soprattutto, di norme. E quel che è peggio, di interpretazioni. Non fosse così dalle grandi industrie all’ultima società a conduzione familiare, giudici e avvocati non saprebbero di che vivere. Così i tribunali sono affollati di cause, piccole e grandi, stanze piene di carte e i computer pieni di file danno la sensazione che da un momento all’altro tutto possa esplodere.

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«LE MIE BRACCIA PER QUESTO PAESE!»

Rex, trentaquattro anni, nigeriano, fede cattolica, arrivato sette mesi fa in Italia, a Catania, pensava che il più fosse fatto. «Non avevo nulla da temere – spiega – la mia è stata una fuga per evitare dolorose persecuzioni, per me e la mia famiglia rimasta a casa; purtroppo lì non esiste, come dite voi, il contraddittorio, quella democrazia che permette di esprimere un giudizio su qualsiasi cosa, anche la cosa apparentemente più banale; il Paese è diviso fra gente con divisa e gente senza divisa: i primi hanno come una sensazione di onnipotenza, pensano, anzi sono arciconvinti, che la divisa che hanno addosso permetta ogni cosa; esiste una forte corruzione, la parola di un normale cittadino conta poco rispetto a quella di un militare, qualsiasi tipo di denuncia il più delle volte finisce in una bolla di sapone; piuttosto, se ti sei opposto a tentativi di estorsione, sei stato minacciato e non ne puoi più di essere spremuto come un limone, c’è chi fa trapelare informazioni e lì comincia la fase più dolorosa, la persecuzione: vieni picchiato, bastonato, preso a calci; se non ti basta, minacciano anche i tuoi familiari, così l’unica soluzione per evitare di ritrovarti con una palla in una schiena arrivata da non si sa dove, è scappare, gambe in spalla: scappare a più non posso!».

E’ una giornata fatta di documenti custoditi in una busta trasparente. Rex, John e altri loro compagni, mentre c’è chi scatta qualche foto, quelle carte non le abbandonano un solo istante. Lasciate in auto. «Chiudi bene!», consigliano. Non possiamo dare quattro “mandate”, li rassicuriamo: è tutto a vista, possono consegnarsi sereni all’obiettivo. «Da gennaio in Italia – argomenta John, ventotto anni, anche lui nigeriano – non ho potuto iscrivermi a scuola, occorre il codice fiscale che possono darti solo una volta fatte altre domande: adesso quei documenti sono diventati altri ancora, così mi tocca fare tutto daccapo, con il nuovo anno scolastico alle porte: ero in procinto di iscrivermi, respinta della domanda, il “negativo” mi ha fatto fare marcia indietro; devo rifare tutto, perderò tempo prezioso che avrei voluto impiegare per fare i documenti per l’iscrizione a scuola».

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«NON POSSO ISCRIVERMI A SCUOLA»

Il desiderio di John. «Amo i banchi scolastici, fossi rimasto nel mio Paese, la Nigeria, avrei continuato a studiare nel liceo artistico, ero già a buon punto: volevo diventare un docente, avere tanti studenti a cui insegnare il valore della libertà, del rispetto». Quello che un brutto giorno è venuto a mancare proprio alla sua famiglia. «Mamma e zio morti ammazzati, per essersi ribellati a continue estorsioni e rapine: sarebbe toccato anche a me, figlio unico, se papà non mi avesse scosso e indicato che l’unica strada da prendere era quella della fuga».

Se non arriva in tempo il benestare, John rischia di perdere l’anno scolastico, lui che ama il profumo dei libri freschi di stampa. «E’ più forte di me – confessa – stavo cominciando ad accarezzare un sogno, finire il ciclo di studi in Italia e poi vedere sul da farsi: restare qui o se, conoscendo bene l’inglese, avrei potuto trasferirmi altrove, per insegnare, fare l’interprete: quando provo a spiegarmi a qualche amico italiano, cerco di fargli capire che il dolore di chiunque fugga da una zona dove esiste un qualsiasi conflitto, ti matura prima, ti fa crescere, tanto da risultare utile a tutti: conosciamo tre, quattro lingue, in un mondo che va aprendosi alla rete, a scambi culturali e commerciali, possiamo essere una risorsa, non un peso».

Ma la doccia fredda arriva quando meno te lo aspetti. «Con l’ingresso di Salvini nella politica attiva di questo Paese – riprende Rex – sapevamo che la nostra richiesta d’asilo avrebbe necessitato di più tempo: personalmente chiedo solo che mi sia data la possibilità di lavorare, mostrare che le mie braccia possano tornare utili a questo Paese che dal primo giorno si è dimostrato ospitale».

«Zitto e riga dritto!»

Siriman, venti anni, maliano

«Una notte fanno irruzione in una cascina uomini in divisa, ci picchiano, svuotano le tasche e portano in carcere». Quattro anni lontano da casa, ha lasciato l’anziano papà e due fratelli più grandi di lui. «Non potevano più mantenermi, così a quindici anni sono andato via: Algeria e Libia a fare il muratore, finalmente l’Italia, gli studi, un corso di formazione…».

«Brusco risveglio, un uomo in divisa mi scuote con la canna di un fucile puntato a un palmo dalla faccia, “Sei in arresto!”, mi urla». L’esperienza libica di Siriman, nato in Mali, all’epoca più o meno sedicenne, lontano da casa, subisce presto una grave sterzata. Oggi, venti anni, ospite nel CAS di Modugno, aiutato dalla cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”, lavora e studia. E a breve parteciperà a un corso di formazione.

Torniamo a quella notte. «La disperazione l’avevo già avvertita, ma per la prima volta sento, forte, la paura; lavoravo insieme con altri ragazzi, connazionali e non, in una ditta edile; quindici ore al giorno, cominciavamo alle prime luci dell’alba e finivamo solo all’imbrunire, quando sfiniti ci lanciavamo sul primo pagliericcio libero all’interno di un casolare». Preciso, circostanziato il racconto di Siriman. «Militari, con il pretesto delle divise indossate – ricorda – ci rovesciano le tasche, ci alleggeriscono di qualsiasi cosa somigliasse a danaro, perfino gli spiccioli; ci invitano con modi violenti a seguirli, io sono fra i più giovani della compagnia, chiedo a qualcuno più grande cosa stia accadendo: i compagni di lavoro interpellati, mi fanno cenno con una mano, come se dovessi cucirmi la bocca; insomma, non dovevo fiatare, le cose potevano mettersi ancora peggio rispetto alla piega che stava prendendo la storia». Ricorda tutto il giovanotto fuggito minorenne dalla sua terra. A casa lascia padre, anziano, con risorse economiche pressoché inesistenti, e due fratelli, più grandi di lui, che mantengono le rispettive famiglie lavorando nei campi. Purtroppo la mamma è deceduta a causa di una lunga malattia. «Feci silenzio, ci trascinarono a spintoni, calcioni sui fondoschiena, giusto per farti capire che aria tirasse se solo avessimo fatto una qualsiasi domanda».

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TUTTO COMINCIA ALL’ALBA DEL 2014…

La storia del piccolo, grande Siriman, comincia all’alba del 2014. «Papà non aveva più la forza di mantenermi – spiega – una bocca da sfamare, anche solo a pane e acqua, è un bell’impegno; pensate in quali condizioni eravamo, tanto che i miei due fratelli, sposati e con famiglie da sostenere, mi presero da parte e mi fecero un lungo discorso: “Devi andartene!”. Così, senza tanti giri di parole, non è che la cosa fosse balenata inavvertitamente dal cielo: mi aspettavo qualcosa di simile. Me lo dissero con il dolore nel cuore, lo capii dall’espressione del loro volto, dalle lacrime di mio padre e dall’abbraccio: durò più del discorsetto con il quale le nostre strade, per il bene di tutti, si sarebbero separate».

Una quindicina di anni, più o meno compiuti, non fa differenza. Pensiamo ai nostri ragazzi che arrivano anche a trent’anni e non si staccano dalla famiglia. I quindici anni di Siriman sono più complicati, li matura la fame, la fuga dallo schiavismo. Là fuori esistono mille traffici, finisci in un giro di droga o traffico di organi umani ed è la fine, hai vita breve. «Scappo dal Mali – riprende il ragazzo – arrivo in Algeria, mi invento muratore: apprendo in fretta, qualcosa l’avevo imparata nel mio Paese, il resto me l’aveva insegnato di corsa la fame, lo stomaco che brontolava da giorni: impastavo, intonacavo e stuccavo, senza un attimo di sosta; non vedevo l’ora di mettere qualcosa sotto i denti, gettarmi in un angolo dei locali che ci ospitavano e addormentarmi come un sasso».

Quel primo lavoro glielo manda la provvidenza. A sedici anni impara a spezzarsi la schiena, per un tozzo di pane e pochi spiccioli che Siriman mette da parte. «Uno sull’altro, li nascondevo, mi sarebbero serviti per pagarmi un altro pezzo di viaggio verso la libertà; l’Algeria, a modo suo, era stata ospitale, mi aveva dato un lavoro, ma io e i miei compagni di viaggio e di speranza, cercavamo altro, qualcosa di umano».

NON SEMPRE VA COME VORRESTI

Altro cambio di programma. La fuga verso una imbarcazione che ti porti dall’altra parte del Mediterraneo, passa dalla Libia. Anche lì la musica non cambia, anzi, stona, diventa insopportabile, alle orecchie, come alla pelle e alle ossa. «C’è da diventare matti per il ritmo con il quale veniamo impiegati in un cantiere edile in Libia – documenta Siriman – non c’è giorno che qualcuno non ti dica che c’è da lavorare e che i tempi di consegna stringono: ci svegliano all’alba, dobbiamo stare sul cantiere già alle prime ore del mattino, secondo loro si lavora meglio perché a mezzogiorno il sole picchia forte; ma la cosa buffa è che non stacchiamo un solo attimo e anche nella morsa di un caldo soffocante ci sbattiamo, diamo anche di più, se possibile».

Schiena a pezzi, i soldi per il viaggio quasi ci sono, quando nella notte irrompono uomini in divisa. «Militari, non so a quale corpo appartenessero, un aspetto e un modo di fare spavaldi, sicuri: ci sfilano i soldi, a qualcuno sottraggono il telefonino e via, ci sbattono fuori da quei locali; torniamo al lavoro, dobbiamo rimettere insieme i soldi per pagarci il viaggio verso l’Italia e farci più furbi, nascondere meglio il frutto del nostro lavoro».

Ancora militari, gli uomini in divisa scovano daccapo Siriman e i suoi compagni di lavoro. Stavolta gli tocca la galera. «Non trovano i soldi, così ci sbattono “dentro” per qualche giorno; intanto quei libici che avevamo contattato per imbarcarci per l’Italia, stavano organizzando il viaggio: quando veniamo a sapere il giorno in cui stavano per partire, escogitiamo un piano di fuga, arriviamo al punto di imbarco, paghiamo la nostra quota e via…».

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UNA NOTTE E UN GIORNO, POI UNA NAVE MILITARE ITALIANA

Il viaggio dura una notte e un giorno, fino a quando il gommone sul quale viaggiamo in mare aperto non viene avvistato da una nave militare italiana. Salvi. «Sbarco a Lampedusa, il 16 febbraio di due anni fa arrivo, invece, al Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”. Temevo mi trasferissero altrove considerando la mia giovane età. Per una serie di episodi fortuiti, resto a Modugno, dove risiedo tutt’oggi: qui ho studiato, conseguito la licenza media e mi sono iscritto al primo anno di scuola superiore; da settembre frequenterò un corso di formazione, vorrei fare il barman o il cameriere: mi dicono che potrebbero esserci occasioni, considerando che conosco tre lingue; ogni sera rivolgo una preghiera al Cielo perché mi assista, nel frattempo al mattina faccio il muratore, la sera il lavapiatti in un ristorante, niente a che fare con i ritmi di lavoro e lo stile di vita libico: parte di quello che riesco a guadagnare lo mando a mio padre perché possa vivere decorosamente; mi guardo indietro, i brutti ricordi restano brutti ricordi; non vorrei più pensarci, la mia vita però ha subito una svolta positiva, ogni giorno faccio di tutto per realizzare il mio sogno: restare in un Paese ospitale e bellissimo come l’Italia».