Lanssane, la dignità prima di ogni cosa

Senegalese, diciannove anni, studia e sogna. «Se non diventassi un calciatore, faccio l’elettricista, il lavoro ti fa guadagnare rispetto», racconta. Bidonato in Marocco, rapinato in Algeria e Libia. Poi il viaggio per l’Italia, il soccorso di una nave norvegese e la sensazione di essere salvo.

Foto articolo 01 - 1 (1)«A casa mia, un tempo, la mia vita era tutta studio e campo di calcio, quel rettangolo che riuscivamo a mettere insieme, spesso con quattro canne di bambù a delimitare le porte in un rettangolo di gioco, spesso improvvisato…». Poi qualcosa, nella vita di Lanssana, senegalese di Dakar, diciannove anni, da un anno e quattro mesi in Italia, cambia. In Senegal, relaziona Amnesty international, i politici limitano diritti e libertà d’espressione. Carceri sovraffollate per chiunque manifesti un’idea bollata in quanto non in linea con il governo. Poliziotti impuniti, nonostante uccidano senza motivo. Questo il quadro che si presenta agli occhi del giovane. Un dramma familiare. «Mio padre viene a mancare – ricorda – con la sua scomparsa anche il sostegno alla famiglia che, comunque, di sacrifici anche fino a quel momento, ne aveva fatti: due anni di studi, nella scuola superiore, frequentata in quel momento sono costretto a cestinarli, non abbiamo più soldi per completare il mio ciclo di studi; del resto, devo spendermi per la famiglia, dare il mio contributo, anche se modesto: mi cimento in lavoretti, mercatini, mi invento qualsiasi cosa».

La vita sembra scorra in modo più o meno normale. Non c’è più la guida saggia del papà, che riusciva a mediare qualsiasi tipo di contrasto. Più che all’interno della famiglia, con i vicini parenti. «Qui, sia chiaro – spiega Lanssana – c’è un maggiore rispetto, la gente prima di sbottare ci pensa su due volte, non cerca mai lo scontro frontale, riflette: un mio zio, che di fatto aveva sostituito la figura paterna, purtroppo aveva un modo tutto suo di fare e, allora, qualsiasi cosa non gli andasse, si scagliava contro la “famiglia adottiva”, io, mamma e mia sorella più piccola di me».

PERSO IL PAPA’, LITIGI CONTINUI CON LO ZIO…

Un contrasto più violento di un altro e il ragazzo col pallino per il calcio, prende la decisione della sua vita. «Lasciare il proprio Paese – osserva – non è mai facile per nessuno, anche quando sopravvivi, fai sacrifici e non hai grandi prospettive: schiantare le tue radici suona come una sconfitta, ma arriva il momento che non riesci più a sorvolare su urla quotidiane, talvolta fatte di punizioni ingiustificate; la vita si complica dal punto di vista psicologico: ci può stare rompersi la schiena di lavoro, ma se a questo aggiungi rimproveri e punizioni varie, quasi un annientamento della tua personalità, cominci a pensare qualcosa del tipo “oggi ho quindici, sedici anni, ma quando ne avrò venti, venticinque, sarò completamente annientato!” ».

E, allora, una decisione non proprio presa a cuor leggero. Lanssane ne parla a mamma. Una, due, tre volte. Una donna non vorrebbe mai staccarsi dal figlio, è maschio e più avanti, una volta diventato uomo, potrebbe darle quel senso di protezione che oggi non ha. «Ma una mamma – mentre racconta, il giovane senegalese cerca comprensione con lo sguardo – al primo posto mette il bene del proprio figliolo piuttosto che il proprio interesse; così mi disse di andare, cercare altre strade che fossero anche appena migliori di una vita fatta di grandi sacrifici e continue vessazioni».

Anche nella fuga ci vuole fortuna. «Prima di puntare l’Italia, provo a non allontanarmi da casa, vado in Mauritania, ma lì la crisi l’avverti forte; allora in Marocco: lavoro, compio mille sforzi, mi invento muratore, operaio, uomo di fatica, ma nei confronti di chi viene da fuori non hanno un atteggiamento sempre corretto: così lavoro e non mi pagano; mi chiedono di pazientare e di lavorare, lavoro e non mi pagano; chiedo i soldi con i quali mangiare e mi cacciano!».

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TRUFFATO IN MAROCCO, RAPINATO IN ALGERIA E LIBIA

E’ tempo di cambiare, Lanssane si rimette in cammino. «In Algeria e Libia, mi impegno, faccio lavori, provo a fare quello che alla mia giovane età riesco meglio a fare, lavori di fatica, qualsiasi cosa sia, muratore e mercati; guadagno qualcosa e conosco cosa significhi essere rapinato, una, due volte, i miei sacrifici finiscono nelle mani dei soliti prepotenti: in Algeria e Libia, mi riempiono di botte e svuotano le tasche».

Un raggio di luce. Prega il suo dio, Lanssane, fede musulmana. «Preghiere ascoltate: in Libia preparavano un gommone sul quale mettere quanta più gente possibile, destinazione Italia, centoventi in tutto; mi rivolgo a chi stava organizzando il viaggio, gli dico che non ho soldi e lui, pacca su una spalla, mi spinge e a bordo e mi augura mille fortune».

E’ il 29 agosto di due anni fa, il viaggio dura quattro giorni, l’1 settembre sbarca al porto di Taranto. «Viaggio della paura, mare agitato e, anche qui, il cielo ci assiste: una nave norvegese ci fa salire a bordo, siamo salvi! E’ stata un’emozione più forte dell’arrivo qui, in città, una volta sulla nave era come se avessimo messo piede sulla terraferma, aiutati, rifocillati e consegnati nelle mani del governo italiano, sani e salvi!». Ora, Lanssane, ha ripreso il suo percorso di studi. E svago, come è giusto che sia. «Studio e gioco al pallone, centrocampista nella “Or Infissi”, se non riuscissi a realizzare il mio sogno di calciatore, posso sempre rimediare un lavoro da elettricista, fare i mercati, amo il lavoro, ti rende autonomo e ti dà dignità».

Dramane, i calli alle mani

«Voglio fare tutti i passi necessari nel mondo del lavoro. Faticare per imparare, poi un domani se sarò stato bravo…». Maliano, diciotto anni, “fruttivendolo” col pallino del marketing, spende le mattinate anche a proporsi ai titolari di ristoranti per partire dai lavori più umili.

«Non mi dispiacerebbe tornare a casa, anche se in un momento di gravi conflitti civili nel mio Paese, il Mali, non sarebbe facile riprendere le abitudini di qualche tempo fa». Dramane, diciotto anni, ospite di un Centro di accoglienza di “Costruiamo insieme”, è combattuto fra il ritorno a casa, fra amici e familiari, pochi a dire il vero, oppure il continuare a sperare in un colpo di fortuna in un Paese che sia l’Italia o altro stato europeo. «Qui, a Taranto – dice Dramane – sto bene, mi muovo, cerco di entrare nel mondo del lavoro: non è semplice, in Italia c’è crisi occupazionale».

E, allora, il ragazzo arrivato dal Mali, non si dà per vinto. Da un anno e tre mesi in Italia, parla francese, lingua ufficiale nel suo Paese, ma già si esprime in un discreto italiano, non ha bisogno della costante presenza di un operatore della cooperativa che faccia da interprete. «Da noi, come qui, la saggezza popolare dice che le cose bisogna cercarsele, desiderarle con tutta la forza». Insomma, “volere è potere”, come dargli torto. «Faccio il fruttivendolo, diciamo: sposto casse, qualche volta espongo la frutta; sto imparando il sistema del commercio: frutta e ortaggi che si vendono di più vanno esposti a vista, la roba buona e bella a vedersi, va messa in bella mostra…».Fa anche marketing, Dramane. «Sono gli occhi i primi ad orientare la scelta, così il mio datore di “lavoro saltuario”, mi dà suggerimenti, cose – mi ripete – che potranno tornarmi utili in qualsiasi altra attività».

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A proposito di altra attività, Dramane conferma: non si ferma al primo ostacolo. «Quando non mi occupo di casse di frutta, le mattinate le trascorro andando in giro per ristoranti parlando con proprietari e personale: mi propongo, do la massima disponibilità, ad occuparmi della pulizia del locale, a lavare piatti e posate, smantellare tovaglie e tovaglioli da consegnare alle lavanderie; cose così, più avanti mi piacerebbe stabilire un rapporto più importante, stare in cucina a seguire lo chef, il cuoco che prepara antipasti, primi e secondi piatti; ma forse è un sogno, per ora anche un ristorante nel quale mi chiedono solo due, tre ore di collaborazione va bene, l’importante è mostrare la mia buona volontà».

Qualcuno gli ha fatto notare che il suo continuo candidarsi a questo piuttosto che a quel titolare, toglierebbe posti di lavoro a una piazza già in sofferenza. «Sto alle parole di quello che mi dicono i titolari delle attività di ristorazione, tarantini anche loro: non trovano ragazzi disposti a sparecchiare tavoli, mettere cose a posto, raccogliere e gettare la spazzatura; mi dicono che tutti vogliono fare gli aiuto-chef, imparare un lavoro che in futuro possa essere più utile di quello di un normale collaboratore con paletta e scopa; parlano di moda, tutti vogliono diventare star del fornello, partecipare in tv ai reality: io chiedo solo di essere impegnato, come meglio credono, in qualsiasi lavoro occorre cominciare dalle basi, poi ho ancora diciotto anni, mettere calli alle mani non mi spaventa, anzi, è quello che consiglia mio padre che sento ogni tanto, Seidou».

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La fuga dal Mali. «Anche a causa del rapporto con i familiari, non era più quello di una volta – spiega Dramane – i conflitti all’interno del mio Paese hanno lacerato anche affetto e rispetto fra famiglie, come se fosse una corsa al “si salvi chi può” – anche questa, diciamo, perla di saggezza simile alle nostre – nella quale a farne le spese come sempre sono i più deboli, chi non vuole farsi guerra, arrivare ad uccidere il prossimo, che può essere anche un parente». Così papà Seidou consiglia al figlio di andare via, scappare se necessario. «Sono arrivato in Libia, volevo rimanere lì, c’è lavoro, si guadagna il giusto, se non fosse che i miliziani, proprio perché sei nero, dunque riconoscibile dal colore della pelle, ti fermano e ti fanno vuotare le tasche; così un giorno, prima che rovesciassero ancora le tasche di quel poco denaro che avevo, ho pensato di andare via da quel Paese e pagarmi il viaggio per l’Italia».

Una volta su un gommone, sul quale erano stipati a decine, Dramane si imbarca per l’Italia. «Un viaggio della speranza – confessa – nel quale stare meglio dal punto di vista umano: la gente, qui, ha grande rispetto, non ti maltratta, non ti urla dietro qualsiasi offesa, per questo ho grande riconoscenza per l’Italia».

In mare, ha assistito a più di un dramma. «Ho visto cinque, sei cadaveri in mare – conclude Dramane – ero combattuto fra due sentimenti, forti entrambi: il dolore di quella gente che come me cercava un principio di libertà cui aggrapparsi, e la preghiera, affinché il cielo mi aiutasse ad arrivare sano e salvo su una costa sempre lontana, troppo: pregavo che il mare restasse calmo e, invece, quando meno te lo spettavi, si agitava e i minuti, le ore, passavano con una lentezza sconcertante; infine, l’Italia, la costa, la libertà, finalmente un po’ di serenità e tanta umanità».

Ndoli, «Sofferenza, poi emozione e gioia!»

«Vedere la costa italiana mi ha riempito gli occhi di emozione», racconta. «Ero militare, dovevo difendere un governo deciso con libere elezioni. Invece, il ribaltone, la fuga e i morti ammazzati, i miei commilitoni e due ragazzi in Libia, in cerca di lavoro»

«Ho visto morire davanti ai miei occhi, uno dietro l’altro sette miei colleghi, tutti militari, uccisi dal fuoco della guerra civile; poi in Libia, prima di imbarcarmi per la libertà, due ragazzi, anche loro in fuga verso una vita diversa, freddati come fossero due bersagli del tiro a segno!». Ndoli, ivoriano, trentaquattro anni, cristiano, racconta la sua storia il giorno del suo compleanno. Amici e colleghi hanno cominciato dalle prime ore del mattino a inviargli messaggi augurali attraverso la chat di “Costruiamo Insieme”. «Da circa un paio di anni è con noi – segnala con una punta d’’orgoglio Maurizio Guarino, il direttore generale della cooperativa – non ha bisogno di un interprete, lui stesso è uno dei mediatori più attivi all’interno della nostra organizzazione». Accenna il suo ingresso in squadra, prima di tornare a parlare dell’incubo della guerra vissuto con addosso anche una divisa militare. «Devo molto a Imram – spiega – un amico pakistano, connazionale di Kaleem e Idris, anche loro di “Costruiamo”; eravamo insieme ospiti in un albergo alla periferia della città, soffrivo scarsa attenzione e cura approssimativa che i gestori dell’epoca avevano nei confronti miei e degli ospiti della struttura: pulizia e alimentazione non erano il massimo, non parliamo il pocket money, il contributo che ognuno di noi avrebbe dovuto ricevere a fine mese». Con il passaggio a “Costruiamo insieme”, Ndoli tira un altro sospiro di sollievo.

Torna, dunque, a parlare di sofferenza, pagine di vita vissute che avrebbe voluto strappare. «Ma come si fa – osserva – quando perdi mamma e papà, chi dovrebbe essere una guida sicura per il tuo futuro; con la loro scomparsa avverti il mondo crollarti addosso, provi un dolore lancinante allo stomaco: persi a causa di malattie per debellare le quali occorrono cure costose, e quando non hai i soldi necessari, il futuro in breve è segnato».

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Vorrei tornare a casa ma li è un macello

Ad Abidjan, la sua città, capitale della Costa d’Avorio, Ndoli ha lasciato tre fratelli e tre sorelle. «Vorrei tanto tornare da loro – confessa – riabbracciarli, ma le cose lì non vanno bene da tempo; qui, in Italia, arriva una informazione non sempre corretta – ma questo è il mio punto di vista – i miei connazionali sono sottoposti a un continuo presidio militare, minacciati dalle armi: a nulla sono servite le libere elezioni: avevamo scelto un presidente democraticamente; qualcuno, invece, ne ha imposto un altro, è così che va da quelle parti».

Scatta la ribellione. «In qualità di militare, servivo la mia patria, una democrazia nel frattempo sovvertita: d’un tratto mi trovai fra due fuochi, i ribelli che non riconoscevano il presidente imposto contro le libere elezioni, e un governo che non era più il mio: in quelle occasioni, quando ti trovi nel mezzo, non esistono ragioni; armi in pugno vengono a casa tua, ti prelevano e ti conducono in una prigione e lì comincia la tortura, psicologica, lenta e drammatica, il finale è sempre lo stesso, a meno che non riesca a fuggire».

Durante i conflitti a fuoco, Ndoli, soldato, perde colleghi militari. «Sparavano a raffica – racconta con il dolore nel cuore – sembrava un tiro al bersaglio, non sentivo più le voci dei miei compagni, li vedevo stesi a terra, sanguinanti e privi di vita; durante i conflitti a fuoco la notte non si dorme, qualsiasi momento può essere quello fatale: non sentivo più di essere me stesso, vivevo la vita di un altro; e siccome al peggio non c’è fine, più drammatica era stata la prigionia e la fuga: nel campo nel quale ero recluso ci svegliavano alle quattro del mattino e ci facevano correre, non dovevi fermarti, altrimenti ti sparavano addosso e ti ammazzavano: ne ho visti ragazzi cadere uno dietro l’altro davanti ai miei occhi».

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Libia, sofferenza e poi l’imbarco per l’Italia

Poi la fuga e la Libia. «Odio le armi in assoluto – spiega – specie quando in mano le stringono bambini, di cinque, sei anni: lì “giocano” davvero alla guerra e se uno di loro ha deciso che al mattino deve divertirsi come fosse al tiro a segno, è la fine; due miliziani davanti a me hanno sparato addosso a due ragazzi uccidendoli all’istante: cercavano solo lavoro i due sfortunati, l’unico modo per mettere da parte soldi e pagarsi il viaggio per la libertà: due fucilate, invece, hanno deciso il loro destino».

«Avevo la sensazione di essere una bestia in gabbia – conclude Ndoli – non ero più io, aspettavo la fine da un momento all’altro; quando invece quattro anni fa mi sono imbarcato su un gommone, piccolo, nel quale eravamo in 145; ho cominciato a riappropriarmi della mia mente, in poco stavo nuovamente prendendo coscienza di chi fossi: un essere umano in cerca di un po’ di dignità, il mare non mi faceva più paura, la costa italiana mi riempì gli occhi di emozione e il cuore di gioia!».

«Quei check-point di polizia…»

«I poveri sorvegliati da uno stretto controllo». Ismail, venti anni, ivoriano, si racconta. «Negato lo studio a causa dei pochi soldi. Morto papà ho lasciato i libri. Ho fatto pulizie, il muratore, l’elettricista per staccare il biglietto dalla Libia all’Italia, naturalmente su un gommone, stretti in centododici»

WhatsApp Image 2017-12-21 at 14.15.30«Undici mesi di lavoro, dalle pulizie in una università all’aiutante muratore in Libia, i soldi guadagnati e messi da parte rinunciando anche all’irrinunciabile, poi finalmente le risorse economiche per pagare il mio viaggio della speranza e, infine, eccomi qua». Ismail, venti anni, nato a San Pedro, Costa d’Avorio, si racconta in un francese misto a un buon italiano. Sorseggia, seduto, un caffè in un bar del centro. Guarda alle sue spalle. Uno spicchio di mare, bello sì, ma evoca l’ultimo sforzo compiuto mesi e mesi fa per arrivare al traguardo della libertà, un viaggio su un gommone, stretti in centododici. Non è un bel ricordo, ma il peggio è passato. «Da un anno sono qua, mi dicono che faccio grandi progressi nel parlare italiano, comprendo la vostra lingua, sono meno pratico nel rispondere, ma dove non arrivo a farmi capire mi esprimo a gesti». Sorride Diakite Allhassen, un operatore di “Costruiamo Insieme”, che a tratti fa da interprete nella conversazione.

«In Costa d’Avorio parlano francese – dice Allhassen – loro lingua ufficiale, con questa si fanno capire anche da chi abita nei Paesi confinanti: di solito gli ivoriani fra loro preferiscono conversare in dialetto, uno dei tanti di ciascuna zona…». Dunque, Ismail, in teoria conosce già tre lingue, il suo dialetto, il francese, quasi l’italiano.

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DUE LINGUE E MEZZA: DIALETTO, FRANCESE E ITALIANO, QUASI

«Due lingue e mezza – scherza – fosse stato per me avrei proseguito gli studi nel mio Paese, purtroppo quando è venuto a mancare papà, non ho più frequentato la scuola: in famiglia non avevamo i soldi per pagare la scuola, in Italia esiste il diritto allo studio, tutti devono imparare, progredire nell’arte e nella cultura; da noi, purtroppo, non è così: hai i soldi studi, non hai soldi…fatti tuoi!». Non conosce bene l’italiano, ma in quanto a farsi comprendere, Ismail ci riesce. E bene anche.

«Quando ero a San Pedro non giocavo solo al calcio, che poi è lo sport più praticato, infatti basta una palla da prendere a calci, quattro canne di bambù per fare le due porte, e via, a sognare di diventare Cristiano Ronaldo… Amavo il teatro, lo frequentavo, non mi sarebbe dispiaciuto prendere lezioni e, un giorno, salire sulle tavole di un palcoscenico a recitare; amo il cinema e la tv, qui a Taranto vado spesso a Lama, vedo i cartoni animati, amo il mondo della fantasia, in tv invece seguo la serie “24 Ore”, tanto che il mio attore preferito è Jack Bauer…». Sfiora il cellulare, digita, appare un’immagine. «Questo è Bauer! Mi piacciono gli intrighi politici, i polizieschi, gli action-movie…».

Torniamo ai campetti, alla scuola negata, alla fuga. «Quello che a noi non manca è lo spazio, lunghe distese, tanto che non comprendiamo come, qui, la gente abiti in palazzi così alti, uno accanto o di fronte all’altro; noi, invece. se vogliamo socializzare basta partita di pallone; in Costa, purtroppo, non esistono classi medie: tanti poveri, pochi ricchi; per questo amo la Festa del sacrificio, che per importanza, da noi, è forse paragonabile al vostro Natale: ci fa sentire tutti uguali; è un’illusione, lo so, ma per uno, due, tre giorni, volutamente vestiamo tutti allo stesso modo, non si distingue il ricco dal povero, mangiamo senza limiti e tutti le stesse cose: insomma, non c’è chi mangia e chi guarda».

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«AIUTIAMOLI NEL LORO PAESE», SOLO UNO SLOGAN

«Durante la Festa avvertiamo il principio di democrazia, nonostante da tempo sia in corso una guerra etnica; check-point di polizia ovunque, i poveri reclusi nei loro quartieri, per contenere eventuali focolai di protesta: fa sorridere il concetto “Aiutiamoli nel loro Paese”: con il popolo non parla nessuno, gli accordi sono fra i governi, di benefici per la gente povera e disperata non se ne parla». Non era più vita, così Ismail è scappato. «Ho lasciato mamma, con la quale mi sento quando posso, una sorella più piccola e un fratello più grande». Ismail vive l’Italia poco per volta. «Mi piacerebbe trovare lavoro – sogna – una ditta di pulizie, lavoro che ho fatto per mettere insieme i soldi necessari per pagarmi il viaggio, oppure l’elettricista, il muratore, non mi tiro indietro: in Libia da anni costruiscono case, dunque c’è bisogno di mano d’opera, ma per noi “neri” non è facile stare lì sereni, tanto vale cercare la libertà altrove; ogni tanto gioco al calcio, lo guardo in tv, tifo Juventus, Chelsea e Real: nella finale Champion’s fra “Juve” e Real non ho sofferto come gli amici bianconeri, per me era indifferente che vincesse una o l’altra, “Vinca il migliore!” mi dicevo: anche questa è democrazia…».

Amadou, un dramma dopo l’altro

«Mio padre trascinato nella “prigione del silenzio”, tre mesi dopo la sua scomparsa». Guineano, ventidue anni, studia fino al liceo. «Sogno di insegnare filosofia, ricomincio dalla terza media, provo a dimenticare ma non è facile». «Italia, Paese libero e rispettoso, sarebbe bello se un giorno ricominciassi da qui»

WhatsApp Image 2017-12-14 at 18.41.05«Sono arrivato in Italia un anno fa; avrebbe dovuto raggiungermi un cugino che mi aveva aiutato a mettere insieme la somma utile per il viaggio dalla Libia in Italia: non potrò più riabbracciarlo, purtroppo il suo viaggio della speranza è finito in mare!». Qualche ora prima del dramma, in vista delle coste italiane, aveva mandato uno scatto dal gommone, era felice.

Amadou, 22 anni, guineano di Siguiri, una città nella quale come in altre parti del Paese si vive un forte conflitto etnico, sotto un paio di occhiali, prova a mascherare il dolore mentre per noi ricorda una di quelle brutte storie. Gli occhi non mentono. «Mi aveva aiutato a mettere insieme i soldi che mi avrebbero permesso di lasciare la Guinea, terra diventata invivibile». Accuse infamanti, spiega Amadou, che presto hanno portato alla morte del papà. «Conducevamo una vita agiata – racconta con un velo di tristezza – mio padre, commerciante, comprava e vendeva oro; tutto scorreva nella normalità, andavo a scuola, studiavo con grande profitto; obiettivo principale: un giorno mi sarebbe piaciuto insegnare filosofia, e non è detto che in futuro non possa coronare un sogno così grande…». «Papà Mamadou – riprende – non era d’accordo con il partito, autoritario, che poi sarebbe andato al potere; così un brutto giorno, con un pretesto lo portarono via, in una di quelle che noi chiamiamo “prigioni del silenzio”: tre mesi dopo ci informarono che era morto, non si sa come, immagino perché…».

Un fulmine a ciel sereno, poi le accuse, alla famiglia di Amadou. «“Siete di origine etiope”, ci urlavano, io non capivo: “Ma come, io sono nato qui, in Guinea!”, controbattevo; la mia parola, quella di un ragazzo, contro quella di gente che aveva deciso di annientarci a partire dal fattore psicologico: non potevo più andare a scuola, non avevo le risorse economiche».

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UNA FAMIGLIA RIDOTTA A BRANDELLI

Un accanimento, una rappresaglia. «Un uomo violenta mia sorella – racconta il ventiduenne guineano – lei lo denuncia, ma l’accusa viene respinta dal tribunale per insufficienza di prove; quell’episodio, però, l’aveva segnata, piangeva a dirotto tutto il giorno, in più occasioni aveva manifestato il proposito di farla finita: unica soluzione, non il rimedio evidentemente, era quello di scappare; la mamma la prese con sé, insieme si rifugiarono in Costa d’Avorio; tempo dopo un’altra brutta notizia: anche la mamma era morta, non mi restavano che lei, mia sorella Aissatou, più grande di me, e mio fratello più piccolo, Alphaoumar: una vita, la nostra, completamente rovinata, una famiglia l’avevano ridotta a brandelli!».

Non ha perso del tutto i contatti con il suo passato. «Intanto sento molto spesso mia sorella – confessa – un giorno mi piacerebbe riabbracciarla, ma su un territorio libero come l’Italia, che sento già casa mia». Amadou vorrebbe restare proprio qui. «L’Italia è un Paese libero e rispettoso – spiega con il suo primo sorriso – cosa che, purtroppo, non posso dire della Guinea dalla quale sono dovuto andare via; certo che mi piacerebbe restare qui, ho ripreso a studiare; riparto dalla terza media italiana, io che nel mio Paese dovevo solo fare altri due anni di liceo, ma poco male, ricomincio da qui».

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GUARDARSI INDIETRO, UN LUSSO CHE NON PUO’ CONSENTIRSI

Quando ripensa al suo Paese, viene assalito da una grande nostalgia e dalla voglia di sbattersi per aiutare quello che resta della sua famiglia e riabbracciare sorella e fratello. E un altro cugino, che provvede a mandargli quello che ricava dalla vendita dei beni di famiglia. «Ma guardarmi indietro – osserva – è un lusso che non posso permettermi, non voglio pensare e ripensare a quanto accaduto, devo provare a rimuoverlo se possibile; quando posso sento due miei compagni di scuola, facciamo i soliti discorsi, ci intristiamo e chiudiamo le telefonate con le solite promesse, che poi sono un sogno: rivederci un giorno».

Quando stiamo per salutarci ci regala un’ultima emozione, uno sguardo alla sua infanzia. Ricomincia dal dolore, però. «Papà era un tifoso di calcio – rivela – in una stanza di casa campeggiava un suo grande disegno ispirato a Paolo Maldini: ho ereditato da lui il tifo per il Milan; quando con gli amici giocavo sognavo di prendere a calci il pallone proprio come faceva il capitano rossonero: il campo era uno spiazzo enorme in terra battuta, le porte due canne di bambù infilate nel terreno, un calcio al pallone e via, a giocare da mattina a sera…». Nel cuore di Amadou, una speranza. «Ritrovare un giorno anche una piccola parte di quella spensieratezza; nel frattempo studio, vorrei insegnare filosofia, mentre ora spero di trovare lavoro come interprete, insegnante: conosco francese e inglese, in italiano comincio a cavarmela».

Boubacar, ferite che bruciano

Diciannove anni, maliano, orfano di papà e mamma, studente modello, gli zii gli negano appena cinque euro. «Non potevo comprare penna e quaderno, lasciai la scuola. Picchiato in Libia, scappai, fui riacciuffato. Devo molto all’Italia, voglio sdebitarmi, ma anche domani tornerei in Africa»

«Scappato dal mio Paese per cinque euro!». Il costo di una penna e un quaderno, che gli zii rifiutarono di comprargli. Boubacar, diciannove anni, maliano, fede musulmana. Una storia fatta anche di umiliazioni, prigionia, botte alla cieca e fughe. «Avevo perso mamma e papà, mi restava una sorella: non sapevo più dove andare e i miei zii, che allora ringraziai per avermi accolto sotto lo stesso tetto, mi accolsero». Un racconto a tratti, “Bouba”, tanta voglia di fare, a cominciare da un mestiere che sente suo, l’elettrauto, si spiega a gesti: non si sente padrone della lingua e, allora, va cauto, teme di sbagliare. Poi prende coraggio davanti a un espressino. Si slega, si apre poco per volta, dà fondo al suo italiano. «Sono qui, in Italia, dall’aprile di quest’anno, pochi mesi, ma l’italiano, mi dicono, lo sto imparando a passi lunghi e ben distesi».

Sarà anche per l’altezza, più di due metri, che i passi compiuti con l’italiano sono incoraggianti. «Sto imparando grazie alla pazienza – confessa Boubacar – di una signora che fa le pulizie nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” del quale sono ospite; quando non capisco il senso di una frase, una parola, lei mi spiega, io apprendo, assorbo come se fossi una spugna».

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UNO STUDIOSO, POI UN AIUTO NEGATO

La capacità di apprendimento. Era un ragazzo promettente, Boubacar, fra i banchi di scuola. Lo dicevano i suoi insegnanti. Poi gli zii, una decisione alla quale ancora oggi il giovane fuggito dal Mali non sa dare risposta. «Sarei andato avanti con gli studi, mi piaceva e mi piace ancora oggi studiare, apprendere; invece non so perché mi rifiutarono quei cinque euro con i quali avrei comprato penna e quaderno: mi sentii ferito, i miei zii che dicevano di considerarmi un figlio, davanti a una somma anche nel mio Paese non eccessiva, mi rifiutarono l’aiuto; passai notti insonni, era ed è una ferita che non ho ancora rimarginato: “perché”, mi domandavo, “non posso più andare a scuola?”; non era tutto vero, allora, non mi consideravano un figlio!».

Così, un giorno, Boubacar, va via dal Mali. L’accelerata, un secondo episodio. «Una ragazza non mi piaceva, non che fosse bella o brutta: non mi piaceva, punto; dalle mie parti, però, il rifiuto per una famiglia è una grave offesa per, così misi insieme le due cose, la scuola e l’odio dei parenti della ragazza, e decisi di andare via: avevo fatto il mio tempo, a malincuore dovevo cambiare aria».

A malincuore. Perché “Bouba”, in Africa, vorrebbe tornarci. «Non in Mali, ma in qualche altro Paese sì: amo la mia terra, ma vedo la mia vita altrove; e se non fosse Africa, anche l’Italia, la Francia: mi piacerebbe trovare lavoro da elettrauto, mettere a frutto i miei studi e l’esperienza maturata già da ragazzino con la testa infilata nel vano motore, come meccanico ed elettrauto».

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BLOCCATO IN LIBIA, LA FUGA, LE BOTTE…

La fuga, bloccato nella solita Libia. «Il colore della pelle non puoi nasconderlo – spiega – vedono che sei nero, ti fermano, ti chiedono i documenti e se non hai soldi, sei spacciato: ti riempiono di botte, ti picchiano con le armi; vanno giù duro, fino a quando non esce sangue: se non ti provocano una ferita sanguinante, non li fermi nemmeno se li preghi perché smettano una buona volta!».

Sei mesi, due fughe. «Sono stato anche male in salute – racconta ancora Boubacar – nella sventura mi ritengo fortunato, vivo per miracolo: non mi hanno gettato per strada, considerando che non avevo denaro per pagare la mia libertà». «Sono fuggito una prima volta – ricorda infine il giovane maliano – ho fatto mille lavori, messo da parte un po’ di soldi, ma sono stato riacciuffato e messo daccapo in prigione: ho dovuto tirare fuori quel poco di denaro che avevo messo da parte per riscattarmi; viaggio della speranza a bordo di un gommone nel quale eravamo in settanta e, finalmente, l’Italia: un Paese accogliente, lo dico con il cuore, non so come sdebitarmi…spero un giorno di poter ricambiare tutta la mia riconoscenza nei confronti degli italiani».

Lamine J.

Il futuro è la speranza

«Progetto, una parola grossa. Voglio riabbracciare moglie e figlie. Ho lasciato il Gambia a causa degli scontri sanguinosi fra etnie, ma sono finito nelle mani dei miliziani libici»

 

WhatsApp Image 2017-11-30 at 17.15.46«Sono fuggito dal Gambia, il mio Paese, per evitare lo scontro insanguinato fra etnie, e alla fine sono caduto nelle mani delle milizie libiche: è proprio lì sono cominciati i dolori…». Come dire, dalla padella alla brace.

Per Lamine Jegne, ventidue anni, gambiano, moglie e due figlie, fede musulmana, da sei mesi in Italia, da circa due anni in fuga, i “dolori” non sono solo quelli fisici. Per sgombrare il terreno da equivoci su come si scrive il suo nome, tira fuori la carta d’identità, primo passo verso il permesso di soggiorno. Dolori, si diceva. «Danni psicologici devastanti, picchiato ogni giorno: l’unica cosa che potesse far smettere le botte era la mia promessa di procurare danaro telefonando a casa». E a Lamine non restava che promettere. «“Stanno raccogliendo i soldi, dovete avere un po’ di pazienza”», gli dicevo, sapendo di mentire. E loro, “Va bene, intanto te lo ricordiamo a modo nostro, ogni giorno!”». La sua fuga era anche dalla miseria, non solo dalle armi agitate dai militari ogni volta che, d’improvviso, si penetravano nel suo villaggio. «Quando sono stato fermato e imprigionato in Libia, temevo il peggio: non avevo lavorato, dunque non avevo soldi». Mostra i palmi delle mani nude. Vuote le mani, vuote le tasche. Anche un prigioniero intenzionato a comprarsi la libertà, sa che il destino può essere amaro se non hai i soldi necessari per il riscatto. «A casa, mamma e fratello, mia moglie con due bimbe da crescere, avevano appena i soldi per tirare avanti: nessuno avrebbe potuto mandarmi soldi, dunque nessuna alternativa: o restavo rinchiuso lì a prendere botte o provavo a fuggire rischiando una pallottola alla schiena».

«ADESSO O MAI PIU’»

Finché un giorno, Lamine, non ha preso il coraggio a due mani. «Adesso o mai più, mi sono detto; mi sono rivolto al Cielo, ho pregato lacrime agli occhi, rivedendo la mia vita come fosse un racconto, veloce anche quello: dovevo solo pensare a mettere chilometri sotto i miei piedi nudi senza più voltarmi. L’occasione si è presentata: i sorveglianti che te le danno di santa ragione fino a quando non vedono uscire il sangue, si sono distratti e io me la sono dato a gambe: finalmente ero un uomo libero!».

Ama parlare della moglie e delle sue due bambine, lui che un lavoro ce lo aveva anche nel suo Paese. Gli costava una levataccia al mattino, ma era il meno. Quando gli chiediamo se sente i suoi affetti più cari si commuove, gli occhi si riempiono di lacrime, ci vuole un attimo. «Al telefono, spesso; la prima, Djate, tre anni, l’ho tenuta fra le braccia; la seconda, Sose, è nata poco dopo la mia fuga: di lei conosco il pianto, il tono delle sue parole ancora incomprensibili; basta anche questo per farmi felice, per ora…».

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LA MIA SECONDOGENITA, SOLO SENTITA AL TELEFONO

Un discreto lavoro in Gambia per Lamine. «Sono andato a scuola – spiega orgoglioso – ho preso un titolo di studio, l’equivalente di perito meccanico in Italia; è quello il mio lavoro: il meccanico, intervengo su auto, camion e bus; ogni giorno alle cinque del mattino ero già sulla strada, chiedevo un passaggio a chiunque si dirigesse verso il mio posto di lavoro, un’officina meccanica: mediamente ci volevano due ore di strada, se non trovavo qualcuno che mi accompagnasse prendevo il mezzo pubblico; una volta lì, se c’era lavoro, ci davamo sotto fino a quando non rimettevamo in sesto il veicolo: dividevamo quello che incassavamo; quando non c’era lavoro, restavamo a secco, dunque viaggio di ritorno a mani vuote: altre due ore di strada e a letto, sperando che all’indomani fosse meno peggio».

Il futuro non è un progetto. «E’ un’altra cosa, chiamala speranza: ricongiungermi alla mia famiglia, riabbracciare mia moglie e le mie due figlie. Da qui o dall’altra parte del Mediterraneo non importa, mi sta a cuore il futuro del sangue del mio stesso sangue: non appena avrò il permesso di soggiorno, avrò le idee più chiare, tornerò un mese a casa, ne parlerò con mia moglie; sarebbe bello trovare un lavoro qui, non necessariamente da meccanico: sarei disposto a fare qualsiasi mestiere, pur di assicurare un futuro alle mie piccole, Djate e Sose».

Mamadoudiao, Le mie prigioni

Ventuno anni, arriva dalla Guinea. In Libia, fermato, imprigionato, picchiato. Dimentica le cicatrici e sogna. «Commerciavo in tabacchi e dolciumi, un giorno vorrei aprire in negozietto in Italia».

WhatsApp Image 2017-11-23 at 15.05.21«Una pietra stretta in un pugno e giù botte, ovunque capitasse!».Mamadoudiao, spiega le sue prigioni. Un po’ con il suo italiano scolastico, un po’ a gesti. Mostra la testa, scava con le mani fra i capelli. Cicatrici impressionanti. Non è l’unico, non sarà nemmeno l’ultimo a farci vedere testimonianze di un dolore non solo fisico. Ma quando fuggi – lui ha lasciato la Guinea – e arrivi in Libia, c’è poco da fare. Non eviti la prigione, dura, tantomeno le botte. Pietra viva, tutta spigoli; e calci, non «carezze», sferrati con violenza, ora con la punta, ora con il tacco; così forti da farti uscire sangue e ricordarti che puoi già ritenerti fortunato. La tua vita vale meno di mille euro: se i tuoi familiari, bene, altrimenti meglio rassegnarti a ogni tipo di tortura.

«Non c’era orario, quando dovevano darti una “lezione”, perché prima o poi arrivava il tuo turno: non ti svegliavano nemmeno, te lo ricordavano in pieno sonno che avevi con loro avevi un debito: millecinquecento dinari, poco più dei vostri novecento euro, per noi già una piccola fortuna; a volte non comprendevi nemmeno se fosse realtà o, purtroppo, incubo: era un incubo…».

Mamadoudiao ci tiene al suo nome per esteso. Proviamo ad abbreviarlo, ma lui chiede gentilmente un attimo la penna e completa. Arriva da Frua, «una cittadina, non tanto grande, non tanto piccola», qualcosa che somiglia a uno di quei nostri comuni che per un pugno di abitanti non fa ancora provincia. «Lì ho lasciato una sorella più grande e un fratello più piccolo».

Piccoli risparmi investiti in una ricarica telefonica. L’unico filo che unisce Mamadoudiao al suo passato, il cellulare, le conversazioni con quello che resta della sua famiglia. «Ci sentiamo ogni tanto – spiega – per raccontarci come va la vita lì e come, a me, va qui». Quando parla dell’Italia, lo fa lentamente, vuole spiegarsi bene, ha solo parole di elogio. «Qui è un’altra cosa, non sto da molto in Italia, ma è come se ogni giorno vedessi il sole, anche quando piove». Anche per lui, ventuno anni, il sole è vita. Non disdegna la pioggia, però. Indossa un giubbotto impermeabile azzurro. Stringe un ombrello pieghevole. «Non appena vedo due gocce lo porto con me, mi tiene compagnia: la pioggia dalle mie parti è benessere, ne sanno qualcosa i raccolti che sfamano tutti noi…». Torniamo ai suoi fratelli. «Mia sorella è stanca della vita a Frua, anche lei vorrebbe andare via da lì, ma per le donne è più complicato: non voglio pensare cosa possa accadere al suo arrivo in Libia, passaggio obbligato per chi, come noi, per sognare la libertà deve attraversare Mali, Burkina Faso e Niger…».sfondo-storie-5-2

E Libia, uno spettro. Non solo per Mamadoudiao. «Sono stato un anno lì, non facevo in tempo a mettere insieme un po’ di soldi presi per mille lavori fatti, che subito mi toglievano quel piccolo, misero guadagno: mendicavo le pulizie, chiedevo se per qualche spicciolo potessi lavare una vetrina, un’auto; è così che ho messo insieme quei millecinquecento dinari libici per pagarmi il viaggio per l’Italia».

In Guinea, nonostante la sua giovane età, faceva il commerciante. «Non un vero locale con tanto di espositori per la merce, anche se la mia attività aveva il suo piccolo decoro: vendevo tabacchi e dolciumi, come, vedo, fanno in Italia: chi vende sigarette, vende anche dolciumi». Un desiderio. «Se non è vietato sognare, un giorno mi piacerebbe avere un negozietto tutto mio, aprirlo qui in Italia, a Taranto o altrove, non so, ma se un giorno riuscissi nell’impresa per me sarebbe qualcosa di magico: riuscire a ricostruire con sacrifici quello che  facevo nel mio Paese…».

Perché tabacchi e dolciumi. «Da piccolo amavo i dolciumi – conclude Mamadoudiao – sognavo scorpacciate di caramelle e liquirizia; mai abusato di una sola caramella, nemmeno da commerciante, ma penso che il profumo dei dolciumi mi abbia sempre dato l’idea del benessere, del superfluo: potresti farne a meno, perché è solo un capriccio, invece ne mangi per goderne; mi accontento di poco? Forse perché da noi il poco è così tanto…».

Omar, voglia d’Italia…

Senegalese, 22 anni, sogna di fare l’elettrauto. «Magari proprio qui. In Libia, prigione, torture, cicatrici, poi un gommone e lo sbarco in Sicilia, finalmente “a casa”…».

WhatsApp Image 2017-11-16 at 17.35.53«Adoro la pioggia, non che al mio Paese, il Senegal, non piova: diciamo che adesso guardo tutto con più gioia di vivere…Sarà per questo motivo che amo qualsiasi tempo faccia: sole, pioggia, vento…». Omar, ventidue anni, arriva da Kolda, città senegalese («non molto piccola, né molto grande»), parla ancora poco l’italiano. Ma lo comprende, anche se in Italia è solo dallo scorso 25 maggio. «Non pioveva quel giorno, ma anche se fosse piovuto, lo avrei ricordato come una giornata piena di sole, che poi in qualsiasi lingua significa felicità».

Parte dal suo Senegal, lascia mamma, fratello e sorella. Il suo è un viaggio che dura a lungo.«Solo una manciata di giorni – spiega aiutandosi a gesti – per superare Mali, Burkina Faso e Niger; i problemi, purtroppo, cominciano come sempre in Libia, sei mesi da recluso: acciuffato col pretesto di documenti insoddisfacenti, mi hanno sbattuto in prigione, pane e acqua, come tanta altra gente; in un angolo e zitto, unica azione consentita: una telefonata a casa, per chiedere soldi, unica condizione per essere lasciato libero».

Come fosse un riscatto. «Millecinquecento dinari libici, poco meno di mille euro, per noi davvero tanto: ma in Libia è così, paghi ed esci, non paghi e resti lì, pane e acqua; e quando gli gira, e purtroppo ai nostri sorveglianti girava spesso e volentieri, ti picchiano con qualsiasi cosa abbiano fra le mani».

…In Libia, torture e soldi per il riscatto

Un calcio di un fucile, una pistola, il tacco di uno stivale. Il dramma è il volto di Omar. Cambia espressione in pochi istanti, smette di sorridere, si fa serio. Scopre una spalla. «Quando si stancano di riempirti di botte, perché per un qualsiasi motivo non sono ancora arrivati i soldi, passano al coltello: queste sulla mia spalla sono cicatrici provocate dall’uso di un coltello con una lama tagliente, di quelle che ti aprono in due un ananas lanciato per aria: è il loro sistema di metterti paura, poi passano alle vie di fatto; ti si avvicinano, mostrano la punta della lama e te la fanno “assaggiare”…».

Omar, al collo una sciarpa, tifa Senegal. «Felice di andare ai Mondiali di calcio – dice orgoglioso –ma nel nostro Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme” abbiamo visto le due partite dell’Italia con la Svezia: abbiamo tifato come se fosse la nostra squadra del cuore; molti amici italiani il giorno dopo l’esclusione dalla competizione erano addolorati, mi è dispiaciuto molto: loro hanno vinto un sacco di Mondiali, per noi è un motivo di vanto già parteciparvi».

Ancora calcio. «Gioco nel campo di calcio di Talsano – racconta Omar – allenato da mister Diego Lecce, è il tecnico che ha “inventato” l’Africa United, che il Cielo lo benedica! Gioco in attacco, ma il giocatore senegalese più forte è Kara Mbodj, un difensore, uno che sa farsi rispettare».

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Impegno, uguale rispetto

Rispetto, Omar ha un’idea su cosa significhi. «Il rispetto, nel campo di gioco come nella vita, te lo conquisti con il massimo impegno, la costanza, il lavoro…».

Lavoro, dunque. «Sono elettrauto – spiega – amo questa attività che ho cominciato da piccolo, lavorando in una officina meccanica della mia città; mi piacerebbe farlo anche qui, a Taranto, città bellissima, quanta storia, un amore a prima vista, magari restassi qui…».

A casa ha lasciato mamma, un fratello e una sorella. «Papà l’ho perso da piccolo, avrò avuto tre mesi; sento spesso i miei familiari, anche solo per salutarci, chiedere come stanno e dire come sto io qui, in Italia: cerco un lavoro e non appena avrò imparato meglio l’italiano, mi darò da fare; ora comincio a comprendere la vostra lingua, ma non ao parlo ancora bene».

Cosa ricorda ancora, prima dell’arrivo in Italia. «La libertà, uscire dalla prigione libica, una volta arrivati i soldi, anche per il viaggio su un gommone; partire insieme ad altri ragazzi come me per la Sicilia e, poi, finalmente “a casa”, perché l’Italia la considero casa mia…».

«…Ho visto morirne a decine!»

Sfondo StorieSambou, gambiano, ricorda una tragedia del mare. «Ottanta persone inghiottite dalle acque; salvo per miracolo, ho lasciato il mio Paese a causa di una malattia respiratoria»

«Perfino in Libia mi hanno gettato per strada, i militari non volevano saperne di prendersi cura di me!». Sambou, ventiquattro anni, da un paio in Italia, è scappato dal suo Gambia per curarsi da un grave problema respiratorio. Non solo, «ho visto scomparire fra le acque decine di miei connazionali, imbarcati su un gommone poco distante dal mio: una visione che non potrò mai cancellare dalla mia mente!».

Oggi Sambou, professione elettricista, è ospite di un Centro di accoglienza straordinaria della cooperativa “Costruiamo insieme”. «Nessuno sapeva di preciso cosa avessi – ci spiega – la ripresa era lenta, i medicinali per combattere il declino di una malattia che avanzava implacabilmente costavano tanto, così l’unica strada possibile era venire via da lì, a costo di lasciare la mia famiglia, i miei amici».

Il Gambia è un Paese che il ventiquattrenne africano sente ancora sulla sua pelle. Ma ha dovuto però rinunciarvia, a malincuore. Per il suo bene. «Motivi di salute – insiste – avvertivo qualcosa che mi lasciava sempre più spesso senza fiato; quando seguivo le prescrizioni del medico con medicinali che costavano tanto per le nostre disponibilità economiche, mi sentivo appena meglio; poi non avevo più i soldi: niente cure e daccapo il lento declino, un incubo».

La scomparsa del papà cambia la vita

Anche la morte del papà cambia la sua vita. «Mia madre si risposa – dice Sambou – io per la nuova famiglia era come se fossi un peso grave, costavo più di quanto non costasse sfamare una intera famiglia per giorni, così ho preso coraggio, le mie ultime forze e sono andato via».

Un viaggio che dura mesi. «Circa sette, forse meno; forse più, ma quanto dolore! Chiedevo aiuto per le strade, quel poco che raccoglievo mi serviva più per comprare medicinali che sfamarmi; mi rimettevo in piedi e pensavo all’Italia, a un Paese ospitale, a un letto di ospedale nel quale curarmi».

La storia non finisce in un amen. Tutt’altro. «Arrivo in Libia – ricorda per noi Sambou – non ho più soldi in tasca, sono in piena crisi, i militari mi portano in prigione, mi tengono un mese; le mie condizioni peggiorano a vista d’occhio, così si tolgono il pensiero: un brutto giorno mi prendono per braccia e gambe e mi gettano sul ciglio di una strada; passo una notte fra i dolori causati dalla caduta, poi il mattino seguente mi trascino fino a trovare qualcuno che mi porti al porto di Gallipoli, l’omonimo porto pugliese che però è in Libia, destinazione Taranto; non mi sembra vero, ci sono due gommoni grandi, possono portare a bordo trenta persone, quaranta al massimo; invece uno ne ospita 130 e un altro, il mio, 116: abbiamo netta la sensazione che non ce la faremo mai, ma invochiamo il cielo, preghiamo, ognuno come sa e come può».

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Un gommone scompare, ottanta morti

I due gommoni si perdono di vista, ogni tanto in lontananza Sambou scorge quello con a bordo centotrenta persone, fra queste diverse le donne incinte. «E’ un momento – ricorda con un nodo alla gola – e vediamo gente in mare: urla, chiede aiuto, noi intanto siamo in balia di un gommone ingovernabile; uomini e donne con bimbo in grembo vengono risucchiati dalle acque agitate, è uno sterminio; arriva la Guardia costiera, noi del gommone con a bordo 116 persone veniamo tratti in salvo; poi i militari si dedicano ai superstiti dell’altra imbarcazione, ne tirano su a decine, ma sempre pochi rispetto a quella moltitudine: cinquanta in salvo, ottanta i morti!».

Una tragedia, il pianto. «Vedere le donne incinte e prive di vita galleggiare, è una scena che non dimenticherò mai; ma non voglio nemmeno cancellarle quelle immagini dalla mia mente, mi serviranno ad avere rispetto della vita e nella memoria gente che, come me, cercava una via di fuga dalla miseria e dal dolore».

Adesso Sambou sta meglio. «Sono in via di totale guarigione – conclude – qui godo della massima assistenza sanitaria, è stata dura, mi sto riprendendo grazie al cielo; sento ogni tanto mia madre, familiari e amici; un giorno mi piacerebbe aprire una piccola attività commerciale, ma è un sogno: ho già avuto tanto dalla vita, la salute e il destino di avercela fatta, cosa posso volere di più?».